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Storia e fede nelle Catacombe di San Gennaro a Napoli

Una visita alle Catacombe di San Gennaro a Napoli è un’esperienza spirituale per un napoletano. Se fatta in notturna poi, con tanto di aperitivo, può diventare un conviviale evento mondano da condividere con gli amici. È quello che è successo venerdì 3 marzo, durante una delle tante visite serali organizzata dalla Cooperativa La Paranza, che si occupa del sito archeologico dal 2010.

È caldo e accogliente l’ambiente del ticket office, a metà tra un lounge bar, con sedute e divani vintage, e un moderno bazar, dove sono esposti gadget e libri sulla città di Napoli e i suoi sotterranei.

L’aperitivo dura poco, per noi forse arrivati un po’ troppo all’ultimo minuto, che in silenzio ascoltiamo il consiglio del personale di mangiare in fretta prima che cominci la visita del primo turno. Mangiamo e beviamo in piedi, appoggiandoci ad una delle botti-tavolino. Siamo attoniti e impazienti di scoprire il sotto.

Birra alla spina, artigianale diceva l’evento sui social, e fritto di terra. Pretesti culinari per ingannare l’attesa facendo quattro chiacchiere, distendendo magari le tensioni di una giornata di lavoro.

La visita ha inizio dopo un po’. È una tiepida serata di marzo, il cielo è terso e, a dispetto delle luci della città che rischiarano la collina di Capodimonte, s’intravedono anche le stelle incamminandosi verso l’ingresso dell’antico cimitero paleocristiano.

Ci addentriamo all’interno, dove i gradini di pietra sono sostituiti a mano a mano da una scala di vetro, e improvvisamente siamo catapultati nel II secolo. E quasi sembra di respirare la sacralità della terra di Napoli, avvolti dal profumo del tufo giallo, scavato nella collina per dar vita a questi luoghi.

A differenza delle anguste catacombe di Roma, quelle di San Gennaro sono ampie e ariose, illuminate dalla luce del giorno quanto suggestive al chiaro di luna.

I loro ambienti non ci raccontano soltanto di un’epoca, ma ci parlano al contempo di una inedita storia del santo patrono della città, San Gennaro, appunto, che va oltre il miracolo che ogni 19 settembre si rinnova all’interno del Duomo.

catacombe-di-san-gennaro-napoli-internettualeÈ così che, grazie ad Anna, la nostra guida per la serata, impariamo che dopo la costruzione, sulla tomba di Agrippino, di quella che è una vera e propria basilica cimiteriale, Giovanni I, primo vescovo di Napoli, fa trasportare le spoglie di San Gennaro, che vengono collocate nella parte inferiore della cripta. Scopriamo che, oltre a quello noto del 19 settembre, il santo compie il miracolo di sciogliere il sangue nelle ampolle del Duomo anche il sabato che precede la prima domenica di maggio (e negli otto giorni successivi) e il 16 dicembre.

Secondo la leggenda San Gennaro, durante le persecuzioni a Nola incontra il perfido giudice Timoteo, il quale prima ordina che sia gettato in una fornace, dalla quale il Santo esce illeso così come le sue vesti, ragion per cui diverrà patrono di Napoli per l’ideale capacità di opporsi alla forza lavica del Vesuvio, poi successivamente viene portato nell’anfiteatro di Pozzuoli, affinché sia sbranato dalle fiere, le quali però una volta dentro si inchinano in gesto di reverenza.

Sono bellissimi gli affreschi che decorano le volte delle, dove si può ammirare un unicum come la raffigurazione delle tre virtù teologali che costruiscono un palazzo con pietre dopo averle bagnate in acqua: le pietre rappresentano i cristiani che, una volta battezzati, fanno parte del muro della cristianità.

Oggi le catacombe non contengono più le reliquie di San Gennaro, eppure questi luoghi trasudano della sua presenza, nelle tombe più costose di chi voleva essere sepolto accanto al santo per avvertire, nell’aldilà, una vicinanza non più corporea, ma di anime. È quello che devono aver pensato anche i vescovi, che hanno voluto i loro raffinatissimi arcosolia proprio sulla tomba di San Gennaro.

Il racconto delle Catacombe di Napoli è quello della Napoli stessa: credo e potere, avidità e fede. Una storia millenaria che si perpetua ancora attraverso i suggestivi racconti delle guide, che ci fanno scoprire le nostre radici con un aperitivo alla mano.

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Il Museo Poldi Pezzoli a Milano, tra Dante e la Storia dell’Arte Italiana

Proseguendo il mio itinerario alla scoperta delle Case Museo di Milano, lo scorso weekend ho avuto il piacere di visitare il Museo Poldi Pezzoli, in Via Manzoni, 12.

Il Museo è un palazzetto nobiliare costruito nel XVII secolo, è stato riadattato dall’architetto Simone Cantoni in stile neoclassico, che lo aveva ampliato con un grande giardino interno all’inglese, ricco di statue e fontane. Gli ultimi lavori risalgono al 1857, quando viene arricchito da una fontana barocca, che va a completare lo scalone monumentale. È questo che mi accoglie all’ingresso e cattura immediatamente la mia attenzione, così come la curiosità che porta immediatamente a domandarmi come mai Gian Giacomo Poldi Pezzoli, proprietario dell’immobile, sentisse l’esigenza di ascoltare il gorgoglio dell’acqua all’interno della sua dimora milanese. Ma è la stessa casa che sembra rispondermi, con questo scrosciare rilassante che sembra darmi il benvenuto.

mariano-cervone-fontana-barocca-museo-poldi-pezzoli-internettualeCompletamente distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale, della casa originale restano soltanto delle fotografie, che provano a darci un’idea dei sontuosi interni, mentre i pochi arredi superstiti sono oggi inconsapevoli pezzi del percorso museale, come il mastodontico specchio del Salone Dorato. Sì, perché dal 1851 la Casa, per volontà dello stesso Pezzoli che aveva predisposto un lascito all’Accademia di Brera, diventa ufficialmente un museo.

 museo-poldi-pezzoli-vetri-internettualePasseggiando in ambienti che oggi rievocano volontariamente il Medioevo e Dante, è possibile ammirare la vasta collezione d’arte che Gian Giacomo, morto a 57 anni nel 1879, ha accumulato nel corso della sua breve vita. Tanti gli artisti della storia dell’arte italiana che trovano posto all’interno del museo: da Perugino a Piero della Francesca, da Botticelli a lo Spagnoletto. Un florilegio di autori, cui fa da simbolo, come Monna Lisa al Louvre, il profilo nordico del Ritratto di Giovane Dama di Piero Del Pollaiolo.

mariano-cervone-ritratto-di-giovane-dama-piero-del-pollaiolo-1470-1472-museo-poldi-pezzoli-internettualeParticolarmente interessante è la Sala degli Orologi, dove è possibile ammirare dei capolavori di orologeria meccanica, di ogni forma e foggia, purtroppo fermi, che con le loro lancette fisse sembrano ostinarsi a rimandarci a un’epoca il cui fascino è più vivo che mai.

In linea con la sala dei pizzi, quella delle stoffe c’è la temporanea dedicata a Il Gioiello Italiano del XX secolo, esposizione che ripercorre la creatività del nostro Paese nell’alta gioielleria, con oltre 150 pezzi che vanno dall’Art Déco degli inizi del secolo scorso fino alle multiformi e colorate creazioni degli anni ’80. Tiare, bracciali, orecchini, spille, collane. Un percorso che attraversa il gusto squisitamente italiano del nostro artigianato orafo.

Ma è ampio e variegato il percorso museali, che oltre a dipinti e ori, comprende anche una suggestiva Sala delle armi, con armature che guardano il visitatore come un esercito di cavalieri invisibili, e spade che fanno riflettere sulle diverse tipologie e tecniche di combattimento.

museo-poldi-pezzoli-sala-degli-orologi-internettualeUna pagina di storia, non solo della città di Milano, ma dell’intero paese.

Molto bella la terrazza al primo piano dell’edificio, che quasi sembra suggerire la creazione di un caffè letterario, dove invitare i visitatori a disquisire d’arte sorseggiando tè.

Per uno studente di storia dell’arte come me è entusiasmante trovarsi dinanzi a tante opere note, intraviste soltanto attraverso le fotografie di un libro. Il Poldi Pezzoli è un piacevole ritorno a un’epoca di grande fermento culturale di cui dovremmo ricordare più spesso di esserne i discendenti.

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Il Museo Egizio di Torino apre una sezione a Catania

Il Museo Egizio di Torino è senza dubbio uno dei gioielli del nostro Paese. Con i suoi oltre 800.000 visitatori annui, e i suoi 60.000 metri quadri interamente dedicati alla storia dell’Antico Egitto, è il secondo museo al mondo, per importanza, dopo quello di Alessandria d’Egitto, di maggior prestigio e rilievo per le sue collezioni archeologiche.

mariano-cervone-instagram-museo-egizio-di-torino-internettualeChi mi segue su instagram sa che ho avuto modo di visitarlo lo scorso anno, dopo il suo riallestimento del 2015, ritrovandomi con stupore e gioia tra i volti del suo account instagram ufficiale.

È con particolare affetto dunque che oggi parlo ai miei lettori di un’iniziativa che avvicina due realtà lontane come Torino e Catania, riducendo ulteriormente quel divario preconcetto tra il Nord e il Sud Italia.

Il direttore dell’Egizio, Christian Greco, e la presidente Evelina Christilin hanno infatti definito un accordo, insieme alla Soprintendente Luisa Papotti, il sindaco di Catania, Enzo Bianco, e l’assessore alla cultura Orazio Licandro, per portare una sezione nella città etnea all’interno del Convento dei Crociferi.

D’accordo con il Mibact saranno esposti alcuni reperti rimasti finora nei depositi del museo torinese, che potranno così dialogare con le collezioni ellenistiche siciliane.

«L’iniziativa veicola un modello culturale e gestionale di successo» ha detto in merito Papotti. «L’accordo prosegue il percorso di diplomazia culturale iniziato a Torino con progetti di inclusione sociale che in Sicilia possono coinvolgere nuovi pubblici e diffondere legami tra i popoli e le culture del Mediterraneo» fa subito eco la Christilin soddisfatta di questo nuovo progetto culturale e, se vogliamo, sociale.

Soddisfazione anche per il sindaco Bianco, che considera questo il “primo caso italiano di collaborazione fra un grande museo internazionale e una città che pensa alla cultura come volano di sviluppo e di cambiamento”.

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Una giornata nazionale per scoprire i piccoli musei d’Italia

C’è una data in più quest’anno da segnare sul calendario, è quella del 18 Giugno, proclamata giornata nazionale dei piccoli musei. Un’occasione, così come suggerisce il nome, di conoscere tutte quelle piccole realtà museali che rappresentano uno spaccato della cultura del nostro Paese: dal Museo della Bambola e del giocattolo Quirino CristianiSanta Giuletta nell’Oltrepò Pavese. Tante le adesioni a quello che si preannuncia un importante appuntamento per diversificare i luoghi d’arte più piccoli, che spesso vivono all’ombra dei grandi complessi museali.

bambola-farida-con-occhi-restauratiLa giornata sarà per i visitatori una straordinaria apertura ad ingresso gratuito. Un ulteriore incentivo a scoprire questi suggestivi piccoli posti, ricchi di arte e di storia italiana e non solo, ma sarà caratterizzata anche da una particolare accoglienza del pubblico per esprimere al meglio l’identità di ogni singolo museo e la cultura che, attraverso le sue collezioni rappresenta.

Ogni museo che aderirà all’iniziativa farà un dono ai suoi visitatori. Un piccolo dono, un simbolo, non un gadget, come può essere una bustina con dei semi di fiori o piante antiche che ne caratterizzano il territorio in cui si trova, ma anche l’invito ad un evento particolare, una pubblicazione o un semplice racconto. Qualsiasi cosa simbolizzi concretamente la passione che ha portato alla fondazione del museo e alla decisione di poterlo portare avanti nonostante le tante e grandi difficoltà che si possono riscontrare.

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Questa data vuole essere un’occasione per visitatori e turisti di far conoscere realtà diverse dai percorsi “tradizionali”, che esulano dai grandi, e forse soliti, musei, promuovendo invece l’importanza del ruolo che questi piccoli luoghi di cultura hanno per il proprio territorio e, al tempo stesso, presentandone le loro specificità.

Questa giornata sarà, al contempo, la possibilità di ricercare nuovi visitatori, di farsi notare dai residenti del posto e, soprattutto, di far sì che questi musei siano finalmente notati anche dalle Istituzioni che dovrebbero, in qualche modo, contribuire alla loro promozione e sviluppo.

Per tutte le informazioni è già stato attivato un sito web:

www.piccolimusei.com

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Le grandi mostre del 2017

Sono tanti gli eventi culturali che animeranno il 2017 a cominciare da Colosseo, Un’icona. Dal 23 febbraio fino al 7 gennaio 2018, italiani e visitatori avranno quasi un anno di tempo per poter (ri)scoprire l’Anfiteatro Flavio, meglio noto come Colosseo.

Dal 523 d.C. hanno luogo in questo suggestivo sito archeologico i giochi gladiatori. Nel tempo l’anfiteatro comincia a deteriorarsi, eppure non viene abbandonato.

La mostra ripercorre tutta la vita del sito, attraverso dipinti, acquerelli e disegni del Basso Medioevo che ripropongono l’originaria immagine del monumento e del “paesaggio” che ne ha fatto da sfondo cambiando ed evolvendosi negli anni, ispirando, dal Rinascimento in poi, tanti artisti.

All’ora come oggi il Colosseo infatti era una delle mete del Grand Tour, tappa obbligata per coloro che venivano a fare un viaggio in Italia e già ai tempi souvenir per coloro che volevano portare a casa un ricordo e un pezzo di Roma.

La mostra è curata dalla Soprintendenza Speciale per il Colosseo e l’area archeologica centrale di Roma. Dopo un intervento di restauro, il Colosseo è ritornato da qualche anno alla luce in tutto il suo splendore e, benché negli anni è stato depredato di marmi e decorazioni, il suo mito invece è rimasto intatto.

Anche il Museo di Capodimonte a Napoli si appresta ad entrare tra i grandi protagonisti di questo 2017 appena iniziato. Dopo La Suonatrice di Liuto di Vermeer, il direttore Sylvain Bellenger, insieme a Luigi Gallo e Emilia Philippot, porta nel Museo del Real Bosco di Capodimonte PICASSO\PARADE 1917. In occasione del centenario del viaggio in Italia del maestro spagnolo avvenuto proprio nel febbraio del 1917, probabilmente il più importante fuori dai confini francesi e spagnoli.

Picasso infatti giunse in Italia insieme all’amico Jean Cocteau, il quale preparava il balletto Parade, da qui il titolo della rassegna che celebra questo viaggio e questo incontro di discipline artistiche.

Durante questo soggiorno italiano Picasso visiterà Napoli ben due volte. Per celebrare la ricorrenza la Soprintendenza di Pompei e il Museo di Capodimonte insieme al Teatro dell’Opera di Roma promuovono un evento che avrà luogo non soltanto nel museo napoletano, ma anche all’interno degli Scavi Archeologici di Pompei.

Nelle sale del Museo troverà posto, per la prima volta a Napoli, il sipario, conservato nel Centro Pompidou di Parigi, preparato proprio per il balletto Parade, che idealmente si aprirà su alcune opere dell’artista spagnolo, in questo originale connubio di arti pittoriche e balletto.

Nell’Antiquarium di Pompei invece saranno esposti i costumi originali del balletto disegnati per l’occasione da Picasso, che potranno così dialogare con gli originali bozzetti preparatori dell’artista, ma anche una serie di maschere africane che hanno fortemente influenzato il lavoro di Picasso.

I prestiti in mostra provengono da diversi musei e collezioni private fra le quali il Musée National d’Art Moderne, Centre Georges Pompidou, il Musée Picasso Paris, il Museu Picasso Barcellona, la Fondation Pierre Bergé-Yves Saint Laurent, la Bibliothèque Historique de la Ville de Paris, la Maison Jean Cocteau, Milly la Forêt.

Quanto ci ha influenzato la PopArt statunitense? A questa domanda prova a rispondere La Riscoperta dell’America Gli Stati Uniti nell’Arte Italiana alle Gallerie d’Italia di Milano dal 12 aprile fino al prossimo 17 settembre 2017.

La mostra indaga come gli artisti italiani sono stati influenzati dagli artisti della scena statunitense. Lucio Fontana, Giorgio De Chirico, Fortunato Depero, Gastone Novelli, Toti Scialoja, Mimmo Rotella e Ugo Mulas sono soltanto alcuni dei nomi che ritroviamo in questa interessante retrospettiva d’arte contemporanea.

Formula che vince non cambia. Dopo il successo della mostra in più parti Egitto a Pompei, che da Torino a Napoli passando per gli Scavi Archeologici di Pompei si è dislocata in ben tre sedi espositive, un’altra mostra si fa in qualche modo itinerante, e vede questa volta la cittadina alle pendici del Vesuvio dialogare con l’Antica Grecia: Pompei e la Grecia Un piccolo Mediterraneo. Questo il titolo completo dell’evento che animerà la Palestra Grande di Pompei dall’11 aprile fino al prossimo 27 novembre 2017. Se lo scorso anno si indagava il rapporto con l’Antico Egitto, adesso invece sono i rapporti con la Grecia quelli che si vogliono mostrare. Pompei, piccola cittadina Romana, ha risentito come molte altre dei rapporti con i greci, a cominciare dalla battaglia con Cuma nel 474 a.C. che influenzerà sugli equilibri di quello che sarà il Golfo di Napoli.

Ceramiche, ornamenti, armi, elementi architettonici provenienti dalle antiche cittadine di origine greca come Poseidonia, Metaponto, Cuma, Capua.

Opere provenienti da Pompei e dai più importanti musei nazionali ed europei.

Un racconto storico tuttavia non lineare, che si mostrerà al pubblico dell’Antica cittadina all’ombra del Vesuvio.

Dal prossimo giugno fino a ottobre 2017 invece al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, quasi in contemporanea con l’altra, avremo invece Pompei e la Grecia la metamorfosi del mito. Una mostra che indaga soprattutto la mitologia e la sua trasformazione nell’ambito locale. Attingendo ampiamente dal materiale ovidiano, la mostra indaga l’iconografia delle immagini di trasformazione a Pompei, con opere cui saranno affiancate didascalie che illustreranno l’origine del mito e la sua trasformazione in fase antica e moderna. Pitture parietali, mosaici, arredi, gemme e oggetti di oreficeria. Sono questi i reperti che mostreranno come il mito era recepito e raccontato.

E infine sul Palatino a Roma ci sarà la mostra ALT Arte Contemporanea sul Palatino, un evento a cura della Soprintendenza romana che riapre da maggio a settembre 2017 lo Stadio Palatino e il peristilio inferiore della Domus Augustana che faranno da sfondo ad un inedito evento di arte contemporanea che ospiterà artisti del calibro di Marina Abramovic e tantissimi altri, con uno straordinario dialogo tra la sacralità e monumentalità dei luoghi antichi e l’arte contemporanea.

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Il Museo Archeologico di Napoli celebra Carlo di Borbone fino a marzo

(ANSA) - NAPOLI, 12 DIC - mostra Carlo Borbone al Mann
(ANSA) – NAPOLI, 12 DIC – mostra Carlo Borbone al Mann

Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli si appresta, con un po’ di ritardo rispetto alla reale data dell’avvenimento, a festeggiare l’anniversario della nascita di Re Carlo di Borbone. Esattamente tre secoli fa infatti, il 20 gennaio del 1716, nasceva l’illuminato sovrano partenopeo, che contribuì alla potenza del glorioso Regno di Napoli.

Per l’occasione il MANN ha inaugurato ieri una mostra dedicata al re partenopeo. Fino al prossimo 16 marzo, cittadini e visitatori potranno ammirare opere, dipinti, disegni, sculture, affreschi, oggetti preziosi e documenti, tra cui ben 200 preziose matrici della Stamperia Reale.

L’offerta del noto Museo Archeologico si arricchisce così di una nuova e ampia sezione, che non soltanto celebra, ma restituisce ai napoletani e visitatori un aspetto inedito della figura del sovrano, vero e proprio luminare del suo tempo. È a lui infatti che si devono i primi scavi nei siti archeologici di Ercolano e Pompei. Carlo di Borbone ha saputo precorrere i tempi, mostrandosi anche un abile comunicatore globale.

La mostra è collegata ad altre due esposizioni “gemelle”, allestite in contemporanea a Madrid e a Città del Messico, dove sono custoditi alcuni gessi e disegni delle meraviglie che il Re, durante il suo regno, volle disseminare per trasmettere al mondo quella classicità, così in voca nel XIX secolo, senza tuttavia privare la città degli originali.

Paolo Giulierini, direttore del museo napoletano, punta, con questa iniziativa, al traguardo delle 500.000 visite alla fine di questo 2016, che erano state invece preventivate per il 2018, incrementando così gli ingressi al museo di circa il 30%.

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Vermeer a Capodimonte: “la donna con il liuto” fino al 9 febbraio 2017 a Napoli

La prima cosa che salta agli occhi è il nuovo colore della sala del Museo di Capodimonte in cui è esposto Vermeer – Rosso cremisi scuro. Uno sguardo sul futuro, ci dice il direttore Sylvain Bellenger, che annuncia che anche tutte le altre sale abbandoneranno il biancore attuale per ritrovare gli originali colori di quando era una Reggia, e con essi il suo sfarzo, il lusso, i fasti del Regno di Napoli.

vermeer-la-donna-con-il-liuto-museo-di-capodimonte-napoli-internettualeLa sala è piena di giornalisti e blogger e appassionati d’arte. Tutti sono giunti al Museo di Capodimonte per La Donna con il Liuto del pittore fiammingo Vermeer. Un evento, un prestito eccezionale che arriva direttamente dal Metropolitan Museum of New York, e che da domani, 18 novembre, fino al 9 febbraio 2017 sarà esposto nella sala del primo piano del museo partenopeo.

Non si tratta di una mostra improvvisata, questa, ma è il frutto di una grande collaborazione tra il Museo di Capodimonte e i più grandi musei del mondo.

Vermeer, ci racconta Bellenger, è stato dimenticato per oltre tre secoli, e riscoperto da uno studioso francese, una sorte analoga a quella di Caravaggio. La memoria è una cosa fragile, la storia è una cosa fragile, ed eventi come questo devono preservarne il ricordo e perpetuarlo.

Quello della memoria non è il solo punto che l’artista fiammingo ha in comune con Caravaggio, ma i due artisti sono soprattutto dei maestri della luce. Di entrambi non conosciamo alcun disegno preparatorio, non li usavano, ed entrambi fanno della luce la vera grande protagonista della loro arte.

Silenziosa, misteriosa, quella di Vermeer è una pittura fatta di interiorità. La sua suonatrice, ad una più attenta analisi, non è bella, eppure risplende di una pacata intima bellezza, che si fa esteriore, che diventa, osservandola, bellezza formale.

L’artista del XVII secolo proietta l’osservatore dentro la camera oscura della sua arte attraverso la quale catturava il mondo che lo circondava, lo stesso in cui oggi ci permette di entrare.

La donna con il liuto è straordinariamente moderna. Suona, innalza il suo spirito attraverso la musica, forse sogna, come dimostra il suo sguardo rivolto verso la finestra, verso un “altrove” nascosto anche allo spettatore che con lei immagina.

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liuto di Jean Des Moulins, 1644
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carta geografica di Willem Bleau, 1644

Alle spalle della donna una carta geografica traccia le conoscenze scientifiche del tempo, segno tangibile di una società attenta al tempo che cambia. Quella stessa carta la ritroviamo adesso sulla parete sinistra della sala, in una versione di Willem Bleau del 1644. Sulla destra invece trova posto anche un vero liuto, unico attribuibile dai tanti dettagli e dalla pregiata fattura, a Jean Des Moulins, appartenente alle collezioni del Musée Instrumental du Conservatoire di Parigi. Un’opera di riambientazione in cui lo spettatore vive le sensazioni che vanno oltre la vista, che si fanno materiali percezioni del mondo. Il liuto, sottile filo conduttore che lega le New York, Vermeer, Napoli, poiché già tradizione partenopea ed europea in generale.

Nella sala accanto opere contemporanee a Vermeer ritraggono donne dedite all’arte delle sette note. Autoritratto alla spinetta di Sofonisba Anguissola, Santa Cecilia in Estasi del napoletano Bernardo Cavallino, Santa Cecilia al Clavicembalo di Francesco Guarino e Santa Cecilia all’organo e angeli musicanti e cantori di Carlo Sellitto. Capolavori della pittura napoletana, che mostrano quanto quello musicale fosse un tema ricorrente nella pittura italiana del XVII secolo.

Alla presentazione, grazie alla collaborazione con il Conservatorio di Napoli, la stampa ha potuto assistere ad un concerto di voce e strumenti a corda, che hanno permesso ai presenti non soltanto di vivere l’atmosfera del tempo, ma anche il delicato suono del liuto. Suggestioni, suoni, profumi degli strumenti di un’epoca di cui la sala di Capodimonte s’è fatta portale.

Ci si aspetta sempre, da un’opera così nota, che sia anche grande. Invece la prima cosa che colpisce lo spettatore sono le piccole dimensioni del dipinto. Eppure l’emozione di un quadro che ha attraversato l’Oceano per dar vita a qualcosa di unico è intensa. Vedere con i propri occhi i pigmenti di colore, le ombre che, al pari della luce, restituiscono la fotografia di un momento.

Grazie alla Regione Campania non ci sono maggiorazioni sul biglietto di ingresso, il cui costo resta invariato.

Grande novità di questa mostra è il supporto di un’APP. I tempi cambiano e i musei cambiano con loro. Per avvicinare un pubblico giovane, ma anche per dare una più ampia visione dell’opera, il Museo di Capodimonte, in collaborazione con ARM23, ha creato l’app omonima della rassegna, Vermeer a Capodimonte, disponibile per dispositivi iOS e Android. L’applicazione, grazie ad un riconoscimento delle stesse immagini attraverso una scannerizzazione digitale, ci restituirà delle informazioni in realtà aumentata che difficilmente riusciremmo ad avere da soli.

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Gli indefiniti volti del potere di Galliano fino al 30 novembre alla NEA di Napoli

daniele-galliano-spazionea-napoli-were-gonna-a-real-good-time-together-internettualeSono poche le opere capaci di diventare un simbolo in così poco tempo. Tra queste c’è We’re gonna have a real good time together di Daniele Galliano, alla galleria Nea in Via Costantinopoli a Napoli.

Incuriosito dalle foto che continuavo a vedere su instagram, sono stato ieri allo spazio NEA ignaro che l’esposizione fosse soltanto fino al 30 ottobre. Per mia fortuna però il grande successo di pubblico, che avevo già percepito sui social, ne ha permesso la proroga fino al prossimo 30 novembre, così mi sono ritrovato anche io di fronte ai tanti volti indefiniti dell’artista piemontese.

A curare la mostra per la galleria napoletana di Luigi Solito è Graziano Menolascina.

In un mondo, quello odierno, fatto soprattutto di immagine, di fotografia, di social, Galliano priva i suoi ritratti delle fattezze volto, dell’identità, di quei tratti somatici che consentirebbero all’osservatore di distinguere gli uni dagli altri. E invece eccoli lì, tutti uguali in quelle giacche e cravatte che indossano come maschere o come armature, ma sempre per fingersi ciò che nemmeno lontanamente sono o saranno.

Sono i politici, i bancari, gli affaristi, gli uomini di potere che da secoli governano il mondo, mentendo, simulando, dissimulando. Volto e anima scivolano via, lasciando lineamenti indefiniti. È il momento della loro dissoluzione, che l’artista cattura come grido di protesta sociale.

Un’indagine, quella di Galliano, non soltanto artistica, ma sociologica, che va a colpire proprio quei punti della strategia comunicativa su cui ogni uomo di potere, e dunque di immagine, si finge altro da sé innalzandosi a modello per la società: identificazione, individuazione, imitazione e interiorizzazione.

Con la prima l’uomo fa riferimento a figure e modelli rispetto ai quali si sentirà uguale, creando un “noi”, che possa essere inteso come famiglia, patria, come gruppo di pari, via via ad arrivare all’intera umanità.

L’individuazione invece è quel processo con cui il soggetto fa riferimento alle caratteristiche che invece lo distinguono dagli altri, lo rendono unico, interponendo una barriera tra sé e il mondo. Attraverso il processo dell’imitazione, intesa come riproduzione conscia e inconscia di modelli comportamentali, l’individuo si muove in maniera differente in uno specifico contesto sociale. Infine l’interiorizzazione è quella fase in cui l’individuo fa suoi questi modelli, questi comportamenti, questi meccanismi sociali creando una ben precisa immagine di sé stesso, come prodotto finale di un processo, quello dell’identità, che è contestuale e relazionale.

Privando gli individui del loro volto, di questa identità costruita su di una precisa strategia, Galliano depaupera i suoi uomini del loro potere di manipolazione della società, della loro capacità di finzione per ottenere voti, denaro, tornaconti personali.

I 70 ritratti dell’artista, oli su carta che vengono a comporre un’opera unica, si amalgamano tra loro per l’armonia delle forme e dei colori, dando la sensazione allo spettatore di osservare una moltitudine in lontananza, senza una reale percezione e capacità identificativa, quasi a lasciare implicitamente intendere che ognuno di questi uomini, come in un sottile gioco di specchi e riflessioni, potrebbe essere, nel suo piccolo contesto societario, ognuno di noi.

Per maggiori informazioni:

www.spazionea.it

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La bellissima “Sezione Egizia” del Museo Archeologico di Napoli

museo-archeologico-nazionale-di-napoli-sezione-egizia-dea-internettualeDa poco meno di un mese il Museo Archeologico Nazionale di Napoli ha ritrovato la sua Collezione Egizia. Dopo oltre sei anni di chiusura al pubblico, sopperita dal compendio in una saletta, e un lavoro di ristrutturazione delle sedi espositive, il MANN riapre finalmente le storiche collezioni Borgia e Picchianti, per importanza seconde in Italia soltanto al Museo Egizio di Torino, e tra le raccolte originarie del museo napoletano.

Se seguite il mio profilo instagram, saprete già che ho trascorso all’insegna dell’arte egizia.

Composta da diverse sale, ordinate per tipologia, secondo un criterio visto anche all’Egizio di Torino. Le sale, collocate nell’originario piano interrato dell’edificio, sono una teoria di spazi in cui si susseguono i monili egizi: la plastica di piccole dimensioni, che si alterna alle stele e alle epigrafi.

Tanti gli oggetti di queste collezioni che ritrovano nuova luce, come le mummie: sono ben tre quelle custodite al MANN, tra cui quella di un bambino e di un coccodrillo.

museo-archeologico-nazionale-di-napoli-sezione-egizia-mummia-internettualeUn’esposizione moderna, che gioca con forme, ma soprattutto colori, che accompagnano i millenari manufatti egizi. I gialli, i rossi, i blu fanno da sfondo ai vasi canopi, alle teste, alle divinità umane e animali che hanno animato la storia e la cultura nell’Antico Egitto.

museo-archeologico-nazionale-di-napoli-sezione-egizia-divinita-internettualeUn allestimento che, pur non snaturando il contesto in cui si trova, è fresco, giovane, vitale, che gioca anche ad attrarre un pubblico giovane, la Generation X con lo smartphone alla mano, poco avvezza alla cultura e ai musei.

Bellissime le epigrafi che raccontano del culto dei morti, della dea Iside e di Osiride, e del viaggio, attraverso Ra, nel Regno dei Morti.

Nelle sale gli oggetti d’uso comune narrano della quotidianità di una vita altra, oltre la morte, diventando corredo funerario.

museo-archeologico-nazionale-di-napoli-sezione-egizia-papiri-internettualeIn un’ottica museale contemporanea grande attenzione è data all’illuminazione dei reperti archeologici, valorizzati da fasci di luce e teche impercettibili, lontane dagli ottocenteschi espositori in legno, di cui resta simbolicamente traccia in una vetrina all’ingresso della sezione.

museo-archeologico-nazionale-di-napoli-sezione-egizia-canopo-internettualeAd accogliere i visitatori in questo mondo di morti, il Naoforo Farnese, eletto simbolo di questa attesa riapertura nelle immagini promozionali, cui tocca fare gli onori di casa, mentre un proiettore introduce i visitatori all’Antico Egitto e i pannelli a muro ripercorrono la storia della formazione delle collezioni.

La sezione si ricollegherà probabilmente con quella delle Epigrafi, oggi chiusa, il cui percorso sotterraneo aprirà una finestra ancora più ampia sul mondo antico.

Benché siano ancora tante, troppe, le sezioni che proprio non riescono ad aprire contemporaneamente, il MANN sta riacquistando l’antico prestigio, e quello dei faraoni è un ritorno doveroso, che contribuisce a ridare all’Archeologico la dignità di un museo che vanta alcune delle collezioni più importanti del mondo.

Per maggiori informazioni:

www.museoarcheologiconapoli.it

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Il 24 e 25 settembre tornano le Giornate Europee del Patrimonio con ingresso nei musei a 1€

Anche quest’anno ritornano le Giornate Europee del Patrimonio, appuntamento molto atteso dagli amanti della cultura che si perpetua dal 1991 alla scoperta dell’immenso patrimonio artistico sul nostro territorio. Il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo insieme al Consiglio d’Europa e alla Commissione Europea aderisce alla due-giorni, che si terrà il prossimo 24 e 25 settembre, per promuovere il dialogo tra le Nazioni della comunità europea evidenziando l’importanza dell’arte nelle dinamiche della società italiana e non solo.

gep2016_locandinaNon solo musei e siti archeologici statali, con ingresso serale nella giornata di sabato a solo 1 €, ma tanti anche i luoghi della cultura locale che vi prendono parte: dai musei civici a comuni, dalle gallerie a fondazioni e associazioni private, per un’offerta che si allarga sul panorama culturale e artistico a trecentosessanta gradi.

Ricchissimo il calendario che in un solo fine settimana concentra, su tutto il territorio, quasi mille eventi, che, lo scorso anno, ha portato nei soli luoghi dotati di bigliettazione circa 380.000 visitatori, escludendo dunque tutti quelli che hanno invece affollato siti, luoghi e associazioni più piccole.

La due-giorni rappresenta l’occasione da non perdere per scorgere aspetti inediti di luoghi ben noti, o scoprirli sotto una luce completamente diversa, con percorsi ed eventi pensati proprio per questa occasione.

Seguendo una direzione tracciata nel 2005, nota come Convenzione Faro, la #GEP2016 ruoterà quest’anno intorno al tema della partecipazione al patrimonio, una presa di coscienza dell’importanza di ammirare, custodire e proteggere questo immensa eredità lasciataci dal nostro Paese e da tutti i maestri che hanno saputo nei secoli farne la storia, rendendolo grande agli occhi del mondo.

Una sorta di prosecuzione dunque di quella che è stata la scorsa “Festa dei Musei” nei giorni del 2 e 3 giugno 2016, spostando così l’attenzione dai Musei e i Luoghi della cultura ai visitatori, che ne diventano (in)consapevolmente protagonisti e depositari di un patrimonio unico.

Ricchissimo il calendario campana che coinvolge tutte e quattro le nostre città e musei, in primis il Museo archeologico nazionale di Napoli, che propone, tra gli altri, il percorso Madamina il catalogo è questo. Visita ai Depositi del Museo, nei depositi del museo alla scoperta di quelle figure femminili come dee, muse, ninfe e imperatrici rese immortali dall’arte della statuaria e non solo; con Convivium. Vino per uomini, dèi ed eroi. E le donne? I visitatori scopriranno l’importanza del vino nel mondo antico, mentre in Duo in do chiuderà la serata di sabato 24 con il Concerto di musica classica M° Paolo Barone e M° Gabriele Cimmino.

Ma sono tantissimi gli appuntamenti in tutta Italia. Una lista completa al sito del Mibact.