INTERNATTUALE

Se la Reggia di Caserta diventa il nuovo “Castello delle Cerimonie”

In questi giorni si è molto discusso e si continua a discutere della festa faraonica alla Reggia di Caserta. Si è trattato del matrimonio dell’AD del brand Frankie Morello, Angela Ammaturo, che ha voluto il complesso vanvitelliano per il suo giorno più bello.

Se le polemiche suscitate finora dall’obsoleta filastrocca sulla disparità tra ricchi e poveri, sono abbondantemente superate dal fatto che questa, il noleggio di musei e edifici pubblici, è una pratica più che diffusa all’estero, basti considerare il Guggenheim a New York ma anche la Reggia di Versailles, a far parlare in queste ore è l’aver oltrepassato quella dignità di luogo d’arte che pone sullo stesso piano la Reggia di Caserta al Grand Hotel La Sonrisa a Sant’Antonio Abate, più noto al grande pubblico come il Castello delle Cerimonie.

il florist a cavalcioni sul leone dello scalone della Reggia (foto pagina facebook Camilla Sgambato)

A far discutere in particolare è la foto postata sulla pagina facebook da Camilla Sgambato, parlamentare del PD, che ha (giustamente) mostrato un florist a cavalcioni su di uno dei famosissimi leoni dello scalone principale per allestire il complesso nel giorno delle nozze della Signora Ammaturo.

Ciò che forse sorprende di più è l’immediata la risposta di Mauro Felicori, direttore della Reggia, che fa leva sui numeri totalizzati dal sito casertano nel 2017: 837.848 visitatori con un incremento del 23% rispetto all’anno precedente, ed un introito di oltre 5 milioni di euro.

A questo punto però è doveroso fare un po’ di precisazioni, perché la sola motivazione di un bilancio più che positivo per il sito da sola non basta a giustificare la totale mancanza di rispetto dello stesso.

Che una mentalità imprenditoriale fosse fondamentale per i direttori dei musei italiani, e campani in particolare, era indubbio, come è assiomatico che essi dovessero assumere un comportamento manageriale ponendosi come obiettivo, al pari di qualsiasi azienda, quello di produrre ricchezza per sostenere e alimentare l’intero ciclo museale.

Dipendenti, manutenzioni ordinarie e straordinarie, restauri sono tutte attività necessarie per garantire il naturale ciclo vitale di un’opera, un monumento, un sito o parco archeologico, hanno dei costi ed è giusto ricercare e raccogliere, in un momento storico come il nostro, anche fondi privati affinché questo ingranaggio continui a girare.

Si può e si deve dunque incentivare investimenti da parte di aziende private, vedi il restauro della Fontana di Trevi ad opera di Fendi o quello del Giardino dei Boboli a Firenze finanziato da Gucci, così come è giusto anche incentivare privati facoltosi a ricercare il lusso in una location d’eccezione che per altri è destinata a rimanere solo un sogno.

Ciò che però non bisogna mai dimenticare è il decoro del luogo che si intende, o si intenderebbe, valorizzare, affinché non passi l’errato messaggio che chi paga può tutto, compreso l’uso improprio e del tutto arbitrario di un’opera.

Reggia di Caserta scalone reale – foto da artemagazine.it

Se va bene il fatto che il Direttore Felicori ha autorizzato l’allestimento floreale della scala perché simbolo di gioia collettiva e, a suo dire, ha pensato che “non dispiacesse ai visitatori, anzi”, è assolutamente ingiustificato ed ingiustificabile il fatto che non ha preso le distanze dal comportamento degli allestitori e dal conseguente rischio di poter danneggiare anche in modo permanente il sito o parte dello stesso.

Probabilmente il Direttore Felicori ha dimenticato che lo scalone reale a doppia rampa è un autentico capolavoro dell’architettura tardo-barocca, e che le sculture leonine letteralmente calpestate dai fiorai sono due opere in marmo di Pietro Solari e Paolo Persico del XVIII secolo. La Reggia di Caserta è stata inoltre inclusa nel patrimonio dell’UNESCO dal 1997, e di certo non è un ristorante di quarta categoria da riempire a tutti i costi.

È vero che un evento mondano può talvolta contribuire anche al rilancio di un museo, e a quell’immagine un po’ polverosa e preconcetta che spesso si ha dei luoghi di cultura, ma è altrettanto vero che siti come il Museo Archeologico Nazionale di Napoli attraverso una proficua simbiosi tra archeologia e arte contemporanea, mostre, applicazioni ed un crescente interesse mediatico, che ha portato set di film come Napoli Velata di Ozpetek, fiction rai come Sirene, produzioni Netflix e persino videoclip, ha raggiunto il traguardo dei 500.000 visitatori nel 2017 senza scendere a patti che compromettessero la storia e il prestigio del museo e delle collezioni in esso contenute.

Parimenti la Reggia di Caserta, che conta una notorietà forse maggiore del MANN, ha visto inoltre negli anni film come Angeli e Demoni e Mission Impossible III, attori quali Tom Hanks e Tom Cruise, ma anche fiction rai come Luisa Sanfelice con Letizia Casta con un ritorno mediatico enorme, come se la fama da sola già non bastasse a fare da attrattore turistico, senza considerare documentari che periodicamente le vengono tributati, ultimo proprio quello di Alberto Angela questa sera, Meraviglie, che gli dedicherà un’ampia pagina nella prima serata di raiuno.

Dopo aver visto la foto della Sgambato, è lecito supporre che altri usi impropri del sito siano stati fatti affinché soddisfacesse la funzione di location per ricevimenti, avallata dal fatto che il Direttore nella sua risposta non ha benché minimamente preso le distanze da atti che restano sconsiderati.

Non che la Reggia, successi a parte, goda di una amministrazione ottimale. Appena lo scorso dicembre infatti l’intonaco del soffitto nella Sala delle Dame di Compagnia ha ceduto ed è crollato proprio durante una qualsiasi mattinata di visita. Non ci sono stati feriti, per fortuna, ma tanta paura per una storia che poteva finire peggio.

Ma quello del 2017 non è il solo caso. Già nel 2014 un altro crollo aveva interessato il soffitto della reggia, e l’Huffington post ne parlava addirittura come “Reggia del Degrado”.

Sono andato sul profilo ufficiale del Direttore, e ciò che forse più di tutto mi ha deluso, è il fatto che il direttore non prenda le distanze da tanta superficialità, liquidandola semplicemente con un “verificherò cosa non ha funzionato nella vigilanza”, mentre mi aspettavo che fosse quantomeno un po’ indignato per quella che, a mio avviso, è una grave mancanza (seppur senza danni) di rispetto per l’opera e il sito stesso.

Da studioso di beni culturali e appassionato d’arte, non posso che non chiedermi anch’io come faremo in futuro a pretendere rispetto ai tanti ragazzini che visitano il sito se noi per primi lanciamo il messaggio che il denaro, da solo, giustifica qualsiasi azione?

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ART NEWS, CINEMA

Napoli Svelata: i luoghi, i culti, le credenze e le citazioni del film di Ozpetek

Spinto dalle tante condivisioni e commenti al mio post su Napoli Velata, ho deciso di scriverne uno per svelarvi, letteralmente, tutto ciò che c’è dietro al film. A cominciare dalle location che hanno animato l’ultima pellicola di Ferzan Ozpetek in questi giorni nelle sale, e i posti dove i protagonisti, Giovanna Mezzogiorno e Alessandro Borghi, hanno dato vita a questa storia a metà strada tra culto, occulto e superstizione.

Un articolo dunque a vantaggio dei tanti appassionati di cinema alla ricerca dei set dei loro film preferiti e di quanti invece amano fare turismo cinematografico che, in una città come Napoli, è un valore aggiunto ai già tanti posti che è possibile vedere.

Palazzo Mannajuolo
(foto instagram da @marianocervone)

E non posso che cominciare dai crediti del film, e dal trailer che impazza in televisione, con quella scala ellittica che tanto sta entusiasmando gli appassionati d’architettura. Si tratta della scala elicoidale di Palazzo Mannajuolo, storica dimora della borghesia di Napoli, posta ad angolo tra Via Filangieri e Via dei Mille, strade dello shopping di lusso per antonomasia. Il palazzo, in squisito stile liberty, è stato costruito tra il 1909 e il 1911 ad opera dell’architetto Giuseppe Ulisse Arata, che ha realizzato questa straordinaria architettura che si adatta perfettamente allo snodo a Y delle strade in cui è posta.

Chiesa del Gesù Nuovo
(foto instagram da @marianocervone)

Non poteva mancare Piazza del Gesù, con la facciata dell’omonima Chiesa del Gesù Nuovo e il suo caratteristico bugnato, costituito da piramidi aggettanti, che ne fanno una delle architetture più note della città e, insieme all’obelisco dedicato all’Immacolata posto al centro della piazza, anche uno dei luoghi esotici ed esoterici più affascinanti.

Museo Archeologico Nazionale di Napoli
(foto instagram da @marianocervone)

I napoletani e quanti hanno vissuto la città la scorsa estate lo sapevano già. Alcune delle riprese del film sono state fatte all’interno del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che sta vivendo una vera e propria seconda giovinezza, tra record di visitatori, arte contemporanea e persino applicazioni per smartphone. Giovanna Mezzogiorno si muove sinuosa tra le sale del gabinetto segreto, quelle in cui sono custoditi gli affreschi pompeiani provenienti dai lupanare, i bordelli del tempo, che avevano il compito di sollecitare la fantasia e l’erotismo. Una citazione, quella di Ozpetek, che dopo la Centrale Montemartini di Roma che apre il suo film Le Fate Ignoranti, ritorna tra la scultura classica e la pittura romana, esaltando le forme eroiche del nudo virile e l’erotismo millenario che lega gli esseri umani gli uni agli altri.

Stazione di Toledo – Napoli
(foto instagram da @marianocervone)

Non mancano le ormai note stazioni dell’arte della metropolitana. Toledo. Già vista in altri corti, film e fiction televisive come Sirene, quella che è stata definita la stazione più bella d’Europa, ritorna prepotentemente anche nel film di Ozepetek, che non cede però alla tentazione di riprenderne l’ormai arcinoto foro che riproduce i fondali marini. Il regista rende omaggio agli artisti che hanno creato opere site specific proprio per le stazioni delle metro di Napoli, da Michelangelo Pistoletto alla stazione Garibaldi, inquadrato di sfuggita a Oliviero Toscani e la sua Razza umana/Italia che troneggia nel sottopasso di Montecalvario.

Nei meandri di sotterranei è stata invece allestita (probabilmente – se ne sapete di più i vostri commenti sono ben accetti) la bottega d’antiquariato di una torbida Isabella Ferrari e Lina Sastri, che collezionano sculture, dipinti, arredi e monili preziosi.

Il monumentale ingresso dove Adriana rivede Andrea è di Palazzo Carafa della Spina, architettura del XVII secolo di Via Benedetto Croce disegnata probabilmente dall’architetto Domenico Fontana. Secondo alcuni l’ingresso, rimaneggiato nel corso del XVIII secolo secondo un gusto barocco, è da addurre a Martino Buonocore, mentre secondo altri sarebbe addirittura di Ferdinando Sanfelice che nello stesso periodo si occupò anche di Palazzo Filomarino sulla stessa strada.

Le vie dove passeggiano Adriana e sua zia sono invece quello dello shopping borghese, anche queste già viste in Sirene. Parlo di Via Calabritto, passo che collega Piazza Vittoria a Piazza dei Martiri.

I napoletani l’hanno ribattezzato Lido Mappatella: da sempre spiaggetta libera in cui partenopei e non si bagnano nelle acque di Napoli, caratterizza la scena dove la protagonista ha un colloquio privato con un poliziotto, con il Castel dell’Ovo a far da sfondo alla soleggiata scena, che ha dato uno scorcio sulla Riviera di Chiaia.

Galleria Principe di Napoli
(foto instagram da @marianocervone)

Ozpetek è ritornato anche in un posto molto amato dal cinema e dagli sceneggiati televisivi, la Galleria Principe di Napoli, di fronte al Museo Archeologico Nazionale, dove Giovanna Mezzogiorno assiste ad un suggestivo spettacolo di tamburi. Maltrattata e trascurata, la galleria sta oggi rifiorendo come centro delle arti, ed è già stata protagonista di film come Il Talento di Mr. Ripley, con Matt Damon, e la fiction Pupetta con Manuela Arcuri.

Farmacia degli Incurabili a Napoli
(foto da trailer Napoli Velata)

Il luogo dove Pasquale, alias Peppe Barra, fa un’affascinante visita guidata a degli interessati turisti, è la Farmacia degli Incurabili, realizzata da Bartolomeo Vecchione, ospita oltre 400 vasi maiolicati realizzati all’epoca da Donato Massa, ceramista artefice del più noto Chiostro di Santa Chiara, della Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco e, più avanti sulla stessa via, della Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta.

Il luogo dove avviene una caratteristica tombola napoletana è invece la terrazza della Certosa di San Martino, con una straordinaria vista sul Vesuvio e su Napoli.

Adriana incontra Pasquale verso la fine del film nel cuore della Napoli popolare, il quartiere Mercato, nei pressi della Stazione Centrale.

A chiudere questa carrellata di monumenti c’è Cappella San Severo, nota per la scultura del Cristo Velato ad opera di Giuseppe Sanmartino.

Se invece eravate tra quelli che si chiedevano dove fosse il sontuoso appartamento della zia, interpretata da una bellissima Anna Bonaiuto, sappiate che si tratta dell’appartamento privato di un’amica del regista che, per l’occasione ed esigenze di copione, ha acconsentito che fosse completamente ri-arredato secondo il gusto baroccheggiante mostrato nella pellicola, e che nella realtà si trova a Piazza del Gesù.

I più attenti avranno senza dubbio notato che alcune riprese del film si sono svolte a Palazzo Sanchez de Leon. Ozpetek ha ottenuto dal proprietario, il principe Caracciolo, di poter girare in questi luoghi che, nella loro storia hanno visto due sole altre produzioni cinematografiche, quella di L’oro di Napoli, con Vittorio De Sica, e Viaggio in Italia di Rossellini. È qui che sarebbe ubicata la casa di zia Adele.

Straordinaria la gentilezza di Rosaria Vaccaro, attrice che ha recitato proprio in Napoli Velata, che, leggendo il mio post, raccoglie la mia richiesta, e tiene a farmi due precisazioni. E come non aggiungere con piacere questo prezioso contributo?! Così apprendo che la scena in cui Adriana incontra Pasquale è sì nel Quartiere Mercato, ma più propriamente alle spalle di Porta Nolana, caratteristica strada di pescivendoli, più nota al popolo napoletano come ‘ngoppe ‘e mure (sulle mura).

Sono felice invece di apprendere una cosa che ignoravo: la scena dove Adriana aspetta per il consulto con la veggente, interpretata magistralmente da una enigmatica Marialuisa Santella, è il Lanificio accanto a Santa Caterina a Formiello.

Parto dei Femminielli
(foto da trailer Napoli Velata)

Si è parlato di un film colto, quello di Ozpetek, che con questa pellicola ha forse messo in luce le somiglianze tra Napoli e la sua natia Istanbul. E lo è. Napoli Velata, infatti, con citazioni e riferimenti a culti misterici, si apre con il tradizionale parto dei femminielli, rito apotropaico pagano che, proprio attraverso un velo, consente di intravedere soltanto il momento cruciale della nascita: «La verità non va guardata in faccia nuda e cruda ma la devi sentire, intuire. Il velo non occulta, ma svela» quasi ricordando quel velo di Maya teorizzato dal filosofo Arthur Schopenhauer.

Ma il tema del velo è ricorrente in tutto il film, e ricompare anche durante la visita guidata di Pasquale, alla Farmacia degli Incurabili che, secondo la leggenda, sarebbe stata costruita lungo un percorso di iniziazione massonica che attraverserebbe un velo sorretto da due angeli, che rappresenterebbero i misteri della magia e dell’alchimia, concludendosi con un altorilievo che rappresenta un utero, ricollegandosi direttamente a questo tema della nascita e della vita.

A chiudere il film è un altro velo, l’ultimo, quello marmoreo scolpito da Sanmartino, che ha avuto il pregio di riprodurre fedelmente nella pietra dura la Sacra Sindone, in un tema di morte e resurrezione che si rincorrono in un eterno ciclo di vita che si rinnova, e che si conclude nel vicolo San Severo con il rumore dei passi di Adriana, rimandando direttamente a quella leggenda, squisitamente napoletana, che vuole che a mezzanotte, nei vicoli di Spaccanapoli si odano ancora il rumore degli zoccoli e della carrozza del principe Raimondo de Sangro che continua, con il suo alone di mistero, a proteggere questa Napoli velata che Ozpetek ha saputo raccontare.

Le immagini provengono dal mio account instagram @marianocervone

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CINEMA

La Napoli misteriosa e colta di Ferzan Ozpetek

A meno di un anno da Rosso IstanbulFerzan Ozpetek ritorna al cinema con Napoli Velata. Il regista de Le Fate Ignoranti e Mine Vaganti, dopo i toni della commedia dei suoi ultimi lavori, ritorna ai temi un po’ cupi già indagati in Cuore Sacro, e nei suoi lavori d’esordio.

Ve ne ho tanto parlato la scorsa estate e non potevo non correre al cinema per raccontarvi questa pellicola.

Il regista turco naturalizzato italiano, abbandona per un momento l’amata Roma e la parentesi Leccese, e si sposta a Napoli, cui dedica un film che non vuole essere semplice omaggio-cliché, né cartolina per turisti.

Nella sua opera Ozpetek prova a restituire allo spettatore le atmosfere esoteriche, che hanno caratterizzato, e ancora caratterizzano, il tessuto di Napoli. Dalle superstizioni e credenze popolari, a riti occulti ben più antichi.

A dare corpo e anima a questa storia è Giovanna Mezzogiorno, attrice napoletana e musa prediletta che con il regista aveva già lavorato nell’acclamato La finestra di fronte. Insieme a lei Alessandro Borghi, già protagonista della serie Suburra e “madrino” d’eccezione della scorsa Mostra del Cinema di Venezia.

Adriana (la Mezzogiorno) si ritrova coinvolta nel misterioso omicidio di un uomo (Borghi) con cui passa un’intensa notte d’amore.

Sono tanti i volti di precedenti pellicole di Ozpetek che ritornano in quest’opera, che quasi si reincarnano in questa metempsicosi cinematografica del regista: da Carmine Recano a Isabella Ferrari, passando per Luisa Ranieri apparsa in Allacciate le cinture, ad un cameo, per i cultori del regista, dell’attrice Rosaria De Cicco (l’avete notata?). Non mancano artisti partenopei di grande spessore come Lina SastriPeppe BarraMaria Pia Calzone.

Tanti i luoghi di culto e cultura, che il regista indaga mescolando sapientemente esoterico ed esotico. Dalla Cappella Sansevero costruita, secondo la leggenda, ricalcando l’antico Tempio di Iside, alle sale degli affreschi pompeiani del Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Il regista omaggia anche uno dei palazzi più noti e suggestivi della città come Palazzo Mannajuolo, dove è collocato il sontuoso appartamento della zia della protagonista, che in un sapiente gioco di riprese e luci si fa quasi amuleto architettonico del film.

Ozpetek si allontana dai temi della commedia, dal “dramedy” cui ci ha abituati, per dare vita ad un genere, il thriller psicologico, che forse avrebbe meritato una maggiore analisi dei personaggi, ed una più approfondita indagine di sentimenti e situazioni.

Tuttavia il film affabula e mostra una Napoli colta, e nella società di una borghesia a tratti machiavellica, e nelle citazioni e gli omaggi del regista alla città di Napoli e alle sue leggende.

Intensa Giovanna Mezzogiorno, lontana dall’archetipo divistico di attrice patinata, che interpreta perfettamente l’animo di donna tormentata, in un film a metà tra giallo e noir che non risparmia momenti di erotismo e sensualità.

Ferzan Ozpetek ha saputo raccontare nel suo personalissimo modo, una Napoli misteriosa e affascinante, che si svela, letteralmente, a poco a poco come un sogno confuso.

INTERNATTUALE

Cara Signora De Magistris, non siamo intellettuali, siamo solo cittadini stanchi

Gentile Signora De Magistris,

ho letto il suo sfogo su facebook, ripreso da Repubblica e, ammetto, mi sono sentito naturalmente coinvolto. Non solo perché, ahimè, faccio parte dei tanti che hanno criticato l’operato di suo marito, ma anche per quella strana assonanza con il mio blog, INTERNETTUALE, che probabilmente invece non avrà nemmeno mai sentito nominare. Faccio dunque parte anch’io dei tanti “intellettuali” del web, come ci ha definiti nel suo stato pubblico, di questo straordinario strumento democratico per antonomasia che consente a me, e molti altri, di poter esprimere liberamente il proprio pensiero.

Naturalmente comprendo il suo stato d’animo, quello di moglie del Sindaco, di pasionaria, di donna che difende l’uomo che ama e che, a suo avviso, viene ingiustamente attaccato da certa stampa e da noi “intellettuali”. Ma il fatto è che ormai la politica, e inconsciamente suo marito sui suoi canali social ne dà conferma, è diventata una realtà lontana da quelli che sono i veri problemi del cittadino, ed anche lei parla forse senza una reale cognizione di causa.

Sì perché, vede, il messaggio che arriva, guardando un selfie di suo marito con i The Jackal o con Ferzan Ozpetek o persino sul set di Sens8, mentre la nostra città vive un drammatico momento di stallo, è quello di un uomo che temporeggia facendo altro. Se ci suggerisce di andare a vedere Lo Schiaccianoci al Teatro San Carlo come se fosse un fashion-blogger, quando la città è rimasta senza alcuna copertura del trasporto pubblico per quasi un giorno, vuol dire che il nostro Sindaco è anche quanto di più distante dai problemi reali che affliggono un capoluogo, il nostro, che non ci lascia nemmeno la mera libertà di potere scegliere di andare a vedere uno spettacolo nel giorno di Natale.

Senza dubbio quello di Sindaco è un ruolo difficile, ha ragione, e le nostre, tutte insieme, potranno apparirle come la fiera dell’ovvio. Eppure, a quanto pare, tanto ovvio non è stato, se ci si è ridotti allo stremo di situazioni che erano precarie già da anni e che adesso sono giunte al collasso.

Di certo, è vero, non dev’esser cosa semplice lavorare con serenità su di un territorio flagellato da camorra e negligenza dei cittadini, e potrebbe essere anche vero il fatto che è facile per noi fare i CT-della-nazionale-da-chiacchiere-al-bar o improvvisarci sindaci di Topolinia. Ma resta il fatto che quando suo marito ha deciso di candidarsi, ed ha vinto le elezioni per ben due volte, sapeva a cosa sarebbe andato incontro, conosceva questa realtà, conosceva le condizioni in cui avrebbe lavorato. Ed è ridicolo adesso attribuire a queste quelli che, ad oggi, sono degli insuccessi.

Sarà difficile fare il Primo-cittadino, non lo metto in dubbio, ma, posso assicurarle, ancora più difficile, nella nostra Napoli, è essere proprio un Quisque de populo, come simpaticamente ha apostrofato lei il cittadino medio, l’uomo di strada o, come direbbe Bud Spencer in uno dei suoi film, un pinco pallino qualsiasi.

È difficile quando sei costretto ad aspettare una metro oltre venti minuti con i pannelli informativi che strategicamente dicono “prove tecniche”; quando quella metro di fortuna che riesci a prendere al mattino litigando il tuo posto è così affollata da sentire alitare il vicino sul tuo volto, e nonostante tutto devi sentirti felice per esserci salito; quando aspetti per ore che passi un autobus alle intemperie, con il caldo, con il freddo, con la pioggia; quando persino camminare per strada oltre un certo orario ti terrorizza; quando vivi in periferia e sei circondato da rifiuti e disservizi. Potrei continuare sulle tante cose che ancora non funzionano a Napoli, sugli uffici pubblici spesso con mancanza di personale, sui manti stradali rotti e così tante altre che nemmeno riesco a ricordarle tutte. Un sindaco certamente non può avere il pieno controllo su ogni cosa, ma non può nemmeno dire di esserne allo scuro o, peggio, attribuire questo perdurare di situazioni fuori controllo alle condizioni di partenza, ai mezzi, ai tempi che sono i medesimi per i sindaci di qualsiasi altra città italiana, e che suo marito avrà senza dubbio considerato prima di cimentarsi in questa avventura iniziata ormai nel 2011.

Perché, mia cara Signora De Magistris, anche viverla Napoli è difficile.

Suo marito ha probabilmente confidato sulla capacità di adattamento che noi napoletani da sempre abbiamo, e sul fatto che ci facciamo star bene tutto, e che è molto più probabile che i napoletani scendano in piazza per una partita di calcio che non per difendere un proprio diritto. Ma ciò non toglie che, come qualsiasi altro cittadino medio, ne abbiamo comunque.

Le assicuro che vivere a Napoli, nella vera Napoli, la Napoli del popolo, è ancora più difficile.

Lei parla da privilegiata, da First Lady, da borghese, da professoressa di diritto e da Signora della Napoli-bene che vive sicuramente in un quartiere residenziale, distante da raccolte di rifiuti che non funzionano, da autobus che non passano, da infinite attese di metropolitane che le portano via ore della sua giornata oltre a quelle che già normalmente le toglie un lavoro medio, spesso sottopagato e non confortevole.

Mi creda, è molto più facile girare la città per lavoro con l’auto-blu, e avere la libertà di poterlo fare senza che il suo regalo di Natale, come beffa al danno di non avere un servizio di trasporti pubblico, sia quello di trovare una multa sul parabrezza della macchina che è stata costretta a prendere per andare a lavoro o semplicemente per fare gli auguri ad amici e parenti.

Diritti, questi, che una qualsiasi città di una società civile dovrebbe quantomeno garantire.

È facile parlare quando si frequentano i salotti buoni della borghesia, ma provi lei a calpestare ogni giorno rifiuti che continuano ad accumularsi sui marciapiedi e le strade della periferia e della città, sentendosi come un cittadino di serie B: senza diritti, senza alcuna voce in capitolo, senza nessun’altra possibilità se non quella di dover pagare tasse che le danno la sensazione di gettare il suo denaro dalla finestra per un servizio che non viene erogato con regolarità. Per autobus che non passano, per diritti che non ci vengono concessi.

Proprio in questo momento, mentre le scrivo, il buongiorno dalla mia finestra mi è dato da un cumulo di spazzatura sul marciapiede che l’ASIA non ritira, passandoci di fianco come se non esistesse, a dispetto delle mie tante telefonate e segnalazioni ai numeri preposti. Lei che cos’è che vede dalla sua finestra, Signora De Magistris?

Dovrebbe essere grata ai tanti “intellettuali” che, come me, danno voce ai propri pensieri e, probabilmente, ne danno anche a chi non riesce ad esprimerli come vorrebbe, perché è questa la democrazia, perché è anche questa la conquista del web 2.0, la possibilità di platonici dialoghi virtuali come il nostro, che aprono al confronto, alla conoscenza dell’altro, ad un punto di vista diverso che magari ignoriamo.

Non siamo intellettuali, come lei sarcasticamente ci definisce, non c’è bisogno di esserlo per capire che le cose non vanno bene, siamo soltanto cittadini stanchi di continuare a vivere in una città che amiamo, ma che ogni giorno ci sfibra l’anima.

Se anche lei vivesse gli stessi disagi che la maggior parte dei napoletani sono costretti a vivere, ogni giorno, probabilmente avrebbe le medesime reazioni dinanzi ad un post del nostro sindaco accanto a Fiorella Mannoia, in visita alla mostra dell’Esercito di Terracotta, o suggerire, quasi parodiando, di andare a vedere film e spettacoli teatrali come fosse un influencer.

Lei con quale mezzo è arrivata/arriva al Teatro San Carlo di Napoli, Signora De Magistris? Perché io, da cittadino medio, non ho altre possibilità se non sperare nei nostri trasporti pubblici, calcolando medie di attesa molto lunghe e anticipando di tanto le mie partenze per poter essere puntuale, con qualsiasi condizione climatica.

Per quanto mi riguarda non mi ritengo un uomo di carta stampata o del web. Sono semplicemente una persona che, potrà accorgersene dai miei post, generalmente preferisce parlare di arte e bellezza e non di politica. Perché, come Socrate, so perfettamente di non sapere tante cose. Ma se proprio devo attaccarmi un’etichetta, allora preferisco di gran lunga la sua simpatica locuzione latina, Quisque de populo, con cui in modo galante apostrofa il cittadino medio, quasi a togliere valore alle tante… com’era?! “Semplificazioni ed ovvietà” che però non trovano voce da troppo tempo.

La nostra Napoli in questi anni è decisamente peggiorata. Nei trasporti, nella pulizia, nella criminalità, persino nella manutenzione di strade e costruzioni pubbliche. Le basti pensare alla penosa situazione della Galleria Umberto I, che va avanti da quando ne ho memoria: l’albero che viene messo e puntualmente rubato o buttato a terra dagli scugnizzi dei quartieri, negozi in galleria che continuano a chiudere, uno stato generale di abbandono e degrado, venuto alla luce solo dopo che una persona ha perso addirittura la vita. Situazioni, queste, che si ripetono ciclicamente come l’alternarsi delle stagioni.

La nostra, e la mia in particolare, non è e non vuole essere un’invettiva contro suo marito. Chiaro che non possiamo attribuirgli la “colpa”, né “prendercela” direttamente con lui per situazioni ben più antiche.

Ma converrà con me che è nella persona del Sindaco cui dobbiamo rivolgere le nostre tante ovvietà, che evidentemente continuano a non essere ascoltate.

Le assicuro, da napoletano medio, da “uomo di strada” come quella sua frase latina suggerisce, che vivere a Napoli, e nella periferia in particolare, è difficile tanto quanto farne il Sindaco. È difficile condurre un’esistenza serena in una città con servizi ridotti all’osso da anni; è difficile vivere con dignità la condizione di cittadino (medio, come ci definisce lei); è difficile decidere con orgoglio di restare comunque, di voler vivere e voler morire qui dove si è nati; è difficile persino riuscire a godersi semplicemente le feste, soprattutto continuando ad osservare silenziosamente tanta privilegiata differenza.

È per questo motivo che, confesso, la sua risposta mi ha un po’ deluso, perché mi aspettavo almeno un vago senso di solidarietà, verso quei tanti Quisque de populo, che oggi esprimono democraticamente sul web un malessere che va avanti da troppo, e che hanno contribuito ad eleggere suo marito.

E chiudo questa lettera dicendole che anch’io preferisco non parlare di capacità, perché, come lei stessa ha suggerito, per quelle bastano i dati oggettivi.

Buon Anno, Signora De Magistris. Che il 2018 sia migliore, per tutti.

Mariano Cervone,

un INTERNETTUALE qualunque del popolo

ART NEWS

Il Napoli nel mito, al Museo Archeologico di Napoli fino al prossimo 28 febbraio

Non dev’essere un caso se quest’anno il Napoli Calcio è finito in ben due musei proprio mentre è di nuovo primo in classifica mentre incendia il cuore dei fan come nell’età d’oro degli anni ’80.

Se infatti Museo della Follia di Sgarbi, alla Basilica di Santa Maria Maggiore a Napoli fino al 27 maggio, ha incluso Maradona in un percorso di Storia dell’Arte che parte da Goya, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli ne fa addirittura un mito contemporaneo. Il Napoli nel mito – storie, campioni e trofei mai visti, è questo il titolo della rassegna, che reinterpreterà come veri e propri reperti di archeologia contemporanea tutti quei cimeli, trofei, riconoscimenti e memorabilia di una squadra sportiva che va ben oltre la semplice fede calcistica per i partenopei.

Una mostra che nasce dalla collaborazione con il direttore del museo napoletano, Paolo Giulierini, e la società SSC Napoli, e che trasformerà dal 22 dicembre fino al prossimo 28 febbraio 2018 il MANN in un vero e proprio tempio per i tifosi e per i tanti storici dell’arte che senza dubbio saranno incuriositi da questo insolito accostamento all’archeologia e alla storia dell’arte più pura.

Un percorso cronologico che si snoda nelle tre sale al piano terra che si affacciano sul Giardino delle Camelie, e che dagli albori ai giorni nostri percorrerà tutta la storia di questa squadra nata nel 1926.

Materiali e cimeli sono dell’associazione Momenti Azzurri, nata nel 2007 da un’idea di Dino Alinei e Giuseppe Montanino, in collaborazione con Chrystian Calvelli.

Le testimonianze fotografiche sono state rese possibili grazie al Corriere dello Sport che, grazie alla sinergia con il direttore responsabile, Alessandro Vocalelli, ha fornito materiale fotografico esclusivo sulla squadra e la sua storia. Ma anche lo studio fotografico Carbone ha aperto le sue teche per restituire al pubblico importanti momenti storici della squadra.

Immancabili, per un evento anche mediatico di tale portata, le video-installazioni, rese possibili dalla collaborazione con la RAI, partner televisivo unico, che dai suoi archivi ha messo a disposizione video e filmati storici. Un prezioso contributo ed una importante collaborazione giornalistica, che rende l’idea del valore di questa mostra e di ciò che il Napoli ha significato e significa non solo per la città che rappresenta in serie A, ma per i suoi tifosi che non hanno mai smesso di credere nel sogno azzurro.

ART NEWS

Da Picasso a Frida Kahlo, il ricco calendario delle mostre a Milano nel 2018

Fine anno, tempo di bilanci. Come ormai mia consuetudine, in questo periodo parlo o anticipo le mostre da non perdere che vedremo in Italia.

Presentato ieri dal sindaco Giuseppe Sala e dall’assessore alla cultura Filippo Del Corno, a Palazzo Reale di Milano, il ricco calendario di eventi che vedrà coinvolta la capitale lombarda nei prossimi dodici mesi.

Mi ero già precedentemente occupato della mostra su Frida Kahlo che arriva a Milano dopo il grande successo di mostre precedenti in Italia che hanno portato ad una vera e propria riscoperta della donna e dell’artista messicana, ed è soltanto il primo dei tanti nomi illustri cui saranno dedicate delle esposizioni che vanno da Picasso a Paul Klee, da Giovanni Boldini ad Albrecht Durer. Ed è proprio quest’ultimo che inaugura la nuova stagione di Palazzo Reale. Quando sarà chiusa la (più che felice) parentesi su Caravaggio, dal prossimo 21 febbraio al 24 giugno 2018 arriverà l’artista tedesco.

Al MuDeC invece ci sarà il primitivismo di Paul Klee, dal 26 settembre 2018 al 27 gennaio 2019.

Giovanni Boldini arriverà invece al GAM con una selezione di trenta opere, dal prossimo 16 marzo al 17 giugno 2018.

A raccogliere la pesante eredità di Caravaggio per il 2018 sarà Pablo Picasso. Il pittore spagnolo arriverà nelle sale di Palazzo Reale dal 18 ottobre 2018 al 17 febbraio 2019 con una monumentale personale che comprende 350 opere tra i suoi più grandi capolavori. E della quale, senza dubbio, vi parlerò più avanti.

Frida Kahlo, come vi avevo già anticipato in un precedente post, arriva dal prossimo 1 febbraio 2018 al 3 giugno con oltre 100 opere che troveranno posto nelle sale del MuDeC, un’ampia retrospettiva che il Museo delle Culture di Milano ha deciso di dedicare a questa artista controcorrente che ha saputo imporsi anche per la sua personalità.

Ma il Palazzo Reale della capitale lombarda continua ad essere uno dei grandi luoghi dell’Arte per il prossimo anno, che dall’8 marzo al 2 settembre 2018 ospiterà le opere di Pierre Auguste RenoirClaude MonetPaul CézanneHenri MatissePablo Picasso e Paul Klee, con una collettiva che mette a confronto stili, tecniche e contenuti del XX secolo.

Il Novecento italiano sarà invece ben rappresentato da una interessante collettiva al Castello Sforzesco dal 23 marzo al 1 luglio 2018 che metterà insieme i nomi dei più grandi Maestri del XX secolo: da Boccioni a Modigliani, da Carrà a De Chirico, passando per Pistoletto e Fontana.

Durante l’evento, per ingolosire stampa e visitatori, sono stati anticipati anche alcuni dei nomi che faranno parte di eventi culturali e mostre per il 2019, che già si preannuncia, al pari del prossimo anno, molto ricco: Ingresde La TourDe Chirico e De Pisis sono soltanto alcuni degli artisti ai quali, certamente, se ne andranno ad aggiungere molti altri.

Nel 2019, in occasione del V centenario dalla morte di Leonardo Da Vinci, sarà riaperta la Sala delle Asse del Castello Sforzesco, che celebra così la scomparsa del maestro dell’umanesimo italiano: «Una proposta ricca, articolata e coraggiosa – ha così commentato Sala il ricco calendario di eventi – perché crediamo che con la cultura si mangi e che insistere su questa offerta culturale importante sia giusto sia per i cittadini che per chi viene a visitare Milano».

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Il Museo della Follia, da Goya a Maradona. Dal 3 dicembre a Napoli

È un’edizione che si lega molto alla città di Napoli quella del Museo della Follia, mostra itinerante a cura di Vittorio Sgarbi che dopo Catania e Salò sbarca adesso nel capoluogo partenopeo. Non solo perché segna un ritorno del critico d’arte dopo il successo della passata stagione con i Tesori Nascosti, ma anche perché suggella un legame, quello con la Basilica di Santa Maria Maggiore in Via Tribunali, a sua volta tesoro nascosto ritrovato, che continua ad essere il camaleontico scrigno di queste interessanti iniziative. 

«Entrate, ma non cercate un percorso, l’unica via è lo smarrimento» ha detto di questa mostra uno dei suoi artefici, Sara Pallavicini, collaboratrice di Sgarbi, che lo storico d’arte ha voluto riproporre facendola sua. 

Museo della Follia Napoli Basilica di Santa Maria Maggiore 2017 mostre mostra ospedali psichiatrici - internettuale
immagine dal sito ufficiale http://www.museodellafollia.it

Gli ambienti vagamente neoclassici della rassegna precedente, saranno adesso sostituiti da camere buie, come metafora architettonica di quel disorientamento che è follia di erasmiana memoria. 

Da Goya a Maradona, questo il sottotitolo, che anticipa un cammino che avrà inizio con il pittore e incisore spagnolo del XIX secolo per culminare con quello che è un vero e proprio omaggio alla città di Napoli, alla sua squadra del cuore e a quell’indimenticato calciatore simbolo di un’epoca e di due scudetti, Maradona. Con il centrocampista argentino la follia si fa sovversiva genialità, e Diego ammonisce i giovani di prendere le distanze da uno stile di vita fuori dagli schemi, Maradona li incita a dare il meglio di sé, e ad inseguire quelle passioni che infiammano gli animi. 

Museo della Follia Napoli Basilica di Santa Maria Maggiore 2017 mostre mostra Vittorio Sgarbi - internettuale
il critico d’arte Vittorio Sgarbi (immagine dal sito http://www.museodellafollia.it)

La mostra sarà presentata alla stampa dallo stesso Vittorio Sgarbi con una esclusiva visita guidata a giornalisti e invitati il 2 dicembre, per aprire finalmente le porte al pubblico da domenica 3 dicembre 2017 fino al 27 maggio 2018. 

Tra gli autori che hanno reso possibile questo evento, i collaboratori di Sgarbi, Cesare Inzerillo, la già citata Sara PallaviciniGiovanni C. Lettini e Stefano Morelli. 

La mostra sarà aperta al pubblico tutti i giorni dalle ore 10.00 alle ore 20.00, arrivando alle 21.00 nei weekend, con ultimo ingresso un’ora prima dell’orario di chiusura. 

Tante le aperture straordinarie nel corso dell’anno (che vi elenco sotto). 

I visitatori potranno così ritrovare anche la Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, interessante complesso architettonico, realizzato nel XVII secolo dall’architetto Cosimo Fanzago, affondando le sue radici nella storia greco-romana della città. Tempio pagano di Diana prima, fu utilizzata come chiesa paleocristiana nel IV secolo d.C., fino all’odierna costruzione del 1653 come prima Chiesa nella città di Napoli dedicata al culto della Vergine, da cui prende il nome. 

Come il progetto precedente, la mostra è promossa dall’Associazione Culturale Radicinnoviamoci / Fenice Company Ideas e Ticket24. 

Nulla, per ora, è dato sapere sull’elenco completo degli artisti che andranno a comporre questa interessante rassegna che, pare, potrebbe far convergere arte moderna e arte contemporanea, mescolando sapientemente pittura, scultura e video-installazioni in un percorso museale che indaga la follia nella sua più ampia accezione del termine.

APERTURE STRAORDINARIE 

24 dicembre dalle ore 10:00 alle ore 17:00; 25 dicembre dalle ore 13:00 alle ore 21:00; 31 dicembre dalle ore 10:00 alle ore 17:00; 1 gennaio dalle ore 13:00 alle ore 21:00; 6 gennaio dalle ore 10:00 alle ore 21:00; 1 aprile dalle ore 10:00 alle ore 21:00; 2 aprile dalle ore 10:00 alle ore 20:00; 25 aprile dalle ore 10:00 alle ore 20:00; 1 maggio dalle ore 10:00 alle ore 20:00 

 

Per maggiori informazioni: 

www.museodellafollia.it

 

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La Basilica dello Spirito Santo, tempio della spiritualità a Napoli

La Basilica dello Spirito Santo è una Chiesa monumentale che si trova in Via Toledo a Napoli, ed è uno dei motivi per i quali io ho follemente amato la mostra L’Esercito di Terracotta, di cui vi ho parlato qualche giorno fa.

La storia della sua costruzione è di grande fascino, perché vede intrecciarsi e sovrapporsi tre corpi di fabbrica: la Chiesa, iniziata poco prima del 1562 su approvazione di Papa Pio IV, del Conservatorio delle Povere Fanciulle e del Banco. Tutti gli edifici, che finirono col confluire in un’unica struttura, furono voluti dalla Confraternita dei Bianchi (Real Compagnia ed Arciconfraternita dei Bianchi dello Spirito Santo) che poi prese il nome dello Spirito Santo, cui oggi la chiesa è dedicata.

La confraternita di quelli che erano “pii napoletani” decise così di costruire una chiesetta nei pressi del Palazzo del Duca di Monteleone.

Basilica dello Spirito Santo, navata centrale (immagine da wikipedia)

Il progetto originario del Conservatorio delle Povere Fanciulle prevedeva una rigida bipartizione costituita dalla chiesa, ai lati della quale, a lato destro e al lato sinistro, c’erano i due cortili corrispondenti l’uno al Conservatorio delle Fanciulle Povere, l’altro invece al Conservatorio delle Figlie delle Prostitute, il cui requisito fondamentale per accedervi era essere illibate.

In questo periodo storico tanta importanza ha la musica, soprattutto per la buona educazione delle fanciulle e delle nobildonne. Lo dimostrano i tanti ritratti dedicati a Santa Cecilia, patrona della musica, e alle donne che si dilettavano nella musica come la famosa Suonatrice di Liuto dell’artista fiammingo Vermeer.

Tuttavia a causa dei lavori di ampliamento della strada, voluti dal Vicerè, Duca d’Alcalà, la venne demolita, così da ampliare la strada che collegava Via Medina allo Spirito Santo.

Ma la chiesa fu subito ricostruita nello stesso periodo lungo l’asse principale di Via Toledo, oggi punto nevralgico di tutta la città, senza dubbio tra le vie più note (è qui che si trova la famosa stazione Toledo della Linea1 della metropolitana), nonché uno dei punti di riferimento per lo shopping. Qui i confratelli avevano acquistato un terreno ben più grande.

A progettare la nuova chiesa fu l’architetto Pignaloso Carafo di Cava de’ Tirreni e Giovanni Vincenzo Della Monica, mentre le maestranze che affrescarono la cupola furono opera di Luigi Rodriguez, Giovan Bernardo Azzolino e Giulio dell’Oca, dei quali però oggi non resta traccia a causa del cattivo stato di conservazione.

Basilica dello Spirito Santo, cupola (immagine da wikipedia)

Il complesso fu poi ampliato a partire dal 1758 su un progetto di Mario Gioffredo, architetto, ingegnere e incisore detto il “Vitruvio napoletano”, scelto da Luigi Vanvitelli. Questo ne farà uno dei capolavori dell’architetto napoletano che, ben oltre il manierismo barocco, farà di quest’opera un capolavoro del neoclassicismo.

È impressionante l’altezza, il senso di spiritualità che si prova varcando l’ingresso. Si è avvolti da un mistico silenzio, e da una forte sensazione di contatto con il divino. Sono bellissimi i marmi policromi che ho intravisto durante la mostra, così come la cupola con la luce che permeava dall’alto, accentuando questo senso di maestosità.

A testimoniare la primitiva costruzione ci sono ancora tanti marmi e dipinti, tra cui il portale della facciata e le acquasantiere collocate all’entrata che risalgono al tardo Cinquecento inizio Seicento.

Con le sue mastodontiche colonne corinzie della navata centrale, e il biancore dei suoi interni che modulano la luce naturale che entra dalle aperture superiori, la Basilica può essere considerata un vero e proprio tempio della spiritualità.

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L’Esercito di Terracotta: dalla Cina a Napoli fino al prossimo 28 gennaio

Partita qualche giorno fa, la mostra L’Esercito di Terracotta e il primo imperatore della Cina sarà aperta al pubblico fino al prossimo 28 gennaio 2018 presso la Basilica dello Spirito Santo a Napoli.

Per quanto credi di conoscere la tua città, non la girerai mai abbastanza da poter dire di aver visto tutto. È stato questo il mio primo pensiero, quando sono stato ospite di questo evento. Sì, perché se la biglietteria è l’ingresso principale della basilica in Via Toledo, l’accesso alla mostra è di qualche metro più avanti, da Palazzo del Conservatorio dello Spirito Santo, dove c’è un’entrata laterale della chiesa.

In un crescendo di emozioni e reperti, scorgo i primi pezzi riversi per terra, tra l’argilla e la polvere, come appena rinvenuti. E pensare che il loro ritrovamento non è merito di un lavoro di ricerca, ma un fortuito scavo di un gruppo di contadini nel 1974.

Sono 1600 gli esemplari finora rinvenuti, appartenenti alla tomba dell’imperatore Qin Shi Huan- gdi del III secolo a.C., ma gli studiosi stimano che potrebbero arrivare addirittura 8000 tra soldati, cavalli, carri, musicisti e artisti che facevano parte della vita di corte e hanno inconsapevolmente composto un esercito di pietra a guarda della tomba del primo imperatore della Cina.

Per costruirli occorsero circa 720.000 uomini che lavorarono ininterrottamente per 36 anni, producendo un’opera colossale e senza precedenti per le contemporanee civiltà del tempo.

Un patrimonio dell’UNESCO nel cuore di un altro grande patrimonio dell’UNESCO, il centro storico di Napoli.

È straordinario pensare che queste colossali statue, a grandezza naturale, siano state iniziate per un bambino di appena 13 anni che si proclamò imperatore a 38 e morì prematuramente a 49. Eppure in appena un decennio Qin a Xi’an ha lasciato il segno e ha gettato le basi per un sistema, quello imperiale, che resterà immutato per quasi mille anni.

L’imperatore Xi’an fu lungimirante e riuscì a mantenere l’unità del suo impero attraverso un processo di standardizzazione delle unità di peso e di moneta, creando un’economia forte basata su commercio e imposte.

Benché oggi si sappia esattamente dove si trova la dimora dove riposa l’imperatore, la sua tomba non è stata ancora aperta: «Non dobbiamo scavare nel complesso funerario in modo indiscriminato, in particolare nella tomba dell’imperatore – ha detto Wu Yongqi, Direttore del Museo Cinese dell’Esercito di Terracotta – dobbiamo rispettare i nostri antenati e il patrimonio culturale e, qualunque misura prendiamo, non dobbiamo distruggere i resti delle reliquie e i siti. Il nostro obiettivo deve essere quello di arricchire gradualmente la conoscenza storica».

Prodotta dalla LiveTree e curata da Fabio Di Gioia, non è una semplice mostra questa, ma una pagina interattiva di storia della Cina che tra guerrieri di terracotta, statue in bronzo, suppellettili e video-installazioni ci riporta in un’epoca, quella del 219 a.C., in cui questa affascinante civiltà si mostra già complessa e pienamente evoluta.

Ma non è (solo) la parte storica quella più interessante, ma anche l’ampia sezione dedicata alla tecnica con cui questi soldati di argilla erano prodotti. Si scopre così che ogni militare si compone di sette parti, che erano realizzate separatamente e poi assemblate. Gli studiosi hanno individuato circa otto varianti degli stampi, che venivano poi ulteriormente sagomate in fase di lavorazione. L’argilla è quella proveniente dal Monte Li, lo stesso dove poi fu costruita la necropoli.

Come per la statuaria greca e romana, anche i guerrieri erano dipinti con colori brillanti, di cui oggi restano sbiaditi pigmenti che ci lasciano appena immaginare.

A chiudere il percorso espositivo la ricostruzione in scala 1:1 della necropoli, e qui l’Oriente incontra davvero il Meridione, perché il visitatore è proiettato lì, nella necropoli, a cospetto di un millenario esercito che tra fanti, soldati e generali di alto rango resta a guarda dello spirito dell’imperatore.

Sono oltre trecento i pezzi che s’incontrano lungo gli oltre 1800 metri quadri della Basilica dello Spirito Santo, la cui scelta non è casuale, ma determinata dall’idea, di certo riuscita, di restituire la sacralità dell’originario mausoleo, dimora dell’esercito di terracotta.

Per altre immagini di questa e di tutti gli eventi cui partecipo, continuate a seguirmi su instagram: Mariano Cervone

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Milano vista dalla Madunina: visita suggestiva dalle terrazze del Duomo

Pensi a Milano e immediatamente ti ritrovi ad immaginare il Duomo e le sue guglie. È impossibile visitare il capoluogo lombardo, senza farsi prendere dall’irresistibile smania di una foto/selfie ricordo davanti alla gotica cattedrale milanese. Sarà che c’è un solo Duomo in Italia e per tutti, nell’immaginario collettivo, è sicuramente quello di Santa Maria Nascente, cui è dedicato.

Il terùn che è in me non poteva evitare questo rituale turistico.

Non dev’essere particolarmente entusiasmante fare la fila all’esterno per poi prendere un numero e scoprire che, come alla posta, c’è ancora da aspettare. All’ingresso non sono proprio ben informati, ma la gentilezza e la competenza delle prime due casse riesce tuttavia a sopperire questo lieve disagio.

Il Duomo è, per superficie, la sesta chiesa cristiana al mondo, e sorge nell’omonima piazza dove un tempo sorgevano la Cattedrale di Santa Maria Maggiore, cattedrale invernale, e la Basilica di Santa Tecla, cattedrale estiva.

Il percorso sotterraneo unisce antico e moderno, e permette, tramite passerelle trasparenti e camminamenti, di percorrere il perimetro delle due strutture.

Sono proprio i resti di queste due antiche costruzioni ciò che mi affascina di più quando decido di visitare la parte sotterranea del Duomo. Le antiche strutture erano collocate dove oggi c’è il sagrato del Duomo, sotto la famosa piazza. È qui che le due strutture, di cui sono ancora ben visibili delle creste di muro, quasi si sfioravano, rappresentando il centro della cristianità milanese. I resti di un battistero, qualche affresco e le mura perimetrali sono l’ultima testimonianza di una Milano paleocristiana, che ha fatto spazio all’ambizione di un complesso monumentale che impiegherà quasi sei secoli per essere completato, dal 1386, anno di inizio dei lavori, riceve la sua consacrazione soltanto nel 1577, vedendo la chiusura ufficiale dei cantieri nel 1932.

la galleria Vittorio Emanuele II vista dalle guglie del Duomo

Oggi questa lunga storia è in parte ripercorsa dalla Fabbrica del Duomo, luogo in cui sono conservate statue e guglie originali, troppo danneggiate per essere restaurate e sostituite da più moderne ricostruzioni. Un percorso che include anche vetri istoriati, messi in sicurezza, e opere prima collocate all’interno del Duomo e che adesso invece costituiscono il patrimonio visibile di questa sezione.

Di grande suggestione l’imponente struttura in ferro della Madunina circondata da ricostruzioni e sculture, che restituiscono il lavoro e la tecnica di realizzazione della materna statua di Maria che da secoli protegge la città.

L’interno del Duomo è cupo, scuro, una selva di colonne che si elevano alte, per consentire alla struttura il suo movimento ascensionale, dato dalle arcate, che fanno spazio ai colorati vetri cui è stata affidata la narrazione della storia cristiana.

La navata centrale è preclusa a curiosi e turisti, bisogna accedere dal varco dei fedeli e di coloro che pregano o ascoltano messa per vedere più da vicino il pulpito e l’altare maggiore.

L’ultima parte del mio percorso ho voluto riservarla, in un crescendo di emozioni, alle terrazze. Il percorso con gli ascensori (più costoso) è quello più affollato, così quando cerco di ripiegare sul varco, eccezionalmente libero, dell’accesso a piedi mi viene detto che non posso percorrerlo essendo in possesso di un biglietto-ascensore. Con un po’ di disappunto ritorno in fila agli ascensori. È veloce durante l’ora di pranzo, così impiego appena dieci minuti per ritrovarmi in un istante sui tetti di Milano, e ammirarla durante quella che probabilmente è l’ora migliore, quella radente che accarezza con delicatezza i palazzi circostanti, tingendoli di rosa e d’oro.

Ho fatto bene a riservare questa parte della visita per ultima, perché la sua bellezza è tale che forse avrebbe tolto suggestione alle meraviglie storico-artistiche che ho visto poco prima.

Osservo le arcate, alcune di colore diverso forse dovuto alle sostituzioni di alcune parti negli anni. Il bianco latte dei marmi splendenti brilla tra il calcareo biancore del tempo.

Un peccato che oggi la parte alta dell’edifico sia ancora interessata da ponteggi e lavori, perché ciò forse toglie un po’ di fascino, avventura e mistero, a questa mia passeggiata sotto il cielo di Milano, dove vedo il Palazzo della Rinascente, dal quale tante volte ho proprio ammirato la magnificenza della cattedrale de Milan.

Una selva di guglie, che si intrecciano tra loro, e fanno da cornice alla bellissima skyline milanese. Posso scorgere il Palazzo dell’Unicredit in lontananza, Palazzo Lombardia e persino il verdeggiante Bosco Verticale, accompagnati da alte sculture che, come guardiani, sorvegliano la città.