CINEMA

C’è molta Napoli nei 21 italiani in corsa agli Oscar 2019. Eccoli:

Mancano ancora cinque mesi alla notte degli Oscar, quando il prossimo 24 febbraio 2019 l’Academy Awards premierà i migliori film, ma nel frattempo in Italia si respira già la magica atmosfera hollywoodiana.

Entro il prossimo 25 settembre infatti l’ANICA, l’Associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive, sarà chiamata a scegliere la pellicola che rappresenterà il nostro Paese come miglior film straniero, ovvero non doppiato.

Sono 21 i film che ambiscono alla statuetta. C’è molta Napoli tra questi, a cominciare da A casa tutti bene di Gabriele Muccino, film corale interamente ambientato sull’isola di Ischia; CAINA, opera prima del regista Stefano Amatucci (manco a dirlo, napoletano) che affronta il delicato tema dell’immigrazione. E poi c’è Dogman, di Matteo Garrone, romano, che di Napoli e a Napoli ha lavorato e ne ha parlato tanto, a cominciare dal film Gomorra.

E poi c’è il regista di Torre del Greco Ciro Formisano, che candida invece L’esodo, pellicola con Daniela Poggi che affronta il tema degli esodati.

E poi c’è Napoli Velata, thriller di Ferzan Ozpetek con l’attrice napoletana Giovanna Mezzogiorno, in cui mistero, esoterismo, arte e vedute notturne di Napoli si mescola per dare vita ad una storia che in qualche modo cattura l’essenza di Napoli. Bellissima, in chiusura, la cover Vaseme di Arisa (inutile dirvi, a questo punto, qual è il film che spero sia candidato nella short list).

C’è anche Toni Servillo, attore feticcio di Paolo Sorrentino e già vincitore di un Oscar con La grande bellezza, nel film di Donato Carrisi che prova adesso a conquistare un posto nella cinquina: La ragazza nella nebbia, tratto dall’omonimo romanzo dello stesso Carrisi.

Roberto Andò, reduce dal successo di Venezia 75, candida il pluripremiato Sulla mia pelle, con Alessandro Borghi, film duro che indaga gli ultimi sette giorni di vita di Stefano Cucchi, morto in seguito a delle lesioni e percosse in carcere.

Paolo Genovese ci prova invece con il suo The Place, che vede tra gli altri anche la partecipazione di Sabrina Ferilli (anche lei nel cast de La grande bellezza), indagando fino a che punto l’uomo è disposto a superare i propri limiti e, talvolta, la propria morale per ottenere ciò che desidera.

C’è molta immigrazione e periferia nei film proposti all’ANICA, da Come un gatto in tangenziale (con Paola Cortellesi e un simpatico cameo di Franca Leosini), a La terra dell’abbastanza di Damiano e Fabio D’Innocenzo.

Poca commedia e molto dramma, è questo il cinema italiano che corre verso l’Oscar, proponendo, in tempi di scandalo Weinstein, film tosti come Nome di donna, con Cristiana Capotondi, di Marco Tullio Giordana, e Dove non ho mai abitato.

In un periodo storico di difficoltà e grande instabilità, il cinema sembra riflettere la realtà e sulla realtà, proponendo punti di vista, a volte inediti, ma genuinamente in puro stile italiano.

Chi ci rappresenterà? Per saperlo dovremo aspettare ancora qualche giorno.

Qui la lista completa in ordine alfabetico:

A CASA TUTTI BENE di Gabriele Muccino

CAINA di Stefano Amatucci

COME UN GATTO IN TANGENZIALE di Riccardo Milani

DOGMAN di Matteo Garrone

DOVE NON HO MAI ABITATO di Paolo Franchi

L’ESODO di Ciro Formisano

L’ETA’ IMPERFETTA di Ulisse Lendaro

IL FIGLIO SOSPESO di Egidio Termine

LAZZARO FELICE di Alice Rohrwacher

MANUEL di Dario Albertini

NAPOLI VELATA di Ferzan Ozpetek

NOME DI DONNA di Marco Tullio Giordana

QUANTO BASTA di Francesco Falaschi

LA RAGAZZA NELLA NEBBIA di Donato Carrisi

RICCARDO VA ALL’INFERNO di Roberta Torre

SEMBRA MIO FIGLIO di Costanza Quatriglio

UNA STORIA SENZA NOME di Roberto Andò

SULLA MIA PELLE di Alessio Cremonini

LA TERRA DELL’ABBASTANZA di Damiano e Fabio D’Innocenzo

THE PLACE di Paolo Genovese

TITO E GLI ALIENI di Paola Randi

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INTERNATTUALE

Instagram, un popolo di influencer senza followers

Fino a qualche tempo fa c’era un proliferare di siti di self-publishing, che lusingavano i potenziali scrittori con la promessa di essere indipendenti e trovare la notorietà in questa sorta di piattaforma social. Erano i primordi di myspace e facebook si faceva largo, e non c’era ancora, forse, la consapevolezza che dal web potessero nascere delle vere e proprie star, ma probabilmente già se ne coltivava la possibilità.

La falla di queste piattaforme è che non c’è un pubblico di scrittori, ma, una volta iscritto, sei solo un aspirante-scrittore in un popolo di aspiranti-scrittori, che tenta maldestramente di promuovere il proprio lavoro ad altri che fanno altrettanto, in un reciproco scambio di like, di finti commenti e finte letture.

Io stesso ne ho provati tanti, prima di affidare il mio primo, e finora unico, romanzo, alla piattaforma wattpad, confidando che almeno un lettore nell’etere, scaricata l’app possa leggermi. Ma da qui a sperare di diventare il nuovo Dan Brown della letteratura, ce ne passa. E così riflettevo sul fatto che anche instagram si è trasformato in un popolo di aspiranti webstar, “influencer” si chiamano oggi, con la sola differenza che mentre nelle piattaforme di self-publishing c’è più o meno talento o quantomeno un lavoro (buono o cattivo che sia), sul noto social di fotografia ognuno vuole trovare la notorietà pur non avendo alcuna capacità.

Se in principio tutti volevamo quest’app solo per i “filtri ” e la possibilità di portare indietro i nostri scatti con effetti vintage, oggi la vogliamo per esserci, per sentirci fighi, per condividere le nostre foto al mare, per la notorietà.

Sono milioni i profili business che si bollano come “Blog personale”, fondati sul nulla, che ambiscono o sperano di essere qualcuno solo perché con la tecnica ormai logora del follow/defollow sono riusciti a racimolare qualche migliaio di seguaci, o ne hanno acquistati almeno 10.000 al mercato nero del web per meno di 8 €.

Non c’è più una vera audience della rete, non ci sono più i follower, i “telespettatori” di un tempo che riconoscevano l’altrui professionalità con ammirazione, ma solo un popolo che dal fondo della piramide social(e) tenta di imitare chi occupa il gradino più in alto, in una sequela di “posso farlo anch’io”, soltanto perché internet e le immagini conferiscono l’illusoria sensazione che basti uno smartphone, un filtro e una didascalia per trasformarsi in qualcosa d’altro pur non avendo alcun titolo o capacità per farlo.

Un appiattimento dovuto alla democrazia della tecnologia che consente a tutti, poveri e ricchi, belli e brutti, dotti e stolti, di fare le medesime cose con altrettanta facilità.

La parte più drammatica è che in molti, soprattutto giovanissimi, credono che basti questo oggi per affermarsi al mondo, complice la perdita di importanza o prestigio di lauree e titoli di studio (visti come qualcosa di polveroso e noioso), e forse anche di premier e ministri della nuova generazione che amministrano l’Italia stringendo tra le mani a malapena un diploma.

Non c’è più preparazione, non c’è più meritocrazia, non c’è più spirito di sacrificio. A che servono ore ed ore di studio quando postando una foto on-line puoi ricevere 3000 like ed essere popolare nella home page per almeno un giorno?

E se il primo decennio degli anni 2000 ha visto proliferare migliaia di blogger (tra cui il sottoscritto) che tentavano con i loro post di mostrare sagacia, intelligenza e capacità di scrittura, lavorandoci, oggi tutti sono convinti che basti un selfie e taggare un brand d’abbigliamento per fare tendenza.

Persino le concorrenti di Miss Italia sono cambiate negli anni:  negli anni ’90-2000 molte studiavano giornalismo e sognavano la fascia come trampolino di lancio, oggi quasi tutte hanno profili instagram affollatissimi e vanno in TV più per aumentare il bacino di seguaci on-line che non per il titolo stesso di più bella del Paese.

Anche il mercato e il marketing stanno cambiando, lo sa bene Daniel Wellington, noto brand di lusso, che sul social fotografico ha trovato fama e prestigio regalando agli esordi i suoi ormai iconici orologi ai cosiddetti micro-influencer, coloro che avevano un seguito di almeno 5000 persone.

Se si è “figli d’arte” o si riceve l’endorsement da parte di qualcuno, allora il gioco è fatto: Chiara Ferragni, ad esempio, di tanto in tanto segnala questa o quella fashion-blogger da seguire, forte dei suoi 15 milioni di seguaci che continuano a crescere in maniera esponenziale, mentre sono tantissimi i figli e parenti dei VIP che si riciclano on-line come influencer e fashion blogger.

Ma non c’è più un vera e propria distinzione tra il pubblico e la webstar, tra chi segue e chi vuole farsi seguire, ma tutto è inglobato in un appiattimento fotografico in cui tutti vogliono porsi sullo stesso livello in base ai numeri, senza una distinzione, né consapevolezza, della qualità dei propri contenuti.

E d’altronde come si potrebbe, se a decidere chi sta sopra e chi sotto è un algoritmo che oggi si tenta di aggirare con il like bombing? Instagram è ormai popolato solo da persone che vogliono mostrare e mostrarsi, lasciando a tutti gli altri il quasi ingrato compito di restarsene in disparte e semplicemente seguire.

Perché forse si sa, parafrasando un vecchio detto, chi sa fa e chi non sa si mette su instagram. Tutti vogliono farlo non perché siano realmente capaci, ma solo perché ne hanno la possibilità.

Insomma Italia popolo di Santi, naviganti, poeti e influencer.

Sono pochi quelli che, come me (lo dico senza falsa modestia), cercano di farsi strada proponendo anche qualcosa di più concreto sul web (come il sito che state leggendo), che vada al di là di una semplice immagine su instagram, e che dia l’idea che oltre la singola foto c’è decisamente di più.

Ragion per cui, se siete giunti alla fine del mio post e vi è piaciuto, se volete seguirmi anche su instagram, questo è il mio profilo @marianocervone, e se volete invece raccontarmi la vostra esperienza, commentate o scrivetemi.

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La Signora della domenica è tornata: bentornata a casa, zia Mara!

La Signora della domenica è ritornata, e non c’è show televisivo che tenga. Dopo quattro anni di assenza, Mara Venier ritorna al timone di quello che forse è il suo programma preferito, Domenica In. E da subito la domenica ha preso una piega decisamente diversa. Avvezzi ormai da troppo tempo a programmi trash, litigi, diete improbabili, contese di denaro e dinastiche, avevamo quasi dimenticato la freschezza di uno spettacolo che divertisse senza becere trovate.

Mara Venier è visibilmente emozionata all’ingresso nello storico studio di raiuno, che l’ha vista tante volte regina degli ascolti, eppure è sicura di sé, una sorridente padrona di casa, che scandisce con precisione e consapevolezza le parentesi di una scaletta in cui si susseguono attualità, cronaca rosa e goliardici momenti di intrattenimento.

Si comincia con il caso Asia Argento, e l’accusa di molestie nei confronti dell’allora diciassettenne Jimmy Bennett, in un salotto dai toni decisi, ma non accesi, in cui intervengono senza latrati mediatici, Vittorio Feltri, Roberta Bruzzone, Vera Gemma in un dibattito in cui si battibecca, ma non si litiga, dove anche il pubblico in studio espone con educazione la propria opinione.

Tanto rumore, forse, per nulla, l’intervento di Romina Power, in cui il pubblico aspettava qualche strascico della “telenovela Carrisi”, nata in altri salotti televisivi di rotocalchi e reality, e che qui trova solo i toni pacati di un racconto di famiglia, del ricordo dell’attore Tyrone Power e dell’attrice Linda Christian, madre della cantante che a Cellino San Marco ha trovato una seconda casa.

E mentre su altre reti si ricerca lo schiamazzo, Mara “starnazza” ballando il ballo del qua qua con Romina Power, rispondendo con ondeggiante eleganza al voyeurismo televisivo che ricerca la polemica a tutti i costi.

Un intervento emozionante, che ha visto protagoniste anche le due figlie della cantante, Cristel Carrisi, intervenuta con un videomessaggio, e Romina Power Jr. in collegamento da New York.

Simpatico il tabellone con la bella Alessia Macari, nelle vesti di simpatica valletta ciociara del programma, e l’intro à la Renzo Arbore con una sigla che rimanda ai tempi di Quelli della notte, e a le edizioni degli anni ’90.

Non mancano gli imprevisti in questa domenica del ritorno, come la mancata partecipazione di Gina Lollobrigida ricoverata per un controllo in ospedale, presentata al pubblico senza clamori, allarmismi o inutili suspence.

Ma non è solo una domenica leggera, quella di Mara Venier, che dà spazio anche a temi importanti, come il cyber-bullismo e la violenza sulle donne, realizzando una bellissima intervista a Teresa Giglio, mamma di Tiziana Cantone, che si è tolta la vita dopo un video diventato virale in rete che la vedeva protagonista.

Immediate le reazioni del popolo della rete e di twitter, che fa subito trendare in vetta l’hashtag #Domenicain, facendo del programma anche un successo social.

Insomma, Mara Venier è ritornata più in forma che mai. Garbata, mai volgare, divertita e divertente, riproponendo una Domenica in che coniuga tradizione e innovazione, con una formula che intrattiene, convince, fa sorridere e emozionare.

Bentornata a casa, zia Mara!

ART NEWS

Andrea Chisesi racconta Napoli. Al Castel dell’Ovo fino al prossimo 15 ottobre

È un vero e proprio omaggio a Napoli, quello di Andrea Chisesi, che parte proprio dalla città della sirena Partenope, mito che indaga come origine della vita e di questa mostra, Street Home, all’interno del Castel dell’Ovo di Napoli fino al prossimo 15 ottobre. Curata da Marcella Damigella in collaborazione con l’Atelier Andrea Chisesi, la mostra parte proprio da quei personaggi e volti che hanno reso famosa Napoli nel mondo: da Sophia Loren a Totò, da Maradona a San Gennaro, in un percorso dove il confine tra sacro e profano è indefinito, e il visitatore non sa quali siano i divi e quali le divinità.

Una città dai mille volti, Napoli, che qui si fanno metafore di bellezza, di ironia, di quel talento e quella passione che questa feconda terra ha partorito.

Dipinti, collage, fotografie, persino poster e manifesti raccolti per strada. Chisesi prosegue quella tradizione artistica, tutta contemporanea, di Mimmo Rotella, raccontando icone pop e rendendo popolari luoghi e volti meno noti.

Sala dopo sala il percorso di Chisesi diventa evocativo e onirico, sfumando da quei napoletani che ci emozionano e ci rendono orgogliosi alla tradizione della smorfia napoletana, dove l’artista, romano di nascita, ma milanese di adozione, attribuisce ad ogni numero di questa tombola di opere un nome ed un preciso significato, in un gioco di arte e di numeri che diverte e coinvolge il visitatore.

Una rassegna colta, che non manca di cogliere e far confluire in questo percorso d’arte contemporanea riferimenti all’immortale arte classica, e a quelle sculture custodite in uno dei musei-simbolo di Napoli: il Museo Archeologico Nazionale, che con la sua collezione Farnese, parte inscindibile del tessuto napoletano, si fa pop-art, in ritratti in cui texture e tempera danno origine a quadri sospesi tra la pittura e la fotografia.

Ma è al piano superiore che Andrea Chisesi abbandona la forma e l’immagine per abbracciare l’esplosione di colore della serie Fireworks, fuochi d’artificio, in cui l’espressionismo astratto pollockiano trova un suo ordine in questo universo di schizzi e colori che danno vita a dei bellissimi prodigi pittorici.

Turchesi sgargianti, blu oltremare e azzurro esplodono da una tela all’altra, ricordando la spuma del mare delle onde che sono proprio lì, oltre le finestre delle sale del Castel dell’Ovo.

Andrea Chisesi è riuscito con i suoi lavori a rendere Pop Napoli, ma non per questo popolare. La sua infatti è una rassegna raffinata in cui mito, storia, cronaca, persino architettura sono sapientemente mescolate per originare una materia nuova, una materia della stessa sostanza di cui è fatta Napoli.

Altre immagini sul mio profilo instagram @marianocervone

Maggiori informazioni su www.andreachisesi.com

CINEMA, TELEVISIONE

L’Amica Geniale, l’attesa serie di Saverio Costanzo al cinema in anteprima esclusiva

Dal set napoletano a Venezia 75. L’Amica Geniale, fiction in otto puntate tratta dall’omonima saga letteraria di Elena Ferrante, da 10 milioni di lettori, è sbarcata con grande successo al lido di Venezia. Molto soddisfatto il regista, Saverio Costanzo che, insieme alle protagoniste dello sceneggiato prodotto dalla RAI, HBO e TimVision, ha presentato la sua opera ai cineasti del festival.

Per vederla però dovremo aspettare, pare, almeno fino a novembre, quando Raiuno la trasmetterà in prima serata. Nel frattempo però, per chi proprio non ce la fa ad aspettare, i primi due episodi dello sceneggiato si trasformano in un evento speciale al cinema, grazie alla distribuzione di Nexo Digital, il prossimo 1, 2 e 3 ottobre.

Una produzione che ha del kolossal, quella che porterà questa serie in tutto il mondo con il titolo internazionale di The Neapolitan Novel, il romanzo napoletano. Grande protagonista silenziosa di questa saga popolare è una Napoli pericolosa ed affascinante degli anni ’50, dalla quale parte un racconto lungo sessant’anni che ripercorre la vita e l’amicizia di Raffaella detta Lila e della sua migliore amica Elena chiamata Lenuccia.

150 attori, 5000 comparse, un casting durato otto mesi che ha provinato 8000 bambini e 500 adulti e la ricostruzione di un intero quartiere, il Rione, ambientazione principale della troupe, con 20.000 metri quadrati di set realizzati in appena 100 giorni di lavoro, che hanno visto la costruzione di 14 palazzine, 5 set d’interni, una chiesa e un tunnel, e il dispiego di 1500 costumi tra le creazioni originali e quelle di repertorio.

La serie di Costanzo si preannuncia come la prima di quattro stagioni, ognuna da otto episodi, che si propone di trasporre in 32 puntate tutti e quattro i romanzi della quadrilogia della Ferrante: L’Amica Geniale, Storia del nuovo cognome, Storia di chi fugge e di chi resta, Storia della bambina perduta.

La storia inizia nell’era contemporanea, con la scomparsa di un’anziana Lila, per poi trasformarsi in un grande flashback raccontato in prima persona da Elena.

Prodotta dal regista premio Oscar Paolo Sorrentino e dalla sceneggiatrice e produttrice americana Jennifer Schuur, la serie è sceneggiata da Saverio Costanzo e dalla stessa Elena Ferrante, e vede la voce narrante dell’attrice Alba Rohrwacher, mentre sono affidati a quattro sconosciute i volti delle protagoniste bambine e delle adulte: Margherita Mazzucco e Gaia Girace saranno rispettivamente Elena e Raffaella adolescenti, mentre Elisa Del Genio e Ludovica Nasti sono le piccole Lila e Lenu’.

L’appuntamento è a novembre sulle reti rai e TimVision e, se proprio non ce la fate ad aspettare, qui la lista dei cinema che trasmetteranno in anteprima esclusiva l’evento.

 

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ART NEWS

Viaggio sul treno storico verso il suggestivo Museo di Pietrarsa a Napoli

La mia visita a Pietrarsa, il Museo Ferroviario di Napoli, è iniziata con un viaggio su di un treno storico, il Pietrarsa Express, che per due domeniche al mese ci fa rivivere le suggestive atmosfere d’inizio secolo.

E non c’è modo migliore per avvicinarsi a questo affascinante museo ferroviario, che vanta nel suo percorso vagoni e locomotive dei primi dell’800, e vede nel salone principale sfilare i più importanti modelli che dal XIX secolo fino agli anni ’70 hanno percorso i nostri binari e le nostre stazioni, portando orgoglio e innovazione al nostro Paese.

locomotiva del treno storico in partenza dalla Stazione Garibaldi

Alcuni dei modelli esposti all’interno del museo, infatti, sono stati dismessi poco più di trent’anni fa, dopo quasi un secolo di onorato servizio, portando viaggiatori su e giù per il nostro Paese.

Distinguo chiaramente il profilo del treno, più tozzo rispetto ai nostri affusolati frecciarossa, che si caratterizza anche per un colore marrone, tipico delle locomotive di metà secolo.

È forte l’odore del legno sulle carrozze degli anni ’30, ed è suggestivo immaginare, durante il breve tratto che da Napoli mi conduce a Portici (dove si trova il museo) come devono aver viaggiato i nostri nonni e bisnonni, alla volta di sogni e nuove vite o, più semplicemente, per far ritorno a casa.

Sì, perché raramente ci si spostava per turismo, e solo le classi più abbienti potevano vantare un viaggio di piacere. Ai tempi spostarsi era più oneroso rispetto alle tariffe talvolta low cost che con un po’ di anticipo riusciamo a rimediare on-line.

Sento il dondolio del treno, le rotaie che girano, l’ebbrezza di abbassare i finestrini e salutare, osservando la stazione che si avvicina mentre sento il vento sulla pelle.

Padiglione delle Locomotive

È cambiato il nostro modo di viaggiare, l’etica del viaggio. Lo percepisci osservando i posaceneri alle pareti, per consentire a chi fumava (a bordo!) di gettarvi le cicche; te ne accorgi dallo spazio dei portabagagli, per le valigie di cartone, quelle che contenevano tutto e niente, i sogni di un’intera vita, i pochi effetti personali per provare a cambiarla.

vagoni del treno storico

Il viaggio dura poco, nonostante l’andatura più lenta del treno, e quasi mi dispiace dover scendere dopo venti minuti alla scoperta di questa pagina di storia italiana e non solo.

All’interno del Padiglione delle Locomotive a Vapore, infatti, sono molte le locomotive di matrice straniera, come quella tedesca, più tozze e sgraziate rispetto agli affusolati chassis italiani, che sin dall’inizio si sono distinti per lo stile.

Bellissimi i vagoni degli anni ’50 e ’60, con quello stile, anche nel logo delle ferrovie dello stato, che quasi voleva imitare quello statunitense. Con linee morbide, sedili in pelle, e quell’ottimistico sguardo al futuro attraverso ampie vetrate e aree dedicate al ristoro.

Cambia il modo di viaggiare, si allungano le percorrenze, si accorciano le distanze. La velocità dei treni aumenta, e le loro forme si fanno stilose.

Bellissimo il Padiglione delle Carrozze e delle Littorine, all’interno del quale si può scorgere la Carrozza Reale S10, con stucchi e decorazioni sul soffitto come in un salone delle feste, ed un lungo tavolo da pranzo per i ricevimenti.

Nel 1929 i treni erano prodotti dalla FIAT e l’architetto di queste meraviglie su ruote, anzi rotaie, era Giulio Casanova, e poi le locomotive Diesel nel loro caratteristico colore castano, ma anche una particolare carrozza con piccole celle per il trasporto dei detenuti.

Un viaggio, quello di Pietrarsa, in cui lo spaccato della nostra Italia continua a correre sui binari della nostra memoria.

Per maggiori informazioni vi rimando ai contatti ufficiali:

www.museopietrarsa.it

Per altre foto sul racconto del mio viaggio, andate sul mio profilo instagram @marianocervone

LIFESTYLE

Chiara Ferragni, storia della principessa della moda e del suo matrimonio da favola

Chiara Ferragni aveva capito subito le potenzialità del web, e lo aveva capito quasi un decennio fa quando app e social non erano così democratici. Era il 2009 quando aprì un blog, The Blonde Salad (l’insalata della bionda, letteralmente) dove parlava della sua vita e di ciò che amava, ma soprattutto dove parlava di moda. Sì, perché tutto per Chiara Ferragni è iniziato in questo modo: indossando abiti e facendosi fotografare dall’allora fidanzato Riccardo Pozzoli.

Chiara Ferragni in un abito pre-nuziale di Prada

Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti: una linea di scarpe nel 2010, ospite degli MTV TRL Awards, guest judge nella trasmissione statunitense Project Runway condotta da Heidi Klum. Merito, forse, di madre natura che le ha donato una innegabile bellezza, per lei che è bionda, magra e con gli occhi azzurri; o merito della sua intuizione, che le ha fatto abbandonare gli studi di Giurisprudenza alla Bocconi di Milano, per dedicarsi anima e corpo ad un sogno, o merito anche del suo perfetto inglese con cui sin dagli esordi parlava ai suoi lettori, poi follower, e che l’ha portata negli anni a diventare addirittura testimonial per brand internazionali come Pantene, Swarovski, Pomellato, affermando non solo il gusto di fashion blogger, prima italiana nota in tutto il mondo, ma anche le sue innate qualità di modella.

Oggi Chiara, che è nata a Cremona trentuno anni fa, si divide tra Milano e Los Angeles, ed ha messo su un piccolo impero da oltre 10 milioni di euro l’anno, dividendo la sua fortuna con gli amici di sempre, oggi parte inscindibile dello staff TBS Crew.

Chiara Ferragni The Ferragnez Fedez matrimonio wedding Dior dress Maria Grazia Chiuri - internettuale
Chiara Ferragni con il papà Marco

La bella bionda è passata dal blog ad instagram, raccontando quotidianamente la sua vita con foto, stories seguite da 14 milioni di utenti. Lo share di un Festival di Sanremo su raiuno, per intenderci. Tutti i giorni.

Una strategia di marketing vincente, la sua, che ha puntato tutto sullo storytelling personale, facendo della personalità la carta vincente, ma anche della chiacchierata storia con il cantante italiano Fedez, al quale è legata da due anni ormai, o della nascita del primo figlio lo scorso 19 marzo, Leone Lucia, che tanti follower e like in più le ha fatto guadagnare in questi mesi.

E non poteva mancare un matrimonio faraonico, organizzato rigorosamente sotto le attente telecamere degli smartphone che ne hanno documentato ogni istante: dall’addio al nubilato a Ibiza con tutta la redazione del suo blog on-line, con hashtag #ChiaraTakesIbiza, al fatidico Sì, in un sontuoso abito haute couture Dior by Maria Grazia Chiuri, che si è probabilmente ispirata agli abiti di Grace Kelly e Kate Middleton, proponendo un corpetto a manica lunga completamente lavorato ed una gonna in tulle che ha riservato poi la (non proprio) sorpresa di diventare un mini-dress-pantaloncino.

Chiara Ferragni con Angelo Tropea

Quando lo sposo e gli ospiti della coppia sono volati su di un aereo customizzato Alitalia, dalla Lombardia alla scoperta di Noto, in Sicilia, terra d’origine della mamma di lei, Marina Di Guardo. La coppia per l’occasione si è ribattezzata The Ferragnez, con tanto di logo, mossa un po’ hollywoodiana con cui gli sposi si sono immersi nell’opulenza di un matrimonio al Sud dell’Italia, e forse in una strategia che punta all’internazionalizzazione dei due.

A dispetto dell’Italia e dell’italianità espressa, anche il Sì è stato un po’ “statunitense”, pronunciato in un giardino nella bellissima Dimora delle Balze, dove gli sposi, circondati da fiori, si sono scambiati reciprocamente le promesse che sono già citazione Chiara Ferragni The Ferragnez Fedez matrimonio wedding Alitalia aereo Leone Lucia - internettualesenza tempo sul web: «Non ho bisogno che il mondo mi ami – ha detto la fashion blogger – perché ci sei tu».

Insomma una promessa che per un istante ha messo da parte il patinato quanto un po’ finto mondo del web e della fotografia, ed ha evidenziato il fatto che i sentimenti, quelli veri, non passano attraverso i social, e che a dispetto dell’amore di milioni di persone è solo quello dell’unica persona speciale del cuore che conta veramente.

secondo abito Dior, con il brano di Fedez scritto per la Ferragni e i simboli della loro storia e del loro amore.

Sembra quasi la storia di una contemporanea Cenerentola, quella di Chiara Ferragni, che anziché perdere la scarpetta se n’era disegnata una collezione di grido tutta sua, che non ha aspettato il principe azzurro che la salvasse, ma ha afferrato con coraggio diadema e scettro diventando prima una principessa della moda, e poi ha coronato il suo sogno d’amore. Perché in questa favola moderna non ci sono dame svenevoli e principi su destrieri bianchi, ma una ragazza di successo che ha creduto in se stessa, ed ha fatto della felicità e l’amore gli amuleti contro tutte le avversità, ed ha sposato il suo principe per vivere per sempre felici e contenti.

Auguri!

 

LIFESTYLE

Alla scoperta dei colori di Peschici e dei sapori del Gargano

Chi mi segue sui social, e su instagram in particolare (se non lo avete ancora fatto, fatelo qui!), lo sa già: la mia prima parte d’estate l’ho trascorsa a Peschici. Si tratta di un biancheggiante paesino arrampicato sulla roccia chiara del Gargano, a nord della Puglia.

Passeggiando per i suoi vicoli di sole e di azzurro, non si ha la sensazione di una piccola località nel sud dell’Italia, ma nell’arcipelago greco delle Cicladi, al quale, questi luoghi, non hanno assolutamente nulla da invidiare.

Con le sue case bianche e le imposte cobalto, Peschici ricorda Santorini o Mykonos. Sono soprattutto questi i colori e le sensazioni che caratterizzano le abitazioni di questi luoghi, dove si arrampicano su pergole e ingressi sgargianti buganvillee. Si passeggia nella storia, tra quelle che dovevano essere le vecchie case dei pescatori e antichi palazzi le cui decorazioni e stucchi narrano ancora di una decaduta nobiltà.

Non fatevi trarre in inganno dalla radice del suo nome, Peschici, che parrebbe alludere alla pesca, perché avrebbe in realtà un’origine slava. Pès, infatti, fa riferimento al suolo sabbioso di questa piccola cittadina pugliese.

Ogni scorcio, ogni angolo, è una pittoresca tela bianca, punteggiata dalle coloratissime ceramiche che gli artigiani del Gargano realizzano nelle loro botteghe.

Peschici, ceramiche

Come in molte altre località del basso Adriatico, tra le costruzioni più caratteristiche della costa peschiciana, ritroviamo i trabucchi. Quelli del Gargano però, a differenza degli omologhi abruzzesi o molisani, sono sempre ancorati alla roccia, agli scogli, e si affacciano sul mare sfidando la gravità e l’equilibrio grazie a sofisticate ponteggiature in legno come palafitte.

Trabucco Monte Pucci

Importati addirittura dai Fenici, i primi trabucchi si diffondono in Abruzzo nel XVIII secolo, quando i pescatori dovettero escogitare una nuova tecnica di pesca che non fosse soggetta alle condizioni meteomarine della zona. Grazie alla loro sporgenza e alla posizione a strapiombo sulla costa, i trabucchi permettono una pesca senza inoltrarsi in mare aperto. Queste costruzioni affascinarono persino lo scrittore Gabriele D’Annunzio, che alla fine del XIX secolo ne diede un’ampia descrizione nel suo romanzo Il trionfo della morte.

Oggi molti trabucchi sono stati riconvertiti in suggestivi bistrot sul mare, dove è possibile mangiare uno squisito pescato, accompagnato da pregiati vini locali. Tra questi c’è il Trabucco Monte Pucci, che domina la costa e il panorama di Peschici, dal quale potrete assistere ad uno dei tramonti più belli del Gargano, e gustare una squisita cena rigorosamente a base di pesce.

Tappa assolutamente obbligatoria per chi visita o soggiorna lungo la costa garganica sono le Isole Tremiti.

Questo piccolo arcipelago secondo la leggenda sarebbe stato originato da Diomede, al punto da essere chiamate isole Diomedee. L’eroe greco, di ritorno da Troia, avrebbe gettato in acqua tre giganteschi massi che sarebbero riemersi sotto forma di isole, e che corrispondono alle isole di San Domino, San Nicola e alla Capraia.

All’acquisto dei biglietti per la traversata in traghetto, alcune agenzie cercheranno di vendervi anche la visita guidata alle grotte, che naturalmente include un supplemento. Il mio consiglio? Scegliete senza indugio di sbarcare all’Isola di San Nicola, l’isola piatta, che si affaccia sul mare per un’altezza massima di 75 metri. Qui infatti anche gli appassionati di archeologia saranno soddisfatti da alcune tracce di insediamenti protostorici del I millennio a.C. e dell’Età del ferro del IX – VII sec. a.C. Oltre alla necropoli, di grande interesse è il complesso abbaziale di Santa Maria a Mare che domina il promontorio dell’isola. Quasi del tutto abbandonato, con suggestivi scorci, è costruito intorno all’omonima chiesa, che sarebbe stata fondata dall’eremita San Nicola nel III secolo d.C.

Ma anche la terraferma non è priva di spunti per gli amanti della cultura, che potranno trovare nel bellissimo Castello bizantino di Peschici, ricostruito da Federico II di Svevia nel XIII secolo, un affascinante quanto spaventoso Museo delle Torture. E se la minuziosa descrizione dei supplizi nelle didascalie vi inquieta, potrete rifarvi con una delle vedute più belle della cittadina garganica.

Peschici si trova a due passi dalla più caotica Vieste, preferita spesso dai giovani in cerca di divertimento. Qui sicuramente farete tappa come me per scoprire Pizzomunno, mastodontico faraglione che caratterizza il profilo viestano, reso ancora più celebre da un brano del cantautore Max Gazzè, la Leggenda di Cristalda e Pizzomunno, che ripercorre favolisticamente tutta la storia.

I colori viestani virano più sul giallo, qui si ha quasi la sensazione di percorrere delle strade scoscese di un piccolo paesino siciliano, con fichi maturi e succosi e un mare da togliere il fiato.

Se siete a caccia di souvenir, vi anticipo che Peschici è la città dei fischietti. Qui infatti ne troverete in terracotta di ogni colore e foggia: dai mestieri agli animali, mentre se volete portare con voi un portafortuna da queste terre, allora dovreste scegliere un Pumo.

Tra i liquori tipici dovete assolutamente assaggiare il Veleno del Gargano, una dolce libagione, aromatizzata con prugno selvatico, venduta in una elegante bottiglia trasparente che ben ne esalta il colore dorato.

Non lasciatevi ingannare dalla tranquillità per famiglie di Peschici, di notte la movida prende vita. Sono tanti i locali e i bar incuneati nelle strade e vicoli del centro storico, che offrono musica dal vivo, ottimi drink ed una suggestiva atmosfera.

Must di questa stagione è stato il Moscow Mule, rigorosamente in piazzetta, tra le luminarie di Sant’Elia e gli squisiti gelati artigianali della Gelateria Michel, dove i gelati del territorio hanno i sapori tipici di questa terra.

Tra i sapori da scoprire la burrata pugliese, rivale della mozzarella campagna, che ben accompagna e rappresenta la gastronomia del territorio.

Se le mie papille e pupille sono state ampiamente soddisfatte, tra panorami mozzafiato e specialità tipiche, un po’ meno lo è stata la mia linea telefonica, che spesso non mi ha consentito l’accesso ad internet e nemmeno una semplice telefonata. Piccolo scotto da pagare per un luogo da sogno immerso nella natura.

Peschici, costa garganica

E per gli amanti del mare, le spiagge del Gargano sono belle, ben organizzate e offrono divertimenti e musica ai bagnanti. Un consiglio: noleggiate un pedalò e fate un giro della costa e delle calette, potrete scorgere persino dei pescatori di fortuna che si immergono per pescare polipi.

Faraglioni, natura e sabbia dorata. Sono queste le componenti che rendono queste coste uniche e che renderanno il vostro soggiorno indimenticabile.

Potrete vedere altre immagini di Peschici e dei luoghi che visito su instagram:

@marianocervone

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TELEVISIONE

Il genio indiscusso di Picasso nella serie del National Geographic

Lo so, lo so, in questi giorni vi sto parlando tanto di cinema e televisione. Ma in attesa dei grandi eventi culturali d’autunno, e delle mie prossime scoperte e visite di cui scriverò nei prossimi giorni, volevo parlarvi di Picasso. No, non il pittore, o almeno non solo.

Da qualche giorno sono letteralmente addicted della seconda stagione di Genius, incentrata, appunto, sulla figura di Picasso. Una serie antologica prodotta da National Geographic, e andata in onda proprio sul network del noto magazine scientifico quest’anno. Se la prima serie ha visto Geoffrey Rush nei panni di Albert Einstein, la seconda serie invece ha visto il debutto televisivo di Antonio Banderas nei panni del noto artista spagnolo in età adulta.

Antonio Banderas in Genius

In dieci puntate si ripercorre non soltanto la vita dell’artista che ha segnato con i suoi quadri l’arte del XX secolo, ma anche le fasi più importanti dell’evoluzione della stessa arte. I mecenati che l’hanno scoperti, i galleristi che hanno acquistato i suoi dipinti, i primi esperimenti cubisti e la loro accoglienza nei salotti intellettuali del tempo.

Una serie che intrattiene, appassiona, e restituisce il tormento della creatività dietro la genialità di chi ha avuto il coraggio di rompere con la tradizione pittorica del passato, scomponendo la prospettiva, a lungo ossessione degli artisti, scomponendo l’uso dei colori, delle forme, della realtà stessa.

Bellissimi i momenti di creazione di alcune delle opere più famose, come Les demoiselles d’Avignon e Guernica, manifesti di una rottura con il passato e strumenti di ribellione anche contro la politica.

Molto bello il cast, che vede affiancate a Banderas attrici quali la francese Clémence Poésy, volto noto ai fan della saga di Harry Potter (ma recuperate il suo Guerra e Pace del 2007 con il nostro Alessio Boni), che qui interpreta Françoise Gilot, compagna di Picasso dagli anni ’40 agli anni ’50, la britannica Samantha Colley, che dà anima e corpo a Dora Maar, una delle muse (e amanti) dell’artista. Da segnalare, nei panni dello scrittore Max Jabo, l’attore T.R. Knight, noto soprattutto per il suo ruolo di George O’Malley nella serie Grey’s Anatomy.

La seconda stagione di Genius fa la gioia di chi come me ama la storia dell’arte, e ama quelle biografie di uomini straordinari che con la tenacia, il talento e la genialità hanno avuto la forza di credere in se stessi e realizzare un sogno. Quello di diventare geni indiscussi.

ART NEWS

Le opere del Museo Archeologico di Napoli mostrate da Alberto Angela

Se il suo nome ha trendato tutto il giorno su twitter per la notizia che la cantante Beyoncé voleva fittare il Colosseo per un video nelle stesse date in cui lui girerà il suo programma, Alberto Angela non ha tradito le aspettative nemmeno in prima serata, quando ha incantato i napoletani e non solo con il suo speciale sui depositi del Museo Archeologico Nazionale di Napoli nell’ambito della trasmissione di suo padre Piero, SuperQuark in onda su raiuno in prima serata.

Un viaggio che ci ha portati nelle viscere del MANN, diretto da Paolo Giulierini, e che ci ha mostrato quanti tesori nascosti sono ancora inediti all’interno di uno dei musei di archeologia più importanti al mondo. Ma Alberto Angela è risalito fino ai sottotetti.

Sono 1200 gli affreschi di Pompei, Ercolano, l’antica Stabia che “riposano” protettivamente nei depositi del MANN, in attesa di mostre, eventi culturali di rilievo, esposizioni all’interno delle sale del museo.

Tra questi un bellissimo altorilievo proveniente da Castellammare di Stabia nella seconda metà del ‘700, rappresentante un atleta nel tipico nudo eroico, leggermente sproporzionato nelle dimensioni del busto. Non si tratta di un errore dello scultore, ma di una necessità della visione prospettica. Collocato probabilmente verso l’alto, la figura restituiva così a chi la guardava le giuste proporzioni, un po’ come oggi succede con quelli che vengono definiti disegni 3D. Allungati da un lato, acquistano la loro prospettiva e forma se guardati nel giusto punto focale.

Bellissima anche la collezione di elmi illustrata da Angela, che mostrano quanto i combattenti dovessero essere armati e quanto dovesse pesare un’armatura. Cesellati e lavorati, fanno parte forse di elmi da parata, che portano storie e cortei trionfali.

Nei depositi, ma solo provvisoriamente, per ragioni di manutenzione e restauro, la bellissima tazza Farnese. Un blocco unico di agata sardonica, finemente cesellata. Vista da Angelo Poliziano nella collezione di Alfonso V d’Aragona, viene acquistata da Lorenzo il Magnifico a Roma nel 1471 e passò quindi nella collezione della famiglia Farnese.

Una piccolissima panoramica di uno dei musei più suggestivi ed importanti al mondo che Alberto Angela ha mostrato in una versione inedita.