LIFESTYLE

Chiesa in Valmalenco d’estate: un’oasi di relax a contatto con la natura

Rifugiarsi a Chiesa in Valmalenco d’estate è senza dubbio l’antidoto migliore al caldo torrido di questi giorni. Se come me avete patito il clima d’agosto, questi luoghi saranno come trovare riparo in un centro commerciale: sarete avvolti da un’aria condizionata naturale. Qui infatti di rado la temperatura va oltre i 22 gradi centigradi, e le minime notturne impongono di dormire almeno con un piumino anche nel giorno della Madonna Assunta.

Mariano Cervone, Lanzada (instagram @marianocervone)

Tuttavia se Chiesa l’avete già conosciuta d’inverno, con i suoi impianti da sci e rifugi dove bere prosecco al sole e ammirare la maestosità delle Alpi, resterete un po’ delusi: con la neve infatti pare si sciolga anche quell’aria glamour à la Cortina, per lasciare il posto a una serie di paeselli e contrade, legati gli uni agli altri da strade statali o piste pedonali-ciclabili che ne consentono la visita senza troppi problemi.

Insomma, dopo questa parentesi sono fermamente convinto che Chiesa non sia esattamente un paese per giovani, ma un luogo dove gli anziani vengono a trovare riparo dalla calura della bella stagione. Eppure, nonostante tutto, credo che abbia momenti e posti in cui anche un appassionato d’arte e mondanità, possa trovare fondi di ispirazione.

A cominciare dal Museo Mineralogico di Lanzada, l’Ecomuseo della Valmalenco, piccola baita che nelle sue teche in legno racchiude un’antologia di minerali e pietre di cui la Valtellina e la Valmalenco sono ricche, come i quarzi, bianchissimi, che sembrano quasi cristalli di ghiaccio, o il serpentino, caratteristico marmo verde della zona, che tanto ha dato alle architetture del nostro paese e non solo, che si fa anche prezioso materiale per monili e suppellettili finemente scolpiti e incisi.

Caspoggio, estate 2017 (instagram @marianocervone)

Se siete degli instagrammer alla ricerca di scorci caratteristici, è senza dubbio Caspoggio la località che fa per voi. Questa piccola provincia dell’alta Lombardia è incuneata tra le vette di Pizzo Scalino e Pizzo Bernina, ed è proprio a questi due monti che il ristorante Lo Scoiattolo ha dedicato due succulenti menù, che propongono ad un prezzo decisamente contenuto tutte le specialità che solo questi luoghi sanno offrire: dai freschissimi affettati ai formaggi, senza dimenticare pizzoccheri ed altri piatti della tradizione valtellinese. Ma è ampia e di qualità la cucina che offre questo luogo che ho scoperto per caso, passeggiando tra queste viuzze, con un’ampia sala interna e una bellissima terrazza a contatto con la natura.

Tra le attrazioni di Caspoggio ha destato la mia curiosità la sua seggiovia. Vinte le mie vertigini, e il timore per un impianto storico, mi intrigava l’idea di volare tra le cime verdi di questi luoghi alpini; e se l’ebbrezza della salita poco spazio ha lasciato al panorama, la discesa in compenso, con il paese che si distendeva come un mantello sotto i miei occhi attoniti, mi ha offerto una vista esclusiva da togliere il fiato.

Sulla vetta di Caspoggio c’è una piccola Chiesa: contenuta, spoglia, quasi francescana oserei dire, caratteristica dei luoghi di preghiera di montagna, e quasi mi pare di vederli, in questo piccolissima navata il cui sagrato è il prato circostante, i fedeli che si stringono e pregano in più avverse condizioni metereologiche.

E sono state soprattutto le Chiese ad aver attirato la mia attenzione di visitatore curioso, che mi ha portato a spingermi fino a Primolo. Questo piccola frazione, il cui toponimo ricorda il nome di un nano di Disneyana memoria, mi ha colpito per la Chiesa della Madonna delle Grazie, e immagino con quanta fede e devozione debba spingersi fin quassù un visitatore che spera di veder esaudite le proprie preghiere. La chiesa, come quasi tutte le costruzioni qui, risale al XVII secolo, e presenta una decorazione dorata molto ricca.

I cartelli stradali qui riportano anche i tempi di percorrenza per raggiungere le mete che indicano, e così dopo circa venti minuti di cammino sulla pista ciclabile, immerso nella natura, costeggiando le acque del Mallero, mi sono imbattuto nella Chiesa di San Giovanni Battista. Qui il senso di spiritualità sembra più forte rispetto alle altre chiese. La chiesa è buia quando entro, e il grande tabernacolo in legno dorato sembra risplendere di luce propria. È imponente come un tempio, e ascende verso il cielo restringendosi. Questo è forse il momento più spirituale di questo mio viaggio in Valtellina.

Chiesa di San Giovanni Battista a Lanzada (instagram @marianocervone)

Il mio percorso si conclude con Ganda, una contrada piccolissima, in cui è possibile scorgere ancora signore anziane austere come matrone, che nei vicoli stretti guardano gli stranieri con sguardo furtivo, con i loro capelli raccolti in una cipolla bassa e il grembiule un po’ annerito dai lavori domestici, e qualche gatto che si aggira randagio per i vicoli come faccio io.

E se la quietudine di questi posti vi sta stretta, allora dirigetevi verso El Diablo’s pub nel piccolo centro di Chiesa. A metà tra un antiquario e un bar vero e proprio, potrete ammirare mobili e suppellettili in vendita, mentre potrete sorseggiare uno squisito mojito, la cui menta è stata colta davanti ai vostri occhi.

ART NEWS

Da Mirò a Botero: le grandi mostre d’autunno

Siamo agli inizi di agosto, e mentre tutti sono già proiettati su vacanze e mete turistiche, anche quest’anno non potevo esimermi dal segnalarvi le mostre che ritroverete al vostro ritorno. E a giudicare dal ricco carnet di Arthemisia, si preannuncia un anno ricco di eventi, molti dei quali legati all’arte contemporanea e ai grandi autori del XX secolo.

Si comincia con Mirò, a Palazzo Chiablese di Torino dal 4 ottobre fino al prossimo 14 gennaio 2018.

Sono 130 le opere dell’artista catalano, grazie all’eccezionale prestito della Fundació Pilar i Joan Miró a Maiorca, fondazione che conserva la maggior parte delle opere che l’artista ha creato in oltre trent’anni di carriera, sull’isola di Palma di Maiorca.

Lungo il percorso espositivo noti dipinti quali Femme au clair de lune del 1966, Oiseaux e Femme dans la rue del 1973.

A Torino i dipinti racconteranno come il maestro spagnolo è riuscito a muoversi sapientemente attraverso le principali correnti artistiche del tempo, quali il Dadaismo, il Surrealismo e l’Espressionismo.

Miro! Sogno e colore, questo il titolo della prestigiosa rassegna, è promossa dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Musei Reali di Torino del Gruppo Arthemisia, con il patrocinio e il supporto di Regione Piemonte e Città di Torino, in collaborazione con Fundació Pilar i Joan Miró a Maiorca e vede come curatore scientifico Pilar Baos Rodríguez.

Scendendo verso sud, al Museo della Permanente di Milano arriva Chagall. Sogno di una notte d’estate, straordinaria mostra-spettacolo che dal 14 ottobre al 28 gennaio 2018 racconta in un modo inedito le opere di Marc Chagall, fondendo spettacolo, teatro, musica, arte e tecnologia.

Se in molti pensano già alle varie “experience”, che con colossali proiezioni si stanno diffondendo in tutta la penisola, dovrà ricredersi. Questo è un vero e proprio spettacolo che vede la regia di Gianfranco Iannuzzi, Renato Gatto e Massimiliano Siccardi, che hanno costruito qualcosa di unico che riuscirà ad intrattenere, travolgere ed emozionare i visitatori. E non è un caso se in Francia questo evento è riuscito a coingolgere 500.000 visitatori.

L’evento vede il Patrocinio del Comune di Milano ed è promosso dal Museo della Permanente di Milano ed è prodotta in Italia da Arthemisia con Sensorial Art Experience. La colonna sonora è stata composta da Luca Longobardi.

Anche Bologna rende omaggio la grande arte contemporanea di fine ‘900 con una grandissima prima internazionale: Duchamp, Magritte, Dalì. I tre artisti saranno protagonisti a Palazzo Albergati, insieme a tanti altri nomi come Ernst, Tanguy, Man Ray, Picabia, Pollock e tanti altri che raccontano una grande pagina di storia dell’arte recente.

Le opere esposte, provengono dall’Israel Museum di Gerusalemme, saranno oltre duecento; tra queste icone quali Le Chateau de Pyrenees (The Castle of the Pyrenees) del 1959 di Magritte, la famosa Gioconda L.H.O.O.Q. (1919/1964) di Duchamp e Surrealist Essay (1934) di Salvador Dalí.

La mostra, aperta al pubblico dal 16 ottobre 2017 al 11 febbraio 2018, curata da Adina Kamien-Kazhdan e David Rockefeller, è prodotta ed organizzata da Arthemisia in collaborazione con l’Israel Museum di Gerusalemme.

Al Complesso del Vittoriano a Roma, nell’Ala Brasini, arriva Monet (di cui ho ampiamente parlato qui). Curata da Marianne Mathieu, la mostra, aperta dal 19 ottobre 2017 all’11 febbraio 2018,  presenta circa sessanta opere – per la prima volta esposte in Italia – del padre dell’Impressionismo, provenienti dal Musée Marmottan Monet – che nel 2016 ha festeggiato gli 80 anni di vita – testimonianza del suo percorso artistico, ma soprattutto dell’artista medesimo, dacché si tratta di opere che Monet conservava nella sua ultima dimora di Giverny, che il figlio Michel donò al museo e che rimasero sconosciute al pubblico fino al 1966.

E infine si ritorna a nord. A Verona dal 21 ottobre 2017 ci sarà una grande esposizione su Fernando Botero, già protagonista di un’altra grande esposizione prodotta da Arthemisia a Roma, che arriva ora a all’AMO Palazzo Forti di Verona. 50 suoi capolavori, molti dei quali in prestito da tutto il mondo, oltre 50 anni di carriera del Maestro dal 1958 al 2016.

Le caratteristiche figure opulente, i colori vivaci, il gioioso e giocoso mondo dell’artista colombiano declinato nelle esperienze e nei viaggi di un’intera carriera artistica, chiude degnamente questo primo ciclo di appuntamenti autunnali del calendario del gruppo Arthemisia che, con queste anticipazioni, già promette di regalarci grandi emozioni d’arte.

ART NEWS

Le tempere della Belle époque di Boldini a Pistoia da settembre 2017

Giovanni Boldini
(Ferrara 1842 – Parigi 1931)
La stesa dei panni (Decorazione parete sud della sala da pranzo della Falconiera)
1868

Giovanni Boldini La stagione della Falconiera è questa la rassegna che arriverà nei Musei dell’Antico Palazzo dei Vescovi a Pistoia dal 9 settembre al prossimo 6 gennaio 2018, e che farà parte del ricco programma di Pistoia Capitale Italiana della Cultura.

L’esposizione è stata fortemente voluta dal gruppo Banca Intesa come evento di spicco tra quelli del 2017.

Curata da Francesca Dini con la collaborazione di Andrea Baldinotti e Vincenzo Farinella, la mostra si propone di essere l’evento culturale più importante dell’anno.

Il titolo della rassegna prende spunto da un ciclo di pitture murali e tempera realizzate da Boldini durante il suo periodo toscano alla fine del XIX secolo a Villa La Falconiera, che apparteneva alla mecenate inglese Isabella Falconer.

Un ciclo, di cui oggi si era persa quasi la memoria e che rappresenta un unicum nella storia della pittura italiana. Boldini infatti aveva aderito alla corrente dei macchiaioli in modo del tutto personale prima del suo arrivo a Parigi nel 1871. Qui il pittore ferrarese diventerà il più noto ritrattista e al tempo stesso icona della Belle Époque.

Il ritrovamento di questo ciclo pittorico lo si deve a Emilia Cardona Boldini, vedova e biografa del maestro, la quale era a conoscenza di questo lavoro giovanile, giungendo a Villa La Falconiera sulla scia di vaghe voci. Dopo averla ispezionata completamente, trovò il ciclo pittorico in una vecchia rimessa degli attrezzi, originariamente sala da pranzo dell’antica Villa.

La vedova acquista la proprietà nel 1938, trasferendovi tutte le cose appartenute a Boldini, dalle suppellettili ai dipinti, facendone la sua dimora personale.

Oggi lo stacco di questo ciclo pittorico, che è stato restaurato e trasferito all’interno degli ambienti del Palazzo dei Vescovi a Pistoia è oggetto di studio, ma la sua storia è ancora poco nota al grande pubblico.

La mostra vuole dunque far riscoprire il noto artista italiano, e la straordinaria vicenda di questi affreschi, ponendoli al centro di un evento importante in un momento importante per la cittadina pistoiese.

Un momento di grande creatività giovanile dell’artista, che verrà degnamente celebrato con questa importante esposizione.

Giovanni Boldini
(Ferrara 1842 – Parigi 1931)
Ritratto di Telemaco Signorini
1870
Giovanni Boldini (Ferrara 1842 – Parigi 1931) Alaide Banti in abito bianco 1866

Il percorso comprende sedici dipinti realizzati da Boldini durante il suo soggiorno toscano, che provengono da collezioni pubbliche e private: tra questi Marina, custodita a Milano, che ha una sua trasposizione a tempera proprio nel ciclo della Falconiera. I visitatori potranno vedere anche i ritratti di Telemaco Signorini e Cristiano Banti, della Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti a Firenze, artisti elegantissimi molto legati a Boldini, che continuarono a sostenerlo anche dopo il suo soggiorno toscano.

Non poteva mancare il Giovane paggio che gioca con un levriero del 1859, molto innovativo per la posa e per i colori.

La mostra sarà corredata da un catalogo a cura di Francesca Dini come la mostra, edito da Sillabe.

I ritratti di Boldini raccontano volti, fatti e vizi di una società: «La mostra su Boldini consegue due obiettivi essenziali – ha spiegato Alessio Colomeiciuc, presidente di Cassa di Risparmio di Pistoia e della Lucchesia, promotrice del progetto espositivo – non solo arricchisce il ventaglio delle iniziative di valorizzazione del patrimonio artistico pistoiese proponendo il nome di un pittore di sicuro successo, ma garantisce anche la migliore celebrazione di un episodio unico nella storia dell’arte dell’Ottocento italiano, rappresentato dalle suggestive Tempere murarie eseguite da Boldini all’interno della villa Falconiera. Sono lieto che la nostra banca abbia saputo, anche in questa occasione, coniugare l’attività creditizia con la promozione culturale del territorio, rendendo possibile un progetto di grande qualità e bellezza come questa mostra inedita».

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L’enigmatico Giorgione a Palazzo Venezia a Roma fino a settembre

In mostra fino al prossimo 17 settembre, Giorgione e le stagioni del sentimento tra Venezia e Roma è una importante rassegna che mette al centro la figura dell’artista veneto del XVI secolo. Allestita all’interno delle sontuose sale di Palazzo Venezia a Roma, è un percorso scisso in due parti, che trova la sua naturale prosecuzione dall’altra parte della città, all’interno di Castel Sant’Angelo, “costringendo” quasi i visitatori a mutarsi in turisti della bellissima città eterna.

Lungo il percorso espositivo è immediatamente chiaro che l’arte di Giorgione si divide tra armi di seduzione femminile e ritratti, tematiche racchiuse in quelle che da molti è stata definita una pittura enigmatica, di non facile comprensione.

La rassegna ruota intorno a quello che è considerato il capolavoro dell’artista di Castelfranco, i due amici, in cui sono ritratte due figure maschili, due amici appunto, nelle quali Giorgione ha voluto imprimere uno stato d’animo. La sua pittura infatti si distacca da alcuni contemporanei, presenti per contrasto nelle sale, mostrando delle figure vive, animate da sentimenti che turbano i loro sguardi, e danno vita a ritratti tutt’altro che statici.

La tela fa parte della collezione permanente del museo romano, che forse con questa importante rassegna vuole farne la sua “Gioconda”, il portabandiera di un florilegio di capolavori della storia dell’arte italiana e non solo.

Due sculture leonine, provenienti dall’atrio della Basilica di San Marco a Roma collegano idealmente la capitale con la natia Venezia.

Il Palazzo è una squisita costruzione rinascimentale, che trova la sua consacrazione nelle architetture classicheggianti. E quasi mi perdo a guardare questi saloni, che a tratti distolgono il mio sguardo dalle opere che custodiscono, con i loro soffitti alti in legno e le maioliche in cotto.

La mostra di Giorgione si alterna quasi fino a confondersi in una dimensione onirica, con statue, sculture e altri oggetti che provano a ricostruire l’ambiente in cui viveva e si muoveva l’artista.

E c’è anche Fetonte, dalla National Gallery di Londra, davanti ad Apollo ed è subito un tripudio di animali e colori vivaci, e una lussureggiante vegetazione.

Non poteva mancare il mito di Leda e il Cigno e quella mitologia che in qualche modo ritorna nell’arte di questo periodo.

Suggestivo l’allestimento che pare riprodurre dei separé orientali in carta di riso, su cui sono appoggiate le opere, che si offrono agli occhi del visitatore isolate dai saloni affrescati e mosaici dipinti, ma senza nasconderli.

A chiudere il percorso a Palazzo Venezia una proiezione che trasforma le pareti dei saloni in un grande schermo cinematografico, su cui tempere, colori e ritratti dell’artista compaiono e si confondono, sciogliendosi come una tavola di colori da cui originano queste opere immortali.

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Seduzione e Potere da Cagnacci a Tiepolo. La nuova mostra di Sgarbi a Perugia

Sono ancora visioni private quelle che ci offre Vittorio Sgarbi con la sua serie di mostre che sta promuovendo l’arte nascosta del nostro paese. Dopo la mostra de I Tesori Nascosti nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Napoli, conclusasi con successo lo scorso 20 luglio, il noto critico d’arte italiano è già pronto per una nuova mostra. Seduzione e potere. La donna nell’arte tra Guido Cagnacci e Tiepolo è questo il titolo della rassegna che sarà inaugurata dopodomani, sabato 29 luglio a Gualdo Tadino in provincia di Perugia.

La mostra sarà allestita all’interno della Chiesa monumentale di San Francesco e resterà aperta al pubblico fino al prossimo 3 dicembre.

La rassegna è stata realizzata con la consultazione scientifica di Vittorio Sgarbi, con il patrocinio della Regione Umbria e della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, e vede la collaborazione del professore di storia dell’arte Antonio D’Amico.

Un percorso al femminile, che si propone di raccontare la figura della donna nell’arte e nella storia, focalizzandosi sulle potenti armi di seduzione femminile e il potere che le donne hanno esercitato e avuto. Dalla mitologia ai racconti biblici, passando per le allegorie, le donne si muovono sinuose con pathos, un pizzico di misticismo, la teatralità e, soprattutto, la loro sensualità.

E se nella mostra napoletana appena chiusa era la Maddalena Addolorata di Caravaggio la regina di tutte le opere, in questa esposizione c’è un’altra Maddalena al centro della scena, quella portata in cielo dagli angeli di Francesco Cairo, che anche in questa ascesi mantiene intatta tutta la sua grazia di donna che è in qualche modo perdonata e addirittura celebrata.

29 gli artisti italiani che tra Cinquecento e Settecento si sono dedicati alla figura femminile, oltre trenta i capolavori che vanno da Simone Peterzano a Giulio Cesare Procaccini, da Lionello Spada a Mattia Preti, passando per Luca Giordano e Giambattista Tiepolo e i figli Giandomenico e Lorenzo Tiepolo.

La stessa sensualità che ritroviamo Cleopatra di Guido Cagnacci, che raffigura la regina d’Egitto morente, ma sempre bellissima.

«I visitatori potranno ammirare capolavori di artisti di grande fama nazionale ed internazionale e opere d’arte inedite – ha detto Antonio D’Amico – Gualdo Tadino diventerà capitale italiana della seduzione sia per ospitare questa mostra sia per le bellezze che la città propone».

Anche per questa mostra Sgarbi riesce a mettere insieme collezioni private italiane ed estere, dalla Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi di Forlì alle Collezioni d’arte della Fondazione Cassa di Risparmio di Pesaro. Opere che generalmente non godono della vista dei visitatori che potranno così ammirare questi meravigliosi capolavori.

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Piranesi, tra sogno e realtà. Al Museo di Roma fino a ottobre

A Palazzo Braschi a Roma, fino al prossimo 15 ottobre 2017 c’è la suggestiva mostra Piranesi La Fabbrica dell’Utopia. Un’antologia delle acqueforti con cui l’artista veneto ha ritratto vedute reali e irreali della Roma antica e non solo.

La prima sorpresa alla biglietteria della mostra sono senza dubbio gli occhiali 3D che ti forniscono. A cosa potranno mai servire questi occhiali in una mostra per lo più di disegni, ci si chiede. Sì perché Giovanni Battista Piranesi, incisore e architetto del XVIII secolo, è stato anche un teorico dell’architettura italiana che ha provato a raccontare attraverso la sua vena artistica, narrando di una immaginifica Roma Antica, a metà tra ricerca archeologica e pura fantasia.

Dalla tomba di Nerone agli Archi Trionfali, passando per una veduta reale della Via Appia e la Via Ardeatina, che qui si fanno preziose wunderkammer all’aperto di antichità e stupore, fino alle vedute di una Roma Rinascimentale e Barocca, con le sue Chiese, le Basiliche Papali, le loro fluttuanti architetture, le prospettive delle navate.

Guardando queste acqueforti viene quasi da pensare che Piranesi sia un precursore della smania fotografia che assilla noi moderni, catturando i luoghi che visitava con vivida immaginazione e ricercatezza del dettaglio. Un dialogo continuo, una esasperata ricerca di verità.

Giovanni Battista Piranesi, Arco di Tito, 1756-1760, acquaforte, Museo di Roma

Il suo desiderio di raccontare la capitale nasce dall’ispirazione di romana memoria della Forma Urbis, prima mappa della città eterna che l’artista continuerà a raccontare e a immaginare.

Lungo il percorso espositivo è possibile confrontare alcune opere del Piranesi con gli originali reali, come un candelabro di resina artificiale, a imitazione del marmo, che Giovanni Battista ha perfettamente disegnato, o il tripode pompeiano. È possibile scorgere, e apprezzare soprattutto, con quanta accuratezza Piranesi ritraeva i suoi soggetti. Che fosse la grande navata di una chiesa o un oggetto isolato dal suo contesto, la cura nel dettaglio era la medesima, mantenendo intatto lo spirito di documentaristico che lo animava.

Giovanni Battista Piranesi, Basilica di San Sebastiano, 1750-1760, acquaforte, Museo di Roma

Ma è l’ultima sala quella della genialità, la liberazione da un mondo antiquario che sfocia nella fantasia libera e creativa dell’artista, che con i disegni delle Carceri anticipa di secoli Escher, e sarà di grande ispirazioni persino per il cinema contemporaneo che guarderà all’artista per film come Metropolis o Matrix. Ma i disegni di Piranesi saranno fonte di ispirazione anche per scrittori come Baudelaire, Yourcenar e Hugo.

Bellissime le sue architetture che girano intorno a loro stesse senza soluzione di continuità, in un cerchio che non ha inizio né fine.

Una rivelazione il 3D che sorprende il visitatore immergendolo in queste architetture di pura fantasia, provando a ricostruire la totalità dei luoghi così come forse deve averli immaginati lo stesso Piranesi, in questa sua fabbrica dell’utopia sospesa tra sogno e realtà.

CINEMA

Cinquant’anni fa moriva Vivien Leigh. 5 film per ricordare l’attrice di Via col Vento

È uno dei volti-simbolo del cinema mondiale. Vivien Leigh, scomparsa cinquant’anni fa esatti nel luglio del 1967, è spesso associata all’iconico ruolo di Rossella O’Hara nel pluripremiato film Via col Vento. Ma sono tanti i ruoli che l’attrice inglese ha interpretato, conquistando ben due premi Oscar con poco meno di venti film e un Tony Awards, confermandosi come una delle più grandi interpreti della sua generazione, sia nel cinema che a teatro.

La Leigh però soffriva di un grave disturbo bipolare aggravato da una tubercolosi malcurata che si trascinò dietro tutta la vita e che fu causa della sua morte.

Alternò felicemente le tavole del teatro e il grande schermo, riuscendo a interpretare ruoli duri e a volte atipici o torbidi.

Vivien mal sopportava il tempo che passa e l’avanzare dell’età, e tra i deliri della morte alla domanda dei medici su quale fosse il suo vero nome, rispose di essere Blanche Dubois, altro iconico ruolo che interpretò al fianco di Marlon Brando in Un tram che si chiama desiderio.

Le sue pellicole l’hanno spesso portata, per finzione o realtà, nel nostro paese.

Indimenticata e indimenticabile protagonista di Via col Vento, sontuoso colossal di Victor Fleming, che le dà la fama mondiale e la consacrazione agli Oscar, ha sempre negato i proverbiali dissapori con l’allora co-protagonista Clark Gable, che avrebbero poi trovato conferma o quantomeno fondamento in una storica frase pronunciata dall’attore agli Oscar, quando disse: “questi maledetti Europei, ci ruberanno tutto!” Riferendosi, forse, proprio alla statuetta vinta da Vivien e non da lui.

Ecco cinque film per ripercorrere tre decadi di cinema dell’attrice:

Il Ponte di Waterloo (1940): qualche anno dopo Via col Vento fu questa pellicola di Mervyn LeRoy ad avere forse l’ingrato compito di far dimenticare Rossella al grande pubblico. Qui Vivien interpreta la tormentata ballerina Myra Lester. È il 1915, anno in cui scoppia la prima guerra mondiale, e Myra si innamora dell’ufficiale Roy Cronin, interpretato dal fascinoso Robert Taylor. Credendolo morto in battaglia, Myra si ritrova a far fronte alle avversità della vita prostituendosi.

Il Grande Ammiraglio. Erroneamente tradotto con questo titolo, il film originale si chiama invece That Hamilton Woman, perché è lei, ancora una volta, la vera eroina tragica. La pellicola è una biografia romanzata sulla vita di Lady Emma Hamilton, moglie dell’ambasciatore di Inghilterra presso il Regno di Napoli, che si innamora segretamente dell’ammiraglio Horatio Nelson, eroe della guerra napoleonica e già sposato, destando non poco scalpore nella corte. Accanto a lei l’amato marito e compagno d’arte Laurence Olivier, che ai tempi cercava di trasformarsi agli occhi del pubblico da interprete teatrale a divo del cinema.

Anna Karenina. Nel 1948 è la volta della letteratura russa e di una pellicola tratta dall’omonimo romanzo di Lev Tolstoj. Qui la Leigh è l’indiscussa protagonista di un’altra tormentata storia d’amore con il Conte Vronskij. Ancora una volta interpreta una tormentata storia d’amore. È lei ad essere sposata e con un bambino e nonostante tutto sceglierà di vivere questo burrascoso amore che la consumerà.

Un tram che si chiama desiderio. Bisognerà aspettare il 1951 e una piece di Tennessee Williams per accaparrarsi un secondo Oscar con l’intenso ruolo della psicolabile Blanche Dubois, avvenente donna che inizia a veder sfiorire la propria bellezza, e preferisce vivere in un mondo tutto suo, fatto di illusione, alcol e sesso. Accanto a lei un altro Divo intramontabile di Hollywood, l’indiscusso sex symbol Marlon Brando.

La primavera romana della Signora Stone. Dieci anni dopo, nel 1961, Vivien interpreta ancora un lavoro Tennessee Williams. E le tematiche dei suoi film sembrano sovrapporsi le une alle altre confondendosi con la sua vita vera: qui la Leigh è Karen Stone, un’attrice in declino che, rimasta improvvisamente vedova, decide di soggiornare a Roma dove entra in contatto con un torbido giro di gigolò.

Come nelle sue pellicole, Vivien continua a faticare ad accettare il tempo che passa, vedendo una schiera di nuove attrici, tra cui la brillante Marilyn Monroe, incontrare il successo e i favori del grande pubblico.

Con la sua assoluta bellezza e l’indiscusso talento, Vivien Leigh è un’attrice da (ri)scoprire, con pellicole che hanno fatto la storia del cinema, regalandoci delle emozioni che resteranno per sempre.

INTERNATTUALE

La Torre dei Biancospini, l’architetto Boeri porta il bosco verticale in Olanda

Noto soprattutto per uno dei suoi ultimi progetti, quello del Bosco Verticale a Milano, architettura del 2014 composta da due torri completamente immerse nel verde, Stefano Boeri è oggi protagonista di un altro importante progetto architettonico, che segue ancora l’onda verde lanciata dall’architetto milanese qualche anno fa. Lo studio Boeri ha infatti vinto il concorso per la riqualificazione dell’area di Jaarbeursboulevard nei pressi della Stazione di Utrecht in Olanda, La Torre dei Biancospini, è questo il titolo della monumentale opera che sarà costruita nel 2019 e dovrebbe vedere ufficialmente la luce nel 2022.

Il disegno è stato presentato dal Consorzio G&S Vastgoed and Kondor Wes sels (VolkerWessels) Projecten, e si preannuncia come un bosco verticale di nuova generazione. Una struttura a impatto zero che, sui suoi 90 metri di altezza vedrà la distribuzione di oltre 10.000 piante di diverse varietà, di cui 360 alberti e oltre 9.600 suddivisi tra arbusti e fiori, contribuendo all’assorbimento di circa 5,4 tonnellate di CO2, e che corrisponde a circa un ettaro di bosco.

Un vero e proprio ecosistema urbano, che ospiterà più di 30 specie vegetali diverse.

Da sempre l’architettura di Boeri è orientata ad un maggior rispetto della natura e un minor impatto sull’ecologia e il micro-clima dei luoghi in cui vengono erette queste opere. Basta sfogliare la gallery del suo sito web per comprendere quanto l’ambiente sia importante per l’architetto che ha felicemente esportato le sue costruzioni, a metà strada tra grattacieli e giardini pensili, in tutto il mondo: dalla Cina, dove sta realizzando una vera e propria Città-Foresta ad Anversa. Ma è solo trovandosi a contatto, anche solo visivo, con le sue costruzioni, per percepirne un immediato senso di benessere, per comprendere questo forte senso naturalistico, peculiarità di una architettura che sempre più spazio sta per fortuna prendendo in svariate città.

La Torre dei Biancospini vedrà sorgere al sesto piano un Vertical Forest Hub, centro di documentazione e ricerca sulla forestazione urbana nelle città del mondo, tanto cara al disegnatore italiano. Un luogo vivo, aperto, dove sarà possibile conoscere le soluzioni tecniche e botaniche scelte per il Bosco di Utrecht e monitorare al contempo gli stati di avanzamento degli altri Boschi Verticali in costruzione nel mondo.

La torre dialogherà con la città circostante grazie al pianoterra che sarà aperto verso l’esterno e contiguo al quartiere, quasi a fondersi con esso. Lo slancio verticale invece rispetta e valorizza le dimensioni dell’isolato che si trova tra Croeselaan e Jaarbeursboulevard.

Sono previsti inoltre, oltre alle zone per l’ufficio, anche spazi per il fitness, per lo yoga, parcheggi per le biciclette e uno spazio ricreativo.

I Biancospini dunque si propone come un vero e proprio polo del benessere nel cuore di Utrecht.

ART NEWS

Monet intimo e inedito, da ottobre al Vittoriano di Roma

C’è un Monet intimo, privato, quello che i visitatori potranno vedere alla mostra omonima, MONET, che dal 19 ottobre fino al prossimo 28 gennaio sarà al Vittoriano a Roma. Scorci di Parigi, la sua Parigi, che si riflette malinconicamente nella Senna, Salici dai contorni indefiniti che si confondono con le cascate dei glicini su di un ponte giapponese, fino alle monumentali Ninfee, avvolte in un pulviscolo violetto. Sono i quadri che il grande maestro dell’impressionismo francese aveva nel salotto della sua amata casa a Giverny, l’ultima.

Opere che Claude Monet non aveva concepito per il pubblico, ma che “ha guardato per tutta la vita, appesi nella sua ultima, amatissima, casa” dice Marianne Mathieu, curatrice dell’evento.

Sono oltre 60 le opere che troveranno posto in quella che si preannuncia una mostra monumentale e, soprattutto, inedita. Sì, perché i dipinti, provenienti dal Musée Marmottan Monet di Parigi, sono per lo più sconosciuti nel nostro paese. La collezione del museo parigino è la più grande al mondo ed è cresciuta ulteriormente negli anni grazie alle donazioni dei collezionisti dell’epoca, tra cui quella dello stesso figlio dell’artista, Michel Monet, che alla morte del padre non volle lasciare nulla allo Stato, “reo”, a suo dire, di non aver sostenuto il maestro negli ultimi anni di vita.

Mission del museo, dice la Mathueu all’ANSA, è quella di portare Monet là dove è ancora poco nota la sua opera. Dopo Taiwan, questa importante rassegna arriva per la prima volta nel vecchio continente, facendo tappa prima a Roma e successivamente anche a Bologna e a Bordeaux.

Weeping Willow, 1918-19 (oil on canvas) Monet, Claude (1840-1926) MUSEE MARMOTTAN MONET, PARIS

Questa mostra, anticipa la curatrice, rappresenta un viaggio nella vita dell’artista, nella sua idea del giardino, tanto cara alla sua poetica artistica, neelle sue amate vedute di Londra, Parigi, Vétheuil, Pourville. Dalle prime opere della metà del XIX secolo, quelli che donarono a Monet i primi soldi e la fama a Le Havre fino ai noti paesaggi dei luoghi che aveva visto e vissuto.

Durante la sua vita, Monet giunse anche nel nostro paese, insieme all’amico Renoir. Per celebrare questo viaggio con l’amico pittore, in occasione della mostra arriverà anche Le chateau de Dolceacqua opera del 1884, in cui l’artista dipinse quel ponte oggi rimasto uguale, su di una tela che rappresenta un souvenir dei suoi giorni trascorsi in Liguria: «Luoghi fondamentali – aggiunge la curatrice – per la scoperta di una luce e colori così diversi da quelli di Parigi, dove era nato, e dalla Normandia dove era cresciuto».

Michel Monet (1878-1966) as a Baby, 1878-79 (oil on canvas) Monet

Dipinti intimi, a cominciare dal ritratto di suo figlio, Michel Monet, bambino, ma anche Les RosesLondresIl parlamento riflesso sul Tamigi, chiudendo un percorso con un’esperienza emozionale, le sue gigantesche ninfee astratte.

Quando Monet dipinse queste opere aveva 75 anni, era un uomo ricco, e non aveva più la necessità di dipingere per vivere. Per questo motivo nessuno le ha mai viste fino alla sua morte e non sono mai state vendute.

LIFESTYLE

L’Avocado, trend culinario dell’anno: ecco 10 motivi per cui mangiarlo

Se esiste una moda anche nella cucina, allora il must dell’estate 2017 è sicuramente l’Avocado. Questo frutto, originario del Messico centrale, deve il suo nome a un prestito dall’inglese, avocado (che resta invariato nella nostra lingua) a sua volta preso in prestito dallo spagnolo aguacate, le cui radici (etimologiche, s’intende) affondano nell’azteco āhuacatl (pron. [aːˈwakat͡ɬ]) che letteralmente significa testicolo, per analogia alla forma di quest’organo. La pianta invece è chiamata Persea americana.

Questo frutto tanto spazio sta prendendo sulle pagine di diversi siti web e, conseguentemente, anche sulle nostre tavole, al punto che a Roma ha aperto il primo Avocado Bar, locale dove la base di ogni ricetta, dai toast all’hamburger, è, manco a dirlo, l’avocado. Un trend culinario che potrebbe portare all’apertura di nuovi punti a Milano e a Napoli.

Nell’attesa authoritynutrition.com ha stilato una classifica dei principali benefici di questo frutto di cui tutti parlano e che presto diventerà parte integrante anche della nostra dieta… mediterranea (?):

INCREDIBILMENTE NUTRIENTE:

È estremamente prezioso per il suo alto valore nutrizionale, e spesso aggiunto a tutti i tipi di piatto per suo buon sapore e la struttura ricca. L’avocado inoltre è l’ingrediente principale del guacamole.

Diventato popolare tra i salutisti, nella forma può ricordare una pera, caratterizzato dal tipico colore verde-nero, mentre il suo peso può oscillare da 220 grammi ad oltre un chilo.

La parte che viene mangiata è quella interna del frutto, buccia e seme invece vengono buttati. L’avocado contiene oltre venti vitamine, tra cui il potassio, la vitamina K e la vitamina C.

Per ogni 100 g di prodotto, ci sono circa 160 calorie, 2 g di proteine, e circa 15 grammi di grassi sani. Nonostante contenga 9 grammi di carboidrati, va detto che 7 di questi sono fibre e quindi i grammi di carboidrati “netti” sarebbero soltanto 2.

Questo frutto non contiene sodio o colesterolo, ed è anche povero di grassi saturi.

RICCO DI OLI VEGETALI:

L’avocado e l’olio di avocado sono ricchi di acido oleico monoinsaturo, un acido grasso che fa bene al cuore al pari di quello contenuto nell’olio di oliva, il che rende particolarmente appetibile e salutare questo frutto.

RICCO DI FIBRE:

Circa il 7% del peso di un Avocado è composto da fibre, una concentrazione molto più alta di tanti altri alimenti. Le fibre sono essenziali per la perdita di peso e una migliore funzione del proprio metabolismo.

ABBASSA IL COLESTEROLO E I TRIGLICERIDI:

Diversi studi asseriscono che mangiare regolarmente avocado apporta grandi benefici al nostro organismo, tra cui una significativa riduzione del colesterolo, una riduzione dei trigliceridi nel sangue fino al 20% e un incremento del colesterolo buono dell’11% circa.

LE PERSONE CHE MANGIANO AVOCADO SONO PIÙ IN SALUTE:

Secondo un sondaggio le persone che mangiano avocado hanno un maggior numero di sostanze nutritive nel loro organismo, con un minor rischio per l’apparato cardiovascolare.

ANTIOSSIDANTI:

Secondo alcuni studi, accompagnare le verdure all’avocado o condirla con olio di avocado aumenta notevolmente la quantità assunta di antiossidanti.

UN BENE PER GLI OCCHI:

Tra gli antiossidanti contenuti nell’avocado ci sono la luteina e la Zeaxantina, due pigmenti naturali molto importanti per la salute degli occhi, che riducono il rischio di degenerazione maculare e cataratta.

ANTITUMORALE:

Sì, alcuni studi hanno dimostrato che l’avocado può combattere anche il cancro. Questo frutto infatti è un potente antitumorale, e può aiutare a prevenire in particolare quello alla prostata, abbassando addirittura gli effetti collaterali della chemioterapia.

 

CONTRO L’ARTRITE:

Insieme alla soia, l’Avocado può ridurre significativamente i sintomi dell’osteoartrite.

PERDITA DI PESO:

In vista dell’estate e della prova costume, sappiate che l’avocado può essere introdotto in una dieta equilibrata e sana e, grazie al suo apporto di fibre e al basso contenuto di carboidrati, può aiutare a promuovere la perdita di peso.