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Monet intimo e inedito, da ottobre al Vittoriano di Roma

C’è un Monet intimo, privato, quello che i visitatori potranno vedere alla mostra omonima, MONET, che dal 19 ottobre fino al prossimo 28 gennaio sarà al Vittoriano a Roma. Scorci di Parigi, la sua Parigi, che si riflette malinconicamente nella Senna, Salici dai contorni indefiniti che si confondono con le cascate dei glicini su di un ponte giapponese, fino alle monumentali Ninfee, avvolte in un pulviscolo violetto. Sono i quadri che il grande maestro dell’impressionismo francese aveva nel salotto della sua amata casa a Giverny, l’ultima.

Opere che Claude Monet non aveva concepito per il pubblico, ma che “ha guardato per tutta la vita, appesi nella sua ultima, amatissima, casa” dice Marianne Mathieu, curatrice dell’evento.

Sono oltre 60 le opere che troveranno posto in quella che si preannuncia una mostra monumentale e, soprattutto, inedita. Sì, perché i dipinti, provenienti dal Musée Marmottan Monet di Parigi, sono per lo più sconosciuti nel nostro paese. La collezione del museo parigino è la più grande al mondo ed è cresciuta ulteriormente negli anni grazie alle donazioni dei collezionisti dell’epoca, tra cui quella dello stesso figlio dell’artista, Michel Monet, che alla morte del padre non volle lasciare nulla allo Stato, “reo”, a suo dire, di non aver sostenuto il maestro negli ultimi anni di vita.

Mission del museo, dice la Mathueu all’ANSA, è quella di portare Monet là dove è ancora poco nota la sua opera. Dopo Taiwan, questa importante rassegna arriva per la prima volta nel vecchio continente, facendo tappa prima a Roma e successivamente anche a Bologna e a Bordeaux.

Weeping Willow, 1918-19 (oil on canvas) Monet, Claude (1840-1926) MUSEE MARMOTTAN MONET, PARIS

Questa mostra, anticipa la curatrice, rappresenta un viaggio nella vita dell’artista, nella sua idea del giardino, tanto cara alla sua poetica artistica, neelle sue amate vedute di Londra, Parigi, Vétheuil, Pourville. Dalle prime opere della metà del XIX secolo, quelli che donarono a Monet i primi soldi e la fama a Le Havre fino ai noti paesaggi dei luoghi che aveva visto e vissuto.

Durante la sua vita, Monet giunse anche nel nostro paese, insieme all’amico Renoir. Per celebrare questo viaggio con l’amico pittore, in occasione della mostra arriverà anche Le chateau de Dolceacqua opera del 1884, in cui l’artista dipinse quel ponte oggi rimasto uguale, su di una tela che rappresenta un souvenir dei suoi giorni trascorsi in Liguria: «Luoghi fondamentali – aggiunge la curatrice – per la scoperta di una luce e colori così diversi da quelli di Parigi, dove era nato, e dalla Normandia dove era cresciuto».

Michel Monet (1878-1966) as a Baby, 1878-79 (oil on canvas) Monet

Dipinti intimi, a cominciare dal ritratto di suo figlio, Michel Monet, bambino, ma anche Les RosesLondresIl parlamento riflesso sul Tamigi, chiudendo un percorso con un’esperienza emozionale, le sue gigantesche ninfee astratte.

Quando Monet dipinse queste opere aveva 75 anni, era un uomo ricco, e non aveva più la necessità di dipingere per vivere. Per questo motivo nessuno le ha mai viste fino alla sua morte e non sono mai state vendute.

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ENJOY, il Chiostro del Bramante incontra il divertimento. Da settembre a Roma

Lo scorso anno LOVE, l’Arte incontra l’amore è stata senza dubbio la mostra-rivelazione della stagione. La rassegna d’arte contemporanea ha infatti registrato oltre 150.000 ingressi, con personalità del calibro dell’attrice Alessandra Mastronardi e tanti blogger che l’hanno seguita con particolare interesse, coinvolgendo soprattutto un pubblico giovane.

Dal prossimo 23 settembre fino al 18 febbraio 2018, al Chiostro del Bramante a Roma, arriverà invece ENJOY, l’Arte incontra il divertimento. La rassegna raccoglierà il testimone del precedente evento, portando nello storico chiostro romano artisti contemporanei quali TinguelyCalderFogliatiErlichCreedNetoCollishawOurlserWurmTeamLabHans op De BeeckDe DominicisGander, e i grandi protagonisti del ‘900 storico e del terzo millennio.

Il visitatore potrà perdersi nell’infinito labirinto di specchi di Leandro Erlich e stupirsi delle sculture leggere di Alexander Calder, immergendosi e riemergendo dalle installazioni ludico-concettuali di Martin Creed, ma anche nei giochi di luce di TeamLab che prendono forma soltanto a contatto con il pubblico.

Una mostra che va oltre il concetto spesso virtuale di interattività, e che porterà i visitatori a contatto con gli occhi indiscreti e inquietanti dell’artista Tony Oursler o i corpi deformati di Erwin Wurm.

Il Chiostro del Bramante diventa così punto di arte, riflessione, gioco, entrando a contatto con i diversi mondi degli artisti e la loro idea di arte.

A fare da filo conduttore il divertimento, inteso qui nell’etimologica accezione della parola: portare altrove.

Un altrove che qui si fa altro da sé, trasformazione, indagine profonda del proprio inconscio.

I visitatori infatti saranno così condotti attraverso un percorso ideale, invisibile, ma molto ben delineato, che li porterà ad una vera e propria interazione con l’arte stessa e con le sue diverse espressioni, portando i visitatori in un giocoso “fuori da sé”.

Molti dei lavori che troveranno spazio a partire dal prossimo autunno sono site specific, pensati e costruiti dagli artisti proprio per gli ambienti del Chiostro del Bramante.

Un’occasione per concepire l’arte in modo diverso, dando così un nuovo senso di “spazio e spazialità” alle opere esposte di artisti di fama mondiale.

La rassegna è curata da Danilo Eccher che, dalle pagine ufficiali del sito web dice: «La dimensione del piacere, del gioco, del divertimento, dell’eccesso sono sempre state componenti centrali dell’Arte; l’Arte sprofonda nel dolore ma si nutre di piaceri ed è sempre una danza di contrasti. L’illusione è una trasparenza che deforma la realtà, un’apparenza sottile dove tutto è possibile, suggerendo ora il dubbio dell’enigma, ora il sorriso della sorpresa».

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Napoli: la mostra “i Tesori Nascosti” di Sgarbi prorogata fino al 20 luglio

Rivelazione dello scorso inverno, la mostra i Tesori Nascosti, a cura di Vittorio Sgarbi sarà prorogata fino al prossimo 20 luglio. Lo ha anticipato il Mattino di Napoli qualche settimana fa: data la grande affluenza di pubblico e la richiesta a gran voce di chi invece non sarebbe riuscito a vederla durante la stagione calda, si è deciso di estenderla ancora per quasi due mesi. La chiusura originaria, infatti, fissata per il 28 maggio, è sembrata troppo corta per i tanti potenziali visitatori che, in vista dell’estate, volevano vedere le oltre 150 opere che compongono questo interessante percorso di storia dell’arte.

Vittorio Sgarbi è riuscito a mettere insieme opere (ingiustamente ritenute) minori, di autori maggiori, tutte appartenenti a fondazioni, collezioni e collezionisti privati, tra cui il fondo Cavallini-Sgarbi dello stesso curatore e critico d’arte.

Oltre ai tre artisti enfatizzati dal sottotitolo, Tino Di Camaino, Caravaggio e Gemito, attivi nella città di Partenope e che legano maggiormente questa esposizione a Napoli, tanti altri artisti compongono un percorso antologico che mette insieme autori come Mattia Preti, Luca Giordano, Guercino, Ribera, ma anche grandi artisti dell’arte contemporanea e metafisica come Giorgio De Chirico, De Pisis, Morandi.

i Tesori Nascosti di Vittorio Sgarbi (Galleria del ‘900)

Pitture, certo, ma anche sculture come quelle del milanese Wildt e De Luca.

Concepita inizialmente per EXPO Milano 2015 la mostra si è spostata a Salò, arricchendosi di nuove opere e autori per la tappa napoletana.

Suggestivo scrigno di questi tesori è la Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, a Napoli, chiusa a pubblico per oltre vent’anni e utilizzata nel tempo come officina, è essa stessa tesoro nascosto che, per l’occasione, è stata restituita al pubblico nella veste elegante di pinacoteca del XIX secolo. Pareti bordeaux e dipinti disposti a metà tra percorso museale e sontuosa galleria privata, fanno da cornice al bellissimo pavimento opera della famiglia Massa (la stessa che ha maiolicato il Chiostro di Santa Chiara a Napoli). Chi entra per la prima volta ha probabilmente la sensazione di varcare una nuova dimensione, in cui svaniscono i contorni della Basilica confondendosi con quelli di una eccezionale quadreria.

una foto della sala della mostra da @marianocervone (instagram)

Visitare la mostra è un vero e proprio percorso esperienziale oltre che artistico: la Basilica infatti si trova nel cuore del centro storico della città, già riconosciuto universalmente come patrimonio dell’UNESCO, e per raggiungerla si dovrà passeggiare tra i profumi delle creazioni dei maestri pasticceri e quelle degli artigiani della pizza di Gino Sorbillo, ascoltando gli artisti di strada che portano la loro voce, i loro strumenti, la loro energia per le folcloristiche stradine.

Grazie ad una applicazione (disponibile gratuitamente per iOS e per Android) sarà possibile ascoltare la voce dello stesso Sgarbi, che guiderà lungo il percorso, una lectio privata con un maestro d’eccezione.

Prosegue dunque, per la gioia degli studenti universitari il lunedì universitario, giorno in cui ogni studente, esibendo un qualsiasi documento che attesti la frequenza a qualsiasi facoltà per l’anno corrente, può entrare in mostra pagando soltanto 5€ a fronte dei 12 del biglietto intero.

I Tesori Nascosti rappresenta un’antologia di storia dell’arte, le cui pagine vanno dalla metà del 1200, con opere giottesche appartenute persino a Gabriele D’Annunzio fino ad arrivare ai bellissimi nudi del Novecento di Eugenio Viti.

Sgarbi è riuscito a comporre una mostra che spazia sapientemente dal medioevo al rinascimento, passando per i paesaggisti dell’ottocento napoletano e le avanguardie di inizio secolo. Sono davvero tanti gli autori messi insieme dal noto critico d’arte italiano, che ha portato nel capoluogo campano un evento unico come non se ne vedevano da un po’.

Per maggiori informazioni:

www.itesorinascosti.it

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Frida Kahlo oltre il mito: al MUDEC di Milano nel 2018

Frida Kahlo e l’Italia, una storia d’amore destinata a continuare. È dal 2014 infatti che i musei del nostro paese hanno proposto mostre sulla figura della pittrice messicana. Dal prossimo 1 febbraio al 3 giugno 2018 è la volta del Mudec, il Museo delle Culture di Milano, gestito dal Comune e dalla divisione Cultura del Gruppo Sole 24 Ore.

Frida Kahlo. Oltre il mito, questo il titolo della mostra, sarà anche l’occasione per celebrare l’artista, oggetto di una vera e propria fridamania.

Mostre, ma anche libri e film. L’Italia è pazza della Kahlo e questa nuova esposizione ne è la conferma.

Una mostra che scava “nel profondo delle sue relazioni, dei suoi interessi e della sua poetica” dice il curatore Diego Sileo, che lavora al progetto da sei anni e ha avuto accesso all’archivio ritrovato nel 2007 in Casa Azul, dimora dell’artista a Città nel Messico: «Nel migliore dei casi la sua pittura è stata interpretata come semplice riflesso delle sue vicissitudini personali o, nell’ambito di una sorta di psicoanalisi amatoriale, come un sintomo dei suoi conflitti e disequilibri interni».

È forse un caso anomalo per un artista che la sua vita sia così prepotente e forte da oscurare quasi l’opera stessa: «l’opera si è vista rimpiazzata dalla vita e l’artista ingoiata dal mito».

Ed è questo che la mostra si propone di fare, porre soprattutto l’accento sulla produzione artistica di Frida. Per farlo il museo milanese esporrà al pubblico oltre 100 dipinti e opere, molte delle quali mai esposte in Italia e, addirittura, in Europa: quadri, ma anche disegni e fotografie scattate dalla stessa artista.

Con questa rassegna sarà possibile scoprire un lato segreto e forse poco noto della vita di Frida Kahlo, attraverso fonti e documenti inediti, come le risposte alle lettere che inviava a una vasta platea di persone.

La mostra è stata suddivisa in cinque grandi nuclei tematici che raggruppano le opere della Kahlo per politica, donna, violenza, natura, morte.

Provenienti dal Museo Dolores Olmedo di Città del Messico e dalla Jacque and Natasha Gelman Collection. Ma alcuni dipinti provengono anche da musei statunitensi come il Phoenix Art Museum, il Madison Museum of Contemporary Art e la Buffalo Albright-Know Gallery.

Nel frattempo per chi invece vuole scoprire qualcosa sulla figura dell’artista, c’è un iconico film con Salma Hayek, Frida, vincitore di ben due premi Oscar come miglior colonna sonora e miglior trucco nel 2003.

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Stanze d’Artista, i capolavori del ‘900 alla Galleria d’Arte Moderna a Roma fino al 1 ottobre

Si intitola Stanze d’Artista ed è la nuova esposizione che da oggi fino al prossimo 1 ottobre 2017 occuperà le sale della Galleria d’Arte Moderna a Roma. Un percorso di storia dell’arte contemporanea che mette insieme i maggiori esponenti italiani della prima metà del ‘900: da Mario Sironi ad Arturo Martini, da Giorgio De Chirico a Carlo Carrà, passando per Fausto Pirandello e Scipione.

Giorgio De Chirico, gladiatori

Capolavori del ‘900 italiano, come recita il titolo completo che sono stati allestiti secondo un criterio monografico: a ciascun artista infatti è dedicata una ideale “stanza” che mette insieme non soltanto le opere sue opere, ma anche tutte quelle parole raccolte nel corso di una vita in lettere, diari, scritti teorici o critici. Parole che si trasformano in questo contesto in un commento critico degli stessi autori, in cui ritrovare la poetica o l’origine dei loro capolavori.

Sono oltre sessanta le opere raccolte da questa grande rassegna, che mette insieme non soltanto pezzi della galleria stessa, ma anche dipinti provenienti da prestigiose collezioni private.

Dalla sua riapertura nel 2011, la galleria romana segue un principio di rotazione delle opere, che permette ai suoi visitatori di scoprire pezzi e parti importanti del suo vasto patrimonio artistico. Per l’occasione di questa mostra dunque alcuni dipinti vengono valorizzati per la prima volta, come ad esempio Le spose dei marinai, opera del 1934 di Massimo Campigli, ma anche Paese di Ottone Rosai del 1923, e molti altri dipinti che trovano così una più degna collocazione all’interno di questo evento.

Ferruccio Ferrazzi

Stanze d’Artista è promossa da Roma Capitale, l’Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, ed è a cura di Maria Catalano e Federica Pirani, con la collaborazione dei Servizi museali di Zètema Progetto Cultura.

Dopo aver visitato la Casa Boschi-Di Stefano a Milano lo scorso anno, mi sono particolarmente appassionato a molti di questi artisti che ho conosciuto e amato proprio in quella bellissima dimora disegnata dal noto architetto milanese Portaluppi. Ed è per questo motivo che suggerisco di vedere questa mostra che oggi si propone oggi non soltanto di far conoscere l’opera di questi straordinari esponenti dell’arte italiana, ma anche le loro parole e la persona oltre la personalità che tutti conosciamo.

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Gli orsi di Paola Pivi per l’Art Week alla Rinascente di Milano

Ha un retrogusto anni ’90 qualche lavoro del nuovo progetto site specific che Paola Pivi ha realizzato per LaRinascente a Milano. Un’opera insolita che, in occasione della Art Week e del Salone Internazionale del Mobile, allestirà le vetrine del noto department store che affacciano su Piazza Duomo.

I am tired of eating fish, questo il titolo del concept, a cura di Cloe Piccoli, che vede dei variopinti orsi, alla scrivania o danzare tra colorati sfondi di oggetti d’uso quotidiano, occupare le otto grandi vetrine dello store milanese.

Un universo surreale, quello della Pivi, che nel 1999 ha anche vinto un Orso d’Oro alla Biennale di Venezia, che proietterà i passanti in un mondo governato da leggi dell’assurdo, dove tutto è capovolto e dove ogni cosa può succedere.

Tanti i riferimenti al mondo dell’arte e, inevitabilmente, a quel design squisitamente italiano e milanese in particolare, ma anche al lifestyle e al tempo libero, passando per la natura e il mondo del business.

Il progetto trasforma le vetrine dei Grandi Magazzini Milanesi in vere e proprie gallerie d’arte pubbliche.

Too Late, 1,2, cha, cha, cha, I love my ZiziI and I must stand for artI am a professional bear, I am busy today, Bad Idea: ognuno degli orsi ha un nome che è il frammento di una storia sospesa in un contesto non specificato e in un tempo imprecisato.

Un evento di grande arte contemporanea, che entra di diritto tra gli appuntamenti da non perdere, e gratuiti per giunta, dei “fuori salone” milanesi, che porta l’arte, è proprio il caso di dirlo, tra la gente in piazza.

La Pivi è una acclamata artista italiana nel mondo, che ha esposto le sue opere tra l’altro al MoMA di New York, alla Tate Gallery di Londra, ma anche a Francoforte e Shangai, e arriva con questa rassegna per la prima volta nel capoluogo lombardo, portando i suoi amati orsi dell’artista, vero marchio di fabbrica della sua poetica.

Dalla performance alla fotografia, passando per la scultura, sono tante le tecniche attraverso le quali l’artista esprime se stessa.

Quotate tra i 120 e i 230mila euro, ha realizzato anche alcune opere per la Fondazione Trussardi ai Magazzini di Porta Genova a Milano.

Il progetto per la Rinascente invece si compone prevalentemente di sculture e installazioni, che originano un allucinante mondo onirico, sospeso tra riflessione e lucida follia.

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Helmut Newton, tra moda e erotismo al PAN di Napoli fino al 18 giugno

È imprescindibile per un amante della fotografia o un semplice appassionato imparare dai grandi maestri che di quest’arte hanno fatto scuola e ne hanno fatto la storia. Uno fra tutti Helmut Newton, cui il Palazzo delle Arti di Napoli ha dedicato un’ampia retrospettiva, aperta al pubblico fino al prossimo 18 giugno.

FOTOGRAFIE White Women / Sleepless Nights / Big Nudes, questo il titolo della rassegna, che in tre sezioni ripercorre le principali fasi della carriera del noto fotografo americano, ispirate ai primi tre volumi pubblicati da Newton tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80.

Helmut Newton, French Vogue, Melbourne 1973

Scatti glamour, che hanno catturato volti, sguardi, espressività di top model, attrici e artisti, da Charlotte Rampling a Andy Warhol.

Chi mi segue su instagram ha già visto qualche scatto, ma chi non ha visto questa mostra dal vivo ignora che ti immergi non solo in un’altra epoca, guardando le fotografie di Newton, ma in un altro mondo.

Lusso e bellezza. È con questo binomio che si potrebbe riassumere la fotografia di Newton, le cui immagini sono patinate, eleganti, vagamente erotiche e trasgressive, ma mai volgari.

Tre sezioni in cui, a dispetto dei numeri che contraddistinguono le opere, non c’è un vero e proprio percorso di visita, ma tutto è fluido, liquido, come l’acqua delle piscine spesso fotografate da Helmut. Sì, la piscina, che in Newton si fa totem irraggiungibile del lusso, un luogo misterioso, in cui avvengono incontri. Un elemento che è quasi un’ossessione per il fotografo tedesco naturalizzato statunitense.

In questi anni Newton osa, porta la fotografia di moda fuori dagli studi di posa e dalle fredde luci dei bank.

Giardini rinascimentali, dimore storiche, prati si trasformano in inconsapevoli scenari di pose plastiche e amori saffici. Ma anche uffici, suite, alberghi e sedi di grandi brand di moda.

a sinistra Helmut Newton, Elsa Peretti, 1970 a destra Ariana Grande 2016

È un mondo lezioso quello che racconta Newton, che lo documenta e lo eviscera fino a farne quasi fredda parodia di sé stesso. Un mondo a tratti fetish, che occhieggia al bondage con straordinaria modernità. Impressionante quanto l’eredità di Newton si faccia sentire ancora oggi. Basta guardare le immagini promozionali dell’album Dangerous Woman del 2016, della cantante Ariana Grande, per percepire una chiara impronta newtoniana.

Helmut Newton, Tied Up Torso, Ramatuelle 1980

Attrici, grandi metropoli statunitensi o scorci italiani. Da Parigi a Berlino, da Nizza al Senegal. La fotografia di Helmut ha girato tutto il mondo, rivoluzionando il mondo della moda.

Quasi imbarazzano lo spettatore i Big Nudes per la loro potenza. Donne completamente nude a grandezza naturale, i Big Nudes sono una serie fotografica ispirata ai manifesti diffusi dalla polizia tedesca per ricercare gli appartenenti al gruppo terroristico della RAF. Helmut ebbe l’idea di catturare dei nudi con una macchina fotografica di dimensione media con l’intento di farne delle gigantografie.

Dopo una grande rassegna su McCurry, il PAN ospita un altro grande nome del panorama fotografico mondiale.

sopra Helmut Newton, Bergstrom over Paris, 1976 sotto Velasquez, Venere allo specchio, 1648

Una fotografia colta, quella di Newton, i cui potenti nudi occhieggiano all’eroicità della nudità greca, affondando le radici nella storia dell’arte italiana con omaggi a tratti impercettibili, altre volte invece un chiaro riferimento a quei grandi maestri che hanno tracciato il percorso da dove ha avuto origine tutto.

Curata da curata da Matthias Harder e Denis Curti, l’idea nasce nel 2011 da June Newton, vedova del fotografo. Promossa dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, la mostra è organizzata da Civita Mostre in collaborazione con la Helmut Newton Foundation, e accompagnata da una pubblicazione edita da Marsilio.

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A Palazzo Altemps a Roma il vero volto di Antinoo

antinoo-ritratto-in-due-parti-palazzo-altemps-roma-2016-2017-ludovisi-internettualeIcona dell’antichità giunta fino ai giorni nostri, l’immagine di Antinoo è giunta fino a noi come archetipo di bellezza e di erotismo. Il giovane amato dall’Imperatore Adriano, annegato a soli diciannove anni nelle acque del Nilo, e trasformatosi, per volontà dell’Imperatore romano, in vera e propria divinità venerata da ben tre paesi per altrettante culture e iconografie. Il mito rivive oggi nella mostra Antinoo, ritratto in due parti a Roma.

Ad Antinoo infatti Adriano tributerà un’intera città, Antinopoli, sorta laddove il giovane incontrò la morte.

La sua figura è ritratta come dio egizio, giovane bacco o atleta virile, attraversando stili, epoche, culture.

Tra le opere più celebri che hanno riportato la sua immagine fino ai giorni nostri, l’Antinoo Ludovisi, conservato al Palazzo Altemps del Museo Nazionale Romano è probabilmente tra le più note: folti capelli ricci, carnose labbra imbronciate, occhi incavati, pelle liscissima. Il volto di Antinoo, giovane di origine orientale, ha insolitamente fattezze occidentali.

Deve essere stata questa in parte la scintilla che ha portato gli studiosi dell’Art Institute di Chicago a domandarsi se il busto conservato nel museo romano non corrispondesse in realtà ad un volto che è invece custodito presso il loro museo.

È grazie alla tecnica della scannerizzazione 3D che si è così potuto ottenere un primo confronto virtuale tra le due parti. Un’emozione, che ha portato l’entusiasmo degli studiosi alla stampa 3D dei due pezzi, che gli ha consentito di unirli fisicamente, completando le parti del volto ancora mancanti, con un algoritmo che ha presumibilmente ricostruito il volto per ciò che doveva essere davvero, e non dunque per la versione idealizzata e un po’ posticcia de busto Ludovisi.

antinoo-ritratto-in-due-parti-palazzo-altemps-roma-2016-2017-internettualeNe viene fuori una figura diversa, più orientaleggiante, con il naso vagamente schiacciato e la bocca grande. Lontana da quell’immagine “occidentale” che il ritratto romano ci aveva finora dato. Il confronto, tra le singole parti, quella romana e quella statunitense, e la ricostruzione, visibile in sala, di questo percorso di studi, è una vera emozione per il visitatore. Ci si sente ad un passo dalla storia entrando nella piccola sala del Museo Nazionale Romano, dove questo progetto resterà fino al prossimo 15 gennaio.

Si dice che la mente guardi soltanto ciò che conosce, e allora eccola lì la cicatrice sul volto del Ludovisi, la frattura che segna il punto in cui al busto Altemps è stato incollato il volto con le fattezze di un altro Antinoo, vero e proprio mito nell’antichità e nell’era rinascimentale.

Un’icona che si mostra al pubblico senza la sua maschera idealizzata, né quel canone idealizzato dall’immaginario degli artisti.

Due pezzi, una sola ricostruzione, tante colonne di marmo. È semplice e forse un po’ austero l’allestimento della mostra, eppure efficace, perché ci guida, sul fondo della sala alla scoperta del vero Antinoo, di quel busto ricostruito e strappato alla realtà per circostanza di cose, di quel puzzle, che almeno virtualmente è stato ricostruito e che finalmente i visitatori possono ammirare così come doveva apparire in origine.

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Gli indefiniti volti del potere di Galliano fino al 30 novembre alla NEA di Napoli

daniele-galliano-spazionea-napoli-were-gonna-a-real-good-time-together-internettualeSono poche le opere capaci di diventare un simbolo in così poco tempo. Tra queste c’è We’re gonna have a real good time together di Daniele Galliano, alla galleria Nea in Via Costantinopoli a Napoli.

Incuriosito dalle foto che continuavo a vedere su instagram, sono stato ieri allo spazio NEA ignaro che l’esposizione fosse soltanto fino al 30 ottobre. Per mia fortuna però il grande successo di pubblico, che avevo già percepito sui social, ne ha permesso la proroga fino al prossimo 30 novembre, così mi sono ritrovato anche io di fronte ai tanti volti indefiniti dell’artista piemontese.

A curare la mostra per la galleria napoletana di Luigi Solito è Graziano Menolascina.

In un mondo, quello odierno, fatto soprattutto di immagine, di fotografia, di social, Galliano priva i suoi ritratti delle fattezze volto, dell’identità, di quei tratti somatici che consentirebbero all’osservatore di distinguere gli uni dagli altri. E invece eccoli lì, tutti uguali in quelle giacche e cravatte che indossano come maschere o come armature, ma sempre per fingersi ciò che nemmeno lontanamente sono o saranno.

Sono i politici, i bancari, gli affaristi, gli uomini di potere che da secoli governano il mondo, mentendo, simulando, dissimulando. Volto e anima scivolano via, lasciando lineamenti indefiniti. È il momento della loro dissoluzione, che l’artista cattura come grido di protesta sociale.

Un’indagine, quella di Galliano, non soltanto artistica, ma sociologica, che va a colpire proprio quei punti della strategia comunicativa su cui ogni uomo di potere, e dunque di immagine, si finge altro da sé innalzandosi a modello per la società: identificazione, individuazione, imitazione e interiorizzazione.

Con la prima l’uomo fa riferimento a figure e modelli rispetto ai quali si sentirà uguale, creando un “noi”, che possa essere inteso come famiglia, patria, come gruppo di pari, via via ad arrivare all’intera umanità.

L’individuazione invece è quel processo con cui il soggetto fa riferimento alle caratteristiche che invece lo distinguono dagli altri, lo rendono unico, interponendo una barriera tra sé e il mondo. Attraverso il processo dell’imitazione, intesa come riproduzione conscia e inconscia di modelli comportamentali, l’individuo si muove in maniera differente in uno specifico contesto sociale. Infine l’interiorizzazione è quella fase in cui l’individuo fa suoi questi modelli, questi comportamenti, questi meccanismi sociali creando una ben precisa immagine di sé stesso, come prodotto finale di un processo, quello dell’identità, che è contestuale e relazionale.

Privando gli individui del loro volto, di questa identità costruita su di una precisa strategia, Galliano depaupera i suoi uomini del loro potere di manipolazione della società, della loro capacità di finzione per ottenere voti, denaro, tornaconti personali.

I 70 ritratti dell’artista, oli su carta che vengono a comporre un’opera unica, si amalgamano tra loro per l’armonia delle forme e dei colori, dando la sensazione allo spettatore di osservare una moltitudine in lontananza, senza una reale percezione e capacità identificativa, quasi a lasciare implicitamente intendere che ognuno di questi uomini, come in un sottile gioco di specchi e riflessioni, potrebbe essere, nel suo piccolo contesto societario, ognuno di noi.

Per maggiori informazioni:

www.spazionea.it

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Salvador Dalí e il sogno del classico, a Palazzo Blu di Pisa fino al prossimo 5 febbraio

Diventa sempre più sottile la linea di demarcazione che separa Arte Classica dall’Arte Contemporanea, e se al Museo Archeologico di Napoli si ospitano artisti contemporanei e a Pompei si espongono opere di Mitoraj che dialogano con le rovine dell’antica cittadina romana, a Pisa sarà di scena dal primo ottobre fino al prossimo 5 febbraio Dalí. Il sogno del classico. A Palazzo Blu saranno infatti esposti 150 lavori dell’artista spagnolo che provengono dalle collezioni dei musei Fundación Gala-Salvador Dalí di Figueres e il Dalí Museum di St. Petersburg in Florida, le due più importanti istituzioni museali a contenere e custodire le opere del grande maestro.

Mostre: a Palazzo Blu il genio di DalìIl percorso di visita mostrerà al visitatore quanto l’arte classica, apparentemente distante dal surrealismo dell’artista, abbia in realtà influenzato fortemente anche la sua opera e produzione artistica. Raffaello e Michelangelo diventano così maestri ispiratori anche per Dalí. Lo dimostrano i nudi eroici mollemente adagiati, omaggiando al contempo le sculture classiche del V secolo a.C., ma anche la Pietà, che si fa quasi traslucida composizione di marmo e metallo, così come il David, il cui volto dialoga con il panorama circostante in amletica riflessione.

Mostre: a Palazzo Blu il genio di DalìDipinti di sculture e opere che sembrano avere una propria vita e consistenza che va al di là dei grandi maestri che le hanno generate.

Dalí riesce così felicemente a dialogare con l’arte greca e quella rinascimentale di cui ne è riflesso, sfoggiando le sue capacità di disegnatore e illustratore, certo, ma anche di letterato e dotto, come dimostrano le xilografie dedicate alla Divina Commedia, commissione del 1950 del Ministero della Pubblica Istruzione, o le illustrazioni sull’autobiografia di Benvenuto Cellini, sapientemente mixate dall’artista Salvador Dalí con iscrizioni e citazioni del corpo celliniano.

L’importante rassegna è resa possibile da MondoMostre e curata da Montse Aguer, direttrice dei musei di Dalí.