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Io Dalí, al Palazzo delle Arti di Napoli fino al 10 giugno

Personaggio eccentrico e sopra le righe. Era probabilmente questo Salvador Dalí, prima ancora di essere considerato un artista di talento, che con la poetica surrealista delle sue opere ha senza dubbio contribuito a fare la storia dell’arte contemporanea dell’ultimo secolo.

È da questo presupposto che forse muove i primi passi la mostra Io Dalí, al Palazzo delle Arti di Napoli fino al prossimo 10 giugno, che si svela agli occhi degli spettatori dopo una misteriosa promozione che ben ha saputo catturare l’attenzione dei napoletani nelle passate settimane.

Una mostra, questa, soprattutto multimediale, così come si pronuncia sin dalla prima sala, dove una decina di monitor mostrano in loop interviste, opere, frammenti video dagli archivi audiovisivi storici delle TV internazionali, in cui Dalí è colto nella sua irriverente figura caratterizzata dai suoi ormai iconici baffetti neri.

Pannelli luminosi, riviste, fotografie provano invece a ricostruire la vita di un artista che nell’arco della sua esistenza ed esperienza artistica non ha fatto altro che raccontare il mondo a modo suo.

Salvador Dalí, autoritratto (1911)

Un personaggio, quello di Dalí, più attuale che mai, che ben si amalgamerebbe le dinamiche della società contemporanea, dove oggi è soprattutto l’immagine a prevalere su tutto il resto: «Sono un esibizionista; mi comporto sempre come un attor» dice di sé l’artista spagnolo.

Dalí infatti era ben consapevole dell’impatto dei media sulla gente, e sapeva come catturare l’attenzione su dé, come ottenere copertine e prime pagine di giornali, rotocalchi e magazine.

La sua ricerca artistica anticipa la “stereofonia” delle nostre immagini, quelle che oggi definiamo 3D, dipingendo immagini doppie: monocromatiche e a colori, che talvolta differiscono per dettagli infinitesimali.

Immagini in tre dimensioni e ologrammi. Erano soprattutto queste le sperimentazioni artistiche della storia recente del suo percorso, sperimentando proiezioni con colori primari, che oggi definiremmo avveniristiche, ricercando il realismo dell’immagini con cui ha anticipato l’interazione con lo spettatore.

Sono tanti gli artisti con cui si è confrontato nella sua carriera, senza temere giudizi o critiche: da Velasquez a Vermeer, dagli autori classici ai contemporanei.

Schizzidisegnidipintifoto. Sono variegate le opere esposte lungo il percorso di visita, in cui tecniche diverse si sovrappongono.

Una mostra, Io Dalí, che antepone l’uomo all’artista, e svela soprattutto una personalità, che ha contribuito a rendere grande la sua arte agli occhi del mondo.

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Raffaello, l’eco del mito tra passato e futuro. A Bergamo fino al 6 maggio

La mia visita a Bergamo inizia con un viaggio in treno molto suggestivo, che comprende uno scambio a Lecco. Il treno regionale è di quelli dalle ampie vetrate, attraverso le quali, come al cinema, scorgo panorami innevati come nell’Orient Express.

È tanta la gioia che mi rende felice come un bambino, questo viaggio, già prima di giungere alla mia meta, l’Accademia Carrara.

Raffaello e L'eco del mito mostra Accademia Carrara Bergamo 2018 (Mariano Cervone instagram) - internettuale
Mariano Cervone da instagram @marianocervone

Una salita per una ripida funicolare e un dedalo di stradine di acciottolato lombardo mi portano da Raffaello. L’occasione è la mostra L’Eco del Mito, una mostra che si ripropone di indagare l’influenza che il maestro urbinate ha avuto già sui suoi contemporanei e su tutti quei raffaelleschi che hanno provato a portarne avanti l’eredità artistica.

Raffaello nasce a Urbino, la città ideale di Federico da Montefeltro. Un ambiente, quello del centro Italia, in cui il maestro urbinate recepisce e fa sue le prime contaminazioni, sotto le vestigia del suo maestro Perugino.

Un percorso di storia dell’arte che svela quanto Raffaello, negli anni della formazione, si sia lasciato influenzare anche dal Pinturicchio, come racconta il Vasari nelle sue Vite o, come naturale che sia, è stato influenzato anche dal padre, il pittore Giovanni de’ Santi, nella cui bottega apprese le tecniche di disegno e pittura.

Sono molti i prestiti di questa esposizione, dalla Galleria Corsini di Firenze alla National Gallery di Londra, dal Louvre alla Pinacoteca di Brera. Molti dipinti arrivano da fondazioni private, precluse al pubblico, ed è dunque un’occasione unica per confrontare le opere raffaellesche con i suoi contemporanei e successori.

Dal Perugino eredita il gusto di colori morbidi, volti ieratici, la volumetria dei tessuti.

Nel cosiddetto Libretto Veneziano, appunti di studio scritti probabilmente da un suo allievo, ritroviamo i viaggi di studio.

Matita nera e penna su carta. Sono questi gli strumenti con cui sono ritratti uomini illustri e vedute di Urbino, che cedono il passo agli studi anatomici e la bronzistica greco-romana.

Raffaello mi appare in tutto il suo splendore, in una sua Madonna con bambino benedicente. Gli occhi lievemente sferici, la sacralità dei loro volti sereni.

Alcune opere ritornano per la prima volta insieme dopo la loro realizzazione: Nicola da Tolentino resuscita due colombe, il Miracolo degli Impiccati e Nicola da Tolentino soccorre un fanciullo che annega. Frammenti della Pala Baronci, realizzata dal magister nel 1500.

È evidente l’influenza giottesca nel miracolo delle colombe: un momento ritratto all’interno di una camera da letto, cui manca la quarta parete come una scenografia teatrale, vede il santo disteso al centro della scena in gesto benedicente.

In San Michele e il Drago Raffaello ricorda il pittore olandese Hieronymus Bosch, con figure mostruose e scene apocalittiche che si ispirano alla Divina Commedia dantesca: colori vibranti e la forza nei movimenti concitati rendono la dinamicità della scena.

Il percorso è un’ascesi artistica straordinaria, con un allestimento in tessuto molto bello.

Manifesto di questo evento è il suo San Sebastiano, ritratto dall’artista come un giovane uomo alla moda, raccolto in una contemplazione privata, intima, con grande attenzione per le lussuose e lavorate vesti, e per quella freccia, che si fa strumento di Dio, tenuta tra le dita quasi come una penna. Il maestro urbinate sfugge l’iconografia tradizionale, ed è qui messo in relazione con Pinturicchio e Perugino, con una bellissima Maddalena, un San Sebastiano e una Elisabetta Gonzaga.

Uno dei momenti più emozionanti di questa rassegna è ritrovarsi faccia a faccia con La Fornarina, vera e propria icona della storia dell’arte italiana, al pari della Gioconda vinciana. Sorride con sguardo languido, ed è solo ammirandola da vicino che mi accorgo di una velata sensualità, e malizia dei suoi gesti.

Non solo la sua opera, ma anche la sua figura di artista è rimasta viva nei posteri. Lo dimostra il ritratto di un Raffaello intento a dipingere la Madonna della Seggiola di Dionigi Faconti, ma anche nei ritratti immaginari di Cesare MussiniFelice Schiavone, che raccontano l’amore tra l’artista e la sua amata, dimostrando quanto questo legame alla fine del ‘700 era già entrato nella leggenda.

L’ultima sezione di questo grandioso excursus d’arte è dedicato alla storia dell’arte contemporanea. Ed è qui, che con grande sorpresa e gioia, posso ammirare addirittura un Picasso.

Un’eco, quello di Raffaello, che si riverbera nel passato e nel futuro, in ciò che c’è stato prima e in ciò che, dopo la sua morte, prosegue. Per sempre.

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Il giardino segreto di Monet, al Vittoriano di Roma fino all’11 febbraio

Padre dell’impressionismo, Claude Monet è noto anche, e forse soprattutto, per i colorati dipinti naturalistici. L’artista francese è arrivato ieri al complesso del Vittoriano (Ala Brasini) a Roma, e ci resterà fino al prossimo 11 febbraio, con ben 60 opere, accuratamente selezionate Museo Marmottan Monet di Parigi.

The Sailing Boat, Evening Effect, 1885 (oil on canvas), Monet, Claude (1840-1926)

È il Monet che tutti conoscono, ma anche un pittore intimo e inedito, quello che è svelato agli occhi del visitatore, che ripercorre così l’intero processo creativo dell’artista, che continuò la sua mai appagata ricerca espressiva tutta la vita, facendone uno dei precursori dell’informale, giungendo fino all’espressionismo astratto. Dalle caricature degli esordi fino ai ritratti dei figli, dai paesaggi impressionisti all’ultimo periodo nel verde di Giverny.

I monumentali salici e le ninfee, i roseti e i ponticelli giapponesi. I dipinti formano così una sorta di giardino segreto dell’artista, in cui tutto diventa luce, colore, forma.

Train in the Snow or The Locomotive, 1875 (oil on canvas), Monet, Claude (1840-1926)

Monet. Capolavori dal Musée Marmottan Monet, questo il titolo della rassegna, è organizzata dal Gruppo Arthemisia in collaborazione con l’istituzione museale parigina, scrigno e custode di un corposo numero di opere del padre dell’impressionismo, messi insieme grazie alla donazione di collezionisti dell’epoca, e dello stesso figlio dell’artista, Michel.

Capolavori, quelli della collezione del figlio, dai quali, ha spiegato il direttore del museo parigino, Patrick de Carolis, Monet non aveva mai voluto separarsene, temendo che non fossero compresi e apprezzati dal pubblico, che non sempre si era mostrato entusiasta verso le sue innovazioni pittoriche.

Waterlilies and Agapanthus, 1914-17 (see detail 414400) (oil on canvas), Monet, Claude (1840-1926)

A curare la mostra Marianne Mathieu, che è riuscita a portare nella sede romana circa la metà delle opere del Marmottan. La mostra racconta anche un fatto inedito, che noi contemporanei non ci aspetteremmo, ovvero la tiepida accoglienza che il pubblico aveva riservato alle Grandi ninfee, che l’artista produsse tra il 1914 e il 1926, seguendo un progetto di grandi decorazioni per le sale ovali dell’Orangerie delle Tuileries per celebrare la fine della prima guerra mondiale.

Monet scelse di tenere segreti molti di quei dipinti frutto di questa incessante ricerca artistica, che già a partire dal primo decennio del XX secolo portò l’artista francese verso una dissoluzione del dato fisico, creando dipinti sospesi a metà tra astrattismo informe e magia del colore.

Non a caso le sale più emozionanti sono proprio quelle delle ninfee, dei salici, dei glicini, che danno vita ad un giardino dove il tempo è sospeso e si stempera nella bellezza. Pura.

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Dentro Caravaggio, a Palazzo Reale fino al prossimo 28 gennaio

Iniziata lo scorso 29 settembre, Dentro Caravaggio è un’antologica che si propone di ripercorrere la carriera del noto pittore lombardo in maniera inedita. A Palazzo Reale a Milano fino al prossimo 28 gennaio, la mostra ha messo insieme ben venti delle opere maggiori dell’artista provenienti dai più importanti musei italiani e del mondo, mostrandone al contempo, e per la prima volta, gli esami diagnostici ai raggi X.

Non potevo esimermi dal seguire il flusso degli oltre 70.000 visitatori che, ad oggi, hanno già prenotato il biglietto d’ingresso per quello che è un vero e proprio evento d’Arte e di cultura del capoluogo lombardo.

Un’audioguida, inclusa nel biglietto, si concentra soprattutto sulla tecnica con la quale Caravaggio ha realizzato ogni singola opera: preparazioni bianche, scure o rosse diventano parte delle tele realizzate per lo più a risparmio, dove un Caravaggio povero, ma già famoso, dipinge, anzi, illumina soltanto ciò che desidera mostrare all’osservatore, incidendo con la spatola dettagli che talvolta non realizzerà mai, mentre alle parti in penombra e alle zone scure l’arduo compito di rappresentare un’indefinita quanto immaginifica scena come in un teatro-libro di ronconiana memoria.

I dipinti raccontano tacitamente la vita di un artista talentuoso e bellicoso, irascibile, che ai salotti mondani preferisce sbronzarsi in osteria tra prostitute e delinquenti, e coinvolto spesso in risse e duelli che lo porteranno a fuggire a Napoli prima e in Sicilia poi, fino a Malta trovando la morte lungo il cammino di ritorno a casa, come un tragico eroe omerico a soli trentanove anni.

La devozione per le figure, per lo più religiose, si sovrappone a volte ad una iconografia pagana, come dimostrano i torsi atletici e possenti dei due San Giovanni Battista, l’uno delle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma, ritratto in meditazione come un novello Galata morente, con tutta la dignità e il vigore di un eroe epico che trova la salvezza nella fede, l’altro, oggi al Nelson-Atkins Museum of Art di Kansas City, più cupo, immerso in una natura oscura e simbolica.

Tratti, rimaneggiamenti, che mostrano un Caravaggio spesso in conflitto con sé stesso e con ciò che voleva rappresentare davvero, e che trova la consacrazione quando riuscirà a spogliarsi di quei timori che i sotto-strati di pittura celano e conservano: come dimostra la figura dominante dell’angelo di spalle che campeggia al centro della scena del Riposo durante la fuga in Egitto, ingrandito fino a diventare il vero protagonista del dipinto, o l’uomo di spalle nell’Incoronazione di spine di Prato.

Personaggi secondari, spesso di spalle, chinati, addirittura proni, che sovversivamente diventano i silenziosi protagonisti di una naturale quotidianità che Merisi cattura anticipando la fotografia. Lo conferma il famoso (auto)ritratto del Ragazzo morso da un ramarro, dove il soggetto pronto per mettersi in posa per farsi ritrarre è invece paradossalmente catturato in un improvviso momento di disequilibrio compositivo, di paura per quel morso che gli porta a ritrarre la mano e aggrottare le sopracciglia in un’espressione buffa, che strappa quasi un sorriso allo spettatore che vede il quadro. Un momento concitato, come quel cambio di rotta della mano sinistra, prima dipinta accanto al viso del ragazzo e poi lasciata così come oggi noi tutti la vediamo, sospesa in secondo piano.

Le opere sfilano una ad una al centro delle grandi sale di Palazzo Reale che quasi scompare nella penombra delle luci soffuse e dagli ampi pannelli che ospitano i quadri, dietro i quali, proprio come un gioco in negativo, si nascondono degli LCD che mostrano video-installazioni degli esami ai raggi X cui sono state sottoposte, rivelando piccole modifiche in corso d’opera o ripensamenti, censure o vere e proprie sostituzioni dei personaggi ritratti, giungendo persino a svelare opere precedenti, come una Madonna orante nascosta sotto la Buona Ventura Capitolina, destinate a rimanere nascoste sotto gli strati di pittura che altrimenti l’occhio umano non vedrebbe mai.

A chiudere un percorso straordinario sono ben due i dipinti napoletani che prendono parte a questa rassegna: la flagellazione di Cristo del Museo di Capodimonte e Il Martirio di Sant’Orsola delle Gallerie d’Italia, che dal 30 novembre diventerà protagonista assoluto di L’ultimo Caravaggio. Eredi e nuovi maestri, alle omologhe Gallerie d’Italia milanesi fino all’8 aprile.

Una mostra, questa, che getta nuove basi per gli studi caravaggeschi, e di cui comprendi l’importanza solo quando ti ritrovi faccia a faccia con la Madonna di Loreto (o dei Pellegrini), portata nelle sale direttamente dalla Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio a Roma; dinanzi al volto di una delle tante prostitute che Michelangelo Merisi ha reso immortali nelle fattezze delle maddalene, di eroine e di Vergini oggi note in tutto il mondo, osservi una realtà fatta di imperfezioni, di unghie sporche, di persone di spalle e pose sbagliate, una realtà fatta di le luci e di ombre, le stesse che Caravaggio ha saputo cogliere nelle sue opere senza tempo.

Per maggiori informazioni:

www.caravaggiomilano.it

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L’enigmatico Giorgione a Palazzo Venezia a Roma fino a settembre

In mostra fino al prossimo 17 settembre, Giorgione e le stagioni del sentimento tra Venezia e Roma è una importante rassegna che mette al centro la figura dell’artista veneto del XVI secolo. Allestita all’interno delle sontuose sale di Palazzo Venezia a Roma, è un percorso scisso in due parti, che trova la sua naturale prosecuzione dall’altra parte della città, all’interno di Castel Sant’Angelo, “costringendo” quasi i visitatori a mutarsi in turisti della bellissima città eterna.

Lungo il percorso espositivo è immediatamente chiaro che l’arte di Giorgione si divide tra armi di seduzione femminile e ritratti, tematiche racchiuse in quelle che da molti è stata definita una pittura enigmatica, di non facile comprensione.

La rassegna ruota intorno a quello che è considerato il capolavoro dell’artista di Castelfranco, i due amici, in cui sono ritratte due figure maschili, due amici appunto, nelle quali Giorgione ha voluto imprimere uno stato d’animo. La sua pittura infatti si distacca da alcuni contemporanei, presenti per contrasto nelle sale, mostrando delle figure vive, animate da sentimenti che turbano i loro sguardi, e danno vita a ritratti tutt’altro che statici.

La tela fa parte della collezione permanente del museo romano, che forse con questa importante rassegna vuole farne la sua “Gioconda”, il portabandiera di un florilegio di capolavori della storia dell’arte italiana e non solo.

Due sculture leonine, provenienti dall’atrio della Basilica di San Marco a Roma collegano idealmente la capitale con la natia Venezia.

Il Palazzo è una squisita costruzione rinascimentale, che trova la sua consacrazione nelle architetture classicheggianti. E quasi mi perdo a guardare questi saloni, che a tratti distolgono il mio sguardo dalle opere che custodiscono, con i loro soffitti alti in legno e le maioliche in cotto.

La mostra di Giorgione si alterna quasi fino a confondersi in una dimensione onirica, con statue, sculture e altri oggetti che provano a ricostruire l’ambiente in cui viveva e si muoveva l’artista.

E c’è anche Fetonte, dalla National Gallery di Londra, davanti ad Apollo ed è subito un tripudio di animali e colori vivaci, e una lussureggiante vegetazione.

Non poteva mancare il mito di Leda e il Cigno e quella mitologia che in qualche modo ritorna nell’arte di questo periodo.

Suggestivo l’allestimento che pare riprodurre dei separé orientali in carta di riso, su cui sono appoggiate le opere, che si offrono agli occhi del visitatore isolate dai saloni affrescati e mosaici dipinti, ma senza nasconderli.

A chiudere il percorso a Palazzo Venezia una proiezione che trasforma le pareti dei saloni in un grande schermo cinematografico, su cui tempere, colori e ritratti dell’artista compaiono e si confondono, sciogliendosi come una tavola di colori da cui originano queste opere immortali.

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Napoli: la mostra “i Tesori Nascosti” di Sgarbi prorogata fino al 20 luglio

Rivelazione dello scorso inverno, la mostra i Tesori Nascosti, a cura di Vittorio Sgarbi sarà prorogata fino al prossimo 20 luglio. Lo ha anticipato il Mattino di Napoli qualche settimana fa: data la grande affluenza di pubblico e la richiesta a gran voce di chi invece non sarebbe riuscito a vederla durante la stagione calda, si è deciso di estenderla ancora per quasi due mesi. La chiusura originaria, infatti, fissata per il 28 maggio, è sembrata troppo corta per i tanti potenziali visitatori che, in vista dell’estate, volevano vedere le oltre 150 opere che compongono questo interessante percorso di storia dell’arte.

Vittorio Sgarbi è riuscito a mettere insieme opere (ingiustamente ritenute) minori, di autori maggiori, tutte appartenenti a fondazioni, collezioni e collezionisti privati, tra cui il fondo Cavallini-Sgarbi dello stesso curatore e critico d’arte.

Oltre ai tre artisti enfatizzati dal sottotitolo, Tino Di Camaino, Caravaggio e Gemito, attivi nella città di Partenope e che legano maggiormente questa esposizione a Napoli, tanti altri artisti compongono un percorso antologico che mette insieme autori come Mattia Preti, Luca Giordano, Guercino, Ribera, ma anche grandi artisti dell’arte contemporanea e metafisica come Giorgio De Chirico, De Pisis, Morandi.

i Tesori Nascosti di Vittorio Sgarbi (Galleria del ‘900)

Pitture, certo, ma anche sculture come quelle del milanese Wildt e De Luca.

Concepita inizialmente per EXPO Milano 2015 la mostra si è spostata a Salò, arricchendosi di nuove opere e autori per la tappa napoletana.

Suggestivo scrigno di questi tesori è la Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, a Napoli, chiusa a pubblico per oltre vent’anni e utilizzata nel tempo come officina, è essa stessa tesoro nascosto che, per l’occasione, è stata restituita al pubblico nella veste elegante di pinacoteca del XIX secolo. Pareti bordeaux e dipinti disposti a metà tra percorso museale e sontuosa galleria privata, fanno da cornice al bellissimo pavimento opera della famiglia Massa (la stessa che ha maiolicato il Chiostro di Santa Chiara a Napoli). Chi entra per la prima volta ha probabilmente la sensazione di varcare una nuova dimensione, in cui svaniscono i contorni della Basilica confondendosi con quelli di una eccezionale quadreria.

una foto della sala della mostra da @marianocervone (instagram)

Visitare la mostra è un vero e proprio percorso esperienziale oltre che artistico: la Basilica infatti si trova nel cuore del centro storico della città, già riconosciuto universalmente come patrimonio dell’UNESCO, e per raggiungerla si dovrà passeggiare tra i profumi delle creazioni dei maestri pasticceri e quelle degli artigiani della pizza di Gino Sorbillo, ascoltando gli artisti di strada che portano la loro voce, i loro strumenti, la loro energia per le folcloristiche stradine.

Grazie ad una applicazione (disponibile gratuitamente per iOS e per Android) sarà possibile ascoltare la voce dello stesso Sgarbi, che guiderà lungo il percorso, una lectio privata con un maestro d’eccezione.

Prosegue dunque, per la gioia degli studenti universitari il lunedì universitario, giorno in cui ogni studente, esibendo un qualsiasi documento che attesti la frequenza a qualsiasi facoltà per l’anno corrente, può entrare in mostra pagando soltanto 5€ a fronte dei 12 del biglietto intero.

I Tesori Nascosti rappresenta un’antologia di storia dell’arte, le cui pagine vanno dalla metà del 1200, con opere giottesche appartenute persino a Gabriele D’Annunzio fino ad arrivare ai bellissimi nudi del Novecento di Eugenio Viti.

Sgarbi è riuscito a comporre una mostra che spazia sapientemente dal medioevo al rinascimento, passando per i paesaggisti dell’ottocento napoletano e le avanguardie di inizio secolo. Sono davvero tanti gli autori messi insieme dal noto critico d’arte italiano, che ha portato nel capoluogo campano un evento unico come non se ne vedevano da un po’.

Per maggiori informazioni:

www.itesorinascosti.it

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Van Gogh: a Capodimonte i quadri “ritrovati” fino al 26 febbraio

Un’occasione davvero unica, quella del pubblico napoletano, per ammirare ben due dipinti di Van Gogh, ospiti del Museo di Capodimonte, a Napoli appunto, fino al prossimo 26 febbraio. Si tratta di due opere ritrovate dalla Guardia di Finanza e dalla Procura di Napoli in un covo della camorra nel settembre del 2016: «Siamo estremamente soddisfatti che le opere vengano esposte nella città dove sono state ritrovate, per celebrare il loro sicuro salvataggio – ha commentato Axel Rüger, direttore Museo di Van Gogh di Amsterdam cui i due dipinti appartengono – mettendo a disposizione le opere in primis per i napoletani, abbiamo voluto esprimere tutta la nostra gratitudine alla vostra Città e Regione, all’Italia e alle autorità italiane, specialmente la Guardia di Finanza e la Procura, e siamo anche immensamente grati ai nostri colleghi del Museo di Capodimonte».

Un modo dunque per ringraziare proprio quella città che indebitamente e inconsapevolmente le ha forse trattenute per ben quattordici anni, quando il 7 dicembre del 2002, due uomini si introducono nel museo di Amsterdam e rubano le opere.

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Mangiatori di patate, 1885

Si tratta di Spiaggia di Scheveningen prima di una tempesta del 1882 e Una congregazione lascia la chiesa riformata di Nuenen datato 1884-85. Opere di straordinaria importanza per comprendere il percorso artistico del maestro olandese, ancora distante dai variopinti colori delle opere di età matura, influenzato dal seicento nordico e da una vocazione frustrata di evangelizzatore. Van Gogh si esprime con una pittura di nero realismo, che arriverà all’apice con i Mangiatori di Patate.

spiaggia-di-scheveningen-prima-di-una-tempesta-1882-capodimonte-napoli-internettualeSpiaggia di Scheveningen prima di una tempesta è il solo lavoro dell’artista che risale al suo soggiorno all’Aia. Importante in quanto consiste in un ritorno alla pittura da parte di Vincent, dopo aver trascorso i precedenti anni dedito esclusivamente al disegno, nonché una delle due sole vedute marine dipinte in quel periodo.

una-congregazione-lascia-la-chiesa-riformata-di-nuenen-1884-van-gogh-capodimonte-napoli-internettualeUna congregazione lascia la chiesa riformata di Nuenen è invece il solo dipinto dell’artista che conserva ancora il telaio originale. Un’opera intima, legata al ricordo e agli affetti familiari. Il quadro infatti era stato dipinto per la madre nel 1884. La tela infatti ritrae la chiesa dove il padre di Van Gogh era stato pastore.

Inizialmente il dipinto raffigurava una figura isolata di un contadino, sostituito successivamente da un gruppo di fedeli in primo piano e delle foglie brune sugli alberi per riprodurre e restituire un’atmosfera più autunnale.

«Un’iniziativa – dice soddisfatto il direttore di Capodimonte, Sylvain Bellenger – che lancia un messaggio positivo, di speranza e riscatto importante per la Campania ma rivolto a tutti, cittadini e turisti».

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La Pinacoteca di Brera colpita dal freddo di questi giorni

Il grande freddo di queste prime settimane di gennaio ha fortemente inciso anche sul mondo dell’arte. Sì, perché secondo quanto ha diffuso l’ANSA in queste ore, a causa del gelo di questi giorni ci sarebbe stato un po’ di scompiglio persino all’interno della Pinacoteca di Brera. A rivelarlo alla stampa italiana è stato il direttore James Bradburne, che ha detto: «È stata una tempesta di freddo perfetta».

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interno galleria della Pinacoteca di Brera a Milano (instagram @marianocervone)

Il forte freddo infatti avrebbe bloccato gli impianti di riscaldamento del museo milanese. La successiva messa in funzione avrebbe poi causato un microclima di umidità anomalo, che ha fatto temere per molte delle opere contenute all’interno della Galleria.

Molte dei dipinti sono stati cautelativamente “incerottati” con carta di riso, come la Pala di Piero della Francesca, tra le opere più importanti dell’intera pinacoteca. Altre opere invece sono state rimosse, come Bramante, posto all’interno della sala del restauro: «vi è stato un leggerissimo sollevamento [del colore, ndr], ma niente di irreversibile» ha commentato Bradburne.

Al sicuro e senza danni opere importanti, dallo Sposalizio della Vergine di Raffaello al Bacio di Hayez, dal Cristo morto di Mantegna a La cena in Emmaus di Caravaggio.

Tutta colpa del freddo secco, che non investiva la città di Milano con questa intensità da almeno dieci anni.