INTERNATTUALE

Il primo appuntamento nell’era di internet: ecco com’è incontrarsi dopo la chat

Nell’era di internet il primo appuntamento è spesso il seguito di una primigenia conoscenza virtuale.

È un po’ come un colloquio di lavoro: superata la prima preselezione fotografica, con scatti dell’estate a Scauri dell’’85, il ritocco fotografico in stile Vogue, il filtrino instagram che trasforma anche i bruchi in farfalle, ha inizio quest’apparentemente confidenziale conversazione. Spesso via Skype, con tanto di webcam HD attiva, le luci giuste da far concorrenza a Barbara D’Urso e l’inquadratura mezzo-busto à la Lilli Gruber, per nascondere quella massa adiposa che non riusciamo a smaltire dal Natale del ’95 da nonna.

Una scheda del browser su Google e l’altra sul traduttore, per arricchire conoscenze e cultura in realtà inesistenti, fingendo di sapere chi sia un Lannister, che la squillo in Pretty Woman era Julia Roberts e non Lory Del Santo, o persino come salutare in swahili per fare bella figura. Insomma per inserire esperienze fittizie in un curriculum altrimenti vuoto.

E subito si parte con una sequela di domande che è sempre la stessa: “Che lavoro fai?”, “Da dove?”, “Che cerchi?”, “Che fai nel tempo libero?” al punto da non sapere se ti sei iscritto ad un sito di incontri o all’Istituto Nazionale di Statistica.

Dopo qualche ora di conversazione, ci si convince che l’interlocutore virtuale dall’altra parte dello schermo sia quell’anima gemella che la vita reale ci ha invece negato, così lanciamo il numero di telefono, tendando la fortuna come il giocatore ai dadi in un Casino di Las Vegas.

La preselezione è superata. Abbiamo un appuntamento che ha strappato il nostro sabato sera all’ennesima puntata di C’è Posta per Te.

Mentre sei in bagno ad estirpare anche l’ultimo bulbo pilifero come Anna Tatangelo le sopracciglia nel 2008, pregusti già l’attesa per questo nuovo volto D&G col corpo da intimo di Calvin Klein che ti parla dallo schermo.

È solo quando scendi in macchina che ti accorgi che il Gabriel Garko sembra più Gabriele Cirilli, che la Jessica Rizzo assomiglia a Jessica Fletcher, e che aveva, del tutto casualmente, dimenticato di dirti di avere dieci anni di più (che nella realtà sembrano almeno dodici e che di fatto sono quindici), mentre tu stai già maledicendo i loro amici fotografi che proprio non perdono il vizio di fare esperimenti con la reflex.

La serata prosegue stancamente, ricordando le ultime quindici uscite, mentre entrambi vi chiedete come mai siano finite più in fretta della carriera di Alberto Tomba nel cinema, quando scopri che crede che Colazione da Tiffany sia un libro di ricette di Benedetta Parodi e che quelle citazioni virtuali arrivavano in realtà da aforismi.it, strascicate tra gerghi dialettali, che giustificano quelle K su WhatsApp che fingevi di non notare.

È in quel momento che capisci che la tua era soltanto una proiezione mentale, e che chi ti sta parlando ha il quoziente intellettivo di Sara Tommasi.

Una serata tutto sommato come tante. Tu sei lì a fissare il volto del tuo interlocutore, e proprio mentre ti convinci che anche Barbra Streisand ha un suo fascino nonostante il nasone, che anche Kate Upton c’ha un filo di pancia, e saresti disposto a soprassedere persino su quei crateri, che eufemisticamente chiama rughe d’espressione, che il filtro “amaro” di instagram aveva nascosto come tasse all’Agenzia delle Entrate, arriva già la sentenza di Mister Braccino corto dell’83, che, con la stessa voglia di pagare di un portoghese a Genova, ti chiede di dividere il conto un attimo prima di dirti (onestamente, s’intende) “non sei il mio tipo”.

Sì, ‘sta divinità di instagram e ‘sto bidet (ignorante) coi capelli, ti ha appena liquidato, e adesso pare sia pure seccato di riaccompagnarti a casa, mentre tu maledici la tua superficialità, giurando a te stesso che è la prima volta che ti lasci abbindolare on-line da un foto che sembrava uno scatto del calendario Maxim.

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ART NEWS

L’Esercito di Terracotta: dalla Cina a Napoli fino al prossimo 28 gennaio

Partita qualche giorno fa, la mostra L’Esercito di Terracotta e il primo imperatore della Cina sarà aperta al pubblico fino al prossimo 28 gennaio 2018 presso la Basilica dello Spirito Santo a Napoli.

Per quanto credi di conoscere la tua città, non la girerai mai abbastanza da poter dire di aver visto tutto. È stato questo il mio primo pensiero, quando sono stato ospite di questo evento. Sì, perché se la biglietteria è l’ingresso principale della basilica in Via Toledo, l’accesso alla mostra è di qualche metro più avanti, da Palazzo del Conservatorio dello Spirito Santo, dove c’è un’entrata laterale della chiesa.

In un crescendo di emozioni e reperti, scorgo i primi pezzi riversi per terra, tra l’argilla e la polvere, come appena rinvenuti. E pensare che il loro ritrovamento non è merito di un lavoro di ricerca, ma un fortuito scavo di un gruppo di contadini nel 1974.

Sono 1600 gli esemplari finora rinvenuti, appartenenti alla tomba dell’imperatore Qin Shi Huan- gdi del III secolo a.C., ma gli studiosi stimano che potrebbero arrivare addirittura 8000 tra soldati, cavalli, carri, musicisti e artisti che facevano parte della vita di corte e hanno inconsapevolmente composto un esercito di pietra a guarda della tomba del primo imperatore della Cina.

Per costruirli occorsero circa 720.000 uomini che lavorarono ininterrottamente per 36 anni, producendo un’opera colossale e senza precedenti per le contemporanee civiltà del tempo.

Un patrimonio dell’UNESCO nel cuore di un altro grande patrimonio dell’UNESCO, il centro storico di Napoli.

È straordinario pensare che queste colossali statue, a grandezza naturale, siano state iniziate per un bambino di appena 13 anni che si proclamò imperatore a 38 e morì prematuramente a 49. Eppure in appena un decennio Qin a Xi’an ha lasciato il segno e ha gettato le basi per un sistema, quello imperiale, che resterà immutato per quasi mille anni.

L’imperatore Xi’an fu lungimirante e riuscì a mantenere l’unità del suo impero attraverso un processo di standardizzazione delle unità di peso e di moneta, creando un’economia forte basata su commercio e imposte.

Benché oggi si sappia esattamente dove si trova la dimora dove riposa l’imperatore, la sua tomba non è stata ancora aperta: «Non dobbiamo scavare nel complesso funerario in modo indiscriminato, in particolare nella tomba dell’imperatore – ha detto Wu Yongqi, Direttore del Museo Cinese dell’Esercito di Terracotta – dobbiamo rispettare i nostri antenati e il patrimonio culturale e, qualunque misura prendiamo, non dobbiamo distruggere i resti delle reliquie e i siti. Il nostro obiettivo deve essere quello di arricchire gradualmente la conoscenza storica».

Prodotta dalla LiveTree e curata da Fabio Di Gioia, non è una semplice mostra questa, ma una pagina interattiva di storia della Cina che tra guerrieri di terracotta, statue in bronzo, suppellettili e video-installazioni ci riporta in un’epoca, quella del 219 a.C., in cui questa affascinante civiltà si mostra già complessa e pienamente evoluta.

Ma non è (solo) la parte storica quella più interessante, ma anche l’ampia sezione dedicata alla tecnica con cui questi soldati di argilla erano prodotti. Si scopre così che ogni militare si compone di sette parti, che erano realizzate separatamente e poi assemblate. Gli studiosi hanno individuato circa otto varianti degli stampi, che venivano poi ulteriormente sagomate in fase di lavorazione. L’argilla è quella proveniente dal Monte Li, lo stesso dove poi fu costruita la necropoli.

Come per la statuaria greca e romana, anche i guerrieri erano dipinti con colori brillanti, di cui oggi restano sbiaditi pigmenti che ci lasciano appena immaginare.

A chiudere il percorso espositivo la ricostruzione in scala 1:1 della necropoli, e qui l’Oriente incontra davvero il Meridione, perché il visitatore è proiettato lì, nella necropoli, a cospetto di un millenario esercito che tra fanti, soldati e generali di alto rango resta a guarda dello spirito dell’imperatore.

Sono oltre trecento i pezzi che s’incontrano lungo gli oltre 1800 metri quadri della Basilica dello Spirito Santo, la cui scelta non è casuale, ma determinata dall’idea, di certo riuscita, di restituire la sacralità dell’originario mausoleo, dimora dell’esercito di terracotta.

Per altre immagini di questa e di tutti gli eventi cui partecipo, continuate a seguirmi su instagram: Mariano Cervone

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Ipnotizzati dagli smartphone come automi: il cartoon di Moby che fa riflettere

Navigando su facebook ho visto un video in bianco e nero cui faceva da colonna sonora un brano del film Il favoloso mondo di Amélie del 2001, Comptine d’un autre été: L’après-midi. Affascinato da questo cortometraggio ho voluto saperne di più, ed ho scoperto che si tratta in realtà del videoclip di Are You Lost In The World Like Me?, dell’artista americano Moby featuring The Void Pacific Choir, primo estratto dall’album These Systems Are Failing.

Un progetto di denuncia, che in realtà non ha riscosso molto successo, arenandosi nella parte centrale di molte classifiche e passando quasi totalmente inosservato.

E dire che il video avrebbe dovuto invece attirare molta attenzione: disegnato come un cartoon in bianco e nero degli anni ’40, il videoclip vede una società letteralmente ipnotizzata dagli smartphone. Uomini e donne che camminano come automi con lo sguardo assorto da un display di poco più di cinque pollici.

Una fotografia (è proprio il caso di dirlo) dei vizi che (in)consciamente fanno ormai parte del nostro vivere quotidiano.Se nel Medioevo al poeta-vate Dante bastava un solo sguardo per interagire per le strade di Firenze con la sua Beatrice, oggi gli risulterebbe più difficile, poiché probabilmente entrambi avrebbero gli occhi bassi sul telefono per controllare notifiche e social.

È un quadro inglorioso quello che dipinge Moby in questo suo lavoro discografico. Samo perennemente proiettati in un altrove che non corrisponde mai al luogo in cui ci troviamo, preferiamo spesso la presenza virtuale a quella reale degli amici con cui possiamo interagire, mentre le nostre emozioni diventano sempre meno sentite e più sintetiche, attraverso lo sterile uso di emojii che non riescono nemmeno lontanamente ad esprimere agli stati d’animo che veramente proviamo.

Tavole sempre più silenziose e sguardi fissi sui nostri onnipresenti dispositivi mobili: conversazioni via chat, selfie per (di)mostrare di essere felici, mentre siamo spesso più impegnati a fotografare una cena piuttosto che a guastarla davvero.

«Ti sei perduto in questo mondo come me?» si chiede arrabbiato un Moby, che diventa un bambino innocente dall’aria smarrita in questo suo cortometraggio.

Siamo più interessati a catturare il momento che non a viverlo pienamente.

Io stesso, qualche settimana fa, giunto per la prima volta nel Teatro San Carlo di Napoli, ho immediatamente avuto l’istinto di alzare lo smartphone e fotografarlo. Non ci ero mai stato e anziché godere della ricchezza di quel luogo, volevo fare qualche scatto. E anche dopo averlo visto incantato per qualche minuto, non ho resistito all’irrefrenabile impulso di “prenderne” un pezzo, pregustando già il momento in cui l’avrei condiviso sui miei canali social.

Facebook, instagram, twitter. Nella clip non c’è uno specifico riferimento ai social-networks, eppure sono proprio questi, inutile prendersi in giro, che hanno cambiato la nostra forma mentis, e ci danno la sensazione che “se non ci sei (on-line, s’intende), non esisti”.

Vite grigie, vacanze da incubo, e persone comuni con un filtro e qualche ritocco possono trasformarsi in vite da copertina, panorami da sogno, bellezze da calendario.

Realtà e finzione spesso si sovrappongono, così come la superficialità con cui scegliamo i nostri partner, passando dal romantico corteggiamento in voga fino alla fine del secolo scorso ad una sorta di casting on-line dove facilmente si passa al candidato successivo, basandosi esclusivamente su di una mera selezione estetica.

In pochi minuti Moby riesce ad affrontare anche il tema del bullismo, mostrando come un momento di divertimento può trasformarsi il giorno seguente in un motivo di scherno caricato on-line, calunnia contemporanea, di rossiniana memoria, che vola come un venticello di smartphone in smartphone.Un senso di solitudine, di vuoto e sconforto sta inghiottendo la nostra società come un buco nero. Persino Cenerentola, in questo nuovo immaginario collettivo, ha appeso le scarpette di cristallo al chiodo e passale sue giornate probabilmente a giocare a Candy Crash, mentre i genitori in sala parto sono più intenti a trasmettere in diretta il momento della nascita che non a godere dell’irripetibile momento di prendere in braccio il proprio figlio e ascoltare il pianto di chi indifeso viene alla vita.

Ogni cosa diventa un pretesto per fotografare, registrare, condividere, eppure ciò che riesce a generare un interesse telematico, paradossalmente crea indifferenza nella vita vera.

INTERNATTUALE, MUSICA

La bellissima lettera di Ariana Grande ai fan dopo l’attacco al suo concerto di Manchester

Rompe il silenzio Ariana Grande, la cantante di I’m into you che ha visto la tappa a Manchester del suo Dangerous Woman Tour trasformarsi in un bagno di sangue. Un concerto che ha sì fatto la storia, ma non per la sua performance e per quella che per i fan avrebbe dovuto rappresentare una festa.

Giovani e giovanissimi. La Grande, 24 anni, è seguita soprattutto da un pubblico di teenagers che nelle sue canzoni rivive drammi e speranze di una intera generazione.

Aveva deciso di non parlare Ariana Grande, affidando ad un tweet il suo dolore: «Distrutta – aveva scritto – dal profondo del mio cuore sono così dispiaciuta. Non ho parole».

Oggi invece quelle parole è riuscita a trovarle, e ha deciso di condividere sui social una lettera per esprimere il dolore di un evento che segna la sua carriera e le vite di ognuno di noi: «Il mio dolore, le mie preghiere, le più sincere condoglianze vanno alle vittime dell’Attacco di Manchester e ai loro cari – scrive la cantante – Non c’è niente che io o chiunque altro possa fare per far sparire le pene che state provando o alleviarle.

Tuttavia, io vorrei tendere una mano, il cuore e fare tutto ciò che posso per dare a voi e ai vostri qualsiasi cosa vorreste o in qualsiasi modo possa occorrervi il mio aiuto.

La sola cosa che noi possiamo fare adesso è scegliere come permetteremo a ciò di influire su di noi e come vivremo le nostre vite da questo momento.

Ho pensato molto ai miei fan, e a ognuno di voi, durante tutta questa settimana appena passata. Il modo con cui avete affrontato tutto questo è stato per me di grande ispirazione e mi ha resa più orgogliosa di quanto possiate immaginare.

La compassione, la gentilezza, l’amore, la forza e l’unità che avete mostrato in questi ultimi giorni è l’esatto opposto delle atroci intenzioni che hanno tirato fuori qualcosa come il male che abbiamo visto lo scorso lunedì.

VOI siete l’esatto contrario.

Sono dispiaciuta per le pene e la paura che dovete aver provato, e per il trauma che voi, troppi, avete provato.

Non saremo mai capaci di comprendere perché eventi come questo avvengono perché non è nella nostra natura, che è il motivo per cui noi non dovremmo rispondere.

Noi non ce ne staremo zitti a vivere nella paura.

Noi non permetteremo che ciò ci divida.

Noi non lasceremo che l’odio vinca.

Non voglio arrivare alla fine dell’anno senza la capacità di vedere, stringere e sostenere i miei fan nello stesso modo in cui loro supportano me.

La nostra risposta a questo gesto di violenza deve essere restare più vicini, aiutarsi l’un l’altro, amare di più, cantare più forte e vivere con più gentilezza e generosità di quanto abbiamo già fatto prima.

Io ritornerò nella incredibilmente coraggiosa Manchester per passare del tempo con i miei fan e per tenere un concerto benefico in memoria e per raccogliere fondi per tutte le vittime e i loro familiari.

Io voglio ringraziare i miei compagni di musica e gli amici che si uniranno e saranno parte di questa nostra espressione d’amore per Manchester. Vi dirò di più non appena avrò maggiori dettagli a riguardo e non appena ogni cosa sarà confermata.

Sin da quando ho iniziato il Dangerous Woman Tour ho detto che questo show, più di qualsiasi altra cosa, dovesse essere un luogo sicuro per i miei fan. Un luogo di fuga per loro, per festeggiare, per guarire, per sentirsi protetti ed essere sé stessi. Per incontrare gli amici che hanno conosciuto on-line, per esprimere sé stessi.

Questo evento non cambierà queste cose.

Quando verrete a vedere i miei concerti, vedrete un pubblico bellissimo, diverso, puro, felice.

Migliaia di persone, incredibilmente diverse, tutte lì riunite per la stessa ragione, la musica.

La musica è qualcosa che ognuno sulla Terra può condividere.

La musica ci guarirà, ci unirà, ci renderà felici.

Questo è ciò che continuerà a fare per noi.

Noi continueremo in memoria di chi abbiamo perso, dei loro cari, dei miei fan e di tutti coloro che sono stati coinvolti in questa grande tragedia.

Li ricorderò e li porterò nel cuore ogni giorno e penserò a loro con tutta me stessa per il resto della mia vita.

Ari

INTERNATTUALE

Vivete in diretta sì, ma nella vita vera, no in un video su facebook

Mutuata dall’app Periscope, la nuova moda imperante in questo momento su facebook è senza dubbio quella del “video in diretta”. Lanciata già alla fine della scorsa primavera, questa nuova funzione è diventata trend soltanto a partire dall’estate, quando tutti, armati di smartphone, hanno cominciato a familiarizzare con l’occhio della telecamera e trasmettere “in diretta” dal posto in cui si trovavano in vacanza. Oltre il selfie, oltre il video pre-registrato, oltre lo stato e lo spesso ingiustificato motivo di dire ciò che si pensa.

La voglia di mostrarsi e (dire di) esserci è sempre più grande, e così si fa sapere agli altri cosa si sta facendo in quel momento, mostrandolo.

Video spesso fatti da soli, lontani da occhi indiscreti che possano scorgerci mentre parliamo con il telefono in mano cercando in vano di sembrare spontanei, e che trasudano di solitudine e voglia di attenzione.

Una nuova forma di esibizionismo, questa, spesso fondata sul nulla, che mostra soltanto la vacuità di monologhi monosillabici fondamentalmente inutili, rivolti ad una silenziosa platea virtuale cui interessa ancora meno, per di più stizzita dalle tante notifiche rosse che ogni giorno inondano il telefono cellulare e il proprio profilo facebook per segnalare che Tizio o Caio stanno trasmettendo ora in diretta.

Lo streaming è l’ultimo desolante e desolato tentativo della società contemporanea di affermare la propria presenza in una comunità che continua ad avere soltanto voglia di dire e ben poca di ascoltare, nell’affollata stanza virtuale dei social in cui tutti parlano con smanie di protagonismo ma sono in pochi quelli che riescono soprattutto a sentire l’altro.

Poca empatia, ma anche tanta solitudine. Si desidera ostentare un benessere psico-fisico che spesso non c’è, mostrando il panorama da sogno o la città figa con il monumento alle spalle, quando la sola cosa lampante in una persona che trova il tempo di riprendere se stessa per le strade del mondo, è quella malcelata disperazione che prova inutilmente a trovare consolazione in una lista per lo più di semplici contatti.

Già, contatti. Perché facebook, da oltre dieci anni ormai, ha totalmente inflazionato la parola “amicizia” che vola di bocca in bocca al primo “aggiunto” per caso con un touch distratto sul display del proprio tablet. “Siamo amici su facebook” si sente ripetere più spesso, come se questo bastasse da solo a creare un legame reale che spesso invece non va oltre qualche like o commento, verso quello che è fondamentalmente lo sconosciuto di turno.

facebook-live-video-streaming-celebritiesTrasmettiamo in diretta per lo stesso motivo per cui gli uomini primitivi scrivevano sulle pareti delle caverne, per dire di esserci stati, per raccontare una quotidianità fatta di niente, e un vuoto nel cuore che vorremmo riempire attirando l’attenzione di “quella persona”, rivolgendoci invece ad un popolo che non ci conosce e a cui interessa ancora meno farlo. Sconosciuti in una lista troppo ampia di nomi creata soltanto per appagare il nostro narcisismo, per promuovere la propria attività o pagina, senza però considerare veramente gli altri, asserendo, implicitamente, di essere migliori di quelli che abbiamo “tra gli amici”.

Un esibizionismo orizzontale che trasforma ognuno di noi in una telecamera puntata in confessionali di fortuna dove proviamo a comunicare senza il reale desiderio di dire qualcosa, ma solo la narcisistica voglia di farsi guardare e sperare di essere visti per come vorremmo e non per come siamo realmente.

Puntiamo il dito contro Tiziana C., che ha fatto l’errore di diffondere on-line un momento intimo della sua vita privata, ma non ci accorgiamo che ci rendiamo complici di questa pornografia del nulla, che toglie soltanto emozione e spontaneità ai nostri momenti, a quella vita che dovremmo vivere ogni giorno e non riprendere dal cellulare.

Un concerto da uno spalto troppo distante, una serata in discoteca in un gruppo di amici appaiati, una passeggiata per stradine scoscese e isolate. Si trasmette in diretta perché, in una società fatta soltanto di immagine, io ho qualcosa da dire che dire non è, nell’inutile tentativo di rendere interessante una vita scialba, che non vorrei vivere ma che riprendendo mi illudo che sembri migliore. Sì, perché si dice che i momenti felici non hanno foto, e probabilmente nemmeno video in diretta. E allora smettetela di riprendere la vostra vita come se foste Belén Rodriguez: vivete in diretta sì, ma nella vita vera, no su facebook.

INTERNATTUALE, TELEVISIONE

Shannen Doherty: la star di “Streghe” posta le foto della sua lotta contro il cancro

Shanne Doherty cancer battle hurt - internettualeStar di telefilm e pellicole cult degli anni ’90, Shannen Doherty è oggi una delle attrici più amate di sempre della sua generazione. Pur non avendo avuto l’exploit cinematografico che in molti forse si aspettavano, è riuscita tuttavia a mantenere sempre viva l’attenzione su di sé attraverso pellicole indipendenti e partecipazioni a trasmissioni televisive statunitensi di successo.

Lo scorso anno l’attrice di Streghe ha però rivelato ai suoi fan di avere il cancro. Agli inizi del 2016, durante il Dr. Oz Show, Shannen ha parlato del suo desiderio di diventare madre e di quanto la malattia l’abbia duramente provata: «Ho 44 anni e mio marito ed io volevamo dei bambini» ha rivelato nel corso della trasmissione lo scorso febbraio, aggiungendo che i medicinali che sta assumendo le impediscono di rimanere incinta.

La Brenda di Beverly Hills 90210 ha inoltre detto che la massa tumorale è ancora all’interno del suo seno e che non si è sottoposta ad alcun intervento chirurgico. Il suo oncologo infatti preferisce che faccia prima un ciclo farmacologico e chemioterapico per ridurne la massa prima di sottoporsi ad un’operazione che lo asporti definitivamente.

Shanne Doherty cancer battle photo - internettualeShanne Doherty cancer battle mirror - internettualeNon si sa ancora a quale tipologia di intervento voglia sottoporsi l’attrice: «Si tratta di scegliere tra due tipologie di intervento – ha detto – alla fine del ciclo sarà il mio medico a scegliere, e potrebbe cambiare idea anche all’ultimo minuto».

Commossa e visibilmente provata, Shannen trova oggi il coraggio di condividere gli stadi della sua malattia su facebook. Dalla disperazione e la devastante invasione, per una donna, di rinunciare alla sua femminilità e i suoi capelli, ad un sorriso radioso comunque, nonostante tutto: «Si tratta solo di seni – dice a proposito della sua mastectomia – nel grande disegno delle cose, preferirei sopravvivere e invecchiare con mio marito».

La Doherty è sposata con il fotografo Kurt Iswarienko dal 2011, e la sua malattia è arrivata come un fulmine a ciel sereno proprio a ridosso delle sue nozze: «Per noi – ha detto lo stesso Iswarienko – è stata una cosa che ci ha avvicinato molto. È uno di quei momenti che mette alla prova il coraggio di una coppia sposata».Shanne Doherty cancer battle smile - internettuale

INTERNATTUALE

Presuntuosi, superficiali e ignoranti: ecco com’è la generazione ’90 secondo twitter

Guardando la trasmissione dei Wind Music Awards ieri sera, ho commentato la serata lanciando nell’etere qualche tweet con l’hashtag ufficiale del programma, scatenando, evidentemente, le ire dei fan di Fabri Fibra con il commento seguente: «Percepisci il degrado di un paese quando passi dal cantautorato di Fabrizio De André al rap di Fabri Fibra».

Il mio non voleva di certo essere un raffronto di quelli che di fatto sono due generi completamente diversi, quanto una metafora musicale dettata dall’assonanza del nome di due cantanti di due generazioni e, soprattutto, due epoche diverse, che cantano, ognuno nel suo personalissimo modo, la società che si trovano a rappresentare nei loro testi.

Immediate le polemiche, prive di alcun fondamento esegetico-sociologico riferito al tweet, di chi, elegantemente, ha scritto testualmente di “non capirci un cazzo”, forte del fatto di essere donna e pertanto meritare rispetto a priori senza avere l’onere di doverne portare a propria volta.

Ciò che mi ha sorpreso non è tanto la pretesa sessista di essere rispettata, quanto l’arrogarsi il diritto di essere maleducata e volgare, e se a farlo è fondamentalmente una ragazzina che firma il suo nick con 92, presumibilmente la propria data di nascita, significa la sconfitta per un’intera generazione, che non ha alcuna coscienza né conoscenza della vita e per questo pensa di essere tenuta a non riconoscerla, e ad essere al contempo rispettata come se questo fosse un diritto ereditario acquisito.

Non un semplice scontro verbale tra tifoserie, quelle del cantautore Fabrizio De André e del rapper Fabri Fibra, ma quello di un’intera generazione, nata agli inizi degli anni ’90 che mostra poca educazione, una ostentata ignoranza generale e poca conoscenza della lingua italiana, di cui nemmeno si vergogna.

Una generazione che vive nel mito dell’eterna giovinezza, prolungata dai filtri di retrica e quelli di snapchat, e che considera “vecchi” tutti gli altri. Una (neo) gioventù bruciata immemore di un James Dean che probabilmente nemmeno conosce, che si arroga il diritto di essere maleducata e sgarbata, pretendendo ciononostante rispetto su basi del tutto inesistenti.

I post-adolescenti italiani di oggi, i ventenni, sono spesso ignoranti, e subiscono passivamente programmi televisivi quali reality e serie televisive trash, vantandosi della propria ignoranza.

I loro idoli sono Fabri Fibra, calciatori e “veline” di dubbio talento, generando fenomeni social con click sul computer che hanno soltanto l’inconscia capacità di guardare video su YouTube e spendendo giornate a commentare post su facebook.

Non distinguono un verbo essere da una congiunzione nemmeno per sbaglio, né adoperano correttamente il verbo avere, ma non per questo rinunciano a dire la loro, sbagliando, forti di quella gioventù cui continuano ad attingere, ignari che presto dovranno pagarne un salato conto.

Altri invece, come quelli che guardano il dito di chi invece indica loro la luna, hanno posto l’accento sui due generi musicali degli artisti, tentando goffamente di difendere il proprio idolo senza reali conoscenze, né tanto meno un’adeguata preparazione scolastica o un nutrito bagaglio di cultura personale. Si appigliano qua e là casualmente a ragionamenti vacui che non riescono a reggere, abbandonando stancamente la conversazione per mancanza di veri argomenti di cui interloquire.

L’italiano non solo non lo sanno scrivere correttamente, ma ne hanno anche una bassa comprensione del testo.

Queste generazioni, nate a metà degli anni ’90, e cresciute con le fiction sui boss di Garko o le puntate di Uomini e Donne, vivono beatamente nella convinzione di potersi atteggiare a “tronisti” facendosi foto allo specchio in abiti pacchiani in bagni sciatti o selfie con lo smartphone con bocche a culo di gallina, e pensano che basti un tatuaggio con carattere in Old English e una frase da cioccolatino per sentirsi fighi.

Ossessionati da idoli spesso senza talento, i loro tweet, quando non sono autoreferenziali come una campagna politica, oscillano tra l’acido e il demente, e si alternano a foto photoshoppate quanto quelle della D’Urso sulle copertine dei suoi libri. Si concentrano sul malessere di amori finiti o su rapporti malsani, trascurando tutto il resto.

Naturalmente è errato generalizzare, per fortuna ci sono oasi felici e ragazzi in gamba che sono un vero e proprio vanto per la propria generazione e per il nostro Paese, tuttavia molti altri corrispondono tristemente e amaramente a quello che è una vera e propria forma mentis, uno stile di vita che si tramuta in comportamento patologico.

È una fotografia desolata e desolante quella che emerge da twitter di questa generazione che venera cantanti che si chiamano come un anime giapponese e i One Direction, e che invece avrebbe potuto rappresentare il degno ricambio generazionale di chi ha già subito un’Italia avida, quel giusto riscatto che i “vecchi” non avranno mai.

CINEMA, INTERNATTUALE

La foto di Meryl Streep che incoraggia a credere nei propri sogni diventa virale

Meryl Streep Oscar Academy winning win - internettualeÈ una delle attrici più amate dal pubblico e, soprattutto, dalla critica: con le sue diciotto nomination agli Oscar e ben tre statuette vinte, Meryl Streep è senza dubbio l’attrice di sempre più osannata dall’Academy. Iconici sono alcuni ruoli: da Il Diavolo veste Prada a La mia Africa, passando per I Ponti di Madison County a La Scelta di Sophie, il suo volto ha dato emozioni e anima a tante donne del grande e piccolo schermo. Ma anche per la diva di Hollywood le cose non sono sempre state facili. Lo dimostra un post apparso qualche mese fa su facebook dal profilo non ufficiale Meryl L. Streep, che nel giro di ventiquattrore ha ottenuto un milione di visualizzazioni e migliaia di condivisioni e commenti. Si tratta di un’immagine dell’attrice in una metropolitana di New York, la cui descrizione dice: «Questa sono io di ritorno a casa da una audizione di King Kong dove mi era stato detto che ero troppo “brutta” per il ruolo. Questo fu un momento fondamentale per me, poiché quel commento cattivo avrebbe potuto far crollare i miei sogni di diventare un’attrice e a far venir meno la fiducia che avevo in me stessa. Invece ho tirato un respiro profondo e ho detto “Mi spiace che voi crediate che io sia troppo brutta per il vostro film, ma la vostra è soltanto una sola opinione in un mare di migliaia e io continuerò a cercare la marea più gentile”. Oggi io ho avuto diciotto nomination agli Oscar».

Il post senza dubbio emozionale è stato rimosso subito dopo. Si trattava in realtà di un fake, che ha dato tuttavia molta forza ai fan dell’attrice che ha parlato spesso in pubblico dei suoi difetti fisici e fallimenti, così come della storia di King Kong, che aveva raccontato invece alle telecamere del noto show inglese The Graham Norton Show il gennaio precedente, dove l’attrice ha raccontato di essere stata provinata per il ruolo che poi è andato a Jessica Lange nel remake di King Kong, dal produttore italiano Dino De Laurentis, il quale, vedendola, avrebbe detto di trovarla non abbastanza bella per la parte, e al quale lei avrebbe risposto, sempre in italiano, “mi spiace se non sono abbastanza bella per essere in King Kong”.

La storia, senza dubbio carina, motivazionale e di grande rivalsa per l’attrice, e la donna, non aveva avuto lo stesso impatto della foto on-line diventata un vero e proprio fenomeno virale. D’altronde si sa, un’immagine vale più di mille parole.Meryl Streep quote foto metro facebook viral - internettuale

INTERNATTUALE, LIFESTYLE

Ho vissuto tre giorni senza linea dati sul telefono: ecco cosa è successo

Qualche giorno fa ho deciso di cambiare il mio costoso piano tariffario per il traffico dati: sono prevalentemente a casa col WI-FI e non ha molto senso pagare un abbonamento di 5 GB al mese per quei pochi momenti in cui sono fuori. Così mi loggo sul sito del mio operatore e disattivo il rinnovo dell’offerta, in attesa di sceglierne uno più adatto alle mie esigenze.

Nel frattempo sono stato invitato da alcuni amici per il fine settimana in centro. Con mia sorpresa scopro solo al mio arrivo che sono scoperto da traffico dati poiché l’ultima offerta finiva prima di quanto avessi inizialmente previsto.

Uno smarrimento che ha continuato a farmi percepire la vibrazione del telefono in tasca anche quando di fatto il cellulare era semplicemente in stand-by, immobile.

Superata la mia smania iniziale di tirarlo fuori ogni tre minuti per controllare messaggi WhatsApp e notifiche varie, ho iniziato a metabolizzare che avrei vissuto senza linea dati per tutto il weekend.

Ho provato a rubarla ai miei amici, ma dalla stanza in cui ero il segnale non era eccellente. Mi sono appoggiato a quella di Bar e negozi via via, ma per qualche arcano motivo le connessioni “#FREE” non funzionano mai adeguatamente.

iphone 6 instagram app social - internettualeComincio a camminare per le vie della città e dinanzi al mare, ad uno scorcio, la particolarità dei posti o dei piatti al ristorante, con piglio à la Mario Testino for Vogue, faccio quelle che penso siano le foto del secolo, pronto a condividerle immediatamente su instagram, già pregustando la pioggia di cuori per le “genialate” del momento. Ma solo dopo ricordo di non poterlo fare, così, dopo lo scatto, resto ancora un po’ in contemplazione, imprimendo nella mia mente e nel mio cuore le immagini che normalmente mi sarei fiondato a “filtrare” subito dopo e postare on-line, ignorando i presenti e quanto mi circondasse per almeno dieci minuti in attesa del geo-tag o di distinguere un effetto vintage dall’altro dal mio schermo inondato dal sole.

Mi è ritornato in mente quando negli anni ’90, fieri delle nostre Olympus compatte e rullini da 36 foto, centellinavamo gli scatti con maggior attenzione, godendoci di più i luoghi, le sensazioni, i profumi, il sole sulla pelle.

Sono entrato in un grande magazzino: come ogni punto commerciale che si rispetti ha una radio in streaming personale, che trasmette lo stesso genere di canzoni e passa soltanto le proprie pubblicità. Ascolto un brano anni ’50, che immediatamente avrei “shazammato” alla ricerca del titolo e della voce che mi sorprende. Avrei preso lo smartphone, tentato di aprire l’app con celerità e probabilmente smadonnato per quei minuti infiniti che Shazam prende all’inizio prima di avviarsi completamente ed essere operativo.

Sono invece rimasto lì, incantato. Ancora oggi non so chi cantasse o di quale brano si tratti e non posso riascoltarlo cercandolo su YouTube. Ma quella sensazione, quel momento di gioia, la tenerezza è dentro di me. Certo, forse in futuro lo dimenticherò, ma quel momento io l’ho VISSUTO.

Il weekend si è concluso con una serata-pizza. Sono stato presso una nota pizzeria della città, dove ho aspettato circa un’ora. Un’attesa nel vicolo estenuante, con il rischio che piovesse, la pressione della folla che spintona e un molesto negoziante di graffe di fronte che ha letteralmente seviziato la gente che affollava il vicolo con uno stereo sparato a tutto volume con scadente musica italiana a palla.

Probabilmente avrei ingannato l’attesa ignorando i miei amici e sbizzarrendomi a condividere stati goliardici su facebook, selfie tra la calca per sentirmi figo o messaggiando con qualcun altro. Ma ho aspettato. Ho letto l’impazienza negli occhi dei miei amici, ho guardato le luci nel vicolo, ho ascoltato il chiacchiericcio delle persone intorno a me.

Ci affatichiamo a condividere momenti che non viviamo nemmeno. Perché la verità è che non ci importa nemmeno più divertirci, ma di farlo sapere agli altri. Oggi forse tendiamo troppo a digitalizzare la nostra vita, a cercare di rendere eterno (e trendy) quel “carpe diem” oraziano che dovremmo semplicemente vivere, sentire, percepire nell’anima.

P.S. in più ho risparmiato il 30% della batteria. È una buona cosa anche questa.

INTERNATTUALE

Sui social perdiamo la prospettiva di noi stessi

Se fino agli inizi degli anni 2000 avevamo bisogno dei reality per spiare le vite degli altri e dei pseudo-famosi, con la diffusione di facebook e di tutti i social, siamo noi ad esserci (in)consapevolmente trasformati in protagonisti di uno show virtuale. Post, foto, link, tag e video diventano strumenti di propaganda di un’immagine, la nostra, sempre più lontana dalla realtà. Sorrisi da Mentadent, volti da BB Cream e corpi statuari da fanghi d’alga Guam, aiutati da Photoshop, filtri e app per raggiungere una perfezione irreale. Persino il nostro pensiero è sintetico: si sfoggia una cultura in realtà inesistente, si ostenta un’arguzia fatta di citazioni di libri mai letti e di film mai visti. Una recita che, senza nemmeno accorgerci, si trasforma in un vero e proprio lavoro. E allora eccolo l’esercito di chi va in palestra passando più tempo a sollevare iPhone allo specchio che pesi al bilanciere, delle pseudo-modelle e starlette ritoccate fino al midollo che si credono Bianca Balti, di quelli che quando mangiano sushi si sentono food blogger o persino chi va ad una inaugurazione e si fa foto da tappeto rosso con fare da divo hollywoodiano. Perché, se “l’essenziale è invisibile agli occhi”, sovvertendo ogni logica, ciò che conta non è più quello che sei, ma chi dimostri di essere on-line.

Condividiamo link di sensibilizzazione contro la povertà, la violenza sulle donne, la difesa degli animali e l’ambiente per sentirci migliori. Ma siamo pronti all’invettiva, a scagliarci in acerrime diatribe verbalmente violente per un nonnulla, mentre nella vita vera, quella che spesso dimentichiamo, se un mendicante invoca la nostra pietas ci voltiamo con indifferenza dall’altra parte fingendo di non vedere.

Twittiamo cattiverie per aumentare follower e inventiamo esperienze lavorative, o vere e proprie professioni, per alzare la visualizzazione su LinkedIn.

Figli del qualunquismo protetti dall’anonimato e dalla discrezione dei display, trasformiamo le sedie dalle quali scriviamo in tribune politiche o sportive: onorevoli e CT della nazionale, teoricamente abili a risolvere problemi di cui in realtà sappiamo poco.

Foto-dipendenti, trasformiamo pranzi e cene di Natale in veri e propri reportage fotografici. Selfie-maniac dagli sguardi languidi e pose sensual. Per alcuni persino le espressioni del volto sono sempre le stesse, perpetuando una irrefrenabile voglia di farsi vedere pur non avendo nulla da mostrare. Gare di “like” e commenti per appagare un vacuo senso di vanità, la sensazione di sentirsi in cima alla piramide social(e). Importanti, ammirati. Alimentiamo un ego che ha sempre più fame di se stesso, e ci divora lentamente come un buco nero.

Sedicenti leader in un popolo, quello della rete, fatto per lo più di gregari, dove sono pochi quelli che riescono veramente a distinguersi, mentre la maggior parte segue stancamente ciò che fanno gli altri, in un replicato gioco di imitazioni in cui vince chi si sente più omologato alla massa. Lo faccio perché è “trendy”, come colorare le proprie immagini profilo a sostegno di cause di cui si conosce poco o nulla.

Nasce il cyberbullismo, la frecciatina via post, si ripetendo dinamiche nate sui banchi di scuola e che si perpetuano continuando a farci sentire dei liceali, con amici fidati e nemici giurati, prolungando un’adolescenza digitale che ritarda quel naturale passaggio all’età adulta, e perdendo la vera prospettiva di noi stessi.