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Rubens e Brueghel al Museo Diocesano di Napoli fino al 30 aprile

Quello di Donnaregina è l’esempio di quanto le architetture non rispondono sempre alle esigenze museali. Mi perdo nel percorso del Complesso Monumentale del Museo Diocesano a Napoli, eppure camminando mi accorgo che è stato concepito, forse, per suscitare meraviglia e stupore.

L’occasione, per vedere questo museo, è un incontro speciale, quello con Rubens e Brueghel e la bellissima Madonna col Bambino in una ghirlanda di fiori, nelle sale, anzi nel bellissimo coro, del complesso fino al prossimo 30 aprile.

I due artisti sono soltanto gli ultimi, in ordine cronologico, ad aggiungersi alla lista di opere illustri, ospitate dal Donnaregina, tra le quali il Salvator Mundi di Leonardo Da Vinci (recentemente venduto per oltre 450 milioni di euro).

L’opera di Rubens rispondeva alle esigenze della Riforma, che vietava la rappresentazione della Vergine e dei Santi, e così l’artista fotografa un momento di intima maternità: il bambino sembra muovere i primi passi, mentre la Vergine lo sostiene, guardandolo con tenerezza e amore, quasi presagendo il destino della Croce. È una scena affettuosa, quella che dipinge il pittore tedesco, contribuendo alla diffusione del barocco e di questo nuovo linguaggio figurativo nell’Europa del nord.

I fiori di Brueghel sono il realistico motivo decorativo, con cui il pittore olandese risponde invece al gusto dei collezionisti del tempo, ponendo la Vergine all’interno di una ghirlanda floreale. I suoi fiori possono quasi essere toccati, tant’è il loro realismo, e potrebbero fuoriuscire dalla cornice con vivida verosimiglianza. Colori sgargianti, ombreggiature, dettagli che anticipano la fotografia, ma anche quella mise-en-scène floreale di quelli che oggi, nell’epoca 2.0, chiamiamo florist. Una composizione equilibrata, allegra, ma al tempo stesso austera e celebrativa, enfatizzata ulteriormente dal fondo scuro della tavola, che fa da cornice al dipinto ottagonale di Rubens.

Versioni analoghe a questo dipinto, le ritroviamo nelle collezioni del Louvre a Parigi e al museo del Prado a Madrid.

La Madonna e il bambino non guardano lo spettatore, che si ritrova ad osservare l’intimo legame tra una madre e il suo bambino ancora in fasce.

È tenero lo sguardo della Madonna, che osserva la figura stante del bambino.

È solo percorrendo le sale di Donnaregina che si comprende perché è davvero monumentale questo museo.

Le sale si illuminano al ritmo dei miei passi sul pavimento.

È straordinario osservare la ricchezza di queste collezioni che emergono dal buio come apparizioni mistiche. Pittori napoletani o attivi a Napoli tra il X secolo e il 1800, che hanno reso omaggio alla sacralità. De Matteis, Vaccaro, Solimena, Tommaso De Vivo sono solo alcuni dei tanti nomi che affollano il percorso dell’immensa collezione permanente, raccontando, ognuno a proprio modo la storia dell’arte partenopea. Madonne, Santi, racconti biblici o evangeli, dipinti e ritratti che si ispirano alle agiografie ufficiali o apocrife.

Chiesa Santa Maria Donnaregina Vecchia, affreschi Coro delle Monache

Le sale sono silenziose e quasi respiro la sacralità di quella che doveva essere l’originaria clausura di Donnaregina Nuova, sede nel XVII secolo delle Clarisse, che vollero costruire una chiesa barocca che maggiormente rispondesse al gusto del tempo, annettendo l’antica chiesa gotica, che oggi prende il nome di Donnaregina Vecchia, alla zona della clausura.

Trovo particolarmente tenere un Compianto sul Cristo morto di Andrea Vaccaro, che rende la disperazione della Vergine e il dolore della Maddalena.

Molti degli artisti napoletani di queste collezioni sono ignoti o seguaci di altri maestri partenopei: dai caravaggeschi che avevano ben recepito l’opera di Caravaggio, che a Napoli ha lasciato le Sette Opere di Misericordia, ai seguaci di altri artisti partenopei che hanno fatto propri gli stili di artisti maggiori e i dettami del gusto del tempo.

Il museo è anche un florilegio di paramenti sacri e finissimi reliquiari e ostensori di metalli nobili e pietre preziose, che ancora raccontano lo sfarzo e la ricchezza di questo luogo.

Proseguo il mio percorso dirigendomi verso l’ingresso di Chiesa di Santa Maria Donnaregina Vecchia, le cui origini risalirebbero addirittura al 780 d.C. Qui c’è il ciclo di affreschi risalente al XIV secolo più grande di Napoli. Un ciclo scampato miracolosamente ad un incendio, i cui pigmenti, come nell’antica Pompei, sono diventati rossicci, mantenendo però intatte le scene del vecchio e del nuovo testamento, con la vita e la passione di Gesù.

All’interno della Chiesa di Santa Maria Donnaregina Vecchia trova posto il sepolcro di Maria D’Ungheria.

Il Complesso è oggi anche sede di stagioni concertistiche, ed è un prezioso scrigno di grandi e meravigliosi tesori. Un’antologia di autori partenopei, per scoprire le storie e la storia della cristianità attraverso la grande arte napoletana.

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Il mondo incontaminato e primordiale di Sebastião Salgado al PAN fino al 28 gennaio

Considerato più volte da World Press Photo uno dei migliori fotografi dell’anno, Sebastião Salgado è considerato uno dei migliori fotoreporter umanisti dei nostri tempi. Classe 1944, comincia la sua attività di fotografo dopo gli studi in economia e statistica, decide di diventare un fotografo a seguito di una sua missione in Africa.

Uno dei suoi primi reportage, agli inizi degli anni ’70 è stata la siccità del Sahel, da allora inizia uno straordinario percorso di documentarista, raccontando, con i suoi scatti rigorosamente in bianco e nero, la rivoluzione in Portogallo e le guerre coloniali in Angola e in Mozambico.

Negli anni ’80 entra a far parte anche della prestigiosa agenzia fotografica Magnum, che lascerà nel 1994 per fondare la Amazonas Images e dedicarsi completamente al suo lavoro.

Ultimi giorni per avere l’occasione di apprezzare gli scatti del pluripremiato fotografo brasiliano, che è arrivato al PAN di Napoli dopo Steve McCurry e Helmut Newton con Genesi, monumentale progetto suddiviso in cinque sezioni, in cui l’artista racconta le terre a lui care.

Cinque le sezioni, Il Pianeta Sud, I Santuari della Natura, l’Africa, Il grande Nord, l’Amazzonia el Pantanàl per un totale di 245 scatti che ritraggono natura selvaggia e animali in libertà, e una primigenia umanità che non ha perso il contatto con un incontaminato mondo che la circonda.

Comincio dal secondo piano di Palazzo Roccella, dove ad aprire questa esposizione sono gli scatti del Pianeta Sud, l’Antartide e i suoi abitanti, le colonie di alabatri che sfidano le temperature ostili, ma anche i performer della Nuova Guinea. La flora del Madagascar e le sue isole da forme sorprendenti.

Immagini di un mondo altro, in cui si respira un senso di pace e armonia con la natura.

È straordinario guardare questi panorami di terre isolate, per catturare le quali Salgado ha spesso sfidato il tempo, aspettando pazientemente la luce giusta e il momento giusto.

Il bue muschiato, i leoni marini, i pinguini, ma anche le bellissime foto di renne stagliate a branchi contro bianco della neve, come macchie di inchiostro irregolari su di un foglio: si muovono in lontananza, camminano.

Le immagini di questa esposizione sono state scattate tutte nel primo decennio degli anni 2000.

Dal Canada alla Siberia, passando per la California e il Grand Canyon. Terre selvagge, spesso inospitali, che diventano negli scatti del fotografo racconti di viaggio e di vita, come quella dei Nenci, popolazione indigena Russa, che vivono nelle loro tende o čum, nel Nord del golfo dell’Ob, ma anche l’Alaska, dove Salgado sembra carpire l’anima degli uomini e delle donne che ritrae mentre mostrano i loro abiti tradizionali in pelliccia.

Persino i fiumi si tramutano in poesia di luci e ombre, catturati come folgori lucenti tra le rocce.

Dal grigio e dai colori freddi che caratterizzano le prime sale, passo ai toni caldi del bordeaux di quelle al primo piano del museo, dove prosegue la mostra e il mio percorso in questi mondi fantastici. Percepisco già che il clima è cambiato, passando dalle aree algide del nord alle terre calde dell’Africa, da sempre terra molto cara al fotografo che la definisce “apparentemente eterna”.

Qui la natura si fa rigogliosa, frastagliata, ricca di flora e fauna, come i gorilla di montagna, il babbuino Gelada, gli elefanti africani.

Le didascalie che accompagnano le foto, diventano quasi stralci enciclopedici del National Geographic, e così apprendo che le donne degli himba, dalle lunghe treccine ricoperte di ocra e grasso, appartengono ad una comunità quasi esclusivamente femminile, perché gli uomini si sono allontanati con le loro mandrie in cerca di acqua e pascoli.

Le sale dell’Amazzonia sono di un vivace color turchese, lo stesso che probabilmente caratterizza le foreste del Brasile, dove il fotografo ritrae gli Zo’é, piccola comunità di appena 275 membri che vivono suddivisi in una decina di piccoli paesi collegati tra loro da sentieri.

E guardando queste bellissime immagini è impossibile non domandarsi se non sia proprio questa la genesi, l’origine di ogni cosa, tra i giaguari in agguato e la pesca della tribù waura nel lago Piyulaga.

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I Longobardi, un popolo che cambia la storia. Al MANN fino al 25 marzo

Per chiudere in bellezza l’anno appena passato, ho deciso di vedere la mostra i Longobardi, al Museo Archeologico Nazionale di Napoli fino al prossimo 25 marzo. Una rassegna itinerante, questa, che fa tappa a Napoli dopo l’esposizione pavese al Castello Visconteo.

Longobardi. Un popolo che cambia, questo il titolo completo della rassegna, apre un’ampia parentesi monografica su questa dinastia che ha dominato il nostro paese dal II al VI secolo d.C e sulla sua evoluzione nel corso dei secoli.

Una mostra storico-artistica nel senso più ampio di questa accezione, che ripercorre non soltanto la grande maestria artigianale di questa popolazione di origine germanica, ma anche il percorso geografico che dal nord dell’Italia ha portato alla conquista anche dell’entroterra meridionale del nostro Paese.

Allestita al primo piano del museo napoletano con un allestimento che, benché bellissimo, tanto ha tolto alla pavimentazione messa in opera proveniente dall’antica Pompei.

Una ricostruzione di ampio respiro, questa, che vede lungo il suo percorso corredi funerari, monili preziosi e persino carcasse di cavalli.

I reperti sono accompagnati da video-installazioni cui sono affidate le pagine storiche della mostra, che restituiscono ricostruzioni anche tridimensionali di siti e luoghi, mostrando minuziosamente, usi, costumi e percorsi lungo la nostra penisola.

Mariano Cervone alla mostra I Longobardi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Spade, spilloni, spille, fibbie, ma anche abiti e oggetti in pelle. Sono tanti e variegati gli oggetti che è possibile vedere attraverso le eleganti vetrine esagonali, che sposano i colori del verde e dell’arancio a motivi geometrici.

Non mancano teschi e incunaboli, con approfondimenti che vanno dall’antropologia alla cultura.

Ciò che sorprende più di ogni altra cosa è l’estensione di questa rassegna, in cui trovano posto anche epigrafi e fregi ornamentali, marmi in cui era scolpita l’arte e la storia longobarda, il cui gusto orientaleggiante incontra il cristianesimo, nelle sue croci d’oro e nelle raffigurazioni.

 

Per le immagini della mostra, vi rimando al mio profilo instagram @marianocervone

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Il Napoli nel mito, al Museo Archeologico di Napoli fino al prossimo 28 febbraio

Non dev’essere un caso se quest’anno il Napoli Calcio è finito in ben due musei proprio mentre è di nuovo primo in classifica mentre incendia il cuore dei fan come nell’età d’oro degli anni ’80.

Se infatti Museo della Follia di Sgarbi, alla Basilica di Santa Maria Maggiore a Napoli fino al 27 maggio, ha incluso Maradona in un percorso di Storia dell’Arte che parte da Goya, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli ne fa addirittura un mito contemporaneo. Il Napoli nel mito – storie, campioni e trofei mai visti, è questo il titolo della rassegna, che reinterpreterà come veri e propri reperti di archeologia contemporanea tutti quei cimeli, trofei, riconoscimenti e memorabilia di una squadra sportiva che va ben oltre la semplice fede calcistica per i partenopei.

Una mostra che nasce dalla collaborazione con il direttore del museo napoletano, Paolo Giulierini, e la società SSC Napoli, e che trasformerà dal 22 dicembre fino al prossimo 28 febbraio 2018 il MANN in un vero e proprio tempio per i tifosi e per i tanti storici dell’arte che senza dubbio saranno incuriositi da questo insolito accostamento all’archeologia e alla storia dell’arte più pura.

Un percorso cronologico che si snoda nelle tre sale al piano terra che si affacciano sul Giardino delle Camelie, e che dagli albori ai giorni nostri percorrerà tutta la storia di questa squadra nata nel 1926.

Materiali e cimeli sono dell’associazione Momenti Azzurri, nata nel 2007 da un’idea di Dino Alinei e Giuseppe Montanino, in collaborazione con Chrystian Calvelli.

Le testimonianze fotografiche sono state rese possibili grazie al Corriere dello Sport che, grazie alla sinergia con il direttore responsabile, Alessandro Vocalelli, ha fornito materiale fotografico esclusivo sulla squadra e la sua storia. Ma anche lo studio fotografico Carbone ha aperto le sue teche per restituire al pubblico importanti momenti storici della squadra.

Immancabili, per un evento anche mediatico di tale portata, le video-installazioni, rese possibili dalla collaborazione con la RAI, partner televisivo unico, che dai suoi archivi ha messo a disposizione video e filmati storici. Un prezioso contributo ed una importante collaborazione giornalistica, che rende l’idea del valore di questa mostra e di ciò che il Napoli ha significato e significa non solo per la città che rappresenta in serie A, ma per i suoi tifosi che non hanno mai smesso di credere nel sogno azzurro.

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Il Salvator Mundi negli Emirati Arabi: ecco chi l’ha comprato e dove sarà esposto

Mi mangio ancora le mani per non averlo visto dal vivo. Il Salvator Mundi, l’opera attribuita a Leonardo Da Vinci che ha battuto ogni record di vendita, era passato da Napoli quest’anno per la mostra a lui dedicata nel Museo Diocesano di Napoli. Dalla notorietà alla fama mondiale il passo è stato decisamente breve. Dopo essere stato battuto all’asta da Christie’s per oltre 450 milioni di dollari, è adesso uno dei dipinti più costosi e più noti di ogni tempo.

Dopo tante speculazioni giornalistiche, è il Wall Street Journal a rivelare il nome del vero acquirente che, data la disponibilità di una tale somma, non poteva che trovarsi in Medioriente.

È il principe saudita Mohammed Bin Salman il vero acquirente del Salvator Mundi. A confermarlo al giornale economico americano sarebbero state delle fonti dell’intelligence statunitense.

L’acquisto è stato fatto “per procura e per conto” del principe, si legge.

Non si tratta di un collezionista abituale, ma, a quanto pare, il principe vuole riorganizzare l’organigramma dei propri interessi, il che significa che questo potrebbe non essere destinato ad essere (o non lo sarà già) l’unico acquisto d’arte e, visto il patrimonio, l’unico acquisto record.

Salvator Mundi, Leonardo Da Vinci

Per acquistare il dipinto, il principe Mohammed bin Salman si è servito del principe Bader bin Abdullah Mohammed bin Farhan al-Saud, poco noto e appartenente ad un ramo laterale della famiglia. Gli emissari del principe non hanno rivelato le intenzioni di acquistare il dipinto fino al giorno prima, né tantomeno hanno confermato sulla carta di essere gli acquirenti del Da Vinci.

Per partecipare alla gara di acquisto del dipinto gli emissari sauditi avevano depositato 100 milioni di dollari a Christie’s, che per tale somma ne ha naturalmente chiesto l’origine.

Ad oggi il Salvator Mundi è l’unica opera di Leonardo Da Vinci che resta nelle collezioni di un privato e, secondo quanto ha rivelato il giornale americano, sarà esposto nel Louvre di Abu Dhabi, negli Emirati Arabi, come conferma un tweet del profilo ufficiale del museo.

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L’ultimo Caravaggio a Milano fino all’8 aprile

I napoletani lo conoscono bene, L’ultimo Caravaggio, il Martirio di Sant’Orsola, arriva a Milano e, in occasione della colossale mostra Dentro Caravaggio (di cui vi ho parlato qui), diventa protagonista di un’esposizione tutta sua.

Succede alle Gallerie d’Italia di Piazza Scala a Milano, che da oggi, 30 novembre, fino al prossimo 8 aprile 2018 ospiteranno l’opera che tradizionalmente è esposta nell’omologa sede napoletana.

Datato 1610, il Martirio di Sant’Orsola è l’ultimo dipinto di Michelangelo Merisi, che morirà poche settimane più tardi, trasformandosi in un vero e proprio caposaldo della pittura barocca italiana, e punto di partenza per tutti quegli artisti che, con più o meno successo, hanno provato a portare avanti la pesante eredità.

L’ultimo Caravaggio. Eredi e nuovi maestri. Napoli, Genova e Milano a confronto (1610-1640) è proprio questo il sottotitolo della rassegna a cura di Alessandro Morandotti che prova ad indagare le principali città dove Caravaggio è stato recepito, in un periodo storico-artistico diviso tra una devozione totale per Merisi e il nuovo e più colorato gusto del barocco.

Suddivisa in sette sezioni, la mostra illustra ampiamente il Seicento, attraverso le collezioni dei due fratelli Doria, Marcantonio e Giovan Carlo, banchieri e mecenati di grande munificenza.

I due genovesi mostrano le aree di principale interesse dove si mossero, tracciando il gusto artistico e collezionistico del tempo. Da una parte quello partenopeo, dove a dominare è senza dubbio il caravaggismo con echi classicheggianti, dove operò soprattutto Marcantonio, cogliendo i Battistello Caracciolo e i José de Ribera. Dall’altra, Giovan Carlo, si rivolgerà soprattutto a quelle che ai tempi erano forse delle vere e proprie “avanguardie” e ai contemporanei maestri italiani ed europei come Giulio Cesare Procaccini, Pieter Paul Rubens, Bernardo Strozzi, Simon Vouet.

«Un viaggio attraverso la pittura del primo Seicento a Napoli, Genova e Milano, tra fascinazione e resistenza al nuovo e rivoluzionario linguaggio del pittore lombardo» ha detto Giovanni Bazoli, Presidente Emerito di Intesa Sanpaolo.

L’evento vede i patrocini del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e del Comune di Milano nonché la partnership dei Musei di Strada Nuova di Genova e la collaborazione con l’Università degli Studi di Torino.

Un’occasione dunque per confrontare Caravaggio con autori quali Procaccini, Strozzi, Rubens e Van Dyck.

Il Martirio di Sant’Orsola l’ho visto nella mia Napoli, a Via Toledo, ed è stata un’opera che mi ha commosso fino alle lacrime. Ritrovarmi lì, faccia a faccia con Caravaggio, con la sua ultima opera, è stata davvero un’emozione molto forte. Sant’Orsola è ritratta di profilo, portata via dalle guardie, mentre il suo petto è trafitto da una freccia. Secondo la leggenda agiografica, la Santa, venerata dalla Chiesa Cattolica, rifiutò di concedersi al re unno Attila, che la fece uccidere a colpi di frecce.

Un’opera, questa, che non riscosse in realtà immediato successo. Nessuna posa plastica, nessuna santità ostentata. Sant’Orsola è ritratta come una donna più che una martire, una delle tante che probabilmente faceva parte della dissoluta vita di Caravaggio.

Con l’esposizione milanese, il dipinto caravaggesco dialoga con altri artisti, tra cui la monumentale Ultima cena di Procaccini, oggetto di un recente restauro al al Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale a Torino.

Main Sponsor dell’evento è Intesa San Paolo. I visitatori della mostra di Palazzo Reale, presentando il proprio biglietto alle Gallerie d’Italia, avranno diritto alla tariffa speciale per l’ingresso alla mostra.

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Il Museo della Follia, da Goya a Maradona. Dal 3 dicembre a Napoli

È un’edizione che si lega molto alla città di Napoli quella del Museo della Follia, mostra itinerante a cura di Vittorio Sgarbi che dopo Catania e Salò sbarca adesso nel capoluogo partenopeo. Non solo perché segna un ritorno del critico d’arte dopo il successo della passata stagione con i Tesori Nascosti, ma anche perché suggella un legame, quello con la Basilica di Santa Maria Maggiore in Via Tribunali, a sua volta tesoro nascosto ritrovato, che continua ad essere il camaleontico scrigno di queste interessanti iniziative. 

«Entrate, ma non cercate un percorso, l’unica via è lo smarrimento» ha detto di questa mostra uno dei suoi artefici, Sara Pallavicini, collaboratrice di Sgarbi, che lo storico d’arte ha voluto riproporre facendola sua. 

Museo della Follia Napoli Basilica di Santa Maria Maggiore 2017 mostre mostra ospedali psichiatrici - internettuale
immagine dal sito ufficiale http://www.museodellafollia.it

Gli ambienti vagamente neoclassici della rassegna precedente, saranno adesso sostituiti da camere buie, come metafora architettonica di quel disorientamento che è follia di erasmiana memoria. 

Da Goya a Maradona, questo il sottotitolo, che anticipa un cammino che avrà inizio con il pittore e incisore spagnolo del XIX secolo per culminare con quello che è un vero e proprio omaggio alla città di Napoli, alla sua squadra del cuore e a quell’indimenticato calciatore simbolo di un’epoca e di due scudetti, Maradona. Con il centrocampista argentino la follia si fa sovversiva genialità, e Diego ammonisce i giovani di prendere le distanze da uno stile di vita fuori dagli schemi, Maradona li incita a dare il meglio di sé, e ad inseguire quelle passioni che infiammano gli animi. 

Museo della Follia Napoli Basilica di Santa Maria Maggiore 2017 mostre mostra Vittorio Sgarbi - internettuale
il critico d’arte Vittorio Sgarbi (immagine dal sito http://www.museodellafollia.it)

La mostra sarà presentata alla stampa dallo stesso Vittorio Sgarbi con una esclusiva visita guidata a giornalisti e invitati il 2 dicembre, per aprire finalmente le porte al pubblico da domenica 3 dicembre 2017 fino al 27 maggio 2018. 

Tra gli autori che hanno reso possibile questo evento, i collaboratori di Sgarbi, Cesare Inzerillo, la già citata Sara PallaviciniGiovanni C. Lettini e Stefano Morelli. 

La mostra sarà aperta al pubblico tutti i giorni dalle ore 10.00 alle ore 20.00, arrivando alle 21.00 nei weekend, con ultimo ingresso un’ora prima dell’orario di chiusura. 

Tante le aperture straordinarie nel corso dell’anno (che vi elenco sotto). 

I visitatori potranno così ritrovare anche la Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, interessante complesso architettonico, realizzato nel XVII secolo dall’architetto Cosimo Fanzago, affondando le sue radici nella storia greco-romana della città. Tempio pagano di Diana prima, fu utilizzata come chiesa paleocristiana nel IV secolo d.C., fino all’odierna costruzione del 1653 come prima Chiesa nella città di Napoli dedicata al culto della Vergine, da cui prende il nome. 

Come il progetto precedente, la mostra è promossa dall’Associazione Culturale Radicinnoviamoci / Fenice Company Ideas e Ticket24. 

Nulla, per ora, è dato sapere sull’elenco completo degli artisti che andranno a comporre questa interessante rassegna che, pare, potrebbe far convergere arte moderna e arte contemporanea, mescolando sapientemente pittura, scultura e video-installazioni in un percorso museale che indaga la follia nella sua più ampia accezione del termine.

APERTURE STRAORDINARIE 

24 dicembre dalle ore 10:00 alle ore 17:00; 25 dicembre dalle ore 13:00 alle ore 21:00; 31 dicembre dalle ore 10:00 alle ore 17:00; 1 gennaio dalle ore 13:00 alle ore 21:00; 6 gennaio dalle ore 10:00 alle ore 21:00; 1 aprile dalle ore 10:00 alle ore 21:00; 2 aprile dalle ore 10:00 alle ore 20:00; 25 aprile dalle ore 10:00 alle ore 20:00; 1 maggio dalle ore 10:00 alle ore 20:00 

 

Per maggiori informazioni: 

www.museodellafollia.it

 

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L’Esercito di Terracotta: dalla Cina a Napoli fino al prossimo 28 gennaio

Partita qualche giorno fa, la mostra L’Esercito di Terracotta e il primo imperatore della Cina sarà aperta al pubblico fino al prossimo 28 gennaio 2018 presso la Basilica dello Spirito Santo a Napoli.

Per quanto credi di conoscere la tua città, non la girerai mai abbastanza da poter dire di aver visto tutto. È stato questo il mio primo pensiero, quando sono stato ospite di questo evento. Sì, perché se la biglietteria è l’ingresso principale della basilica in Via Toledo, l’accesso alla mostra è di qualche metro più avanti, da Palazzo del Conservatorio dello Spirito Santo, dove c’è un’entrata laterale della chiesa.

In un crescendo di emozioni e reperti, scorgo i primi pezzi riversi per terra, tra l’argilla e la polvere, come appena rinvenuti. E pensare che il loro ritrovamento non è merito di un lavoro di ricerca, ma un fortuito scavo di un gruppo di contadini nel 1974.

Sono 1600 gli esemplari finora rinvenuti, appartenenti alla tomba dell’imperatore Qin Shi Huan- gdi del III secolo a.C., ma gli studiosi stimano che potrebbero arrivare addirittura 8000 tra soldati, cavalli, carri, musicisti e artisti che facevano parte della vita di corte e hanno inconsapevolmente composto un esercito di pietra a guarda della tomba del primo imperatore della Cina.

Per costruirli occorsero circa 720.000 uomini che lavorarono ininterrottamente per 36 anni, producendo un’opera colossale e senza precedenti per le contemporanee civiltà del tempo.

Un patrimonio dell’UNESCO nel cuore di un altro grande patrimonio dell’UNESCO, il centro storico di Napoli.

È straordinario pensare che queste colossali statue, a grandezza naturale, siano state iniziate per un bambino di appena 13 anni che si proclamò imperatore a 38 e morì prematuramente a 49. Eppure in appena un decennio Qin a Xi’an ha lasciato il segno e ha gettato le basi per un sistema, quello imperiale, che resterà immutato per quasi mille anni.

L’imperatore Xi’an fu lungimirante e riuscì a mantenere l’unità del suo impero attraverso un processo di standardizzazione delle unità di peso e di moneta, creando un’economia forte basata su commercio e imposte.

Benché oggi si sappia esattamente dove si trova la dimora dove riposa l’imperatore, la sua tomba non è stata ancora aperta: «Non dobbiamo scavare nel complesso funerario in modo indiscriminato, in particolare nella tomba dell’imperatore – ha detto Wu Yongqi, Direttore del Museo Cinese dell’Esercito di Terracotta – dobbiamo rispettare i nostri antenati e il patrimonio culturale e, qualunque misura prendiamo, non dobbiamo distruggere i resti delle reliquie e i siti. Il nostro obiettivo deve essere quello di arricchire gradualmente la conoscenza storica».

Prodotta dalla LiveTree e curata da Fabio Di Gioia, non è una semplice mostra questa, ma una pagina interattiva di storia della Cina che tra guerrieri di terracotta, statue in bronzo, suppellettili e video-installazioni ci riporta in un’epoca, quella del 219 a.C., in cui questa affascinante civiltà si mostra già complessa e pienamente evoluta.

Ma non è (solo) la parte storica quella più interessante, ma anche l’ampia sezione dedicata alla tecnica con cui questi soldati di argilla erano prodotti. Si scopre così che ogni militare si compone di sette parti, che erano realizzate separatamente e poi assemblate. Gli studiosi hanno individuato circa otto varianti degli stampi, che venivano poi ulteriormente sagomate in fase di lavorazione. L’argilla è quella proveniente dal Monte Li, lo stesso dove poi fu costruita la necropoli.

Come per la statuaria greca e romana, anche i guerrieri erano dipinti con colori brillanti, di cui oggi restano sbiaditi pigmenti che ci lasciano appena immaginare.

A chiudere il percorso espositivo la ricostruzione in scala 1:1 della necropoli, e qui l’Oriente incontra davvero il Meridione, perché il visitatore è proiettato lì, nella necropoli, a cospetto di un millenario esercito che tra fanti, soldati e generali di alto rango resta a guarda dello spirito dell’imperatore.

Sono oltre trecento i pezzi che s’incontrano lungo gli oltre 1800 metri quadri della Basilica dello Spirito Santo, la cui scelta non è casuale, ma determinata dall’idea, di certo riuscita, di restituire la sacralità dell’originario mausoleo, dimora dell’esercito di terracotta.

Per altre immagini di questa e di tutti gli eventi cui partecipo, continuate a seguirmi su instagram: Mariano Cervone

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Botero all’AMO di Verona fino al prossimo 25 febbraio

Famiglia con animali

È un mondo variopinto e colorato, quello di Fernando Botero, che con le sue opere ha raccontato con ironia e gioia la sua Colombia e la storia dell’arte. Opere, personaggi e luoghi accomunati figure opulente, forme tondeggianti e toni sgargianti, che fanno di una sua mostra un gioco in cui perdersi e divertirsi.

Dopo Roma, l’evento co-prodotto dal Gruppo Arthemisia e MondoMostre Skira arriva all’Amo-Palazzo Forti di Verona fino al prossimo 25 febbraio. E se non siete riusciti a vederla al Vittoriano nella Capitale, allora non dovete perdere l’occasione di (ri)scoprire questo originale artista, che passa con nonchalance dalla scultura alla pittura, con immutato brio.

Un tratto distintivo che l’artista tiene a mantenere per essere riconoscibile tra i tanti, e per raccontare nel suo originalissimo modo il mondo che lo circondava.

Mariano Cervone, profilo instagram @marianocervone

Ho scoperto un artista che vive della sua arte, molto legato alla sua terra di origine e ai personaggi che ne hanno disegnato la storia, eppure Botero è un uomo che sa prendere in giro la vita con sagace ironia. Vederlo al Vittoriano questa estate mi ha divertito molto, ed è stata la perfetta conclusione di una sera d’estate.

La Fornarina, una delle opere di Fernando Botero

Questa mostra, che caldamente consiglio, è un modo per avvicinarsi all’arte divertendosi, allontanando la polverosa idea di esposizione che annoia. Al contrario non ho potuto trattenere qualche sorriso dinanzi alle espressioni buffe di ritratti di famiglia o di gruppo, come i preti, gli ambasciatori, le donne.

50 le opere selezionate per questo evento, che raccontano in parte la sua vita, le persone e le personalità che l’hanno influenzata, e i luoghi abbandonati e ritrovati che hanno caratterizzato il lungo corso della sua carriera. Una serie di mostre, questa, con cui Fernando Botero celebra il suo 85esimo compleanno.

Curata da Rudy Chiappini, la mostra s’intitola semplicemente Botero, e ha visto la stretta collaborazione dello stesso artista per mettere insieme le opere che raccontano gli ultimi due decenni in particolare della sua ampia produzione.

Favolistico, ironico, giocoso, ma anche vagamente trasgressivo e all’avanguardia. Nell’arte di Botero non mancano infatti monumentali nudi e scene d’amore di cortigiane e clienti, viaggiando dalle calde atmosfere del Sud America all’Italia, in un mix di sentimenti e sensazioni, che vanno dall’ironia tipica delle sue opere alla nostalgia per la sua terra di origine.

Venere e Cupido, una delle opere di Fernando Botero

Dieci le sezioni che raccontano le diverse fasi della sua pittura. Non mancano divertenti riferimenti agli artisti del passato, dai Coniugi Arnolfini alla Fornarina di Raffaello, da Velasquez a Goya passando per Piero Della Francesca e Leonardo.

Tante anche le colorate nature morte che i visitatori potranno incontrare lungo il percorso, e che consentiranno un’attenta riflessione anche sulla poetica dell’artista e sui sentimenti che hanno generato questi dipinti forse meno noti, ma perfettamente riconoscibili, di un artista che è riuscito a lasciare il segno nel mondo dell’arte contemporanea diventando già classico.

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La Cupola del Brunelleschi in mattoncini Lego, al Museo dell’Opera di Firenze

In molti avranno letto la curiosa notizia di una coppia di bambini di 10 e 12 anni che lunedì 16 ha distrutto un modellino del Titanic in Lego in scala 1:40 lungo ben 7 metri. Il modello era esposto nell’ambito della mostra Brikmania allestita nel polo culturale Guido Reni District a Roma. Multati i genitori, che si sono visti addebitare un costo complessivo di 1500 euro, tra manodopera per la riparazione e pezzi dispersi o deformati.

Brikmania Roma Titanic Lego 2017 mostra - internettualeMa per due bambini che distruggono per fortuna ce ne sono molti altri che contribuiscono anche alla crescita culturale del nostro paese attraverso il loro mondo.

A partire da oggi fino al prossimo 9 novembre infatti, si potrà ammirare un modellino della Cattedrale di Firenze composto da 20.000 mattoncini Lego, di 400 forme differenti e 10 colori diversi, che riproducono la famosissima Cupola del Brunelleschi. 150×60 per 65 centimetri di altezza.

Il modello è esposto all’interno Museo dell’Opera del Duomo, in uno spazio aperto al pubblico gratuitamente.

A realizzare il modellino un ragazzo pugliese di 17 anni, Giacinto Consiglio. Interessante anche la realizzazione di questo modello, che è stato costruito dinanzi ai membri dell’Adult Fan of Lego del gruppo Toscana Bricks e dell’Associazione ItLug – Italian Lego Users Group, storica community degli appassionati dei mattoncini Lego nel nostro paese.

Un passo che avvicina la cultura ad un mondo che appassiona grandi e piccoli, e che potrebbe essere uno sprone a scoprire la rinascimentale cupola simbolo dell’arte e dell’architettura italiana in tutto il mondo: «Guardare alla nostra Cattedrale attraverso i mattoncini Lego – spiega Luca Bagnoli, presidente dell’Opera di Santa Maria del Fiore – con un linguaggio universale che unisce appassionati di tutto il mondo a prescindere da età e cultura, rappresenta un’esperienza unica, la realizzazione di un’opera attraverso un gioco».