ART NEWS

Perché Escher è la mostra dell’anno. A Napoli fino al prossimo 22 aprile

Colori, giochi, interazione. La mostra di Escher, al Palazzo delle Arti di Napoli fino al prossimo 22 aprile, è una full-immersion nell’arte e nella psiche del visionario artista olandese. Prodotta dal gruppo Arthemisia, che con questo evento fa il suo debutto napoletano, è una retrospettiva moderna sull’opera e la poetica di Maurits Cornelis Escher, che ha dedicato tutta la sua vita a prospettive, effetti sorprendenti, studi diventati una pietra miliare della storia dell’arte contemporanea.

Sono oltre 200 le opere presenti in questa colossale antologica, che rappresentano la summa perfetta di tutto ciò che ha prodotto l’artista.

Dalle sue metamorfosi, alle architetture impossibili, passando per prospettive oniriche e disegni che anticipano la terza dimensione.

Acqueforti, disegni, schizzi opere in “bianco e nero” in cui dominano, a volte, pochi colori primari come il rosso, il blu, il verde che s’introducono nella complicata texture di forme arabeggianti, in motivi che si ripetono illudendo lo sguardo, in animali che si ripetono e si trasformano a vista d’occhio.

Opere che, come mostra l’ultima sezione sono state e sono tuttora fonte di grande ispirazione per il mondo del cinema, per la pubblicità, per la moda, persino per la musica.

Una genialità trasversale, quella dell’artista, che all’interno del PAN si fa anche interazione ed immedesimazione con quelle opere la cui fama supera il nome dello stesso autore. Bellissimi i punti in cui il visitatore è invitato a prendere lo smartphone alla mano e scattarsi una foto dentro uno dei quadri dell’artista o a sentirsi parte di moti infiniti e gouache psichedeliche, capaci di alterare persino la percezione di grande e piccolo.

È una mostra “contemporanea” quella che Arthemisia porta a Napoli, che non ha paura di sfidare i nuovi colossi delle futuristiche experience, che alterna felicemente opere vere a momenti interattivi, disegni e schizzi a proiezioni che rendono più viva e vicina la figura dell’artista scomparso negli anni ’70, proprio mentre il mondo Hippy lo scopriva e in qualche modo lo faceva proprio dando ai suoi disegni colori acidi.

Straordinario l’allestimento, al primo piano di Palazzo Carafa di Roccella, le cui sale dai colori a contrasto, ben enfatizzano le opere di Escher.

E non stupisce se nel solo primo giorno di apertura al pubblico ha già superato i mille ingressi. Grazie a questa imponente retrospettiva finalmente anche Napoli potrà conoscere la genialità di un artista il cui nome resterà impresso nella nostra mente come le sue opere immortali.

Per una più ampia spiegazione sull’opera dell’artista, il mio post qui.

Per tutte le altre informazioni il sito ufficiale della mostra:

www.mostraescher.it

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ART NEWS

I musei al tempo dei social, tra record e assurde censure. Ecco due storie da conoscere.

In tempi di social il successo di un museo si misura, probabilmente, non soltanto da quello degli ingressi, ma anche dal numero del follower. Le Gallerie degli Uffizi a Firenze si collocano sul gradino più alto di questo primato con 150.000 follower e una media di 3500 like per post e una ventina di commenti (il profilo ufficiale da seguire è questo @uffizigalleries.

Tra le opere più apprezzate l’arte italiana, la Venere di Botticelli, con 13.278 like, la Medusa di Caravaggio, che di cuori ne ha collezionati 9.827 e Giuditta decapitata da Oloferne dell’artista Artemisia Gentileschi con 9.496.

«Il successo globale del canale Instagram degli Uffizi – ha detto in merito Eike Schmidt, direttore delle Gallerie – è anche un successo di conoscenza, di educazione, perché ogni giorno proponiamo un’immagine delle collezioni e un’interpretazione storico-artistica, e spesso pure un brano di poesia del passato e del presente. Questa formula ha trovato tanti seguaci in tutto il mondo: è rigorosamente bilingue in italiano e in inglese, per tutte le età tutte e le generazioni, e infatti siamo il museo che cresce di più in tutto il mondo su Instagram».

Secondo un articolo pubblicato lo scorso anno dal Sole24Ore, il 52% dei musei italiani infatti è social. Sono sempre di più le realtà museali che comunicano la propria offerta, cercando di attrarre nuovi visitatori o creare un senso di fidelizzazione attraverso facebook, twitter, instagram. Ed è proprio instagram il social emergente, con 14 milioni di utenti (italiani) attivi al mese.

Ma per un museo che fa di instagram il suo punto di forza, un altro invece si lamenta di facebook. È una notizia di qualche giorno fa che le istituzioni culturali del Belgio hanno inviato una lettera aperta a Mark Zuckerberg, ceo di Facebook, per lamentarsi della censura.

Secondo le istituzioni belga infatti le nudità di Rubens, pittore fiammingo del XVII secolo, vengono automaticamente censurate e filtrate dal social network in base alle regole di pubblicazione contro i contenuti per adulti.

Il sito VisitFlander ha così diffuso un ironico video in cui le autorità dell’FBi (dell’intelligenza di facebook) invitano tutti i visitatori della House of Rubens ad Anversa che hanno almeno un profilo social a NON guardare i dipinti di Rubens per proteggerli dalle oscenità dei dipinti oggetto di censura del noto social network.

«Indecente – si legge nella lettera – è questo il modo in cui il seno, i glutei e i cherubini di Peter Paul Rubens vengono considerati, ma non da noi, bensì da voi. Potremmo riderci sopra, ma questa censura complica la vita degli attori culturali che vogliono far scoprire le opere dei maestri fiamminghi».

I firmatari di questa lettera aperta invitano il social network a trovare una soluzione al problema poiché, si legge, “Sfortunatamente la promozione del nostro patrimonio culturale unico non è più possibile sul social network più popolare” ha così chiuso Peter De Wilde, ceo di Visit Flander.

Nudità d’arte, capezzoli. Viviamo in un mondo così libero eppure così bigotto da censurare l’arte, senza distinguerla dalla becera pornografia. Un po’ come quando il presidente iraniano, Hassan Rohani, in visita in Italia, chiese di coprire alcune statue a suo giudizio oscene perché nude. Di questo passo i social finiranno, o finirebbero, per censurare anche gran parte della produzione artistica italiana: le Veneri molli e un po’ maliziose di Tiziano, la Fornarina di Raffaello, i nudi possenti di Michelangelo. Una censura, quella digitale, che fa balzare i social indietro di almeno cinque secoli. All’ora era il Concilio di Trento, convocato dalla Chiesa cattolica per arginare la riforma liberale di Martin Lutero, finì con il censurare anche opere di grande valore artistico. Una su tutte proprio il Giudizio Universale del Buonarroti, i cui ignudi furono rivestiti da Daniele da Volterra che, per questa operazione, si vedette etichettare con il soprannome di Braghettone.

È qui che stiamo ritornando? In un’epoca in cui il digitale non riesce a distinguere la bellezza dell’arte dalla pornografia gratuita?

INTERNATTUALE

Presentate all’F8 le nuove funzioni di instagram: ecco tutte le novità

Grandi novità dal mondo dei social e di instagram in partcolare. Se in molti, me incluso, continuiamo ad essere preoccupati per lo shadowban e la minore visibilità che inevitabilmente a colpito le immagini di tutti, Zuckerberg e soci guardano già al futuro e, archiviata la parentesi di fuga dati sensibili, hanno presentato al pubblico dell’F8, la conferenza degli sviluppatori facebook dove sono state presentate i cambiamenti che interesseranno il web.

A entrare nel mirino del social network sono adesso Tinder e le app di incontri. Pare infatti che all’interno della piattaforma social sarà possibile incontrare persone, proseguendo l’ottica di connessione tra le persone sempre più reale e meno virtuale.

immagine Later.com

Tante le novità anche per quanto riguarda instagram. Gli amanti del social fotografico infatti presto si relazioneranno con una nuova home page. La novità più grande, presentata ieri all’F8, riguarda proprio Instagram Explorer, completamente ridisegnata, e che pare arriverà molto presto.

immagine da Later.com

La nuova home page, pare, che non mostrerà soltanto un con i post più popolari in base a ciò che ti piace e a ciò che si guarda, ma consentirà di navigare i contenuti a seconda dei propri interessi attraverso la funzione “canali“.

Questa funzione renderà l’esperienza di navigazione più personale, permettendo agli utenti di scegliere cosa guardare e con cosa interagire, ma soprattutto con post che ti piacciono davvero, piuttosto che guardare post che instagram “pensa” ti possano piacere.

Questo forse dovrebbe un po’ aprire anche gli utenti dalle micro o macro bolle dei propri follower permettendo un maggior engagement.

L’intelligenza artificiale, sulla quale sempre più prodotti puntano, interesserà anche instagram e, ha detto Tamar Shapiro, che questo algoritmo opererà una classificazione dei contenuti, con un risultato più personalizzato.

Se adesso è possibile chattare con un altro utente e rendere questa videochat live, una delle nuove funzioni che sarà aggiunta sul social fotografico è la possibilità di fare videochat di gruppo in privato, con una nuova icona che apparirà nella sezione messaggi in alto a destra.

Ancora filtri e realtà aumentata. Il social continua a fare battaglia (vincendo) a Snapchat, con l’aggiunta di nuove divertenti funzioni, con la possibilità di creare filtri personalizzati, per la gioia di brand e influencer.

Molti amano condividere nelle proprie stories la musica che ascoltano. Ma se finora dovevate accontentarvi del silenzioso screenshot di Spotify, con i prossimi aggiornamenti, come già accade per facebook, potrete condividere i brani che state ascoltando direttamente attraverso Spotify, includendo così anche l’audio.

E infine, per combattere il bullismo, il social network di fotografia includerà una funzione che impedirà commenti offensivi o molesti.

Non c’è ancora una data ufficiale, per il momento dobbiamo aspettare, ma una cosa è sicura: presto ci saranno nuovi cambiamenti.

Le immagini da later.com, qui l’articolo con tutte le informazioni.

INTERNATTUALE

Il primo appuntamento nell’era di internet: ecco com’è incontrarsi dopo la chat

Nell’era di internet il primo appuntamento è spesso il seguito di una primigenia conoscenza virtuale.

È un po’ come un colloquio di lavoro: superata la prima preselezione fotografica, con scatti dell’estate a Scauri dell’’85, il ritocco fotografico in stile Vogue, il filtrino instagram che trasforma anche i bruchi in farfalle, ha inizio quest’apparentemente confidenziale conversazione. Spesso via Skype, con tanto di webcam HD attiva, le luci giuste da far concorrenza a Barbara D’Urso e l’inquadratura mezzo-busto à la Lilli Gruber, per nascondere quella massa adiposa che non riusciamo a smaltire dal Natale del ’95 da nonna.

Una scheda del browser su Google e l’altra sul traduttore, per arricchire conoscenze e cultura in realtà inesistenti, fingendo di sapere chi sia un Lannister, che la squillo in Pretty Woman era Julia Roberts e non Lory Del Santo, o persino come salutare in swahili per fare bella figura. Insomma per inserire esperienze fittizie in un curriculum altrimenti vuoto.

E subito si parte con una sequela di domande che è sempre la stessa: “Che lavoro fai?”, “Da dove?”, “Che cerchi?”, “Che fai nel tempo libero?” al punto da non sapere se ti sei iscritto ad un sito di incontri o all’Istituto Nazionale di Statistica.

Dopo qualche ora di conversazione, ci si convince che l’interlocutore virtuale dall’altra parte dello schermo sia quell’anima gemella che la vita reale ci ha invece negato, così lanciamo il numero di telefono, tendando la fortuna come il giocatore ai dadi in un Casino di Las Vegas.

La preselezione è superata. Abbiamo un appuntamento che ha strappato il nostro sabato sera all’ennesima puntata di C’è Posta per Te.

Mentre sei in bagno ad estirpare anche l’ultimo bulbo pilifero come Anna Tatangelo le sopracciglia nel 2008, pregusti già l’attesa per questo nuovo volto D&G col corpo da intimo di Calvin Klein che ti parla dallo schermo.

È solo quando scendi in macchina che ti accorgi che il Gabriel Garko sembra più Gabriele Cirilli, che la Jessica Rizzo assomiglia a Jessica Fletcher, e che aveva, del tutto casualmente, dimenticato di dirti di avere dieci anni di più (che nella realtà sembrano almeno dodici e che di fatto sono quindici), mentre tu stai già maledicendo i loro amici fotografi che proprio non perdono il vizio di fare esperimenti con la reflex.

La serata prosegue stancamente, ricordando le ultime quindici uscite, mentre entrambi vi chiedete come mai siano finite più in fretta della carriera di Alberto Tomba nel cinema, quando scopri che crede che Colazione da Tiffany sia un libro di ricette di Benedetta Parodi e che quelle citazioni virtuali arrivavano in realtà da aforismi.it, strascicate tra gerghi dialettali, che giustificano quelle K su WhatsApp che fingevi di non notare.

È in quel momento che capisci che la tua era soltanto una proiezione mentale, e che chi ti sta parlando ha il quoziente intellettivo di Sara Tommasi.

Una serata tutto sommato come tante. Tu sei lì a fissare il volto del tuo interlocutore, e proprio mentre ti convinci che anche Barbra Streisand ha un suo fascino nonostante il nasone, che anche Kate Upton c’ha un filo di pancia, e saresti disposto a soprassedere persino su quei crateri, che eufemisticamente chiama rughe d’espressione, che il filtro “amaro” di instagram aveva nascosto come tasse all’Agenzia delle Entrate, arriva già la sentenza di Mister Braccino corto dell’83, che, con la stessa voglia di pagare di un portoghese a Genova, ti chiede di dividere il conto un attimo prima di dirti (onestamente, s’intende) “non sei il mio tipo”.

Sì, ‘sta divinità di instagram e ‘sto bidet (ignorante) coi capelli, ti ha appena liquidato, e adesso pare sia pure seccato di riaccompagnarti a casa, mentre tu maledici la tua superficialità, giurando a te stesso che è la prima volta che ti lasci abbindolare on-line da un foto che sembrava uno scatto del calendario Maxim.

ART NEWS

L’Esercito di Terracotta: dalla Cina a Napoli fino al prossimo 28 gennaio

Partita qualche giorno fa, la mostra L’Esercito di Terracotta e il primo imperatore della Cina sarà aperta al pubblico fino al prossimo 28 gennaio 2018 presso la Basilica dello Spirito Santo a Napoli.

Per quanto credi di conoscere la tua città, non la girerai mai abbastanza da poter dire di aver visto tutto. È stato questo il mio primo pensiero, quando sono stato ospite di questo evento. Sì, perché se la biglietteria è l’ingresso principale della basilica in Via Toledo, l’accesso alla mostra è di qualche metro più avanti, da Palazzo del Conservatorio dello Spirito Santo, dove c’è un’entrata laterale della chiesa.

In un crescendo di emozioni e reperti, scorgo i primi pezzi riversi per terra, tra l’argilla e la polvere, come appena rinvenuti. E pensare che il loro ritrovamento non è merito di un lavoro di ricerca, ma un fortuito scavo di un gruppo di contadini nel 1974.

Sono 1600 gli esemplari finora rinvenuti, appartenenti alla tomba dell’imperatore Qin Shi Huan- gdi del III secolo a.C., ma gli studiosi stimano che potrebbero arrivare addirittura 8000 tra soldati, cavalli, carri, musicisti e artisti che facevano parte della vita di corte e hanno inconsapevolmente composto un esercito di pietra a guarda della tomba del primo imperatore della Cina.

Per costruirli occorsero circa 720.000 uomini che lavorarono ininterrottamente per 36 anni, producendo un’opera colossale e senza precedenti per le contemporanee civiltà del tempo.

Un patrimonio dell’UNESCO nel cuore di un altro grande patrimonio dell’UNESCO, il centro storico di Napoli.

È straordinario pensare che queste colossali statue, a grandezza naturale, siano state iniziate per un bambino di appena 13 anni che si proclamò imperatore a 38 e morì prematuramente a 49. Eppure in appena un decennio Qin a Xi’an ha lasciato il segno e ha gettato le basi per un sistema, quello imperiale, che resterà immutato per quasi mille anni.

L’imperatore Xi’an fu lungimirante e riuscì a mantenere l’unità del suo impero attraverso un processo di standardizzazione delle unità di peso e di moneta, creando un’economia forte basata su commercio e imposte.

Benché oggi si sappia esattamente dove si trova la dimora dove riposa l’imperatore, la sua tomba non è stata ancora aperta: «Non dobbiamo scavare nel complesso funerario in modo indiscriminato, in particolare nella tomba dell’imperatore – ha detto Wu Yongqi, Direttore del Museo Cinese dell’Esercito di Terracotta – dobbiamo rispettare i nostri antenati e il patrimonio culturale e, qualunque misura prendiamo, non dobbiamo distruggere i resti delle reliquie e i siti. Il nostro obiettivo deve essere quello di arricchire gradualmente la conoscenza storica».

Prodotta dalla LiveTree e curata da Fabio Di Gioia, non è una semplice mostra questa, ma una pagina interattiva di storia della Cina che tra guerrieri di terracotta, statue in bronzo, suppellettili e video-installazioni ci riporta in un’epoca, quella del 219 a.C., in cui questa affascinante civiltà si mostra già complessa e pienamente evoluta.

Ma non è (solo) la parte storica quella più interessante, ma anche l’ampia sezione dedicata alla tecnica con cui questi soldati di argilla erano prodotti. Si scopre così che ogni militare si compone di sette parti, che erano realizzate separatamente e poi assemblate. Gli studiosi hanno individuato circa otto varianti degli stampi, che venivano poi ulteriormente sagomate in fase di lavorazione. L’argilla è quella proveniente dal Monte Li, lo stesso dove poi fu costruita la necropoli.

Come per la statuaria greca e romana, anche i guerrieri erano dipinti con colori brillanti, di cui oggi restano sbiaditi pigmenti che ci lasciano appena immaginare.

A chiudere il percorso espositivo la ricostruzione in scala 1:1 della necropoli, e qui l’Oriente incontra davvero il Meridione, perché il visitatore è proiettato lì, nella necropoli, a cospetto di un millenario esercito che tra fanti, soldati e generali di alto rango resta a guarda dello spirito dell’imperatore.

Sono oltre trecento i pezzi che s’incontrano lungo gli oltre 1800 metri quadri della Basilica dello Spirito Santo, la cui scelta non è casuale, ma determinata dall’idea, di certo riuscita, di restituire la sacralità dell’originario mausoleo, dimora dell’esercito di terracotta.

Per altre immagini di questa e di tutti gli eventi cui partecipo, continuate a seguirmi su instagram: Mariano Cervone

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Ipnotizzati dagli smartphone come automi: il cartoon di Moby che fa riflettere

Navigando su facebook ho visto un video in bianco e nero cui faceva da colonna sonora un brano del film Il favoloso mondo di Amélie del 2001, Comptine d’un autre été: L’après-midi. Affascinato da questo cortometraggio ho voluto saperne di più, ed ho scoperto che si tratta in realtà del videoclip di Are You Lost In The World Like Me?, dell’artista americano Moby featuring The Void Pacific Choir, primo estratto dall’album These Systems Are Failing.

Un progetto di denuncia, che in realtà non ha riscosso molto successo, arenandosi nella parte centrale di molte classifiche e passando quasi totalmente inosservato.

E dire che il video avrebbe dovuto invece attirare molta attenzione: disegnato come un cartoon in bianco e nero degli anni ’40, il videoclip vede una società letteralmente ipnotizzata dagli smartphone. Uomini e donne che camminano come automi con lo sguardo assorto da un display di poco più di cinque pollici.

Una fotografia (è proprio il caso di dirlo) dei vizi che (in)consciamente fanno ormai parte del nostro vivere quotidiano.Se nel Medioevo al poeta-vate Dante bastava un solo sguardo per interagire per le strade di Firenze con la sua Beatrice, oggi gli risulterebbe più difficile, poiché probabilmente entrambi avrebbero gli occhi bassi sul telefono per controllare notifiche e social.

È un quadro inglorioso quello che dipinge Moby in questo suo lavoro discografico. Samo perennemente proiettati in un altrove che non corrisponde mai al luogo in cui ci troviamo, preferiamo spesso la presenza virtuale a quella reale degli amici con cui possiamo interagire, mentre le nostre emozioni diventano sempre meno sentite e più sintetiche, attraverso lo sterile uso di emojii che non riescono nemmeno lontanamente ad esprimere agli stati d’animo che veramente proviamo.

Tavole sempre più silenziose e sguardi fissi sui nostri onnipresenti dispositivi mobili: conversazioni via chat, selfie per (di)mostrare di essere felici, mentre siamo spesso più impegnati a fotografare una cena piuttosto che a guastarla davvero.

«Ti sei perduto in questo mondo come me?» si chiede arrabbiato un Moby, che diventa un bambino innocente dall’aria smarrita in questo suo cortometraggio.

Siamo più interessati a catturare il momento che non a viverlo pienamente.

Io stesso, qualche settimana fa, giunto per la prima volta nel Teatro San Carlo di Napoli, ho immediatamente avuto l’istinto di alzare lo smartphone e fotografarlo. Non ci ero mai stato e anziché godere della ricchezza di quel luogo, volevo fare qualche scatto. E anche dopo averlo visto incantato per qualche minuto, non ho resistito all’irrefrenabile impulso di “prenderne” un pezzo, pregustando già il momento in cui l’avrei condiviso sui miei canali social.

Facebook, instagram, twitter. Nella clip non c’è uno specifico riferimento ai social-networks, eppure sono proprio questi, inutile prendersi in giro, che hanno cambiato la nostra forma mentis, e ci danno la sensazione che “se non ci sei (on-line, s’intende), non esisti”.

Vite grigie, vacanze da incubo, e persone comuni con un filtro e qualche ritocco possono trasformarsi in vite da copertina, panorami da sogno, bellezze da calendario.

Realtà e finzione spesso si sovrappongono, così come la superficialità con cui scegliamo i nostri partner, passando dal romantico corteggiamento in voga fino alla fine del secolo scorso ad una sorta di casting on-line dove facilmente si passa al candidato successivo, basandosi esclusivamente su di una mera selezione estetica.

In pochi minuti Moby riesce ad affrontare anche il tema del bullismo, mostrando come un momento di divertimento può trasformarsi il giorno seguente in un motivo di scherno caricato on-line, calunnia contemporanea, di rossiniana memoria, che vola come un venticello di smartphone in smartphone.Un senso di solitudine, di vuoto e sconforto sta inghiottendo la nostra società come un buco nero. Persino Cenerentola, in questo nuovo immaginario collettivo, ha appeso le scarpette di cristallo al chiodo e passale sue giornate probabilmente a giocare a Candy Crash, mentre i genitori in sala parto sono più intenti a trasmettere in diretta il momento della nascita che non a godere dell’irripetibile momento di prendere in braccio il proprio figlio e ascoltare il pianto di chi indifeso viene alla vita.

Ogni cosa diventa un pretesto per fotografare, registrare, condividere, eppure ciò che riesce a generare un interesse telematico, paradossalmente crea indifferenza nella vita vera.

INTERNATTUALE, MUSICA

La bellissima lettera di Ariana Grande ai fan dopo l’attacco al suo concerto di Manchester

Rompe il silenzio Ariana Grande, la cantante di I’m into you che ha visto la tappa a Manchester del suo Dangerous Woman Tour trasformarsi in un bagno di sangue. Un concerto che ha sì fatto la storia, ma non per la sua performance e per quella che per i fan avrebbe dovuto rappresentare una festa.

Giovani e giovanissimi. La Grande, 24 anni, è seguita soprattutto da un pubblico di teenagers che nelle sue canzoni rivive drammi e speranze di una intera generazione.

Aveva deciso di non parlare Ariana Grande, affidando ad un tweet il suo dolore: «Distrutta – aveva scritto – dal profondo del mio cuore sono così dispiaciuta. Non ho parole».

Oggi invece quelle parole è riuscita a trovarle, e ha deciso di condividere sui social una lettera per esprimere il dolore di un evento che segna la sua carriera e le vite di ognuno di noi: «Il mio dolore, le mie preghiere, le più sincere condoglianze vanno alle vittime dell’Attacco di Manchester e ai loro cari – scrive la cantante – Non c’è niente che io o chiunque altro possa fare per far sparire le pene che state provando o alleviarle.

Tuttavia, io vorrei tendere una mano, il cuore e fare tutto ciò che posso per dare a voi e ai vostri qualsiasi cosa vorreste o in qualsiasi modo possa occorrervi il mio aiuto.

La sola cosa che noi possiamo fare adesso è scegliere come permetteremo a ciò di influire su di noi e come vivremo le nostre vite da questo momento.

Ho pensato molto ai miei fan, e a ognuno di voi, durante tutta questa settimana appena passata. Il modo con cui avete affrontato tutto questo è stato per me di grande ispirazione e mi ha resa più orgogliosa di quanto possiate immaginare.

La compassione, la gentilezza, l’amore, la forza e l’unità che avete mostrato in questi ultimi giorni è l’esatto opposto delle atroci intenzioni che hanno tirato fuori qualcosa come il male che abbiamo visto lo scorso lunedì.

VOI siete l’esatto contrario.

Sono dispiaciuta per le pene e la paura che dovete aver provato, e per il trauma che voi, troppi, avete provato.

Non saremo mai capaci di comprendere perché eventi come questo avvengono perché non è nella nostra natura, che è il motivo per cui noi non dovremmo rispondere.

Noi non ce ne staremo zitti a vivere nella paura.

Noi non permetteremo che ciò ci divida.

Noi non lasceremo che l’odio vinca.

Non voglio arrivare alla fine dell’anno senza la capacità di vedere, stringere e sostenere i miei fan nello stesso modo in cui loro supportano me.

La nostra risposta a questo gesto di violenza deve essere restare più vicini, aiutarsi l’un l’altro, amare di più, cantare più forte e vivere con più gentilezza e generosità di quanto abbiamo già fatto prima.

Io ritornerò nella incredibilmente coraggiosa Manchester per passare del tempo con i miei fan e per tenere un concerto benefico in memoria e per raccogliere fondi per tutte le vittime e i loro familiari.

Io voglio ringraziare i miei compagni di musica e gli amici che si uniranno e saranno parte di questa nostra espressione d’amore per Manchester. Vi dirò di più non appena avrò maggiori dettagli a riguardo e non appena ogni cosa sarà confermata.

Sin da quando ho iniziato il Dangerous Woman Tour ho detto che questo show, più di qualsiasi altra cosa, dovesse essere un luogo sicuro per i miei fan. Un luogo di fuga per loro, per festeggiare, per guarire, per sentirsi protetti ed essere sé stessi. Per incontrare gli amici che hanno conosciuto on-line, per esprimere sé stessi.

Questo evento non cambierà queste cose.

Quando verrete a vedere i miei concerti, vedrete un pubblico bellissimo, diverso, puro, felice.

Migliaia di persone, incredibilmente diverse, tutte lì riunite per la stessa ragione, la musica.

La musica è qualcosa che ognuno sulla Terra può condividere.

La musica ci guarirà, ci unirà, ci renderà felici.

Questo è ciò che continuerà a fare per noi.

Noi continueremo in memoria di chi abbiamo perso, dei loro cari, dei miei fan e di tutti coloro che sono stati coinvolti in questa grande tragedia.

Li ricorderò e li porterò nel cuore ogni giorno e penserò a loro con tutta me stessa per il resto della mia vita.

Ari

INTERNATTUALE

Vivete in diretta sì, ma nella vita vera, no in un video su facebook

Mutuata dall’app Periscope, la nuova moda imperante in questo momento su facebook è senza dubbio quella del “video in diretta”. Lanciata già alla fine della scorsa primavera, questa nuova funzione è diventata trend soltanto a partire dall’estate, quando tutti, armati di smartphone, hanno cominciato a familiarizzare con l’occhio della telecamera e trasmettere “in diretta” dal posto in cui si trovavano in vacanza. Oltre il selfie, oltre il video pre-registrato, oltre lo stato e lo spesso ingiustificato motivo di dire ciò che si pensa.

La voglia di mostrarsi e (dire di) esserci è sempre più grande, e così si fa sapere agli altri cosa si sta facendo in quel momento, mostrandolo.

Video spesso fatti da soli, lontani da occhi indiscreti che possano scorgerci mentre parliamo con il telefono in mano cercando in vano di sembrare spontanei, e che trasudano di solitudine e voglia di attenzione.

Una nuova forma di esibizionismo, questa, spesso fondata sul nulla, che mostra soltanto la vacuità di monologhi monosillabici fondamentalmente inutili, rivolti ad una silenziosa platea virtuale cui interessa ancora meno, per di più stizzita dalle tante notifiche rosse che ogni giorno inondano il telefono cellulare e il proprio profilo facebook per segnalare che Tizio o Caio stanno trasmettendo ora in diretta.

Lo streaming è l’ultimo desolante e desolato tentativo della società contemporanea di affermare la propria presenza in una comunità che continua ad avere soltanto voglia di dire e ben poca di ascoltare, nell’affollata stanza virtuale dei social in cui tutti parlano con smanie di protagonismo ma sono in pochi quelli che riescono soprattutto a sentire l’altro.

Poca empatia, ma anche tanta solitudine. Si desidera ostentare un benessere psico-fisico che spesso non c’è, mostrando il panorama da sogno o la città figa con il monumento alle spalle, quando la sola cosa lampante in una persona che trova il tempo di riprendere se stessa per le strade del mondo, è quella malcelata disperazione che prova inutilmente a trovare consolazione in una lista per lo più di semplici contatti.

Già, contatti. Perché facebook, da oltre dieci anni ormai, ha totalmente inflazionato la parola “amicizia” che vola di bocca in bocca al primo “aggiunto” per caso con un touch distratto sul display del proprio tablet. “Siamo amici su facebook” si sente ripetere più spesso, come se questo bastasse da solo a creare un legame reale che spesso invece non va oltre qualche like o commento, verso quello che è fondamentalmente lo sconosciuto di turno.

facebook-live-video-streaming-celebritiesTrasmettiamo in diretta per lo stesso motivo per cui gli uomini primitivi scrivevano sulle pareti delle caverne, per dire di esserci stati, per raccontare una quotidianità fatta di niente, e un vuoto nel cuore che vorremmo riempire attirando l’attenzione di “quella persona”, rivolgendoci invece ad un popolo che non ci conosce e a cui interessa ancora meno farlo. Sconosciuti in una lista troppo ampia di nomi creata soltanto per appagare il nostro narcisismo, per promuovere la propria attività o pagina, senza però considerare veramente gli altri, asserendo, implicitamente, di essere migliori di quelli che abbiamo “tra gli amici”.

Un esibizionismo orizzontale che trasforma ognuno di noi in una telecamera puntata in confessionali di fortuna dove proviamo a comunicare senza il reale desiderio di dire qualcosa, ma solo la narcisistica voglia di farsi guardare e sperare di essere visti per come vorremmo e non per come siamo realmente.

Puntiamo il dito contro Tiziana C., che ha fatto l’errore di diffondere on-line un momento intimo della sua vita privata, ma non ci accorgiamo che ci rendiamo complici di questa pornografia del nulla, che toglie soltanto emozione e spontaneità ai nostri momenti, a quella vita che dovremmo vivere ogni giorno e non riprendere dal cellulare.

Un concerto da uno spalto troppo distante, una serata in discoteca in un gruppo di amici appaiati, una passeggiata per stradine scoscese e isolate. Si trasmette in diretta perché, in una società fatta soltanto di immagine, io ho qualcosa da dire che dire non è, nell’inutile tentativo di rendere interessante una vita scialba, che non vorrei vivere ma che riprendendo mi illudo che sembri migliore. Sì, perché si dice che i momenti felici non hanno foto, e probabilmente nemmeno video in diretta. E allora smettetela di riprendere la vostra vita come se foste Belén Rodriguez: vivete in diretta sì, ma nella vita vera, no su facebook.

INTERNATTUALE, TELEVISIONE

Shannen Doherty: la star di “Streghe” posta le foto della sua lotta contro il cancro

Shanne Doherty cancer battle hurt - internettualeStar di telefilm e pellicole cult degli anni ’90, Shannen Doherty è oggi una delle attrici più amate di sempre della sua generazione. Pur non avendo avuto l’exploit cinematografico che in molti forse si aspettavano, è riuscita tuttavia a mantenere sempre viva l’attenzione su di sé attraverso pellicole indipendenti e partecipazioni a trasmissioni televisive statunitensi di successo.

Lo scorso anno l’attrice di Streghe ha però rivelato ai suoi fan di avere il cancro. Agli inizi del 2016, durante il Dr. Oz Show, Shannen ha parlato del suo desiderio di diventare madre e di quanto la malattia l’abbia duramente provata: «Ho 44 anni e mio marito ed io volevamo dei bambini» ha rivelato nel corso della trasmissione lo scorso febbraio, aggiungendo che i medicinali che sta assumendo le impediscono di rimanere incinta.

La Brenda di Beverly Hills 90210 ha inoltre detto che la massa tumorale è ancora all’interno del suo seno e che non si è sottoposta ad alcun intervento chirurgico. Il suo oncologo infatti preferisce che faccia prima un ciclo farmacologico e chemioterapico per ridurne la massa prima di sottoporsi ad un’operazione che lo asporti definitivamente.

Shanne Doherty cancer battle photo - internettualeShanne Doherty cancer battle mirror - internettualeNon si sa ancora a quale tipologia di intervento voglia sottoporsi l’attrice: «Si tratta di scegliere tra due tipologie di intervento – ha detto – alla fine del ciclo sarà il mio medico a scegliere, e potrebbe cambiare idea anche all’ultimo minuto».

Commossa e visibilmente provata, Shannen trova oggi il coraggio di condividere gli stadi della sua malattia su facebook. Dalla disperazione e la devastante invasione, per una donna, di rinunciare alla sua femminilità e i suoi capelli, ad un sorriso radioso comunque, nonostante tutto: «Si tratta solo di seni – dice a proposito della sua mastectomia – nel grande disegno delle cose, preferirei sopravvivere e invecchiare con mio marito».

La Doherty è sposata con il fotografo Kurt Iswarienko dal 2011, e la sua malattia è arrivata come un fulmine a ciel sereno proprio a ridosso delle sue nozze: «Per noi – ha detto lo stesso Iswarienko – è stata una cosa che ci ha avvicinato molto. È uno di quei momenti che mette alla prova il coraggio di una coppia sposata».Shanne Doherty cancer battle smile - internettuale

INTERNATTUALE

Presuntuosi, superficiali e ignoranti: ecco com’è la generazione ’90 secondo twitter

Guardando la trasmissione dei Wind Music Awards ieri sera, ho commentato la serata lanciando nell’etere qualche tweet con l’hashtag ufficiale del programma, scatenando, evidentemente, le ire dei fan di Fabri Fibra con il commento seguente: «Percepisci il degrado di un paese quando passi dal cantautorato di Fabrizio De André al rap di Fabri Fibra».

Il mio non voleva di certo essere un raffronto di quelli che di fatto sono due generi completamente diversi, quanto una metafora musicale dettata dall’assonanza del nome di due cantanti di due generazioni e, soprattutto, due epoche diverse, che cantano, ognuno nel suo personalissimo modo, la società che si trovano a rappresentare nei loro testi.

Immediate le polemiche, prive di alcun fondamento esegetico-sociologico riferito al tweet, di chi, elegantemente, ha scritto testualmente di “non capirci un cazzo”, forte del fatto di essere donna e pertanto meritare rispetto a priori senza avere l’onere di doverne portare a propria volta.

Ciò che mi ha sorpreso non è tanto la pretesa sessista di essere rispettata, quanto l’arrogarsi il diritto di essere maleducata e volgare, e se a farlo è fondamentalmente una ragazzina che firma il suo nick con 92, presumibilmente la propria data di nascita, significa la sconfitta per un’intera generazione, che non ha alcuna coscienza né conoscenza della vita e per questo pensa di essere tenuta a non riconoscerla, e ad essere al contempo rispettata come se questo fosse un diritto ereditario acquisito.

Non un semplice scontro verbale tra tifoserie, quelle del cantautore Fabrizio De André e del rapper Fabri Fibra, ma quello di un’intera generazione, nata agli inizi degli anni ’90 che mostra poca educazione, una ostentata ignoranza generale e poca conoscenza della lingua italiana, di cui nemmeno si vergogna.

Una generazione che vive nel mito dell’eterna giovinezza, prolungata dai filtri di retrica e quelli di snapchat, e che considera “vecchi” tutti gli altri. Una (neo) gioventù bruciata immemore di un James Dean che probabilmente nemmeno conosce, che si arroga il diritto di essere maleducata e sgarbata, pretendendo ciononostante rispetto su basi del tutto inesistenti.

I post-adolescenti italiani di oggi, i ventenni, sono spesso ignoranti, e subiscono passivamente programmi televisivi quali reality e serie televisive trash, vantandosi della propria ignoranza.

I loro idoli sono Fabri Fibra, calciatori e “veline” di dubbio talento, generando fenomeni social con click sul computer che hanno soltanto l’inconscia capacità di guardare video su YouTube e spendendo giornate a commentare post su facebook.

Non distinguono un verbo essere da una congiunzione nemmeno per sbaglio, né adoperano correttamente il verbo avere, ma non per questo rinunciano a dire la loro, sbagliando, forti di quella gioventù cui continuano ad attingere, ignari che presto dovranno pagarne un salato conto.

Altri invece, come quelli che guardano il dito di chi invece indica loro la luna, hanno posto l’accento sui due generi musicali degli artisti, tentando goffamente di difendere il proprio idolo senza reali conoscenze, né tanto meno un’adeguata preparazione scolastica o un nutrito bagaglio di cultura personale. Si appigliano qua e là casualmente a ragionamenti vacui che non riescono a reggere, abbandonando stancamente la conversazione per mancanza di veri argomenti di cui interloquire.

L’italiano non solo non lo sanno scrivere correttamente, ma ne hanno anche una bassa comprensione del testo.

Queste generazioni, nate a metà degli anni ’90, e cresciute con le fiction sui boss di Garko o le puntate di Uomini e Donne, vivono beatamente nella convinzione di potersi atteggiare a “tronisti” facendosi foto allo specchio in abiti pacchiani in bagni sciatti o selfie con lo smartphone con bocche a culo di gallina, e pensano che basti un tatuaggio con carattere in Old English e una frase da cioccolatino per sentirsi fighi.

Ossessionati da idoli spesso senza talento, i loro tweet, quando non sono autoreferenziali come una campagna politica, oscillano tra l’acido e il demente, e si alternano a foto photoshoppate quanto quelle della D’Urso sulle copertine dei suoi libri. Si concentrano sul malessere di amori finiti o su rapporti malsani, trascurando tutto il resto.

Naturalmente è errato generalizzare, per fortuna ci sono oasi felici e ragazzi in gamba che sono un vero e proprio vanto per la propria generazione e per il nostro Paese, tuttavia molti altri corrispondono tristemente e amaramente a quello che è una vera e propria forma mentis, uno stile di vita che si tramuta in comportamento patologico.

È una fotografia desolata e desolante quella che emerge da twitter di questa generazione che venera cantanti che si chiamano come un anime giapponese e i One Direction, e che invece avrebbe potuto rappresentare il degno ricambio generazionale di chi ha già subito un’Italia avida, quel giusto riscatto che i “vecchi” non avranno mai.