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Io Dalí, al Palazzo delle Arti di Napoli fino al 10 giugno

Personaggio eccentrico e sopra le righe. Era probabilmente questo Salvador Dalí, prima ancora di essere considerato un artista di talento, che con la poetica surrealista delle sue opere ha senza dubbio contribuito a fare la storia dell’arte contemporanea dell’ultimo secolo.

È da questo presupposto che forse muove i primi passi la mostra Io Dalí, al Palazzo delle Arti di Napoli fino al prossimo 10 giugno, che si svela agli occhi degli spettatori dopo una misteriosa promozione che ben ha saputo catturare l’attenzione dei napoletani nelle passate settimane.

Una mostra, questa, soprattutto multimediale, così come si pronuncia sin dalla prima sala, dove una decina di monitor mostrano in loop interviste, opere, frammenti video dagli archivi audiovisivi storici delle TV internazionali, in cui Dalí è colto nella sua irriverente figura caratterizzata dai suoi ormai iconici baffetti neri.

Pannelli luminosi, riviste, fotografie provano invece a ricostruire la vita di un artista che nell’arco della sua esistenza ed esperienza artistica non ha fatto altro che raccontare il mondo a modo suo.

Salvador Dalí, autoritratto (1911)

Un personaggio, quello di Dalí, più attuale che mai, che ben si amalgamerebbe le dinamiche della società contemporanea, dove oggi è soprattutto l’immagine a prevalere su tutto il resto: «Sono un esibizionista; mi comporto sempre come un attor» dice di sé l’artista spagnolo.

Dalí infatti era ben consapevole dell’impatto dei media sulla gente, e sapeva come catturare l’attenzione su dé, come ottenere copertine e prime pagine di giornali, rotocalchi e magazine.

La sua ricerca artistica anticipa la “stereofonia” delle nostre immagini, quelle che oggi definiamo 3D, dipingendo immagini doppie: monocromatiche e a colori, che talvolta differiscono per dettagli infinitesimali.

Immagini in tre dimensioni e ologrammi. Erano soprattutto queste le sperimentazioni artistiche della storia recente del suo percorso, sperimentando proiezioni con colori primari, che oggi definiremmo avveniristiche, ricercando il realismo dell’immagini con cui ha anticipato l’interazione con lo spettatore.

Sono tanti gli artisti con cui si è confrontato nella sua carriera, senza temere giudizi o critiche: da Velasquez a Vermeer, dagli autori classici ai contemporanei.

Schizzidisegnidipintifoto. Sono variegate le opere esposte lungo il percorso di visita, in cui tecniche diverse si sovrappongono.

Una mostra, Io Dalí, che antepone l’uomo all’artista, e svela soprattutto una personalità, che ha contribuito a rendere grande la sua arte agli occhi del mondo.

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Frida Kahlo, l’emozionante forza oltre il mito. Fino al 3 giugno al MUDEC di Milano

Mariano Cervone alla mostra di Frida

È una mostra che tocca l’anima, quella su Frida Kahlo, al Mudec di Milano fino al prossimo 3 giugno.

Oltre il mito, questo il sottotitolo della rassegna, si propone di raccontare l’artista messicana al di là delle opere, che ne hanno fatto un’icona di arte contemporanea, ma anche di stile in tutto il mondo.

E dire che qui i prestiti sono tanti, al punto che, al mio ingresso nella prima sala, penso che siano lì tutte i lavori, i disegni a carboncino, i dipinti, gli acquerelli, i carteggi attraverso i quali si è raccontata ad amici e parenti. E invece svolto appena l’angolo, per capire che ciò che avevo di fronte era appena la punta di un iceberg d’arte ben più grosso, di una esposizione grandiosa che abilmente racconta la vita, oltre la poetica, della pittrice.

Lungo il percorso trovano infatti posto anche una serie di lettere originali, con traduzione a fronte, in cui la Kahlo parla della sua vita privata: leggerle tutte è impossibile, così come sarebbe impossibile riassumere in queste pagine la vita di un’artista molto complessa e dai sentimenti profondi.

Tra le opere esposte, non mancano disegni inediti, in cui Frida si disegna con matita e carboncino, sperimentando volumi e colori, e evidenziando, con mano un po’ naif, le trasparenze delle vesti.

L’arte di Frida trasuda Messico, perché la pittrice si è nutrita della linfa vitale dalla Madre Terra, la sua forza vitale conviveva in quella del suo Messico, che continuerà a sentire dentro di sé come un fuoco, anche quando si trasferisce nella calda California, scioccando la borghesia con la sua indole ribelle.

Bellissima la sezione fotografica, che ripercorre l’esistenza di Frida, dalla sua infanzia alle foto di famiglia, passando per i momenti conviviali, dove, anche in un folto gruppo, la presenza silenziosa dell’artista è preminente.

È in queste foto che non posso fare a meno di notare che negli anni ’50 Frida appare come una donna più forte, forse austera, più consapevole di quel corpo tragicamente cambiato, meno giocosa: non ci sono più i fiori tra i suoi capelli, che in poche foto più avanti porta sciolta, quasi come un velo monacale, quasi a decostruire quell’immagine che negli anni aveva consapevolmente creato, ma sempre fedele a se stessa.

Non mancano momenti di maggior azione lungo il percorso, come un cortometraggio di animazione che offre al visitatore il dialogo immaginario, e immaginifico, tra la Kahlo e la morte, che miracolosamente l’ha risparmiata da quell’incidente in tram che drammaticamente caratterizzerà tutta la sua vita: degenze in ospedale, cure, pesanti busti, fino all’amputazione di una gamba che la porterà a ricorrere ad una protesi. Un dolore fisico e psichico che Frida riversa senza imbarazzi nelle sue opere. Si ritrae con le lacrime, come un cuore che soffre e sanguina. Crea una precisa iconografia del dolore, ritraendo i momenti cupi, senza il timore di mostrare sé stessa in quel letto d’ospedale, esorcizzando il male con la sua arte.

Una vita dolorosa segnata anche da Diego Rivera, amore della vita e marito fedifrago che la tradirà tra le altre anche con la sorella prediletta.

Eppure Frida sembra continuare a sorridere alla vita, da un raro quanto emozionante home video in 16mm del George Eastmen Museum, in cui la pittrice è proprio accanto a Rivera, qui accompagnato dall’intenso brano del cantautore calabrese Brunori Sas, Diego e io, che incarna con passione la dolcezza e la sofferenza, la profonda inquietudine, di questo amore. È probabilmente questo l’apice emotivo di questa antologica, che rappresenta un momento di grande pathos.

Continuo a passeggiare nelle sale del Mudec, e osservo ritratti di politici, di uomini e di donne illustri con cui Frida era entrata in contatto. Quando osservo le sue vivaci nature morte, mi accorgo che la Kahlo era forse vicina a Picasso più di quanto lei stessa forse non sapeva neppure. Mentre in altri dipinti ricorda addirittura il surrealismo di Dalì, Magritte, dove realtà e sogno si sovrappongono, tra lune, panorami sospesi a mezz’aria, abbracci divini in una ricerca di pace e misticismo.

Frida si è sempre espressa anche attraverso il proprio corpo; una Marina Abramović ante saecula, che esprime i suoi stati d’animo anche attraverso quelle stravaganti acconciature, attraverso gli abiti, le collane, mai lasciate al caso nella vita come nei suoi dipinti, facendo del proprio corpo un manifesto. Ed è così che si chiude questo racconto d’arte e questo profondo spaccato di vita: con i busti, le protesi, la sofferenza e l’imperfezione che hanno segnato duramente la sua esistenza. Frida è ben lontana dalla ricerca di perfezione che affligge noi contemporanei, e non aveva paura di mostrare fragilità e fallimenti. Ed è proprio questa forza che l’ha resa immortale ai nostri occhi, vincendo dopo la morte quella malattia che invece l’aveva afflitta tutta la vita.

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Il Napoli nel mito, al Museo Archeologico di Napoli fino al prossimo 28 febbraio

Non dev’essere un caso se quest’anno il Napoli Calcio è finito in ben due musei proprio mentre è di nuovo primo in classifica mentre incendia il cuore dei fan come nell’età d’oro degli anni ’80.

Se infatti Museo della Follia di Sgarbi, alla Basilica di Santa Maria Maggiore a Napoli fino al 27 maggio, ha incluso Maradona in un percorso di Storia dell’Arte che parte da Goya, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli ne fa addirittura un mito contemporaneo. Il Napoli nel mito – storie, campioni e trofei mai visti, è questo il titolo della rassegna, che reinterpreterà come veri e propri reperti di archeologia contemporanea tutti quei cimeli, trofei, riconoscimenti e memorabilia di una squadra sportiva che va ben oltre la semplice fede calcistica per i partenopei.

Una mostra che nasce dalla collaborazione con il direttore del museo napoletano, Paolo Giulierini, e la società SSC Napoli, e che trasformerà dal 22 dicembre fino al prossimo 28 febbraio 2018 il MANN in un vero e proprio tempio per i tifosi e per i tanti storici dell’arte che senza dubbio saranno incuriositi da questo insolito accostamento all’archeologia e alla storia dell’arte più pura.

Un percorso cronologico che si snoda nelle tre sale al piano terra che si affacciano sul Giardino delle Camelie, e che dagli albori ai giorni nostri percorrerà tutta la storia di questa squadra nata nel 1926.

Materiali e cimeli sono dell’associazione Momenti Azzurri, nata nel 2007 da un’idea di Dino Alinei e Giuseppe Montanino, in collaborazione con Chrystian Calvelli.

Le testimonianze fotografiche sono state rese possibili grazie al Corriere dello Sport che, grazie alla sinergia con il direttore responsabile, Alessandro Vocalelli, ha fornito materiale fotografico esclusivo sulla squadra e la sua storia. Ma anche lo studio fotografico Carbone ha aperto le sue teche per restituire al pubblico importanti momenti storici della squadra.

Immancabili, per un evento anche mediatico di tale portata, le video-installazioni, rese possibili dalla collaborazione con la RAI, partner televisivo unico, che dai suoi archivi ha messo a disposizione video e filmati storici. Un prezioso contributo ed una importante collaborazione giornalistica, che rende l’idea del valore di questa mostra e di ciò che il Napoli ha significato e significa non solo per la città che rappresenta in serie A, ma per i suoi tifosi che non hanno mai smesso di credere nel sogno azzurro.

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Vittorio Sgarbi presenta il Museo della Follia, a Napoli fino al 27 maggio

Quella del Museo della Follia, nuova mostra di Vittorio Sgarbi a Napoli dal 3 dicembre fino al 27 maggio, non è una mostra, ma un viaggio introspettivo attraverso gli stati dell’animo umano. La follia non è intesa soltanto nella sua accezione di perdita del senno, ma è libertà di spirito, che si fa a volte avanguardia, capacità di andare oltre il

Goya, Una santa monaca guarisce una giovane inferma

mondo conosciuto, oltre il sensibile, percependo ciò che gli altri non vedono. Come Goya che, intossicato dal mercurio, ha dipinto una Una santa monaca guarisce una giovane inferma quasi cieco, forse come messaggio di speranza per la propria guarigione dell’anima, ma soprattutto del corpo.

Molti degli artisti esposti in mostra erano considerati folli, altri invece, artisti, lo sono diventati tra le mura degli istituti in cui erano reclusi. Tutti erano in realtà dei sognatori. È il caso di Antonio Ligabue, che nelle campagne emiliane, di cui era originario, immaginava leoni e tigri, giraffe e animali esotici. Un mondo onirico in cui l’artista vuole dimostrare che la natura è bella nella sua imperfetta bruttezza, nel leone che caccia la gazzella o un insetto scuro che cammina tra la danza di due coloratissimi galli. Una natura disarmonica, come lo erano i suoi autoritratti, così simili a quelli di un altro artista visionario, Van Gogh, con il quale ha in comune pennellate dense di colore, stemperate direttamente sulla tela.

Un percorso fatto di camere, reali e immaginarie, in cui gli oggetti di uso quotidiano sono impressi della vita di chi li ha posseduti, si fanno silenziosi narratori di mondi e di menti, di ciò che era prima, della quotidianità di luoghi ora abbandonati. Gli stessi che il visitatore vede nelle fotografie di Fabrizio Sclocchini, che immortala gli assenti: mura consunte, letti arrugginiti, Madonne e crocifissi che parlano di chi li ha abitati. C’è persino un presepe crollato, ultimo baluardo di una fede in una vita altra, traslata nell’attaccamento al possesso di oggetti senza valore.

Lorenzo Alessandri, Gioconda modella inveroconda (Surfanta)

Il visitatore attraversa anche le camere immaginarie del surrealista Lorenzo Alessandri, quelle del Surfanta, immaginario hotel in cui ritrae Gioconde transessuali e vizi, o quelle del naïf Carlo Zinelli, che disegna uomini e crocifissi, colorando ogni centimetro del foglio bianco con un horror vacui che è paura del tempo, di cui ne diventa inconscia scansione.

Il tempo, tema ricorrente in queste prigioni dell’anima, che senti dal ticchettio di una sveglia senza lancette. Istanti di giorni tutti uguali eppure diversi. Diversi da artista ad artista, da paziente a paziente: chi lotta contro la cura, chi si rende complice della terapia scegliendo il proprio supplizio o chi riesce a trovare la sua dimensione, raccontando quel micro-mondo di pensieri e immagini che riversava con più o meno consapevolezze nelle proprie opere.

Bacon, Head

Bellissime le opere di Bacon, il quale, incapace di disegnare un sorriso, ha immortalato un urlo. Silenzioso quanto forte nella sua informe bocca, in questa espressione sfuggente che esprime strazio, dolore, rabbia. Ma di certo non lascia indifferenti.

Un percorso di ampio respiro, che alterna pittura, scultura e videoinstallazioni, mescolando con maestria arte moderna e contemporanea, indagando la mente che è spazio interiore e posto fisico, deputato a quell’igiene mentale che spesso era chiusura all’altro, chiusura al diverso.

Gli allestimenti scuri sospendono il visitatore in uno spazio amorfo e atemporale, dove l’arte e la realtà si confondono, in un ambiente a metà tra museo e manicomio, dove è stato ricreato anche un OPG, gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari.

La rassegna è allestita all’interno della Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta in Via Tribunali, dove è stata presentata dal Professor Sgarbi, dai suoi autori, insieme allo psicologo Raffaele Morelli, al Monsignor De Gregorio rappresentante della Curia che ha permesso di fare della Chiesa un luogo di cultura.

Tra gli autori della rassegna l’artista Cesare Inzerillo, presente con delle sue opere sul tema, Sara Pallavicini, Giovanni C. Lettini e Stefano Morelli.

Bellissima la serie di foto stereoscopiche, tratte da vecchie foto in bianco e nero che acquisiscono una profondità di immagine che proietta lo spettatore in questi ambienti. Ma sono tante le sorprese, i video, le installazioni e gli audio che i visitatori avranno modo di scoprire.

Dipinti, luoghi, oggetti. E poi ci sono loro, i “matti”, i tanti volti dalle cartelle cliniche di uomini e donne ritenuti folli, delle loro espressioni straziate dal dolore o da trattamenti sperimentali senza reali fondamenti scientifici, ma spesso frutto di preconcette idee di una società non ancora avvezza al cambiamento.

Anche Maradona trova posto in questa esposizione, con una serie di radiografie del suo piede durante un’azione e la foto di un suo piede. L’ex calciatore del Napoli è provocatoriamente è incluso nella mostra come un contemporaneo Caravaggio dalla vita dissoluta, ma dalla indiscussa genialità. La mano de Dios di una sua storica partita di Maradona è oggi venerata dai tifosi così come gli storici dell’arte apprezzano le pennellate delle Madonne del maestro della pittura rinascimentale italiana.

Bellissimo il gesto dell’ex calciatore del Napoli che ha deciso di devolvere il compenso per legare il suo nome all’evento all’Ospedale Pausilipon.

C’è anche un corno gigante, portafortuna per antonomasia, le cui radici affondano nella mitologia greca, che omaggia Napoli, originario simbolo di immortalità inteso da popolo partenopeo come scaramantica capacità di sconfiggere il male e propiziare la buona sorte.

un’opera dell’artista Cesare Inzerillo

Una follia che arriva fino allo stesso Cesare Inzerillo, e alle mummie della sua serie Tutti santi, a quel nano alato che, come un decomposto Icaro, sogna di volare ma non ci riesce. Sì, Follia come morte, che rende tutti santi, tutti uguali, come quella Livella dell’amato Totò. Ma follia anche di chi cerca irrazionalmente la morte, quale fuga dalle miserie e guai della propria esistenza. Follia come mancanza delle persone care e, proprio come Astolfo che sulla luna cercò il proprio senno, artisti come Silvestro Lega provano a ritrovare il loro nell’arte.

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Piranesi, tra sogno e realtà. Al Museo di Roma fino a ottobre

A Palazzo Braschi a Roma, fino al prossimo 15 ottobre 2017 c’è la suggestiva mostra Piranesi La Fabbrica dell’Utopia. Un’antologia delle acqueforti con cui l’artista veneto ha ritratto vedute reali e irreali della Roma antica e non solo.

La prima sorpresa alla biglietteria della mostra sono senza dubbio gli occhiali 3D che ti forniscono. A cosa potranno mai servire questi occhiali in una mostra per lo più di disegni, ci si chiede. Sì perché Giovanni Battista Piranesi, incisore e architetto del XVIII secolo, è stato anche un teorico dell’architettura italiana che ha provato a raccontare attraverso la sua vena artistica, narrando di una immaginifica Roma Antica, a metà tra ricerca archeologica e pura fantasia.

Dalla tomba di Nerone agli Archi Trionfali, passando per una veduta reale della Via Appia e la Via Ardeatina, che qui si fanno preziose wunderkammer all’aperto di antichità e stupore, fino alle vedute di una Roma Rinascimentale e Barocca, con le sue Chiese, le Basiliche Papali, le loro fluttuanti architetture, le prospettive delle navate.

Guardando queste acqueforti viene quasi da pensare che Piranesi sia un precursore della smania fotografia che assilla noi moderni, catturando i luoghi che visitava con vivida immaginazione e ricercatezza del dettaglio. Un dialogo continuo, una esasperata ricerca di verità.

Giovanni Battista Piranesi, Arco di Tito, 1756-1760, acquaforte, Museo di Roma

Il suo desiderio di raccontare la capitale nasce dall’ispirazione di romana memoria della Forma Urbis, prima mappa della città eterna che l’artista continuerà a raccontare e a immaginare.

Lungo il percorso espositivo è possibile confrontare alcune opere del Piranesi con gli originali reali, come un candelabro di resina artificiale, a imitazione del marmo, che Giovanni Battista ha perfettamente disegnato, o il tripode pompeiano. È possibile scorgere, e apprezzare soprattutto, con quanta accuratezza Piranesi ritraeva i suoi soggetti. Che fosse la grande navata di una chiesa o un oggetto isolato dal suo contesto, la cura nel dettaglio era la medesima, mantenendo intatto lo spirito di documentaristico che lo animava.

Giovanni Battista Piranesi, Basilica di San Sebastiano, 1750-1760, acquaforte, Museo di Roma

Ma è l’ultima sala quella della genialità, la liberazione da un mondo antiquario che sfocia nella fantasia libera e creativa dell’artista, che con i disegni delle Carceri anticipa di secoli Escher, e sarà di grande ispirazioni persino per il cinema contemporaneo che guarderà all’artista per film come Metropolis o Matrix. Ma i disegni di Piranesi saranno fonte di ispirazione anche per scrittori come Baudelaire, Yourcenar e Hugo.

Bellissime le sue architetture che girano intorno a loro stesse senza soluzione di continuità, in un cerchio che non ha inizio né fine.

Una rivelazione il 3D che sorprende il visitatore immergendolo in queste architetture di pura fantasia, provando a ricostruire la totalità dei luoghi così come forse deve averli immaginati lo stesso Piranesi, in questa sua fabbrica dell’utopia sospesa tra sogno e realtà.

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Monet intimo e inedito, da ottobre al Vittoriano di Roma

C’è un Monet intimo, privato, quello che i visitatori potranno vedere alla mostra omonima, MONET, che dal 19 ottobre fino al prossimo 28 gennaio sarà al Vittoriano a Roma. Scorci di Parigi, la sua Parigi, che si riflette malinconicamente nella Senna, Salici dai contorni indefiniti che si confondono con le cascate dei glicini su di un ponte giapponese, fino alle monumentali Ninfee, avvolte in un pulviscolo violetto. Sono i quadri che il grande maestro dell’impressionismo francese aveva nel salotto della sua amata casa a Giverny, l’ultima.

Opere che Claude Monet non aveva concepito per il pubblico, ma che “ha guardato per tutta la vita, appesi nella sua ultima, amatissima, casa” dice Marianne Mathieu, curatrice dell’evento.

Sono oltre 60 le opere che troveranno posto in quella che si preannuncia una mostra monumentale e, soprattutto, inedita. Sì, perché i dipinti, provenienti dal Musée Marmottan Monet di Parigi, sono per lo più sconosciuti nel nostro paese. La collezione del museo parigino è la più grande al mondo ed è cresciuta ulteriormente negli anni grazie alle donazioni dei collezionisti dell’epoca, tra cui quella dello stesso figlio dell’artista, Michel Monet, che alla morte del padre non volle lasciare nulla allo Stato, “reo”, a suo dire, di non aver sostenuto il maestro negli ultimi anni di vita.

Mission del museo, dice la Mathueu all’ANSA, è quella di portare Monet là dove è ancora poco nota la sua opera. Dopo Taiwan, questa importante rassegna arriva per la prima volta nel vecchio continente, facendo tappa prima a Roma e successivamente anche a Bologna e a Bordeaux.

Weeping Willow, 1918-19 (oil on canvas) Monet, Claude (1840-1926) MUSEE MARMOTTAN MONET, PARIS

Questa mostra, anticipa la curatrice, rappresenta un viaggio nella vita dell’artista, nella sua idea del giardino, tanto cara alla sua poetica artistica, neelle sue amate vedute di Londra, Parigi, Vétheuil, Pourville. Dalle prime opere della metà del XIX secolo, quelli che donarono a Monet i primi soldi e la fama a Le Havre fino ai noti paesaggi dei luoghi che aveva visto e vissuto.

Durante la sua vita, Monet giunse anche nel nostro paese, insieme all’amico Renoir. Per celebrare questo viaggio con l’amico pittore, in occasione della mostra arriverà anche Le chateau de Dolceacqua opera del 1884, in cui l’artista dipinse quel ponte oggi rimasto uguale, su di una tela che rappresenta un souvenir dei suoi giorni trascorsi in Liguria: «Luoghi fondamentali – aggiunge la curatrice – per la scoperta di una luce e colori così diversi da quelli di Parigi, dove era nato, e dalla Normandia dove era cresciuto».

Michel Monet (1878-1966) as a Baby, 1878-79 (oil on canvas) Monet

Dipinti intimi, a cominciare dal ritratto di suo figlio, Michel Monet, bambino, ma anche Les RosesLondresIl parlamento riflesso sul Tamigi, chiudendo un percorso con un’esperienza emozionale, le sue gigantesche ninfee astratte.

Quando Monet dipinse queste opere aveva 75 anni, era un uomo ricco, e non aveva più la necessità di dipingere per vivere. Per questo motivo nessuno le ha mai viste fino alla sua morte e non sono mai state vendute.

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“Amori Divini”, nelle sale mai viste del MANN fino al 16 ottobre a Napoli

Peliki e crateri a figure rosse, V sec. a.C.

È un momento di grande vivacità questo per il Museo Archeologico Nazionale di Napoli che, a pochi giorni dall’inaugurazione della nuova Sezione Epigrafica, è già pronto a riaprire altre sale finora rimaste chiuse. È successo in occasione di Amori Divini, la nuova mostra che da oggi, 7 giugno, fino al prossimo 16 ottobre animerà il museo napoletano.

Fil rouge di questa esposizione è il tema della seduzione e trasformazione, proponendo un percorso che analizza e attraversa il mito greco nella fortuna di quelle storie vedono miti amorosi accomunati da un episodio fondamentale: almeno uno dei due protagonisti, uomo o dio, muta forma trasformandosi in un animale, in una pianta, in un oggetto o in un fenomeno atmosferico.

Una narrazione cronologica che muove i primi passi dalla letteratura e dall’arte greca, attraversando via via il poema delle “forme in mutamento” di Ovidio, fino alle contemporanee interpretazioni della psicologia: dal mito di Danae a quello di Leda, da Dafne a Narciso arrivando al complesso racconto di Ermafrodito. Storie note, ormai entrate nell’immaginario collettivo.

Curata da Anna Anguissola e Carmela Capaldi, con Luigi Gallo e Valeria Sampaolo è promossa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli, con l’organizzazione di Electa.

al centro Symplegma di Satiro ed Ermafrodito, dal Parco Archeologico di Pompei

Un percorso espositivo che ha raccolto e messo insieme circa 80 opere che provengono dalla Magna Grecia, dai siti vesuviani, da alcuni dei più importanti musei italiani e stranieri, tra cui il Louvre e l’Hermitage di San Pietroburgo, fino al Getty Museum di Los Angeles.

Manufatti antichi di soggetto mitologico: pitture vascolari e parietali, sculture in marmo e in bronzo, gemme preziose e suppellettili. Ogni opera dialoga con una selezione di venti altre opere tra dipinti e sculture più recenti, risalenti al sedicesimo e diciassettesimo secolo, mostrando le fasi salienti nella storia dell’arte della ricezione del mito: Baccio Bandinelli, Bartolomeo Ammannati, Nicolas Poussin, Giambattista Tiepolo sono soltanto alcuni degli artisti che il visitatore ritroverà lungo il percorso.

pavimento policromo nelle sale del Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Salgo verso il Salone della Meridiana. Conosco bene gli ambienti, così ignoro, benché per me sia sempre un delitto, tutto quanto per addentrarmi verso questa nuova esposizione temporanea. Amori Divini, è così che c’è scritto a caratteri cubitali all’ingresso di sale che sono rimaste chiuse per anni e di cui persino io, che del MANN sono un habitué, ne ignoro l’aspetto. Dinanzi a me un bellissimo pavimento policromo, caratterizzato da pregiati “sectilia” a motivi geometrici messi in opera all’interno del museo nella prima metà dell’800, adattando alla dimensione degli spazi. Queste preziose testimonianze della ricchezza del passato sono state rinvenute durante le campagne di scavo del XVIII secolo in area vesuviana, ma anche a Capri e in altri territori dell’allora regno. Certa è la provenienza del “belvedere” della Villa dei Papiri di Ercolano.

La mia voglia di entrare e vedere è così forte che quasi dimentico dove mi trovo. Mi ci vuole la voce della hostess che, leggendomi in faccia stupore, mi chiede se sono italiano, invitandomi ad indossare dei copri-scarpe monouso in t.n.t. di polipropilene bianca o a toglierle. Indosso la protezione, che serve a preservare questa straordinaria testimonianza dalle suole sporche di modernità, e mentre entro nelle sale scorgo una turista dall’aspetto teutonico passeggiare candidamente a piedi nudi. Probabilmente non ha resistito all’idea di calpestare e sentire sotto la pelle una vera opera di duemila anni.

Ganimede che abbevera l’aquila, Bertel Thorvaldsen 1817

L’allestimento, le luci e lo stesso pavimento pompeiano sono così belli che quasi tolgono la scena alla mostra e ai suoi straordinari reperti, che quasi mi sembra di trovarmi in un luogo altro. È qui che comprendo l’alta qualità e il potenziale dei nostri musei che non hanno nulla da invidiare ai più blasonati stranieri, anzi…

Amori Divini si articola in due parti, due capitoli che suddividono queste narrazioni amorose in amori rubati, come quello di Danae, Leda, Ganimede, in cui la trasformazione si fa espediente di conquista; amori negati, come quello di Dafne e Apollo, Narciso ed Eco, Ermafrodito e Salmacide, dove la trasformazione è quasi un rifugio, frutto di sentimenti contrastanti, che rifiutano le lusinghe dell’amore.

Ma per la gioia di appassionati e studiosi, e di chi come me in questo museo lascia ogni volta un pezzo di cuore, la mostra è soltanto il preludio di una campionatura della vasta collezione vascolare del MANN che nel 2018 sarà nuovamente visibile grazie ad un nuovo allestimento, che darà nuovo risalto alle opere provenienti dalla Magna Grecia, per un progetto scientifico a cura di Enzo Lippolis, che, insieme ai vasi, collocherà anche bronzi, terrecotte, ori e lastre tombali dipinte.

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Hokusai, sulle orme del Maestro all’Ara Pacis a Roma da ottobre 2017

Dopo Milano anche Roma si appresta a celebrare Katsushika Hokusai, artista-simbolo dell’arte giapponese in Occidente, noto soprattutto per la Grande Onda e per le note vedute del Monte Fuji. Ma non saranno solo queste straordinarie opere a trovare posto in Hokusai. Sulle orme del Maestro, è questo il titolo dell’evento che dal 12 ottobre fino al 14 gennaio 2018 saranno ospitate all’Ara PacisRoma.

Disegni e delicatissimi dipinti. Saranno oltre 200 opere quelle esposte a rotazione in due diverse fasi, che declineranno le diverse tecniche e generi pittorici amati dal pittore e dal seguito degli allievi che si sono formati attraverso la sua eccentrica sperimentazione, tra cui Keisai Eisen, che arriva proprio in occasione di questa esposizione per la prima volta in Italia, ispiratore degli Impressionisti e di Van Gogh.

La mostra è curata da Rossella Menegazzo, grande esperta di arte nipponica, che ha personalmente selezionato i capolavori in rassegna.

Lungo il percorso espositivo ci saranno anche dei manga e alcuni taccuini con centinaia di schizzi e disegni fatti dal maestro con il solo inchiostro nero e qualche leggerissimo tocco di rosso, che senza dubbio rappresentano il compendio e la poetica della sua arte, della sua eccentricità e della sua genialità, vera e propria icona dell’Oriente nel mondo.

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Frida Kahlo oltre il mito: al MUDEC di Milano nel 2018

Frida Kahlo e l’Italia, una storia d’amore destinata a continuare. È dal 2014 infatti che i musei del nostro paese hanno proposto mostre sulla figura della pittrice messicana. Dal prossimo 1 febbraio al 3 giugno 2018 è la volta del Mudec, il Museo delle Culture di Milano, gestito dal Comune e dalla divisione Cultura del Gruppo Sole 24 Ore.

Frida Kahlo. Oltre il mito, questo il titolo della mostra, sarà anche l’occasione per celebrare l’artista, oggetto di una vera e propria fridamania.

Mostre, ma anche libri e film. L’Italia è pazza della Kahlo e questa nuova esposizione ne è la conferma.

Una mostra che scava “nel profondo delle sue relazioni, dei suoi interessi e della sua poetica” dice il curatore Diego Sileo, che lavora al progetto da sei anni e ha avuto accesso all’archivio ritrovato nel 2007 in Casa Azul, dimora dell’artista a Città nel Messico: «Nel migliore dei casi la sua pittura è stata interpretata come semplice riflesso delle sue vicissitudini personali o, nell’ambito di una sorta di psicoanalisi amatoriale, come un sintomo dei suoi conflitti e disequilibri interni».

È forse un caso anomalo per un artista che la sua vita sia così prepotente e forte da oscurare quasi l’opera stessa: «l’opera si è vista rimpiazzata dalla vita e l’artista ingoiata dal mito».

Ed è questo che la mostra si propone di fare, porre soprattutto l’accento sulla produzione artistica di Frida. Per farlo il museo milanese esporrà al pubblico oltre 100 dipinti e opere, molte delle quali mai esposte in Italia e, addirittura, in Europa: quadri, ma anche disegni e fotografie scattate dalla stessa artista.

Con questa rassegna sarà possibile scoprire un lato segreto e forse poco noto della vita di Frida Kahlo, attraverso fonti e documenti inediti, come le risposte alle lettere che inviava a una vasta platea di persone.

La mostra è stata suddivisa in cinque grandi nuclei tematici che raggruppano le opere della Kahlo per politica, donna, violenza, natura, morte.

Provenienti dal Museo Dolores Olmedo di Città del Messico e dalla Jacque and Natasha Gelman Collection. Ma alcuni dipinti provengono anche da musei statunitensi come il Phoenix Art Museum, il Madison Museum of Contemporary Art e la Buffalo Albright-Know Gallery.

Nel frattempo per chi invece vuole scoprire qualcosa sulla figura dell’artista, c’è un iconico film con Salma Hayek, Frida, vincitore di ben due premi Oscar come miglior colonna sonora e miglior trucco nel 2003.

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La pop-art italiana alla Galleria d’Arte Moderna Pizzinato a Pordenone

Da qualche tempo stiamo assistendo ad una vera e propria haute couture dell’arte. Non ci sono passerelle qui, ma musei che diffondono il gusto, quello culturale s’intende, per le tendenze espositive. Se al Museo del Novecento a Milano Boom 60 occhieggiava alla comunicazione mediatica degli anni ’50 e ’60 in pieno boom economico, alla Galleria d’Arte Moderna Armando Pizzinato di Pordenone il 13 maggio 2017 arriva una mostra che mette insieme i maggiori esponenti della Pop Art italiana. Il mito del pop percorsi italiani, questo il titolo della rassegna a cura di Silvia Pegoraro, riunisce una ventina di artisti per un totale di settanta opere selezionatissime. Mimmo Rotella, Tano Festa, Franco Angeli e Mario Schifano sono solo alcuni dei nomi messi insieme per dar vita a qualcosa di unico e irripetibile. Alcuni dei lavori che troveranno posto lungo il percorso non sono mai stati esposti al pubblico e si affiancheranno ai famosi décollages-collages dei manifesti pubblicitari rotelliani, alle lupe e le acquile di Angeli o le riletture di Michelangelo e dei grandi maestri di Festa.

Galeotta fu la Biennale di Venezia che nel 1964 celebra la pop-art statunitense.

Immagini che coniugano il boom economico al fascino senza tempo della dolce vita: «È il momento – afferma l’Assessore alla Cultura del Comune di Pordenone Pietro Tropeano – di avviare l’approfondimento e la rilettura di un movimento artistico italiano di grande importanza com’è quello della Pop Art in Italia che ha avuto tanti protagonisti in un periodo tra i più vivaci dell’arte contemporanea nel nostro paese».

L’esposizione, che resterà aperta al pubblico fino al prossimo 8 ottobre, è promossa e organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Pordenone, in collaborazione con l’Ente Regionale per il Patrimonio Culturale della Regione Friuli Venezia Giulia, con il contributo di Fondazione Friuli, e il sostegno di Crédit Agricole Friuladria e Itas Mutua.

Una mostra che ricorre nel trentennale della morte di Ettore Innocente, grande esponente della pop art italiana, al quale è dedicata la locandina dell’evento, e che acquista così una connotazione celebrativa di un gusto sempre attuale e di una figura che ha contribuito a renderlo grande agli occhi del mondo, diffondendo quello stile tipicamente italiano: «Il gusto tutto europeo e italiano, prima ancora che nei riferimenti alla tradizione artistica, si manifesta – afferma la curatrice – in tutti questi artisti nella forte istanza di intervento artigianale/manuale, lontana dalle tecniche prettamente industriali utilizzate dalla Pop americana. Una originalità che le opere in mostra confermano. Evidenziando che, fondamentale nel confronto, è soprattutto l’inclinazione degli italiani a lavorare su stereotipi culturali, anziché soltanto su oggetti-merce e su immagini della comunicazione di massa, con una più spiccata manipolazione delle immagini».