INTERNATTUALE, TELEVISIONE

Miss Italia 2018: vince Carlotta Maggiorana, tra protesi, polemiche e dinosauri

Anche la 79esima edizione di Miss Italia si è conclusa. Tra il sensazionalismo di una concorrente con una protesi, Chiara Bordi (arrivata poi terza), e il tentativo di un programma di cui, forse, non sentiamo più il bisogno, ha vinto Carlotta Maggiorana, 26enne, sposata, di Ascoli Piceno, che non solo riesce ad abbattere il muro del nubilato delle Miss, ma anche quello dell’anonimato. Sì, perché Carlotta, nel suo curriculum artistico, vanta già apparizioni in fiction di prima serata come L’Onore e il Rispetto, programmi televisivi come Avanti un altro, lavori al fianco di Sean Penn e Brad Pitt, e già Miss Grand Prix 2009.

Ma dunque c’era proprio bisogno di vincere anche il titolo di più bella d’Italia?

Chiara Bordi, concorrente di Miss Italia 2018

Per anni il concorso, nato negli anni ’40 come 5000 lire per un Sorriso, con le sue corone, le fasce e la voglia di riscatto sociale che caratterizzava le miss, ha rappresentato un sogno per le ragazze italiane, che dalle spiagge alle passerelle, tappa dopo tappa, vedevano il sogno avvicinarsi. Oggi invece Miss Italia è come un titolo di studio che vale poco, si potrebbero raggiungere gli stessi obiettivi affermandosi sul web, aprendo un profilo instagram o YouTube, partecipando ad un qualsiasi talent. E se fino a qualche anno fa erano proprio questi che molte potenziali concorrenti avevano già sottratto ad un contest ormai logoro, oggi anche i social rappresentano una concreta alternativa a chi vuole affermarsi senza dover sottostare all’altrui giudizio o mettersi necessariamente in bikini.

Colpa anche di un programma che purtroppo non ha saputo difendere nel tempo la propria identità, e ha continuato a trasformarsi in tutti questi anni fino a perdere completamente se stesso: da talent di bellezza a quiz, da game show a becero spettacolo di intrattenimento che culmina senza nemmeno troppo pathos con un’incoronazione.

Sì, perché Miss Italia è cambiato quasi al punto da vergognarsi dell’originaria vocazione da esteta e, anziché ricercare ogni anno nuovi canoni di bellezza nella donna contemporanea, ha preferito ipocritamente fingere valutazioni della personalità, scoperta del talento, ricerca di intelligenza. Come se una reginetta di bellezza dovesse necessariamente dimostrare subito, parafrasando una nota canzone di Jo Squillo, che oltre le gambe c’è di più. E come se queste, per giunta, fossero capacità o doti che è possibile esprimere in meno di un minuto rispondendo a delle stupide domande o superando brevi prove.

Carlotta Maggiorana, Miss Marche, vincitrice di quest’anno.

Quest’anno proverbi italiani e tabelline: erano queste le “materie” in cui sono state interrogate le ragazze durante un dubbio question time, che si alternavano a domande personali sulla preferenza di campeggi o alberghi extralusso per le vacanze, a riprova, in un modo un po’ naif – per fortuna contestato dal giurato Pupo – che la valutazione della serata esulava dal mero aspetto esteriore, in un vortice imbarazzato un po’ imbarazzante.

Ogni conduttore, da Milly Carlucci a Simona Ventura, passando per Carlo Conti e Mike Bongiorno, ha cercato in qualche modo di cambiare regole e formule, di dare la propria impronta autorale oltre che la propria conduzione: e così via i numeri delle ragazze (che puntualmente sono ritornati), prove di talento (che invece sono sparite), titoli come Miss Curvy introdotti e eliminati nel giro di poche edizioni senza lasciare traccia, o che cambiano continuamente nome rinnegando le proprie radici (basti pensare a quello di Prima Miss dell’Anno, titolo tra l’altro vinto anche da Miriam Leone, oggi diventato Miss 365).

Insomma un concorso che si rinnova e non resta fedele neanche a se stesso.

Tutto probabilmente più per racimolare qualche percentuale di share in più, che non per vera convinzione e interesse sociale, mentre la RAI, preso atto dell’esponenziale calo di ascolti, opportunamente ha ritenuto che fosse giunto il momento di rinunciare ad un concorso che, edizione dopo edizione, è difficile persino riconoscere e che sempre più somiglia ad una sagra di Paese.

E se tante cose possiamo attribuirle o giustificarle con “il bello della diretta”, è senza dubbio brutto per il telespettatore a casa vedere il disagio dei conduttori, Francesco Facchinetti (alla sua terza volta) e Diletta Leotta, spesso impacciati, così come non è stato elegante vedere le maestranze della rete, così a lungo invocate nel corso della serata, spazzare in squadra coriandoli caduti sul palco e bouquet di fiori, tra l’altro forniti da uno sponsor, durante una finalissima che ha visto la partecipazione di poco più di 30 ragazze.

Ultimo, solo in ordine cronologico, il tentativo di riagganciarsi ai fasti di un passato con una fascia onoraria dedicata al compianto Fabrizio Frizzi, storico conduttore del programma scomparso lo scorso marzo. Come se bastasse uno pseudo-legame ad un volto amato dalla televisione italiana per riabilitare un programma che continua ad avere il retrogusto di nostalgico ricordo, e che oggi è sostituito da uno spettacolo inadeguato a rievocare quello che fu.

Strana persino la strategia di marketing, che ha promosso Jesolo (sede veneta delle semifinali) e Venezia random, celebrando però questa finalissima a Milano.

Dubbia persino la scelta della scenografia, che a tratti ricordava un programma di approfondimento sportivo da TV privata, o quella delle musiche, con il main theme di Jurassic Park sull’incoronazione, che fa apparire Miss Italia una forzatura anacronistica proprio come lo furono i dinosauri della pellicola di Spielberg, e che forse ci fa capire che sarebbe meglio che, come il T-REX della scena finale del film, sarebbe meglio che oggi Miss Italia si estinguesse.

Se non vuole davvero tramutarsi in un fossile di paleontologia televisiva, nemmeno ricordato dalle teche rai, Miss Italia dovrebbe evolversi, riscoprendo le proprie radici di mero beauty contest, e senza imbarazzo, senza indugio, senza ipocrisia valutare quella bellezza di quando le ragazze speravano di vincere 5000 mila lire con un semplice sorriso.

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CINEMA

C’è molta Napoli nei 21 italiani in corsa agli Oscar 2019. Eccoli:

Mancano ancora cinque mesi alla notte degli Oscar, quando il prossimo 24 febbraio 2019 l’Academy Awards premierà i migliori film, ma nel frattempo in Italia si respira già la magica atmosfera hollywoodiana.

Entro il prossimo 25 settembre infatti l’ANICA, l’Associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive, sarà chiamata a scegliere la pellicola che rappresenterà il nostro Paese come miglior film straniero, ovvero non doppiato.

Sono 21 i film che ambiscono alla statuetta. C’è molta Napoli tra questi, a cominciare da A casa tutti bene di Gabriele Muccino, film corale interamente ambientato sull’isola di Ischia; CAINA, opera prima del regista Stefano Amatucci (manco a dirlo, napoletano) che affronta il delicato tema dell’immigrazione. E poi c’è Dogman, di Matteo Garrone, romano, che di Napoli e a Napoli ha lavorato e ne ha parlato tanto, a cominciare dal film Gomorra.

E poi c’è il regista di Torre del Greco Ciro Formisano, che candida invece L’esodo, pellicola con Daniela Poggi che affronta il tema degli esodati.

E poi c’è Napoli Velata, thriller di Ferzan Ozpetek con l’attrice napoletana Giovanna Mezzogiorno, in cui mistero, esoterismo, arte e vedute notturne di Napoli si mescola per dare vita ad una storia che in qualche modo cattura l’essenza di Napoli. Bellissima, in chiusura, la cover Vaseme di Arisa (inutile dirvi, a questo punto, qual è il film che spero sia candidato nella short list).

C’è anche Toni Servillo, attore feticcio di Paolo Sorrentino e già vincitore di un Oscar con La grande bellezza, nel film di Donato Carrisi che prova adesso a conquistare un posto nella cinquina: La ragazza nella nebbia, tratto dall’omonimo romanzo dello stesso Carrisi.

Roberto Andò, reduce dal successo di Venezia 75, candida il pluripremiato Sulla mia pelle, con Alessandro Borghi, film duro che indaga gli ultimi sette giorni di vita di Stefano Cucchi, morto in seguito a delle lesioni e percosse in carcere.

Paolo Genovese ci prova invece con il suo The Place, che vede tra gli altri anche la partecipazione di Sabrina Ferilli (anche lei nel cast de La grande bellezza), indagando fino a che punto l’uomo è disposto a superare i propri limiti e, talvolta, la propria morale per ottenere ciò che desidera.

C’è molta immigrazione e periferia nei film proposti all’ANICA, da Come un gatto in tangenziale (con Paola Cortellesi e un simpatico cameo di Franca Leosini), a La terra dell’abbastanza di Damiano e Fabio D’Innocenzo.

Poca commedia e molto dramma, è questo il cinema italiano che corre verso l’Oscar, proponendo, in tempi di scandalo Weinstein, film tosti come Nome di donna, con Cristiana Capotondi, di Marco Tullio Giordana, e Dove non ho mai abitato.

In un periodo storico di difficoltà e grande instabilità, il cinema sembra riflettere la realtà e sulla realtà, proponendo punti di vista, a volte inediti, ma genuinamente in puro stile italiano.

Chi ci rappresenterà? Per saperlo dovremo aspettare ancora qualche giorno.

Qui la lista completa in ordine alfabetico:

A CASA TUTTI BENE di Gabriele Muccino

CAINA di Stefano Amatucci

COME UN GATTO IN TANGENZIALE di Riccardo Milani

DOGMAN di Matteo Garrone

DOVE NON HO MAI ABITATO di Paolo Franchi

L’ESODO di Ciro Formisano

L’ETA’ IMPERFETTA di Ulisse Lendaro

IL FIGLIO SOSPESO di Egidio Termine

LAZZARO FELICE di Alice Rohrwacher

MANUEL di Dario Albertini

NAPOLI VELATA di Ferzan Ozpetek

NOME DI DONNA di Marco Tullio Giordana

QUANTO BASTA di Francesco Falaschi

LA RAGAZZA NELLA NEBBIA di Donato Carrisi

RICCARDO VA ALL’INFERNO di Roberta Torre

SEMBRA MIO FIGLIO di Costanza Quatriglio

UNA STORIA SENZA NOME di Roberto Andò

SULLA MIA PELLE di Alessio Cremonini

LA TERRA DELL’ABBASTANZA di Damiano e Fabio D’Innocenzo

THE PLACE di Paolo Genovese

TITO E GLI ALIENI di Paola Randi

INTERNATTUALE

Instagram, un popolo di influencer senza followers

Fino a qualche tempo fa c’era un proliferare di siti di self-publishing, che lusingavano i potenziali scrittori con la promessa di essere indipendenti e trovare la notorietà in questa sorta di piattaforma social. Erano i primordi di myspace e facebook si faceva largo, e non c’era ancora, forse, la consapevolezza che dal web potessero nascere delle vere e proprie star, ma probabilmente già se ne coltivava la possibilità.

La falla di queste piattaforme è che non c’è un pubblico di scrittori, ma, una volta iscritto, sei solo un aspirante-scrittore in un popolo di aspiranti-scrittori, che tenta maldestramente di promuovere il proprio lavoro ad altri che fanno altrettanto, in un reciproco scambio di like, di finti commenti e finte letture.

Io stesso ne ho provati tanti, prima di affidare il mio primo, e finora unico, romanzo, alla piattaforma wattpad, confidando che almeno un lettore nell’etere, scaricata l’app possa leggermi. Ma da qui a sperare di diventare il nuovo Dan Brown della letteratura, ce ne passa. E così riflettevo sul fatto che anche instagram si è trasformato in un popolo di aspiranti webstar, “influencer” si chiamano oggi, con la sola differenza che mentre nelle piattaforme di self-publishing c’è più o meno talento o quantomeno un lavoro (buono o cattivo che sia), sul noto social di fotografia ognuno vuole trovare la notorietà pur non avendo alcuna capacità.

Se in principio tutti volevamo quest’app solo per i “filtri ” e la possibilità di portare indietro i nostri scatti con effetti vintage, oggi la vogliamo per esserci, per sentirci fighi, per condividere le nostre foto al mare, per la notorietà.

Sono milioni i profili business che si bollano come “Blog personale”, fondati sul nulla, che ambiscono o sperano di essere qualcuno solo perché con la tecnica ormai logora del follow/defollow sono riusciti a racimolare qualche migliaio di seguaci, o ne hanno acquistati almeno 10.000 al mercato nero del web per meno di 8 €.

Non c’è più una vera audience della rete, non ci sono più i follower, i “telespettatori” di un tempo che riconoscevano l’altrui professionalità con ammirazione, ma solo un popolo che dal fondo della piramide social(e) tenta di imitare chi occupa il gradino più in alto, in una sequela di “posso farlo anch’io”, soltanto perché internet e le immagini conferiscono l’illusoria sensazione che basti uno smartphone, un filtro e una didascalia per trasformarsi in qualcosa d’altro pur non avendo alcun titolo o capacità per farlo.

Un appiattimento dovuto alla democrazia della tecnologia che consente a tutti, poveri e ricchi, belli e brutti, dotti e stolti, di fare le medesime cose con altrettanta facilità.

La parte più drammatica è che in molti, soprattutto giovanissimi, credono che basti questo oggi per affermarsi al mondo, complice la perdita di importanza o prestigio di lauree e titoli di studio (visti come qualcosa di polveroso e noioso), e forse anche di premier e ministri della nuova generazione che amministrano l’Italia stringendo tra le mani a malapena un diploma.

Non c’è più preparazione, non c’è più meritocrazia, non c’è più spirito di sacrificio. A che servono ore ed ore di studio quando postando una foto on-line puoi ricevere 3000 like ed essere popolare nella home page per almeno un giorno?

E se il primo decennio degli anni 2000 ha visto proliferare migliaia di blogger (tra cui il sottoscritto) che tentavano con i loro post di mostrare sagacia, intelligenza e capacità di scrittura, lavorandoci, oggi tutti sono convinti che basti un selfie e taggare un brand d’abbigliamento per fare tendenza.

Persino le concorrenti di Miss Italia sono cambiate negli anni:  negli anni ’90-2000 molte studiavano giornalismo e sognavano la fascia come trampolino di lancio, oggi quasi tutte hanno profili instagram affollatissimi e vanno in TV più per aumentare il bacino di seguaci on-line che non per il titolo stesso di più bella del Paese.

Anche il mercato e il marketing stanno cambiando, lo sa bene Daniel Wellington, noto brand di lusso, che sul social fotografico ha trovato fama e prestigio regalando agli esordi i suoi ormai iconici orologi ai cosiddetti micro-influencer, coloro che avevano un seguito di almeno 5000 persone.

Se si è “figli d’arte” o si riceve l’endorsement da parte di qualcuno, allora il gioco è fatto: Chiara Ferragni, ad esempio, di tanto in tanto segnala questa o quella fashion-blogger da seguire, forte dei suoi 15 milioni di seguaci che continuano a crescere in maniera esponenziale, mentre sono tantissimi i figli e parenti dei VIP che si riciclano on-line come influencer e fashion blogger.

Ma non c’è più un vera e propria distinzione tra il pubblico e la webstar, tra chi segue e chi vuole farsi seguire, ma tutto è inglobato in un appiattimento fotografico in cui tutti vogliono porsi sullo stesso livello in base ai numeri, senza una distinzione, né consapevolezza, della qualità dei propri contenuti.

E d’altronde come si potrebbe, se a decidere chi sta sopra e chi sotto è un algoritmo che oggi si tenta di aggirare con il like bombing? Instagram è ormai popolato solo da persone che vogliono mostrare e mostrarsi, lasciando a tutti gli altri il quasi ingrato compito di restarsene in disparte e semplicemente seguire.

Perché forse si sa, parafrasando un vecchio detto, chi sa fa e chi non sa si mette su instagram. Tutti vogliono farlo non perché siano realmente capaci, ma solo perché ne hanno la possibilità.

Insomma Italia popolo di Santi, naviganti, poeti e influencer.

Sono pochi quelli che, come me (lo dico senza falsa modestia), cercano di farsi strada proponendo anche qualcosa di più concreto sul web (come il sito che state leggendo), che vada al di là di una semplice immagine su instagram, e che dia l’idea che oltre la singola foto c’è decisamente di più.

Ragion per cui, se siete giunti alla fine del mio post e vi è piaciuto, se volete seguirmi anche su instagram, questo è il mio profilo @marianocervone, e se volete invece raccontarmi la vostra esperienza, commentate o scrivetemi.

ART NEWS

Andrea Chisesi racconta Napoli. Al Castel dell’Ovo fino al prossimo 15 ottobre

È un vero e proprio omaggio a Napoli, quello di Andrea Chisesi, che parte proprio dalla città della sirena Partenope, mito che indaga come origine della vita e di questa mostra, Street Home, all’interno del Castel dell’Ovo di Napoli fino al prossimo 15 ottobre. Curata da Marcella Damigella in collaborazione con l’Atelier Andrea Chisesi, la mostra parte proprio da quei personaggi e volti che hanno reso famosa Napoli nel mondo: da Sophia Loren a Totò, da Maradona a San Gennaro, in un percorso dove il confine tra sacro e profano è indefinito, e il visitatore non sa quali siano i divi e quali le divinità.

Una città dai mille volti, Napoli, che qui si fanno metafore di bellezza, di ironia, di quel talento e quella passione che questa feconda terra ha partorito.

Dipinti, collage, fotografie, persino poster e manifesti raccolti per strada. Chisesi prosegue quella tradizione artistica, tutta contemporanea, di Mimmo Rotella, raccontando icone pop e rendendo popolari luoghi e volti meno noti.

Sala dopo sala il percorso di Chisesi diventa evocativo e onirico, sfumando da quei napoletani che ci emozionano e ci rendono orgogliosi alla tradizione della smorfia napoletana, dove l’artista, romano di nascita, ma milanese di adozione, attribuisce ad ogni numero di questa tombola di opere un nome ed un preciso significato, in un gioco di arte e di numeri che diverte e coinvolge il visitatore.

Una rassegna colta, che non manca di cogliere e far confluire in questo percorso d’arte contemporanea riferimenti all’immortale arte classica, e a quelle sculture custodite in uno dei musei-simbolo di Napoli: il Museo Archeologico Nazionale, che con la sua collezione Farnese, parte inscindibile del tessuto napoletano, si fa pop-art, in ritratti in cui texture e tempera danno origine a quadri sospesi tra la pittura e la fotografia.

Ma è al piano superiore che Andrea Chisesi abbandona la forma e l’immagine per abbracciare l’esplosione di colore della serie Fireworks, fuochi d’artificio, in cui l’espressionismo astratto pollockiano trova un suo ordine in questo universo di schizzi e colori che danno vita a dei bellissimi prodigi pittorici.

Turchesi sgargianti, blu oltremare e azzurro esplodono da una tela all’altra, ricordando la spuma del mare delle onde che sono proprio lì, oltre le finestre delle sale del Castel dell’Ovo.

Andrea Chisesi è riuscito con i suoi lavori a rendere Pop Napoli, ma non per questo popolare. La sua infatti è una rassegna raffinata in cui mito, storia, cronaca, persino architettura sono sapientemente mescolate per originare una materia nuova, una materia della stessa sostanza di cui è fatta Napoli.

Altre immagini sul mio profilo instagram @marianocervone

Maggiori informazioni su www.andreachisesi.com

INTERNATTUALE, LIFESTYLE

Starbucks Milano: caffè, design e tradizione italiana. Ecco perché vale la pena andarci

Una nuova multinazionale fa il suo ingresso nel mercato italiano, e tutti a puntare il dito sulla nostra perdita di identità. Starbucks ha aperto ufficialmente le sue porte al pubblico a Milano, diventando così il primo store nel nostro Paese e, pare, secondo i bene informati non sarà l’ultimo.

Da sempre paradiso di frappuccini e muffin, da quando nel lontano 1971 Howard Schultz diede il nome del primo ufficiale di coperta di Moby Dick al primo store di Seattle, in origine fondato da tre studenti universitari.

Da allora Starbucks si è trasformato in un marchio di successo esportato in tutto il mondo: da New York a Parigi, dall’Inghilterra all’India, rivoluzionando il modo di bere caffè e creando un vero e proprio standard.

Bibitoni da sorseggiare lentamente durante la mattinata, stringendo tra le mani bicchieroni di carta, è questo nell’immaginario di noi europei, e probabilmente di tutto il resto del mondo, un’immagine simbolo del sogno americano.

Ultimi Paesi in cui la bella sirena del caffè tostato approda sono proprio l’Italia e l’Uruguay. Ma attenzione: a differenza di altre catene giunte nel nostro Paese da anni che con i loro prodotti hanno esportato anche il proprio stile, basti pensare a McDonald’s o Burger King, in cui ogni punto vendita è uguale all’altro, la storica catena di caffè americana qui arriva con una Starbucks Reserve Roastery, come a Seattle e a Shangai, una vera e propria sede di torrefazione del caffè lasciata a vista dei clienti, che vuole contribuire a rendere quello del caffè un momento esperienziale.

Sede deputata a questo importante debutto milanese è Palazzo Broggi, meglio noto come il Palazzo delle Poste in Piazza Cordusio 3. L’edificio fu costruito in occasione del rifacimento della piazza alla fine del XIX secolo, e faceva parte di un piano regolatore con cui si riorganizzava e ristrutturava la zona tra Piazza Duomo e il Castello Sforzesco.

A progettare il palazzo l’architetto che gli diede il nome, Luigi Broggi, e fu inaugurato nel 1901. La facciata è in stile umbertino, declinazione italiana del neo-barocco, corrente eclettica che mette insieme elementi gotici e barocchi originari del Rinascimento. Un’architettura che ben potrebbe ricordare i palazzi ottocenteschi newyorkesi. Tuttavia gli architetti non hanno ceduto al fascino di fare di questa sede un’omologa statunitense, bensì hanno deciso di rendere omaggio alla città e alla nazione che li ospita. A cominciare dal design, che non poteva che essere stiloso nella capitale del design italiano, con influenze anni ’70, marmi che richiamano i colori del Duomo di Milano e luci che vogliono ricordare invece il Castello Sforzesco.

Qui tutto ruota intorno ad un bancone bakery che sforna prodotti del panificio Princi di Milano.

The “clacker board” is shown at the Starbucks Reserve Roastery in Milan, Italy on Sunday, August 02, 2018. (Joshua Trujillo, Starbucks)

Ma non è bastato questo omaggio all’Italia, e alla sua tradizione, ai benpensanti che hanno commentato la diretta facebook di Corriere che mostrava i locali per la prima volta. Spiriti patriottici che inneggiano al caffè italiano (e alcuni al caffè napoletano addirittura, benché siamo in terra lumbard), mostrando un alto senso civico e nazionalista.

Molti hanno invocato il “bar sotto casa”, gridando al caro vecchio espresso.

Eppure è lecito chiedersi se tutte queste persone abbiano sempre preferito il pescato italiano al sushi, i mobili di Cantù all’IKEA, le Geox alle Nike.

La verità, che ci piaccia o no, è che le multinazionali e i franchising esistono, e spesso generano nel nostro Paese più lavoro di quanto imprenditori e aziende italiane non facciano: questa sede infatti offre lavoro a 300 persone.

Qui non si vuole insegnare a noi italiani a bere, né tantomeno fare, il caffè. Questa è una catena che viene nel nostro Paese in punta di piedi, con umiltà, senza imporre né esportare frappuccini e muffin per i quali è diventato famoso, ma ha deciso di presentarsi con un concept unico nel suo genere, ambendo quasi a diventare sede divulgativa, mostrando il processo di tostatura di quei chicchi che danno origine a quella miracolosa miscela nera, fondamentale per i nostri momenti di pausa, unendo il design e quel senso di lusso squisitamente italiano e milanese in particolare (qui un caffè costa 1.80 € mentre uno americano 3.5 €).

E nella patria dell’Happy Hour il bar del piano alto non poteva che essere dedicato all’aperitivo. Perché qui non c’è ostentazione del marchio o dei cappuccini giganti. Starbucks Milano si fa momento esperienziale, per scoprire che oltre il nero bollente di una tazza di caffè c’è tutto un mondo, genuinamente italiano.

CINEMA, TELEVISIONE

L’Amica Geniale, l’attesa serie di Saverio Costanzo al cinema in anteprima esclusiva

Dal set napoletano a Venezia 75. L’Amica Geniale, fiction in otto puntate tratta dall’omonima saga letteraria di Elena Ferrante, da 10 milioni di lettori, è sbarcata con grande successo al lido di Venezia. Molto soddisfatto il regista, Saverio Costanzo che, insieme alle protagoniste dello sceneggiato prodotto dalla RAI, HBO e TimVision, ha presentato la sua opera ai cineasti del festival.

Per vederla però dovremo aspettare, pare, almeno fino a novembre, quando Raiuno la trasmetterà in prima serata. Nel frattempo però, per chi proprio non ce la fa ad aspettare, i primi due episodi dello sceneggiato si trasformano in un evento speciale al cinema, grazie alla distribuzione di Nexo Digital, il prossimo 1, 2 e 3 ottobre.

Una produzione che ha del kolossal, quella che porterà questa serie in tutto il mondo con il titolo internazionale di The Neapolitan Novel, il romanzo napoletano. Grande protagonista silenziosa di questa saga popolare è una Napoli pericolosa ed affascinante degli anni ’50, dalla quale parte un racconto lungo sessant’anni che ripercorre la vita e l’amicizia di Raffaella detta Lila e della sua migliore amica Elena chiamata Lenuccia.

150 attori, 5000 comparse, un casting durato otto mesi che ha provinato 8000 bambini e 500 adulti e la ricostruzione di un intero quartiere, il Rione, ambientazione principale della troupe, con 20.000 metri quadrati di set realizzati in appena 100 giorni di lavoro, che hanno visto la costruzione di 14 palazzine, 5 set d’interni, una chiesa e un tunnel, e il dispiego di 1500 costumi tra le creazioni originali e quelle di repertorio.

La serie di Costanzo si preannuncia come la prima di quattro stagioni, ognuna da otto episodi, che si propone di trasporre in 32 puntate tutti e quattro i romanzi della quadrilogia della Ferrante: L’Amica Geniale, Storia del nuovo cognome, Storia di chi fugge e di chi resta, Storia della bambina perduta.

La storia inizia nell’era contemporanea, con la scomparsa di un’anziana Lila, per poi trasformarsi in un grande flashback raccontato in prima persona da Elena.

Prodotta dal regista premio Oscar Paolo Sorrentino e dalla sceneggiatrice e produttrice americana Jennifer Schuur, la serie è sceneggiata da Saverio Costanzo e dalla stessa Elena Ferrante, e vede la voce narrante dell’attrice Alba Rohrwacher, mentre sono affidati a quattro sconosciute i volti delle protagoniste bambine e delle adulte: Margherita Mazzucco e Gaia Girace saranno rispettivamente Elena e Raffaella adolescenti, mentre Elisa Del Genio e Ludovica Nasti sono le piccole Lila e Lenu’.

L’appuntamento è a novembre sulle reti rai e TimVision e, se proprio non ce la fate ad aspettare, qui la lista dei cinema che trasmetteranno in anteprima esclusiva l’evento.

 

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ART NEWS

Viaggio sul treno storico verso il suggestivo Museo di Pietrarsa a Napoli

La mia visita a Pietrarsa, il Museo Ferroviario di Napoli, è iniziata con un viaggio su di un treno storico, il Pietrarsa Express, che per due domeniche al mese ci fa rivivere le suggestive atmosfere d’inizio secolo.

E non c’è modo migliore per avvicinarsi a questo affascinante museo ferroviario, che vanta nel suo percorso vagoni e locomotive dei primi dell’800, e vede nel salone principale sfilare i più importanti modelli che dal XIX secolo fino agli anni ’70 hanno percorso i nostri binari e le nostre stazioni, portando orgoglio e innovazione al nostro Paese.

locomotiva del treno storico in partenza dalla Stazione Garibaldi

Alcuni dei modelli esposti all’interno del museo, infatti, sono stati dismessi poco più di trent’anni fa, dopo quasi un secolo di onorato servizio, portando viaggiatori su e giù per il nostro Paese.

Distinguo chiaramente il profilo del treno, più tozzo rispetto ai nostri affusolati frecciarossa, che si caratterizza anche per un colore marrone, tipico delle locomotive di metà secolo.

È forte l’odore del legno sulle carrozze degli anni ’30, ed è suggestivo immaginare, durante il breve tratto che da Napoli mi conduce a Portici (dove si trova il museo) come devono aver viaggiato i nostri nonni e bisnonni, alla volta di sogni e nuove vite o, più semplicemente, per far ritorno a casa.

Sì, perché raramente ci si spostava per turismo, e solo le classi più abbienti potevano vantare un viaggio di piacere. Ai tempi spostarsi era più oneroso rispetto alle tariffe talvolta low cost che con un po’ di anticipo riusciamo a rimediare on-line.

Sento il dondolio del treno, le rotaie che girano, l’ebbrezza di abbassare i finestrini e salutare, osservando la stazione che si avvicina mentre sento il vento sulla pelle.

Padiglione delle Locomotive

È cambiato il nostro modo di viaggiare, l’etica del viaggio. Lo percepisci osservando i posaceneri alle pareti, per consentire a chi fumava (a bordo!) di gettarvi le cicche; te ne accorgi dallo spazio dei portabagagli, per le valigie di cartone, quelle che contenevano tutto e niente, i sogni di un’intera vita, i pochi effetti personali per provare a cambiarla.

vagoni del treno storico

Il viaggio dura poco, nonostante l’andatura più lenta del treno, e quasi mi dispiace dover scendere dopo venti minuti alla scoperta di questa pagina di storia italiana e non solo.

All’interno del Padiglione delle Locomotive a Vapore, infatti, sono molte le locomotive di matrice straniera, come quella tedesca, più tozze e sgraziate rispetto agli affusolati chassis italiani, che sin dall’inizio si sono distinti per lo stile.

Bellissimi i vagoni degli anni ’50 e ’60, con quello stile, anche nel logo delle ferrovie dello stato, che quasi voleva imitare quello statunitense. Con linee morbide, sedili in pelle, e quell’ottimistico sguardo al futuro attraverso ampie vetrate e aree dedicate al ristoro.

Cambia il modo di viaggiare, si allungano le percorrenze, si accorciano le distanze. La velocità dei treni aumenta, e le loro forme si fanno stilose.

Bellissimo il Padiglione delle Carrozze e delle Littorine, all’interno del quale si può scorgere la Carrozza Reale S10, con stucchi e decorazioni sul soffitto come in un salone delle feste, ed un lungo tavolo da pranzo per i ricevimenti.

Nel 1929 i treni erano prodotti dalla FIAT e l’architetto di queste meraviglie su ruote, anzi rotaie, era Giulio Casanova, e poi le locomotive Diesel nel loro caratteristico colore castano, ma anche una particolare carrozza con piccole celle per il trasporto dei detenuti.

Un viaggio, quello di Pietrarsa, in cui lo spaccato della nostra Italia continua a correre sui binari della nostra memoria.

Per maggiori informazioni vi rimando ai contatti ufficiali:

www.museopietrarsa.it

Per altre foto sul racconto del mio viaggio, andate sul mio profilo instagram @marianocervone

LIFESTYLE

Chiara Ferragni, storia della principessa della moda e del suo matrimonio da favola

Chiara Ferragni aveva capito subito le potenzialità del web, e lo aveva capito quasi un decennio fa quando app e social non erano così democratici. Era il 2009 quando aprì un blog, The Blonde Salad (l’insalata della bionda, letteralmente) dove parlava della sua vita e di ciò che amava, ma soprattutto dove parlava di moda. Sì, perché tutto per Chiara Ferragni è iniziato in questo modo: indossando abiti e facendosi fotografare dall’allora fidanzato Riccardo Pozzoli.

Chiara Ferragni in un abito pre-nuziale di Prada

Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti: una linea di scarpe nel 2010, ospite degli MTV TRL Awards, guest judge nella trasmissione statunitense Project Runway condotta da Heidi Klum. Merito, forse, di madre natura che le ha donato una innegabile bellezza, per lei che è bionda, magra e con gli occhi azzurri; o merito della sua intuizione, che le ha fatto abbandonare gli studi di Giurisprudenza alla Bocconi di Milano, per dedicarsi anima e corpo ad un sogno, o merito anche del suo perfetto inglese con cui sin dagli esordi parlava ai suoi lettori, poi follower, e che l’ha portata negli anni a diventare addirittura testimonial per brand internazionali come Pantene, Swarovski, Pomellato, affermando non solo il gusto di fashion blogger, prima italiana nota in tutto il mondo, ma anche le sue innate qualità di modella.

Oggi Chiara, che è nata a Cremona trentuno anni fa, si divide tra Milano e Los Angeles, ed ha messo su un piccolo impero da oltre 10 milioni di euro l’anno, dividendo la sua fortuna con gli amici di sempre, oggi parte inscindibile dello staff TBS Crew.

Chiara Ferragni The Ferragnez Fedez matrimonio wedding Dior dress Maria Grazia Chiuri - internettuale
Chiara Ferragni con il papà Marco

La bella bionda è passata dal blog ad instagram, raccontando quotidianamente la sua vita con foto, stories seguite da 14 milioni di utenti. Lo share di un Festival di Sanremo su raiuno, per intenderci. Tutti i giorni.

Una strategia di marketing vincente, la sua, che ha puntato tutto sullo storytelling personale, facendo della personalità la carta vincente, ma anche della chiacchierata storia con il cantante italiano Fedez, al quale è legata da due anni ormai, o della nascita del primo figlio lo scorso 19 marzo, Leone Lucia, che tanti follower e like in più le ha fatto guadagnare in questi mesi.

E non poteva mancare un matrimonio faraonico, organizzato rigorosamente sotto le attente telecamere degli smartphone che ne hanno documentato ogni istante: dall’addio al nubilato a Ibiza con tutta la redazione del suo blog on-line, con hashtag #ChiaraTakesIbiza, al fatidico Sì, in un sontuoso abito haute couture Dior by Maria Grazia Chiuri, che si è probabilmente ispirata agli abiti di Grace Kelly e Kate Middleton, proponendo un corpetto a manica lunga completamente lavorato ed una gonna in tulle che ha riservato poi la (non proprio) sorpresa di diventare un mini-dress-pantaloncino.

Chiara Ferragni con Angelo Tropea

Quando lo sposo e gli ospiti della coppia sono volati su di un aereo customizzato Alitalia, dalla Lombardia alla scoperta di Noto, in Sicilia, terra d’origine della mamma di lei, Marina Di Guardo. La coppia per l’occasione si è ribattezzata The Ferragnez, con tanto di logo, mossa un po’ hollywoodiana con cui gli sposi si sono immersi nell’opulenza di un matrimonio al Sud dell’Italia, e forse in una strategia che punta all’internazionalizzazione dei due.

A dispetto dell’Italia e dell’italianità espressa, anche il Sì è stato un po’ “statunitense”, pronunciato in un giardino nella bellissima Dimora delle Balze, dove gli sposi, circondati da fiori, si sono scambiati reciprocamente le promesse che sono già citazione Chiara Ferragni The Ferragnez Fedez matrimonio wedding Alitalia aereo Leone Lucia - internettualesenza tempo sul web: «Non ho bisogno che il mondo mi ami – ha detto la fashion blogger – perché ci sei tu».

Insomma una promessa che per un istante ha messo da parte il patinato quanto un po’ finto mondo del web e della fotografia, ed ha evidenziato il fatto che i sentimenti, quelli veri, non passano attraverso i social, e che a dispetto dell’amore di milioni di persone è solo quello dell’unica persona speciale del cuore che conta veramente.

secondo abito Dior, con il brano di Fedez scritto per la Ferragni e i simboli della loro storia e del loro amore.

Sembra quasi la storia di una contemporanea Cenerentola, quella di Chiara Ferragni, che anziché perdere la scarpetta se n’era disegnata una collezione di grido tutta sua, che non ha aspettato il principe azzurro che la salvasse, ma ha afferrato con coraggio diadema e scettro diventando prima una principessa della moda, e poi ha coronato il suo sogno d’amore. Perché in questa favola moderna non ci sono dame svenevoli e principi su destrieri bianchi, ma una ragazza di successo che ha creduto in se stessa, ed ha fatto della felicità e l’amore gli amuleti contro tutte le avversità, ed ha sposato il suo principe per vivere per sempre felici e contenti.

Auguri!

 

ART NEWS

Tutte le mostre da non perdere della stagione d’arte 2018-2019

Messi da parte fenicotteri e infradito (o quasi), siamo pronti per gli impegni e, soprattutto, i grandi eventi culturali di questo autunno. Anche quello 2018-2019 si preannuncia come un calendario ricchissimo di mostre da non perdere, che da nord a sud animeranno la stagione culturale italiana.

Si comincia da Asti, il prossimo 27 settembre quando a Palazzo Mazzetti partirà CHAGALL Colore e magia. 150 opere di uno degli artisti più amati del XIX secolo, che arriva per la prima volta nel Comune di Asti, siglando una nuova sinergia con la società Arthemisia, dopo la tappa di Seul. Dipinti, disegni, acquerelli e incisioni saranno così visibili fino al 3 febbraio 2019.

E sempre più spazio e rilevanza acquista l’arte contemporanea nelle agende degli organizzatori, che quest’anno portano ben due mostre dedicate all’Artista contemporaneo per antonomasia, Andy Warhol. La prima, a Palazzo Albergati di Bologna, s’intitola Andy Warhol & Friends New York degli anni ’80, e dal prossimo 29 settembre fino al 24 febbraio 2019 vede 150 opere non solo dell’artista newyorkese ma di alcuni dei suoi più stretti amici, collaboratori e artisti influenzati dalla sua opera: da Francesco Clemente a Keith Haring, da Julian Schnabel a Jeff Koons.

La seconda mostra, intitolata semplicemente Andy Warhol, avrà invece sede nel complesso del Vittoriano a Roma dal 3 ottobre nell’Ala Brasini saranno esposti 170 lavori che cercheranno di riassumere la produzione artistica di Warhol. Dalle iconiche serigrafie dedicate ai personaggi del tempo alle Campbell’s Soup.

Ancora arte contemporanea, ancora New York. Nell’Ala Brasini del Vittoriano ci sarà anche Pollock e la scuola di New York dal 10 ottobre arriveranno importanti lavori del maestro dell’astrattismo dalle più prestigiose collezioni: dal Whitney Museum di New York: Jackson Pollock, Mark Rothko, Willem de Kooning, Franz Kline e tanti altri autori della scuola newyorkese.

Molto attesa al Palazzo delle Arti di Napoli la retrospettiva su ESCHER che dal 1° novembre al prossimo 22 aprile 2019. Oltre alle opere del noto incisore olandese ci sarà anche un’ampia selezione di lavori a lui ispirati che dalla pubblicità al cinema sono stati influenzati dalle sue visionarie grafiche.

Nelle Sale Palatine della Galleria Sabauda dei Musei Reali di Torino dal 16 novembre arriva invece Van Dyck Pittore Di Corte. 50 opere suddivise in quattro sezioni mostreranno al pubblico il prestigio di uno dei pittori più influenti d’Europa, che nel corso della sua opera ha ritratto principi, regine, sir e nobildonne del suo tempo.

Dopo lo straordinario successo di Caravaggio, a Palazzo Reale di Milano arriverà Picasso Metamorfosi. Dal 18 ottobre fino al prossimo 17 febbraio 2019 si indagherà l’origine dell’ispirazione del visionario artista spagnolo che ha rivoluzionato il mondo dell’arte. La rassegna, in cinque macro sezioni, indagherà quelle forme classiche che Picasso ha reinventato nella sua perenne ricerca della bellezza.

Al Museo della Permanente di Milano dal 4 ottobre al 30 gennaio 2019 arriva invece una immersive experience proprio su Caravaggio. Caravaggio esperienza immersiva è questo il titolo della mostra multimediale che proietterà il visitatore dentro i capolavori del maestro milanese cui è tributata per il secondo anno di seguito una rassegna. Cuffie bineurali, videomapping e proiettori daranno vita ai quadri dell’artista per realizzare una mostra “impossibile”.

Sempre a ottobre, ma dal 12, al Museo Civico Archeologico di Bologna arriva Hokusai, Hiroshige – Oltre l’onda, con disegni e immagini dei maestri giapponesi.

Tanti gli artisti, tanti gli stili, tante le epoche con cui alimentare la propria sede di cultura. Questi i primi appuntamenti da segnare nelle vostre agende di arte.

Ma continuate a seguire internettuale attraverso i canali social, continuate a seguirmi su instagram (@marianocervone) per prendere ispirazione e continuare a ricercare la bellezza.

LIFESTYLE

Alla scoperta dei colori di Peschici e dei sapori del Gargano

Chi mi segue sui social, e su instagram in particolare (se non lo avete ancora fatto, fatelo qui!), lo sa già: la mia prima parte d’estate l’ho trascorsa a Peschici. Si tratta di un biancheggiante paesino arrampicato sulla roccia chiara del Gargano, a nord della Puglia.

Passeggiando per i suoi vicoli di sole e di azzurro, non si ha la sensazione di una piccola località nel sud dell’Italia, ma nell’arcipelago greco delle Cicladi, al quale, questi luoghi, non hanno assolutamente nulla da invidiare.

Con le sue case bianche e le imposte cobalto, Peschici ricorda Santorini o Mykonos. Sono soprattutto questi i colori e le sensazioni che caratterizzano le abitazioni di questi luoghi, dove si arrampicano su pergole e ingressi sgargianti buganvillee. Si passeggia nella storia, tra quelle che dovevano essere le vecchie case dei pescatori e antichi palazzi le cui decorazioni e stucchi narrano ancora di una decaduta nobiltà.

Non fatevi trarre in inganno dalla radice del suo nome, Peschici, che parrebbe alludere alla pesca, perché avrebbe in realtà un’origine slava. Pès, infatti, fa riferimento al suolo sabbioso di questa piccola cittadina pugliese.

Ogni scorcio, ogni angolo, è una pittoresca tela bianca, punteggiata dalle coloratissime ceramiche che gli artigiani del Gargano realizzano nelle loro botteghe.

Peschici, ceramiche

Come in molte altre località del basso Adriatico, tra le costruzioni più caratteristiche della costa peschiciana, ritroviamo i trabucchi. Quelli del Gargano però, a differenza degli omologhi abruzzesi o molisani, sono sempre ancorati alla roccia, agli scogli, e si affacciano sul mare sfidando la gravità e l’equilibrio grazie a sofisticate ponteggiature in legno come palafitte.

Trabucco Monte Pucci

Importati addirittura dai Fenici, i primi trabucchi si diffondono in Abruzzo nel XVIII secolo, quando i pescatori dovettero escogitare una nuova tecnica di pesca che non fosse soggetta alle condizioni meteomarine della zona. Grazie alla loro sporgenza e alla posizione a strapiombo sulla costa, i trabucchi permettono una pesca senza inoltrarsi in mare aperto. Queste costruzioni affascinarono persino lo scrittore Gabriele D’Annunzio, che alla fine del XIX secolo ne diede un’ampia descrizione nel suo romanzo Il trionfo della morte.

Oggi molti trabucchi sono stati riconvertiti in suggestivi bistrot sul mare, dove è possibile mangiare uno squisito pescato, accompagnato da pregiati vini locali. Tra questi c’è il Trabucco Monte Pucci, che domina la costa e il panorama di Peschici, dal quale potrete assistere ad uno dei tramonti più belli del Gargano, e gustare una squisita cena rigorosamente a base di pesce.

Tappa assolutamente obbligatoria per chi visita o soggiorna lungo la costa garganica sono le Isole Tremiti.

Questo piccolo arcipelago secondo la leggenda sarebbe stato originato da Diomede, al punto da essere chiamate isole Diomedee. L’eroe greco, di ritorno da Troia, avrebbe gettato in acqua tre giganteschi massi che sarebbero riemersi sotto forma di isole, e che corrispondono alle isole di San Domino, San Nicola e alla Capraia.

All’acquisto dei biglietti per la traversata in traghetto, alcune agenzie cercheranno di vendervi anche la visita guidata alle grotte, che naturalmente include un supplemento. Il mio consiglio? Scegliete senza indugio di sbarcare all’Isola di San Nicola, l’isola piatta, che si affaccia sul mare per un’altezza massima di 75 metri. Qui infatti anche gli appassionati di archeologia saranno soddisfatti da alcune tracce di insediamenti protostorici del I millennio a.C. e dell’Età del ferro del IX – VII sec. a.C. Oltre alla necropoli, di grande interesse è il complesso abbaziale di Santa Maria a Mare che domina il promontorio dell’isola. Quasi del tutto abbandonato, con suggestivi scorci, è costruito intorno all’omonima chiesa, che sarebbe stata fondata dall’eremita San Nicola nel III secolo d.C.

Ma anche la terraferma non è priva di spunti per gli amanti della cultura, che potranno trovare nel bellissimo Castello bizantino di Peschici, ricostruito da Federico II di Svevia nel XIII secolo, un affascinante quanto spaventoso Museo delle Torture. E se la minuziosa descrizione dei supplizi nelle didascalie vi inquieta, potrete rifarvi con una delle vedute più belle della cittadina garganica.

Peschici si trova a due passi dalla più caotica Vieste, preferita spesso dai giovani in cerca di divertimento. Qui sicuramente farete tappa come me per scoprire Pizzomunno, mastodontico faraglione che caratterizza il profilo viestano, reso ancora più celebre da un brano del cantautore Max Gazzè, la Leggenda di Cristalda e Pizzomunno, che ripercorre favolisticamente tutta la storia.

I colori viestani virano più sul giallo, qui si ha quasi la sensazione di percorrere delle strade scoscese di un piccolo paesino siciliano, con fichi maturi e succosi e un mare da togliere il fiato.

Se siete a caccia di souvenir, vi anticipo che Peschici è la città dei fischietti. Qui infatti ne troverete in terracotta di ogni colore e foggia: dai mestieri agli animali, mentre se volete portare con voi un portafortuna da queste terre, allora dovreste scegliere un Pumo.

Tra i liquori tipici dovete assolutamente assaggiare il Veleno del Gargano, una dolce libagione, aromatizzata con prugno selvatico, venduta in una elegante bottiglia trasparente che ben ne esalta il colore dorato.

Non lasciatevi ingannare dalla tranquillità per famiglie di Peschici, di notte la movida prende vita. Sono tanti i locali e i bar incuneati nelle strade e vicoli del centro storico, che offrono musica dal vivo, ottimi drink ed una suggestiva atmosfera.

Must di questa stagione è stato il Moscow Mule, rigorosamente in piazzetta, tra le luminarie di Sant’Elia e gli squisiti gelati artigianali della Gelateria Michel, dove i gelati del territorio hanno i sapori tipici di questa terra.

Tra i sapori da scoprire la burrata pugliese, rivale della mozzarella campagna, che ben accompagna e rappresenta la gastronomia del territorio.

Se le mie papille e pupille sono state ampiamente soddisfatte, tra panorami mozzafiato e specialità tipiche, un po’ meno lo è stata la mia linea telefonica, che spesso non mi ha consentito l’accesso ad internet e nemmeno una semplice telefonata. Piccolo scotto da pagare per un luogo da sogno immerso nella natura.

Peschici, costa garganica

E per gli amanti del mare, le spiagge del Gargano sono belle, ben organizzate e offrono divertimenti e musica ai bagnanti. Un consiglio: noleggiate un pedalò e fate un giro della costa e delle calette, potrete scorgere persino dei pescatori di fortuna che si immergono per pescare polipi.

Faraglioni, natura e sabbia dorata. Sono queste le componenti che rendono queste coste uniche e che renderanno il vostro soggiorno indimenticabile.

Potrete vedere altre immagini di Peschici e dei luoghi che visito su instagram:

@marianocervone

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