CINEMA, INTERNATTUALE

Claudia Cardinale, Cannes e la polemica ipocrita di twitter

A poche ore dalla sua presentazione ufficiale ha già suscitato non poche polemiche. Parlo del poster della 70esima edizione del Festival di Cannes, che quest’anno vede protagonista un’altra icona del cinema internazionale, Claudia Cardinale.

Dopo Marcello Mastroianni, Ingrid Bergman e Jean-Luc Godard delle passate edizioni a troneggiare sul poster della kermesse di cinema più prestigiosa al mondo c’è questa volta la nota attrice italiana. Una giovanissima e sorridente Cardinale intenta a saltare e girare gioiosa su se stessa, con i lunghi capelli al vento.

Uno scatto vintage in bianco e nero che nella locandina è stato riproposto con colori purpurei-violacei, mentre la silhouette dell’attrice sembra adesso volteggiare tra uno scintillante numero 70.

Immediata la polemica per qualche colpo di “photoshop” che avrebbe ristretto la vita e le caviglie della protagonista di Il Giorno della Civetta, e ne ha ritoccato anche i capelli.

Un vero “sacrilegio” secondo i twitteri su di una Claudia poco più che ventenne.

Ad operare i ritocchi su di una foto dell’Archivio Cameraphoto Epoche di Getty Images è stato Philippe Savoir, che ha adeguato l’immagine allo spirito di questa edizione e, confrontandola con lo scatto originale, senza dubbio è innegabile che i ritocchi ci sono stati.

Ma si tratta di una polemica inutile, quella del web che sembra continuare ad indignarsi senza alcuna coerenza.

i ritocchi evidenziati da Vanity Fair Italia

In un mondo, quello del web, dove anche il ritocco è diventato democratico e, nell’era del post-Photoshop anche un semplice selfie con lo smartphone è abbondantemente ritoccato grazie ad applicazioni e filtri, suona un po’ ridicolo, e probabilmente ipocrita, risentirsi e polemizzare contro qualche click del computer che ha soltanto attualizzato l’immagine dell’attrice, adeguandola ad un diverso uso, trasformandola da scatto distratto di un magazine d’epoca a iconica immagine del cinema.

Felicissima e onorata la Cardinale che in merito alla scelta di questa foto, di cui nemmeno si ricordava, ha detto: «Ma quella foto mi rammenta i miei inizi, un’epoca in cui mai avrei immaginato di ritrovarmi un giorno sulle gradinate del più celebre dei Festival» incurante dell’incriminato ritocco

Qualsiasi fotografo o ritoccatore, ma anche semplice utente di facebook e instagram, avrebbe, se ne avesse avuto la capacità e la possibilità, assottigliato una caviglia ed un polpaccio appena deformato dallo slancio del salto, senza nulla togliere alla bellissima espressione di un viso radioso.

Quante volte sbianchiamo i nostri denti, assottigliamo il viso, eliminiamo il doppio mento, utilizziamo un filtro che schiarisca la pelle o ci faccia apparire più giovani?

Per pura vanità o semplice insicurezza siamo tutti soggetti al ritocco fotografico, e molto più spesso al bugiardo auto-ritocco, quello di cui ci vergogniamo come le showgirl del botox in televisione e continuiamo a negare anche di fronte all’evidenza.

Da intelligente donna di spettacolo, persino Claudia ha elegantemente glissato l’argomento, perché conosce bene le leggi del marketing e le regole che lo showbiz impone. Per questo motivo trovo particolarmente fasullo continuare a fare la morale su di una consuetudine abusata da tutti: chi non ha usato il filtro leviga almeno una volta scagli la prima pietra.

 

ART NEWS

Helmut Newton, tra moda e erotismo al PAN di Napoli fino al 18 giugno

È imprescindibile per un amante della fotografia o un semplice appassionato imparare dai grandi maestri che di quest’arte hanno fatto scuola e ne hanno fatto la storia. Uno fra tutti Helmut Newton, cui il Palazzo delle Arti di Napoli ha dedicato un’ampia retrospettiva, aperta al pubblico fino al prossimo 18 giugno.

FOTOGRAFIE White Women / Sleepless Nights / Big Nudes, questo il titolo della rassegna, che in tre sezioni ripercorre le principali fasi della carriera del noto fotografo americano, ispirate ai primi tre volumi pubblicati da Newton tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80.

Helmut Newton, French Vogue, Melbourne 1973

Scatti glamour, che hanno catturato volti, sguardi, espressività di top model, attrici e artisti, da Charlotte Rampling a Andy Warhol.

Chi mi segue su instagram ha già visto qualche scatto, ma chi non ha visto questa mostra dal vivo ignora che ti immergi non solo in un’altra epoca, guardando le fotografie di Newton, ma in un altro mondo.

Lusso e bellezza. È con questo binomio che si potrebbe riassumere la fotografia di Newton, le cui immagini sono patinate, eleganti, vagamente erotiche e trasgressive, ma mai volgari.

Tre sezioni in cui, a dispetto dei numeri che contraddistinguono le opere, non c’è un vero e proprio percorso di visita, ma tutto è fluido, liquido, come l’acqua delle piscine spesso fotografate da Helmut. Sì, la piscina, che in Newton si fa totem irraggiungibile del lusso, un luogo misterioso, in cui avvengono incontri. Un elemento che è quasi un’ossessione per il fotografo tedesco naturalizzato statunitense.

In questi anni Newton osa, porta la fotografia di moda fuori dagli studi di posa e dalle fredde luci dei bank.

Giardini rinascimentali, dimore storiche, prati si trasformano in inconsapevoli scenari di pose plastiche e amori saffici. Ma anche uffici, suite, alberghi e sedi di grandi brand di moda.

a sinistra Helmut Newton, Elsa Peretti, 1970 a destra Ariana Grande 2016

È un mondo lezioso quello che racconta Newton, che lo documenta e lo eviscera fino a farne quasi fredda parodia di sé stesso. Un mondo a tratti fetish, che occhieggia al bondage con straordinaria modernità. Impressionante quanto l’eredità di Newton si faccia sentire ancora oggi. Basta guardare le immagini promozionali dell’album Dangerous Woman del 2016, della cantante Ariana Grande, per percepire una chiara impronta newtoniana.

Helmut Newton, Tied Up Torso, Ramatuelle 1980

Attrici, grandi metropoli statunitensi o scorci italiani. Da Parigi a Berlino, da Nizza al Senegal. La fotografia di Helmut ha girato tutto il mondo, rivoluzionando il mondo della moda.

Quasi imbarazzano lo spettatore i Big Nudes per la loro potenza. Donne completamente nude a grandezza naturale, i Big Nudes sono una serie fotografica ispirata ai manifesti diffusi dalla polizia tedesca per ricercare gli appartenenti al gruppo terroristico della RAF. Helmut ebbe l’idea di catturare dei nudi con una macchina fotografica di dimensione media con l’intento di farne delle gigantografie.

Dopo una grande rassegna su McCurry, il PAN ospita un altro grande nome del panorama fotografico mondiale.

sopra Helmut Newton, Bergstrom over Paris, 1976 sotto Velasquez, Venere allo specchio, 1648

Una fotografia colta, quella di Newton, i cui potenti nudi occhieggiano all’eroicità della nudità greca, affondando le radici nella storia dell’arte italiana con omaggi a tratti impercettibili, altre volte invece un chiaro riferimento a quei grandi maestri che hanno tracciato il percorso da dove ha avuto origine tutto.

Curata da curata da Matthias Harder e Denis Curti, l’idea nasce nel 2011 da June Newton, vedova del fotografo. Promossa dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, la mostra è organizzata da Civita Mostre in collaborazione con la Helmut Newton Foundation, e accompagnata da una pubblicazione edita da Marsilio.

INTERNATTUALE

La mitica Polaroid compie 70 anni

Oggi proviamo a riprodurne gli effetti attraverso APP per smartphone con quelli che comunemente chiamiamo filtri: instagram in primis, ma anche Retrica, le più famose, provano da qualche anno ormai a restituire il fascino dell’usura della pellicola fotografica quando i contorni diventavano meno nitidi e i colori sbiadivano assumendo delle nuance che oggi definiamo “vintage”. Erano gli anni della Polaroid, rivoluzionaria macchina fotografica in grado di stampare subito le immagini catturate con il proprio obiettivo. Da allora sono passati esattamente settant’anni, quando nel 1937 lo scienziato americano Edwin Land fondò in Massachusetts la Polaroid Corporation.

andy-warhol-polaroid-interno-internettualeDa quel momento il mondo della fotografia cambiò completamente, offrendo la possibilità di vedere il proprio scatto materializzarsi davanti ai propri occhi in pochi minuti, antesignana di quella fotografia digitale che solo a partire dai primi anni 2000 offrirà la medesima sensazione senza dispendio di pellicola.

Certo, oggi i colori forse sono molto più brillanti, i neri più intensi, e possiamo scattare anche in HDR, High dynamic range imaging, con maggior nitidezza e realismo, senza che le immagini da noi catturate, che stipiamo su file e memorie virtuali, invecchino di un solo istante, ma nessuna delle tecnologie in nostro possesso potrà mai darci indietro la sensazione nostalgica del tempo che passa come continueranno a fare invece le vecchie polaroid.

Passeranno dieci anni, dalla sua invenzione, per l’arrivo sul mercato nel 1948, ma il modello di maggior successo fu la Folding Pack, ma è soltanto negli anni ’70, con la SX-70, modello più venduto dell’epoca, che arriva il boom e la moda della “foto istantanea”, che si fa arte alla portata di tutti. Lo dimostra Andy Warhol, che fece della Polaroid un’estensione naturale della sua espressione artistica, fotografando intellettuali, modelle, sportivi, attori. Le Polaroid infatti si trasformarono per l’artista statunitense il canovaccio, la base delle sue ben più note serigrafie.

Ma le Polaroid rappresentano anche delle drammatiche pagine di storia italiana. La loro immediatezza infatti divenne spesso strumento criminale nei rapimenti, quale garanzia dell’esistenza in vita degli ostaggi.

Tristemente iconiche le immagini del rapimento del Presidente del Consiglio, Aldo Moro, nel 1978, prigioniero delle Brigate Rosse.

Il nuovo rigurgito vintage ha riportato in auge la foto in tempo reale: il gruppo Polaroid, in collaborazione con Fujifilm, ha infatti reintrodotto dalla fine degli anni ’90 dei nuovi modelli di macchina fotografica in grado di stampare su pellicola SX-70, con un rilancio della linea da qualche anno a questa parte.

ART NEWS

Elliott Erwitt a colori, da Febbraio a Palazzo Ducale a Genova

È un Elliott Erwitt inedito quello che i visitatori potranno vedere a Palazzo Ducale a Genova dall’11 febbraio fino al prossimo 16 luglio. Maestro indiscusso del bianco e nero, Erwitt ritorna adesso in una serie di scatti che lo vedono utilizzare i colori. Il fotografo statunitense lo fa attraverso due progetti dai quali attinge, due diversi archivi da cui estrae le foto per questa rassegna,, Kolor and The Art of Andre S Solidor. Queste due serie sono i due contenitori di eccezione delle opere del maestro quando aveva ricevuto i suoi incarichi editoriali.

135 scatti ineditamente a colori, che il maestro della fotografia, oggi quasi novantenne, ha personalmente selezionato rivisitando i suoi archivi Kodak.

USA. New York City. 1989. Fashion shoot.
USA. New York City. 1989. Fashion shoot.

Immutato il suo occhio irriverente sul mondo che qui si arricchisce di nuance e sfumature, con scatti dai contorni vagamente indefiniti e colori appena sbiaditi, ma in cui resiste tutta la forza e la capacità di comunicare e emozionare con l’immagine, raccontando sapientemente il mondo che lo circonda. Una visione a tratti caricaturale e ironica che si affianca alla serie “Solidor” in cui Erwitt ha saputo parodiare il mondo dell’arte contemporanea cogliendone i vezzi e i vizi, e le tante incoerenze e assurdità che caratterizzano quest’arte in perenne mutazione.

Elliott Erwitt

ART NEWS

Vermeer a Capodimonte: “la donna con il liuto” fino al 9 febbraio 2017 a Napoli

La prima cosa che salta agli occhi è il nuovo colore della sala del Museo di Capodimonte in cui è esposto Vermeer – Rosso cremisi scuro. Uno sguardo sul futuro, ci dice il direttore Sylvain Bellenger, che annuncia che anche tutte le altre sale abbandoneranno il biancore attuale per ritrovare gli originali colori di quando era una Reggia, e con essi il suo sfarzo, il lusso, i fasti del Regno di Napoli.

vermeer-la-donna-con-il-liuto-museo-di-capodimonte-napoli-internettualeLa sala è piena di giornalisti e blogger e appassionati d’arte. Tutti sono giunti al Museo di Capodimonte per La Donna con il Liuto del pittore fiammingo Vermeer. Un evento, un prestito eccezionale che arriva direttamente dal Metropolitan Museum of New York, e che da domani, 18 novembre, fino al 9 febbraio 2017 sarà esposto nella sala del primo piano del museo partenopeo.

Non si tratta di una mostra improvvisata, questa, ma è il frutto di una grande collaborazione tra il Museo di Capodimonte e i più grandi musei del mondo.

Vermeer, ci racconta Bellenger, è stato dimenticato per oltre tre secoli, e riscoperto da uno studioso francese, una sorte analoga a quella di Caravaggio. La memoria è una cosa fragile, la storia è una cosa fragile, ed eventi come questo devono preservarne il ricordo e perpetuarlo.

Quello della memoria non è il solo punto che l’artista fiammingo ha in comune con Caravaggio, ma i due artisti sono soprattutto dei maestri della luce. Di entrambi non conosciamo alcun disegno preparatorio, non li usavano, ed entrambi fanno della luce la vera grande protagonista della loro arte.

Silenziosa, misteriosa, quella di Vermeer è una pittura fatta di interiorità. La sua suonatrice, ad una più attenta analisi, non è bella, eppure risplende di una pacata intima bellezza, che si fa esteriore, che diventa, osservandola, bellezza formale.

L’artista del XVII secolo proietta l’osservatore dentro la camera oscura della sua arte attraverso la quale catturava il mondo che lo circondava, lo stesso in cui oggi ci permette di entrare.

La donna con il liuto è straordinariamente moderna. Suona, innalza il suo spirito attraverso la musica, forse sogna, come dimostra il suo sguardo rivolto verso la finestra, verso un “altrove” nascosto anche allo spettatore che con lei immagina.

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liuto di Jean Des Moulins, 1644
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carta geografica di Willem Bleau, 1644

Alle spalle della donna una carta geografica traccia le conoscenze scientifiche del tempo, segno tangibile di una società attenta al tempo che cambia. Quella stessa carta la ritroviamo adesso sulla parete sinistra della sala, in una versione di Willem Bleau del 1644. Sulla destra invece trova posto anche un vero liuto, unico attribuibile dai tanti dettagli e dalla pregiata fattura, a Jean Des Moulins, appartenente alle collezioni del Musée Instrumental du Conservatoire di Parigi. Un’opera di riambientazione in cui lo spettatore vive le sensazioni che vanno oltre la vista, che si fanno materiali percezioni del mondo. Il liuto, sottile filo conduttore che lega le New York, Vermeer, Napoli, poiché già tradizione partenopea ed europea in generale.

Nella sala accanto opere contemporanee a Vermeer ritraggono donne dedite all’arte delle sette note. Autoritratto alla spinetta di Sofonisba Anguissola, Santa Cecilia in Estasi del napoletano Bernardo Cavallino, Santa Cecilia al Clavicembalo di Francesco Guarino e Santa Cecilia all’organo e angeli musicanti e cantori di Carlo Sellitto. Capolavori della pittura napoletana, che mostrano quanto quello musicale fosse un tema ricorrente nella pittura italiana del XVII secolo.

Alla presentazione, grazie alla collaborazione con il Conservatorio di Napoli, la stampa ha potuto assistere ad un concerto di voce e strumenti a corda, che hanno permesso ai presenti non soltanto di vivere l’atmosfera del tempo, ma anche il delicato suono del liuto. Suggestioni, suoni, profumi degli strumenti di un’epoca di cui la sala di Capodimonte s’è fatta portale.

Ci si aspetta sempre, da un’opera così nota, che sia anche grande. Invece la prima cosa che colpisce lo spettatore sono le piccole dimensioni del dipinto. Eppure l’emozione di un quadro che ha attraversato l’Oceano per dar vita a qualcosa di unico è intensa. Vedere con i propri occhi i pigmenti di colore, le ombre che, al pari della luce, restituiscono la fotografia di un momento.

Grazie alla Regione Campania non ci sono maggiorazioni sul biglietto di ingresso, il cui costo resta invariato.

Grande novità di questa mostra è il supporto di un’APP. I tempi cambiano e i musei cambiano con loro. Per avvicinare un pubblico giovane, ma anche per dare una più ampia visione dell’opera, il Museo di Capodimonte, in collaborazione con ARM23, ha creato l’app omonima della rassegna, Vermeer a Capodimonte, disponibile per dispositivi iOS e Android. L’applicazione, grazie ad un riconoscimento delle stesse immagini attraverso una scannerizzazione digitale, ci restituirà delle informazioni in realtà aumentata che difficilmente riusciremmo ad avere da soli.

ART NEWS

Fa foto con una tecnica dell’800, il risultato è sorprendente

Il suo nome è Kurt Moser ed è un fotografo che ha catturato volti e panorami con una tecnica di fine ‘800.

Se sin dai primi anni 2000 siamo andati alla ricerca della nitidezza e perfezione dell’immagine, il secondo decennio del nuovo secolo pare aver riscoperto il fascino dell’imperfezione fotografica. Da instagram in poi infatti ognuno ha riscoperto le dominanti di colore, desaturazioni e tanti altri effetti, o meglio filtri, che ci hanno riportato per un po’ indietro nel tempo. E se adesso sul social fotografico c’è di nuovo un’inversione di tendenza, con la moda della foto #nofilter, qualcuno invece proprio non dimentica le origini della fotografia.

Moser ha così riportato in auge l’ambrotipia, particolare tecnica degli albori della fotografia quando, con una macchina enorme, si catturava l’immagine su lastre scure, catturando al contempo quella “luce” impercettibile dall’occhio umano.

Il risultato è sorprendente. Immagini diverse da quelle cui siamo abituati oggi. Il fotografo si è già fatto notare catturando i volti dei contadini sudtirolesi, che sembrano arrivare direttamente da un’altra epoca.

Adesso, quello che è stato definito un lightcatcher, un “cacciatore di luce”, vuole alzare il tiro e creare, allestendo un camion russo Ural 6×6, una macchina fotografica gigante, trasformando questo in un progetto itinerante: «Nella parte posteriore del camion, in una cabina in alluminio resa completamente buia, verrà creata un’apertura per l’obiettivo e al suo interno verrà montato uno slot per lastre di 120×150 cm» ha spiegato Moser.

Fotografo altoatesino Kurt Moser immortala Dolomiti e contadini con tecnica fine '800L’obiettivo utilizzato dal fotografo è un gigantesco e rarissimo 1.780 mm della Nikon, del quale, secondo Kurt esisterebbero soltanto 5 o 6 esemplari nel mondo.

Con questo macchina fotografica su quattro ruote il fotografo vuole andarsene in giro a catturare la luce delle Dolomiti.

 Fotografo altoatesino Kurt Moser immortala Dolomiti e contadini con tecnica fine '800

ART NEWS

Annie Leibovitz, “Women: New Portraits”, gratis alla Fabbrica Orobia 15 di Milano fino al 2 ottobre

Ha fotografato le più belle donne del mondo. Attrici, cantanti, atlete, politiche, trasformandole in vere e proprie icone. Trascendendo la loro bellezza, il talento, la fama, ma facendone simbolo di una femminilità altra. Annie Leibovitz ha saputo, più di ogni altro fotografo, raccontare la contemporaneità dell’universo femminile. Adesso la fotografa statunitense presenta al pubblico italiano il progetto WOMEN: New Portraits, una mostra itinerante che da San Francisco a Tokyo, da Londra a Singapore ha girato tutto il mondo e che dal 9 settembre al 2 ottobre sarà allestita negli ampi spazi della Fabbrica Orobia 15 di Milano, vero e proprio punto di riferimento della moda e del fashion del capoluogo lombardo.

Ingresso gratuito per un evento eccezionale, che rappresenta una vera e propria estensione di un progetto fotografico e non solo partito ben quindici anni fa, con il primo nucleo fotografico, WOMEN, la cui serie risale al 1999: «Da allora le donne hanno assunto più fiducia in loro stesse, avverto una nuova sensibilità» ha detto la fotografa alla presentazione della stampa della mostra.

© Licensed to London News Pictures. This image is free to use ONLY in connection with the launch of the 'WOMEN: New Portraits' exhibition. 13/1/2016. London, UK. UBS and Annie Leibovitz launch 'WOMEN:New Portraits' at Wapping Hydraulic Power Station. Here Annie stands with an earlier portrait of Queen Elizabeth II. The exhibition opens to the public from Saturday 16th January until 7th February 2016. The newly commissioned photographs by the world renowned photographer will travel to 10 cities over the course of twelve months ñ London, Tokyo, San Francisco, Singapore, Hong Kong, Mexico City, Istanbul, Frankfurt, New York and Zurich. Access will be free to the public. Photo credit: Peter Macdiarmid.
Annie Leibovitz

Il percorso si amplia con nuovi scatti realizzati in questi anni dalla Leibovitz, e alcuni lavori della serie originale prima esclusi. Sono 37 i nuovi scatti di quello che la stessa Annie definisce un “work in progress”, di questo foto-racconto collettivo di un popolo di donne che con coraggio mettono a nudo la propria anima davanti all’obiettivo della fotografa, che va dalla tennista Serena Williams alla cantante Adele, da Whoopi Goldberg a Scarlett Johansson.

Donne di successo che continuano ad essere fonte di ispirazione per altre donne e non solo.

La mostra, che rappresenta anche una importante indagine sociale nel complesso quadro evoluzionistico della figura femminile, è stata fortemente voluta e realizzata grazie alla collaborazione del gruppo UBS, partner dell’evento che lo sponsorizza e supporta a Milano e in tutto l’itinerario in giro per il mondo.

Innegabile il cambiamento guardando gli scatti di questa delicata e provocatoria artista che ha investito e continua ad investire le donne: da casalinghe a oggetto del desiderio, fino a donne manager e di grande successo. È per questo che la Leibovitz pare non avere dubbi sulle sorti della prossima presidenza americana negli Stati Uniti e dice: «Ho già un appuntamento allo Studio Ovale: Hilary sarà presidente».

Per maggiori informazioni ecco il link.

TELEVISIONE

Master of Photography, il talent rivelazione in onda su Sky Arte

Nell’asfittico panorama della televisione italiana, ancora dormiente per la pausa estiva, il canale satellitare Sky Arte ha deciso di lanciare una novità in una serata qualsiasi di mezza estate, mandando in onda Master of Photography, primo talent europeo trasmesso in contemporanea in cinque nazioni, che cerca il nuovo maestro dell’obiettivo tra dodici aspiranti fotografi.

Il format nasce da un’idea di Roberto Pisoni, direttore del canale d’arte della piattaforma di Murdoch, e vede il debutto alla conduzione dell’ex modella e attrice Isabella Rossellini, la quale, insieme ai tre giudici esperti di fotografia Oliviero Toscani, Rut Blees Luxemburg e Simon Frederick, ricerca il vincitore tra i concorrenti accorsi da tutto il vecchio continente.

Se il lancio di un prodotto di qualità come questo sembrava strano a metà stagione calda, la scelta della rete si spiega nella struttura un po’ debole del format, che segue stancamente il tradizionale schema di programmi analoghi, senza tuttavia trovare una propria caratterizzazione.

Non ci sono formule o eliminazioni “iconiche”, né si percepisce la presenza della Rossellini, che qui è relegata a mera cerimoniere del programma senza una reale interazione con il pubblico o i concorrenti.

Sono gli stessi giudici infatti che presentano di volta in volta le prove da affrontare, ad introdurre i fotografi-ospiti e decretare i vincitori e gli eliminati di puntata, mentre alla Rossellini è relegato un piccolo ruolo di cerimoniere e interlocutore con i giudici nella sola fase di decisione senza una reale interazione, apportando poco o niente della sua importante esperienza come modella o attrice a contatto con fotografi di scena e direttori della fotografia non solo per i concorrenti, ma nel corso di tutta la puntata.

Quei giudici, memori forse dei troppi MasterChef e Hell’s Kitchen, un po’ pretenziosi e puntigliosi, emettendo tuttavia sentenze dure, ma tutto sommato giuste.

Isabella Rossellini Master of Photography Sky Arte - internettualeIl programma riesce ad essere accattivante, ma avrebbe bisogno di mutuare qualche cambiamento da programmi che indagano ambiti diversi, ma tutto sommato analoghi, come Project Runway e America’s Next Top Model, apportando una maggiore centralità di una conduttrice d’eccezione quale Isabella Rossellini, con una maggiore sinergia con i ragazzi e con gli stessi giudici, non soltanto con un siparietto nella fase decisionale, ma anche durante quella di giudizio.

Master of Photography è tuttavia una vera rivelazione, un programma che riesce a fare la gioia degli amanti della fotografia, e di coloro che sono alla ricerca di un consiglio tecnico da maestri dell’immagine che ne hanno fatto la storia.

ART NEWS

“ATTESA”: al MADRE di Napoli la retrospettiva sul fotografo Mimmo Jodice

Si intitola ATTESA 1960-2016, a cura di Andrea Villani, la più ampia retrospettiva mai dedicata a Mimmo Jodice, fotografo napoletano, quella che il Museo d’Arte Contemporanea Donna Regina ospiterà nelle sue sale dal 24 giugno fino al prossimo 24 ottobre. Quasi sessant’anni di attività per l’artista, classe 1934, considerato da molti uno degli indiscussi maestri della fotografia contemporanea.

Sono oltre cento le opere in mostra per questo percorso espositivo che si adatta alle forme e gli spazi del MADRE tra la sala Re_PUBBLICA MADRE e il terzo piano, con fotografie che vanno dalle prime sperimentazioni degli anni ’60 e ’70 all’ultima serie di lavori realizzata proprio in occasione di questa retrospettiva, Attesa (2015) che dà il titolo all’intera rassegna.

Una mostra che si propone particolarmente completa, e che offrirà allo spettatore di indagare tutti i cicli fotografici affrontati negli anni da Jodice, nel suo magistrale bianco e nero: dalla sua relazione con le opere d’arte, spesso immortalate, al quotidiano, passando per le vie della città in cui ricercava lo straordinario nell’ordinario.

Una sezione sarà invece dedicata alle tematiche sociali spesso affrontate da Mimmo, mentre all’interno delle proprie sale sarà possibile osservare anche lavori di altri artisti per i quali Jodice è stato fonte di ispirazione e arricchimento.

L’ATTESA si fa qui pazienza per il fotografo di aspettare il luogo giusto, il momento giusto, la luce giusta per catturare, attraverso l’otturatore del proprio obiettivo, uno sfuggente attimo di eternità. Le fotografie di Jodice infatti trascendono la dimensione spazio-temporale, sospese a mezz’aria tra fisicità e contemplazione dell’attesa stessa.