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Il primo altare di San Pietro si trova a Napoli

Napoli riesce a riservare sempre delle sorprese anche a chi come me la conosce bene o sta imparando a conoscerla. Potrà capitarvi infatti, percorrendo Corso Umberto I, di imbattervi nella Chiesa di San Pietro ad Aram.

Questa basilica è nota perché, secondo la tradizione, custodirebbe l’Ara Petri, l’altare dell’apostolo Pietro, primo pontefice della cristianità, dal quale, durante la sua venuta a Napoli, avrebbe convertito i primi cristiani.

Un reperto, una vera e propria reliquia, questa, importantissima per la comunità, ed un nuovo primato per la città di Napoli che dunque nella storia sarebbe stata anche importante centro di culto cristiano.

Secondo la tradizione infatti Pietro, proveniente da Antioca e diretto a Roma, avrebbe fatto una sosta a Napoli. Qui avrebbe incontrato una donna di nome Candida, pagana, gravemente ammalata, che implorò il santo di guarirla. Pietro riuscì a compiere il miracolo e la donna allora lo condusse da un certo Aspreno, ammalato anch’egli che, grazie al vicario di Cristo, riuscì a trovare la salvezza.

I due pagani si convertirono così al cristianesimo, e fu tanto l’ardore che Pietro nominò Aspreno primo vescovo di Napoli.

La cosiddetta Ara Petri, dove San Pietro avrebbe pregato e celebrato, sarebbe stata custodita da Aspreno prima in una piccola edicola, e poi all’interno della stessa basilica dove ancora oggi è visibile.

la Chiesa di San Pietro ad Aram a Napoli

L’altare si trova nel vestibolo della chiesa, in quello che è di fatto l’ingresso principale della basilica, ed è sormontato da un affresco rinascimentale e da un grande baldacchino, addossato ad una parete.

L’accesso alla basilica è attraverso un ingresso secondario, una piccola porticina in legno e vetro che quasi nasconde le dimensioni di questo monumentale edificio, e dà sul lato lungo della navata centrale. Si prova un vero e proprio senso di smarrimento, osservandone la cupola, il biancore delle sue pareti, l’estensione, lo straordinario organo a canne che troneggia dall’alto della cantoria dell’altare maggiore.

Un coro di frati fa da sottofondo a questo complesso di grande suggestione, dove un tempo sorgeva una costruzione paleocristiana, in cui si celebrava il culto delle anime del Purgatorio, particolarmente sentito a Napoli se si considera l’omonima Chiesa delle Anime del Purgatorio ad Arco o lo stesso Cimitero delle Fontanelle.

Al complesso era originariamente annesso un chiostro, demolito verso la metà del XIX secolo, durante il “Risanamento” della città, per fare spazio al Rettifilo (Corso Umberto I). Il chiostro era uno degli esempi di architettura rinascimentale partenopea, di cui oggi parte delle colonne dell’ambulacro furono trasferite nella Chiesa di Sant’Aspreno al Porto.

Il piccolo altare è stato il cuore della cristianità partenopea, dove l’apostolo ha dato inizio al suo lungo percorso di evangelizzazione che porterà alla fondazione della Santa Romana Chiesa. È in questo luogo che l’apostolo celebrò le prime messe rinnovando il culto dell’eucarestia, e dando inizio alla canonizzazione di quella che sarà la liturgia.

La Basilica di San Pietro ad Aram ospita tra gli altri delle bellissime opere di Luca Giordano.

Mi stupisce che un luogo di tale importanza spirituale sia distante anni luce dalle folle oceaniche che invece investono altri e ben più noti luoghi e, benché apprezzi la pace interiore che solo un posto come questo sa dare, mi dispiace notare che sia per lo più ignoto al grande pubblico.

La Chiesa è di certo un sito da scoprire e riscoprire, non solo per sentirsi più vicini alla conversione e rinascita spirituale e cristiana, ma per restare affascinati da così tanta ieratica bellezza.

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I Longobardi, un popolo che cambia la storia. Al MANN fino al 25 marzo

Per chiudere in bellezza l’anno appena passato, ho deciso di vedere la mostra i Longobardi, al Museo Archeologico Nazionale di Napoli fino al prossimo 25 marzo. Una rassegna itinerante, questa, che fa tappa a Napoli dopo l’esposizione pavese al Castello Visconteo.

Longobardi. Un popolo che cambia, questo il titolo completo della rassegna, apre un’ampia parentesi monografica su questa dinastia che ha dominato il nostro paese dal II al VI secolo d.C e sulla sua evoluzione nel corso dei secoli.

Una mostra storico-artistica nel senso più ampio di questa accezione, che ripercorre non soltanto la grande maestria artigianale di questa popolazione di origine germanica, ma anche il percorso geografico che dal nord dell’Italia ha portato alla conquista anche dell’entroterra meridionale del nostro Paese.

Allestita al primo piano del museo napoletano con un allestimento che, benché bellissimo, tanto ha tolto alla pavimentazione messa in opera proveniente dall’antica Pompei.

Una ricostruzione di ampio respiro, questa, che vede lungo il suo percorso corredi funerari, monili preziosi e persino carcasse di cavalli.

I reperti sono accompagnati da video-installazioni cui sono affidate le pagine storiche della mostra, che restituiscono ricostruzioni anche tridimensionali di siti e luoghi, mostrando minuziosamente, usi, costumi e percorsi lungo la nostra penisola.

Mariano Cervone alla mostra I Longobardi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Spade, spilloni, spille, fibbie, ma anche abiti e oggetti in pelle. Sono tanti e variegati gli oggetti che è possibile vedere attraverso le eleganti vetrine esagonali, che sposano i colori del verde e dell’arancio a motivi geometrici.

Non mancano teschi e incunaboli, con approfondimenti che vanno dall’antropologia alla cultura.

Ciò che sorprende più di ogni altra cosa è l’estensione di questa rassegna, in cui trovano posto anche epigrafi e fregi ornamentali, marmi in cui era scolpita l’arte e la storia longobarda, il cui gusto orientaleggiante incontra il cristianesimo, nelle sue croci d’oro e nelle raffigurazioni.

 

Per le immagini della mostra, vi rimando al mio profilo instagram @marianocervone

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Santa Maria Antiqua, nei Fori Romani l’arte paleocristiana rivive grazie al video mapping

Fino al prossimo 11 settembre, all’interno dei Fori Imperiali di Roma c’è un nuovo e importante percorso di visita. È stata aperta infatti la basilica paleocristiana di Santa Maria Antiqua. L’imponente edificio, scoperto agli inizi del ‘900, presenta un complesso ciclo pittorico realizzato tra il VI e il IX secolo, quando fu abbandonata in seguito ad un terremoto nell’847. Gli affreschi rappresentano un esempio unico nel mondo cristiano del primo millennio, sopravvivendo all’iconoclastia che vietava la raffigurazione della divinità.

La fase decorativa dell’edificio si snoda lungo un arco di storia che va dal IV all’VIII secolo d.C., di cui è possibile identificare sei strati che si sono sovrapposti nel tempo. A testimoniarlo la parete definita “palinsesto”, nella quale è possibile riconoscere i vari momenti e sovrapposizioni.

Da un intonaco dipinto è possibile isolare il la fase pagana della struttura, mentre un bellissimo affresco raffigurante Maria Regina, la Madonna con fattezze bizantine e variopinti abiti orientali, seduta in trono col bambino adorata da un angelo.

Alle pareti della cappella di Teodoto sono ben conservati dipinti che rappresentano il martirio dei santi Quirico e Giulitta.

Spoglia e ricca, pagana e cristiana, colossale e intima. È così che si presenta oggi la Basilica di Santa Maria Antiqua, come i resti di un luogo in cui lo sfarzo del culto continua ad avvolgere il visitatore, a dispetto della corrosione del tempo, e là dove le rovine non possono raccontare la maestosità del sito, è la tecnologia che si fa portavoce della storia. Il contesto infatti non è solo uno straordinario scrigno per appassionati e studiosi di arte paleocristiana, ma un gioiello d’avanguardia. Grazie al video mapping digitale, introdotto al Foro per la prima volta, le pareti prendono vita e ritornano dinanzi nel loro originario splendore, restituendo virtualmente al sito ciò che saccheggi e tombaroli gli hanno rubato negli anni. Il light mapping invece è un accento, che le luci pongono permettendo all’osservatore di isolare i vari livelli del “palinsesto”, mentre la narrazione della storia dell’Antiqua è affidata a dei monitor che con chiarezza permettono di ripercorrerne esattamente la genealogia.

Nella Rampa Imperiale, che collega il Foro al Palatino, sono esposti invece materiali rinvenuti durante gli scavi di Giuseppe Boni, l’archeologo che agli inizi del secolo scorso identificò l’edificio cristiano dopo l’abbattimento della seicentesca Chiesa di Santa Maria Liberatrice.

Santa Maria Antiqua - Cristo in Croce - internettuale