INTERNATTUALE, LIFESTYLE

Starbucks Milano: caffè, design e tradizione italiana. Ecco perché vale la pena andarci

Una nuova multinazionale fa il suo ingresso nel mercato italiano, e tutti a puntare il dito sulla nostra perdita di identità. Starbucks ha aperto ufficialmente le sue porte al pubblico a Milano, diventando così il primo store nel nostro Paese e, pare, secondo i bene informati non sarà l’ultimo.

Da sempre paradiso di frappuccini e muffin, da quando nel lontano 1971 Howard Schultz diede il nome del primo ufficiale di coperta di Moby Dick al primo store di Seattle, in origine fondato da tre studenti universitari.

Da allora Starbucks si è trasformato in un marchio di successo esportato in tutto il mondo: da New York a Parigi, dall’Inghilterra all’India, rivoluzionando il modo di bere caffè e creando un vero e proprio standard.

Bibitoni da sorseggiare lentamente durante la mattinata, stringendo tra le mani bicchieroni di carta, è questo nell’immaginario di noi europei, e probabilmente di tutto il resto del mondo, un’immagine simbolo del sogno americano.

Ultimi Paesi in cui la bella sirena del caffè tostato approda sono proprio l’Italia e l’Uruguay. Ma attenzione: a differenza di altre catene giunte nel nostro Paese da anni che con i loro prodotti hanno esportato anche il proprio stile, basti pensare a McDonald’s o Burger King, in cui ogni punto vendita è uguale all’altro, la storica catena di caffè americana qui arriva con una Starbucks Reserve Roastery, come a Seattle e a Shangai, una vera e propria sede di torrefazione del caffè lasciata a vista dei clienti, che vuole contribuire a rendere quello del caffè un momento esperienziale.

Sede deputata a questo importante debutto milanese è Palazzo Broggi, meglio noto come il Palazzo delle Poste in Piazza Cordusio 3. L’edificio fu costruito in occasione del rifacimento della piazza alla fine del XIX secolo, e faceva parte di un piano regolatore con cui si riorganizzava e ristrutturava la zona tra Piazza Duomo e il Castello Sforzesco.

A progettare il palazzo l’architetto che gli diede il nome, Luigi Broggi, e fu inaugurato nel 1901. La facciata è in stile umbertino, declinazione italiana del neo-barocco, corrente eclettica che mette insieme elementi gotici e barocchi originari del Rinascimento. Un’architettura che ben potrebbe ricordare i palazzi ottocenteschi newyorkesi. Tuttavia gli architetti non hanno ceduto al fascino di fare di questa sede un’omologa statunitense, bensì hanno deciso di rendere omaggio alla città e alla nazione che li ospita. A cominciare dal design, che non poteva che essere stiloso nella capitale del design italiano, con influenze anni ’70, marmi che richiamano i colori del Duomo di Milano e luci che vogliono ricordare invece il Castello Sforzesco.

Qui tutto ruota intorno ad un bancone bakery che sforna prodotti del panificio Princi di Milano.

The “clacker board” is shown at the Starbucks Reserve Roastery in Milan, Italy on Sunday, August 02, 2018. (Joshua Trujillo, Starbucks)

Ma non è bastato questo omaggio all’Italia, e alla sua tradizione, ai benpensanti che hanno commentato la diretta facebook di Corriere che mostrava i locali per la prima volta. Spiriti patriottici che inneggiano al caffè italiano (e alcuni al caffè napoletano addirittura, benché siamo in terra lumbard), mostrando un alto senso civico e nazionalista.

Molti hanno invocato il “bar sotto casa”, gridando al caro vecchio espresso.

Eppure è lecito chiedersi se tutte queste persone abbiano sempre preferito il pescato italiano al sushi, i mobili di Cantù all’IKEA, le Geox alle Nike.

La verità, che ci piaccia o no, è che le multinazionali e i franchising esistono, e spesso generano nel nostro Paese più lavoro di quanto imprenditori e aziende italiane non facciano: questa sede infatti offre lavoro a 300 persone.

Qui non si vuole insegnare a noi italiani a bere, né tantomeno fare, il caffè. Questa è una catena che viene nel nostro Paese in punta di piedi, con umiltà, senza imporre né esportare frappuccini e muffin per i quali è diventato famoso, ma ha deciso di presentarsi con un concept unico nel suo genere, ambendo quasi a diventare sede divulgativa, mostrando il processo di tostatura di quei chicchi che danno origine a quella miracolosa miscela nera, fondamentale per i nostri momenti di pausa, unendo il design e quel senso di lusso squisitamente italiano e milanese in particolare (qui un caffè costa 1.80 € mentre uno americano 3.5 €).

E nella patria dell’Happy Hour il bar del piano alto non poteva che essere dedicato all’aperitivo. Perché qui non c’è ostentazione del marchio o dei cappuccini giganti. Starbucks Milano si fa momento esperienziale, per scoprire che oltre il nero bollente di una tazza di caffè c’è tutto un mondo, genuinamente italiano.

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Vittorio Sgarbi presenta il Museo della Follia, a Napoli fino al 27 maggio

Quella del Museo della Follia, nuova mostra di Vittorio Sgarbi a Napoli dal 3 dicembre fino al 27 maggio, non è una mostra, ma un viaggio introspettivo attraverso gli stati dell’animo umano. La follia non è intesa soltanto nella sua accezione di perdita del senno, ma è libertà di spirito, che si fa a volte avanguardia, capacità di andare oltre il

Goya, Una santa monaca guarisce una giovane inferma

mondo conosciuto, oltre il sensibile, percependo ciò che gli altri non vedono. Come Goya che, intossicato dal mercurio, ha dipinto una Una santa monaca guarisce una giovane inferma quasi cieco, forse come messaggio di speranza per la propria guarigione dell’anima, ma soprattutto del corpo.

Molti degli artisti esposti in mostra erano considerati folli, altri invece, artisti, lo sono diventati tra le mura degli istituti in cui erano reclusi. Tutti erano in realtà dei sognatori. È il caso di Antonio Ligabue, che nelle campagne emiliane, di cui era originario, immaginava leoni e tigri, giraffe e animali esotici. Un mondo onirico in cui l’artista vuole dimostrare che la natura è bella nella sua imperfetta bruttezza, nel leone che caccia la gazzella o un insetto scuro che cammina tra la danza di due coloratissimi galli. Una natura disarmonica, come lo erano i suoi autoritratti, così simili a quelli di un altro artista visionario, Van Gogh, con il quale ha in comune pennellate dense di colore, stemperate direttamente sulla tela.

Un percorso fatto di camere, reali e immaginarie, in cui gli oggetti di uso quotidiano sono impressi della vita di chi li ha posseduti, si fanno silenziosi narratori di mondi e di menti, di ciò che era prima, della quotidianità di luoghi ora abbandonati. Gli stessi che il visitatore vede nelle fotografie di Fabrizio Sclocchini, che immortala gli assenti: mura consunte, letti arrugginiti, Madonne e crocifissi che parlano di chi li ha abitati. C’è persino un presepe crollato, ultimo baluardo di una fede in una vita altra, traslata nell’attaccamento al possesso di oggetti senza valore.

Lorenzo Alessandri, Gioconda modella inveroconda (Surfanta)

Il visitatore attraversa anche le camere immaginarie del surrealista Lorenzo Alessandri, quelle del Surfanta, immaginario hotel in cui ritrae Gioconde transessuali e vizi, o quelle del naïf Carlo Zinelli, che disegna uomini e crocifissi, colorando ogni centimetro del foglio bianco con un horror vacui che è paura del tempo, di cui ne diventa inconscia scansione.

Il tempo, tema ricorrente in queste prigioni dell’anima, che senti dal ticchettio di una sveglia senza lancette. Istanti di giorni tutti uguali eppure diversi. Diversi da artista ad artista, da paziente a paziente: chi lotta contro la cura, chi si rende complice della terapia scegliendo il proprio supplizio o chi riesce a trovare la sua dimensione, raccontando quel micro-mondo di pensieri e immagini che riversava con più o meno consapevolezze nelle proprie opere.

Bacon, Head

Bellissime le opere di Bacon, il quale, incapace di disegnare un sorriso, ha immortalato un urlo. Silenzioso quanto forte nella sua informe bocca, in questa espressione sfuggente che esprime strazio, dolore, rabbia. Ma di certo non lascia indifferenti.

Un percorso di ampio respiro, che alterna pittura, scultura e videoinstallazioni, mescolando con maestria arte moderna e contemporanea, indagando la mente che è spazio interiore e posto fisico, deputato a quell’igiene mentale che spesso era chiusura all’altro, chiusura al diverso.

Gli allestimenti scuri sospendono il visitatore in uno spazio amorfo e atemporale, dove l’arte e la realtà si confondono, in un ambiente a metà tra museo e manicomio, dove è stato ricreato anche un OPG, gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari.

La rassegna è allestita all’interno della Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta in Via Tribunali, dove è stata presentata dal Professor Sgarbi, dai suoi autori, insieme allo psicologo Raffaele Morelli, al Monsignor De Gregorio rappresentante della Curia che ha permesso di fare della Chiesa un luogo di cultura.

Tra gli autori della rassegna l’artista Cesare Inzerillo, presente con delle sue opere sul tema, Sara Pallavicini, Giovanni C. Lettini e Stefano Morelli.

Bellissima la serie di foto stereoscopiche, tratte da vecchie foto in bianco e nero che acquisiscono una profondità di immagine che proietta lo spettatore in questi ambienti. Ma sono tante le sorprese, i video, le installazioni e gli audio che i visitatori avranno modo di scoprire.

Dipinti, luoghi, oggetti. E poi ci sono loro, i “matti”, i tanti volti dalle cartelle cliniche di uomini e donne ritenuti folli, delle loro espressioni straziate dal dolore o da trattamenti sperimentali senza reali fondamenti scientifici, ma spesso frutto di preconcette idee di una società non ancora avvezza al cambiamento.

Anche Maradona trova posto in questa esposizione, con una serie di radiografie del suo piede durante un’azione e la foto di un suo piede. L’ex calciatore del Napoli è provocatoriamente è incluso nella mostra come un contemporaneo Caravaggio dalla vita dissoluta, ma dalla indiscussa genialità. La mano de Dios di una sua storica partita di Maradona è oggi venerata dai tifosi così come gli storici dell’arte apprezzano le pennellate delle Madonne del maestro della pittura rinascimentale italiana.

Bellissimo il gesto dell’ex calciatore del Napoli che ha deciso di devolvere il compenso per legare il suo nome all’evento all’Ospedale Pausilipon.

C’è anche un corno gigante, portafortuna per antonomasia, le cui radici affondano nella mitologia greca, che omaggia Napoli, originario simbolo di immortalità inteso da popolo partenopeo come scaramantica capacità di sconfiggere il male e propiziare la buona sorte.

un’opera dell’artista Cesare Inzerillo

Una follia che arriva fino allo stesso Cesare Inzerillo, e alle mummie della sua serie Tutti santi, a quel nano alato che, come un decomposto Icaro, sogna di volare ma non ci riesce. Sì, Follia come morte, che rende tutti santi, tutti uguali, come quella Livella dell’amato Totò. Ma follia anche di chi cerca irrazionalmente la morte, quale fuga dalle miserie e guai della propria esistenza. Follia come mancanza delle persone care e, proprio come Astolfo che sulla luna cercò il proprio senno, artisti come Silvestro Lega provano a ritrovare il loro nell’arte.

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Restaurato il balcone di Giulietta: la storia, i film, le curiosità

Chiuso dallo scorso 23 ottobre per dei lavori di restauro, il Balcone di Giulietta, uno dei monumenti più noti e visitati della città di Verona, è stato finalmente restituito al pubblico in tutto il suo splendore da qualche giorno.

Leslie Howard e Norma Shearer in Romeo e Giulietta (1936)

È bello per i romantici come me pensare che nella nota casa veronese si siano amati i due sfortunati amanti della tragedia Shakespeariana, Romeo e Giulietta. Ma, diciamoci la verità, sappiamo che quella del famoso drammaturgo inglese era un’opera di pura invenzione.

Ma allora perché a Verona si dice che sia proprio quella la casa di Giulietta? Me lo sono chiesto anche io e così, dopo qualche ricerca, ho scoperto che effettivamente sono esistite a Verona le famiglie Montecchi e Capuleti, ma, per l’esattezza si tratta di Cappelletti, che avrebbero vissuto proprio in quella dimora situata in Piazza Erbe durante gli anni della permanenza di Dante a Verona.

Ce lo dice uno stemma, situato sulla chiave di volta dell’arco che dà accesso al cortile della casa.

Per quanto riguarda i Montecchi invece, si sa che erano una famiglia di mercanti, militanti nei ghibellini, effettivamente impegnata nelle sanguinose lotte di presa di potere contro la famiglia guelfa dei Sambonifacio.

Francesco Hayez, L’ultimo bacio di Giulietta e Romeo (1823)

Non ci sono dunque documentazioni che attestino una effettiva rivalità con la famiglia dei Capuleti, o meglio dei Cappelletti, ma in compenso, entrambe le famiglie sono citate dallo stesso Dante nella Divina Commedia, nel VI canto del Purgatorio, vera e propria invettiva del poeta fiorentino contro i disordini in Italia, che nei versi 105-107 dice:

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
color già tristi, e questi con sospetti!

Tra il XIV e il XV secolo la Casa di Giulietta ospita la famiglia Capello, che probabilmente prende il nome dalla dimora stessa, esercitando la professione di farmacisti fino al 1400.

Passa il tempo e cambia la destinazione d’uso, trasformandosi in un albergo, e subendo nella struttura diversi rimaneggiamenti tra il XVII e il XVIII secolo. Soltanto l’originaria torre pare risalire al XIII secolo e dunque alla parte più antica, benché anch’essa abbia subito non poche trasformazioni.

Alla fine dell”800 la casa appariva come un casermone popolare di chiara impronta nord-italiana, con una lunga balconata con ringhiera in ferro che percorreva tutta la facciata interna e rappresentava anche un camminamento.

La casa di Giulietta come appariva alla fine dell’Ottocento (immagine wikipedia)
La casa di Giulietta negli anni ’40 (immagine wikipedia)

L’idea del balcone arriva tra la fine degli anni ’30 e gli inizi degli anni ’40, quando Antonio Avena, storico italiano e direttore del museo civico veronese, ispirandosi ad un film hollywoodiano di quegli anni con Leslie Howard, che a sua volta si rifaceva al noto quadro di HayezL’ultimo bacio dato a Giulietta da Romeo, decise di avviare dei fantasiosi lavori di ristrutturazione, affinché la casa potesse effettivamente coincidere con quella che ormai si era diffusa nell’immaginario collettivo.

Il balcone di Giulietta infatti è in realtà un antico sarcofago scaligero, assemblato insieme ad alcuni resti marmorei che risalirebbero al XIV secolo.

Balcone di Giulietta

Oggi il sito è uno dei monumenti più famosi di Verona. Sono tanti i giovani innamorati e fidanzati che accorrono alla casa di Giulietta per trovare o testimoniare l’amore, con lettere a sfondo amoroso lasciate sul muro dell’andito della casa, e per fare il rito propiziatorio di toccare il seno alla statua in bronzo di Giulietta posta nel cortile: «Il balcone di Giulietta – ha detto il sindaco Federico Sboarina in merito al restauro – è senza dubbio il nostro monumento turistico più visitato e conservarlo in tutto il suo splendore è doveroso anche nei confronti delle migliaia di turisti che ogni anno vengono ad ammirarlo».

Amanda Seyfried in una scena del film Letters to Juliet (2010) mentre attacca al muro la sua lettera

I lavori hanno interessato sia la parte statica, sia quella dei materiali, che sono stati esaminati con specifiche tecniche di conservazione. Grazie a questo intervento, che ha permesso la pulitura di tutto il balcone, sigillando alcune lesioni dello stesso e il consolidamento di alcune pietre in tufo, i visitatori potranno adesso ammirarlo in tutto il suo splendore. A protezione è stata applicata su tutta la superficie, compreso il piano di calpestio, un materiale impermeabile, per preservare questo splendore ritrovato.

Non so voi, ma mi emoziona molto l’idea di vedere (e conto di farlo quanto prima) questo luogo che, benché sia una sorta di quinta teatrale ispirato ad una storia di pura fantasia, rappresenta oggi il tempio dell’amore per antonomasia, ed è permeato di quel romanticismo e quella fede incrollabile che ci dà la certezza che l’anima gemella esiste per tutti, bisogna soltanto crederci intensamente.

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L’Esercito di Terracotta: dalla Cina a Napoli fino al prossimo 28 gennaio

Partita qualche giorno fa, la mostra L’Esercito di Terracotta e il primo imperatore della Cina sarà aperta al pubblico fino al prossimo 28 gennaio 2018 presso la Basilica dello Spirito Santo a Napoli.

Per quanto credi di conoscere la tua città, non la girerai mai abbastanza da poter dire di aver visto tutto. È stato questo il mio primo pensiero, quando sono stato ospite di questo evento. Sì, perché se la biglietteria è l’ingresso principale della basilica in Via Toledo, l’accesso alla mostra è di qualche metro più avanti, da Palazzo del Conservatorio dello Spirito Santo, dove c’è un’entrata laterale della chiesa.

In un crescendo di emozioni e reperti, scorgo i primi pezzi riversi per terra, tra l’argilla e la polvere, come appena rinvenuti. E pensare che il loro ritrovamento non è merito di un lavoro di ricerca, ma un fortuito scavo di un gruppo di contadini nel 1974.

Sono 1600 gli esemplari finora rinvenuti, appartenenti alla tomba dell’imperatore Qin Shi Huan- gdi del III secolo a.C., ma gli studiosi stimano che potrebbero arrivare addirittura 8000 tra soldati, cavalli, carri, musicisti e artisti che facevano parte della vita di corte e hanno inconsapevolmente composto un esercito di pietra a guarda della tomba del primo imperatore della Cina.

Per costruirli occorsero circa 720.000 uomini che lavorarono ininterrottamente per 36 anni, producendo un’opera colossale e senza precedenti per le contemporanee civiltà del tempo.

Un patrimonio dell’UNESCO nel cuore di un altro grande patrimonio dell’UNESCO, il centro storico di Napoli.

È straordinario pensare che queste colossali statue, a grandezza naturale, siano state iniziate per un bambino di appena 13 anni che si proclamò imperatore a 38 e morì prematuramente a 49. Eppure in appena un decennio Qin a Xi’an ha lasciato il segno e ha gettato le basi per un sistema, quello imperiale, che resterà immutato per quasi mille anni.

L’imperatore Xi’an fu lungimirante e riuscì a mantenere l’unità del suo impero attraverso un processo di standardizzazione delle unità di peso e di moneta, creando un’economia forte basata su commercio e imposte.

Benché oggi si sappia esattamente dove si trova la dimora dove riposa l’imperatore, la sua tomba non è stata ancora aperta: «Non dobbiamo scavare nel complesso funerario in modo indiscriminato, in particolare nella tomba dell’imperatore – ha detto Wu Yongqi, Direttore del Museo Cinese dell’Esercito di Terracotta – dobbiamo rispettare i nostri antenati e il patrimonio culturale e, qualunque misura prendiamo, non dobbiamo distruggere i resti delle reliquie e i siti. Il nostro obiettivo deve essere quello di arricchire gradualmente la conoscenza storica».

Prodotta dalla LiveTree e curata da Fabio Di Gioia, non è una semplice mostra questa, ma una pagina interattiva di storia della Cina che tra guerrieri di terracotta, statue in bronzo, suppellettili e video-installazioni ci riporta in un’epoca, quella del 219 a.C., in cui questa affascinante civiltà si mostra già complessa e pienamente evoluta.

Ma non è (solo) la parte storica quella più interessante, ma anche l’ampia sezione dedicata alla tecnica con cui questi soldati di argilla erano prodotti. Si scopre così che ogni militare si compone di sette parti, che erano realizzate separatamente e poi assemblate. Gli studiosi hanno individuato circa otto varianti degli stampi, che venivano poi ulteriormente sagomate in fase di lavorazione. L’argilla è quella proveniente dal Monte Li, lo stesso dove poi fu costruita la necropoli.

Come per la statuaria greca e romana, anche i guerrieri erano dipinti con colori brillanti, di cui oggi restano sbiaditi pigmenti che ci lasciano appena immaginare.

A chiudere il percorso espositivo la ricostruzione in scala 1:1 della necropoli, e qui l’Oriente incontra davvero il Meridione, perché il visitatore è proiettato lì, nella necropoli, a cospetto di un millenario esercito che tra fanti, soldati e generali di alto rango resta a guarda dello spirito dell’imperatore.

Sono oltre trecento i pezzi che s’incontrano lungo gli oltre 1800 metri quadri della Basilica dello Spirito Santo, la cui scelta non è casuale, ma determinata dall’idea, di certo riuscita, di restituire la sacralità dell’originario mausoleo, dimora dell’esercito di terracotta.

Per altre immagini di questa e di tutti gli eventi cui partecipo, continuate a seguirmi su instagram: Mariano Cervone

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La Sirenetta imbrattata di rosso: tutti gli atti vandalici alla statua di Copenaghen

È stata completamente verniciata di rosso, La Sirenetta di Copenaghen, scultura-simbolo della Danimarca, che dal 1913 accoglie i viaggiatori all’interno del porto. La statua fu voluta e commissionata da Carl Jacobsen, figlio del fondatore della nota birra Carlsberg, il quale, rimasto affascinato da una trasposizione teatrale (balletto) della nota favola di Hans Christian Andersen, dove una donna per metà pesce si innamora di un umano, commissionò una statua celebrativa a Edvard Eriksen nel 1909. A fare da modella Eline, moglie dello scultore.

Alta poco più di un metro, è una statua in bronzo del peso di 175 kg.

Quella di oggi purtroppo non è il primo atto vandalico che può annoverare la piccola sirenetta. Già nel 1964 infatti, alcuni attivisti del movimento situazionista, movimento anarchico politico e artistico, tra cui l’artista danese Jørgen Nash, segarono e rubarono la testa della statua, che non fu mai più rinvenuta e dovette dunque essere sostituita da una copia.

Il 22 luglio 1984 invece fu la volta del braccio destro, quello con cui la sinuosa figura della sirena si poggia sullo scoglio su cui idealmente aspetta. Quest’ultimo però per fortuna fu riconsegnato non senza imbarazzo dai due giovani vandali.

Nel 1990 ci fu un nuovo tentativo di decapitazione della statua, che provocò un solco di circa 18 cm nel collo della sirena. Si decise dunque di sostituirla in blocco, e rimpiazzarla con una statua identica che fosse un unico blocco di metallo lavorato.

Ma nel 1998, esattamente il 6 gennaio, la testa della statua è nuovamente rimossa. Restituita in forma anonima sarà poi ricollocata al suo posto circa un mese dopo.

Non è la prima volta che viene imbrattata di vernice, è già successo più volte nel corso degli anni e, l’11 settembre del 2003, è stata addirittura sradicata dal suo scoglio, forse, con una piccola carica di dinamite.

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“Caupona”, la locanda per mangiare come nell’antica Pompei

Se ripensiamo agli antichi romani, la prima immagine che probabilmente ci viene in mente è il loro caratteristico modo di mangiare: distesi sui loro triclini, circondati da schiavi che servivano loro le pietanze più prelibate, mentre rigorosamente bevono vino. Ma se negli anni la postura è cambiata, da oggi sarà di nuovo possibile assaggiare sapori di duemila anni fa.

A pochi passi dall’area archeologica degli scavi di Pompei, apre al pubblico CAUPONA, dal latino “locanda, osteria” appunto, che si propone come il primo ristorante “archeo-esperienziale”, completamente ispirato all’antica città romana distrutta dalla furia del Vesuvio nel 79 d.C.

La presentazione è fissata per martedì, 19 aprile alle ore 13.30, dove gli invitati potranno degustare cibi ispirati all’antica Pompei.

Grazie ad un attento lavoro di ricerca ogni pranzo o cena si trasformeranno in una vera e propria esperienza di gusto, certo, ma anche di usi e costumi in voga nella Pompei di duemila anni fa. I locali infatti sono la fedele riproduzione, sin nei minimi dettagli, di una vera locanda pompeiana e, al contempo, di una casa d’epoca.

È come entrare all’interno di una vera domus, quando si varca l’accogliente giardino di Caupona. Sulle pareti di quello che era un vecchio casale rurale ad un solo livello, oggi completamente ristrutturato, campeggiano i prezziari, rigorosamente in assi e sesterzi, con graffiti e scritte elettorali che ricalcano quelli propri di un’osteria.

I locali occupati dalla parte amministrativa del ristorante richiamano invece il Termopolio di Vetuzio Placido, mentre quella dedicata agli ospiti è la riproduzione della bellissima Domus di Marco Lucrezio Frontone, con tanto di affreschi, realizzati nella tecnica già utilizzata dai “copisti” dell’antica Pompei.

Ma non sono soltanto i sontuosi ambienti il frutto di questo lavoro di ricerca e riproduzione, ma anche, e soprattutto, il cibo, la gastronomia, ispirata alle ricette originali di De Re Coquinaria di Apicio. Persino le stoviglie sono fedeli copie in terracotta di piatti e coppe serviti dal personale che vestirà gli abiti del tempo, per rendere questa esperienza enogastronomica ancora più coinvolgente e rivivere il tempo interrotto dall’eruzione del vulcano.

Per maggiori informazioni, ecco il link

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I bellissimi affreschi di San Maurizio: scopri dove si trova la “Cappella Sistina” del nord

San Maurizio al Monastero Maggiore Milano - internettuale

Tra i tesori all’ombra del duomo, San Maurizio al Monastero Maggiore merita senza dubbio una menzione speciale. A due passi dalla stazione di Cordusio, la chiesa, di origine paleocristiana, è oggi una suggestiva architettura rinascimentale, conosciuta anche come la “Cappella Sistina” di Milano, per l’immenso ciclo pittorico di scuola leonardesca che ne adorna gli interni.

Inglobata in parte nell’adiacente Museo Archeologico del capoluogo lombardo, la chiesa era uno dei più antichi e prestigiosi monasteri della comunità benedettina femminile, e rappresenta un momento unitario e organico dello sviluppo della pittura milanese nel Cinquecento.

La chiesa si compone di una navata rettangolare suddivisa in dieci campate, di cui la cripta sottostante ne occupa sette, in una perfetta fusione di strutture neo-medioevali dal gusto classicista.

Raffinato e variegato il ciclo pittorico, che va dagli atti della vita di Cristo, dall’Adorazione dei Magi alle Nozze di Cana, passando per l’Arca di Noè e paesaggi più naif nei corridoi di passaggio. Un’esplosione di colori, profusi nelle sontuose vesti di santi e martiri, nella dolcezza dei visi delle Madonne, nella variopinta flora e fauna.

Padreterno Benedicente San Maurizio al Monastero Maggiore Milano - internettuale

Bellissima la rappresentazione del Padreterno benedicente contornato da Angeli nel blu dei lapislazzuli e l’oro delle stelle nell’aula claustrale.

Una full-immersion nella storia dell’arte rinascimentale, e in quella scuola, un po’ manieristica, figlia del grande maestro che fu Leonardo Da Vinci. Tanti i riferimenti e le analogie con il pittore della Monalisa, a cominciare dall’Annunciazione nel transetto dell’aula delle monache, dove colori e forme sono di chiaro stampo vinciano.

Dal novembre del 1798, con la soppressione del monastero, cominciano i primi problemi di conservazione per la struttura. La forte umidità, per il vicino fiume Nirone e una sottostante falda freatica, ha fatto sì che andasse perduto l’intero ciclo pittorico inferiore, oggi parzialmente coperto da intonaco. Negli anni ’60 si tenta un primo tentativo di recupero, mentre nel 1984, grazie a un lascito anonimo, iniziano i restauri sotto la direzione di Paola Zanolini.

Completamente gratuito l’accesso al pubblico, la visita a San Maurizio è resa possibile dai volontari del Touring Club Italiano, dal martedì alla domenica dalle 9.30 alle 19.30, e rientra nell’iniziativa de “i Luoghi APERTI PER VOI a Milano”.

Per maggiori informazioni:

www.apertipervoi.it

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“Casa del Manzoni” a Milano: l’Alessandro così diverso da ciò che pensavi

Casa del Manzoni Alessandro Manzoni Milano - internettuale

Piccolo gioiello a ridosso delle più note Gallerie d’Italia, la Casa del Manzoni è un’affascinante casa-museo che mostra un lato quasi inedito dell’autore de I Promessi Sposi.

L’edificio è un palazzotto nobiliare nel centro storico di Milano, che lo scrittore italiano acquistò nel 1813 per sé e la sua famiglia, dopo il suo breve soggiorno a Parigi. La facciata, in stile neorinascimentale, fu commissionata dallo stesso Manzoni all’architetto Andrea Boni nel 1864.

Un edificio che ruota intorno al cortile interno, che un tempo doveva apparire molto florido a giudicare dalle piante che ancora si inerpicano lungo le colonne del portico. Nella casa Alessandro Manzoni visse fino alla veneranda età di 88 anni, sopravvivendo anche ad alcuni dei suoi stessi figli. Dalla sua morte molte cose sono cambiate. La casa infatti per volere dei figli superstiti è stata poi rivenduta, a patto però che due stanze restassero invariate nel tempo: lo studio al piano terra, con affaccio sull’ampio giardino (oggi annesso alle Gallerie), dove il Manzoni si ritirava in meditazione, studi e riceveva gli amici, e la camera da letto. Esse rappresentano le uniche camere in cui il tempo s’è fermato con gli arredi e gli oggetti originali in cui è ancora impressa l’anima del padrone cui erano appartenute.

Oggi infatti la casa è per lo più musealizzata, ed ospita nei suoi appartamenti parte degli arredi e delle collezioni donate anche da altri musei, contestualizzate in un ambiente affinché ogni pezzo racconti parte della storia dell’autore. A cominciare dalla camera di fronte al suo studio, occupata dall’amico fraterno Stefano Stampa, che visse con lui per quindici anni prima di sposarsi, e che oggi ospita i suoi ritratti e quelli della sua famiglia, fino ad un dipinto sul letto di morte.

Alessandro Manzoni by Francesco HayezAl piano superiore una teoria di stanze, e quelli che dovevano essere i salotti, mostrano una serie di dipinti del Manzoni, la tenerezza dei ritratti di famiglia, quei dipinti e disegni che ne raccontano la maturazione, anche fisica, dell’uomo, oltre che autore, che ci appare come un borghese della Milano bene, che invecchia con garbo negli ambienti di una dimora che ama.

Quadri sì, ma anche bronzi e sculture, fotografie, narrano gli eventi più importanti della vita del Manzoni: l’incontro con Garibaldi, ma anche le tante opere che hanno celebrato la già contemporanea popolarità del suo romanzo, ritraendo i protagonisti come personaggi storici veri, viventi: Lucia, nella sua virginale fede, la Monaca di Monza, oscura e austera, l’autoritario Don Rodrigo.

Bellissime le ultime sale, che chiudono il percorso di visita, con una raccolta di libri, alcuni dei quali autografi, con edizioni del romanzo manzoniano e citazioni alle pareti con alcuni degli stralci di maggior impatto.

La casa, in cui Alessandro Manzoni ospitò tra gli altri anche Cavour e Giuseppe Verdi, è attualmente gestita dal Centro Nazionale di Studi Manzoniani, istituito nel 1937, che mette a disposizione di studiosi e appassionati una Biblioteca specialistica con oltre 30.000 volumi, costituita da donazioni Treccani e Viganò, e testi appartenuti allo stesso Manzoni. Il Centro, divenuto Fondazione nel 2002, occupa gli ultimi piani dell’edificio, consentendone l’accesso a residenti e turisti gratuitamente. Fatto ancora più eccezionale se si considera il perfetto stato di conservazione del villino, e il personale che vi lavora che, con cortesia e discrezione, accompagna il visitatore alla scoperta dell’inedita figura del letterato italiano in una rarefatta atmosfera senza tempo.

Per maggiori informazioni:

www.casadelmanzoni.it