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Katy Perry torna con “Witness”, tra elettronica e dance. Ecco com’è

Katy Perry è tornata e cambia pelle, dimostrando di essere un vero cavallo di razza, che va oltre il fenomeno musicale del momento o il colpo di fortuna. Lei, che nel 2011 ha eguagliato il primato di Michael Jackson in 53anni di storia delle classifiche americane, diventando la seconda artista (e la prima donna) ad aver avuto ben cinque canzoni nella top-chart estratte da un unico album, Teenage Dream.

A quattro anni dal fortunatissimo PRISM, la cantante di Santa Barbara ritorna adesso con WITNESS, testimone, e c’è già chi grida al capolavoro, a dispetto dei primi singoli estratti non proprio fortunatissimi.

Che la Perry avesse intenzione di cambiare sound, l’avevamo intuito già lo scorso febbraio, quando ritornò un po’ a sorpresa con Chained to the Rhythm, brano in collaborazione con Skip Marley che vira verso un’elettronica più matura e meno commerciale. Ma il pezzo si ferma soltanto alla numero 4. Per correre ai ripari la cantante ha provato a rimediare con Bon Appétit, altro singolo, altra collaborazione: questa volta c’è il gruppo hip hop Migos, continuando ad indagare quelle sonorità elettroniche, a tratti lounge, che caratterizzano un po’ tutto questo nuovo lavoro dell’artista, ma la ricezione è persino peggiore e il singolo si arena addirittura al 59esimo posto in classifica.

Lo scorso maggio invece è stata la volta di Swish Swish (a mio avviso tra i migliori pezzi) in cui gioca la carta della rapper che da Bionic di Christina Aguilera a David Guetta ha provato a salvare la carriera a tanti big e non con collaborazioni e sperimentazioni non sempre riuscite, ma musicalmente interessanti, Nicki Minaj. Il brano è un campionamento di Star 69 dei Fatboy Slim. Scritto dalla stessa Perry è prodotto dal DJ Duke Dumont, la cui impronta vagamente dance è fortissima.

Il pezzo ha un’accoglienza migliore nelle chart dance, arrivando al settimo posto, non abbastanza tuttavia da scalare i posti alti nella classifica generale.

Ma Witness, composto da ben 15 tracce nella versione standard, potrebbe ancora riservare qualche sorpresa, a cominciare dalle ipnotiche Roulette e Déjà Vu.

Da tenere d’occhio Bigger than me e Save as Draft, in cui ritornano le sonorità del singolo del passato inverno, Rise, e lo spirito combattivo dell’artista che chiude questo lavoro con un’intensa ballad, Into me you see.

artwork di copertina di WITNESS di Katy Perry

E se come me vi siete chiesti il perché di una copertina in cui l’artista si copre gli occhi e guarda con la bocca, sappiate che dell’artwork la cantante ha detto: «La musica mi ha permesso di viaggiare, ha rieducato la mia mente e ha cambiato la mia prospettiva su tante cose. La mia educazione e la mia coscienza vengono dalla mia voce, ed esattamente così che io vedo, ed è ciò che oggi testimonio a voi e ciò che voi testimoniate a me. Ed è per questo motivo che l’occhio è nella mia bocca».

CINEMA, LIBRI

Napoli protagonista della serie tratta da “L’Amica geniale” di Elena Ferrante

Probabilmente i suoi libri hanno destato scalpore più per la sua identità di scrittrice, nascosta ai più, che per la trama in sé. Sto parlando di Elena Ferrante, che dal 2011 ad oggi è in testa alle classifiche di vendita di tutto il mondo con la saga de L’Amica geniale (edizioni e/o), senza tuttavia aver mai rivelato il suo vero nome.

Divisa in due parti, infanzia e adolescenza, la storia dei romanzi percorre la vita di due bambine, le due amiche Elena Greco e Raffaella Cerullo, che inizia nella Napoli dei primi anni ’50. L’una povera, figlia di un umile calzolaio, costretta ad interrompere gli studi; l’altra, Elena, figlia di un usciere comunale, riesce invece ad arrivare fino al liceo. Entrambe le ragazzine si mostrano insofferenti alle regole del “rione” in cui vivono, e spesso le loro vite si ritroveranno ad intrecciarsi fino al matrimonio di Lila, Raffaella, che chiude il primo capitolo della quadrilogia letteraria.

La copertina del libro “L’amica geniale” di Elena Ferrante

A far da contorno alle vicende delle due protagoniste, tanti scorci e usanze di Napoli, che nel volume, sin dalla copertina, si fa quasi silenziosa terza protagonista, dalle miserie del dopoguerra fino ad una timida ripresa economica negli anni del boom, vessata dalla malavita organizzata.

Un racconto che si fa quello di una intera città, e che diventerà una serie televisiva. Lo annuncia oggi l’ANSA, sulle cui pagine si legge che si sono aperti i casting a Napoli per ricercare le due bambine protagoniste della serie che sarà diretta da Saverio Costanzo.

L’inizio delle riprese è previsto per questa estate. Le location non sono ancora state confermate dalla Film Commission Campania, che si augura possano svolgersi tutte a Napoli, e se ciò dovesse trovare conferma, il capoluogo partenopeo si trasformerà in un vero e proprio set a cielo aperto quest’anno, poiché protagonista anche delle riprese di Napoli Velata, il nuovo film che il regista Ferzan Ozpetek inizierà a girare subito dopo la promozione di Rosso Istanbul ora nelle sale.

Titolo internazionale di quest’opera è The Neapolitan Novels, prodotta dalla Fandango e Wildside insieme ad altri partner stranieri.

Ad occuparsi dei casting sarà Laura Muccino che, come cognome suggerisce, è sorella dei ben più noti Muccino registi, e che in questi giorni sarà alla ricerca delle bambine che daranno il volto alle protagoniste del romanzo.

Un progetto di ampio respiro che è riuscito a destare l’attenzione anche delle autorevoli pagine del New York Times dal quale si apprende che la serie si suddividerà in quattro stagioni, così come i volumi della Ferrante, ogni stagione consterà di otto episodi, per un totale di trentadue puntate da cinquanta minuti ciascuna, e coprirà un arco temporale che va dal secondo dopoguerra agli inizi degli anni 2000.

Insieme a Francesco Piccolo e Laura Paolucci ci sarebbe anche la misteriosa Elena Ferrante a collaborare alla stesura della sceneggiatura.

Ancora poco si sa sulla messa in onda dello sceneggiato, che potrebbe arrivare sugli schermi Rai già nel 2018, e rappresenterebbe per Napoli una delle più grandi produzioni degli ultimi anni.

Un’ottima cosa per Napoli, reduce dal successo della fiction poliziesca I Bastardi di Pizzofalcone, che ha battezzato il turismo “cinematografico” alla volta delle location che hanno fatto da sfondo alle avventure del commissario Lojacono e i suoi agenti.

Con questa nuova produzione, che sarà trasmessa anche all’estero, potrebbe incrementarsi il turismo nella città di Partenope, che torna ad essere grande protagonista di arte, cultura, letteratura e cinema.

ART NEWS

La bellezza delle donne imperfette: la grande lezione arriva dal Calendario Pirelli

Un tempo icona di bellezza e perfezione, il Calendario Pirelli è cambiato insieme alle donne che ogni anno rende immortali attraverso le sue eleganti foto.

Tendenza e spesso vera e propria fucina di nuovi e giovanissimi volti, ha visto negli anni posare per i suoi mesi bellezze ormai agée come l’attrice Sophia Loren e Patti Smith, che hanno dimostrato al mondo con i loro volti, lo charme e una maggiore consapevolezza di sé che la vera bellezza non ha età.

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Nicole Kidman, Calendario Pirelli 2017

E a giudicare dalle donne scelte per il 2017 ormai alle porte, deve essere ancora questo il concept che anima questa 53esima edizione: Nicole Kidman e Helen Mirren, Charlotte Rampling e Kate Winslet, Julianne Moore e Jessica Chastain. Donne bellissime, certo, ma lontane anni luce dalle filiformi ragazzine e modelle degli anni ’90 che facevano impallidire le donne e incantare gli uomini.

Oggi The Cal non è più soltanto una narcisistica ricerca di perfezione di cui far dono a selezionati clienti dell’omonima azienda di pneumatici italiana, ma una raffinata pagina di denuncia sociale.

Se i più maliziosi penseranno che sia facile per chiunque oggi posare con i ritocchi di Photoshop, sappiate che non è così. Firmato per la quarta volta da Peter Lindbergh, che ritorna dietro la macchina fotografica da solo dopo la speciale edizione per il cinquantenario con Patrick Demarchelier del 2014, racconta con coraggio queste donne del cinema senza gli artifizi del computer né quelli del make-up, mostrando ogni ruga, ogni bozzo, ogni segno del tempo che non è riuscito a scalfire il fascino di donne sempre bellissime.

Ci aveva già provato Monica Bellucci, che da una copertina di ELLE denunciava il troppo uso di Photoshop. L’aveva fatto Cindy Crawford, la bellissima topmodel degli anni ’90, che a cinquant’anni esatti ha sfidato le convenzioni posando in lingerie su Marie Claire senza l’aiuto digitale dei click, incurante di mostrare una pancia non più tonica o la pelle a buccia d’arancia.

In un’epoca di app, filtri, ritocchi a limite dell’umano e veri e propri abomini fotografici, il Calendario Pirelli insegna alle donne ad amarsi per quello che si è, e ad accettare il passare degli anni con serenità, senza rincorrere quell’eterna quanto innaturale giovinezza.

Il Calendario Pirelli dà così una lezione a tutte le donne e, in un momento storico come il nostro in cui persino il ritocco fotografico si è fatto democratico e alla portata di tutti, dice a gran forza che la vera ribellione oggi è quella di essere normali. A qualsiasi età.

Per maggiori informazioni:

http://pirellicalendar.pirelli.com/it/home

CINEMA

Emily Blunt al cinema con La ragazza del Treno

Caso letterario dell’estate 2015, La ragazza del treno di Paula Hawkins arriva adesso al cinema con il volto di Emily Blunt diretto da Tate Taylor, già regista dell’acclamata trasposizione cinematografica The Help.

emily-blunt-in-la-ragazza-del-treno-promo-2016-internettualeLa storia è quella di Rachel, giovane donna affetta da alcolismo, che guarda i Bennett dal finestrino del treno che tutti i giorni la conduce a New York. All’inizio per lei, con un doloroso divorzio alle spalle, è l’inconscia identificazione in quella che apparentemente è la famiglia perfetta. Pian piano il quotidiano voyerismo distratto diventa morboso, si fa ossessivo, fino a voler scendere dal treno e andare oltre la sfuggente visione dal vetro di un vagone.

È lì che comincia il vero viaggio di Rachel, che si ritrova ad affrontare la scomparsa della donna che segretamente spiava e i demoni di una separazione che proprio fatica ad accettare.

Il film di Taylor travolge lentamente il lettore nel vortice dell’alcolismo della protagonista, proiettandolo in una realtà confusa, dove ricordi e percezioni non sono quello che in realtà sembrano, come in un’escalation fino al momento del black-out.

Emily Blunt dà anima, ma soprattutto corpo, ad un personaggio complesso, non necessariamente positivo, ma che è in cerca di redenzione e di sé stessa, e di quella consapevolezza di vivere che l’alcol stancamente le strappa via a poco a poco.

Sono tanti i volti noti che orbitano intorno alla Blunt: dall’amica Cathy, Laura Prepon volto di Orange is the New Black, al cameo di Lisa Kudrow, indimenticabile Phoebe del serial Friends.

emily-blunt-in-la-ragazza-del-treno-2016Un film atipico, inizialmente sconnesso, non di facile impatto, Nella prima parte lo spettatore stenta un po’ a comprendere l’intreccio di vite che danno origine a quella che è una storia banale, ma non scontata, anomala nella narrazione delle voci che, come le storie, si sovrappongono restituendo diversi punti di vista sul focus finale.

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riedizione del romanzo di Paula Hawkins per Piemme editore

La ragazza del treno è un film che senza troppe pretese cavalca l’onda del caso letterario che l’ha generato e arriva al cinema esattamente dodici mesi dopo il best seller mondiale da cui ne è tratto, ottimo per una serata al cinema all’insegna dell’adrenalina e dell’indagine, anche psicologica.

MUSICA

Ecco “le migliori” di Mina e Celentano

Mina e Celentano ritornano con Le migliori. A quasi vent’anni dal loro primo album di duetti, era il 1998 quando uscì Mina Celentano, la Tigre di Cremona e il Molleggiato presentano questo secondo lavoro discografico in tandem, che, tra indiscrezioni e rinvii, i fan hanno aspettato oltre un anno. Niente paperini questa volta, nessuna versione cartoon simil fumetto-Disney. I due cantanti ci mettono la faccia, e poco importa se è frutto di Photoshop, perché lo fanno a loro istrionico e ironico modo, un po’ provocatorio, apparendo in copertina a metà strada tra mannequin e entraineuse. Sì, perché è probabilmente questo il senso di quest’album. Come “prostitute” musicali, le dodici nuove canzoni del disco devono essere di tutti e andare con tutti. Dev’essere questo il messaggio che segretamente lega copertina e titolo, trasformandosi in colpo di genio. E a giudicare da un primo ascolto la mission è decisamente riuscita.

mina-celentano-le-migliori-album-cover-copertina-recensione-internettualeAnticipato dalla spagnoleggiante Amami qualche settimana fa, l’album è uscito ieri, ed è subito una sorpresa. Sì, perché se il lead-single strizzava l’occhio a quella radiofonica strategia commerciale, gli altri brani invece sono la naturale evoluzione di due percorsi musicali che ritornano ad intersecarsi. Se il brano Acqua e sale era specchio fedele degli anni ’90, con Le migliori Mina e Celentano si rinnovano, pur restando fedeli a sé stessi.

E loro, che hanno cantato alcune tra le più belle canzoni d’amore della musica italiana, non potevano che celebrare ancora questo nobile sentimento anche in nuovo lavoro, come dimostrano le ballad È l’amore, Se mi ami davvero, Ti lascio amore, in cui i due interpreti giocano con il ritmo, i vocoder, le influenze latineggianti e velati omaggi alla canzone italiana.

Un album che non ha paura di sperimentare, sfociando persino nel reggae travolgente di Ma che ci faccio qui. Bellissima la rarefatta ballad Sono le tre.

Formula che vince insomma non si cambia: come nel loro primo lavoro insieme anche in questo album trovano posto delle tracce soliste, in cui vengono fuori le loro anime. La voce di denuncia di Celentano ritrova il tema della guerra ne Il bambino col fucile, cantando gli orrori dei bambini-soldato. Temi, questi, che sono stato il filo conduttore dell’artista dei suoi ultimi concerti all’Arena di Verona.

Mina invece ritrova la sua vena un po’ malinconica, che da Veleno (2002) caratterizza la sua voce e la sofferenza di testi che parlano di amori spesso tormentati, con il brano Quando la smetterò, in cui la voce è nuda, scevra da artifizi elettronici, accompagnata solo dal pianoforte.

Bellissimi gli ultimi duetti che chiudono una tracklist perfetta: Come un diamante nascosto nella neve, brano dal ritornello orecchiabile, ma dal testo non banale, e il remix di Prisencolinensinainciusol, omaggio ad un grande successo di Celentano del 1972, in cui Adriano parodiava l’allora nascente moda della musica angloamericana con una lingua inventata, che qui incontra la produzione di Benny Benassi e il featuring d’eccezione di Mina.

Ma aspettate a fiondarvi a comprarlo. Secondo alcune indiscrezioni, l’album potrebbe avere a breve una seconda edizione natalizia, che includerà due nuovi inediti, forse due brani composti da Caparezza e Giuliano Sangiorgi, oltre che al primo album di duetti del 1998.

Con questo lavoro i due cantanti italiani hanno dimostrato alle nuove generazioni che si può essere musicalmente all’avanguardia e al tempo stesso sperimentare nuovi sound senza per questo snaturarsi, con la classe, e forse la consapevolezza, di essere due numeri uno che, non paghi di aver già fatto la storia della musica, hanno ancora voglia di riscriverla.

LIBRI

Yeong-hye, la donna che vuole diventare una pianta

La vegetariana«Yeong-hye è una donna che si vuole trasformare in una pianta e rifiuta la razza umana». È così che Han Kang, raggiunta dall’agenzia italiana ANSA, parla del suo romanzo, La Vegetariana, edito in Italia da Adelphi, nella traduzione di Milena Zemira Ciccimarra.

Il libro, scelto tra ben 155 lavori editoriali, ha vinto il Man Booker International Prize 2016, per la sua “potenza e originalità indimenticabili”, raggiungendo con successo anche il nostro Paese.

«In Corea – spiega la scrittrice all’agenzia di stampa – essere vegetariani è considerato strano, non è molto frequente» tuttavia, prosegue la scrittrice coreana «non è considerata invece una cosa strana quella di trasformarsi in qualcosa di diverso da un essere umano. Si può essere stati un uccello nella vita precedente e ci si chiede cosa si potrà essere nella vita futura. Nel caso di Yeong-hye la situazione è differente perché lei vuole trasformarsi in un’altra cosa rispetto a quello che è nella sua vita adesso».

La sua protagonista è una donna comune, una moglie rispettosa ed ubbidiente, di una persona comune. Una di quelle tipiche donne da cui, leggendo, quasi non ci si aspetta nulla.

L’embrione del cambiamento si insinua nella mente di Yeong-hye dopo aver fatto uno strano sogno di sangue e boschi scuri. Da quel momento la donna non mangia carne e si rifiuta di cucinarla, nutrendosi di soli vegetali.

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Han Kang, foto del New York Times, maggio 2016

Leggendo le pagine della Kang, realtà e finzione si mescolano in un mondo indefinito dove è difficile distinguere ciò che è vero da ciò che invece è frutto dell’immaginazione. Yeong-hye si immerge lentamente in un mondo onirico, e il lettore con lei, allontanandosi pian piano dalla realtà.

È terribile la reazione del marito all’astrazione mentale e fisica della donna, che arriva fino al sadismo sessuale.

Un libro fatto di fiaba e sogni, che Han Kang, 46 anni, ci descrive in tre atti: «C’è un racconto breve coreano, non una fiaba, che parla di un uomo che torna a casa e si trova davanti a una miriade di piante e fiori e parla con loro, cerca attraverso questo contatto la pace interiore. Ma è l’universo onirico a essere determinante. Anche nella terza sezione la narratrice, che è la sorella della protagonista, fa riferimento al sogno e al fatto che occorrerà risvegliarsi».

La Kang ritornerà in libreria, sempre per Adelphi, con Human Acts che uscirà nel 2018. Nel frattempo la scrittrice prosegue il suo lavoro di ricerca, introspezione, scrittura, lavorando su di un trittico incentrato su persone alla ricerca della propria dignità nel mondo contemporaneo.

Figlia dello scrittore Han Seungwon, la Kang è molto sensibile all’attuale condizione degli artisti nella Corea del Sud: «È venuta alla luce una lista nera di artisti, scrittori, registi, controllati dal governo, che si oppongono all’attuale regime. È stato un vero shock. Ci vorrà molto tempo perché cambi qualcosa».

MUSICA

Lady Gaga spiazza tutti: “Joanne”, così diverso da ciò che pensi

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Lady Gaga, Joanne cover (2016)

Dimenticate il pop di Pokerface, i fasti di Bad Romance o il kitsch di Applause. Lady Gaga è tornata con Joanne, e il suo quarto album da studio è totale rottura con il passato. Ad un primo ascolto delle undici tracce della standard edition infatti Lady Gaga è più rock e meno pop.

Miss Germanotta ha sostituito parrucconi e occhialoni con jeans strappati e codino, e torna questa volta con un sound più ruvido, grezzo, a tratti country. Un sound asciutto, con meno orpelli, una naturale evoluzione che i suoi fan avevano appena percepito con il singolo Yoü and I, tratto da Born this way nel 2011.

Lo dimostra il brano Million reasons, ballad acustica con cui Gaga ha provato a correggere il tiro del poco fortunato Perfect Illusion, lead single dell’album, pubblicato lo scorso settembre, che ha il triste primato per la cantante di essere il primo brano ad aver mancato la top ten.

Ma sono tanti invece i brani che muovono i passi dal primo singolo, che mostrano l’anima più aggressiva dell’artista. A cominciare da Diamond Heart, che apre la tracklist.

Strizza l’occhio al country la titletrack, Joanne, una delle tracce più personali, che conferma quanto questo disco, a differenza dei precedenti, sia un lavoro più intimo, autobiografico, in cui Gaga parla di se stessa, della sua famiglia, dei suoi sentimenti.

Tra i pezzi più radiofonici c’è Dancin’ in circles, che strizza un po’ l’occhio all’ultima Sia, con un ritmo dal retrogusto orientaleggiante, ed è forse uno dei brani migliori del disco.

Ma il meglio di sé Germanotta lo dà nelle tracce che chiudono questo lavoro, come Sinner’s Prayer e Come to Mama, più orecchiabili dei brani in apertura.

Ricorda le ballad anni ’80 Hey Girl. A chiudere questo lavoro atipico, l’intensa Angel Down.

Il disco mette momentaneamente da parte lustrini e provocazioni, e mostra un’artista matura che, a otto anni dal suo debutto, ha voglia di sperimentare con immutato entusiasmo. Forse, a differenza dei suoi lavori precedenti è meno radiofonico, e non avrà molta eco nei club e nelle classifiche, ma Lady Gaga ha comunque voglia di dimostrare che oltre le provocazioni c’è molto di più.

MUSICA

ZHU pubblica “Generationwhy”, la colonna sonora perfetta per i party di fine estate

Ancora poco noto nel nostro paese, ZHU, classe 1989, è un promettente cantante, musicista e produttore discografico statunitense. Dopo aver riscosso un notevole successo con il singolo Faded nel 2014, torna adesso con l’album d’esordio Generationwhy per Columbia Records.

Quattordici tracce elettroniche, con influenze anni ’70 e ’80 soprattutto, a metà tra pezzi strumentali e brani cantati, che rappresentano la perfetta colonna sonora per l’estate o per un party in piscina. Lo si intuisce dal sound, a tratti lounge, di brani come Palm of my hand, in cui il produttore cino-americano cita Samba pa ti di Santana, rivisitandola in un onirico piano che si fonde con i sintetizzatori e le vocalist, rimandando addirittura a Enigma nel parlato in francese e in un sax di fondo che ci fa viaggiare fino agli anni ’90.

Un sound ballabile, che ti fa venire voglia d’estate, di luccichii e aperitivi, come i brani Numb, Money o In the morning, il cui testo è una citazione del brano Touch me del 2001 del DJ portoghese Rui da Silva.

È colta invece la citazione dell’intro che riportano le parole e la voce della poetessa americana Maya Angelou.

Ricorda quasi un pezzo da backstage di haute couture o uno spot per la bella stagione la titletrack Generationwhy, dal ritornello orecchiabile, il messaggio chiaro, we are people of this generation, apparteniamo a questa generazione, e l’arrangiamento di grande impatto che molto mutua dagli anni ’80.

Sensuale e fresco il brano Good life, così come il ballabile Hometown Girl, tra i pochi brani interamente cantato con l’uncredited di Jaymes Young.

ZHU è un produttore aperto alla collaborazione, che nei suoi pezzi non disdegna i cori di Nikola Rachelle Bedingfield per il pezzo Reaching.

Pezzi deep-house, ipnotici, con influenze e forme musicali che si fondono in un unico album omogeneo ma non per questo noioso.

MUSICA

Adele incanta l’Arena di Verona

Più tragica della tragedia shakespeariana di Romeo e Giulietta a Verona poteva esserci soltanto lei, Adele, Nostra Signora delle Lacrime, che nel suo mini-tour italiano all’Arena di Verona il 28 e 29 maggio ha emozionato e commosso i quindicimila spettatori accorsi da ogni dove per ascoltare la sua voce. La cantante britannica è in giro per il mondo con il tour a supporto del suo ultimo album da studio, 25, ed è proprio da quest’ultimo che parte la sua tappa italiana, da quella Hello, primo singolo estratto, diventato in poche settimane un vero e proprio fenomeno social e di vendite, ma anche di critica. Sì, perché Adele, tanto amata dai suoi fan, è anche osannata dalla critica.

E se nei suoi testi sa essere introspettiva, cupa, malinconica, quasi “triste”, costringendo anche il più cinico dei presenti a piangere, nella vita reale invece si diverte e sa divertire il suo pubblico, con aneddoti divertenti e con una energia e solarità che forse non t’aspetti.

È ironica e autoironica, ha saputo interagire con il pubblico e ha definito il suo concerto una grande “sessione di pianto”.

La scaletta prosegue con Rumor has it, ennesimo successo, questa volta da 21, l’album che nel 2011 è polverizzato ogni record vendendo quasi trenta milioni di copie e restando in classifica per oltre un anno.

Tanti i riconoscimenti per la 28enne londinese, dai suoi sei Grammy all’Oscar vinto per Skyfall, colonna sonora dell’omonimo film di 007 del 2012, che ha eseguito chiedendo quanti fossero i fan del noto agente segreto inglese.

A chiudere il concerto una inedita parentesi acustica di brani Million Years, Don’t You Remember e Love in The Dark.

Estasiati i fan che hanno chiesto i bis di quelli che sono i successi più grandi di sempre, Rolling in the deep e Someone like you.

MUSICA

“Dangerous Woman” di Ariana Grande è il miglior disco del 2016: ecco perché

Ariana Grande Dangerous Woman album cover - internettualeSi intitola Dangerous Woman, in uscita domani, il nuovo album di Ariana Grande, che torna con questa nuova raccolta di inediti a due anni dal successo di My Everything. Anticipato dal singolo Focus, quando ancora il progetto si chiamava Moonlight, il disco è stato ribattezzato in corso d’opera prendendo il nome dalla titletrack lanciata come singolo lo scorso marzo. Perché è proprio questo che la cantante di origini italiane adesso vuole dimostrare di essere ai suoi fan, una donna pericolosa. Donna sì, perché alla soglia dei ventitré anni vuole uscire dall’orbita delle teen idol, per tentare di proiettarsi nel firmamento delle artiste che contano davvero. E le premesse in questo nuovo lavoro ci sono tutte, non solo perché la Grande, spesso paragonata a Mariah Carey, è una delle migliori voci emergenti, ma anche, e forse soprattutto, perché Dangerous Woman è senza dubbio l’album della svolta, quello della maturità artistica di cui il disco precedente era solo il preludio.

Quaranta minuti di musica che si suddividono nelle quindici tracce della Deluxe Edition, che spaziano dal Pop all’R&B. Ad aprire il disco c’è proprio la ballad Moonlight, calda, avvolgente, sofisticata, ma probabilmente non abbastanza aggressiva e per questo relegata a mera traccia, che tuttavia con il suo ritornello orecchiabile arriva al primo ascolto.

È in brani R&B come Let me love you (in coppia con Lil Wayne), o quelli che strizzano l’occhio al pop, come Be Alright, che è impossibile non pensare, ascoltandola, alla Mariah degli anni ’90, con suadente voce in falsetto e cori che accompagnano un ritmo irresistibile. Ma è in brani come Into you che la vera Ariana viene fuori.

Prodotto, tra gli altri, dal Re Mida della musica statunitense, Max Martin, il disco trova il suo apice in uno dei pezzi migliori del disco, Leave me Lonely, in cui l’artista sfodera la potenza della sua voce limpida, duettando con la voce graffiante di Macy Gray.

La sensualissima in Touch it, in chiusura, è la chiara dimostrazione che Ariana pericolosa lo è davvero, ma, soprattutto che è una donna che sa mettersi in gioco e vincere. Dangerous Woman è infatti un florilegio di potenziali singoli, con brani di altissima qualità che ne fanno uno degli album migliori del 2016, e di Ariana (la) Grande erede di Mariah Carey.