ART NEWS, LIBRI

2500 anni di storia del Centro Antico di Napoli. Giovedì 19 luglio alla “Pietrasanta”

Prosegue il ciclo di appuntamenti alla Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta a Napoli. Dopo il successo della conferenza teatralizzata di qualche settimana fa, quando il Dottor Raffaele Iovine, presidente dell’Associazione Pietrasanta, insieme a Gianpasquale Greco e Lucio Carlevalis ha rievocato la storia della Cappella Pontano, si bissa giovedì 19 luglio dalle ore 17.30 con un nuovo appuntamento da non perdere. L’occasione questa volta è la presentazione del nuovo volume di Italo Ferraro, Centro Antico (Oikos edizioni). Un libro, questo, che indaga 2500 anni di storia che hanno interessato la città di Napoli: dalla formazione della città dai Greci, passando per le dominazioni che si sono susseguite nei secoli. Dai romani alla Napoli ducale, dagli angioini agli aragonesi. Un centro antico, quello di Napoli, che si è rinnovato pur restando sempre uguale a se stesso. Gli stessi assi, quelli dei cardi e dei decumani, hanno accolto nel loro ventre mode urbanistiche e influenze culturali continuando a preservare quell’impianto che è rimasto immutato nel tempo.

Ma il volume di Italo Ferraro pone l’accento anche sulla recente costituzione della Città Metropolitana e dei suoi 94 comuni che comprendono luoghi di straordinaria bellezza e indiscusso fascino: le isole di Capri, Ischia, Procida, ma anche la Provincia di Salerno e l’Agro nocerino-sarnese.

Una tavola rotonda cui partecipa con grande entusiasmo Monsignor Vincenzo De Gregorio, rettore della Basilica della Pietrasanta, che insieme ad un ricchissimo parterre di ospiti disquisiranno con il Dottor Iovine dei cambiamenti topografico-culturali che hanno interessato e interessano l’area del centro storico di Napoli.

Con loro, tra gli altri, il direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Paolo Giulierini, reduce da uno straordinario successo che ha aperto un dialogo tra l’Ermitage di San Pietroburgo e il MANN, il docente federiciano e urbanista il Professor Francesco Coppola, che coordinerà il dibattito, e il Presidente della Fondazione Morra nonché direttore del Museo Nitsch, Peppe Morra.

L’incontro si propone di mettere in luce un lungo processo di fusione e integrazione che ha portato alla formazione del centro antico così come lo conosciamo noi oggi, e vuole porre l’accento su quelle connessioni, ancora oggi purtroppo latenti, che sono esistite tra i vari territori e epoche, sollecitando una serie di riflessioni e di approfondimenti che riguardano Napoli innanzitutto e il suo centro antico.

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LIBRI

Katherine Wilson, la moglie americana che dichiara amore alla “sua” Napoli

Sono incappato nel romanzo La moglie americana di Katherine Wilson per caso, dopo aver letto sulla sovraccoperta che questo romanzo, edito da Piemme e della collana Piemme Voci, farebbe rivivere la magia della Napoli di Elena Ferrante.

Se l’ambientazione a Napoli rimanda inevitabilmente ai romanzi della misteriosa scrittrice partenopea, La moglie americana è forse la perfetta sintesi tra la serie de L’Amica Geniale e Mangia Prega Ama di Elizabeth Gilberth. Non tanto perché, pagina dopo pagina, si evince una ricerca della felicità e dell’amore, quanto perché la Wilson parla della città come riuscita metafora del cibo.

Ogni capitolo infatti ha per lo più il titolo di un piatto tipico della tradizione napoletana, di cui l’autrice si serve per scandire lo scorrere del tempo, le stagioni, per raccontare festività e ricorrenze, analizzate con brio e ironia e talvolta un simpatico derby partenopeo-americano, confrontando abitudini e modi di vivere e vedere le cose.

Un’opera autobiografica in cui l’autrice ricorda i tempi in cui era arrivata nella città di Partenope fresca di studi, e così, come lei, la giovane Katherine del romanzo arriva a Napoli dalla West Coast a metà degli anni ’90 per uno stage al consolato americano.

foto: instagram @marianocervone

Desiderosa di conoscere il mondo, Katherine, il cui nome è perennemente storpiato dalla pronuncia napoletana in “Ketrin”, si immerge nel tessuto urbano di Napoli e in quel modus vivendi squisitamente partenopeo. Parla di tradizioni, sapori, cogliendone con intelligenza sfumature e sensazioni. Dal sartù di riso al polipo, dal ragù al capitone, capitolo dopo capitolo Katherine narra con sagacia di usanze e folklore, passando per delle intelligenti lezioni e riflessioni sulla lingua napoletana e sulle diverse espressioni in dialetto, che ad uno stesso napoletano sfuggirebbero.

Leggere La moglie americana dovrebbe essere un obbligo morale per qualsiasi napoletano.  Non solo perché il romanzo di Katherine Wilson è una dichiarazione d’amore a Napoli, ma perché consente di notare e apprezzare sfumature di Napoli, della borghesia e del popolo.

È bello leggere e leggersi nelle pagine della Wilson, che è stata capace di far sua e rendere perfettamente la mentalità napoletana, divertendo e al tempo stesso emozionando.

E se anche voi state considerando di fare un viaggio a Napoli o volete che qualcuno ve la racconti, correte a leggere questo romanzo, per scoprire l’anima della città raccontata da una moglie americana.

MUSICA

Mina, tutte le sfumature dell’amore nell’album MAEBA

Oggi Mina compie 78 anni, ma la sua voglia di sperimentare e di stupire il suo pubblico sembra la stessa di quando, quarant’anni fa, scioccò tutti decidendo di abbandonare le scene con un ultimo, clamoroso, concerto. Se per molti artisti infatti cantare oltre i quaranta è appena l’inizio della vera affermazione, per lei, che aveva già fatto la storia negli anni ’60 e ’70, i 38 furono l’apice di una lunga carriera di successi che, dall’ultimo concerto a La Bussola, da quel momento andò oltre la presenza sul palco e oltre le apparizioni televisive, tramutando in ricordo nostalgico ciò che restava di quegli anni, e facendo dei filmati nelle teche rai dei veri e propri monumenti alla memoria della musica.

Da quel momento la Tigre di Cremona manterrà la promessa di non mostrarsi più, così come, anni prima, aveva promesso che non avrebbe mai più preso parte al Festival di Sanremo. Una donna di parola, Mina, che, in un mondo fatto d’immagine, ha deciso di diventare una figura musicale aleatoria, che riesce comunque ad evolversi insieme al tempo che cambia. Come quando nel 2001 rilasciò il DVD Mina in studio, in cui, a oltre vent’anni dal suo ritiro, si mostrò con una nuova immagine che fu subito icona imitatissima: lunghi capelli raccolti con una treccia, occhiali Ray-Ban Aviator a nascondere parzialmente il suo viso.

Da allora sono tanti i successi e i record che la cantante ha continuato a mietere da quella sua Lugano che non abbandonerà mai, e dalla quale continua a registrare collaborazioni e brani che fanno la storia della nostra musica, dai duetti con Riccardo Cocciante agli omaggi internazionali, dalle collaborazioni con i giovanissimi agli album in tandem con l’amico di sempre Adriano Celentano, con il quale ha dominato le classifiche alla fine degli anni ’90 e nel 2016.

Oggi Mina, dopo aver prestato la sua voce alle ultime campagne TIM, incidendo il brano di Parov Stelar prima e il pezzo della colonna sonora di La La Land poi, ritorna nei negozi con MAEBA, parola indecifrabile in cui ognuno legge il significato ciò che desidera, in totale libertà, così come è libera la tracklist del disco, in cui, in un periodo non di certo natalizio (anzi pasquale), Mina omaggia George Michael e gli Wham! Con una cover di Last Christmas, in cui l’originario POP si fa morbida lounge.

Ad introdurre questo nuovo lavoro qualche settimana fa è stato il singolo Volevo scriverti da tanto, ballad in cui Mina, come per l’album Veleno del 2002, canta un amore finito, ed è subito classico, così come un altro dei pezzi migliori di questo disco, Ti meriti l’inferno, quasi una prosecuzione naturale del primo estratto.

In Il mio amore disperato invece sembra quasi di ritornare indietro, agli anni ’70, ad una Mina che indaga suoni tangheggianti.

In Argini la cantante mostra la sua voce ruvida, con le sue perfette imperfezioni, dimostrando che MAEBA è un album genuino, che non risente, né tanto meno ha bisogno, degli artifizi del computer, e che la sua voce è come un buon vino che migliora col tempo e diventa più intensa.

cover album MAEBA, 2018

Questo disco vuole forse essere un compendio dei lavori degli ultimi vent’anni, perché il ricordo non può non andare a Napoli e Napoli secondo estratto, quando sentiamo la cantante cantare in napoletano in coppia con Paolo Conte nel pezzo ‘A minestrina, come metafora di un amore maturo.

Heartbreaker Hotel è un omaggio a Elvis Presley, in una originale versione jazz che esula dall’originario rock and roll dell’artista statunitense, regalandoci quasi un brano inedito.

Mina, cover album Piccolino, 2011

È l’amore cantato in tutte le sue sfumature il filo conduttore di MAEBA, e chissà che questa misteriosa parola non significhi proprio questo, così come lo sentiamo in tutta la sua forza in Al di là del fiume, mentre in Troppe ore è la Mina degli anni ’90 quella che ci pare di sentire.

Un album variegato che spazia dall’elettronica al rock, passando per diversi generi musicali e registri vocali, e si ricollega idealmente anche a Piccolino, lavoro del 2011, in cui la cantante, come in questo nuovo progetto, si presentava in copertina con un aspetto galattico, un’aliena, perché Mina, con questo suo talento senza tempo, forse un po’ aliena lo è davvero.

Buon Compleanno!

MUSICA

Romina Falconi: «Troppa prudenza impedisce le emozioni. Evitate la paura, pure della felicità»

Quando contatto Romina Falconi la prima volta, lo faccio su twitter. Le invio un messaggio diretto e la risposta arriva dopo qualche ora. Non ha bisogno di social media manager, Romina, non ha bisogno di quel filtro perfetto che fa apparire tutto un po’ finto on-line, messo lì, in posa. I croissant al mattino con le peonie, l’abito griffato, le foto truccata in accappatoio, il tweet giusto. Oggi tutte giocano a fare le fashion blogger, persino le cantanti o le attrici, ma Romina no, è diversa dalle altre. I fan lo avevano capito già quando, dopo la partecipazione a X Factor, in controtendenza, rifiutò un contratto con la SonyMusic: «Più che un rifiuto ad un contratto Sony è stato più un “ehi ragazzi, mi avete fatto firmare questo contratto per il talent, ora che non sono più nel programma, liberatemi che ho bisogno di pensare a me”» precisa.

Oggi Romina ritorna a due anni dal suo primo album, Certi sogni si fanno attraverso un filo d’odio, compendio di un lavoro in tre parti pubblicato in altrettanti momenti nel 2014 come EP.

Ma in questi due anni la Falconi non se n’è stata in panciolle o soltanto rinchiusa nello studio di registrazione a preparare questo lavoro, ma ha inciso il brano Who Is Afraid of Gender? con il cantante Immanuel Casto, che è diventato l’inno del Gay Pride 2016.

Romina Falconi sulla copertina del singolo “Cadono Saponette”

Il suo nuovo lavoro si intitola Cadono saponette, come il primo brano da cui è tratto, e che in un mix di suoni elettronici e internazionali, presenta in modo moderno, e forse un po’ alternativo, l’eterno dilemma dell’amore.

Qual è lo spirito con cui presenti “Cadono saponette”?

«Sicuramente molto maturo. In Cadono Saponette affronto un male comune e lo faccio usando una figura retorica in modo ironico. Il “bicchiere mezzo vuoto” promette un futuro meno scioccante (quando ti aspetti il peggio e arriva una bella notizia non puoi che goderne) ​​ ​ma la troppa prudenza impedisce di vivere davvero ogni benedetta emozione. In questa canzone c’è molto di me: le mie origini popolari, il mio modo di rendere tutto leggero anche se c’è un fondo di amaro… il grottesco è il vestito che mi calza meglio. Bisogna evitare di avere paura, pure della felicità».

Questo brano è un po’ la prosecuzione ideale di “Il mio prossimo amore”, un amore bello, ma di cui diffidi: com’è cambiato il tuo rapporto con l’amore e quanto di questo brano riflettete la tua vita amorosa?

«Sono un’ottima amica ma una pessima amante. Mi salva la complicità che instauro con il partner: io non sono brava a fare la mogliettina, diciamo che il mio partner si ritrova a convivere con il suO migliore amicO. Ho la fortuna di essere stata molto amata e di aver amato tanto. ​ La cosa che mi interessa di più quando scrivo è immortalare un momento. Non mi importa chi ha ragione e chi torto: amo trattare situazioni difficili e dare voce ai sentimenti taciuti. Nei miei brani non sto a fare morali o a chiedere la pace nel mondo; a me importa solo il preludio delle situazioni, spiegare che l’incazzatura è umana quanto l’innamoramento. Nessuno deve sentirsi solo; facile dire: amo l’amore (semo boni tutti), preferisco più dire che l’amore, quando è Amore, può essere bellissimo ma può anche devastarti.

Col senno di poi siamo bravi tutti a dire “cosa è meglio fare”, è “il prima” che non viene molto raccontato nella musica pop. Tutto quello che scrivo ha qualcosa di me, è molto più facile parlare di qualcosa che ho vissuto, anche solo per un momento»

Pur cantando canzoni d’amore, non sei mai stata una cantante da rima “cuore amore”, ma hai sempre usato immagini forti, proprio come in questo caso, “cadono saponette” come in un carcere…

«​Sono nata a Torpignattara, quartiere malfamato ma estremamente affascinante. Vedi di tutto dalle mie parti, ma guai a far sentire solo qualcuno. Il senso di fratellanza che ho visto nella mia “Piccola Parigi”, poche volte l’ho visto in giro. Le immagini forti danno un senso preciso, non puoi chiedere ad una come me di censurare quella cruda naturalezza nell’esporre le cose, perché perderei l’ottanta per cento della mia essenza. Ho fatto una scelta tempo fa: mi sono promessa di cantare solo quello che mi rappresenta sul serio ed è bellissimo sapere che molte persone, lì fuori, mi amino esattamente per come sono. La libertà è un valore immenso per quelli come me, costa cara ma vale la pena rischiare. Non è mai la retorica a salvarci, al massimo ci salva Nietzsche, Henry Miller, Pasolini e Troisi…».

Nella carriera c’è il rifiuto di un contratto con la SonyMusic…

«Più che un rifiuto, è stato più un “ehi ragazzi, mi avete fatto firmare questo contratto per il talent, ora che non sono più nel programma, liberatemi che ho bisogno di pensare a me”. Loro, bravissimi, mi hanno lasciata andare. Fare tutto di corsa, cavalcare l’onda dell’esposizione mediatica mi fa un po’ paura. Ho voluto partire da zero, dallo studio, canzoni da arrangiare e un concept da curare piano piano. Ho sempre stimato artisti che hanno creato fondamenta solide grazie ad un lavoro certosino, fatto di sacrifici e studi».

“Il pessimismo in amore è una fortuna”: un’arma di difesa?

«Ci sono tre tipi di persone: quelle che non fanno molti sforzi, ma ottengono il massimo dalla vita; quelle che “a volte va male e a volte va bene”, la maggioranza; e quelli che dicono “ecco qui: ora cade la saponetta e la devo raccogliere”. Io, neanche a dirlo, sono in questa categoria, di quelli che devono sudarsi tutto, grati per le piccole gioie che arrivano, piano piano sia chiaro. Non è sfortuna, è proprio una vita da film di Tarantino, una vita “viva”. Quando ti aspetti il bicchiere mezzo vuoto, difficilmente resti deluso. Sicuramente è una difesa, ma in quel testo esorto principalente me stessa a lasciarmi andare di più».

Spesso nei tuoi brani parli diversità, lo scorso anno con Who is afraid of gener? hai cantato con Immanuel Casto l’Inno del Gay Pride 2016: quanto ha ancora bisogno l’Italia di trattare questi argomenti?

«L’Italia ha fatto grandi passi avanti, ma se penso a quello che volevamo davvero… c’è ancora tanta strada da fare. Un po’ è la mentalità e un po’ il fatto che se internet è “sul pezzo”, la tv generalista non è così avanti come sembra. Come ho cantato insieme a Casto: “vogliono farci vivere nell’oscurità, chi è il vero mostro?”. Penso che sia fondamentale nelle canzoni, nei film e nell’arte in generale, insistere. Il minimo che possiamo fare è rendere questo paese migliore per le future generazioni».

Sulla copertina del tuo album Certi sogni si fanno attraverso un filo d’odio, ti sei fatta fotografare con una mannaia: in tempi di violenza sulle donne, quanto è importante un’immagine del genere e quanto ancora deve battersi una donna per i suoi diritti?

«Quella copertina è il mio orgoglio. Il senso era: “ci saranno robe crude, la copertina già dice tutto. Femmina fuori, muratore dentro: eccomi. Ho conosciuto e vissuto con donne succubi dei loro uomini. Non ho avuto un’infanzia facile, ma grazie a mia madre sono diventata una leonessa e se vedo l’accenno di un maltrattamento per strada sono capace di diventare un coccodrillo. Lo scenario, a mio parere, è il seguente: riviste femminili che molto spesso ci fanno sentire dei cessi orrendi. “Parità… parità…” e poi ancora ci sono donne che crescono con la consapevolezza che è l’uomo a portare i pantaloni, donne che insegnano alle loro figlie che lo scopo della vita è assecondare i mariti, i quali hanno il potere e il diritto di fare tutto. Su facebook uomini insulsi si permettono di dire frasi come “la donna lo stupro all’inizio lo vive male, poi durante l’atto si abitua…”. Parliamo di musica? Una casa discografica famosa, di cui preferisco non fare il nome, non mi ha accettato perché “Romina, si vede troppo che hai un sesso”. Non ne capivo il senso, poi ho capito che in quell’etichetta, gli artisti sembrano abbastanza asessuati. Pariamo di quanta libertà aveva una cantante negli anni ’80 e quanta invece ne ha adesso. Non voglio annoiarti, ma stiamo messi maluccio… da PornHub alla clausura, trovi di tutto su internet, ma nella musica non è possibile avere una via di mezzo. Alle giovanissime consiglio: amate, studiate, fare le casalinghe coi figli, le donne in carriera, le puttane, le caste, purché sia una scelta vostra. Io sono diventata l’ometto che avrei voluto sposare, ma mi va bene così».

Sei mai stata vittima di un abuso, nell’accezione più ampia del termine, pensiamo anche allo stalking…

«Assolutamente sì, e il problema è che dopo una violenza pensi di stare tu nel torto. Non basta solo dire “donne, ragazze, ragazzi, denunciate!” perché in certi momenti so per certo che a malapena hai la forza di tirare avanti. È importante dire anche alla famiglia, agli amici più stretti di tenere gli occhi aperti perché le violenze sono più frequenti di quanto possiamo credere. La violenza psicologica è ancora più subdola quindi occhi stra-aperti. Lo stalking? Così com’è, questa legge non è abbastanza secondo me».

Il tuo è un sound british, americano, ma i testi riflettono un vissuto importante: quanto è difficile esporsi e perché senti l’esigenza di farlo?

«Quando scrivo non penso mai al livello di esposizione. Non penso mai neanche se un brano è pubblicabile o meno, perché se avessi quel pensiero costante non riuscirei a scrivere neanche una sola parola. Sapere che mi sto esponendo troppo mi bloccherebbe. Invece la scrivo, la canto, la pre-produco, faccio sentire la canzone alle persone più fidate e chiedo il loro parere. Dalle reazioni capisco cosa fare. Scrivo continuamente sono una pessima coinquilina perché mi isolo in cucina o in camera e se non fosse per gli altri mi dimenticherei pure di mangiare. Faccio questa vita da quando ho 15 anni, se oggi facessi un altro lavoro comunque leggerei tantissimo per poi scrivere canzoni. Una volta è stato esilarante: il giorno dell’uscita dell’EP mi chiama il mio manager e mi dice: “con Stupida Pazza si nota molto il disprezzo che hai per te stessa a volte…” e ho risposto: “Cazzo, è vero!”. Non ci avevo pensato, capisci? Sono stata mesi a cambiarla, a scegliere il suono delle parole e solo poche ore prima del lancio mi sono accorta di tutto quel mea culpa. Che voi fa’, sono un macello…».

Quali sono i prossimi progetti e le sorprese che ci riservi entro l’anno e quali le date per vederti di persona?

«Spero di cantare a Lucca uno di questi giorni del Lucca Comics and Games, dovremmo riuscire ad organizzare tutto per bene. Sto preparando un disco, la cui uscita è prevista per il 2018, con dei musicisti pazzeschi: Gary Novak e Reggie Hamilton e con i miei meravigliosi produttori: Maximilian Rio, pronto a tutto, ormai mi sopporta ore e ore, e Marco Zangirolami che è una delle persone più concrete e geniali che abbia mai conosciuto. La Freak & Chic (etichetta della cantante, ndr), oltre ad essere la factory creativa che ogni artista meriterebbe, è diventata da un anno anche la mia società (mi hanno fatto socia!!!) e mi accompagna passo passo facendomi sentire al sicuro».

Un sogno nel cassetto che ancora vuoi realizzare…

«Sentire una mia canzone in un film, nel disco nuovo ci sono due canzoni lente, con archi e timpani, sarebbe un’esperienza incredibile».

Qui il link per ascoltare il nuovo brano su Spotify.

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Katy Perry torna con “Witness”, tra elettronica e dance. Ecco com’è

Katy Perry è tornata e cambia pelle, dimostrando di essere un vero cavallo di razza, che va oltre il fenomeno musicale del momento o il colpo di fortuna. Lei, che nel 2011 ha eguagliato il primato di Michael Jackson in 53anni di storia delle classifiche americane, diventando la seconda artista (e la prima donna) ad aver avuto ben cinque canzoni nella top-chart estratte da un unico album, Teenage Dream.

A quattro anni dal fortunatissimo PRISM, la cantante di Santa Barbara ritorna adesso con WITNESS, testimone, e c’è già chi grida al capolavoro, a dispetto dei primi singoli estratti non proprio fortunatissimi.

Che la Perry avesse intenzione di cambiare sound, l’avevamo intuito già lo scorso febbraio, quando ritornò un po’ a sorpresa con Chained to the Rhythm, brano in collaborazione con Skip Marley che vira verso un’elettronica più matura e meno commerciale. Ma il pezzo si ferma soltanto alla numero 4. Per correre ai ripari la cantante ha provato a rimediare con Bon Appétit, altro singolo, altra collaborazione: questa volta c’è il gruppo hip hop Migos, continuando ad indagare quelle sonorità elettroniche, a tratti lounge, che caratterizzano un po’ tutto questo nuovo lavoro dell’artista, ma la ricezione è persino peggiore e il singolo si arena addirittura al 59esimo posto in classifica.

Lo scorso maggio invece è stata la volta di Swish Swish (a mio avviso tra i migliori pezzi) in cui gioca la carta della rapper che da Bionic di Christina Aguilera a David Guetta ha provato a salvare la carriera a tanti big e non con collaborazioni e sperimentazioni non sempre riuscite, ma musicalmente interessanti, Nicki Minaj. Il brano è un campionamento di Star 69 dei Fatboy Slim. Scritto dalla stessa Perry è prodotto dal DJ Duke Dumont, la cui impronta vagamente dance è fortissima.

Il pezzo ha un’accoglienza migliore nelle chart dance, arrivando al settimo posto, non abbastanza tuttavia da scalare i posti alti nella classifica generale.

Ma Witness, composto da ben 15 tracce nella versione standard, potrebbe ancora riservare qualche sorpresa, a cominciare dalle ipnotiche Roulette e Déjà Vu.

Da tenere d’occhio Bigger than me e Save as Draft, in cui ritornano le sonorità del singolo del passato inverno, Rise, e lo spirito combattivo dell’artista che chiude questo lavoro con un’intensa ballad, Into me you see.

artwork di copertina di WITNESS di Katy Perry

E se come me vi siete chiesti il perché di una copertina in cui l’artista si copre gli occhi e guarda con la bocca, sappiate che dell’artwork la cantante ha detto: «La musica mi ha permesso di viaggiare, ha rieducato la mia mente e ha cambiato la mia prospettiva su tante cose. La mia educazione e la mia coscienza vengono dalla mia voce, ed esattamente così che io vedo, ed è ciò che oggi testimonio a voi e ciò che voi testimoniate a me. Ed è per questo motivo che l’occhio è nella mia bocca».

CINEMA, LIBRI

Napoli protagonista della serie tratta da “L’Amica geniale” di Elena Ferrante

Probabilmente i suoi libri hanno destato scalpore più per la sua identità di scrittrice, nascosta ai più, che per la trama in sé. Sto parlando di Elena Ferrante, che dal 2011 ad oggi è in testa alle classifiche di vendita di tutto il mondo con la saga de L’Amica geniale (edizioni e/o), senza tuttavia aver mai rivelato il suo vero nome.

Divisa in due parti, infanzia e adolescenza, la storia dei romanzi percorre la vita di due bambine, le due amiche Elena Greco e Raffaella Cerullo, che inizia nella Napoli dei primi anni ’50. L’una povera, figlia di un umile calzolaio, costretta ad interrompere gli studi; l’altra, Elena, figlia di un usciere comunale, riesce invece ad arrivare fino al liceo. Entrambe le ragazzine si mostrano insofferenti alle regole del “rione” in cui vivono, e spesso le loro vite si ritroveranno ad intrecciarsi fino al matrimonio di Lila, Raffaella, che chiude il primo capitolo della quadrilogia letteraria.

La copertina del libro “L’amica geniale” di Elena Ferrante

A far da contorno alle vicende delle due protagoniste, tanti scorci e usanze di Napoli, che nel volume, sin dalla copertina, si fa quasi silenziosa terza protagonista, dalle miserie del dopoguerra fino ad una timida ripresa economica negli anni del boom, vessata dalla malavita organizzata.

Un racconto che si fa quello di una intera città, e che diventerà una serie televisiva. Lo annuncia oggi l’ANSA, sulle cui pagine si legge che si sono aperti i casting a Napoli per ricercare le due bambine protagoniste della serie che sarà diretta da Saverio Costanzo.

L’inizio delle riprese è previsto per questa estate. Le location non sono ancora state confermate dalla Film Commission Campania, che si augura possano svolgersi tutte a Napoli, e se ciò dovesse trovare conferma, il capoluogo partenopeo si trasformerà in un vero e proprio set a cielo aperto quest’anno, poiché protagonista anche delle riprese di Napoli Velata, il nuovo film che il regista Ferzan Ozpetek inizierà a girare subito dopo la promozione di Rosso Istanbul ora nelle sale.

Titolo internazionale di quest’opera è The Neapolitan Novels, prodotta dalla Fandango e Wildside insieme ad altri partner stranieri.

Ad occuparsi dei casting sarà Laura Muccino che, come cognome suggerisce, è sorella dei ben più noti Muccino registi, e che in questi giorni sarà alla ricerca delle bambine che daranno il volto alle protagoniste del romanzo.

Un progetto di ampio respiro che è riuscito a destare l’attenzione anche delle autorevoli pagine del New York Times dal quale si apprende che la serie si suddividerà in quattro stagioni, così come i volumi della Ferrante, ogni stagione consterà di otto episodi, per un totale di trentadue puntate da cinquanta minuti ciascuna, e coprirà un arco temporale che va dal secondo dopoguerra agli inizi degli anni 2000.

Insieme a Francesco Piccolo e Laura Paolucci ci sarebbe anche la misteriosa Elena Ferrante a collaborare alla stesura della sceneggiatura.

Ancora poco si sa sulla messa in onda dello sceneggiato, che potrebbe arrivare sugli schermi Rai già nel 2018, e rappresenterebbe per Napoli una delle più grandi produzioni degli ultimi anni.

Un’ottima cosa per Napoli, reduce dal successo della fiction poliziesca I Bastardi di Pizzofalcone, che ha battezzato il turismo “cinematografico” alla volta delle location che hanno fatto da sfondo alle avventure del commissario Lojacono e i suoi agenti.

Con questa nuova produzione, che sarà trasmessa anche all’estero, potrebbe incrementarsi il turismo nella città di Partenope, che torna ad essere grande protagonista di arte, cultura, letteratura e cinema.

CINEMA

Emily Blunt al cinema con La ragazza del Treno

Caso letterario dell’estate 2015, La ragazza del treno di Paula Hawkins arriva adesso al cinema con il volto di Emily Blunt diretto da Tate Taylor, già regista dell’acclamata trasposizione cinematografica The Help.

emily-blunt-in-la-ragazza-del-treno-promo-2016-internettualeLa storia è quella di Rachel, giovane donna affetta da alcolismo, che guarda i Bennett dal finestrino del treno che tutti i giorni la conduce a New York. All’inizio per lei, con un doloroso divorzio alle spalle, è l’inconscia identificazione in quella che apparentemente è la famiglia perfetta. Pian piano il quotidiano voyerismo distratto diventa morboso, si fa ossessivo, fino a voler scendere dal treno e andare oltre la sfuggente visione dal vetro di un vagone.

È lì che comincia il vero viaggio di Rachel, che si ritrova ad affrontare la scomparsa della donna che segretamente spiava e i demoni di una separazione che proprio fatica ad accettare.

Il film di Taylor travolge lentamente il lettore nel vortice dell’alcolismo della protagonista, proiettandolo in una realtà confusa, dove ricordi e percezioni non sono quello che in realtà sembrano, come in un’escalation fino al momento del black-out.

Emily Blunt dà anima, ma soprattutto corpo, ad un personaggio complesso, non necessariamente positivo, ma che è in cerca di redenzione e di sé stessa, e di quella consapevolezza di vivere che l’alcol stancamente le strappa via a poco a poco.

Sono tanti i volti noti che orbitano intorno alla Blunt: dall’amica Cathy, Laura Prepon volto di Orange is the New Black, al cameo di Lisa Kudrow, indimenticabile Phoebe del serial Friends.

emily-blunt-in-la-ragazza-del-treno-2016Un film atipico, inizialmente sconnesso, non di facile impatto, Nella prima parte lo spettatore stenta un po’ a comprendere l’intreccio di vite che danno origine a quella che è una storia banale, ma non scontata, anomala nella narrazione delle voci che, come le storie, si sovrappongono restituendo diversi punti di vista sul focus finale.

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riedizione del romanzo di Paula Hawkins per Piemme editore

La ragazza del treno è un film che senza troppe pretese cavalca l’onda del caso letterario che l’ha generato e arriva al cinema esattamente dodici mesi dopo il best seller mondiale da cui ne è tratto, ottimo per una serata al cinema all’insegna dell’adrenalina e dell’indagine, anche psicologica.

MUSICA

Ecco “le migliori” di Mina e Celentano

Mina e Celentano ritornano con Le migliori. A quasi vent’anni dal loro primo album di duetti, era il 1998 quando uscì Mina Celentano, la Tigre di Cremona e il Molleggiato presentano questo secondo lavoro discografico in tandem, che, tra indiscrezioni e rinvii, i fan hanno aspettato oltre un anno. Niente paperini questa volta, nessuna versione cartoon simil fumetto-Disney. I due cantanti ci mettono la faccia, e poco importa se è frutto di Photoshop, perché lo fanno a loro istrionico e ironico modo, un po’ provocatorio, apparendo in copertina a metà strada tra mannequin e entraineuse. Sì, perché è probabilmente questo il senso di quest’album. Come “prostitute” musicali, le dodici nuove canzoni del disco devono essere di tutti e andare con tutti. Dev’essere questo il messaggio che segretamente lega copertina e titolo, trasformandosi in colpo di genio. E a giudicare da un primo ascolto la mission è decisamente riuscita.

mina-celentano-le-migliori-album-cover-copertina-recensione-internettualeAnticipato dalla spagnoleggiante Amami qualche settimana fa, l’album è uscito ieri, ed è subito una sorpresa. Sì, perché se il lead-single strizzava l’occhio a quella radiofonica strategia commerciale, gli altri brani invece sono la naturale evoluzione di due percorsi musicali che ritornano ad intersecarsi. Se il brano Acqua e sale era specchio fedele degli anni ’90, con Le migliori Mina e Celentano si rinnovano, pur restando fedeli a sé stessi.

E loro, che hanno cantato alcune tra le più belle canzoni d’amore della musica italiana, non potevano che celebrare ancora questo nobile sentimento anche in nuovo lavoro, come dimostrano le ballad È l’amore, Se mi ami davvero, Ti lascio amore, in cui i due interpreti giocano con il ritmo, i vocoder, le influenze latineggianti e velati omaggi alla canzone italiana.

Un album che non ha paura di sperimentare, sfociando persino nel reggae travolgente di Ma che ci faccio qui. Bellissima la rarefatta ballad Sono le tre.

Formula che vince insomma non si cambia: come nel loro primo lavoro insieme anche in questo album trovano posto delle tracce soliste, in cui vengono fuori le loro anime. La voce di denuncia di Celentano ritrova il tema della guerra ne Il bambino col fucile, cantando gli orrori dei bambini-soldato. Temi, questi, che sono stato il filo conduttore dell’artista dei suoi ultimi concerti all’Arena di Verona.

Mina invece ritrova la sua vena un po’ malinconica, che da Veleno (2002) caratterizza la sua voce e la sofferenza di testi che parlano di amori spesso tormentati, con il brano Quando la smetterò, in cui la voce è nuda, scevra da artifizi elettronici, accompagnata solo dal pianoforte.

Bellissimi gli ultimi duetti che chiudono una tracklist perfetta: Come un diamante nascosto nella neve, brano dal ritornello orecchiabile, ma dal testo non banale, e il remix di Prisencolinensinainciusol, omaggio ad un grande successo di Celentano del 1972, in cui Adriano parodiava l’allora nascente moda della musica angloamericana con una lingua inventata, che qui incontra la produzione di Benny Benassi e il featuring d’eccezione di Mina.

Ma aspettate a fiondarvi a comprarlo. Secondo alcune indiscrezioni, l’album potrebbe avere a breve una seconda edizione natalizia, che includerà due nuovi inediti, forse due brani composti da Caparezza e Giuliano Sangiorgi, oltre che al primo album di duetti del 1998.

Con questo lavoro i due cantanti italiani hanno dimostrato alle nuove generazioni che si può essere musicalmente all’avanguardia e al tempo stesso sperimentare nuovi sound senza per questo snaturarsi, con la classe, e forse la consapevolezza, di essere due numeri uno che, non paghi di aver già fatto la storia della musica, hanno ancora voglia di riscriverla.

LIBRI

Yeong-hye, la donna che vuole diventare una pianta

La vegetariana«Yeong-hye è una donna che si vuole trasformare in una pianta e rifiuta la razza umana». È così che Han Kang, raggiunta dall’agenzia italiana ANSA, parla del suo romanzo, La Vegetariana, edito in Italia da Adelphi, nella traduzione di Milena Zemira Ciccimarra.

Il libro, scelto tra ben 155 lavori editoriali, ha vinto il Man Booker International Prize 2016, per la sua “potenza e originalità indimenticabili”, raggiungendo con successo anche il nostro Paese.

«In Corea – spiega la scrittrice all’agenzia di stampa – essere vegetariani è considerato strano, non è molto frequente» tuttavia, prosegue la scrittrice coreana «non è considerata invece una cosa strana quella di trasformarsi in qualcosa di diverso da un essere umano. Si può essere stati un uccello nella vita precedente e ci si chiede cosa si potrà essere nella vita futura. Nel caso di Yeong-hye la situazione è differente perché lei vuole trasformarsi in un’altra cosa rispetto a quello che è nella sua vita adesso».

La sua protagonista è una donna comune, una moglie rispettosa ed ubbidiente, di una persona comune. Una di quelle tipiche donne da cui, leggendo, quasi non ci si aspetta nulla.

L’embrione del cambiamento si insinua nella mente di Yeong-hye dopo aver fatto uno strano sogno di sangue e boschi scuri. Da quel momento la donna non mangia carne e si rifiuta di cucinarla, nutrendosi di soli vegetali.

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Han Kang, foto del New York Times, maggio 2016

Leggendo le pagine della Kang, realtà e finzione si mescolano in un mondo indefinito dove è difficile distinguere ciò che è vero da ciò che invece è frutto dell’immaginazione. Yeong-hye si immerge lentamente in un mondo onirico, e il lettore con lei, allontanandosi pian piano dalla realtà.

È terribile la reazione del marito all’astrazione mentale e fisica della donna, che arriva fino al sadismo sessuale.

Un libro fatto di fiaba e sogni, che Han Kang, 46 anni, ci descrive in tre atti: «C’è un racconto breve coreano, non una fiaba, che parla di un uomo che torna a casa e si trova davanti a una miriade di piante e fiori e parla con loro, cerca attraverso questo contatto la pace interiore. Ma è l’universo onirico a essere determinante. Anche nella terza sezione la narratrice, che è la sorella della protagonista, fa riferimento al sogno e al fatto che occorrerà risvegliarsi».

La Kang ritornerà in libreria, sempre per Adelphi, con Human Acts che uscirà nel 2018. Nel frattempo la scrittrice prosegue il suo lavoro di ricerca, introspezione, scrittura, lavorando su di un trittico incentrato su persone alla ricerca della propria dignità nel mondo contemporaneo.

Figlia dello scrittore Han Seungwon, la Kang è molto sensibile all’attuale condizione degli artisti nella Corea del Sud: «È venuta alla luce una lista nera di artisti, scrittori, registi, controllati dal governo, che si oppongono all’attuale regime. È stato un vero shock. Ci vorrà molto tempo perché cambi qualcosa».

MUSICA

ZHU pubblica “Generationwhy”, la colonna sonora perfetta per i party di fine estate

Ancora poco noto nel nostro paese, ZHU, classe 1989, è un promettente cantante, musicista e produttore discografico statunitense. Dopo aver riscosso un notevole successo con il singolo Faded nel 2014, torna adesso con l’album d’esordio Generationwhy per Columbia Records.

Quattordici tracce elettroniche, con influenze anni ’70 e ’80 soprattutto, a metà tra pezzi strumentali e brani cantati, che rappresentano la perfetta colonna sonora per l’estate o per un party in piscina. Lo si intuisce dal sound, a tratti lounge, di brani come Palm of my hand, in cui il produttore cino-americano cita Samba pa ti di Santana, rivisitandola in un onirico piano che si fonde con i sintetizzatori e le vocalist, rimandando addirittura a Enigma nel parlato in francese e in un sax di fondo che ci fa viaggiare fino agli anni ’90.

Un sound ballabile, che ti fa venire voglia d’estate, di luccichii e aperitivi, come i brani Numb, Money o In the morning, il cui testo è una citazione del brano Touch me del 2001 del DJ portoghese Rui da Silva.

È colta invece la citazione dell’intro che riportano le parole e la voce della poetessa americana Maya Angelou.

Ricorda quasi un pezzo da backstage di haute couture o uno spot per la bella stagione la titletrack Generationwhy, dal ritornello orecchiabile, il messaggio chiaro, we are people of this generation, apparteniamo a questa generazione, e l’arrangiamento di grande impatto che molto mutua dagli anni ’80.

Sensuale e fresco il brano Good life, così come il ballabile Hometown Girl, tra i pochi brani interamente cantato con l’uncredited di Jaymes Young.

ZHU è un produttore aperto alla collaborazione, che nei suoi pezzi non disdegna i cori di Nikola Rachelle Bedingfield per il pezzo Reaching.

Pezzi deep-house, ipnotici, con influenze e forme musicali che si fondono in un unico album omogeneo ma non per questo noioso.