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Andrea Chisesi racconta Napoli. Al Castel dell’Ovo fino al prossimo 15 ottobre

È un vero e proprio omaggio a Napoli, quello di Andrea Chisesi, che parte proprio dalla città della sirena Partenope, mito che indaga come origine della vita e di questa mostra, Street Home, all’interno del Castel dell’Ovo di Napoli fino al prossimo 15 ottobre. Curata da Marcella Damigella in collaborazione con l’Atelier Andrea Chisesi, la mostra parte proprio da quei personaggi e volti che hanno reso famosa Napoli nel mondo: da Sophia Loren a Totò, da Maradona a San Gennaro, in un percorso dove il confine tra sacro e profano è indefinito, e il visitatore non sa quali siano i divi e quali le divinità.

Una città dai mille volti, Napoli, che qui si fanno metafore di bellezza, di ironia, di quel talento e quella passione che questa feconda terra ha partorito.

Dipinti, collage, fotografie, persino poster e manifesti raccolti per strada. Chisesi prosegue quella tradizione artistica, tutta contemporanea, di Mimmo Rotella, raccontando icone pop e rendendo popolari luoghi e volti meno noti.

Sala dopo sala il percorso di Chisesi diventa evocativo e onirico, sfumando da quei napoletani che ci emozionano e ci rendono orgogliosi alla tradizione della smorfia napoletana, dove l’artista, romano di nascita, ma milanese di adozione, attribuisce ad ogni numero di questa tombola di opere un nome ed un preciso significato, in un gioco di arte e di numeri che diverte e coinvolge il visitatore.

Una rassegna colta, che non manca di cogliere e far confluire in questo percorso d’arte contemporanea riferimenti all’immortale arte classica, e a quelle sculture custodite in uno dei musei-simbolo di Napoli: il Museo Archeologico Nazionale, che con la sua collezione Farnese, parte inscindibile del tessuto napoletano, si fa pop-art, in ritratti in cui texture e tempera danno origine a quadri sospesi tra la pittura e la fotografia.

Ma è al piano superiore che Andrea Chisesi abbandona la forma e l’immagine per abbracciare l’esplosione di colore della serie Fireworks, fuochi d’artificio, in cui l’espressionismo astratto pollockiano trova un suo ordine in questo universo di schizzi e colori che danno vita a dei bellissimi prodigi pittorici.

Turchesi sgargianti, blu oltremare e azzurro esplodono da una tela all’altra, ricordando la spuma del mare delle onde che sono proprio lì, oltre le finestre delle sale del Castel dell’Ovo.

Andrea Chisesi è riuscito con i suoi lavori a rendere Pop Napoli, ma non per questo popolare. La sua infatti è una rassegna raffinata in cui mito, storia, cronaca, persino architettura sono sapientemente mescolate per originare una materia nuova, una materia della stessa sostanza di cui è fatta Napoli.

Altre immagini sul mio profilo instagram @marianocervone

Maggiori informazioni su www.andreachisesi.com

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Pompei@Madre, straordinaria mostra di “archeologia contemporanea”

Spinto da questa curiosa dicotomia che ha accostato reperti di archeologia addirittura in un museo d’arte contemporanea, il MADRE a Napoli, sono andato a vedere la mostra Pompei@Madre. Materia Archeologica, aperta al pubblico fino al prossimo 30 aprile. Curatore d’eccezione Massimo Osanna, Direttore del Parco Archeologico di Pompei, che, insieme ad Andrea Viliani, Direttore del Madre, fa dialogare i reperti dell’antica cittadina romana con le collezioni permanenti delle sale del museo napoletano.

E più che di materia archeologica io parlerei di materia vivente, sì perché i reperti pompeiani sembrano vivere, o per meglio dire rivivere, di vita propria, si trasformano quasi fino a diventare delle installazioni contemporanee.

Sovvertendo quanto il Direttore del MANN, Giulierini, ha fatto portando opere d’arte contemporanea in un museo archeologico, qui è l’Archeologia a spalancare le porte dell’arte contemporanea. E il dialogo funziona. Funziona quando pittura, scultura e persino video-installazioni si intrecciano per dare vita ad un percorso che stimola i sensi.

A cominciare dalle piante e giardini che riproducono i vivaci affreschi del Bracciale d’Oro che intanto dialoga con una parete d’argento.

Archeologia, arte, design si fondono in questo dialogo che vuole essere confronto, che vuole essere prosecuzione. Lo si nota nelle pitture di fine ‘800 di Pierre-Jacques Volaire, che immortala l’eruzione del Vesuvio, che si fa antesignana delle foto che si fanno reportage, e di quel Vesuvio pop-art di Andy Warhol in prestito da Capodimonte.

Anche il calco di un cane ucciso dalla furia del vulcano nel 79 d.C. è riprodotto in serie come i calchi delle sedute dell’artista Nairy Baghramian. Una metodologia di ricerca nata con Giuseppe Fiorelli a Pompei nel XIX secolo e che si fa tecnica di riproduzione artistica come le opere della Factory dell’artista dello stravagante artista di Pittsburgh.

Il percorso inizia dalla bibliografia, dai volumi più antichi che via via si fanno pubblicazioni moderne, capisaldi per gli studi universitari fino a cataloghi di acclamate mostre come Pompei e l’Europa. 1748–1943 al Museo Archeologico nel 2015.

Tanti i reperti da Pompei, dai bronzi alle ceramiche, dai rhyton ai fossili, passando per stacchi di pareti e mosaici, in un mondo colorato e variopinto che mi appare ora più contemporaneo che mai.

È forte la ricerca di stile e design dell’antica Roma, e della cittadina vesuviana in particolare, me ne accorgo quando osservo tavoli e triclini posti al centro della sala decorata dall’opera Ave Ovo Francesco Clemente, dove questi complementi mi appaiono come elementi di arredo moderno.

Suggestivo il confronto con l’opera senza titolo di Jannis Kounellis, l’ancora di una nave, con un mosaico di epoca romana che la ritrae quasi in un gioco di specchi.

Tra i più riusciti esempi di queste conversazioni d’arte, quello tra l’opera di Rebecca HornSpirits, che omaggia Napoli riproducendo una serie di teschi e specchi, riflessione senza tempo sulla vita e sulla morte, e una serie di segni tombali di epoca romana, che si fanno monologo in pietra di un atemporale dopo.

Così come le opere di Sol Lewitt che ritrovano le colorate tessere intrecciate di un mosaico.

Un mondo, quello dell’Antica Pompei, che non è stato mai veramente distrutto da cenere e lapilli, ma si è conservato fino a noi, trasformandosi come materia magmatica viva, influenzando (in)consciamente la nostra vita, il nostro pensiero e la nostra arte.