ART NEWS

A Napoli arrivano 5 mummie di gatto. Ecco dove

Nella Sezione Egizia del Museo Archeologico Nazionale di Napoli abbiamo persino la mummia di un coccodrillo, ma forse delle mummie di gatto possono rappresentare una sorprendente novità persino per il sazio pubblico napoletano.

Da oggi infatti è possibile vedere ben cinque mummie feline di 2500 anni fa presso il Museo Orientale Umberto Scerrato dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, a palazzo du Mesnil di Via Chiatamone 62.

Le mummie risalgono ad un periodo compreso tra il 390 e il 170 a.C. La più lunga misura ben 56 centimetri, la più corta invece 31.

Si tratta di una specie nilotica e le altre quattro libiche. Al loro interno ci sono degli scheletri di gattini uccisi in onore delle divinità in età compresa tra i 4 e gli 8 mesi.

Questo genere di mummie presentano tratti somatici dipinti a inchiostro, con occhi rossi e neri. Nel mondo se ne contano soltanto 25 esemplari.

Un evento eccezionale dunque, se si considera che questo, come tengono a precisare i promotori della mostra, è l’unico gruppo di mummie di gatto in Italia.

Una di esse in particolare ha la caratteristica di un motivo decorativo molto raro, fatto di losanghe a spina di pesce, di cui ce n’è soltanto un altro al mondo.

Per tutte le altre informazioni:

http://museorientale.unior.it

TELEVISIONE

Paolo Sorrentino elegge un nuovo papa per una nuova produzione TV

Paolo Sorrentino elegge un nuovo papa, ma non si tratta del seguito dell’acclamata serie The Young Pope. Il regista Premio Oscar per La Grande Bellezza, sarà infatti impegnato nelle riprese di The New Pope, il nuovo Papa, una nuova serie, nuovamente in collaborazione con il canale americano via cavo HBO, che porterà di nuovo Sorrentino dentro le mura del Vaticano.

James Cromwell and Diane Keaton in The Young Pope (2016)

Ma non ci sarà Papa Belardo e Suor Mary, ovvero Jude Law e Diane Keaton questa volta, né, pare, si tratti di un seguito della prima fortunata serie.

I casting infatti per trovare il volto del nuovo pontefice e di tutti i personaggi che animeranno questa nuova serie sono appena cominciati. Forte della vendita in ben 110 paesi nel mondo di un telefilm ormai cult, questa nuovo serial è scritto dallo stesso Sorrentino in collaborazione con Umberto Contarello, ed è prodotta da Lorenzo Mieli e Mario Gianani per Wildside e co-prodotta da Mediapro. Distributore internazionale è FremantleMedia International.

Grande delusione dunque per chi aveva visto nel finale aperto di The Young Pope la possibilità di una seconda stagione che, a questo punto, sfuma completamente con questo nuovo progetto.

Ho sempre temuto i seguiti, le seconde stagioni le produzioni dovute ad un grande successo o comunque un prodotto il cui ciclo vitale sembra essersi esaurito già nel momento in cui si trasforma inconsapevolmente in un cult.

La produzione partirà alla fine del 2018.

Nel frattempo Toni Servillo, attore prediletto di Sorrentino, ha confermato da Fabio Fazio l’indiscrezione che circolava da tempo sul desiderio di girare un film intorno alla figura di Silvio Berlusconi da parte del regista napoletano. L’attore vestirà i panni del Cavaliere ed ex Premier, che per Sorrentino aveva già interpretato Giulio Andreotti ne Il Divo, e che ritorna adesso davanti alla macchina da presa dopo La Grande Bellezza.

LIFESTYLE

GUCCI: murales d’autore a Milano per celebrare la nuova linea limited edition

Arte e moda, un connubio che dura sin dalla notte dei tempi. Da sempre gli stilisti infatti si sono ispirati agli artisti, dimostrando quanto anche la moda potesse farsi arte essa stessa. Dalle sorelle Fontana, ispirate dai colori del rinascimento, a Yves Saint Laurant che scelse Mondrian, ognuno a suo modo trova la propria fonte d’ispirazione.

Cambiano i tempi e cambiano anche le mode e i modi, e non sono più soltanto gli artisti che trovano posto nelle sale museali a ispirare i grandi brand dell’haute couture, ma anche gli artist della scena contemporanea che promuovono la loro arte sui social.

Lo dimostra la maison Gucci, il cui direttore artistico, Alessandro Michele, ha scoperto su instagram l’illustratrice inglese Angelica Hicks. Lo stilista è rimasto letteralmente folgorato dallo stile brioso e ironico dell’artista, selezionando una serie dei suoi disegni per una collezione di T-shirt limited edition, che sarà lanciata il prossimo 25 maggio sul sito ufficiale della casa di moda.

Undici le t-shirt, per altrettanti soggetti, per ognuno dei quali sono stati prodotti 100 pezzi, per un totale di 1100 t-shirt su distribuzione mondiale, con una speciale etichetta che indicherà anche la numerazione per ogni serie.

Per il lancio di questa linea Gucci ha chiesto all’illustratrice di “vestire” i muri di Milano, con un’installazione in Largo la Foppa, dopodiché questo spazio all’aperto nel cuore del capoluogo lombardo continuerà ad ospitare altri progetti artistici fino alla fine dell’anno, così come è già successo a New York.

Per l’occasione, oltre alla presentazione dei due murales, Gucci celebrerà l’evento con una cena il prossimo 18 maggio newyorkese.

L’arte di Angelica Hicks è a metà strada tra disegno, cartone animato, parody, seguendo un po’ le mode e i gusti shabby che da qualche tempo si stanno propagando nel design e nella moda. Una limited edition che si propone di essere romantica e divertente al tempo stesso e, come dice la stessa autrice parodiando persino Donald Trump, chic. Perché il suo motto è make America chic again, rendere l’america di nuovo chic.

TELEVISIONE

TREDICI… ragioni per vedere il nuovo serial Netflix

copertina della nuova edizione del libro di Jay Asher, Mondadori

La serie televisiva del momento è TREDICI, nuova produzione Netflix, che ritorna protagonista assoluta con una produzione originale. Il serial ha subito raccolto consensi di pubblico e critica. Un teen drama, manco a dirlo, in tredici episodi, che si è subito distinto per la qualità dei suoi contenuti. Non il classico telefilm glamour sugli adolescenti, che snocciola patemi d’amore e di vita, ma un vivido affresco sulla gioventù di oggi, custode inconsapevole del nostro futuro.

13 Reasons Why, questo il titolo originale della serie, che tradotto sta più o meno per 13 Motivi per cui…, ruota intorno alla figura di Hannah Baker (Katherine Langford, al suo debutto televisivo da protagonista) che decide di togliersi la vita, registrando però tredici audiocassette dove in ognuna spiega una ragione per cui ha deciso di compiere il gesto estremo.

Un flashback che incuriosisce lo spettatore sin dai primi minuti, quando il giovane Clay Jensen si ritrova con una scatola contenente le registrazioni, che indicano anche lui tra le ragioni del suicidio.

Prosegue quindi, per la piattaforma di streaming video a pagamento più diffusa al mondo, la nostalgia degli anni ’90 e, dopo il successo del paranormale Stranger Things, propone adesso un’altra serie che occhieggia a quelli che sono diventati grandi classici del piccolo schermo, mixando drama ad atmosfere a metà strada tra Twin Peaks (altro grande ritorno di questa stagione) e Stephen King.

Lo scorso marzo l’Hollywood Reporter ha anticipato che Netflix ha già commissionato una seconda stagione del telefilm.

Molto bravi gli attori, a cominciare da Katherine Langford perfetta nel ruolo di adolescente un po’ torbida e turbata, che vive le problematiche di una qualsiasi adolescente. Tante le tematiche affrontate nel telefilm, dal suicidio al (cyber) bullismo, passando per la violenza sessuale.

Ispirata all’omonimo romanzo di Jay Asher del 2007, la serie, come di consueto per Netflix, è già stata interamente pubblicata sulla piattaforma il 31 marzo scorso, trasformandosi in poche settimane prima in cult e poi in vero e proprio fenomeno mediatico.

E se proprio vogliamo trovare, parafrasandone il titolo, tredici ragioni per guardare questa nuova produzione di certo possiamo annoverare: per l’attore Dylan Minnette (che interpreta l’inquieto Clay), la talentuosa Katherine, per il documentario Tredici: oltre in cui produttori e psicologi affrontano le tematiche trattate, per le controversie che ha generato sulla stampa americana (e che senza dubbio faranno discutere), per scoprire una versione inedita della cantante e attrice Selena Gomez (che qui è produttrice esecutiva), per il ruolo ricorrente di Kate Walsh (indimenticata dottoressa Montgomery di Gray’s Anatomy), per comprendere le ragioni della censura che il telefilm ha avuto in alcuni paesi come la Florida, per (ri)scoprire il romanzo originale edito in Italia da Mondadori, per un teen drama che fa riflettere, per le tematiche poco trattate in TV ma di grande attualità, per entrare nella psicologia di una ragazza come tante apparentemente felice, per scoprire come potrebbe svilupparsi la trama della seconda stagione, per scoprire qual è il ruolo del protagonista nella morte della giovane Hannah.

Unica pecca, forse, quella della nostalgia per il passato. Dubito che degli adolescenti nati tra la fine e gli inizi degli anni 2000 possano conoscere, o quantomeno sentire la mancanza, di un passato analogico, affidando le proprie memorie a delle vecchie (e senza dubbio più scenografiche) audiocassette. Nell’era digitale sarebbe stato più logico, seppur meno suggestivo, che Hannah affidasse la sua storia all’iPhone, ad un iPad o qualsiasi altro strumento del web 2.0; io stesso, che appartengo invece ai millennials, faticherei a trovare uno stereo o un registratore analogco su cui imprimere la mia voce.

In compenso i fan troveranno tutte le risposte, o forse no, nell’ultimo episodio della stagione che, sin dalla prima puntata, promette già molte sorprese e colpi di scena.

LIFESTYLE

Napoli: pizza fritta col gelato, mentre i “pizzaiuoli” si candidano a patrimonio UNESCO

Se uno dei piatti più popolari cinesi è il gelato fritto, che da sempre desta curiosità e stupore, a Napoli c’è chi il gelato lo inserisce addirittura nella pizza fritta. È successo nell’Antica Pizzeria Masardona, a due passi dalla stazione centrale, che dal 1945 prepara buonissime pizze fritte. Un successo di qualità e gusto che ha portato la pizzeria dritta fino a Ibiza, dove la Masardona ha aperto una sede nel cuore della movida spagnola.

L’antica pizzeria ha così realizzato la prima pizza fritta della storia fatta con il gelato, postando, per la sua presentazione ufficiale, un video sulla propria pagina facebook. Questo insolito mix, perfetto equilibrio di dolce e salato, viene realizzato in collaborazione con un altro storico brand del food napoletano, la gelateria Casa Infante. Da questi due colossi arriva un’invenzione destinata a stravolgere, e senza dubbio lasciare il segno, nella tradizione culinaria napoletana.

È a Napoli infatti che la pizza è stata inventata nell’ormai lontano 1880, dall’idea di un panettiere napoletano, Raffaele Esposito, che creò un piatto che rievocasse i colori della nostra bandiera in onore della Regina Margherita di Savoia da cui, manco a dirlo, prende il nome. Oggi la pizza è, insieme alla pasta, il simbolo dell’Italia nel mondo. Ma non è la prima volta che a Napoli si prova a darne una versione diversa sposandola con le gastronomie più disparate.

Già nel 2015 Gino Sorbillo, vero e proprio artista della pizza a Napoli, sempre attento all’alta qualità e alla coltivazione biologica dei suoi ingredienti, aveva collaborato con la nota gelateria napoletana, creando il “gelato di pizza napoletana”: gelato di fiordilatte (rigorosamente di Vico Equense), confettura di Pomodoro San Marzano Dop (Presidio Slow Food), Gustarosso, sbriciolata di pizza con Farina di Agricoltura Biologica cotta a legna. Il tutto non poteva che essere spolverizzato con basilico liofilizzato campano.

L’invenzione della nuova pizza fritta con il gelato arriva proprio in concomitanza dell’annuncio della raccolta di 1,3 milioni di firme in oltre 50 paesi nel mondo di una petizione a sostegno proprio dell’arte dei pizzaiuoli napoletani come patrimonio immateriale dell’umanità UNESCO.

A rivelarlo Alfondo Pecoraro Scanio durante la Milano Food Week. L’ex ministro era infatti promotore della campagna #pizzaUnesco, e ha precisato che l’obiettivo è quello di raggiungere i due milioni di firme in almeno 100 paesi entro questo autunno.

LIFESTYLE

Blowhammer, brand dello urban-style italiano

Quando indossi una t-shirt Blowhammer è come sentirti avvolto da un morbido abbraccio. È così che mi sono sentito indossando una maglietta che, ne sono sicuro, sarà senza dubbio il trend di questa estate e senza dubbio un must da indossare per sentirsi alla moda. Non solo perché il brand ha dedicato la stampa di un modello di punta ad una scimmia, sdoganata da Gabbani un po’ su tutte le reti, ma anche perché l’ha declinata in un colore a metà tra l’azzurro e l’acquamarina, cui fa da sfondo un intenso antracite.

Blowhammer è un giovane brand italiano che nasce proprio nel maggio del 2013 e si è proposto di creare uno stile underground distante da quello statunitense/estero cui siamo abituati, ma che avesse personalità e carattere e di distinguesse per la sua italianità.

Mi sono divertito molto ad andare in giro per la città avvertendo questa sensazione di indossare qualcosa di originale ed esclusivo eppure allo stesso tempo alla moda e giovane. Mi sono cimentato nel fare qualche scatto nel centro storico di Napoli, a due passi da San Gregorio Armeno, coniugando questo stile urban con la storia della città di partenope.

A creare questo marchio sono stati tre giovani poco più che ventenni, uniti soltanto da passione, entusiasmo, determinazione. Erano scarse le possibilità di investimento in promozioni e campagne e si riassumevano per lo più nel passaparola dei social. Facebook soprattutto, ma anche Instagram.

Dal 2014 però il fatturato del brand è cresciuto di oltre il 1000%, passando dai 5 dipendenti iniziali alle 25 figure professionali che con lo stesso entusiasmo e la stessa passione continuano a dare vita ai prodotti che oggi è possibile acquistare on-line.

Il risultato sono collezioni che prendono spunto anche dalla natura, dagli animali, dall’arte fondendo opere quali il David di Michelangelo a forme e geometrie moderne, o ricreando con scimmie e colori giochi a metà strada tra moda urbana e pop-art.

www.blowhammer.com

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La Traviata orientale di Ferzan Ozpetek strega il San Carlo fino al 5 maggio

È una Traviata Turca, parafrasando il titolo di un noto film di Totò, quella con cui Ferzan Ozpetek ritorna al Teatro San Carlo di Napoli. E l’impronta cinematografica del regista de Le Fate Ignoranti, che firma di nuovo l’opera di Giuseppe Verdi dopo l’esordio nella stagione 2012/2013, è palese. A cominciare dall’overture che qui si fa quasi titolo di testa, con la proiezione gigante del volto di Violetta, la soprano Maria Mudryak, che con il suo sguardo interpreta la musica che di lì a poco la vedrà protagonista assoluta della scena.

Poi il buio. Il sipario si alza, mentre gli ultimi flash di macchine fotografiche e smartphone sovversivamente tentano di fermare la magia di quell’istante, lampeggiando nella sala scura come fulmini in lontananza tra le nubi.

Bellissima la scenografia, ad opera del premio Oscar Dante Ferretti, che in apertura restituisce allo spettatore una bellissima casa dell’alta borghesia francese di chiara influenza orientale. Tappeti, specchi, narghilè, cuscini disseminati un po’ ovunque sul pavimento, gli arredi, persino la carta da parati esprimono uno squisito gusto mediorientale.

Ozpetek infatti sposta in avanti le lancette del tempo: nella versione del regista Violetta non vive nel XIX secolo come nel testo originale, ma nella Parigi d’inizio ‘900, quella della Bella époque, quando la (ri)scoperta dell’Oriente influenzò il design e la moda.

Gli spettacoli, già tutti sold out, hanno visto il debutto della giovane Mariangela Sicilia nel ruolo della protagonista, che si è alternata a Maria Grazia Schiavo e Maria Mudryak.

Ed è perfettamente a suo agio la Mudryak, giovane soprano kazako, nei sontuosi costumi che Alessandro Lai ha disegnato per la sua Violetta Valéry, catturando l’attenzione sulla giovane protagonista, fasciata da un elegante abito di velluto rosso con ricami ottomani, di spilbergiana memoria, che metaforicamente la isola dalle altre figure femminili che compongono il bellissimo quadro d’apertura di una festante società borghese del XX secolo.

La Mudryak si muove altera e spavalda, e il primo atto si conclude così presto che quasi sembra duri più l’intervallo, tanta è l’attesa per il proseguo della storia.

Violetta è una donna dal passato turbolento, di cui si innamora, ricambiato, l’altoborghese Alfredo Germont.

Le luci si riaccendono, e quasi mi sembra di aver dimenticato di trovarmi nel teatro d’opera più antico d’europa. Mi ci vuole qualche istante per guardarmi intorno e apprezzare il fasto, l’eleganza delle lampade, la raffinatezza delle decorazioni dei palchi, sulle quali il suono scivola e si riverbera nell’aria creando un’acustica perfetta.

Guardo le reazioni degli spettatori intorno a me, ed è chiaramente percepibile l’euforia che gli attori trasmettono con le loro voci vibranti e la loro interpretazione di uno spartito che continua a stregare il mondo dal 1853 su libretto di Francesco Maria Piave.

È più lungo il secondo atto, che si divide tra il breve idillio amoroso di Violetta con il suo amato Alfredo, e il sacrificio che le chiede il padre di lui affinché suo figlio non si accompagni a una donna di dubbia morale che potrebbe mettere a repentaglio il buon nome della famiglia e in pericolo il matrimonio dell’altra sua figlia con un giovane di nobile casato.

Bellissimo il duetto tra Violetta e Giorgio Germont, il padre di Alfredo, cui dà voce il baritono Marco Caria, che sfodera una intensa capacità interpretativa, al punto da oscurare in più momenti lo stesso Alfredo, il giovane Matteo Falcier.

La Traviata che con quasi 700 recite è l’opera più rappresentata al Lirico di Napoli, si conferma come storia senza tempo e straordinariamente contemporanea, denunciando quanto il pregiudizio e le convenzioni sociali talvolta siano più forti di un amore che prova a riscattare un’eroina tragica dal suo turbolento passato.

ART NEWS

La pop-art italiana alla Galleria d’Arte Moderna Pizzinato a Pordenone

Da qualche tempo stiamo assistendo ad una vera e propria haute couture dell’arte. Non ci sono passerelle qui, ma musei che diffondono il gusto, quello culturale s’intende, per le tendenze espositive. Se al Museo del Novecento a Milano Boom 60 occhieggiava alla comunicazione mediatica degli anni ’50 e ’60 in pieno boom economico, alla Galleria d’Arte Moderna Armando Pizzinato di Pordenone il 13 maggio 2017 arriva una mostra che mette insieme i maggiori esponenti della Pop Art italiana. Il mito del pop percorsi italiani, questo il titolo della rassegna a cura di Silvia Pegoraro, riunisce una ventina di artisti per un totale di settanta opere selezionatissime. Mimmo Rotella, Tano Festa, Franco Angeli e Mario Schifano sono solo alcuni dei nomi messi insieme per dar vita a qualcosa di unico e irripetibile. Alcuni dei lavori che troveranno posto lungo il percorso non sono mai stati esposti al pubblico e si affiancheranno ai famosi décollages-collages dei manifesti pubblicitari rotelliani, alle lupe e le acquile di Angeli o le riletture di Michelangelo e dei grandi maestri di Festa.

Galeotta fu la Biennale di Venezia che nel 1964 celebra la pop-art statunitense.

Immagini che coniugano il boom economico al fascino senza tempo della dolce vita: «È il momento – afferma l’Assessore alla Cultura del Comune di Pordenone Pietro Tropeano – di avviare l’approfondimento e la rilettura di un movimento artistico italiano di grande importanza com’è quello della Pop Art in Italia che ha avuto tanti protagonisti in un periodo tra i più vivaci dell’arte contemporanea nel nostro paese».

L’esposizione, che resterà aperta al pubblico fino al prossimo 8 ottobre, è promossa e organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Pordenone, in collaborazione con l’Ente Regionale per il Patrimonio Culturale della Regione Friuli Venezia Giulia, con il contributo di Fondazione Friuli, e il sostegno di Crédit Agricole Friuladria e Itas Mutua.

Una mostra che ricorre nel trentennale della morte di Ettore Innocente, grande esponente della pop art italiana, al quale è dedicata la locandina dell’evento, e che acquista così una connotazione celebrativa di un gusto sempre attuale e di una figura che ha contribuito a renderlo grande agli occhi del mondo, diffondendo quello stile tipicamente italiano: «Il gusto tutto europeo e italiano, prima ancora che nei riferimenti alla tradizione artistica, si manifesta – afferma la curatrice – in tutti questi artisti nella forte istanza di intervento artigianale/manuale, lontana dalle tecniche prettamente industriali utilizzate dalla Pop americana. Una originalità che le opere in mostra confermano. Evidenziando che, fondamentale nel confronto, è soprattutto l’inclinazione degli italiani a lavorare su stereotipi culturali, anziché soltanto su oggetti-merce e su immagini della comunicazione di massa, con una più spiccata manipolazione delle immagini».

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Ferzan Ozpetek: “Napoli Velata” sarà un thriller con Giovanna Mezzogiorno

È un Ferzan Ozpetek emozionante e emozionato quello che si presenta sul palco del MANN Festival, la prima edizione della sette giorni di eventi organizzata dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che terrà compagnia turisti, visitatori, napoletani e non fino al prossimo 25 aprile.

Intervistato dalla giornalista Titta Fiore, il regista di Mine Vaganti parla della sua Istanbul, così simile a quella Napoli che sarà protagonista del suo prossimo film, Napoli Velata, le cui riprese cominceranno ufficialmente il 13 maggio 2017.

Ozpetek parla di cinema, del suo naturalmente, ma anche di ciò che guarda da spettatore appassionato-esperto. Gomorra, in primis, che ammira per il ritmo e che non associa alla Napoli che invece intende raccontare; ma il regista si lascia andare anche sulle sue letture, e su come Elena Ferrante, con la sua quadrilogia di romanzi de L’Amica geniale, che presto diventerà una serie televisiva anch’essa ambientata nel capoluogo partenopeo, abbia letteralmente catalizzato la sua attenzione di lettore. Ancora una volta la protagonista dei suoi pensieri sembra sempre lei, Napoli, la città che da qualche tempo ormai sente anche un po’ sua, non solo per i suoi esordi come aiuto regista di Massimo Troisi all’inizio degli anni ’80, che ricorda con grande affetto e stima, ma anche per La Traviata che ha diretto e che ritorna per la terza volta al Teatro San Carlo proprio nelle prossime settimane.

Giovanna Mezzogiorno in “La finestra di fronte”, 2003

È sibillino Ozpetek quando parla di questo suo nuovo progetto e, a denti stretti, in merito dice: «È la storia di una donna che è Giovanna Mezzogiorno». L’attrice torna dunque davanti alla macchina da presa del regista a quattordici anni da La finestra di fronte, uno dei tanti, grandi, successi che ha messo d’accordo tutti, pubblico e critica. Ma al regista questo non sembra importare molto. L’importante è che i suoi film suscitino reazioni, finanche negative, purché non lascino lo spettatore indifferente.

E sarà probabilmente così anche per Napoli Velata che, un po’ a sorpresa, Ozpetek anticipa che si tratterà di un thriller, genere decisamente diverso dai toni burleschi delle sue commedie recenti o da quelli un po’ cupi degli esordi: «Ci sono molti attori napoletani – dice senza fare nomi – questo è il momento più strano perché io ancora non ho fatto la lettura della sceneggiatura con gli attori, quella è la fase che cambia tutto, cambia il mio sguardo verso il film».

“Bisognerebbe parlare di questa città in modo diverso” continua il regista, che in qualche modo prende quasi le distanze da quella Gomorra televisiva che ammira tanto, anticipando che andrà a raccontare una città altra.

Maria Pia Calzone in Gomorra, 2014

Incalzato dalla Fiore, Ferzan svela che nel cast ci sarà anche l’attrice Maria Pia Calzone (che proprio in Gomorra era Donna Imma) e che ha fortemente voluto.

Tra le potenziali location della pellicola potrebbe esserci il Cimitero delle Fontanelle o un altro luogo che il regista non rivela: «Le Fontanelle è un posto cui io rinuncerei volentieri perché l’hanno usato tante volte. È adattissimo alla storia del film, è giustissimo. Però c’è un altro luogo che mi piace di più che non vi svelo. Se mi danno quel luogo lì, mollo immediatamente».

In chiusura Ferzan si rivela anche sorprendentemente spirituale, parlando di “segni”, coincidenze e fede, scoprendosi un perfetto devoto napoletano: «Sono andato pure subito in visita a San Gennaro».

LIFESTYLE

Drunknmunky, il nuovo must have della stagione

Se Gabbani ha sdoganato la scimmia nuda che balla all’ultimo Festival di Sanremo, quella di DrunknMunky ha scelto invece di essere una scimmia ubriaca, di vita forse.

Sì, perché lo slogan di questo brand è BE RILEVANT, sii rilevante. Non presuntuosamente importante o migliore, ma rilevante. Di rilievo. Di chi si fa notare, ma con discrezione. È così che mi sono sentito quando ho indossato le mie Boston Classic Navy-Gray la prima volta, cogliendo appieno l’essenza di questo motto.

le mie nuove DrunknMunky Boston Classic Navy-Gray

Quando calzo le mie scarpe quasi non le sento tanto sono comode e leggere, il che ha del prodigioso se si considera che me le hanno spedite per posta e non le avevo mai provate prima, ma che conferma che acquistarle anche attraverso il loro sito ufficiale, www.drunknmunky.it, si può. Ed è davvero ampio il loro sito web, con una scelta che spazia per contenuti e forme, passando con nonchalance dalle scarpe all’abbigliamento.

DrunknMunky è un brand di prim’ordine nella produzione dello urban style, con un vasto universo di modelli e colori, abbracciando tanto gli uomini che le donne, arrivando ai bambini.

Stile fresco, moderno, che può fare la gioia dei giovanissimi fino ad abbracciare un pubblico più ampio.

È bello anche da vedere il logo della sinuosa scimmia stilizzata sulla parte esteriore della scarpa o sagomato sotto la suola, donando un movimento a tutta la linea della scarpa.

il logo DrunknMunky
a spasso per Napoli con le mie DrunknMunky

Ho passeggiato con le mie Monky tutto il giorno per le strade di Napoli, e mi sono sentito libero come su di un prato a piedi nudi. Grazie a queste scarpe ho attirato non soltanto l’occhio dei più attenti alle mode, che me le hanno subito invidiate, ma anche di chi ha notato il confort di sentirmi liberamente me stesso, a mio agio.

Comode, su misura per me. Scarpe che non soltanto sono belle da vedere, ma confortevoli da indossare e, moda a parte, credo sia anche questa l’arma vincente di un brand che ha fatto della sua mission stile e qualità.

DrunknMunky è un brand che qualsiasi fashionblogger non può permettersi di non indossare, suggerire, stilizzare nei propri outfit. Con i suoi materiali sempre più tecnologici, tecniche avanzate di produzione come la termosaldatura e le sperimentazioni grafiche, DrunknMunky ha creato una collezione che coniuga qualità e moda, con un total look deciso, che include anche colorati capi di abbigliamento, di carattere. Scarpe che sono già un must di stagione, per tutti coloro che vogliono essere cool, ma, soprattutto, relevant.

www.drunknmunky.it