CINEMA, LIBRI

10 cose che (forse) non sapete su Harry Potter

Era il 1997 quando una giovane sconosciuta, J.K. Rowling, firmava il suo primo romanzo fantasy con le sole iniziali per nascondere il fatto che fosse una donna a scrivere un genere letterario che tradizionalmente è, o meglio era, appannaggio di soli uomini.

Oggi, vent’anni dopo, quella donna è una delle autrici più apprezzate nella scrittura per giovani adulti, e la sua saga, quella del mago Harry Potter (il primo volume era Harry Potter e la Pietra Filosofale), ha appassionato milioni di ragazzi in tutto il mondo, con trasposizioni cinematografiche di altrettanto successo che hanno lanciato e rilanciato giovanissimi attori e veri cavalli di razza come la pluripremiata Maggie Smith, che nei film ha interpretato Minerva McGranitt.

Ambientati nell’Inghilterra degli anni ’90, i volumi della Rowling narrano le avventure de giovane mago occhialuto Harry Potter e dei suoi migliori amici, Ron Weasley e Hermione Granger. L’ambientazione principale è la Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts, dove i ragazzi vengono educati i maghi del Regno Unito.

Per celebrare i vent’anni di questo romanzo ecco venti curiosità che (forse) non conoscete:

IL FANTASTICO MONDO DI HARRY POTTER:

Il 18 giugno del 2010 è stato inaugurato un parco a tema ad Orlando, in Florida, all’interno del parco di divertimenti Island of Adventures. La sezione si chiama The Wizarding World of Harry Potter, Il Magico Mondo di Harry Potter, e al suo interno è possibile vedere gli scenari più caratteristici della saga, tra cui Hogwarts, il villaggio Hogsmeade e la via Diago Alley.

GLI INCASSI RECORD:

Dai sette romanzi dell’autrice sono stati tratti ben otto film, l’ultimo volume della saga infatti è stato cinematograficamente suddiviso in due parti. L’incasso complessivo di tutte le pellicole è di oltre 7 miliardi di dollari, superando così i ben 24 film della saga di James Bond e i 7 film di Star Wars, diventando la saga più produttiva della storia.

IL VAMPIRO EDWARD

L’attore Robert Pattinson, che qualche anno più tardi diventerà famoso per l’interpretazione del vampiro Edward in un’altra saga letteraria tratta dagli omonimi romanzi della Mayer, Twilight, debutta recitando proprio in Harry Potter. Nel 2005 infatti ha dato il volto a Cedric Diggory, uno dei magi della scuola di Hogwarts in Harry Potter e il Calice di Fuoco.

IL SEGUITO CINESE:

Nel 2002 venne pubblicato un sequel del libro in lingua cinese, intitolato Harry Potter and Leopard-Walk-Up-to-Dragon, pubblicato nella Repubblica Popolare Cinese da un autore anonimo. All’interno del romanzo compaiono in realtà personaggi della Rowling e anche alcuni di Tolkien, autore del Signore degli Anelli. Gli avvocati dell’autrice però riuscirono a far pagare una penale per danni agli editori del libro.

OCCHI VERDI DI DANIEL:

L’attore Daniel Radcliffe, che nella saga era il protagonista Harry, ha dovuto indossare delle lentine verdi, come gli occhi del maghetto, e non blu come il vero colore dei suoi occhi. Quando l’attore era impossibilitato ad indossarle i suoi occhi sono stati digitalmente modificati col computer.

IL RUOLO DI HARRY:

Chris Columbus, regista dei primi due capitoli della saga, ha fortemente voluto Daniel Radcliffe come protagonista, dopo averlo visto in una produzione della BBC di David Copperfield. Per il ruolo però fu provinato anche l’attore William Moseley, oggi famoso per essere il principe Liam nella serie The Royals, e che a sua volta trovò la fama per un’altra saga letteraria fantasy approdata sul grande schermo, Le Cronache di Narnia.

SPIELBERG REGISTA MANCATO:

Dietro la macchina da presa avrebbe potuto esserci l’acclamato e pluripremiato regista Steven Spielberg, che stava negoziando. Alla fine però declinò per dedicarsi al film A.I. – Intelligenza Artificiale. Alla fine fu scelto Chris Columbus, noto per pellicole come Mamma ho perso l’aereo! e Mrs. Doubtfire.

HARRY ARCOBALENO:

In seguito alla pubblicazione dell’ultimo volume, J.K. Rowling fa una dichiarazione in merito al personaggio di Albus Silente, preside della scuola di Harry, il quale secondo l’autrice sarebbe omosessuale, e il motivo per cui non si accorge immediatamente della malvagità di uno dei nemici è perché ne sarebbe stato innamorato.

I COLORI DI HARRY:

In molti avranno notato che anche la tavolozza dei colori utilizzata dai vari registi cambia con l’avanzare dei film, passando dai colori brillanti e vivaci dei primi due a quelli via via sempre più cupi e freddi, fino ad arrivare alle tinte quasi dark degli ultimi due. La spiegazione è data dal fatto che i colori ricreano gli stati d’animi e le sensazioni dei protagonisti seguendo l’andamento della storia dei volumi.

LA PIETRA FILOSOFALE:

E infine una curiosità che riguarda il primo film della serie. A causa della differenza tra il titolo inglese (Harry Potter and the Philosopher’s Stone) e quello americano dell’opera (Harry Potter and the Sorcerer’s Stone) gli attori hanno dovuto girare due volte le scene in cui veniva menzionata la pietra.

CINEMA

Collateral Beauty, film emozionante che invita a riflettere sulla vita e sulla morte

Collateral Beauty è un film che emoziona. Tu pensi che Will Smith avesse bisogno di Gabriele Muccino per interpretare un buon film, e invece ci voleva David Frankel, già regista de Il Diavolo veste Prada, affinché l’ex Principe di Belair desse quella che forse ad oggi è la sua migliore prova d’attore.

Qui Smith è Howard Inlet, pubblicitario divorziato che non riesce a superare la morte della sua bambina, e manda letteralmente all’aria tutta la sua vita, non solo personale, ma anche quella professionale.

Will Smith, Kate Winslet, and Michael Peña in Collateral Beauty (2016)

A far da supporto a Smith un cast di primo livello. Sono ben tre i premi Oscar (tutti rigorosamente britannici) che recitano in questa pellicola, da Kate Wislet a Keira Knightley, passando per Helen Mirren.

È Natale, sono passati due anni dalla morte della figlia di Howard e i suoi colleghi e soci, preoccupati per l’andazzo dell’azienda, decidono di ingaggiare tre attori di una piccola compagnia teatrale affinché interpretino la Morte, l’Amore e il Tempo, tre elementi della vita dell’Uomo cui Howard, in un momento di grande rabbia e profonda disperazione, ha scritto delle lettere piene di disprezzo e rancore.

Collateral Beauty, letteralmente bellezza collaterale, è un film sulla Vita, sul suo più profondo significato, e ci spinge a ricercare quella bellezza collaterale in tutte le cose, anche quelle più dolorose e brutte.

Will Smith and Keira Knightley in Collateral Beauty (2016)

La pellicola sottolinea quanto tutto sia relativo, come i limiti temporali che noi stessi ci poniamo, incasellando il nostro cammino terreno, che qui diventa filosoficamente indefinito, in un razionale sistema mentale di ore, giorni, mesi, anni.

Durante il film recitazione e vita si confondono e si sovrappongono, al punto da non sapere più se i tre attori stiano interpretando un ruolo oppure se lo incarnino per davvero, lasciando la pellicola sospesa a metà tra il dramma e il fantasy per un risultato che incuriosisce, sorprende, fa riflettere.

Bellissimo il ruolo di Brigitte (la Mirren), attrice bohémien che trova nel ruolo della Morte il riscatto di un’intera esistenza, dimostrando che uno spettacolo, seppure per un solo spettatore e senza applausi, varrà sempre la pena di essere interpretato. L’attrice inglese, settantadue anni, è riuscita a dare anima e corpo ad una parte brillante e profonda, quasi oscurando le colleghe più giovani, dimostrando che la recitazione è anche, e a volte soprattutto, classe, la stessa che le aveva fatto conquistare la statuetta agli Academy nel 2007 per il ruolo della Regina Elisabetta II in The Queen.

Uscito nelle sale lo scorso gennaio, arriva adesso in home video. Collateral Beauty è una grande lezione a volgere lo sguardo verso quel grande disegno che spesso la frenesia della vita, i dolori, la routine quotidiana ci fanno dimenticare, e di quanto anche una tragedia possa essere un forte momento di crescita personale, e un invito a vivere con maggior pienezza e consapevolezza la nostra esistenza.

Il film ci ricorda che il tempo può improvvisamente trasformarsi in tiranno avido, calando il sipario su di uno spettacolo chiamato Vita che noi tutti siamo deputati a recitare come protagonisti assoluti.

ART NEWS

Frida Kahlo oltre il mito: al MUDEC di Milano nel 2018

Frida Kahlo e l’Italia, una storia d’amore destinata a continuare. È dal 2014 infatti che i musei del nostro paese hanno proposto mostre sulla figura della pittrice messicana. Dal prossimo 1 febbraio al 3 giugno 2018 è la volta del Mudec, il Museo delle Culture di Milano, gestito dal Comune e dalla divisione Cultura del Gruppo Sole 24 Ore.

Frida Kahlo. Oltre il mito, questo il titolo della mostra, sarà anche l’occasione per celebrare l’artista, oggetto di una vera e propria fridamania.

Mostre, ma anche libri e film. L’Italia è pazza della Kahlo e questa nuova esposizione ne è la conferma.

Una mostra che scava “nel profondo delle sue relazioni, dei suoi interessi e della sua poetica” dice il curatore Diego Sileo, che lavora al progetto da sei anni e ha avuto accesso all’archivio ritrovato nel 2007 in Casa Azul, dimora dell’artista a Città nel Messico: «Nel migliore dei casi la sua pittura è stata interpretata come semplice riflesso delle sue vicissitudini personali o, nell’ambito di una sorta di psicoanalisi amatoriale, come un sintomo dei suoi conflitti e disequilibri interni».

È forse un caso anomalo per un artista che la sua vita sia così prepotente e forte da oscurare quasi l’opera stessa: «l’opera si è vista rimpiazzata dalla vita e l’artista ingoiata dal mito».

Ed è questo che la mostra si propone di fare, porre soprattutto l’accento sulla produzione artistica di Frida. Per farlo il museo milanese esporrà al pubblico oltre 100 dipinti e opere, molte delle quali mai esposte in Italia e, addirittura, in Europa: quadri, ma anche disegni e fotografie scattate dalla stessa artista.

Con questa rassegna sarà possibile scoprire un lato segreto e forse poco noto della vita di Frida Kahlo, attraverso fonti e documenti inediti, come le risposte alle lettere che inviava a una vasta platea di persone.

La mostra è stata suddivisa in cinque grandi nuclei tematici che raggruppano le opere della Kahlo per politica, donna, violenza, natura, morte.

Provenienti dal Museo Dolores Olmedo di Città del Messico e dalla Jacque and Natasha Gelman Collection. Ma alcuni dipinti provengono anche da musei statunitensi come il Phoenix Art Museum, il Madison Museum of Contemporary Art e la Buffalo Albright-Know Gallery.

Nel frattempo per chi invece vuole scoprire qualcosa sulla figura dell’artista, c’è un iconico film con Salma Hayek, Frida, vincitore di ben due premi Oscar come miglior colonna sonora e miglior trucco nel 2003.

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Ferzan Ozpetek: “Napoli Velata” sarà un thriller con Giovanna Mezzogiorno

È un Ferzan Ozpetek emozionante e emozionato quello che si presenta sul palco del MANN Festival, la prima edizione della sette giorni di eventi organizzata dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che terrà compagnia turisti, visitatori, napoletani e non fino al prossimo 25 aprile.

Intervistato dalla giornalista Titta Fiore, il regista di Mine Vaganti parla della sua Istanbul, così simile a quella Napoli che sarà protagonista del suo prossimo film, Napoli Velata, le cui riprese cominceranno ufficialmente il 13 maggio 2017.

Ozpetek parla di cinema, del suo naturalmente, ma anche di ciò che guarda da spettatore appassionato-esperto. Gomorra, in primis, che ammira per il ritmo e che non associa alla Napoli che invece intende raccontare; ma il regista si lascia andare anche sulle sue letture, e su come Elena Ferrante, con la sua quadrilogia di romanzi de L’Amica geniale, che presto diventerà una serie televisiva anch’essa ambientata nel capoluogo partenopeo, abbia letteralmente catalizzato la sua attenzione di lettore. Ancora una volta la protagonista dei suoi pensieri sembra sempre lei, Napoli, la città che da qualche tempo ormai sente anche un po’ sua, non solo per i suoi esordi come aiuto regista di Massimo Troisi all’inizio degli anni ’80, che ricorda con grande affetto e stima, ma anche per La Traviata che ha diretto e che ritorna per la terza volta al Teatro San Carlo proprio nelle prossime settimane.

Giovanna Mezzogiorno in “La finestra di fronte”, 2003

È sibillino Ozpetek quando parla di questo suo nuovo progetto e, a denti stretti, in merito dice: «È la storia di una donna che è Giovanna Mezzogiorno». L’attrice torna dunque davanti alla macchina da presa del regista a quattordici anni da La finestra di fronte, uno dei tanti, grandi, successi che ha messo d’accordo tutti, pubblico e critica. Ma al regista questo non sembra importare molto. L’importante è che i suoi film suscitino reazioni, finanche negative, purché non lascino lo spettatore indifferente.

E sarà probabilmente così anche per Napoli Velata che, un po’ a sorpresa, Ozpetek anticipa che si tratterà di un thriller, genere decisamente diverso dai toni burleschi delle sue commedie recenti o da quelli un po’ cupi degli esordi: «Ci sono molti attori napoletani – dice senza fare nomi – questo è il momento più strano perché io ancora non ho fatto la lettura della sceneggiatura con gli attori, quella è la fase che cambia tutto, cambia il mio sguardo verso il film».

“Bisognerebbe parlare di questa città in modo diverso” continua il regista, che in qualche modo prende quasi le distanze da quella Gomorra televisiva che ammira tanto, anticipando che andrà a raccontare una città altra.

Maria Pia Calzone in Gomorra, 2014

Incalzato dalla Fiore, Ferzan svela che nel cast ci sarà anche l’attrice Maria Pia Calzone (che proprio in Gomorra era Donna Imma) e che ha fortemente voluto.

Tra le potenziali location della pellicola potrebbe esserci il Cimitero delle Fontanelle o un altro luogo che il regista non rivela: «Le Fontanelle è un posto cui io rinuncerei volentieri perché l’hanno usato tante volte. È adattissimo alla storia del film, è giustissimo. Però c’è un altro luogo che mi piace di più che non vi svelo. Se mi danno quel luogo lì, mollo immediatamente».

In chiusura Ferzan si rivela anche sorprendentemente spirituale, parlando di “segni”, coincidenze e fede, scoprendosi un perfetto devoto napoletano: «Sono andato pure subito in visita a San Gennaro».

CINEMA

A cinquant’anni dalla morte, 10 film per ricordare Totò

C’è una ricorrenza molto importante per i napoletani che ricorre quest’anno, e per l’esattezza, il prossimo 15 aprile. È quella del cinquantenario dalla morte di Antonio De Curtis, per tutti semplicemente Totò, scomparso nel 1967 all’età di sessantanove anni.

Credo non esista napoletano al mondo che non lo conosca e non lo ami.

Totò

Attore, sceneggiatore, ma anche compositore, ha recitato in oltre cento film, collaborando tra gli altri con Luigi Comencini e Eduardo De Filippo. Noto a tutti come “il principe della risata”, per la vena ironica delle sue commedie, nascondeva dentro di sé grandi malinconie, come dimostra l’intenso brano che ha scritto nel 1951, Malafemmina, entrato di diritto nella canzone classica napoletana e dedicato all’abbandono di sua moglie Diana.

Uomo di grande sensibilità, ha composto anche poesie in dialetto che oggi sono ben radicate nella cultura napoletana. Una su tutte ‘A livella, perfetta incarnazione di una ricorrenza, quella del 2 novembre, molto sentita nella natia Napoli.

Non si può non parlare di Totò senza fare accenno al suo cuore straordinario. Mi piace ricordare un aneddoto molto bello, che anche i napoletani un po’ si tramandano con orgoglio: pur essendosi trasferito da anni a Roma, Totò si faceva accompagnare dal suo autista nel Rione Sanità, quartiere d’origine dell’attore, dove metteva delle buste con del denaro sotto le porte dei bassi. Sono tantissime le opere di beneficenza che faceva l’attore, soprattutto negli ultimi anni della sua vita, che fa comprendere la vera grandezza dell’Uomo prima dell’artista che tutti noi abbiamo imparato a conoscere sul grande schermo.

Da napoletano, e da fan sfegatato, è difficile scegliere, in una filmografia vasta come la sua, le pellicole che sono maggiormente rappresentative. Tuttavia per quelli che vogliono conoscerlo, e per chi invece vuole celebrare questo mezzo secolo senza di lui, stilo questo elenco di film che non mi stancherei e non mi stancherò mai di vedere:

  1. 47 morto che parla, regia di Carlo Ludovico Bragaglia (1950): Totò interpreta un irresisistibile quanto tirchio Barone Antonio Peletti, che si crede anima vagante per un tiro che gli fanno i suoi compaesani per spingerlo ad un atto di generosità. Memorabile la sua battuta: “…e io pago!”.
  2. Un turco napoletano, regia di Mario Mattioli (1953): prima di una trilogia di trasposizioni cinematografiche delle omonime commedie teatrali di Eduardo Scarpetta. Qui Totò interpreta un donnaiolo che per circostanze di cose si finge turco, e quindi erroneamente è creduto eunuco, e viene messo a guardia della moglie e della figlia del suo datore di lavoro.
  3. Miseria e Nobiltà, regia di Mario Mattioli (1954): altra commedia di Scarpetta. Forse la più famosa e amata tra tutte. Totò qui è il poverissimo scrivano Felice Sciosciammocca, che con l’amico Pasquale Catone si fingono i nobili parenti del giovane marchesino Eugenio, che vuole così chiedere la mano della fidanzata, considerata indegna dalla vera famiglia di origine. Nel cast c’è anche una giovanissima Sophia Loren, tante le battute celebri, ma la scena più famosa è quella in cui un affamatissimo Totò mangia degli spaghetti con le mai.

    Totò con Mike Bongiorno in una scena del film “Lascia o raddoppia?”
  4. Totò lascia o raddoppia?, regia di Camillo Mastrocinque (1956): forte del successo dell’omonimo programma televisivo, Totò qui è il Duca Gagliardo della Forcoletta, esperto di ippica, che prende parte alla nota trasmissione rai. Nel film anche Mike Bongiorno, che all’epoca presentava il programma, dove interpreta se stesso. Accanto a Totò l’immancabile Carlo Croccolo nei panni del fedele maggiordomo.
  5. Totò, Peppino e la… malafemmina, regia di Camillo Mastrocinque (1956): film che dà inizio alla fortunata coppia Totò e Peppino (con un Peppino De Filippo “spalla”-protagonista). Qui i due sono i fratelli Capone, contadini del sud, che mandano il loro nipote Gianni a studiare medicina a Roma e lo raggiungono a Milano dove temono si sia perso con una donna di malaffare. Memorabile la scena della lettera, vero caposaldo della commedia italiana. Nel cast anche Teddy Reno nei panni di Gianni, dove canta il brano Malafemmina che dà il titolo al film.
  6. Totò, Peppino e i fuorilegge, regia di Camillo Mastrocinque (1956): alla già collaudata coppia Totò-Peppino si aggiunge in questo film anche Titina De Filippo che qui è la moglie tiranna e tirchia di Totò. Per sottrarle del denaro, i due fingono un rapimento, fuggendo con la somma del riscatto per una settimana di bagordi a Roma.
  7. Signori si nasce, regia di Mario Mattioli (1960): è uno dei miei film preferiti in assoluto. Età giolittiana. Qui Totò è il Barone Pio Degli Ulivi, nobile squattrinato che dilapida tutto il suo patrimonio in compagnia delle donne di una compagnia di teatro che frequenta. Un ruolo che è agli antipodi di quello del 1950, ma che è altrettanto esilarante.

    Totò nella celebre scena della Fontana di Trevi nel film Totòtruffa 62
  8. Totòtruffa ’62, regia di Camillo Mastrocinque (1961): in coppia questa volta con un bravissimo Nino Taranto, sono una coppia di ex trasformisti di teatro, che si ritrovano invece a far truffe per vivere. Famosissima la scena in cui Totò cerca di vendere la Fontana di Trevi a Roma ad un turista di passaggio.
  9. Che fine ha fatto Totò Baby?, regia di Ottavio Alessi (1964): chiaro il riferimento, fin dal titolo, al noto film con Bette Davis, Che fine ha fatto Baby Jane?. Qui Totò è in coppia con Pietro De Vico, che interpreta suo fratello che, così come Joan Crawford nel film originale, è del tutto vittima della follia (qui omicida) di suo fratello maggiore. Il film si concluderà nello stesso identico modo: riproponendo una folle danza con dei gelati in mano su di una spiaggia. Precursore di quello che sarà lo humor nero.
  10. Totò d’Arabia, regia di José Antonio de la Loma proprio con Totò. Anche qui, come suggerisce il titolo, è chiaro il riferimento al film Lawrence d’Arabia. Di tutti quelli elencati, questo è probabilmente l’unico a colori. Qui Totò è un domestico a servizio dell’Intelligence britannico, che viene fortuitamente ingaggiato come agente 00-sbarrato-8. Quello zero in più, richiamo al noto 007, Totò si arroga il diritto di avere la licenza di uccidere, rubare, truffare. La missione lo porterà tra le roventi sabbie del Kuwait.

Da non perdere inoltre tre pellicole in cui Totò interpreta solo un cameo: Arrangiatevi!, pellicola sulle case chiuse, in cui è lui a fare da “spalla” a Peppino De Filippo; Napoli Milionaria, che interpretò senza compenso in virtù della profonda amicizia con Eduardo De Filippo; e infine (uno dei miei preferiti) Operazione San Gennaro di Dino Risi, dove Totò è un boss che comanda la malavita locae anche dal carcere di Poggioreale, in un piccolo ma significativo ruolo, con un grandissimo Nino Manfredi e una bellissima Senta Berger.

Mi auguro di aver trasmesso, con questo piccolissimo omaggio, la curiosità di scoprirlo o di riscoprirlo per quanti già conoscono un vero artista sulla scena e un grandissimo maestro di vita vera.

CINEMA

Cosa aspettarsi dal nuovo film Disney “La Bella e la Bestia”

Emma Watson e Dan Stevens nella scena del ballo

Una fedele riproposizione live-action del cartone animato del 1991. È questa la nuova versione de La Bella e la Bestia, film nelle sale dal 17 marzo con Emma Watson, che riporta al cinema la favola di Jeanne-Marie Leprince de Beaumont.

Stesse scenografie, stessa “iconografia” disneiana, stessa musica. Le differenze tra il cartone originale e la pellicola cui si ispira sono pochissime. Sarà perché quello de La Bella e la Bestia è stato il primo cartone animato ad essere candidato agli Oscar come miglior film, sarà che le musiche originali invece la statuetta l’hanno vinta, ma formula che vince non cambia, e così un po’ stancamente forse la Disney l’ha riproposto, aggiungendovi però qualche effetto speciale in più.

Benché il film si rifaccia quasi totalmente all’omologo animato, i puristi del cartone animato avranno notato qualche sfumatura diversa nei testi delle canzoni che, quasi ci viene di cantare in automatico nella versione che tutti abbiamo imparato a conoscere ventisette anni fa.

Qui Emma Watson è Belle, incarnando perfettamente l’essenza della bella, diversa dalle altre ragazze del suo bel paesino in una indefinita area della Francia, che è un po’ strana agli occhi dei suoi abitanti, perché legge, perché, come un’eroina contemporanea, sogna l’indipendenza, perché a differenza delle altre non vuole sposare Gaston, il macho che tutte le ragazze desiderano con ardore.

Una trasposizione fedele, la cui sceneggiatura si distacca dal cartoon anni ’90 per pochi (e non indispensabili) momenti di brio. Persino i costumi sono chiaramente ispirati all’animazione Disney.

Se infatti in Maleficent la favola de La Bella Addormentata nel bosco era riletta da un inedito punto di vista, e con Cenerentola c’era stata l’aggiunta glamour dei costumi, la Bella e la Bestia è invece è l’esatta trasposizione, al punto che viene quasi da chiedersi se fosse davvero necessario farlo.

Ma è nella parte centrale che il film comincia ad emozionare, forte di una inedita e più adulta citazione di Shakespeare che sembra avvicinare i due protagonisti come novelli Paolo e Francesca. Galeotti dunque furono Romeo e Giulietta, la cui storia dona un tocco di immortale poesia ad una pellicola altrimenti piatta.

E all’improvviso si (ri)vive l’emozione della Bella che, con sguardo amorevole, va oltre l’orrendo (e simpatico) aspetto della Bestia.

Naturalmente irriconoscibile l’attore Dan Stevens, noto Matthew del serial Downton Abbey, dal cui cast la Disney è andata ancora a ripescare, per affidargli il ruolo della Bestia che, pochi sanno, si chiama in realtà Adam.

I fan della favola non resteranno delusi, e troveranno nella scena finale il medesimo pathos, ma non l’intenso Ti amo del cartone, a mio avviso tra i più belli della cinematografia mondiale.

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Colosseo. Un’icona: duemila anni di storia, a Roma fino al 7 gennaio 2018

Dall’avvio dei lavori nel 69 d.C. sotto l’imperatore Vespasiano al film Lo chiamavano Jeeg Robot del 2016, passando per le settecentesche raffigurazioni del Gran Tour e la PopArt romana di Olivo Barbieri. È davvero grandiosa, come l’opera che celebra appunto, la mostra che ripercorre i duemila anni del Colosseo, storia che è allo stesso tempo anche quella del nostro paese e della nostra cultura.

Colosseo Olivo Barbieri - internettuale
il Colosseo di Olivo Barbieri

Parte oggi fino al prossimo 7 gennaio 2018, Colosseo. Un’icona, straordinaria rassegna, all’interno dello stesso Anfiteatro Flavio, che si propone di mostrare anche aspetti inediti o poco noti di uno dei monumenti italiani più famosi e visitati al mondo.

Forma ellittica, 52 metri di altezza, 188 metri di “lunghezza” (asse maggiore) per 156 di “larghezza” (l’asse minore), per una superficie complessiva di 3357 metri cubi, che poteva ospitare fino a 73.000 persone, e che oggi invece accoglie oltre sei milioni di visitatori l’anno. Sono solo alcuni dei numeri di questo straordinario edificio, che ha visto nei secoli non solo i gladiatori, ma anche attività commerciale, residenziale e religiosa che caratterizzò la sua vita durante il Medioevo.

Con la riscoperta del mondo classico, anche il Colosseo esercita un grande fascino sulla società rinascimentale, ispirando architetti e pittori. Luogo di martirio, nel Cinquecento diventa simbolico teatro della Via Crucis.

Con la ripresa degli ideali dell’Antica Roma e l’ideale prosecuzione di ciò che fu l’Impero, nel ventennio fascista diventa ideologico proscenio del potere.

Roman Holiday
La locandina del film Vacanze Romane, 1953

È con i primi film peplum, i primi kolossal in costume, che il monumento entra nell’immaginario collettivo di tutto il mondo: da Quo vadis? con una giovanissima Sophia Loren a Mangia Prega Ama, passando per La Dolce Vita e La Grande Bellezza sono tanti i film che hanno celebrato Roma, e il Colosseo, sul grande schermo. Lo dimostra un film-documento, a cura di Silvana Palumberi per Rai Teche negli anni 2000, con una photogallery dei film selezionati, ma anche il filmato Nuovo Cinema Colosseo, corto che in 23 minuti raccoglie i più importanti film cui il Colosseo ha fatto da sfondo: dal Gladiatore a Vacanze Romane, da La commare a Roma di Fellini.

La rassegna si articola in dodici sezioni ordinate cronologicamente che, come capitoli di un libro, riassumono le tante vite dell’anfiteatro romano, con modelli, studi, disegni, dipinti. Come il Colosseo che Carlo Lucangeli realizzò tra il 1790 e il 1812.

Colosseo di Lucangeli - internettuale
il Colosseo di Carlo Lucangeli, 1790-1812

Tanti i materiali, esposti qui per la prima volta, che ricostruiscono la vita medievale del monumento romano, per un insieme complessivo di centocinquanta opere e filmati rari, ottenuti grazie alla sinergia con l’Istituto Luce, Cinecittà, a cura di Giorgio Gosetti e Lorenza Micarelli – e la Casa del Cinema.

Curata da Rossella Rea, Serena Romano e Riccardo Santangeli Valenzani, con progetto di allestimento di Francesco Cellini e Maria Margarita Segarra Lagunes, la rassegna è promossa dalla Soprintendenza Speciale per il Colosseo e l’area archeologica centrale di Roma, con Electa, che per l’occasione pubblica anche The Colosseum Book, volume che propone alcuni dei tanti itinerari alla scoperta della fortuna post-antica dell’anfiteatro, con un’ampia raccolta di immagini a corredo, ma anche tante pagine letterarie che lo hanno celebrato e ne hanno fatto una vera icona senza tempo dell’arte e dell’archeologia italiana nel mondo.

INTERNATTUALE

La parola di questo 2017 è “Karma”. Ecco cosa significa

Dalla musica al cinema passando per la parodia sul web, la parola di questo 2017 appena iniziato è sicuramente Karma. Sdoganata dalla vittoria di Francesco Gabbani sul palco dell’Ariston, con il brano Occidentali’s Karma, arriva adesso nelle sale con il film di Elio Germano che s’intitola, manco a dirlo, Questione di Karma.

Ma esattamente che cos’è il karma?

La parola che noi conosciamo come Karma deriva dal termine sanscrito kárman, spesso tradotto con atto, azione, compito, obbligo, nei testi sacri dei popoli arii, i veda, è intesa come atto religioso, rito. Per le religioni e filosofie indiane, è inteso come un agire volto ad un fine capace di attivare un principio causa-effetto, secondo il quale ad ogni azione ne corrisponde una di ritorno da parte del destino. Gli esseri senzienti, nella consapevolezza delle loro azioni, sono in qualche modo responsabili delle conseguenze morali che ne derivano.

Nelle religioni dell’India quali il Brahmanesimo, il Buddhismo, il Giainismo e l’Induismo, il karma vincola gli esseri umani al saṃsāra, dottrina inerente al ciclo della vita, di morte e rinascita.

Il karma è uno dei nuclei intorno al quale ruotano le discipline orientali, e le dottrine induiste in particolare. Esso è fortemente connesso al principio del mokṣa, che indica la salvezza dal perpetuo ciclo delle rinascite, ma anche, affine al nirvāṇa del buddhismo, il raggiungimento di una condizione spirituale superiore.

Il karma, apparentemente scanzonato, cantato da Gabbani all’ultimo Festival di Sanremo altro non è che quel “destino” che l’uomo contemporaneo, l’ormai nota scimmia nuda, squisitamente occidentale, prende con le sue mani, con azioni spesso superficiali, che l’hanno trasformato da animale sociale, di aristotelica memoria, ad animale social. L’uomo di oggi, se dovessimo paragonarlo ad un animale, sarebbe un narcisistico lupo solitario, feroce virtualmente quanto schivo nella vita vera, perennemente riflesso, come lo sfortunato dio greco, in una immagine sempre più lontana dalla realtà. Destinato ad inseguire un ideale di irreale imperfezione, rinchiuso nella solitudine della propria arroganza. Karma.

CINEMA

Natalie Portman, ambigua First Lady in “Jackie”

“Una cosa pubblicata è letta come verità?”. È probabilmente questa la domanda, fatta dalla stessa protagonista, che racchiude il senso di Jackie, il nuovo film di Pablo Larraín incentrato sulla figura di Jaqueline Kennedy. Nei panni dell’iconica First Lady l’attrice Premio Oscar Natalie Portman, che ritorna finalmente in grande spolvero dopo aver alternato film indipendenti e blockbusters fantasy, arrivando dritta ad una nuova nomination dopo la vittoria per Il Cigno Nero nel 2011.

Il film ripercorre i giorni che seguirono il 22 novembre del 1963, quando il Presidente degli Stati Uniti, John F. Kennedy, fu assassinato a Dallas da Lee Harvey Oswald durante una visita ufficiale.

Il regista di Neruda prova a restituire un’epoca con semplici artifizi cinematografici, come i colori originali delle pellicole che hanno registrato la storia, che si avvicendano al racconto della Portman quasi come immagini di repertorio, fornendo un’idea da prospettive inedite, enfatizzando quei momenti che hanno fatto la storia d’America: dalle celebri riprese della visita alla Casa Bianca, trasmessa in TV nel 1962, alle immagini dell’omicidio tristemente note in tutto il mondo.

natalie-portman-in-jackie-2016-internettualeÈ una Jackie controversa quella che viene fuori dalla narrazione del regista: gelida, a tratti glaciale, una donna emotivamente distrutta dalla morte di suo marito nel privato, ma allo stesso tempo attenta alla propria immagine pubblica e a come i media potevano trattarla o manipolarla.

Presentato all’ultimo Festival del Cinema di Venezia, il film è una lunga intervista giornalistica, a metà strada tra tono colloquiale e seduta psicologica, il cui racconto fa da contrappeso alle immagini del programma che la First Lady realizzò per lo show televisivo e a quell’aura di perfezione di cui si ammantava la Casa Bianca. Tuttavia lo spettatore è disorientato dai tempi dilatati della pellicola, dai silenzi, dalle pause attraverso le quali Larraín ambisce a dare una veste autorale (e autorevole) alla sua pellicola, più di quanto una sceneggiatura tutto sommato piatta non riesca a fare.

natalie-portman-in-jackie-2016-widow-internettualeStraordinaria l’interpretazione della Portman, che riesce a dare il volto ad una vedova affranta ed arrabbiata, intimamente addolorata per la sua perdita quanto ambiziosa per le disposizioni di un funerale il cui posto dietro al feretro si fa qui ambizioso proscenio, esasperata ricerca delle luci della ribalta di una donna che è riuscita a lasciare un segno.

ART NEWS, CINEMA

Arriva “Raffaello, il principe delle arti”. Il 3-4-5 aprile al cinema in 3D

Prosegue il matrimonio tra Sky e Nexo Digital. Dopo il successo degli Uffizi 3D e Musei Vaticani in 3D (contenuto d’arte più visto nella storia del cinema), arriva nelle sale cinematografiche Raffaello il Principe delle Arti. La pellicola arriva nelle sale il 3-4-5 aprile, ed è stata riconosciuta di interesse culturale dalla Direzione Generale Cinema del Mibact.

Dopo la collaborazione con i Musei Vaticani e Magnitudo Film arriva dunque questa quarta pellicola, ad un anno di distanza da San Pietro e le Basiliche Papali.

Prodotto da Sky 3D, Sky Cinema e Sky Arte, Raffaello – Il Principe delle Arti – in 3D è un ampliamento dei precedenti progetti cinematografici, che mette insieme nozioni di storia dell’arte, contestualizzazioni storiche, con l’intervento di esperti, e grandi riprese scenografiche a vantaggio della esasperata profondità d’immagine di questa tecnologia, che viene effettuata con l’ausilio della terza dimensione e dell’UHD, un’altissima definizione dell’immagine.

RaffaelloUn progetto, questo, che si ricollega anche ai precedenti con un percorso di storia dell’arte che va da Urbino a Firenze passando per Roma e in Vaticano, per un totale di 20 location e 70 opere capolavori, di cui oltre 30 di Raffaello.

Racconti esclusivi e punti di vista inediti con l’intervento di grandi critici d’arte come Antonio Paolucci, già presente nei progetti precedenti, ma anche Antonio Natali e Vincenzo Farinella.

Difficile provare a ricostruire la breve vita del maestro urbinate, si proverà a farlo attraverso dipinti dell’800 che testimoniano frammenti di vita di Raffaello.

A interpretare Sanzio nelle ricostruzioni storiche sarà l’attore Flavio Parenti (già visto in pellicole come To Rome with Love e Io sono l’Amore), mentre Angela Curri, vista di recente nella fiction rai La mafia uccide solo d’estate, incarnerà La Fornarina, donna amata dall’artista.

Ad affiancare i due attori ci saranno anche Enrico Lo Verso, nel ruolo di Giovanni Santi e Marco Cocci che dà il volto invece a Pietro Bembo.

Curatissimi i dettagli di quello che si preannuncia come un vero e proprio rifacimento, a metà tra documentario puro, spettacolo e fiction, con i costumi curati da due eccellenze del nostro paese, Francesco Frigeri e Maurizio Millenotti, che curano rispettivamente la scenografia e i costumi.

Un’ora e mezza di intrattenimento, prodotto da Magnitudo Film, che arriverà ad aprile nelle nostre sale per poi giungere in quelle di oltre sessanta paesi nel mondo su distribuzione di Nexo Digital.