ART NEWS, LIFESTYLE

Artigianato e Palazzo: dal 17 maggio al Giardino Corsini di Firenze nel nome di Ginori

Nata nel 1995 da un’idea di Neri Torrigiani, e promossa dalla Principessa Giordana Corsini, la mostra Artigianato e Palazzo, a Firenze dal 17 al 20 maggio, si propone l’obiettivo di divulgare la squisita manualità degli artigiani fiorentini, da sempre maestri nella produzione delle pelli più raffinate e delle porcellane di pregio, dell’oreficeria e della scultura. Ce lo dice la storia stessa del capoluogo toscano, che sin dal tempo dei Medici, si è affermato come città d’arte e di quelle arti che hanno fortemente contribuito alla diffusione di quel made in Italy come sinonimo di eccellenza nel mondo.

Giardino Corsini dall’alto

Giunta alla sua 24esima edizione, anche quest’anno rappresenta l’occasione ideale, quanto unica, di immergersi nella rigogliosa natura del Giardino Corsini, gioiello dell’architettura paesaggistica rinascimentale, che apre i suoi cancelli per fare da pittorica quinta a questa straordinaria rappresentazione dell’italianità.

facciata Museo di Doccia
interno del museo Ginori

Protagonista di questa quattro giorni, è la Mostra Principe del Museo Doccia Ginori, sede dedicata alla storica bottega di produzioni ceramiche artistiche o, è proprio il caso di dire, di Arte, le cui produzioni hanno arricchito le collezioni di privati e poli museali di tutto il mondo. Dal XVIII secolo, vestendo le tavole e i saloni dei sovrani del Regno d’Italia, passando per l’Art Déco dei primi del ‘900, Ginori ha accompagnato e accompagna la storia del nostro Paese. Mission dell’evento è proprio quella di raccogliere fondi per la riapertura del Museo Richard-Ginori della manifattura di Doccia, recentemente acquistato dal Mibact, e che vanta una bellissima collezione dal rinascimento fiorentino a Giò Ponti.

Sarà possibile ammirare per la prima volta, fuori dalla fabbrica di Sesto Fiorentino, i maestri della Manifattura specializzati nelle varie lavorazioni: dalla colatura della “borbottina” fino alla decorazione, testimonianza di un sapere che continua a tramandarsi ininterrottamente.

Food, design, artigianato, cultura. Sono queste le parole che meglio rappresentano l’essenza di questo evento, cui prenderanno parte nomi noti come Drusilla FoerLuca CalvaniSerra Yilmaz tanto per citarne alcuni.

Ritorna per la quinta edizione BLOGS & CRAFTS i giovani artigiani e il web, iniziativa collaterale dell’evento, che ha portato nel bellissimo Giardino Corsini 10 artigiani under 35 vincitori del concorso saranno ospitati in una speciale Limonaia completamente ristrutturata dove potranno lavorare ed esporre le loro creazioni. Allo stesso tempo sono stati selezionati i più brillanti blogger, ed il sottoscritto è onorato e orgoglioso di farne parte, selezionati nel 2018 per un live blogging di tutta la Mostra, e per raccontare gli artigiani e i loro ospiti.

Da non perdere, ed io ve lo racconterò tutto, il momento Ricette di Famiglia. Realizzato con la collaborazione di Richard GinoriRiccardo Barthel e Desinare: si tratta di un appuntamento gastronomico, realizzato dalla giornalista Annamaria Tossani, che alle 18.00, nel Giardinetto delle Rose, insegnerà ai presenti come addobbare le proprie tavole, in compagnia di ospiti illustri che racconteranno la storia degli oggetti e proponendo ricette realizzate dagli chef di Desinare.

L’evento vede anche la partecipazione della Fondazione Ferragamo e degli Starhotels, di cui avrò il piacere oltre che il privilegio di essere ospite.

Tra le novità di questa edizione i food track, che coniugheranno street food e tradizioni culinarie regionali, confermando che l’arte e lo stile, sempre più influenzano anche, e soprattutto, la cucina contemporanea, per un piacere degli occhi prima ancora del palato.

Mi emoziona molto l’idea di prendere parte a questo evento, che vi racconterò con dovizia di particolari e foto sul mio blog e, naturalmente, live sul mio profilo instagram, e su tutti i miei canali social, augurandomi di riuscire a restituirvi l’aristocratica atmosfera di Artigianato e Palazzo, che è ricerca di bellezza e di arte in tutte le declinazioni della vita.

Per il sito ufficiale:

www.artigianatoepalazzo.it

I miei link:

Instagram @marianocervone per seguire il mio hashtag ufficiale #InternettualeInFlorence

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CINEMA

L’ultimo ritratto di Oscar Wilde, il film che Rupert Everett ha girato a Napoli

Qualche giorno fa vi avevo parlato di tutte le produzioni che hanno interessato e interessano Napoli in queste settimane: spot pubblicitari, fiction, film. Tutti sembrano volere un pezzetto di questa città e della sua magica atmosfera.

Ultimo, solo in ordine cronologico, Rupert Everett, che esordisce alla regia con The Happy Prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde, pellicola già presentata alla Berlinale, e che arriva finalmente domani, 12 aprile, al cinema.

L’attore di Sai che c’è di nuovo?, che tanto ha risentito dell’influenza dello scrittore inglese nella sua cinematografia, basti ricordare i bellissimi Un marito ideale e L’importanza di chiamarsi Ernest.

Con questo film l’attore oggi vuole proporre quasi un ritratto inedito del noto scrittore inglese, che ha fatto della libertà personale, al pari delle sue stesse opere letterarie, un vero e proprio manifesto.

Dichiaratamente omosessuale, Wilde è stato un personaggio sopra le righe per la società britannica del XIX secolo. Anche Napoli non sarà estranea alla sua prorompente personalità, al punto che, al suo arrivo nella città di Partenope (dove in parte Everett ha girato il suo film) la stessa Matilde Serao ne scriverà sul quotidiano Il Mattino.

Questo film vuole raccontare il periodo più cupo della vita dell’autore di Dorian Gray, compresa la sua prigionia per la sua omosessualità con l’accusa di gross public indecency.

Sono gli anni del De profundis, quelli in cui Wilde seguirà il suo amante, Alfred Douglas a Napoli, soggiornando con lui a Villa Del Giudice a Posillipo.

Come Wilde, anche Rupert Everett ha da tempo fatto il proprio coming out. Lui, che del film oltre che regista è anche interprete, incarna perfettamente lo spirito del noto aforista e giornalista inglese, e quella personalità eccentrica che lo ha reso famoso in tutto il mondo. La sua sembra quasi una catarsi, professionale e personale, attraverso la quale tenta probabilmente di riscattarsi artisticamente e assurgere a quel posto nell’Olimpo dorato che Hollywood finora non gli ha propriamente riconosciuto.

In un’epoca in cui ancora si combatte per il riconoscimento della parità dei diritti civili, o ancora si tenta di negarli, The Happy Prince, Il Principe Felice, è un film di grande spessore per la comunity LGBT, che mostra la difficoltà di essere se stessi.

Insieme a Everett un cast di attori straordinario: dal Premio Oscar Colin Firth, nel ruolo di Reggie Turner, a Emily Watson che interpreta Constance Wilde. A interpretare l’amante dello scrittore de Il fantasma di Canterville Alfred Bosie Douglas, l’attore britannico Colin Morgan, famoso in Italia per la serie televisiva Merlin.

La pellicola è distribuita in Italia da Vision Distribution. Girato in Baviera, in Francia, in Belgio e a Napoli, il film promette anche location suggestive e panorami mozzafiato a strapiombo sul mare, che aggiunti allo straordinario cast di attori, rappresenta senza dubbio un valore aggiunto e un motivo in più per riscoprire una storia e un autore straordinariamente contemporaneo.

INTERNATTUALE, LIFESTYLE

Instagram “shadowban”: come evitare il ban delle foto dal nuovo algoritmo

Nelle settimane passate vi ho parlato dello shadowban. Che cos’è? Chi usa instagram sa bene che il social network fotografico già da tempo sta aggiornando l’algoritmo con cui le nostre immagini (e i video) vengono mostrati agli altri. Lo shadowban è quel fenomeno che riduce notevolmente la visibilità delle vostre immagini tra chi non segue il vostro account. Una bolla virtuale che rinchiude le vostre foto nel solo recinto dei followers.

Se nel precedente articolo (che vi linko qui) molto spazio avevo dato alle informazioni reperite dal web su siti specializzati, quello che state per leggere adesso è invece frutto di una mia personale ricerca basata sulla mia esperienza con l’app di Zuckerberg.

Chi mi segue sa che il mio, come quello di molti altri che fanno comunicazione, è un account business. Le ragioni per cui mi occorre un profilo di questa tipologia sono molteplici, e spesso esulano la narcisistica ragione di includere la dicitura “blogger” sotto al mio nome.

Un account business, infatti, a differenza di uno tradizionale, include tutta una serie di funzioni aggiuntive tra cui le statistiche, tracciando anche l’origine dei propri visitatori, e i link nelle stories, che spesso utilizzo per rimandarvi direttamente ad articoli come questo.

Per questo motivo trovavo già strano che molti siti specializzati consigliassero agli account business di ritornare al profilo tradizionale per uscire da questo fantomatico shadowban.

Comincio subito con le buone notizie: lo shadowban non riguarda l’account, ma solo la singola foto.

Come l’ho scoperto? Perché ho notato che, a dispetto del calo (ormai fisiologico) di like, alcune immagini continuano a riscuotere più successo di altre, il che suggerisce che il “blocco” non va ad incidere su tutto il profilo, ma soltanto su alcune foto che, classificate come “spammose” (che l’Accademia della Crusca mi passi il termine!) saranno “shadowbannate”.

Come faccio a saperlo?

Molti di voi avranno consultato il sito https://shadowban.azurewebsites.net che riportava un risultato senza dubbio fuorviante in merito al vostro stato e a quello delle vostre foto. Ma ieri, in modo del tutto casuale, sono inciampato su di un tool ben più affidabile, che compara le ultime dieci immagini del vostro profilo per capire se e quali immagini sono state effettivamente bannate.

Il link è questo qui, https://triberr.com/instagram-shadowban-tester

Dopo aver inserito il nick dell’account instagram che volete controllare, il sito farà una analisi degli ultimi dieci posto, dicendovi se tra questi ci sono delle foto shadowbannate, ovvero oscurate, e quali siano gli hashtag da eliminare.

Sembra infatti che instagram stia facendo una vera e propria battaglia per un uso più consapevole e attinente alle immagini. Se prima infatti era produttivo ricorrere a tutti e 30 hashtag consentiti, adesso bastano pochi, ma mirati hashtag, e augurarsi che la propria immagine sia abbastanza interessante da suscitare reazioni e like reali, che non siano più determinate dai BOT (gli automatismi) che prima invece il social consentiva.

Era mia abitudine, come forse anche la vostra, inserire tutta una lunga lista di hashtag nel primo commento dell’immagine, ma spesso così facendo si rischia di sceglierne alcuni che instagram considera spam, soprattutto se utilizzate programmi come Tag o’ matic, che se da un lato sono particolarmente utili per trovare spunti per quelli correlati e darvi qualche idea, dall’altro vi portano il rischio di utilizzare quelli che instagram ha invece segnalato come uso inappropriato.

Ragion per cui un altro consiglio è quello di usare gli hashtag con moderazione e pertinenza alle vostre foto.

Inutile inserire #sunnyday per una foto che magari ritrae un prato fiorito.

Un altro fattore da non sottovalutare è la qualità delle vostre immagini. Era un consiglio che mi faceva arrabbiare quando lo ritrovavo su altri siti, perché anche io peccavo forse un po’ di presunzione ritenendo che le mie immagini fossero qualitativamente valide. Ma mi è bastato fare un giro dello stream principale, per vedere che la competizione si fa sempre più dura, tra i professionisti del settore, le reflex e colori sempre più brillanti.

Evitate dunque foto troppo “filtrate”, a meno che voi non vogliate restituire una atmosfera specifica, ma inutile ricorrere ad un filtro vintage per una Ford Ka. La nuova moda, avrete notato, è quella di foto apparentemente naturali. Quindi giocate con i livelli, le curve, i contrasti, le saturazioni, i colori.

Se invece volete farvi notare per uno stile ben preciso, allora lavorate sulla vostra identità fotografica (queste invece le ragioni per cui io ho deciso di farlo), ma siate perfettamente riconoscibili nel marasma di immagini che quotidianamente vengono pubblicate.

Sembra banale suggerirlo, ma create una interazione con i vostri contatti. Non bisogna mai partire dalla presunzione di avere qualcosa e dare per scontato che ci sia un pubblico disposto ad ascoltare, perché quello dei social è un mondo dove ognuno dice cose più o meno interessanti. Sta dunque a noi saperci raccontare e destare interesse: fate domanderaccontate cosecreate un vostro personale “storytelling.

Infine ultimo suggerimento, ma non meno importante: una brutta foto non vale la pena di essere pubblicata. Se avete degli scatti che non vi convincono, utilizzateli al massimo per le vostre stories, così da tenere vivo il vostro account, senza però incidere sulla qualità del vostro lavoro. Non serve a niente documentare ogni singola portata del pranzo di Natale, o fotografare ogni anno il mare che fa da sfondo alle gambe nude al sole come wurstel.

Date importanza al contenuto delle vostre immagini così come alla loro forma, seguite le mode, ma non confondetevi con la massa. L’importante è sapersi distinguere.

È difficile emergere, soprattutto quando non ci sono agenzie che curino i vostri contenuti e vi suggeriscano strategie ben precise.

E in ultimo, ma non meno importante: INSISTETE, INSISTETE, INSISTETE.

Se volete seguirmi, il mio instagram è questo:

http://instagram.com/marianocervone

ART NEWS

L’incontro con Van Gogh nel sud della Francia. A Napoli fino a giugno

Quando seguo il navigatore di Google Maps sul mio iPhone per giungere alla Basilica di San Giovanni Maggiore, dove è stata allestita The Van Gogh Immersive Experience, l’eccezionale mostra che a grande richiesta è stata prorogata fino al 3 giugno 2018, mi porta nell’omonimo vicoletto che prende il nome dalla chiesa. È chiuso, e mentre cerco di uscire per giungere all’ingresso principale su Largo San Giovanni Maggiore Pignatelli, a due passi da una delle sedi dell’Università L’Orientale, aiuto una signora che dall’interno di un basso mi chiede di rialzare il suo stendino con i panni, quello del bucato, siccome il vento l’ha rovesciato. Piove a dirotto: «Tu sei già fuori…» mi dice la donna, mentre io cerco di tenere in piedi il suo stendino nel vano tentativo di non far cadere il mio ombrello e non bagnarmi troppo con l’incerata che protegge i panni stesi.

Quando entro all’interno della Basilica mi sento chiamare. La biglietteria probabilmente non è in una posizione particolarmente intuitiva, ed io fatico un po’ prima di capire il verso di questa musealizzazione.

Non avevo mai fatto un percorso esperienziale sull’arte e, confesso, mi incuriosiva molto vedere una mostra innanzitutto di questo genere. Avere l’occasione di poterlo fare con un artista come Van Gogh, credo sia stata una vera fortuna.

Metto al collo il mio pass stampa, mentre dinanzi a me, su dei cavalletti, vedo ad una ad una alcune delle opere più note del pittore olandese. C’è persino la ricostruzione vera e propria della sua camera da letto, quella da lui stesso dipinto, la stessa dove sognava i suoi dipinti e poi dipingeva i suoi sogni, parafrasando le sue stesse parole riproposte all’interno della proiezione questa esperienza.

L’interno della navata principale è stato completamente ridisegnato. Quando entro ho quasi la sensazione di trovarmi all’interno di un cinema. Ma non ci sono file di sedie, ma sedute sparse tra cuscini, panchine e, sì, persino sdraio mare. Come se questo fosse un lounge bar in cui l’imperativo è rilassarsi.

Sono all’interno dello schermo, ben oltre il 3D, dentro un quadro di Vincent Van Gogh, dentro la sua Notte Stellata sul Rodano.

Non è un vero e proprio percorso d’arte, questa parte, non ci sono focus sulle tecniche o finestre sulla sua vita, quanto piuttosto un momento sensoriale, evocativo che, attraverso video, immagini e musica originale e composizioni classiche, per far rivivere allo spettatore la suggestione, le atmosfere, le sensazioni che scaturiscono dai suoi iconici dipinti.

È la stessa voce di Van Gogh che idealmente racconta qualche stralcio delle sue emozioni, mentre i suoi autoritratti si sovrappongono l’uno dietro l’altro, sfumando nei contorni e nei colori del suo viso che cambia, nella consapevolezza di giovane artista che diventa a mano a mano uomo maturo, mentre le sue opere si animano sulle pareti circostanti, prendono vita e ci appaiono così come doveva immaginarle Van Gogh nella sua mente, con i colori intensi, le pennellate dense, mentre le colonne della Basilica si fanno purpurei ornamenti, orlati di verdeggianti rampicanti.

La Casa Gialla, i mangiatori di patate, il Teschio con sigaretta diventano vita sulle pareti della navata centrale, così come i suoi mulini, i paesaggi rupestri dai quali era ispirato continuamente.

La Notte sul Rodano è il momento più suggestivo, quando la sala si tinge di blu ed è come ritrovarsi in un paesaggio da sogno, con il riflesso delle stelle che si riflette nell’acqua, mentre le barche scivolano tra le onde.

Si può percepire ogni pennellata, ogni tratto, ogni olio o sfumatura di colore.

La seconda parte della visita prevede degli occhiali con realtà aumentata. Li indosso e mi ritrovo nella famosa camera da letto dell’artista: con il suo letto, il comodino, la sedia un po’ sbilenca e quell’arredamento minimale.

Scendo, percorro le scale interne della Casa Gialla e mi ritrovo tra i campi di grano e gli alberi. Tra il giallo delle messi e l’azzurro del cielo, tra i contadini all’ombra dei covoni di paglia e le acque del Rodano.

È una sensazione forte, reale, che mi permette di guardarmi intorno, girarmi come se fossi lì, come se fossi Van Gogh, guardando il panorama circostante, che sogna ad una ad una le sue opere che si materializzano davanti ai miei occhi. I campi di grano, i cipressi, i suoi contadini che dormono.

Ritorno nella sua camera, con una sua tela. Sono Van Gogh.

Tolgo gli occhiali, fuori mi aspetta ancora la pioggia di Napoli. Ma mi sento felice, perché ho appena fatto un’esperienza straordinaria nel sud della Francia.

Per maggiori informazioni:

https://vangoghimmersion.com/

ART NEWS

Io Dalí, al Palazzo delle Arti di Napoli fino al 10 giugno

Personaggio eccentrico e sopra le righe. Era probabilmente questo Salvador Dalí, prima ancora di essere considerato un artista di talento, che con la poetica surrealista delle sue opere ha senza dubbio contribuito a fare la storia dell’arte contemporanea dell’ultimo secolo.

È da questo presupposto che forse muove i primi passi la mostra Io Dalí, al Palazzo delle Arti di Napoli fino al prossimo 10 giugno, che si svela agli occhi degli spettatori dopo una misteriosa promozione che ben ha saputo catturare l’attenzione dei napoletani nelle passate settimane.

Una mostra, questa, soprattutto multimediale, così come si pronuncia sin dalla prima sala, dove una decina di monitor mostrano in loop interviste, opere, frammenti video dagli archivi audiovisivi storici delle TV internazionali, in cui Dalí è colto nella sua irriverente figura caratterizzata dai suoi ormai iconici baffetti neri.

Pannelli luminosi, riviste, fotografie provano invece a ricostruire la vita di un artista che nell’arco della sua esistenza ed esperienza artistica non ha fatto altro che raccontare il mondo a modo suo.

Salvador Dalí, autoritratto (1911)

Un personaggio, quello di Dalí, più attuale che mai, che ben si amalgamerebbe le dinamiche della società contemporanea, dove oggi è soprattutto l’immagine a prevalere su tutto il resto: «Sono un esibizionista; mi comporto sempre come un attor» dice di sé l’artista spagnolo.

Dalí infatti era ben consapevole dell’impatto dei media sulla gente, e sapeva come catturare l’attenzione su dé, come ottenere copertine e prime pagine di giornali, rotocalchi e magazine.

La sua ricerca artistica anticipa la “stereofonia” delle nostre immagini, quelle che oggi definiamo 3D, dipingendo immagini doppie: monocromatiche e a colori, che talvolta differiscono per dettagli infinitesimali.

Immagini in tre dimensioni e ologrammi. Erano soprattutto queste le sperimentazioni artistiche della storia recente del suo percorso, sperimentando proiezioni con colori primari, che oggi definiremmo avveniristiche, ricercando il realismo dell’immagini con cui ha anticipato l’interazione con lo spettatore.

Sono tanti gli artisti con cui si è confrontato nella sua carriera, senza temere giudizi o critiche: da Velasquez a Vermeer, dagli autori classici ai contemporanei.

Schizzidisegnidipintifoto. Sono variegate le opere esposte lungo il percorso di visita, in cui tecniche diverse si sovrappongono.

Una mostra, Io Dalí, che antepone l’uomo all’artista, e svela soprattutto una personalità, che ha contribuito a rendere grande la sua arte agli occhi del mondo.

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Scoperto nei fondali di Napoli l’antico porto all’ombra di Castel dell’Ovo

Oggi leggo su alcuni siti una notizia che io avevo appreso la scorsa settimana.

Venerdì 9 marzo infatti avevo preso parte, con vero interesse e piacere, a L’Archeologia subacquea nel Golfo di Napoli, fra passato e prospettive per il futuro, all’Università degli Studi di Napoli Federico II, secondo appuntamento di un ciclo di conferenze sulla Magna Grecia, che si propone di approfondire tematiche e problematiche legate al mondo dell’archeologia e dello scavo archeologico.

Una presentazione, questa, che non solo ci ha parlato con onestà delle difficoltà cui va incontro l’archeologo contemporaneo: trovare i finanziamenti per le campagne di scavo, ottenere i permessi legati al contesto urbano, riuscire ad estrarre dalla terra informazioni e reperti; ma ci ha anche aggiornato sulle recenti campagne legate al panorama partenopeo, e mai aggettivo fu più appropriato.

Le scoperte infatti riguardano proprio l’isolotto di Megaride, dove oggi sorge Castel dell’Ovo, luogo mitico in cui, secondo la leggenda, la Sirena Partenope, rifiutata da Ulisse, avrebbe trovato la morte. Qui originava la primigenia Palepolis, il nucleo più antico di ciò che sarà per i greci la città “nuova”, Neapolis.

Ad introdurre il panorama campano è stato il Dottor Rosario Santanastasio, geo-archeologo, che ci ha ampiamente spiegato i fenomeni sismici, eruttivi e di bradisismo che hanno caratterizzato il territorio, portando all’attuale morfologia, caratterizzandone anche il materiale, il tufo giallo, di cui la Campania, e Napoli in particolare, sono ricche, e che senza dubbio ha fortemente inciso sugli insediamenti ma anche sulla costruzione delle strutture della vecchia e della nuova città greco-romana.

A parlare invece delle recenti scoperte, che hanno interessato il lungomare di Napoli, è stato l’archeologo subacqueo e operatore tecnico subacqueo Filippo Avilia, scopritore tra l’altro della corvetta borbonica “Flora”. Lo studioso applica la tecnica del mare all’archeologia e viceversa, e ci parla così del ritrovamento di quattro tunnel sommersi, e una strada larga all’incirca tre metri che reca ancora i segni dei carri che la attraversavano. Una lunga trincea per soldati che proteggevano probabilmente l’originario approdo dell’antica città di Napoli: «Fra la prima galleria crollata e la seconda – spiega Avilia – c’è una trincea che le collega, alta circa un metro e mezzo e larga altrettanto. Un camminamento, che ricorda molto quelli della prima guerra mondiale».

Lungo quest’area ritroviamo inoltre dei massi, depositati a mo’ di protezione di questo passaggio.

Per il Dottor Avilia il condizionale è d’obbligo, in quanto, tiene a precisare, si tratta di una scoperta recente che è ancora in fase di studio.

Il rinvenimento è avvenuto all’ombra, letteralmente, del Castel dell’Ovo. Nei fondali alla destra della fortezza napoletana infatti, ad appena sei metri di profondità, si sono calati i sottomarini finanziati dalla IULM di Milano.

Ma questa, pare, sarà soltanto la prima parte di una spedizione archeologica che a maggio riprenderà, di cui gli studi potrebbero aprire anche un nuovo scenario nel panorama turistico di Napoli, allargando l’offerta con con visite esclusive nei fondali della città.

Orientato ad una “musealizzazione” anche il Soprintendente dei Beni Archeologici di NapoliLuciano Garella, che pensa infatti ad un modo per valorizzare al meglio queste scoperte e renderle fruibili a quel grande pubblico di studiosi o semplici appassionati, creando un vero e proprio filone turistico subacqueo. D’altronde gli stessi Santanastasio e Avilia hanno spiegato all’unisono che ciò che preme anche al semplice cittadino, in vista di nuovi scavi, è se questi potranno portare anche un beneficio economico-lavorativo all’intera comunità.

La scoperta contribuisce senza dubbio a ridefinire quelli che erano gli originari confini del lungomare di Napoli, e getta le basi per una nuova immagine del primo nucleo di fondazione. Orgoglioso l’autore di questi rilievi, l’archeologo Mario Negri, che in merito ha detto: «È una scoperta che apre un nuovo scenario della ricostruzione della vecchia struttura di Palepolis».

ART NEWS, INTERNATTUALE

Dietro la frase che gira tra gli instagrammer napoletani

«Entrate, ma non cercate un percorso. L’unica via è lo smarrimento». È questa la frase che continua a rincorrersi da settimane nelle foto su instagram e sui social in generale. In molti probabilmente avranno già intuito di cosa si tratta e di cosa sto parlando, ma se siete tra quelli che non lo sanno, allora questo post fa per voi e la vostra, spero, curiosità.

Dallo scorso 3 dicembre infatti nei geotag di Napoli su instagram, il social network fotografico per eccellenza, è comparsa la frase dall’eco dantesca: scritta a caratteri cubitali in bianco su fondo nero, interpretata dai vari internauti secondo il proprio stile, non vuole essere un messaggio di benvenuto, ma, probabilmente, un monito per chi varcherà quella porta.

Non si tratta però di una versione contemporanea della Divina Commedia, ma di un messaggio con cui il professor Vittorio Sgarbi accoglie i visitatori all’interno della sua mostra, il Museo della Follia, allestita da qualche mese nella Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta a Napoli, in Via Tribunali.

Autrice della frase è in realtà uno degli autori della rassegna, Sara Pallavicini, che è stata fatta propria dal noto critico d’arte.

Un’iscrizione fortemente voluta per esprimere il senso di un percorso che indaga la follia nelle sue molteplici sfumature.

La mostra, aperta al pubblico fino al 27 maggio, vuole essere un’ampia riflessione sul tema della follia e su tutti quegli artisti, geniali, ritenuti da noi contemporanei convenzionalmente folli.

Un percorso di storia dell’arte, ma anche una riflessione su quelli che erano “manicomi” e sui cosiddetti O.P.G., ospedali psichiatrici giudiziari.

Da Goya a Maradona, questo il sottotitolo di un percorso che va dal XIX secolo fino all’arte contemporanea, e che include nel novero delle sue opere anche dei lavori dedicati all’ex numero 10 del Napoli, genio indiscusso del calcio qui visto provocatoriamente come un Michelangelo contemporaneo.

Pitture, sculture, video-installazioni, momenti di interazione con le opere. Un successo di pubblico che già tanti partenopei (e stranieri) ha conquistato, che vengono a frotte per smarrirsi. Letteralmente.

Intenso Una Santa Monaca guarisce una giovane inferma di Goya, distante dalle iconiche “Maje”, che qui interpreta un momento quasi intimo, una guarigione fisica in cui egli stesso, malato, confidava.

L’artista contemporaneo Cesare Inzerillo ha invece omaggiato la città di Napoli con tante opere: dal beneaugurante quanto colossale corno rosso coronato, all’opera centrale, la Griglia, con i volti, alcuni oscurati perché ancora in vita, di chi ha patito e vissuto sulla propria pelle la detenzione, a volte coercitiva e violenta, in un istituto di igiene mentale.

Frammenti di anime, che l’artista coglie con vivido pathos, spingendo i visitatori ad una doverosa considerazione sul significato più profondo di una degenza forzata o di essere considerati pazzi anche semplicemente per una stravaganza o una diversità.

Immancabile, in un evento di tale spessore, un riferimento a Franco Basaglia, psichiatra e neurologo italiana, cui va il merito di aver rivoluzionato il concetto di salute mentale, artefice di una revisione ordinamentale degli ospedali psichiatrici nel nostro Paese, perché, come dice una delle sue massime, di erasmiana memoria, estratta da Conferenze brasiliane (del 1979): «In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione».

ART NEWS

Raffaello, l’eco del mito tra passato e futuro. A Bergamo fino al 6 maggio

La mia visita a Bergamo inizia con un viaggio in treno molto suggestivo, che comprende uno scambio a Lecco. Il treno regionale è di quelli dalle ampie vetrate, attraverso le quali, come al cinema, scorgo panorami innevati come nell’Orient Express.

È tanta la gioia che mi rende felice come un bambino, questo viaggio, già prima di giungere alla mia meta, l’Accademia Carrara.

Raffaello e L'eco del mito mostra Accademia Carrara Bergamo 2018 (Mariano Cervone instagram) - internettuale
Mariano Cervone da instagram @marianocervone

Una salita per una ripida funicolare e un dedalo di stradine di acciottolato lombardo mi portano da Raffaello. L’occasione è la mostra L’Eco del Mito, una mostra che si ripropone di indagare l’influenza che il maestro urbinate ha avuto già sui suoi contemporanei e su tutti quei raffaelleschi che hanno provato a portarne avanti l’eredità artistica.

Raffaello nasce a Urbino, la città ideale di Federico da Montefeltro. Un ambiente, quello del centro Italia, in cui il maestro urbinate recepisce e fa sue le prime contaminazioni, sotto le vestigia del suo maestro Perugino.

Un percorso di storia dell’arte che svela quanto Raffaello, negli anni della formazione, si sia lasciato influenzare anche dal Pinturicchio, come racconta il Vasari nelle sue Vite o, come naturale che sia, è stato influenzato anche dal padre, il pittore Giovanni de’ Santi, nella cui bottega apprese le tecniche di disegno e pittura.

Sono molti i prestiti di questa esposizione, dalla Galleria Corsini di Firenze alla National Gallery di Londra, dal Louvre alla Pinacoteca di Brera. Molti dipinti arrivano da fondazioni private, precluse al pubblico, ed è dunque un’occasione unica per confrontare le opere raffaellesche con i suoi contemporanei e successori.

Dal Perugino eredita il gusto di colori morbidi, volti ieratici, la volumetria dei tessuti.

Nel cosiddetto Libretto Veneziano, appunti di studio scritti probabilmente da un suo allievo, ritroviamo i viaggi di studio.

Matita nera e penna su carta. Sono questi gli strumenti con cui sono ritratti uomini illustri e vedute di Urbino, che cedono il passo agli studi anatomici e la bronzistica greco-romana.

Raffaello mi appare in tutto il suo splendore, in una sua Madonna con bambino benedicente. Gli occhi lievemente sferici, la sacralità dei loro volti sereni.

Alcune opere ritornano per la prima volta insieme dopo la loro realizzazione: Nicola da Tolentino resuscita due colombe, il Miracolo degli Impiccati e Nicola da Tolentino soccorre un fanciullo che annega. Frammenti della Pala Baronci, realizzata dal magister nel 1500.

È evidente l’influenza giottesca nel miracolo delle colombe: un momento ritratto all’interno di una camera da letto, cui manca la quarta parete come una scenografia teatrale, vede il santo disteso al centro della scena in gesto benedicente.

In San Michele e il Drago Raffaello ricorda il pittore olandese Hieronymus Bosch, con figure mostruose e scene apocalittiche che si ispirano alla Divina Commedia dantesca: colori vibranti e la forza nei movimenti concitati rendono la dinamicità della scena.

Il percorso è un’ascesi artistica straordinaria, con un allestimento in tessuto molto bello.

Manifesto di questo evento è il suo San Sebastiano, ritratto dall’artista come un giovane uomo alla moda, raccolto in una contemplazione privata, intima, con grande attenzione per le lussuose e lavorate vesti, e per quella freccia, che si fa strumento di Dio, tenuta tra le dita quasi come una penna. Il maestro urbinate sfugge l’iconografia tradizionale, ed è qui messo in relazione con Pinturicchio e Perugino, con una bellissima Maddalena, un San Sebastiano e una Elisabetta Gonzaga.

Uno dei momenti più emozionanti di questa rassegna è ritrovarsi faccia a faccia con La Fornarina, vera e propria icona della storia dell’arte italiana, al pari della Gioconda vinciana. Sorride con sguardo languido, ed è solo ammirandola da vicino che mi accorgo di una velata sensualità, e malizia dei suoi gesti.

Non solo la sua opera, ma anche la sua figura di artista è rimasta viva nei posteri. Lo dimostra il ritratto di un Raffaello intento a dipingere la Madonna della Seggiola di Dionigi Faconti, ma anche nei ritratti immaginari di Cesare MussiniFelice Schiavone, che raccontano l’amore tra l’artista e la sua amata, dimostrando quanto questo legame alla fine del ‘700 era già entrato nella leggenda.

L’ultima sezione di questo grandioso excursus d’arte è dedicato alla storia dell’arte contemporanea. Ed è qui, che con grande sorpresa e gioia, posso ammirare addirittura un Picasso.

Un’eco, quello di Raffaello, che si riverbera nel passato e nel futuro, in ciò che c’è stato prima e in ciò che, dopo la sua morte, prosegue. Per sempre.

ART NEWS

Napoli, scoperto un nuovo tratto dell’Acquedotto del Serino

Se amate le escursioni e i percorsi sotterranei, c’è un nuovo tratto che potrete visitare a Napoli.

Qualche giorno fa infatti, l’associazione Celanapoli, che si occupa di studiare il sottosuolo nell’area a nord dell’antica Neapolis, ha annunciato una scoperta che va ad ampliare l’offerta di visite nel ventre della città.

È stato scoperto infatti un nuovo tratto dell’acquedotto Augusteo del Serino: «Un rinvenimento ed una identificazione – hanno detto in merito i responsabili dell’associazione dalle pagine ANSA – che arricchisce di un prezioso tassello il complesso paesaggio dell’area già caratterizzata dall’imponente necropoli ellenistica».

Il nuovo tratto dell’acquedotto Augusteo presentato dall’associazione Celanapoli (ANSA)

Si tratta di una grandiosa opera di ingegneria idraulica, che si ritrova a circa venti metri sotto l’attuale quota stradale, e lunga circa 220 metri.

Il tratto presenta ben sette pozzi di areazione. La sua presenza era già stata segnalata da diverse fonti tra il VI e il XIX secolo.

Questo percorso, che si trova tra la zona dei Ponti Rossi ed il Rione Sanità, era stato finora erroneamente identificato come un tratto del Carmignano, opera risalente al 1600.

Già noto durante il secondo conflitto bellico, veniva utilizzato come camminamento che collegava le diverse cavità sotterranee della città, che nel corso della Seconda Guerra Mondiale furono convertite come rifugi antiaerei.

Celanapoli consente ai suoi visitatori di vedere un itinerario alternativo dei più noti accessi al sottosuolo di Napoli, che va da Porta San Gennaro e attraversa il Borgo dei Vergini e il Rione Sanità.

La scoperta rappresenta senza dubbio una novità nel già variegato panorama partenopeo, ed è sicuramente interessante rivivere non soltanto le suggestioni della Napoli greco-romana, ma anche per conoscerne una più recente e particolareggiata storia del secondo ‘900.

Per maggiori informazioni, vi rimando al sito ufficiale:

www.celanapoli.it

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Il Monastero di Santa Chiara a Napoli, stupor mundi

Chi mi segue su instagram lo sa già: questo weekend ho visitato, tra l’altro, il Chiostro del Monastero di Santa Chiara a Napoli.

Tra i complessi conventuali più noti, se non il più noto, il Chiostro è famoso soprattutto per le maioliche che ne rivestono la struttura, realizzate nella prima metà del XVIII secolo.

Qui la spiritualità si mescola con la storia dell’arte, nei colori brillanti delle scene bucoliche e delle vedute napoletane, che Donato e Giuseppe Massa hanno impresso su queste straordinarie “riggiole“.

Un’oasi di pace e nuance vivaci, che ha del prodigioso, se si considera che è la sola parte del convento ad essere miracolosamente rimasta illesa dal bombardamento del 1943, che invece distrusse gran parte dei locali della vicina basilica.

Il chiostro fu realizzato nel 1739 da Domenico Antonio Vaccaro, noto pittore, scultore e architetto italiano, che decise di adeguare la goticheggiante struttura allo stile barocco del tempo.

Ma non è solo la parte centrale del chiostro, e dei giardini, ad attirare l’attenzione del visitatore, ma anche i coloratissimi affreschi che ne adornano le pareti dell’intero perimetro, con un bellissimo ciclo pittorico, realizzato tra il 1300 e il 1600, di cui poco sappiamo, a causa dei documenti perduti e degli ingenti danni subiti dal complesso religioso durante la seconda guerra mondiale.

Il complesso era stato voluto dalla dinastia angioina. I finanziamenti per questo ammodernamento giunsero dalle famiglie aristocratiche napoletane e, benché le clarisse disponessero di ingenti somme di denaro provenienti probabilmente dalle loro doti, per i lavori chiesero un sostegno alla regina Maria Amalia di Sassonia, moglie di Carlo III di Borbone. Fu la badessa Ippolita d Carmignano che suggerì una maggiore apertura dell’architettura verso l’esterno, affinché perdesse l’austerità dell’originaria struttura.

Oggi infatti il chiostro è armonioso, un caleidoscopio di luce e colori che ne fanno la perfetta rappresentazione del Paradiso in terra. Bellissimo il giardino e le piante, straordinario il maiolicato che restituisce un’immagine di come doveva essere sontuoso e ricco questo ambiente prima degli orrori della guerra.

Sono 64 le colonne, a forma ottagonali, che recano invece una decorazione per lo più fitomorfa, come avvolti da una lussureggiante vegetazione in fiore.

Molto belle le sedute, veri e propri quadri, che ci restituiscono gli affreschi della vita quotidiana nella Napoli a cavallo tra Sei e Settecento: paesaggi indefiniti, scene campestri, ma anche mascherate e scene mitologiche, sono solo alcuni dei temi che è possibile ammirare in questi meravigliosi ambienti.

Il porticato è sorretto da 72 pilastri, da cui originano degli archi a tutto sesto, squisitamente gotici, che formano un intreccio di volte a crociera finemente affrescate. Un gioco di forme medievali, che vanno a confondersi nelle decorazioni baroccheggianti dei successi rimaneggiamenti della struttura.

Oggi il percorso di visita comprende anche al Museo dell’Opera di Santa Chiara (fondato nel 1995), attraverso il quale è possibile ripercorrere la storia di questo monastero, già ispiratore di un omonimo brano della tradizione napoletana, la cui vita architettonica può essere scissa in due parti. Da un lato c’è il fasto del rifacimento del Vaccaro, il barocchismo di un edificio dalle forme gotiche, coperte dagli ori e dagli stucchi. Dall’altro la decadenza, un ritorno all’originaria austerità dell’edificio, spogliato degli orpelli postumi e restituito al pubblico così come doveva essere stato voluto nel 1340 da Roberto D’Angiò, poi sepolto all’interno della chiesa.

Come per il Chiostro, anche nella Basilica di Santa Chiara tutto ciò che resta del barocco è lo straordinario pavimento marmoreo del 1762 ad opera di Ferdinando Fuga.

Ma se le bombe da un lato hanno letteralmente distrutto la Chiesa, dall’atro hanno avuto il “merito” di aver riportato alla luce un complesso termale di epoca romana, oggi parte del percorso archeologico del sito, il cui impianto è molto simile alle terme visibili a Pompei ed Ercolano. Creste di muro e pavimenti sopraelevati, mostrano il più grande e completo complesso termale della città di Napoli che risale al I secolo, e le raffinate tecniche per la cura e la ricerca del benessere.

La Basilica di Santa Chiara e il meraviglioso Chiostro sono pagine di un libro che raccontano storie diverse, accomunate dall’amore degli abitanti di N(e)apoli per la propria città.