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Notte d’Arte a Napoli. Ecco tutti gli eventi da non perdere

È un appuntamento che sa già di tradizione quello della Notte d’Arte a Napoli, che prosegue la consuetudine di visite notturne di monumenti e poli museali. Una notte bianca dell’arte insomma con visite gratuite o a prezzi ridotti.

Il centro storico del capoluogo partenopeo prende vita fino a notte inoltrata, aprendo le porte dei suoi gioielli architettonici ed artistici. Mostre, musei, palazzi storici e tanti altri attrattori animeranno le strade di Via Tribunali, di San Gregorio ArmenoSan Biagio dei Librai e Spaccanapoli.

Organizzato dalla II Municipalità in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune, l’evento è la giusta occasione per visitare luoghi della cultura della città con biglietti ridotti e, spesso, visite guidate che, complice l’incanto della notte, parleranno di racconti, favole e leggende. È questo il tema che accompagnerà la città di Napoli durante questo periodo di festività natalizie.

Tra gli appuntamenti da non perdere, vi suggerisco quello del Museo della Follia, la mostra curata da Vittorio Sgarbi (di cui vi ho ampiamente parlato qui), e che dalle ore 18.00 sarà visibile al costo di 7 € anziché il prezzo intero 12. Un’occasione particolarmente conveniente che vi porterà lungo un percorso della mente, della genialità e della follia umana che dal XIX secolo di Goya arriverà all’arte contemporanea di Cesare Inzerillo con un’opera simbolo di questa prestigiosa rassegna, passando, come promette il sottotitolo della mostra per Maradona, vera e propria divinità della fede calcistica nella città di Partenope e non solo.

Da segnalare anche la Cappella San Severo, con il suo bellissimo Cristo Velato, che consente l’accesso ad un costo di soli 3 €, per lasciarsi affascinare dalle leggende di Raimondo De Sangro, principe di Sansevero, e dalle straordinarie opere contenute all’interno di questo suggestivo monumento che è un vero e proprio scrigno massonico-esoterico.

Il Complesso di San Domenico Maggiore apre le porte al suo pubblico con lo spettacolo de Il Piccolo Regno Incantato (costo 5€) per farsi ammaliare da un percorso favolistico.

Durante la Notte d’Arte potrete ammirare anche il bellissimo, quanto famoso, maiolicato del Complesso di Santa Chiara, che applica il biglietto ridotto per tutti di soli 4,5 €. Un’esclusiva notturna, che porterà i visitatori attraverso i colori vivaci dell’iconico chiostro, le cui maioliche sono opera della bottega Massa.

Se invece amate addentrarvi nella leggenda che trascende i confini della storia, allora dovrete dirigervi a Santa Maria La Nova che, ad un costo di 3€, vi consentirà la visita a tutto il complesso, dove potrete ammirare quella che, si dice, sia la tomba del vero Conte Dracula.

Se a Chiese e luoghi di culto preferite invece dimore e palazzi storici, l’itinerario di quest’anno vede i portoni aperti anche di molti edifici noti nella città di Napoli, a cominciare dal Liceo Classico Vittorio Emanuele II, il cui emiciclo caratterizza la nota Piazza Dante, che dalle ore 20.30 fino alle 22.30 aprirà gli spazi della sua Biblioteca Storica e del Museo di Fisica e Storia Naturale; più dinamica la visita del Liceo Antonio Genovesi che alle ore 18.00 e alle ore 20.00 organizza performance e un concerto (“Ventinove e trenta“) degli stessi studenti.

Sempre dalle ore 18.00 fino a mezzanotte Palazzo Venezia (in Via Benedetto Croce) oltre al complesso e al giardino pensile che vi suggerisco caldamente di visitare, offre un percorso sull’artigianato locale.

E se invece preferite, tempo permettendo, l’atmosfera delle luminarie delle feste e degli artisti di strada, c’è La notte del Nilo, a cura di Mutua Studentesca, con spettacoli e performance che vanno da Largo Banchi Nuovi al Borgo degli Orefici, passando per Via Bellini e le Scale di San Giuseppe dei Nudi. Particolarmente suggestiva la visita guidata Tour delle Streghe a cura dell’Associazione Leucosia, con partenza dalle mura greche di Piazza Bellini (questo evento ha un costo di 5€ con prenotazione obbligatoria al numero 348 5507974).

Una Notte d’Arte particolarmente ricca quella del 2017, per vivere la magia dei racconti, delle favole e delle leggende che da sempre fanno parte della storia di Napoli.

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Il Salvator Mundi negli Emirati Arabi: ecco chi l’ha comprato e dove sarà esposto

Mi mangio ancora le mani per non averlo visto dal vivo. Il Salvator Mundi, l’opera attribuita a Leonardo Da Vinci che ha battuto ogni record di vendita, era passato da Napoli quest’anno per la mostra a lui dedicata nel Museo Diocesano di Napoli. Dalla notorietà alla fama mondiale il passo è stato decisamente breve. Dopo essere stato battuto all’asta da Christie’s per oltre 450 milioni di dollari, è adesso uno dei dipinti più costosi e più noti di ogni tempo.

Dopo tante speculazioni giornalistiche, è il Wall Street Journal a rivelare il nome del vero acquirente che, data la disponibilità di una tale somma, non poteva che trovarsi in Medioriente.

È il principe saudita Mohammed Bin Salman il vero acquirente del Salvator Mundi. A confermarlo al giornale economico americano sarebbero state delle fonti dell’intelligence statunitense.

L’acquisto è stato fatto “per procura e per conto” del principe, si legge.

Non si tratta di un collezionista abituale, ma, a quanto pare, il principe vuole riorganizzare l’organigramma dei propri interessi, il che significa che questo potrebbe non essere destinato ad essere (o non lo sarà già) l’unico acquisto d’arte e, visto il patrimonio, l’unico acquisto record.

Salvator Mundi, Leonardo Da Vinci

Per acquistare il dipinto, il principe Mohammed bin Salman si è servito del principe Bader bin Abdullah Mohammed bin Farhan al-Saud, poco noto e appartenente ad un ramo laterale della famiglia. Gli emissari del principe non hanno rivelato le intenzioni di acquistare il dipinto fino al giorno prima, né tantomeno hanno confermato sulla carta di essere gli acquirenti del Da Vinci.

Per partecipare alla gara di acquisto del dipinto gli emissari sauditi avevano depositato 100 milioni di dollari a Christie’s, che per tale somma ne ha naturalmente chiesto l’origine.

Ad oggi il Salvator Mundi è l’unica opera di Leonardo Da Vinci che resta nelle collezioni di un privato e, secondo quanto ha rivelato il giornale americano, sarà esposto nel Louvre di Abu Dhabi, negli Emirati Arabi, come conferma un tweet del profilo ufficiale del museo.

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Da Picasso a Frida Kahlo, il ricco calendario delle mostre a Milano nel 2018

Fine anno, tempo di bilanci. Come ormai mia consuetudine, in questo periodo parlo o anticipo le mostre da non perdere che vedremo in Italia.

Presentato ieri dal sindaco Giuseppe Sala e dall’assessore alla cultura Filippo Del Corno, a Palazzo Reale di Milano, il ricco calendario di eventi che vedrà coinvolta la capitale lombarda nei prossimi dodici mesi.

Mi ero già precedentemente occupato della mostra su Frida Kahlo che arriva a Milano dopo il grande successo di mostre precedenti in Italia che hanno portato ad una vera e propria riscoperta della donna e dell’artista messicana, ed è soltanto il primo dei tanti nomi illustri cui saranno dedicate delle esposizioni che vanno da Picasso a Paul Klee, da Giovanni Boldini ad Albrecht Durer. Ed è proprio quest’ultimo che inaugura la nuova stagione di Palazzo Reale. Quando sarà chiusa la (più che felice) parentesi su Caravaggio, dal prossimo 21 febbraio al 24 giugno 2018 arriverà l’artista tedesco.

Al MuDeC invece ci sarà il primitivismo di Paul Klee, dal 26 settembre 2018 al 27 gennaio 2019.

Giovanni Boldini arriverà invece al GAM con una selezione di trenta opere, dal prossimo 16 marzo al 17 giugno 2018.

A raccogliere la pesante eredità di Caravaggio per il 2018 sarà Pablo Picasso. Il pittore spagnolo arriverà nelle sale di Palazzo Reale dal 18 ottobre 2018 al 17 febbraio 2019 con una monumentale personale che comprende 350 opere tra i suoi più grandi capolavori. E della quale, senza dubbio, vi parlerò più avanti.

Frida Kahlo, come vi avevo già anticipato in un precedente post, arriva dal prossimo 1 febbraio 2018 al 3 giugno con oltre 100 opere che troveranno posto nelle sale del MuDeC, un’ampia retrospettiva che il Museo delle Culture di Milano ha deciso di dedicare a questa artista controcorrente che ha saputo imporsi anche per la sua personalità.

Ma il Palazzo Reale della capitale lombarda continua ad essere uno dei grandi luoghi dell’Arte per il prossimo anno, che dall’8 marzo al 2 settembre 2018 ospiterà le opere di Pierre Auguste RenoirClaude MonetPaul CézanneHenri MatissePablo Picasso e Paul Klee, con una collettiva che mette a confronto stili, tecniche e contenuti del XX secolo.

Il Novecento italiano sarà invece ben rappresentato da una interessante collettiva al Castello Sforzesco dal 23 marzo al 1 luglio 2018 che metterà insieme i nomi dei più grandi Maestri del XX secolo: da Boccioni a Modigliani, da Carrà a De Chirico, passando per Pistoletto e Fontana.

Durante l’evento, per ingolosire stampa e visitatori, sono stati anticipati anche alcuni dei nomi che faranno parte di eventi culturali e mostre per il 2019, che già si preannuncia, al pari del prossimo anno, molto ricco: Ingresde La TourDe Chirico e De Pisis sono soltanto alcuni degli artisti ai quali, certamente, se ne andranno ad aggiungere molti altri.

Nel 2019, in occasione del V centenario dalla morte di Leonardo Da Vinci, sarà riaperta la Sala delle Asse del Castello Sforzesco, che celebra così la scomparsa del maestro dell’umanesimo italiano: «Una proposta ricca, articolata e coraggiosa – ha così commentato Sala il ricco calendario di eventi – perché crediamo che con la cultura si mangi e che insistere su questa offerta culturale importante sia giusto sia per i cittadini che per chi viene a visitare Milano».

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Vittorio Sgarbi presenta il Museo della Follia, a Napoli fino al 27 maggio

Quella del Museo della Follia, nuova mostra di Vittorio Sgarbi a Napoli dal 3 dicembre fino al 27 maggio, non è una mostra, ma un viaggio introspettivo attraverso gli stati dell’animo umano. La follia non è intesa soltanto nella sua accezione di perdita del senno, ma è libertà di spirito, che si fa a volte avanguardia, capacità di andare oltre il

Goya, Una santa monaca guarisce una giovane inferma

mondo conosciuto, oltre il sensibile, percependo ciò che gli altri non vedono. Come Goya che, intossicato dal mercurio, ha dipinto una Una santa monaca guarisce una giovane inferma quasi cieco, forse come messaggio di speranza per la propria guarigione dell’anima, ma soprattutto del corpo.

Molti degli artisti esposti in mostra erano considerati folli, altri invece, artisti, lo sono diventati tra le mura degli istituti in cui erano reclusi. Tutti erano in realtà dei sognatori. È il caso di Antonio Ligabue, che nelle campagne emiliane, di cui era originario, immaginava leoni e tigri, giraffe e animali esotici. Un mondo onirico in cui l’artista vuole dimostrare che la natura è bella nella sua imperfetta bruttezza, nel leone che caccia la gazzella o un insetto scuro che cammina tra la danza di due coloratissimi galli. Una natura disarmonica, come lo erano i suoi autoritratti, così simili a quelli di un altro artista visionario, Van Gogh, con il quale ha in comune pennellate dense di colore, stemperate direttamente sulla tela.

Un percorso fatto di camere, reali e immaginarie, in cui gli oggetti di uso quotidiano sono impressi della vita di chi li ha posseduti, si fanno silenziosi narratori di mondi e di menti, di ciò che era prima, della quotidianità di luoghi ora abbandonati. Gli stessi che il visitatore vede nelle fotografie di Fabrizio Sclocchini, che immortala gli assenti: mura consunte, letti arrugginiti, Madonne e crocifissi che parlano di chi li ha abitati. C’è persino un presepe crollato, ultimo baluardo di una fede in una vita altra, traslata nell’attaccamento al possesso di oggetti senza valore.

Lorenzo Alessandri, Gioconda modella inveroconda (Surfanta)

Il visitatore attraversa anche le camere immaginarie del surrealista Lorenzo Alessandri, quelle del Surfanta, immaginario hotel in cui ritrae Gioconde transessuali e vizi, o quelle del naïf Carlo Zinelli, che disegna uomini e crocifissi, colorando ogni centimetro del foglio bianco con un horror vacui che è paura del tempo, di cui ne diventa inconscia scansione.

Il tempo, tema ricorrente in queste prigioni dell’anima, che senti dal ticchettio di una sveglia senza lancette. Istanti di giorni tutti uguali eppure diversi. Diversi da artista ad artista, da paziente a paziente: chi lotta contro la cura, chi si rende complice della terapia scegliendo il proprio supplizio o chi riesce a trovare la sua dimensione, raccontando quel micro-mondo di pensieri e immagini che riversava con più o meno consapevolezze nelle proprie opere.

Bacon, Head

Bellissime le opere di Bacon, il quale, incapace di disegnare un sorriso, ha immortalato un urlo. Silenzioso quanto forte nella sua informe bocca, in questa espressione sfuggente che esprime strazio, dolore, rabbia. Ma di certo non lascia indifferenti.

Un percorso di ampio respiro, che alterna pittura, scultura e videoinstallazioni, mescolando con maestria arte moderna e contemporanea, indagando la mente che è spazio interiore e posto fisico, deputato a quell’igiene mentale che spesso era chiusura all’altro, chiusura al diverso.

Gli allestimenti scuri sospendono il visitatore in uno spazio amorfo e atemporale, dove l’arte e la realtà si confondono, in un ambiente a metà tra museo e manicomio, dove è stato ricreato anche un OPG, gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari.

La rassegna è allestita all’interno della Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta in Via Tribunali, dove è stata presentata dal Professor Sgarbi, dai suoi autori, insieme allo psicologo Raffaele Morelli, al Monsignor De Gregorio rappresentante della Curia che ha permesso di fare della Chiesa un luogo di cultura.

Tra gli autori della rassegna l’artista Cesare Inzerillo, presente con delle sue opere sul tema, Sara Pallavicini, Giovanni C. Lettini e Stefano Morelli.

Bellissima la serie di foto stereoscopiche, tratte da vecchie foto in bianco e nero che acquisiscono una profondità di immagine che proietta lo spettatore in questi ambienti. Ma sono tante le sorprese, i video, le installazioni e gli audio che i visitatori avranno modo di scoprire.

Dipinti, luoghi, oggetti. E poi ci sono loro, i “matti”, i tanti volti dalle cartelle cliniche di uomini e donne ritenuti folli, delle loro espressioni straziate dal dolore o da trattamenti sperimentali senza reali fondamenti scientifici, ma spesso frutto di preconcette idee di una società non ancora avvezza al cambiamento.

Anche Maradona trova posto in questa esposizione, con una serie di radiografie del suo piede durante un’azione e la foto di un suo piede. L’ex calciatore del Napoli è provocatoriamente è incluso nella mostra come un contemporaneo Caravaggio dalla vita dissoluta, ma dalla indiscussa genialità. La mano de Dios di una sua storica partita di Maradona è oggi venerata dai tifosi così come gli storici dell’arte apprezzano le pennellate delle Madonne del maestro della pittura rinascimentale italiana.

Bellissimo il gesto dell’ex calciatore del Napoli che ha deciso di devolvere il compenso per legare il suo nome all’evento all’Ospedale Pausilipon.

C’è anche un corno gigante, portafortuna per antonomasia, le cui radici affondano nella mitologia greca, che omaggia Napoli, originario simbolo di immortalità inteso da popolo partenopeo come scaramantica capacità di sconfiggere il male e propiziare la buona sorte.

un’opera dell’artista Cesare Inzerillo

Una follia che arriva fino allo stesso Cesare Inzerillo, e alle mummie della sua serie Tutti santi, a quel nano alato che, come un decomposto Icaro, sogna di volare ma non ci riesce. Sì, Follia come morte, che rende tutti santi, tutti uguali, come quella Livella dell’amato Totò. Ma follia anche di chi cerca irrazionalmente la morte, quale fuga dalle miserie e guai della propria esistenza. Follia come mancanza delle persone care e, proprio come Astolfo che sulla luna cercò il proprio senno, artisti come Silvestro Lega provano a ritrovare il loro nell’arte.

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La Città dei Balocchi, la perfetta atmosfera di Natale. A Como fino a gennaio

Il mio Natale quest’anno è arrivato in anticipo come uno spot CocaCola in TV. Dopo aver criticato per anni il precoce arrivo di Babbi Natali e renne, che già da fine ottobre invadono televendite e vetrine in strada, ho voluto anch’io prendermi un assaggio di festività in anticipo. E quasi ci sono rimasto male quando ho visto che per il weekend del 19 scorso, il tradizionale Albero di Natale nella Galleria Vittorio Emanuele II, che oggi invece troneggia con tutti i suoi scintillanti Swarovski, era ancora in fase di allestimento.

Tiffany & Co Milano Duomo di Milano Christmas Tree Albero di Natale - internettuale
l’Albero di Natale di Tiffany in Piazza Duomo a Milano (instagram @marianocervone)

Ho potuto sognare, eleggendo quello che, a mio avviso, è quest’anno l’albero più intimo e caldo di Milano, quello di Tiffany in Piazza Duomo, che solo a guardarlo fa venire voglia di sentirsi una novella Audrey Hepburn che, anziché colazione, nella gioielleria ci passa addirittura tutte le vacanze.

Ma per una vera e propria immersione nella magica atmosfera natalizia, mi sono diretto a Como, dove da quasi un quarto di secolo viene allestita la Città dei Balocchi. Giunta alla sua ventiquattresima edizione, ha preso ufficialmente il via lo scorso 25 novembre, e terrà compagnia comacini e non fino al prossimo 7 gennaio 2018.

Al mio arrivo in piazza sento immediatamente le voci di un coro che dal vivo intona brani festosi.

Mercatini di Natale, luci e canti tradizionali. Sono questi i tre ingredienti sapientemente amalgamati, che ne fanno un posto perfetto anche per famiglie. Qui il profumo della frutta candita e dei dolci, si confonde con quello dei prodotti tipici e artigianali degli altri chalet. Cacciagione, salumi, ma anche formaggi stagionati e birre. È come fare un piccolo tour enogastronomico di tutta l’Italia e, di regione in regione, ogni stand offre e propone un assaggio di affettati e caci.

È impossibile sottrarsi alla tradizione di un buon vin brûlé, e scaldarsi con i suoi sentori aromatici di cannella e chiodi di garofano. È la prima volta che lo bevo, e subito sento questo vino caldo divamparmi dentro come un fuoco, mentre continuo a passeggiare tra le bancarelle, piccole wunderkammer delle meraviglie, dove scopro la calda lana di alpaca, colorate ceramiche e infinite decorazioni e idee regalo.

Comprare in questi mercatini diventa quasi un dovere civico, per sostenere quell’artigianato, squisitamente italiano, che ci regala prodotti di altissima fattura.

Ma non mancano lungo questo percorso anche bancarelle dall’oriente, con sete, stoffe e lavorazioni dal gusto più esotico.

Mi dirigo verso il centro della piazza, cuore pulsante di questo micro-mondo, e scorgo una bellissima pista di pattinaggio, dove bambini, adulti e fidanzatini si divertono e sorridono come in un film di Nancy Meyers.

All’imbrunire tutto cambia. I profili del Duomo di Como, la Cattedrale di Santa Maria Assunta, si illuminano, splendendo nella notte grazie alle più moderne tecnologie di illuminazione. Led che ne disegnano i contorni, e vestendo i palazzi della piazza principale della città lariana con colori sgargianti, stalattiti e pupazzi di neve, ma anche con foreste di alberi e videoproiezioni.

È in questo tripudio di colori e suoni che decido di sorseggiare una cioccolata calda (per me rigorosamente con panna) in piazza, mentre assisto all’accensione di queste moderne luminarie, annunciate dagli squilli di tromba dal balcone del Broletto, sede originaria del Comune di Como.

Proseguo la mia passeggiata, perdendomi tra stradine illuminate e negozi, tra le ultime offerte del Black Friday e le occasioni di stagione.

io e il mio brezel (seguitemi su instagram su @marianocervone)

Anche Porta Torre è colorata in questa sera di festa: i suoi 40 metri di altezza sono il telo di pietra perfetto su cui proiettare auguri e forme variopinte.

Concludo la mia serata con un Brezel, nella sua declinazione altoatesina, con speck e formaggio fuso, certo che dovrò aspettare di ritornarci tra un anno per godere di un giorno indimenticabile come questo.

Insomma, se Carlo Collodi fosse nato in Lombardia, Pinocchio non sarebbe andato in un Paese, ma a Como, in una Città dei Balocchi dove ogni giorno è Natale.

Se volete seguire i miei spostamenti, consigli di viaggio e di cultura, seguitemi su instagram a @marianocervone

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Il Museo della Follia, da Goya a Maradona. Dal 3 dicembre a Napoli

È un’edizione che si lega molto alla città di Napoli quella del Museo della Follia, mostra itinerante a cura di Vittorio Sgarbi che dopo Catania e Salò sbarca adesso nel capoluogo partenopeo. Non solo perché segna un ritorno del critico d’arte dopo il successo della passata stagione con i Tesori Nascosti, ma anche perché suggella un legame, quello con la Basilica di Santa Maria Maggiore in Via Tribunali, a sua volta tesoro nascosto ritrovato, che continua ad essere il camaleontico scrigno di queste interessanti iniziative. 

«Entrate, ma non cercate un percorso, l’unica via è lo smarrimento» ha detto di questa mostra uno dei suoi artefici, Sara Pallavicini, collaboratrice di Sgarbi, che lo storico d’arte ha voluto riproporre facendola sua. 

Museo della Follia Napoli Basilica di Santa Maria Maggiore 2017 mostre mostra ospedali psichiatrici - internettuale
immagine dal sito ufficiale http://www.museodellafollia.it

Gli ambienti vagamente neoclassici della rassegna precedente, saranno adesso sostituiti da camere buie, come metafora architettonica di quel disorientamento che è follia di erasmiana memoria. 

Da Goya a Maradona, questo il sottotitolo, che anticipa un cammino che avrà inizio con il pittore e incisore spagnolo del XIX secolo per culminare con quello che è un vero e proprio omaggio alla città di Napoli, alla sua squadra del cuore e a quell’indimenticato calciatore simbolo di un’epoca e di due scudetti, Maradona. Con il centrocampista argentino la follia si fa sovversiva genialità, e Diego ammonisce i giovani di prendere le distanze da uno stile di vita fuori dagli schemi, Maradona li incita a dare il meglio di sé, e ad inseguire quelle passioni che infiammano gli animi. 

Museo della Follia Napoli Basilica di Santa Maria Maggiore 2017 mostre mostra Vittorio Sgarbi - internettuale
il critico d’arte Vittorio Sgarbi (immagine dal sito http://www.museodellafollia.it)

La mostra sarà presentata alla stampa dallo stesso Vittorio Sgarbi con una esclusiva visita guidata a giornalisti e invitati il 2 dicembre, per aprire finalmente le porte al pubblico da domenica 3 dicembre 2017 fino al 27 maggio 2018. 

Tra gli autori che hanno reso possibile questo evento, i collaboratori di Sgarbi, Cesare Inzerillo, la già citata Sara PallaviciniGiovanni C. Lettini e Stefano Morelli. 

La mostra sarà aperta al pubblico tutti i giorni dalle ore 10.00 alle ore 20.00, arrivando alle 21.00 nei weekend, con ultimo ingresso un’ora prima dell’orario di chiusura. 

Tante le aperture straordinarie nel corso dell’anno (che vi elenco sotto). 

I visitatori potranno così ritrovare anche la Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, interessante complesso architettonico, realizzato nel XVII secolo dall’architetto Cosimo Fanzago, affondando le sue radici nella storia greco-romana della città. Tempio pagano di Diana prima, fu utilizzata come chiesa paleocristiana nel IV secolo d.C., fino all’odierna costruzione del 1653 come prima Chiesa nella città di Napoli dedicata al culto della Vergine, da cui prende il nome. 

Come il progetto precedente, la mostra è promossa dall’Associazione Culturale Radicinnoviamoci / Fenice Company Ideas e Ticket24. 

Nulla, per ora, è dato sapere sull’elenco completo degli artisti che andranno a comporre questa interessante rassegna che, pare, potrebbe far convergere arte moderna e arte contemporanea, mescolando sapientemente pittura, scultura e video-installazioni in un percorso museale che indaga la follia nella sua più ampia accezione del termine.

APERTURE STRAORDINARIE 

24 dicembre dalle ore 10:00 alle ore 17:00; 25 dicembre dalle ore 13:00 alle ore 21:00; 31 dicembre dalle ore 10:00 alle ore 17:00; 1 gennaio dalle ore 13:00 alle ore 21:00; 6 gennaio dalle ore 10:00 alle ore 21:00; 1 aprile dalle ore 10:00 alle ore 21:00; 2 aprile dalle ore 10:00 alle ore 20:00; 25 aprile dalle ore 10:00 alle ore 20:00; 1 maggio dalle ore 10:00 alle ore 20:00 

 

Per maggiori informazioni: 

www.museodellafollia.it

 

CINEMA

“Caccia al Tesoro”, l’omaggio dei Vanzina a Napoli. Dal 23 novembre al cinema

C’è una Napoli che ha voglia di essere raccontata, e che trascende lo stereotipo ormai logoro di camorra, o l’esasperata spettacolarizzazione di quel sistema criminale raccontato in Gomorra più votato allo share che alla verità. Ed è quella Napoli misterica che proverà a raccontare Ferzan Ozpetek in Napoli Velata (dal 28 dicembre al cinema), è la Napoli da cartolina nelle prime sere tv rai di Sirene di Ivan Cotroneo, ed è persino la Napoli della borghesia delittuosa de I Bastardi di Pizzofalcone.

Sono tante le serie e le produzioni che vedono protagonista Napoli, la mia città, e sono tante quelle che provano finalmente a raccontarne il folklore, la tradizione, la spiritualità, l’allegria che permea ogni singolo sanpietrino o vasolo delle sue strade.

Enrico e Carlo (D) Vanzina durante il photocall del film ”Caccia al Tesoro”, Roma, 21 novembre 2017. ANSA / ETTORE FERRARI

È questo che devono aver pensato i Enrico e Carlo Vanzina, quando hanno diretto Caccia al Tesoro, commedia degli equivoci sul tentativo di rubare il Tesoro di San Gennaro e che, sin dalla trama, inequivocabilmente ci riporta alla mente la commedia e la Napoli raccontata già dal regista Dino Risi nel 1966 in Operazione San Gennaro.

«Le citazioni sono in parte inconsce – hanno detto i due fratelli Vanzina all’ANSA – ma quello che veramente volevamo fare con questa ‘favola realista’ era raccontare Napoli al di là dei soliti stereotipi come la camorra, la droga e la disperazione».

Un film che, secondo i due registi italiani, prova proprio a concentrarsi su di una parte troppo spesso trascurata della città, quella “con il cuore che nessuno fa più vedere”.

Una foto di scena del film ‘Caccia al tesoro’, Roma, 21 novembre 2017

La pellicola, che arriva nelle sale domani, 23 novembre, per Medusa, esce in 350 copie, ed ha un cast davvero d’eccezione, a cominciare da una coppia ormai consolidata del cinema italiano, Vincenzo Salemme e Carlo Buccirosso, che i registi definiscono “un po’ i Totò e Peppino di oggi”.

Insieme a loro altre due bellissime attrici partenopee, Christiane Filangieri e Serena Rossi, ma anche l’attore comico Max Tortora.

Esilarante sin dalla trama che vede protagonista Domenico Greco (Salemme) attore teatrale di serie B, che vive a sbafo nella casa di sua cognata Rosetta (la Rossi), vedova di suo fratello. Il figlio di quest’ultima è gravemente malato di cuore, per salvarlo occorre un’operazione costosissima. Disperati pregano la statua del Santo patrono di Napoli, dalla quale sembra fuoriuscire una voce che li autorizzerebbe a rubare il tesoro per sopperire a questa necessità.

In quel momento però in chiesa c’è anche Ferdinando (Buccirosso) che avendo assistito alla scena ed essendo lì per chiedere anch’egli una grazia, pretende di entrare a far parte del colpo come socio.

Un film dunque che sin dall’inizio rende omaggio al grande Nino Manfredi, protagonista del film di Risi, con battute, situazioni e, naturalmente, location e che porterà la neo-banda di criminali in erba a girare in lungo e in largo il nostro paese e non solo, da Napoli passando per Torino e Cannes.

(da sinistra) Carlo Vanzina, Francesco Di Leva, Carlo Buccirosso, Vincenzo Salemme, Serena Rossi, Christiane Filangieri, Gennaro Guazzo e Max Tortora durante il photocall del film ”Caccia al Tesoro”, Roma, 21 novembre 2017. ANSA / ETTORE FERRARI

Nel cast anche il giovanissimo Gennaro Guazzo, che con Serena Rossi aveva già recitato nell’esilarante commedia Troppo Napoletano.

Un film che allontana i Vanzina dai loro cine-panettoni e li proietta di diritto nel ritrovato slancio del nostro cinema per quella commedia all’italiana dai toni gentili e divertenti che tante pellicole ha saputo e continua oggi a regalarci.

Ecco il trailer:

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Restaurato il balcone di Giulietta: la storia, i film, le curiosità

Chiuso dallo scorso 23 ottobre per dei lavori di restauro, il Balcone di Giulietta, uno dei monumenti più noti e visitati della città di Verona, è stato finalmente restituito al pubblico in tutto il suo splendore da qualche giorno.

Leslie Howard e Norma Shearer in Romeo e Giulietta (1936)

È bello per i romantici come me pensare che nella nota casa veronese si siano amati i due sfortunati amanti della tragedia Shakespeariana, Romeo e Giulietta. Ma, diciamoci la verità, sappiamo che quella del famoso drammaturgo inglese era un’opera di pura invenzione.

Ma allora perché a Verona si dice che sia proprio quella la casa di Giulietta? Me lo sono chiesto anche io e così, dopo qualche ricerca, ho scoperto che effettivamente sono esistite a Verona le famiglie Montecchi e Capuleti, ma, per l’esattezza si tratta di Cappelletti, che avrebbero vissuto proprio in quella dimora situata in Piazza Erbe durante gli anni della permanenza di Dante a Verona.

Ce lo dice uno stemma, situato sulla chiave di volta dell’arco che dà accesso al cortile della casa.

Per quanto riguarda i Montecchi invece, si sa che erano una famiglia di mercanti, militanti nei ghibellini, effettivamente impegnata nelle sanguinose lotte di presa di potere contro la famiglia guelfa dei Sambonifacio.

Francesco Hayez, L’ultimo bacio di Giulietta e Romeo (1823)

Non ci sono dunque documentazioni che attestino una effettiva rivalità con la famiglia dei Capuleti, o meglio dei Cappelletti, ma in compenso, entrambe le famiglie sono citate dallo stesso Dante nella Divina Commedia, nel VI canto del Purgatorio, vera e propria invettiva del poeta fiorentino contro i disordini in Italia, che nei versi 105-107 dice:

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
color già tristi, e questi con sospetti!

Tra il XIV e il XV secolo la Casa di Giulietta ospita la famiglia Capello, che probabilmente prende il nome dalla dimora stessa, esercitando la professione di farmacisti fino al 1400.

Passa il tempo e cambia la destinazione d’uso, trasformandosi in un albergo, e subendo nella struttura diversi rimaneggiamenti tra il XVII e il XVIII secolo. Soltanto l’originaria torre pare risalire al XIII secolo e dunque alla parte più antica, benché anch’essa abbia subito non poche trasformazioni.

Alla fine dell”800 la casa appariva come un casermone popolare di chiara impronta nord-italiana, con una lunga balconata con ringhiera in ferro che percorreva tutta la facciata interna e rappresentava anche un camminamento.

La casa di Giulietta come appariva alla fine dell’Ottocento (immagine wikipedia)
La casa di Giulietta negli anni ’40 (immagine wikipedia)

L’idea del balcone arriva tra la fine degli anni ’30 e gli inizi degli anni ’40, quando Antonio Avena, storico italiano e direttore del museo civico veronese, ispirandosi ad un film hollywoodiano di quegli anni con Leslie Howard, che a sua volta si rifaceva al noto quadro di HayezL’ultimo bacio dato a Giulietta da Romeo, decise di avviare dei fantasiosi lavori di ristrutturazione, affinché la casa potesse effettivamente coincidere con quella che ormai si era diffusa nell’immaginario collettivo.

Il balcone di Giulietta infatti è in realtà un antico sarcofago scaligero, assemblato insieme ad alcuni resti marmorei che risalirebbero al XIV secolo.

Balcone di Giulietta

Oggi il sito è uno dei monumenti più famosi di Verona. Sono tanti i giovani innamorati e fidanzati che accorrono alla casa di Giulietta per trovare o testimoniare l’amore, con lettere a sfondo amoroso lasciate sul muro dell’andito della casa, e per fare il rito propiziatorio di toccare il seno alla statua in bronzo di Giulietta posta nel cortile: «Il balcone di Giulietta – ha detto il sindaco Federico Sboarina in merito al restauro – è senza dubbio il nostro monumento turistico più visitato e conservarlo in tutto il suo splendore è doveroso anche nei confronti delle migliaia di turisti che ogni anno vengono ad ammirarlo».

Amanda Seyfried in una scena del film Letters to Juliet (2010) mentre attacca al muro la sua lettera

I lavori hanno interessato sia la parte statica, sia quella dei materiali, che sono stati esaminati con specifiche tecniche di conservazione. Grazie a questo intervento, che ha permesso la pulitura di tutto il balcone, sigillando alcune lesioni dello stesso e il consolidamento di alcune pietre in tufo, i visitatori potranno adesso ammirarlo in tutto il suo splendore. A protezione è stata applicata su tutta la superficie, compreso il piano di calpestio, un materiale impermeabile, per preservare questo splendore ritrovato.

Non so voi, ma mi emoziona molto l’idea di vedere (e conto di farlo quanto prima) questo luogo che, benché sia una sorta di quinta teatrale ispirato ad una storia di pura fantasia, rappresenta oggi il tempio dell’amore per antonomasia, ed è permeato di quel romanticismo e quella fede incrollabile che ci dà la certezza che l’anima gemella esiste per tutti, bisogna soltanto crederci intensamente.

ART NEWS

La Basilica dello Spirito Santo, tempio della spiritualità a Napoli

La Basilica dello Spirito Santo è una Chiesa monumentale che si trova in Via Toledo a Napoli, ed è uno dei motivi per i quali io ho follemente amato la mostra L’Esercito di Terracotta, di cui vi ho parlato qualche giorno fa.

La storia della sua costruzione è di grande fascino, perché vede intrecciarsi e sovrapporsi tre corpi di fabbrica: la Chiesa, iniziata poco prima del 1562 su approvazione di Papa Pio IV, del Conservatorio delle Povere Fanciulle e del Banco. Tutti gli edifici, che finirono col confluire in un’unica struttura, furono voluti dalla Confraternita dei Bianchi (Real Compagnia ed Arciconfraternita dei Bianchi dello Spirito Santo) che poi prese il nome dello Spirito Santo, cui oggi la chiesa è dedicata.

La confraternita di quelli che erano “pii napoletani” decise così di costruire una chiesetta nei pressi del Palazzo del Duca di Monteleone.

Basilica dello Spirito Santo, navata centrale (immagine da wikipedia)

Il progetto originario del Conservatorio delle Povere Fanciulle prevedeva una rigida bipartizione costituita dalla chiesa, ai lati della quale, a lato destro e al lato sinistro, c’erano i due cortili corrispondenti l’uno al Conservatorio delle Fanciulle Povere, l’altro invece al Conservatorio delle Figlie delle Prostitute, il cui requisito fondamentale per accedervi era essere illibate.

In questo periodo storico tanta importanza ha la musica, soprattutto per la buona educazione delle fanciulle e delle nobildonne. Lo dimostrano i tanti ritratti dedicati a Santa Cecilia, patrona della musica, e alle donne che si dilettavano nella musica come la famosa Suonatrice di Liuto dell’artista fiammingo Vermeer.

Tuttavia a causa dei lavori di ampliamento della strada, voluti dal Vicerè, Duca d’Alcalà, la venne demolita, così da ampliare la strada che collegava Via Medina allo Spirito Santo.

Ma la chiesa fu subito ricostruita nello stesso periodo lungo l’asse principale di Via Toledo, oggi punto nevralgico di tutta la città, senza dubbio tra le vie più note (è qui che si trova la famosa stazione Toledo della Linea1 della metropolitana), nonché uno dei punti di riferimento per lo shopping. Qui i confratelli avevano acquistato un terreno ben più grande.

A progettare la nuova chiesa fu l’architetto Pignaloso Carafo di Cava de’ Tirreni e Giovanni Vincenzo Della Monica, mentre le maestranze che affrescarono la cupola furono opera di Luigi Rodriguez, Giovan Bernardo Azzolino e Giulio dell’Oca, dei quali però oggi non resta traccia a causa del cattivo stato di conservazione.

Basilica dello Spirito Santo, cupola (immagine da wikipedia)

Il complesso fu poi ampliato a partire dal 1758 su un progetto di Mario Gioffredo, architetto, ingegnere e incisore detto il “Vitruvio napoletano”, scelto da Luigi Vanvitelli. Questo ne farà uno dei capolavori dell’architetto napoletano che, ben oltre il manierismo barocco, farà di quest’opera un capolavoro del neoclassicismo.

È impressionante l’altezza, il senso di spiritualità che si prova varcando l’ingresso. Si è avvolti da un mistico silenzio, e da una forte sensazione di contatto con il divino. Sono bellissimi i marmi policromi che ho intravisto durante la mostra, così come la cupola con la luce che permeava dall’alto, accentuando questo senso di maestosità.

A testimoniare la primitiva costruzione ci sono ancora tanti marmi e dipinti, tra cui il portale della facciata e le acquasantiere collocate all’entrata che risalgono al tardo Cinquecento inizio Seicento.

Con le sue mastodontiche colonne corinzie della navata centrale, e il biancore dei suoi interni che modulano la luce naturale che entra dalle aperture superiori, la Basilica può essere considerata un vero e proprio tempio della spiritualità.