LIFESTYLE

Weekend a Venezia, tra arte, cultura e suggestioni arabeggianti

Il mio viaggio a Venezia inizia con lo stupore. Sì, perché il treno, poco prima di arrivare nella Stazione di Venezia Santa Lucia, sembra quasi planare sull’acqua. Ai lati c’è solo il mare, e dinanzi a te l’isola una città di mattoni che a mano a mano diventa più grande fino ad avvolgerti.

Quando esci dalla stazione è invece il silenzio a sorprenderti: qui non ci sono le sirene delle ambulanze, i motori delle macchine, i clacson, e se senti suonare con veemenza, è probabilmente quello di qualche taxi che vuole farsi spazio tra una gondola e l’altra, mentre i motori sono quelli delle imbarcazioni che attraversano i canali della città. Persino la metropolitana qui viaggia sull’acqua, e i suoi vagoni sono battelli che traghettano cittadini e turisti da una parte all’altra, o forse sarebbe più corretto dire da una sponda all’altra.

Sento una comitiva di ragazzi ridere, divertirsi. Sono quasi tutti uomini e indossano delle t-shirt bianche con su scritto “amici della sposa”. È un addio al nubilato, la sposina è vestita di fucsia, e tenta di vendere dei biscotti ad 1€. Non ha molta fortuna, pare, ma si fanno scattare una foto tutti insieme all’arrivo in stazione. Probabilmente anche il loro weekend, come il mio, è appena iniziato.

Passeggiando tra i vicoli, scorgo piante e rampicanti spuntare da balconi e finestre: come fa una natura tanto rigogliosa a crescere in quei piccoli spazi? Il che è un paradosso se si considera che Venezia, è stata costruita sopra una laguna di acqua salata, dove persino gli alberi sono radi per le strade.

Entro nella Chiesa di Santa Lucia, impossibile non farlo. Al suo interno stanno celebrando un matrimonio con rito bizantino. La messa è tutta cantata, non so in che lingua, non riconosco le parole, ma ne percepisco la sacralità. È quasi il momento dell’“incoronazione degli sposi”, che baciano i paramenti sacri mentre il sacerdote continua a cantare una cantilena strascicata. Faccio qualche foto, esco.

È molto forte il retrogusto orientale tra i vicoli di questa città, di fondazione bizantina che tanti rapporti ha avuto con il mondo arabo, che le ha lasciato tracce visibili sulle facciate dei palazzi che ancora si fregiano del caratteristico gotico veneziano, che rasenta una casbah.

Mentre io a stento riesco ad orientarmi tra questi meravigliosi vicoli e canali, c’è persino chi invece trova la direzione di La Mecca durante la ṣalāt, la preghiera canonica islamica, e si inginocchia su di un tappeto in un angolo appartato.

Se come me avevate visto Venezia solo virtualmente giocando a Tomb Raider 2 negli anni ’90, comprenderete che la finzione non è molto diversa dalla realtà: come nel videogame persino trovare Piazza San Marco può trasformarsi in un gioco di piccoli indizi scritti talvolta addirittura a penna sui muri o tra l’insegna luminosa di un negozio.

Sembra infatti che Venezia abbia sviluppato una propria segnaletica: qui non ci sono cartelli turistici marroni cui siamo abituati, ma segnali in giallo che indicano la direzione: Rialto, l’Accademia, San Marco diventano punti cardinali di una topografia intricata.

I sestrieri di Venezia, le sei zone della città, sono composti da circa 121 isole, collegate tra loro da 435 ponti. Nessun ponte è uguale all’altro. Pur avendo la medesima funzione, sembra che ognuno la esprima nel proprio personalissimo modo: di pietra, di ferro, di legno, con parapetto, ringhiera o balaustra. Ogni ponte è un piccolo scorcio, il che potrebbe portarvi per tutto il soggiorno la smania di catturare il ponte perfetto, con la luce perfetta, con la gondola perfetta.

Le gondole. Questa caratteristica imbarcazione nera dalla forma oblunga che sfila sull’acqua, è una delle attrazioni principali per i turisti, non solo per quelli che, in ombrellino bianco e occhi sorridenti, decidono di attraversare i canali, ma anche per quelli che dalla terraferma li ammirano esterrefatti cercando inutilmente ogni volta di fotografare questa magia.

Ogni gondola è come un piccolo mondo a sé, con un proprio tema, un proprio “arredamento” che rispecchia la personalità e l’estro del gondoliere. Che ricordi la Cina, con dragoni e le fantasie cinesi dei salottini, che sia tappezzata di damasco rosso o d’oro.

Tra le chicche di Venezia c’è quella della Libreria Acqua Alta, elogiata da più siti come una delle librerie più belle del mondo. Quasi sommersa, si trova in un negozio raso terra, la cui uscita secondaria dà direttamente su di un canale. È una suggestiva atmosfera quella che attira lettori e curiosi che accorrono qui a vedere gondole e vasche da bagno piene di volumi, e scale fatte di libri che è possibile salire, scalando idealmente il sapere umano.

Forse l’80% dei negozi veneziani sono botteghe di souvenir o vere e proprie boutique di creazioni di Murano, i coloratissimi vetri preziosi che tanta fortuna nel mondo hanno fatto di questo luogo magico. Ed è imprescindibile andare a Venezia senza fare una capatina all’Isola di Murano, così mi sono diretto a Fondamenta Nove per prendere la “metro” che mi avrebbe portato a Murano Colonna, con una fermata intermedia a San Michele, il cimitero della città, manco a dirlo un’isola del riposo eterno.

Appena approdi a Murano sono tanti gli uomini che ti invitano a vedere la creazione dal vivo nelle fornaci del vetro di Murano. Alcuni laboratori vi adescheranno con il solo proposito di portarvi in negozi meno in vista e spingervi a comprare, altri, come un vero e proprio documentario in diretta, vi mostreranno la lavorazione del vetro soffiato e del vetro massello, con tanto di presentazione in doppia lingua. Alla fine dello spettacolo il proposito è quello, la vendita, e se consideravo cari i negozi a Venezia, sperando di trovare a Murano un più diretto contatto tra produttore e consumatore, devo ricredermi: il “listino” è più o meno lo stesso, e anche all’interno di alcuni laboratori di produzione di vetro, bisogna stare attenti che sulle mensole delle esposizioni non vi siano microscopiche etichette che indicano che in realtà il prodotto sia stato importato dall’estero. Non ci sono mezze misure: o bisogna pagare tanto per acquistare un pezzo senza dubbio artigianale, o si finisce col prendere un soprammobile a 20 € per poi scoprire che è made in China.

Naturalmente non si può venire a Venezia senza passare dalla mastodontica Piazza San Marco per apprezzarne l’aristocratica architettura, lo storico Caffè Florian, il leone simbolo della Serenissima, la colossale Basilica che dà il nome allo spiazzo.

La Basilica di San Marco. Una monumentale costruzione fatta di oro, di pietre preziose, di statue e colonne, e di quelle cupole che mi riportano di nuovo in oriente, a Istanbul, a Santa Sofia.

All’interno della basilica è vietato fare foto.

Non si può fotografarla, San Marco, ma nemmeno raccontarla. Sarebbe d’altronde riduttivo provare a catturare in una foto tutto il suo splendore, così come riassumere la sua maestosità in poche righe. Tuttavia il senso di spiritualità è così forte, e così profondo, che si ha la sensazione di percorrere una basilica di luce e di oro. Giro su me stesso, e non è San Marco quella che vedo, ma Santa Sofia. Con le sue prospettive, gli scorci, gli ori, persino i tappeti persiani dei suoi musei, raccontano di un tempo in cui, proprio come una moschea, dovevano adornarla. Forse è più sottile di quanto crediamo la linea di demarcazione tra religioni e culture.

Il sapore glamour di Venezia è senza dubbio il Bellini. Questo noto cocktail nato nel 1948 all’Harry’s Bar del capoluogo veneto, è a base di prosecco e polpa di pesca bianca; il suo inventore, Giuseppe Cipriani, intitolò al pittore Giovanni Bellini, che dipinse la toga di un santo dello stesso colore rosa che caratterizza questo drink. La fama mondiale la si deve a personaggi quali Ernest Hemingway e Orson Welles, che ne sarebbero stati consumatori abituali. Ho amato il sapore fruttato di questo cocktail, la cui polpa lo rende più corposo e denso, perfetto per un aperitivo di metà serata tutto italiano.

La sera non può che concludersi in Piazza San Marco, al Caffè Florian o in piazza, ascoltando le orchestrine dei caffè in piazza che intonano arie classiche o noti brani italiani, aspettando l’imponente ingranaggio della Torre dell’Orologio segnare le ore, accarezzati dalla brezza marina sotto un cielo terso d’agosto di stelle cadenti.

Camminare di notte a Venezia è come muoversi attraverso la colossale scenografia di un teatro. Non è un caso che questa città sia anche la patria della Commedia all’italiana e che abbia dato i natali a geni come Goldoni: di notte qui tutto è teatralità, quinta, inedito backstage, persino un topolino che silenziosamente scappa in un vicolo o lo scroscio delle scure di un canale smosse dal remo di un gondoliere, si fanno spettacolo di cui sei parte anche tu.

Per altre immagini di Venezia e non solo, seguitemi su instagram @marianocervone

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ART NEWS

Caravaggio, la forza delle Sette Opere di Misericordia a Napoli

Non ero mai stato al Pio Monte della Misericordia, il che è già un delitto per un napoletano, se a questo aggiungiamo che sono uno studioso ed un appassionato d’arte, la pena allora diventa addirittura capitale.

Sito in Via Tribunali, 253 a due passi dal Duomo, il Pio Monte, nato come ente benefico della città per aiutare gli oppressi e i bisognosi, custodisce uno dei Caravaggio di miglior fattura, le Sette Opere di Misericordia. Un’opera cardine nella lunga pagina della storia dell’arte, che segnerà un punto di rottura con la pittura precedente dell’artista milanese, e rappresenterà un vero e proprio punto di riferimento per tutti gli artisti del Sud Italia.

Qui bisogna considerare anche lo stato d’animo con cui Caravaggio dipinge l’opera. Accusato dell’omicidio di un uomo avvenuto durante una rissa, è costretto a fuggire da Roma a Napoli per evitare la pena di morte. Lontano dai suoi modelli e modelle abituali, dalle sue amicizie, dall’influenza che via via aveva acquisito nella Capitale e dai committenti romani, l’artista deve aver vissuto un senso di isolamento, solitudine e frustrazione. Le sue opere si fanno più cupe, quasi a riflettere questo suo sentimento da esiliato cui manca la madre patria, la tavolozza dei colori si spegne, abbracciando uno spettro terroso e meno brillante. Oggi Roma-Napoli può apparirci come una breve distanza, di un’ora appena di treno, ma ai tempi erano due mondi lontani e culturalmente molto diversi.

Tra la fine del 1606 e gli inizi del 1608 sono tante le opere che l’autore realizza. Da una Giuditta che decapita Oloferne a una Sacra Famiglia con San Giovanni battista, da Salomè con la testa del Battista a una prima versione di Davide con la testa di Golia.

Di questa vasta produzione soltanto due sono i dipinti rimasti a Napoli: le Sette Opere di Misericordia che, secondo un documento esposto all’interno della quadreria del Pio Monte, non deve essere spostato per nessun motivo né venduto per alcuna cifra, e la Flagellazione di Cristo di fatto di proprietà della Chiesa di San Domenico Maggiore ma custodito al Museo di Capodimonte.

Il terzo, quello che è considerato l’ultimo dipinto di Caravaggio, Il martirio di Sant’Orsola, è stato commissionato da Marcantonio Doria, di una nobile famiglia di Genova, ed è oggi custodito nella Galleria di Palazzo Zevallos a Napoli.

Caravaggio, Sette Opere di Misericordia

Le Sette Opere di Misericordia corporali, sono state commissionate da Luigi Carafa-Colonna, esponente della famiglia che protesse la fuga di Caravaggio nella città di Partenope, nonché membro della Congregazione del Pio Monte della Misericordia.

Trovarsi faccia a faccia con una delle opere più note di Caravaggio è una vera sfida, poiché si guarda l’opera eppure non si finisce mai di coglierne, tra le caratteristiche luci ed ombre tanto amate dall’artista, sfumature, scorci, volti che ci appaiono quasi all’improvviso. Come lo storpio, in basso a sinistra, che emerge dal buio: curare gli infermi, la stessa opera che rappresenta anche l’uomo nudo di spalle, di michelangiolesca memoria, vestito da un buon samaritano che con la spada divide il suo mantello, vestire gli ignudi.

È un quadro colto quello del pittore milanese, i cui riferimenti si rifanno anche alla storiografia romana di Valerio Massimo, autore del I sec. a.C., che ci racconta nei suoi Factorum et dictorum memorabilium di Cimone, condannato a morte per fame in carcere fu nutrito dal seno della figlia Pero, e per questo motivo graziato dai magistrati che fecero erigere in quello stesso luogo un tempio della Dea Pietà. Qui l’episodio è visto nella duplice veste di visitare i carcerati e, allo stesso tempo, dar da mangiare agli affamati.

Il pallore dei piedi di quello che presumibilmente è un cadavere ci ricordano di seppellire i morti, mentre un uomo che beve dalla mascella di un asino, memore del racconto biblico di Sansone, che ricorda di dar da bere agli assetati.

Infine l’ultimo, ospitare i pellegrini, è simboleggiato da un uomo con una conchiglia sul cappello, simbolo del pellegrinaggio verso Santiago de Compostela, e da un altro che gli indica un punto verso l’esterno, forse una locanda dove riposare o la sua stessa casa.

Un chiaro scuro netto, una rottura con il passato che segnerà tutta l’opera successiva di Caravaggio rendendolo autore immortale e maestro del vero, così bello da perdonare quasi una cattiva illuminazione che non rende perfettamente percepibile l’opera quasi in uno stato di penombra. È soltanto grazie ad un altorilievo, progetto per non-vedenti, che è possibile scorgere alcuni dettagli del quadro e scoprire che quello che dal basso appare uno sfregio della tela (in basso a sinistra), è in realtà la spada che riluce dell’uomo che taglia le sue vesti.

Una scena concitata senza un vero e proprio punto focale, che suscitò molto scalpore per le possenti braccia degli angeli, che irrompono nella parte alta del quadro, sorreggendo la Madonna con il bambino che nella sua composizione ricorda molto la Madonna della Seggiola di Raffaello Sanzio. L’ombra delle apparizioni celesti è proiettata sulla prigione, chiaro segno di una concreta presenza anche nella vita terrena dell’Uomo.

ART NEWS

Stanze d’Artista, i capolavori del ‘900 alla Galleria d’Arte Moderna a Roma fino al 1 ottobre

Si intitola Stanze d’Artista ed è la nuova esposizione che da oggi fino al prossimo 1 ottobre 2017 occuperà le sale della Galleria d’Arte Moderna a Roma. Un percorso di storia dell’arte contemporanea che mette insieme i maggiori esponenti italiani della prima metà del ‘900: da Mario Sironi ad Arturo Martini, da Giorgio De Chirico a Carlo Carrà, passando per Fausto Pirandello e Scipione.

Giorgio De Chirico, gladiatori

Capolavori del ‘900 italiano, come recita il titolo completo che sono stati allestiti secondo un criterio monografico: a ciascun artista infatti è dedicata una ideale “stanza” che mette insieme non soltanto le opere sue opere, ma anche tutte quelle parole raccolte nel corso di una vita in lettere, diari, scritti teorici o critici. Parole che si trasformano in questo contesto in un commento critico degli stessi autori, in cui ritrovare la poetica o l’origine dei loro capolavori.

Sono oltre sessanta le opere raccolte da questa grande rassegna, che mette insieme non soltanto pezzi della galleria stessa, ma anche dipinti provenienti da prestigiose collezioni private.

Dalla sua riapertura nel 2011, la galleria romana segue un principio di rotazione delle opere, che permette ai suoi visitatori di scoprire pezzi e parti importanti del suo vasto patrimonio artistico. Per l’occasione di questa mostra dunque alcuni dipinti vengono valorizzati per la prima volta, come ad esempio Le spose dei marinai, opera del 1934 di Massimo Campigli, ma anche Paese di Ottone Rosai del 1923, e molti altri dipinti che trovano così una più degna collocazione all’interno di questo evento.

Ferruccio Ferrazzi

Stanze d’Artista è promossa da Roma Capitale, l’Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, ed è a cura di Maria Catalano e Federica Pirani, con la collaborazione dei Servizi museali di Zètema Progetto Cultura.

Dopo aver visitato la Casa Boschi-Di Stefano a Milano lo scorso anno, mi sono particolarmente appassionato a molti di questi artisti che ho conosciuto e amato proprio in quella bellissima dimora disegnata dal noto architetto milanese Portaluppi. Ed è per questo motivo che suggerisco di vedere questa mostra che oggi si propone oggi non soltanto di far conoscere l’opera di questi straordinari esponenti dell’arte italiana, ma anche le loro parole e la persona oltre la personalità che tutti conosciamo.

ART NEWS

Al Museo del Bargello a Firenze una mostra sulle porcellane Richard Ginori

Nata per volontà del marchese Carlo Ginori nel 1735, l’omonima fabbrica di prestigiose porcellane sorse in una villa di sua proprietà a Doccia (oggi Sesto Fiorentino), trasformandosi in breve tempo in una delle più raffinate manifatture europee. I discendenti del marchese continueranno ad occuparsene fino al 1896, quando il marchio si fonderà con la milanese Richard, dando origine a quella che oggi è Richard Ginori.

Maniffattura di Doccia (Gaspero Bruschi).Venere dei Medici (dall’antico), porcellana

Una lavorazione di pregio, con decorazioni e disegni originali che troveranno la massima espressione nelle decorazioni pittoriche “a veduta”, ad opera del fiorentino Ferdinando Ammannati, già pittore nella Reale Fabbrica di Re Ferdinando di Borbone, il quale trasferirà a Doccia il gusto neoclassico appreso e apprezzato a Napoli.

Famose le decorazioni con le vedute tipiche del tempo: dalle rovine di Pompei che caratterizzarono l’arte nella metà del ‘700 alternandosi a scene mitologiche, alla raffigurazione di piazze e palazzi di Napoli, Roma e del territorio toscano in genere.

Chi mi conosce sa che amo particolarmente questa fabbrica, a mio avviso tra le più raffinate e belle d’Italia, non solo per la sua produzione ormai storica, ma anche per le porcellane contemporanee dall’intramontabile gusto classico. Oggi alcune di quelle creazioni di pregio sono visibili all’interno del Museo di Capodimonte a Napoli, ma sono felice di segnalare una bellissima iniziativa culturale.

Il Museo Nazionale del Bargello a Firenze inaugurerà il prossimo maggio una mostra sulle statue di porcellana prodotte a Doccia. La fabbrica della bellezza. La manifattura Ginori e il suo popolo di statue, questo il titolo, è la prima rassegna in Italia che pone al centro il noto marchio.

Dal 18 maggio fino al prossimo 1 ottobre 2017 i visitatori potranno ammirare la produzione di sculture prodotte nel primo periodo, che dialogheranno così con le collezioni permanenti del museo, ma anche con una serie di cere, terrecotte e bronzi che le hanno ispirate e ne hanno fatto da modello per la loro realizzazione.

Il percorso si articola in due principali nuclei, che racconteranno la storia di questa fabbrica, la sua nascita e la formazione e la trasformazione di una invenzione di scultura in porcellana.

Ma la mostra non ha soltanto un ruolo culturale, ma anche il compito sociale di porre l’accento sul Museo di Doccia, chiuso dal maggio del 2014, e tentare di scuotere l’opinione pubblica non solo dei i fiorentini, ma di tutti i visitatori, affinché riscoprano il valore di un orgoglio tutto italiano.

ART NEWS, LIFESTYLE

Un weekend sotto il sole di Firenze

Avete presente il film con Raoul Bova e Diane Lane, Sotto il sole della Toscana? Ecco, proprio quello, dove loro si innamorano tra colline e cipressi. Dimenticatelo. Perché oltre i verdeggianti panorami bucolici c’è molto di più.

Non so che idea avessi di Firenze prima. Forse, scorgendola ogni volta solo attraverso il finestrino di un treno, accompagnata da quei caratteristici colori giallo-verde che scorrono dietro il vetro, dagli alberi che tracciano la terra battuta, me l’ero immaginata un po’ così: una piccola cittadina dai tetti rossi incastonata nella natura. Buon cibo, quei sapori tipici del centro Italia, dove il gusto selvatico della cacciagione è accompagnato dal sapore corposo di un buon vino rosso.

la ribollita della trattoria il Contadino, a Firenze – (instagram @marianocervone)

È così che è iniziato il mio viaggio. Chi mi segue su instagram, già sa che ho trascorso il mio ultimo weekend nella città di Dante, e il mio primo amore non poteva che essere la Ribollita. Un piatto povero della tradizione italiana, fatto con pane raffermo e verdure, ma denso come un risotto, ricco e saporito, che mi ha conquistato al primo assaggio.

Ho scoperto per caso la Trattoria Il Contadino, nei pressi di Santa Maria Novella. TripAdvisor dice che ha il miglior rapporto qualità/prezzo. Diffido sempre un po’ da quanto c’è scritto nelle recensioni, e invece devo dire che è assolutamente vero. L’ambiente è piccolo, intimo, ma abbastanza largo da non stare accalcati gli uni sugli altri come in molti locali moderni, che non garantiscono nemmeno il minimo spazio vitale per una intima conversazione a due. I camerieri simpatici, il menù è ricco, composto per lo più, e non poteva essere altrimenti, da piatti tipici fiorentini, il che mi ha spinto a ritornarci anche una seconda volta. Alla mia gustosa Ribollita, ho fatto seguire una bistecchina di maiale davvero ottima, accompagnata da un contorno di piselli, pancetta e cipolle e, naturalmente, del buon vino della casa. Ma ho avuto modo di assaporare anche delle buonissime tagliatelle con carne di cinghiale, seguite da un buonissimo Peposo all’Impruneta, paese tipico delle colline toscane da cui prende il nome, a base di vitello, con grani di pepe nero e cotto nel vino. Davvero delizioso.

Firenze è piccola, contenuta, una città a misura d’uomo, punteggiata da caffè storici come Scudieri, dove l’antichità di questo bar, nato nel 1939, la si percepisce sin dagli arredi, ed è un obbligo morale per un visitatore prendere almeno un caffè in questo locale, godendosi il sole caldo di una mattina di marzo.

È probabilmente questo il periodo migliore per scoprire la città e i suoi monumenti, quando il freddo comincia a cedere il passo ai primi cieli tersi della primavera.

il Campanile di Giotto, dalla Cupola di Brunelleschi (instagram @marianocervone)

Il mio soggiorno fiorentino è stato a metà tra percorso di storia dell’arte ed excursus interiore, dove ogni gradino fatto, era parte di una ascensione non solo turistica, ma spirituale. Grazie ad un biglietto cumulativo, ho infatti percorso i gradini che mi hanno portato sulla cuspide della Cupola del Brunelleschi prima, dove ho avuto Firenze ai miei piedi, vincendo persino il mio senso di vertigine, e il Campanile di Giotto poi. Un’esperienza quasi mistica, che aveva un retrogusto del Cammino di Santiago; uno di quei percorsi in cui ti ritrovi quasi corpo a corpo con la gente, in comunione con il mondo intero, attraverso piccoli gradini secolari, cunicoli stretti, il panorama, la luce. È la luce, in una straordinaria giornata di primavera in anticipo, quella che mi ha avvolto, ripagandomi della fatica delle scale, degli spazi angusti, del caldo. La luce, che ti mostra un lato inedito della città, dall’alto, a contatto con il vento, a contatto con il sole, a contatto con te stesso.

Curiosa l’usanza beneaugurale di inserire una monetina nella bocca del porcellino (in realtà cinghiale) dell’omonima Fontana del Porcellino, sotto la loggia del Mercato Nuovo di Firenze. Datata 1633, ad opera di Pietro Tacca, secondo la leggenda per ricevere il buon auspicio la moneta, una volta rilasciata deve cadere nella grata ai piedi del cinghiale dove scorre l’acqua: se la oltrepassa, la fortuna è assicurata.

David di Michelangelo, Gallerie dell’Accademia (instagram @marianocervone)

Nell’immaginario collettivo la statua del David di Michelangelo si trova agli Uffizi. In realtà è alle Gallerie dell’Accademia, che ho visitato, spezzando un po’ il fiato con un percorso museale. Ho ammirato anche io l’archetipo di quella ieratica virilità rinascimentale che ha oscurato persino la perfezione della statuaria greca. Ma le Gallerie dell’Accademia sono una rivelazione, con la bellissima gipsoteca di monumenti funerari o celebrativi, e le languide donne ritratte in una pudica e maliziosa nudità.

ragazzi che aspettano il tramonto sulle scale di Piazzale Michelangelo a Firenze

Dopo l’ampia parentesi culturale di monumenti e opere fiorentine, ho proseguito il mio giro con quello che è forse un cliché del turista a Firenze: Piazzale Michelangelo, il colle dal quale si può godere di una vista su tutta Firenze. Un’esperienza sensoriale bellissima. Aspettare che il sole si inchini alla Cupola, al Campanile a Palazzo Vecchio, allungando le ombre e colorando d’arancio il panorama circostante. Sono rimasto colpito dal numero di persone che erano lì ad aspettare che il sole calasse, a scattarsi foto a farsi selfie. Tanti i turisti che hanno aspettato il crepuscolo scandendo il tempo con bicchieri di vino o di birra, acquistati dagli ambulanti all’ombra del David di bronzo che troneggia al centro della piazza. Anch’io non ho potuto esimermi dal voler portare a casa un personale scatto del tramonto, ma l’ho fatto catturando anche quella folla di amici e fidanzatini felici, che mi hanno trasmesso la frizzantina aria dell’attesa.

Nascita di Venere, Gallerie degli Uffizi (instagram @marianocervone)

Se il giorno prima ho aspettato che il sole tramontasse sulla città, la mattina seguente la mia visita è iniziata con la visita alle Gallerie degli Uffizi (il consiglio è quello di prenotare il biglietto on-line. C’è un sovrapprezzo di 4€, ma risparmierete ore di fila e di attesa). Non avevo mai riflettuto su perché si chiamano “gallerie”, e solo percorrendole ho capito. Due corridoi, gallerie, che percorrono tutta la storia italiana, adornate di statue classiche.

Entrare negli Uffizi è come sfogliare un volume di storia dell’arte. Un’ampia pagina della cultura italiana che va da Giotto a Caravaggio, passando per Botticelli e Leonardo. Qui è racchiusa la vera Arte italiana, che trova il più straordinario compimento in quella Primavera e Venere diventate icone capaci di catalizzare l’attenzione di centinaia di visitatori che attoniti osservano la loro maestosità. Sì perché forse quelli del Botticelli sono dipinti la cui fama non tradisce le aspettative. Ma sono tanti gli artisti, prevalentemente toscani, che hanno fatto scuola, influenzando pittori di ogni epoca e nazione.

Per uno studente di storia dell’arte è un’emozione unica trovarsi faccia a faccia con quelle opere che ha visto soltanto sui libri, la materializzazione di un sogno che trova negli Uffizi il più completo compimento.

Ponte Vecchio a Firenze (instagram @marianocervone)

Un suggerimento: Ponte Vecchio visitatelo anche di notte. Le botteghe orafe, con i loro stipiti e porte in legno, sono davvero molto suggestive.

Tra le esperienze gastronomiche da fare, per un turista alla scoperta di Firenze, quella del gelato Buontalenti è un must. Nato, secondo la leggenda, ad opera di Bernando Buontalenti, architetto alla corte dei medici con la passione per la cucina, che lo avrebbe inventato nel ‘500 in occasione del banchetto nuziale di Maria de’ Medici, dando così origine alla nota crema fiorentina a base di zabaione e frutta.

Ultima tappa, per me, è stato il Museo del Duomo, un modo per finire così come ho iniziato, fatto però in un secondo momento. Approfittando della durata di 48ore dalla prima vidimazione del biglietto acquistato on-line, ho deciso di riservarmi per il mio ultimo giorno di permanenza, la visita al Museo del Duomo di Firenze. Una sorpresa, una rivelazione dove antico e contemporaneo coesistono in uno spazio sospeso tra passato e futuro. Bellissima la ricostruzione della facciata originale del Duomo all’interno del museo, dove le sculture originali, preservate dall’incuria del tempo, ritrovano le originarie collocazioni, offrendo ai visitatori una luminosa visione.

Museo del Duomo di Firenze

L’architettura del museo dialoga con la vera Cupola del Brunelleschi, che si mostra inquadrata da un lucernario e alla terrazza, con un allestimento davvero suggestivo avveniristico. Scenica la musealizzazione delle porte del battistero ad opera di Lorenzo Ghiberti e Andrea Pisano, il cui oro risplende in tutta la magnificenza di un viaggio che mi è rimasto nel cuore, e che conquisterà chiunque voglia intraprenderlo.

LIFESTYLE

L’aristocratica Ravenna, tra poesia, storia e arte

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Tomba di Dante

Se in un viaggio ricercate le atmosfere à la Mangia Prega Ama, ma non potete o volete andare a Roma, Ravenna è la città che fa per voi. Sulla ridente costa della riviera romagnola, questa piccola cittadina di quasi 165.000 abitanti, è stata nella sua storia capitale dell’Impero Romano d’Occidente, del Regno degli Ostrogoti e dell’Esarcato Bizantino.

E ricorda proprio una Roma in miniatura, con i suoi palazzi arancio, le osterie storiche lungo viuzze caratteristiche che si fondono e dialogano con le architetture del passato. Sono tanti infatti gli edifici medievali e le rovine che punteggiano questa città, a cominciare dalla tomba di Dante. Il poeta della Divina Commedia riposa in un piccolo tempietto neoclassico coronato da una cupola. Commissionata dal cardinale Luigi Valenti Gonzaga, la cappella fu costruita dall’architetto Camillo Morigia. La tomba si trova nei pressi di un piccolo giardino, oggi chiamato Quadrarco di Braccioforte, dove sarebbero stati svolti i funerali del poeta vate e dove, durante la Seconda Guerra Mondiale, il corpo di Alighieri avrebbe trovato riparo dai bombardamenti sotto un tumulo, ancora oggi visibile e ricordato con una lapide.

La tomba vera e propria consta di un sarcofago di età romana il cui epitaffio, in latino, dettato da Bernardo Canaccio nel 1366, fa riferimento alle opere e alla poetica di Dante.

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Ravenna, strade

Le strade, rifinite da eleganti vestigia medievali, sono le arterie di una città a misura d’uomo, i cui monumenti sono entrati di diritto nel 1996 nella lista dei siti italiani patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, come sito seriale “Monumenti paleocristiani di Ravenna”.

Le sue basiliche, di chiaro influsso orientale, sono un tripudio dell’arte musiva, che fonde la tradizione romana e il gusto bizantino, con figure dalle fattezze esotiche e contenuti di chiara propaganda imperiale.

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Basilica di San Vitale

È forte la presenza del divino tra le mura della Basilica di San Vitale, che avvolge il visitatore in un vortice di spiritualità, tra gli affreschi della cupola e le volte, e la ricca decorazione musiva parietale dell’altare maggiore, dove troneggiano i famosi ritratti di Giustiniano e la sua corte e Teodora e le sue dame.

È una sorpresa il piccolo Mausoleo dell’imperatrice Galla Placidia. L’austerità del laterizio esterno si rivela nella ricchezza interna, lungo le braccia della pianta a croce. Nella decorazione dei mosaici che portano all’interno del sepolcro il cielo stellato d’oriente, figure animali e vegetali che rivestono come una stoffa le forme sinuose delle volute, che avvolgono la lunetta con Cristo raffigurato come il buon pastore.

Il Battistero Neoniano, detto anche degli Ortodossi, è un’imponente struttura che trova nella forma ottagonale il riferimento all’8 che, secondo la numerologia, simboleggia appunto la resurrezione. Al centro della cupola trova posto il battesimo per eccellenza, quello di Cristo ad opera di San Giovanni Battista nelle acque del Giordano. Su Cristo svetta una colomba, personificazione dello Spirito Santo.

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Battistero Neoniano, Ravenna

Lungo questo ideale percorso composto da cinque strutture museali, c’è il Museo e Cappella Arcivescovile, in cui a dominare è il mosaico del Cristo Guerriero, intorno al quale orbitano veri e propri gioielli della curia arcivescovile ravennate.

Ultimo gioiello di questo ideale perimetro d’arte, accessibile con un unico biglietto d’ingresso, è la Basilica di Sant’Apollinare Nuovo, la cui austerità della struttura evapora in un movimento ascensionale che cattura lo sguardo del visitatore che diventa parte del silenzioso corteo delle Sante Vergini sul lato sinistro della navata centrale e dei Santi Martiri.

Da non perdere una visita al Museo Nazionale di Ravenna, le cui collezioni vanno dalle straordinarie ceramiche locali, di Faenza e Ravenna, ad armature lucenti, di combattimenti e giostre. Un gioiello la cui unica pecca sta nel percorso di visita non perfettamente lineare, che disorienta il visitatore tra i due chiostri dell’originaria struttura monacale e una teoria di corridoi che si snodano come un labirinto.

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Basilica di San Francesco, cripta sommersa

Curiosa la Basilica di San Francesco, la cui cripta sotto al presbiterio, risalente al IX-X secolo, è per metà allagata, offrendo l’insolito spettacolo dei resti della decorazione pavimentale completamente sommerso dall’acqua, la cui visione è possibile solo attraverso una piccola finestra. Un po’ lucroso il sistema, che prevede l’introduzione di una moneta da un euro per accendere le luci che consentono la vista della cripta, tra l’imbarazzo di chi paga, indeciso se far valere il proprio diritto occupando la finestra per i minuti dell’illuminazione, con disappunto della fila retrostante, o sentirsi un po’ sciocco per aver pagato lasciando la vista anche a chi segue.

Ravenna è una città aristocratica, da scoprire con la devozione e il rispetto con cui si ascolterebbe una dama medievale che racconta una favola il cui lieto fine è la sua arte.

ART NEWS, LIFESTYLE

Capri: ecco cosa vedere almeno una volta sull’Isola dell’Amore

Una visita a Capri deve rigorosamente iniziare con un viaggio a bordo di un traghetto Caremar.

In piena atmosfera anni ’70 – ’80, i battelli Caremar sono quelli della traversata “lenta”. Un’ora e mezza per passare dalle acque scure di Napoli del Molo Porta Di Massa a quelle limpide dei fondali in pietra capresi, che con il caratteristico colore azzurro-turchese hanno fatto la fortuna e la fama dell’Isola sin dalla notte dei tempi. Non è un caso infatti che l’Imperatore Tiberio la scelse quale dimora, quando decise di allontanarsi da Roma, né che glamour e arte passeggino fianco a fianco per le stradine dell’isola, tra vetrine di corallo e glicini in fior. Era così che la cantava Claudio Villa in un noto brano del 1949, che ancora oggi rappresenta la fedele fotografia di un mondo altro.

Capri Taxi - internettuale
Capri, Taxi

È a bordo di un battello fumoso che ha inizio questo viaggio verso un’altra epoca, dove i TAXI hanno ancora il fascino di vecchie auto decapottabili FIAT dai colori sgargianti. Si respira l’aria salina del mare, mista a quella caliginosa della nave. Si comincia a familiarizzare con i volti degli altri passeggeri, persone che sull’isola ci andranno per un solo giorno o una vacanza, tra la brezza della nave in movimento e le strida dei gabbiani attirati dalle sirene che annunciano la partenza.

Capri veduta terrazza - internettualeIl personale di bordo è discreto, impercettibile, se si esclude la sola convalida del biglietto all’imbarco. La traversata è un piacere per i sensi: ci si sente appagati osservando la costa napoletana che si allontana, la sagoma rossa del faro del Molo Beverello, la statua di San Gennaro che sembra salutare i passanti che vanno e vengono dal porto della città.

E se si desidera appagare anche il proprio palato, è possibile farlo in perfetto stile napoletano, gustando uno squisito caffè Toraldo al bar di bordo, osservando il mare dalle ampie finestre.

Particolarmente estiva la schiera di divanetti sotto coperta, dalle nuance fredde che vanno dal blu cobalto al turchese, disseminata su di una moquette dello stesso colore tipica degli anni ’80.

A terra Capri è caos, colori, creatività. Tassì che chiamano a gran voce, autobus affollati, code per la funicolare. La gente si confonde tra i negozi di souvenir e le strade che portano alla mitica piazzetta, icona dell’isola in tutto il mondo.
Capri orologio - internettualeBisogna camminare per quasi un chilometro in salita, se si decide di escludere la Funicolare, inerpicandosi tra le stradine scoscese dell’isola, quelle delle ville dalle porte colorate e dai giardini dal gusto esotico, per arrivare a Piazza Umberto, la “piazzetta”, come la chiamano tutti, vera icona dell’isola in tutto il mondo, con i suoi ombrelloni, i tavolini dei caffè alla moda e le piccole boutique dei grandi brand del lusso.

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I Giardini di Augusto, maioliche

Se a Capri tutto è lusso e proibitivo, vedere i Faraglioni, scoglioni nel mare vero monumento naturale, non è mai stato così economico: basta proseguire verso i Giardini di Augusto, e per un solo euro si avrà tutta l’isola ai propri piedi.

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Via Krupp, Capri

Dedicati suggestivamente all’Imperatore romano, la creazione di questo piccolo parco cittadino risale in realtà al XX secolo, quando Friedrich Alfred Krupp acquista il terreno con l’intenzione, mai realizzata, di costruirvi una villa. Oggi i giardini offrono un vero e proprio compendio di tutta la flora dell’isola, e ne consentono una visione a 360 gradi: dagli imponenti Faraglioni, stagliati nel mare, alle spiagge e gli yatch, passando per la sinuosa Via Krupp, che ancora porta il nome dell’industriale tedesco che dà ad un’altra spiaggia dell’isola su Marina Piccola.

Le botteghe delle porcellane dipinte a mano sono una gioia per gli occhi: dalle vivaci e variopinte ceramiche di Vietri, a quelle opache e calde di Caltagirone, passando per le finissime creazioni di Capodimonte, ci si può perdere avvolti dalle forme e i colori di queste straordinarie opere d’arte.

Se invece siede preda della “sindrome di Proust” e, come lo scrittore con le sue amate madeleine, volete ricordare Capri attraverso il suo profumo, allora una fragranza Carthusia è la scelta giusta. Secondo la storia della maison di profumi capresi, nel 1948 il Priore della Certosa di San Giacomo, su licenza del Papa, ritrova le vecchie formule dei profumi, svelandole ad un chimico piemontese che fondò un piccolo laboratorio che, in onore della Certosa, chiamò appunto Carthusia. Se la tradizione e il logo liberty creato da Mario Laboccetta sono rimaste invariate, Carthusia ha saputo evolversi nel tempo, diventando un’azienda competitiva, e trasformandosi in un brand che, memore delle sue origini, continua ad innovarsi nel segno della contemporaneità.

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Certosa di San Giacomo, dai Giardini di Augusto

Tra gli edifici architettonici più famosi di Capri, la Certosa di San Giacomo è senza dubbio la più caratteristica. Costruita nella metà del 1300, grazie al Conte Giacomo Arcucci, è un edificio in stile romanico contraddistinto dalla clausura del monastero annesso. Grazie al benestare della Regina Giovanna, il monastero e i monaci certosini continuarono a godere dei propri privilegi nonostante le vicende che dal XIV al XVI secolo segnarono il Regno di Napoli.

Nel XIX secolo Giacchino Murat ne confisca tutti i beni e dopo la seconda guerra mondiale i canonici vengono allontanati. Dal 1975 è sede del museo dedicato a Karl Wilhelm Diefenbach, pittore morto sull’isola nel 1913.

Per gli amanti della storia dell’arte invece Villa Jovis sarà una tappa obbligata: situata sulla vetta del Monte Tiberio, si tratta di un’antica domus romana del I secolo, dove l’imperatore Tiberio continuò a governare l’Impero Romano per ben undici anni, facendo, di fatto, di questa piccola isola la guida dell’Impero Romano, e per noi posteri un luogo d’incanto che continua da secoli a farci sognare.