MUSICA, TELEVISIONE

Sanremo 2018: la prima serata tra noia e presunti plagi

È un Sanremo che vince, ma non (mi) convince. Se la partenza è stata un po’ ingessata, come fisiologico che sia dall’ennesimo non-conduttore, Claudio Baglioni, scelto per presentare il festival, più sciolti sono stati i suoi compagni di avventura: sorridente Michelle Hunziker, vera mattatrice della serata, alla sua seconda esperienza sanremese che, nei suoi eleganti outfit, ha tenuto banco con la sua ironia come dal bancone di Striscia. Vera rivelazione è stata invece Pierfrancesco Favino, che ci ha regalato un simpatico medley dei brani che hanno fatto la storia della canzone italiana, con una interpretazione divertita e divertente.

il cantautore Claudio Baglioni, presentatore della 68esima edizione del Festival

Francamente non mi ha strappato grandi sorrisi Fiorello, che la critica e il web ha invece già osannato, ma ho trovato un monologo stanco, ripetitivo, politicamente orientato (sbagliato, tra l’altro, su di una rete di un servizio pubblico) con pochi momenti di luce.

Non mi sono particolarmente piaciuti nemmeno i siparietti Hunziker-Favino con i quali hanno provato di mettere a tacere voci su presunti dissapori: finti, recitati male e con non poco imbarazzo.

Per quanto concerne la musica, ho trovato questo festival qualitativamente basso. Se l’ormai tradizionale “schema” della rosa dei concorrenti è stato pienamente rispettato, con il manipolo degli habitué contornati da grandi ritorni, artisti in cerca di riscatto e poche novità, le canzoni in gara sono state decisamente deludenti.

il cantante Ermal Meta

Assenti le grandi melodie della canzone italiana. Testi, ritornelli e arrangiamenti sembrano inseguire affannosamente un livello autoriale che resta in realtà un obiettivo lontano e, persino l’acclamato brano di Fabrizio Moro ed Ermal MetaNon mi avete fatto niente, ai più attenti è subito balzato all’orecchio un’assonanza sospetta proprio con un brano sanremese del 2016 firmato tra l’altro dai medesimi autori del pezzo, Silenzio, presentata (e scartata) da Ambra Calvani e Gabriele De Pascali.

Un po’ meglio le donne: Ornella Vanoni, coerente al suo repertorio storico, porta un pezzo, Imparare ad amarsi, senza infamia e senza lode, che nulla toglie e nulla aggiunge al suo percorso fatto finora.

Tra i brani di maggior rilievo, benché non particolarmente apprezzato dalle tre giurie demoscopiche della serata, quello di una elegantissima Nina Zilli, che con Senza appartenere parla di donne, portando in sé l’essenza di Mia Martini e di uno dei temi cari alla compianta cantante prematuramente scomparsa negli anni ’90.

Un altro brano di rilievo quello del cantautore pugliese Renzo Rubino che, reduce dal successo dei premi della critica delle sue ultime partecipazioni, ritorna all’Ariston per la terza volta, con Custodire, brano dall’eco di Renato Zero che parla della difficoltà di comunicazione tra due persone.

Tralasciando l’inutile quanto effimera “sigla” di apertura in stile film anni ’80, che fa quasi il verso alla sacralità dell’evento sanremese, abbiamo assistito ad una serata prolissa, finita all’una di notte passata e che aveva l’ardire di intrattenere ancora i telespettatori con un Dopo Festival che sapeva più di notte in bianco che di approfondimento musicale.

E da napoletano non posso non parlare di Peppe Servillo, che ritorna al festival dopo la sua vittoria negli anni 2000 con gli Avion Travel con il brano Sentimento. Distante dai suoi della sua band di origine, è ritornato quest’anno in coppia con Enzo Avitabile, con un brano dal sapore autorale. Non particolarmente orecchiabile, confesso di non averlo propriamente apprezzato ad un primo ascolto, il pezzo ha visto però una bella interpretazione dei due artisti che hanno portato un po’ di Napoli sul palco dell’Ariston, insieme (va detto per dovere di cronaca) a un altro napoletano, Stash Fiordispino, frontman dei The Kolors, che partecipa a questo Sanremo con il brano Frida.

Claudio Baglioni avrebbe dovuto agire per sottrazione, mettendo da parte il suo naturale desiderio cantautorale di riproporre le sue canzoni e riproporsi in una inappropriata veste di cantante. Così facendo Baglioni ha mancato di rispetto ai concorrenti in gara e ai loro progetti musicale, facendo leva su di un effetto nostalgia che non solo ha prolungato la collocazione oraria di alcune performance, andate in onda a mezzanotte passata, ma ha anche fatto sì che i nuovi pezzi fossero percepiti come brani che arbitrariamente vogliono assurgere agli onori di una tradizione di cui non sembrano degni al primo ascolto.

A poco o a nulla servirà invertire l’ordine di apparizione dei cantanti questa sera, i quali essendosi esibiti già tutti nella serata di ieri, risentiranno comunque di un fisiologico calo d’ascolto oggi, e pertanto non avranno nemmeno lo stesso impatto mediatico degli oltre 11 milioni di telespettatori che martedì 6 hanno seguito il festival.

Chi ha seguito la serata fino a notte fonda come me, confidando almeno nella classifica provvisoria, ci sarà rimasto male nello scoprire che i brani si sono classificati soltanto in una fascia di preferenza bassa, media e alta con un riepilogo finale che ha seguito un rigoroso ordine alfabetico del nome degli artisti. Un appiattimento che, dicono gli assertori della scelta di eliminare le eliminazioni (perdonate il gioco di parole) avvicina maggiormente Sanremo ad un festival vero e proprio, al pari di quelli del cinema. E allora viene da chiedersi perché non eliminare definitivamente anche l’antiquato televoto, includendo invece delle altre categorie di vittoria proprio come già succede nei festival cinematografici votati esclusivamente da giurie di esperti?

La sensazione è quella di un contentino per case discografiche e cantanti (che evidentemente si reputano) mediocri.

Bisognerebbe invece incoraggiare lo spirito sportivo di quella che resta una gara canora e affrontare il timore di una eliminazione come momento di crescita personale e, soprattutto, artistica. D’altronde cantanti come Vasco Rossi e Zucchero hanno trovato piena affermazione, successo di critica e di pubblico pur collezionando sonore bocciature al festival.

Al di là degli ascolti, che sicuramente rappresentano per la rai un grande successo, con share che superano il 50% e picchi che toccano gli 11 milioni, ci si domanda se non sia ormai tempo per Sanremo di abbandonare questa liturgia di facciata e proseguire coerentemente questa metamorfosi trasformandosi definitivamente in un festival per addetti ai lavori con tanto di tappeto rosso e non in un ibrido a metà strada tra sagra popolare che cerca consensi nei trend nei social e festival che si propone di promuovere musica di qualità.

Annunci
MUSICA

“Canzone Italiana”, musica in streaming gratis dal 1900 ad oggi

Cantanti, autori e case discografiche italiane spesso lamentano il fatto che la nostra musica è poco presente nelle rotazioni radiofoniche e televisive rispetto alle produzioni estere. Se negli ultimi anni questo è vero in parte, con playlist televisive e programmi radio dedicati alla musica italiana, è altrettanto vero che la musica d’oltreoceano e d’oltremanica resta ancora un colosso insormontabile. Alice Merton, gli U2 e Camila Cabello sono solo alcuni dei nomi che occupano attualmente il podio dell’airplane radiofonico attuale, e bisogna scendere alla quinta posizione dove si è finito con lo spiaggiarsi persino un mostro sacro come Laura Pausini con il nuovo singolo Non è detto.

A dare oggi man forte alla nostra musica arriva oggi il portale Canzone Italiana. A poche ore dalla 68esima edizione del Festival di Sanremo, in un momento di grande concentrazione per la nostra musica, il sito guiderà i visitatori attraverso un secolo di canzone italiana. Musica in streaming gratuita, grazie ad una collaborazione con lo svedese Spotify, ma anche approfondimenti e schede che illustreranno quasi un secolo di musica e registrazioni dai primi del ‘900 fino agli anni 2000.

Una vera e propria enciclopedia della musica, ma anche un prezioso archivio sonoro che sarà aggiornato al ritmo di 5000 brani al mese, fino ad arrivare ai giorni nostri.

Quattro le sezioni principali: 1900-19501950-2000 con i brani suddivisi per decadi, tradizioni popolari con i suoni, le canzoni e la musica tipici di ognuna delle nostre regioni, e infine contributi speciali, con approfondimenti, mostre virtuali, bibliografie e classifiche storiche, ma anche curiosità.

Navigando le pagine si scopre così che il brano più inciso è ‘O sole mio con ben 162 registrazioni, che Con te partirò di Andrea Bocelli ha contribuito a portare nel mondo il bel canto con 12 milioni di copie vendute, o che la prima “star” della canzone italiana fu Caruso, che nel 1902 ebbe già un notevole cachet per incidere 10 opere d’aria con le quali arriverà in tutto il mondo.

Sono già 200 mila i brani che è possibile ascoltare attualmente. Un catalogo orientato anche, e forse soprattutto, ad un pubblico estero. Ogni scheda è infatti disponibile in ben 8 lingue, incluso russo, cinese e giapponese, suddividendosi in 100 playlist circa.

Sono tanti i brani letteralmente ritornati a nuova vita, frutto di un certosino lavoro di ricerca degli anni ’60, che mostrano un’Italia vitale, con voglia di cantare e ballare e che oggi potrà essere trasmessa (in streaming, s’intende) anche ai posteri.

Siete pronti a metterlo tra i preferiti del vostro brawser?

Ascoltare per credere.

MUSICA, TELEVISIONE

Niente eliminazioni e cover. Ecco come sarà il Sanremo di Claudio Baglioni

Sanremo e prime indiscrezioni. Come ogni anno, nell’ultimo quadrimestre si pensa già al prossimo Festival della Canzone Italiana. Finita l’era Carlo Conti, con due fortunate edizioni all’attivo, la scelta è caduta quest’anno sul cantautore Claudio Baglioni, inizialmente solo direttore artistico della kermesse e poi confermato anche nel ruolo di conduttore, anzi, “conducente” come egli stesso ironicamente si è definito.

Raggiunto dalle telecamere del TG1, il cantante di Questo piccolo grande amore parla delle prime novità che investiranno la nuova edizione della popolare gara di musica, tra queste l’innalzamento di 4 minuti, dai precedenti 3.15, dell’esibizione sul palco e l’eliminazione della serata dedicata alle cover: «Penso che in maniera coerente, chi lavora da tanto tempo a un progetto, a una canzone, abbia dignità e diritto di riproporre quel suo brano, questa volta con altri artisti, con musicisti o con altri cantanti, in forma di duetto, di trio, in forma di performance aggiuntiva. Quindi sarà di nuovo quel brano, ma magari arrangiato in maniera diversa». Non proprio una novità, se si considera che uno dei primi ad introdurla fu Paolo Bonolis nel 2005, che consentì agli artisti di eseguire le canzoni in gara con arrangiamenti inediti, sia solo visivi che canori, portando duetti e collaborazioni.

Ma la novità che più di tutte avvicina Sanremo ad un festival del cinema è, perdonate il gioco di parole, l’eliminazione dell’eliminazione. Sì, perché da quest’anno sparirà la fantomatica eliminazione diretta, cruccio di molti big e giovani, preoccupati di non riuscire ad esibirsi fino alla serata finale: «Quella pratica un po’ violenta del dover mandare a casa qualcuno – ha commentato Baglioni ai microfoni di Vincenzo Mollica – chiunque degli invitati al Festival, dei proponenti, siano essi giovani o campioni, cominceranno il Festival e lo finiranno. Nessuno andrà via, nessuno dovrà fare le valigie. Ci sarà comunque un concorso, ma questo renderà Sanremo simile a un festival del cinema o a un festival letterario».

Tuttavia ciò che Claudio Baglioni forse non ha voluto o non ha potuto considerare, è che i festival sono spesso manifestazioni fatte più per gli addetti ai lavori che non per una reale promozione al pubblico del film, proponendo anteprime dei film o dei libri in gara a giurie di giornalisti e critici, che poi avranno l’arduo compito di decretare il successo o il fallimento di un lavoro con un’ovazione o un pollice verso. Pareri che inevitabilmente andranno poi a scontrarsi con botteghini e classifiche, che talvolta possono anche sovversivamente capovolgere l’idea di un film o di un libro.

Il Festival di Sanremo è invece una gara, o almeno dovrebbe, e dovrebbe rappresentare per un artista un momento di crescita e confronto, che può in alcuni casi significare anche essere eliminati.

Se non vogliamo considerare questo come il mero atto, da parte di Baglioni, di “firmare” in qualche modo il Festival, abolirne il meccanismo dell’eliminazione, senza tuttavia l’introduzione di una sola commissione tecnica, con presidente e giurati, toglie soltanto mordente televisivo a chi da casa segue innanzitutto una gara, e spesso vota più per simpatia che per reale obiettività verso la qualità di un brano. Serve a poco provare ad equilibrare il voto della sala stampa soppesandolo con il voto popolare da casa, spesso frutto di manipolazioni di pacchetti di voti acquistati dai call-center.

E come ogni anno ecco il ritornello de “la musica al centro”, come se le passate edizioni fossero state mute.

Baglioni si ripropone quest’anno di far tornare la musica al centro della manifestazione, ma sono sicuro che polemiche, glamour e scandali non mancheranno e renderanno questo Sanremo senza dubbio più interessante di quanto al momento non sembri.

INTERNATTUALE

La parola di questo 2017 è “Karma”. Ecco cosa significa

Dalla musica al cinema passando per la parodia sul web, la parola di questo 2017 appena iniziato è sicuramente Karma. Sdoganata dalla vittoria di Francesco Gabbani sul palco dell’Ariston, con il brano Occidentali’s Karma, arriva adesso nelle sale con il film di Elio Germano che s’intitola, manco a dirlo, Questione di Karma.

Ma esattamente che cos’è il karma?

La parola che noi conosciamo come Karma deriva dal termine sanscrito kárman, spesso tradotto con atto, azione, compito, obbligo, nei testi sacri dei popoli arii, i veda, è intesa come atto religioso, rito. Per le religioni e filosofie indiane, è inteso come un agire volto ad un fine capace di attivare un principio causa-effetto, secondo il quale ad ogni azione ne corrisponde una di ritorno da parte del destino. Gli esseri senzienti, nella consapevolezza delle loro azioni, sono in qualche modo responsabili delle conseguenze morali che ne derivano.

Nelle religioni dell’India quali il Brahmanesimo, il Buddhismo, il Giainismo e l’Induismo, il karma vincola gli esseri umani al saṃsāra, dottrina inerente al ciclo della vita, di morte e rinascita.

Il karma è uno dei nuclei intorno al quale ruotano le discipline orientali, e le dottrine induiste in particolare. Esso è fortemente connesso al principio del mokṣa, che indica la salvezza dal perpetuo ciclo delle rinascite, ma anche, affine al nirvāṇa del buddhismo, il raggiungimento di una condizione spirituale superiore.

Il karma, apparentemente scanzonato, cantato da Gabbani all’ultimo Festival di Sanremo altro non è che quel “destino” che l’uomo contemporaneo, l’ormai nota scimmia nuda, squisitamente occidentale, prende con le sue mani, con azioni spesso superficiali, che l’hanno trasformato da animale sociale, di aristotelica memoria, ad animale social. L’uomo di oggi, se dovessimo paragonarlo ad un animale, sarebbe un narcisistico lupo solitario, feroce virtualmente quanto schivo nella vita vera, perennemente riflesso, come lo sfortunato dio greco, in una immagine sempre più lontana dalla realtà. Destinato ad inseguire un ideale di irreale imperfezione, rinchiuso nella solitudine della propria arroganza. Karma.

INTERNATTUALE

Famosi del web: ecco perché la favola di Cenerentola non esiste

In un mondo fatto di raccomandazioni e endorsement sospetti, quanto è credibile credere ancora al mito di Cenerentola?

Chiara Ferragni e Sofia Viscardi sono senza dubbio le “Cenerentole” più famose del web: fashion blogger la prima, ha costruito un impero recensendo e indossando capi d’alta moda; YouTuber la seconda, è diventata famosa sproloquiando in webcam delle sue giornate e di altre amenità. Entrambe, con linee di scarpe firmate e romanzi in libreria, ci hanno fatto credere alla favola contemporanea di Cenerentola che sostituisce la scarpetta di cristallo con like e visualizzazioni, e trova il principe azzurro nella personale affermazione di se stessa.

Ma sono tanti i nomi della televisione, dell’editoria e della musica che arrivano da internet: da Antonio Pinna a Frank Matano, passando per il duo Benji & Fede che con riflessioni argute, scherzi telefonici e cover musicali sono fuoriusciti dall’anonimato per assurgere alla gloria mediatica.

Ultimo, soltanto in ordine cronologico, di questa dinastia di “principi poveri”, che ambiscono a diventare ricchi, è Emanuele Fasano. Presentato nella notte della finalissima di Sanremo 2017 come il pianista della Stazione di Milano di un video, caricato da un regista, che in tre giorni avrebbe totalizzato tre milioni di visualizzazioni, che lo avrebbero portato ad un contratto con la Sugar, casa discografica di Caterina Caselli.

In realtà bastano poche ricerche su Google per scoprire che anche Emanuele non è un principe che si riscatta dalla povertà grazie al suo talento, ma è figlio di Franco Fasano, rinomato autore di brani come Ti lascerò (vincitore di Sanremo nel 1989), Io amo e Mi manchi (grandi successi di Fausto Leali). Così come Sofia Viscardi, che candidamente nelle interviste parla dei prestigiosi impieghi dei propri genitori, come organizzatori di eventi e comunicazione, i quali hanno lavorato con nomi come Roberto Saviano (che la YouTuber ha avuto modo di intervistare) e Chiara Ferragni, la quale a sua volta è figlia di Marina Di Guardo, che ha seguito per dieci anni lo showroom di Blumarine.

I nuovi talenti, e sedicenti tali, provano così a riciclarsi on-line, fingendo di entrare dalla porta sul retro in un mondo che invece li accoglie con tutti gli onori del caso dal portone principale.

Trasmissioni televisive, contratti pubblicitari, pubblicazioni di dischi e libri, per personaggi che sembrano riprodursi per cooptazione, mentre tanti altri sgomitano e continuano a sgomitare sul web e non solo, nel vano tentativo di far notare le proprie idee e far sentire la propria voce.

L’Italia continua ad essere una democrazia fondata però sulla raccomandazione, che continua a preferire un esercito di “figli di…”, piuttosto che dare chance al vero popolo che anima la rete e prova inutilmente a farsi notare.

Sì, perché quando si è figli di un autore che ha collaborato con nomi come Fausto Leali e Anna Oxa, vincendo un Sanremo, scritto brani che fanno parte della storia della canzone italiana, e collaborato con tante altre personalità in ambito musicale, è un po’ difficile riuscire a credere alla favola del pianista che, del tutto casualmente, si ritrova a suonare un pianoforte alla stazione e per puro caso viene notato, nell’ordine, da un regista prima e addirittura da Caterina Caselli dopo.

Sarà che sono figlio di Napoli, e di talenti che suonano e cantano al pianoforte della stazione ne vedo e ne sento tutti i giorni: ripresi con gli smartphone da centinaia di visitatori che ogni giorno applaudono, si emozionano, si divertono. Eppure nessun regista, nessun Ferzan Ozpetek di passaggio (che a Napoli girerà un film), ha mai notato il loro spirito, il loro talento, la loro passione che trasmettono a chi abbandona o arriva in città, al punto da donare loro fama e successo.

I media provano ogni volta a raccontarci una rivisitazione della favola di Cenerentola per quell’inconscio meccanismo di immedesimazione, per quell’empatia, che scaturisce e che avvertiamo verso quell'”uno di noi” che ce l’ha fatta, riconoscendovi un modello da seguire e cui ispirarsi, così da accrescere quel naturale processo di supporto da parte di potenziali fan, che guardano ammirati e stupefatti un sedicente talento che spesso non c’è, e che automaticamente bolla gli haters, i detrattori di quel talento, come “invidiosi” che rosicano e non ce l’hanno fatta.

Sono tanti i musicisti che suonano per le vie di Napoli, eppure, a dispetto de I Bastardi di Pizzofalcone, Non dirlo al mio capo, e di attori e registi che vanno e vengono da Napoli, nessuno di loro è stato notato al punto da cambiare vita. Meno talentuosi? Non credo, a giudicare dalle loro performance con cui ogni giorno animano la città. Meno fortunati? Forse. Ma la loro sventura non è quella di non essere notati dal famoso regista di passaggio, dal proverbiale talent scout che ferma belle ragazze per strada o dal video on-line che fa un botto di visualizzazioni. La loro sfortuna è probabilmente quella di avere tanto talento e nessun “santo protettore” che lo promuova.

Quindi i giornali, i magazine, le televisioni dovrebbero smetterla continuare a venderci la favola di Cenerentola, illudendo i ragazzi che continuano a sperare in quell’anima di passaggio che possa notarli in strada, in quelle fashion blogger che tentano inutilmente di far crescere i profili instagram, in quegli interpreti che caricano video su YouTube senza superare le sessanta visualizzazioni della cerchia di amici e parenti.

La favola di Cenerentola (in Italia) non esiste. Esistono soltanto raccomandazioni e strategie di marketing. Ma questa, se fosse una fiaba, sarebbe senz’altro una favola nera.

MUSICA, TELEVISIONE

La seconda (soporifera) serata del Festival di Sanremo 2017

Non c’è innovazione o cambiamento che tenga: la seconda puntata del Festival di Sanremo, dopo il brio della prima, resa per lo più entusiasmante dall’attesa di un anno intero, ha sempre l’effetto di una liturgia cantata. Soporifera. I pochi momenti di emozione pura arrivano dall’ospitata di Robbie Williams, che ha “inaspettatamente” baciato la co-conduttrice Maria De Filippi, e Giorgia, la quale, nonostante sia ritornata sul palco dell’Ariston dopo sedici anni con un abito scomodissimo che avrà maledetto ogni minuto della sua esibizione, ha tenuto una performance tra vecchi e nuovi successi da vera fuoriclasse, ricordando agli spettatori in platea e i telespettatori a casa cosa vuol dire essere oggi un vero Artista.

Le undici canzoni in gara null’altro hanno aggiunto a quelle della serata precedente, mostrando un Sanremo, quello del Carlo Conti 3.0, all’insegna di una monotona tradizione.

Non sono serviti i rapper come Clementino e Nesli, finiti immediatamente nella zona “rischio eliminazione”, né i duetti ibridi figli di talent e altri programmi televisivi immediatamente scartati.

Tra gli abiti più bizzarri della serata di certo c’era quello di Giorgia Luzi, per molti vestita come un ombrello, tra le più eleganti, forse un po’ a sorpresa invece, la giovane Alice Paba.

A dispetto di una canzone orecchiabile scritta dal leader dei Modà e vincitore di Sanremo, Francesco Silvestre, Bianca Atzei proprio non riesce a piacere al pubblico sanremese, che ha subito fatto cadere in zona rossa la sua Ora esisti solo tu.

Visibilmente invecchiato, e forse un po’ seccato, Keanu Reeves, il noto Neo di Matrix, è apparso un po’ annoiato nel corso dell’intervista con Maria De Filippi, durante la quale non ha trasmesso nulla che potesse giustificare il suo probabilmente lauto compenso per presenziare.

Tra le esibizioni più curiose quella di Gabbani, che quest’anno, tirato fuori un maglioncino arancione della passata stagione, ha ballato sul palco con una scimmia. D’altronde, avrà pensato, che se nelle passate edizioni è riuscito a vincere persino un “Piccione”, perché non tentare con un brano che sembra uscito da una raccolta di Cristina D’Avena.

Per l’Italia abituata a talent ed eliminazioni dirette, non c’è gusto nel seguire una gara in cui i concorrenti temono di essere eliminati, inventando strani gironi che, a conti fatti, e dopo ben tre serate, eliminerà soltanto due brani, lasciandone ancora in gara ben venti.

Insomma il terzo giro di Carlo Conti ha comunque annoiato, e non è servito l’allure della De Filippi, che continua a presentare ospiti e cantanti come se fossero guest di C’è Posta per Te. La verità è che Sanremo 2017, a dispetto degli ascolti alti, non ha molto altro da offrire: Carlo, hai dato al festival tutto ciò che potevi, forse è giunto il momento di dedicarti ad altro.

MUSICA, TELEVISIONE

“Che sia benedetta” di Fiorella Mannoia uguale ad un altro brano di Sanremo

E mentre gli italiani si domandavano se la canzone di Al Bano fosse per Romina o la Lecciso, un altro dubbio serpeggia intorno a questo Sanremo 2017. Ieri sera raiuno ha trasmesso la prima serata del Festival della Canzone Italiana, dove si è esibita anche Fiorella Mannoia. Data già per favorita dalla critica, la Mannoia ritorna al festival dopo quasi trent’anni.

fiorella-mannoia-che-sia-benedetta-prima-serata-sanremo-2017-internettuale
Fiorella Mannoia, sul palco dell’Ariston durante la prima serata di Sanremo 2017

Il suo brano si intitola Che sia benedetta, ed è già dato per vincitore dai bookmakers. Al primo ascolto però il brano mi ha subito ricordato un altro pezzo sanremese, che ha forse ha avuto poca fortuna a dispetto dell’intensità con cui fu interpretato.

fiordaliso-sanremo-2002-internettuale
Fiordaliso a Sanremo 2002

Sto parlando di Accidenti a te, cantata da Fiordaliso proprio sul palco dell’Ariston nel 2002. Un pezzo struggente, interpretato con grande intensità da Fiordaliso, scritto per lei da Giancarlo Bigazzi e Marco Falagiani (stessi autori de Gli uomini non cambiano della Martini del 1990).

Il brano che la Mannoia ha portato nella città dei fiori quest’anno, è invece stato scritto da Amara, terza classificata nelle Nuove Proposte del festival del 2015.

L’attacco del brano di Fiorella è pressoché simile a quello di Fiordaliso, così come alcuni punti sparsi della canzone.

Fiorella e Fiordaliso, due interpreti della canzone italiana che hanno saputo, ognuna a proprio modo, cantare i sentimenti e le situazioni degli italiani negli anni, e che in comune, da questa sera, non hanno soltanto l’assonanza nel nome, che ne fa letteralmente due fiori della canzone, ma in due pezzi che viaggiano sulle stesse note e che, paradossalmente, uno maledice ciò che l’altro adesso sembra benedire.


http://www.raiplay.it/card/video/2017/02/Fiorella-Mannoia—Che-sia-benedetta—Sanremo-7043c522-f861-46ec-afd6-66bd37d03980-ssi.html

MUSICA, TELEVISIONE

Laura Pausini, tre prime serate su raiuno e di Sanremo dice: «Mi piacerebbe»

Laura Pausini non è più la timida ragazza di Solarolo, che, con una giacca troppo grande per la sua età e i suoi sogni, vinceva il Festival di Sanremo nel ’93. Laura Pausini è oggi una donna matura e sicura di sé, che non rinuncia alle cose cui tiene davvero, come la figlia Paola, avuta dopo una lunga, forse insperata, attesa, come quella carriera, oggi ventennale, uguale a nessun’altra, che l’ha portata in giro per il mondo, proprio lei, unica italiana di un paesello che è oggi star cosmopolita. Lo dimostra la sua musica, quella di Simili, diversa dagli esordi, a metà strada tra ballad e danze caraibiche, strizzando l’occhio al mercato, quello latino, che per primo l’ha scoperta.  Lo dimostrano anche le sue ospitate in televisione, quella spagnola, dove la cantante si diverte nello scoprire nuovi talenti come coach/giudice dei talent più in voga, con fare da diva un po’ stylish.

Adesso Laura è pronta a ritornare in televisione, quella italiana questa volta, quella di quel suo paese che ha avuto bisogno del suo successo all’estero per riscoprirla anche in patria. Era successo lo scorso anno per una sola serata per celebrare vent’anni di una meravigliosa carriera, succederà da domani sera, 1 aprile, per tre prime serate in diretta su RaiUno. Ma questa volta non sarà un One Woman Show, insieme a Laura c’è lei, Paola Cortellesi, attrice e comica, vero cavallo di razza della televisione e del grande schermo, per un Two Women Show. Tanti gli ospiti e le sorprese per uno spettacolo che vuole ricordare i grandi varietà italiani del passato, quelli di Mina e di Raffaella Carrà negli anni ’70, quelli di Milleluci e Fantastico.

Tanti gli ospiti della prima puntata da Andrea Bocelli a Marco Mengoni, da Noemi a Raoul Bova, passando per Fabio De Luigi e, dice il direttore artistico Giampiero Solari, “una grande sorpresa”: «Ospiti che non si limiteranno a fare promozione ma si metteranno in gioco con noi» dicono le due padrone di casa, per uno spettacolo ricco di sketch, monologhi, performance, (s)punti di riflessione.

E su di una possibile conduzione di quel Festival che l’ha vista trionfare vent’anni fa la Pausini dice: «Mi piacerebbe, ma penso che sia molto impegnativo per le critiche che si ricevono. Io non reggo molto quelle assurde o inventate, poi vado nei social network e rispondo».

MUSICA

Ecco chi ha già vinto il Festival di Sanremo 2016

Sono passati cinquant’anni da quando era soltanto la ragazza del Piper, storico locale di Roma, da quell’ormai lontano 1966, quando intonava Ragazzo triste nel programma TV Scala Reale, ma di triste, in questa artista straordinaria, che non ha mai avuto paura di rischiare, non c’è nulla. Alla soglia dei settant’anni, Patty Pravo è oggi considerata una delle Signore della musica italiana. Con i suoi 110 milioni di dischi venduti, e ventisei album all’attivo, Patty, al secolo Nicoletta Strambelli, è una delle artiste di maggior successo commerciale. All’avanguardia e sperimentale, in mezzo secolo di carriera non ha avuto timore di cambiare, di cambiare immagine, di cambiare musica, di cambiare direzione anche quando era già giunta all’apice della sua parabola ascendente, senza paura di mettersi in gioco.

Partecipa otto volte al Festival di Sanremo, lei che non ha bisogno di rilanciarsi o riscoprirsi cantante e interprete. Ma la più sentita è forse quella del 1997, quando porta il pezzo dell’amico Gaetano Curreri scritto in coppia con Vasco Rossi, …e dimmi che non vuoi morire, ed è di nuovo lei, sofisticata e sobria, ed è di nuovo successo. E cambia ancora Patty, cambia il modo di promuoversi e promuovere la sua musica, attraverso uscite esclusive digitali, remake per anniversari dei suoi brani, come La Bambola (nel 2008), e collaborando con i maggiori artisti della scena italiana: dai La Crus (con lo storico duetto di Pensiero Stupendo) a Giuliano Sangiorgi, che diventa autori di molti brani dell’artista, arrivando ai rapper Emis Killa e Fred De Palma (ieri con lei per la serata delle cover a Sanremo) che collaborano con lei nell’ultimo album di inediti.

Per celebrare questo importante traguardo di carriera, la Pravo ha deciso di non autocelebrarsi, e di ritornare sul palco dell’Ariston non come super-ospite, ma come big in gara, insieme a quella nuova generazione di cantanti che ancora la guarda con ammirazione, e prova ad intonare Cieli Immensi, scritta per lei da Fortunato Zampaglione, una ballad pop di ampio respiro, che riporta Patty alla melodia languida de Il vento e le rose, portato al Sanremo del 2011 e del brano Sogno, colonna sonora per Mine Vaganti di Ozpetek nel 2010. Ma in meno di un lustro è una nuova Pravo quella che si presenta al suo pubblico, con un nuovo entusiasmo, la stessa voglia di continuare a stupire, e gridare al suo pubblico, come il nuovo album di inediti, “Eccomi”. Ed è per l’allure di vera Diva, la straordinarietà di un’artista di successo e successi, e l’umiltà di una debuttante che vuole mettersi in gioco, che Patty Pravo, immensa come i cieli che canta, il suo Festival di Sanremo lo ha già vinto.

INTERNATTUALE, MUSICA

Lo straordinario discorso di Ezio Bosso a Sanremo 2016: «La musica come la vita si può fare in un solo modo, insieme»

Ezio Bosso, torinese, classe 1971, è un pianista, compositore e direttore d’orchestra italiano affetto da SLA, Sclerosi laterale amiotrofica, che lo costringe in carrozzina, ad una disarticolazione motoria e difficoltà verbale. Malattia che, nonostante tutto, non gli ha impedito di affermarsi come musicista in tutto il mondo, portando la sua musica nei teatri più importanti, o firmare colonne sonore per registi come Gabriele Salvatores.

Ieri Bosso è stato invitato sul palco dell’Ariston da Carlo Conti quale ospite della seconda serata del Festival di Sanremo: «Quando ero ragazzino – dice il pianista con grande emozione – tutti i giorni, io andavo al conservatorio, e una signora mi diceva “aspetto di vederti a Sanremo!” e io le dicevo “Signora, NO. Io non canto”. Magari adesso lì che dice “l’avevo detto!”».

Il mondo ha bisogno di musica, lo incalza Carlo Conti, dando il là, è il caso di dirlo, a Bosso, per un discorso che ha letteralmente commosso gli italiani: «La musica siamo noi – dice il pianista con una gioia nel cuore e gli occhi che gli brillano – la musica è una fortuna che condividiamo. Noi mettiamo le mani, ma ci insegna la cosa più importante che esiste, ascoltare. La musica è una vera magia, infatti, sapete che non a caso i direttori hanno la bacchetta, come i maghi».

Ci mette passione Ezio in quelle parole che pronuncia con difficoltà e con tutta la voglia di testimoniare l’amore per la vita: «La musica mi ha dato il dono dell’ubiquità – prosegue, raccontando il prodigio delle sette note – perché la musica che ho scritto è a Londra e la fa un bravo direttore con il balletto più importante del mondo e io sono anche qui. La musica è una fortuna, e soprattutto, come diceva il grande maestro Claudio Abbado, è la nostra vera terapia».

Il suo primo album, uscito da qualche mese, si intitola La Dodicesima Stanza, perché, secondo una antica teoria, dodici sono le stanze della nostra vita: «Se noi uomini siamo brutti perché tendiamo a dare per scontato le cose belle – dice in merito a questo lavoro discografico – le stanze sono una cosa che abbiamo inventato noi, per proteggerci, gli diamo nomi, numeri… ce l’abbiamo tutti una stanza che non ci piace, in cui entriamo. Il nome originale della canzone è la “stanza” perché i trovatori non facevano canzoni, ma stanze» dice il compositore, scherzando anche sulla parentesi “SuperQuark”, con quell’umorismo di chi ha sete di vita.

«A me piace curiosare ed esplorare quello che diamo per scontato – dice – e ho trovato questa cosa bellissima. Io ho iniziato, succede a tanti che hanno… [riferendosi all’introspezione dovuta alla malattia] ma a tutti. Dentro o fuori, una stanza che è buia, è cupa, è piccola. E lì ho incontrato questa teoria che dice che noi non siamo una linea [piatta, ndr] ma siamo dodici stanze. Nell’ultima, che non è ultima, perché si cambiano, ricordiamo la prima. Perché quando nasciamo non la possiamo ricordare, perché non vediamo appena nati. Ma lì la ricordiamo, e siamo pronti a ricominciare, e quindi siamo liberi».

Un momento di altissima televisione, un esempio di un uomo straordinario, che ha dato al mondo una lezione di vita e il dono stesso della vita. È da persone così, da Uomini come Ezio Bosso che dovremmo imparare tutti, ognuno, l’arte di saper essere felici e amare quest’avventura straordinaria chiamata semplicemente vita.