INTERNATTUALE

Il primo appuntamento nell’era di internet: ecco com’è incontrarsi dopo la chat

Nell’era di internet il primo appuntamento è spesso il seguito di una primigenia conoscenza virtuale.

È un po’ come un colloquio di lavoro: superata la prima preselezione fotografica, con scatti dell’estate a Scauri dell’’85, il ritocco fotografico in stile Vogue, il filtrino instagram che trasforma anche i bruchi in farfalle, ha inizio quest’apparentemente confidenziale conversazione. Spesso via Skype, con tanto di webcam HD attiva, le luci giuste da far concorrenza a Barbara D’Urso e l’inquadratura mezzo-busto à la Lilli Gruber, per nascondere quella massa adiposa che non riusciamo a smaltire dal Natale del ’95 da nonna.

Una scheda del browser su Google e l’altra sul traduttore, per arricchire conoscenze e cultura in realtà inesistenti, fingendo di sapere chi sia un Lannister, che la squillo in Pretty Woman era Julia Roberts e non Lory Del Santo, o persino come salutare in swahili per fare bella figura. Insomma per inserire esperienze fittizie in un curriculum altrimenti vuoto.

E subito si parte con una sequela di domande che è sempre la stessa: “Che lavoro fai?”, “Da dove?”, “Che cerchi?”, “Che fai nel tempo libero?” al punto da non sapere se ti sei iscritto ad un sito di incontri o all’Istituto Nazionale di Statistica.

Dopo qualche ora di conversazione, ci si convince che l’interlocutore virtuale dall’altra parte dello schermo sia quell’anima gemella che la vita reale ci ha invece negato, così lanciamo il numero di telefono, tendando la fortuna come il giocatore ai dadi in un Casino di Las Vegas.

La preselezione è superata. Abbiamo un appuntamento che ha strappato il nostro sabato sera all’ennesima puntata di C’è Posta per Te.

Mentre sei in bagno ad estirpare anche l’ultimo bulbo pilifero come Anna Tatangelo le sopracciglia nel 2008, pregusti già l’attesa per questo nuovo volto D&G col corpo da intimo di Calvin Klein che ti parla dallo schermo.

È solo quando scendi in macchina che ti accorgi che il Gabriel Garko sembra più Gabriele Cirilli, che la Jessica Rizzo assomiglia a Jessica Fletcher, e che aveva, del tutto casualmente, dimenticato di dirti di avere dieci anni di più (che nella realtà sembrano almeno dodici e che di fatto sono quindici), mentre tu stai già maledicendo i loro amici fotografi che proprio non perdono il vizio di fare esperimenti con la reflex.

La serata prosegue stancamente, ricordando le ultime quindici uscite, mentre entrambi vi chiedete come mai siano finite più in fretta della carriera di Alberto Tomba nel cinema, quando scopri che crede che Colazione da Tiffany sia un libro di ricette di Benedetta Parodi e che quelle citazioni virtuali arrivavano in realtà da aforismi.it, strascicate tra gerghi dialettali, che giustificano quelle K su WhatsApp che fingevi di non notare.

È in quel momento che capisci che la tua era soltanto una proiezione mentale, e che chi ti sta parlando ha il quoziente intellettivo di Sara Tommasi.

Una serata tutto sommato come tante. Tu sei lì a fissare il volto del tuo interlocutore, e proprio mentre ti convinci che anche Barbra Streisand ha un suo fascino nonostante il nasone, che anche Kate Upton c’ha un filo di pancia, e saresti disposto a soprassedere persino su quei crateri, che eufemisticamente chiama rughe d’espressione, che il filtro “amaro” di instagram aveva nascosto come tasse all’Agenzia delle Entrate, arriva già la sentenza di Mister Braccino corto dell’83, che, con la stessa voglia di pagare di un portoghese a Genova, ti chiede di dividere il conto un attimo prima di dirti (onestamente, s’intende) “non sei il mio tipo”.

Sì, ‘sta divinità di instagram e ‘sto bidet (ignorante) coi capelli, ti ha appena liquidato, e adesso pare sia pure seccato di riaccompagnarti a casa, mentre tu maledici la tua superficialità, giurando a te stesso che è la prima volta che ti lasci abbindolare on-line da un foto che sembrava uno scatto del calendario Maxim.

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INTERNATTUALE, LIFESTYLE

Ecco perché il mio feed su instagram è così diverso da tutti gli altri

In pochi lo sanno, ma lo scorso ottobre instagram ha compiuto sette anni. Se all’inizio questo social network dedicato alla fotografia aveva fatto la gioia di chi come me amava il fascino vintage di polaroid e foto d’epoca, che era possibile ricreare con i suoi famosi filtri, col passare del tempo è diventato qualcosa d’altro, ed ha perso quella spontaneità, quell’“instant” delle nostre foto che ci divertivamo a pubblicare semplicemente per celebrare un momento. Oggi sono oltre 700 i milioni di utenti iscritti. In Italia quelli attivi sono ben 8 milioni. Per rendervi conto della portata di questo fenomeno, basti pensare che è l’equivalente di una prima serata di Sanremo in TV, in termini di audience. Tutti i giorni.

Il 53% degli utenti del nostro paese sono donne. Appassionate di moda soprattutto, ma anche fotografe, fashion e food blogger.

Da foto distratte fatte con rudimentali camere degli smartphone, instagram si è trasformato, e continua a trasformarsi, in un network di professionisti e, compresa la grande importanza di questo social in ascesa, ognuno tenta più o meno maldestramente di rubare un pezzetto di notorietà da questo grande pubblico che ruota intorno a fotografie perfette e attimi finti.

Gran maestri del selfie, professionisti della posa plastica, visual e interior designer, ma soprattutto fotografi e videomaker. Ricreiamo situazioni con lo smaccato intento di affascinare, raccogliere like e commenti, per crescere o creare popolarità.

Instagram ormai ha perso l’immediatezza che contraddistingueva le nostre prime immagini, mutandosi in una vera e propria guerra dell’immagine a colpi di relflex e shooting fotografici.

Feed sempre più concettuali e monocromatici, ognuno alla ricerca di un proprio stile, o soggetto, che paradossalmente lo rende uguale agli altri: finto.

Basta fare un giro nella ricerca per accorgersi che, fatta eccezione per influencer e personaggi famosi, l’home page è un tripudio sì di raffinatezza e cura dei dettagli, ma a svantaggio di quella “istantaneità”, è proprio il caso di dirlo, con cui un tempo ci raccontavamo.

Come se app e filtri per raggiungere quell’innaturale aspetto di perfezione non fossero già stati abbastanza, ecco che per provare a risalire la china, o i trend, bisogna imparare ad essere fasulli.

Colazioni sempre più abbondanti, variegate e ricche, in finissime porcellane e toni pastello. Pranzi e cene rigorosamente scattati dall’alto, da quella verticalità di immagine cui ci stiamo abituando. E poi newsfeed color crema con poche nuance delicate ad enfatizzare uno stile proprio, omologandosi però alle mode imperanti del web.

il feed del mio profilo @marianocervone

Il risultato è feed belli da vedere, ma impersonali. Immagini che non contrastano con le altre, che seguono concept ben precisi, ma che non raccontano più una persona, ma solo la professione. Un popolo di pseudo-famosi senza un reale pubblico, ma circondati da altri che vorrebbero emergere da questo mare di profili anonimi.

Per un po’ ci ero cascato anche io. Mi ero fatto prendere da questa smania virtuale di piacere ad ogni costo, dal brand che ti regala questo o quello e tu devi in qualche modo promuoverlo, lasciandomi sedurre dal narcisistico potere del like, da quei tanti cuoricini che ti danno quell’illusoria sensazione di sentirti amato e ammirato al pari di una vera star, quando molti invece provenivano da BOT, un sistema di automatizzazione di azioni che consente di far crescere il proprio profilo attraverso una meccanica interazione di profili.

La sete di popolarità aumenta, e per sedarla si comincia a postare foto in orari strani: emisfero est, emisfero ovest, Stati Uniti, 12.00, 17.00, si cominciano a mettere insieme una serie di nozioni trovate per caso sul web che si rincorrono a piccoli esperimenti quotidiani.

Poi nel maggio scorso instagram cambia la sua politica, abolendo i BOT, abolendo tutti quei servizi che da instagress in poi consentivano, tramite il pagamento di un abbonamento, di mettere like e commenti senza star lì delle ore a farlo materialmente. Cambia l’algoritmo, i trasgressori saranno puniti con lo shadowban, una sorta di “bolla” in cui vengono rinchiusi, che consentirà di mostrare le foto soltanto a chi già segue il proprio profilo, senza comparire nella ricerca senza risalire i trend. Un esilio virtuale senza una reale soluzione: tanti i consigli e le voci che si rincorrono sul web, sui canali YouTube, poche le informazioni affidabili per poterlo evitare o eliminare.

In questo modo si premiano le foto, le interazioni si fanno reali, la guerra più accesa. Se da un lato l’algoritmo rende difficile la vita di coloro che cercavano scappatoie verso una celebrità irreale, adesso sono i contenuti quelli che contano davvero.

E allora scatti professionali, bokeh, luoghi esotici e location di grido. Rapporti genuini che si basano su di una finzione scenica, come un proscenio teatrale.

È per questo motivo che nel mio profilo, @marianocervone, troverete soltanto immagini mie, fatte con il mio telefono, tratte da momenti reali della mia vita, dove anche le mise en scene sono la semplice ricerca estetica di un qualcosa che sto facendo davvero: che sia un tè, un regalo, la lettura di un romanzo o un piatto che mangio è la pura espressione della bellezza di una vita che amo e che mostro così com’è. Perché è questo che dovremmo raccontare di nuovo tutti su instagram, gli istanti reali.

LIFESTYLE

Phone-Case in legno, elegante accessorio di tendenza e di qualità

Chi ama la moda lo sa bene, il mondo del fashion non è fatto soltanto di stili, fantasie e colori, ma anche di materiali, e uno dei trend maggiori degli ultimi anni è sicuramente il legno. Occhiali da sole, orologi, bracciali, ma anche cover per telefoni. Sì, ci fanno letteralmente di tutto, ed anche io mi sono fatto prendere da questa wood-mania che sta spopolando.

Ho scelto così una cover per il mio iPhone, fedele compagno di viaggio e strumento indispensabile per i miei racconti sul web.

Mi piaceva l’idea del legno perché credo sia un materiale resistente, raffinato, che rappresentasse una elegante protezione per il mio telefono.

Ho navigato per un’ora circa il sito woodnstuffonline.com, letteralmente ammaliato dalle diverse tipologie di scocca per il mobile, e dai tanti accessori glamour del loro catalogo virtuale.

Alla fine la mia scelta è ricaduta su di una cover TITIKATA in legno di palissandro. Una basic, non particolarmente lavorata o rifinita come altre, che dà soprattutto risalto alle venature nerastre di questo prezioso legno di origine brasiliana.


Perfettamente integra nel suo involucro di polistirolo, la cover è arrivata dopo appena qualche giorno con un pacco ordinario da firmare, una vera garanzia per chi come me è sempre in giro e non ha il portiere, perché rappresenta la certezza di ricevere o rintracciare comunque il proprio pacco e, a limite, andare a ritirarlo.

È stato il perfetto regalo di bentornato dopo il mio viaggio a Milano. Chi mi segue su instagram lo sa già, sono stato nella capitale lombarda per qualche giorno, alla scoperta delle ultime tendenze culturali e non solo, e dopo aver visto tendenze e stravaganze post-fashion-week sono felice di pubblicare un post su di un accessorio come questo phone-case, che è assolutamente bello da vedere, al punto che la mia nuova tentazione è quella di poggiare al contrario il telefono sulla mia scrivania, ma è anche molto piacevole al tatto. Liscio, resistente, che si adatta perfettamente alle forme del mio smartphone, e che non ostruisce in alcun modo i tasti laterali di funzionamento, quello di accensione o fori vitali come quelli di carica e cuffia, spesso ostacolati o parzialmente coperti da cover di scarsa qualità o farlocche.

Alta qualità e basso costo, è soprattutto questo il binomio di woodnstuffonline.com che presenta una grande varietà di modelli, per gli amanti di Samsung o della mela di Cupertino, ma anche per tutti coloro che non rinunciano a seguire la moda senza per questo dover spendere tanto o troppo.

INTERNATTUALE

Shadowban, la “censura” di Instagram e i suoi rimedi

Shadowban, tutti ne parlano, ma pochi sanno di cosa si tratta o di esserne addirittura affetti. Se siete degli attivi utenti di instagram, il più noto social di fotografie al mondo, avrete senza dubbio notato che da qualche tempo un crollo di commenti, ma soprattutto like che sta affliggendo le vostre immagini. Non è che fossero interessanti prima e lo sono meno adesso, semplicemente siete vittime del ban-nascosto di instagram.

Che cos’è e come funziona?

Lo shadowban rende letteralmente invisibili le vostre immagini dalla ricerca generale e da qualsiasi ricerca per hashtag a chiunque non appartenga già ai vostri follower. Il che dunque, se da un lato vi garantisce “mi piace” e commenti da parte di utenti genuini, vi rinchiude in una bolla virtuale impedendovi di crescere ulteriormente in termini di seguaci, like sporadici e commenti.

Perché?

In molti dicono che i più colpiti sono i profili aziendali, ma sono in tanti i profili tradizionali ad esserne affetti.

I malpensanti pensano che questo nuovo algoritmo (questa la causa che genera il ban), sia uno stratagemma del social per spingere ulteriormente a investire nella pubblicità per incrementare la propria audience e visibilità.

Altri invece sostengono che si tratta semplicemente di una violazione dei termini di Instagram, che ha deciso di correre ai ripari e porre fine al mercato dei follower, all’acquisto di like, e a qualsiasi automatizzazione come BOT e app che incrementino artificialmente il proprio pubblico, con l’ormai usurata tecnica del follow/unfollow.

È questo che ha portato alla chiusura di instagress e soci, che permettevano una gestione automatizzata del proprio profilo, pianificando like, commenti e follow, per rendere più genuino il pubblico della nota piattaforma di fotografia.

Si stima infatti che il 40% di like e commenti sui profili dei brand fosse in realtà fake, e la nuova politica di instagram non vuole che le interazioni tra i profili siano frutto di BOT o artifizi digitali simili.

Un modo (non del tutto attendibile) per verificare se anche il vostro account è stato bannato, è quello di cliccare su questo link, inserire il vostro @nomeutente o link permanente di una singola foto e verificare se siete vittime dello shadowban o meno.

Se siete vittime dello Shadowban, sappiate da subito che non c’è una linea guida ufficiale per uscirne. Molti utenti però sui vari forum hanno stilato una serie di consigli che hanno più o meno portato dei benefici e miglioramenti ai loro account. Allora eccone qualcuno che potrebbe fare anche al caso vostro:

  1. Smettere di utilizzare BOT per like, commenti e incrementare l’engagement
  2. Smettere di utilizzare software e app di terze parti che possano violare le condizioni d’uso di instagram
  3. Smettere di usurare sempre gli stessi hashtags: alcuni infatti hanno l’abitudine di fare copia/incolla per quella piccola rosa di hashtag che finora sembrava funzionare. Smettete di farlo, perché per il nuovo algoritmo questo potrebbe essere sinonimo di spam o fake.
  4. Non usare troppi hashtag per post. In pochi sanno che instagram ha un limite di 30 hashtag per fotografia. Non ricorrete a tutti e trenta se non è necessario. Basteranno pochi selezionati hashtag inerenti effettivamente all’immagine.
  5. Prendetevi una pausa da instagram. Alcuni utenti hanno trovato benefici staccando per qualche giorno (2 o 3 almeno) da instagram. Non utilizzatelo, non aprite nemmeno l’app, anzi deloggatevi e provate a ricollegarvi dopo qualche giorno.
  6. Segnalate il problema a instagram dall’apposita sezione all’interno dell’app: segnala un abuso -> qualcosa non funziona e descrivete brevemente il problema. Potete anche farlo una volta al giorno. Non avrete risposta, ma gli sviluppatori senza dubbio cercheranno di risolvere il problema.
  7. Revocate il permesso a qualsiasi altra app o programma.
  8. Smettete immediatamente qualsiasi pratica per crescere come unirvi a gruppi, followare e defolloware e qualsiasi altro mezzo che sia distante da un reale utilizzo dell’app.
  9. Postate qualche storia. In molti ritengono che questo drastico calo dell’engagement nelle foto sia dovuto ad una maggiore spinta di instagram verso le storie.
  10. Infine se il vostro è un account aziendale, passate ad un profilo tradizionale per un po’.

Mi auguro che questo vademecum vi possa aiutare ed essere utile, e se avete altri suggerimenti non esitate a commentare il post.

Infine, non posso non dirvi, seguitemi sul mio canale instagram @marianocervone

LIFESTYLE

Weekend a Venezia, tra arte, cultura e suggestioni arabeggianti

Il mio viaggio a Venezia inizia con lo stupore. Sì, perché il treno, poco prima di arrivare nella Stazione di Venezia Santa Lucia, sembra quasi planare sull’acqua. Ai lati c’è solo il mare, e dinanzi a te l’isola una città di mattoni che a mano a mano diventa più grande fino ad avvolgerti.

Quando esci dalla stazione è invece il silenzio a sorprenderti: qui non ci sono le sirene delle ambulanze, i motori delle macchine, i clacson, e se senti suonare con veemenza, è probabilmente quello di qualche taxi che vuole farsi spazio tra una gondola e l’altra, mentre i motori sono quelli delle imbarcazioni che attraversano i canali della città. Persino la metropolitana qui viaggia sull’acqua, e i suoi vagoni sono battelli che traghettano cittadini e turisti da una parte all’altra, o forse sarebbe più corretto dire da una sponda all’altra.

Sento una comitiva di ragazzi ridere, divertirsi. Sono quasi tutti uomini e indossano delle t-shirt bianche con su scritto “amici della sposa”. È un addio al nubilato, la sposina è vestita di fucsia, e tenta di vendere dei biscotti ad 1€. Non ha molta fortuna, pare, ma si fanno scattare una foto tutti insieme all’arrivo in stazione. Probabilmente anche il loro weekend, come il mio, è appena iniziato.

Passeggiando tra i vicoli, scorgo piante e rampicanti spuntare da balconi e finestre: come fa una natura tanto rigogliosa a crescere in quei piccoli spazi? Il che è un paradosso se si considera che Venezia, è stata costruita sopra una laguna di acqua salata, dove persino gli alberi sono radi per le strade.

Entro nella Chiesa di Santa Lucia, impossibile non farlo. Al suo interno stanno celebrando un matrimonio con rito bizantino. La messa è tutta cantata, non so in che lingua, non riconosco le parole, ma ne percepisco la sacralità. È quasi il momento dell’“incoronazione degli sposi”, che baciano i paramenti sacri mentre il sacerdote continua a cantare una cantilena strascicata. Faccio qualche foto, esco.

È molto forte il retrogusto orientale tra i vicoli di questa città, di fondazione bizantina che tanti rapporti ha avuto con il mondo arabo, che le ha lasciato tracce visibili sulle facciate dei palazzi che ancora si fregiano del caratteristico gotico veneziano, che rasenta una casbah.

Mentre io a stento riesco ad orientarmi tra questi meravigliosi vicoli e canali, c’è persino chi invece trova la direzione di La Mecca durante la ṣalāt, la preghiera canonica islamica, e si inginocchia su di un tappeto in un angolo appartato.

Se come me avevate visto Venezia solo virtualmente giocando a Tomb Raider 2 negli anni ’90, comprenderete che la finzione non è molto diversa dalla realtà: come nel videogame persino trovare Piazza San Marco può trasformarsi in un gioco di piccoli indizi scritti talvolta addirittura a penna sui muri o tra l’insegna luminosa di un negozio.

Sembra infatti che Venezia abbia sviluppato una propria segnaletica: qui non ci sono cartelli turistici marroni cui siamo abituati, ma segnali in giallo che indicano la direzione: Rialto, l’Accademia, San Marco diventano punti cardinali di una topografia intricata.

I sestrieri di Venezia, le sei zone della città, sono composti da circa 121 isole, collegate tra loro da 435 ponti. Nessun ponte è uguale all’altro. Pur avendo la medesima funzione, sembra che ognuno la esprima nel proprio personalissimo modo: di pietra, di ferro, di legno, con parapetto, ringhiera o balaustra. Ogni ponte è un piccolo scorcio, il che potrebbe portarvi per tutto il soggiorno la smania di catturare il ponte perfetto, con la luce perfetta, con la gondola perfetta.

Le gondole. Questa caratteristica imbarcazione nera dalla forma oblunga che sfila sull’acqua, è una delle attrazioni principali per i turisti, non solo per quelli che, in ombrellino bianco e occhi sorridenti, decidono di attraversare i canali, ma anche per quelli che dalla terraferma li ammirano esterrefatti cercando inutilmente ogni volta di fotografare questa magia.

Ogni gondola è come un piccolo mondo a sé, con un proprio tema, un proprio “arredamento” che rispecchia la personalità e l’estro del gondoliere. Che ricordi la Cina, con dragoni e le fantasie cinesi dei salottini, che sia tappezzata di damasco rosso o d’oro.

Tra le chicche di Venezia c’è quella della Libreria Acqua Alta, elogiata da più siti come una delle librerie più belle del mondo. Quasi sommersa, si trova in un negozio raso terra, la cui uscita secondaria dà direttamente su di un canale. È una suggestiva atmosfera quella che attira lettori e curiosi che accorrono qui a vedere gondole e vasche da bagno piene di volumi, e scale fatte di libri che è possibile salire, scalando idealmente il sapere umano.

Forse l’80% dei negozi veneziani sono botteghe di souvenir o vere e proprie boutique di creazioni di Murano, i coloratissimi vetri preziosi che tanta fortuna nel mondo hanno fatto di questo luogo magico. Ed è imprescindibile andare a Venezia senza fare una capatina all’Isola di Murano, così mi sono diretto a Fondamenta Nove per prendere la “metro” che mi avrebbe portato a Murano Colonna, con una fermata intermedia a San Michele, il cimitero della città, manco a dirlo un’isola del riposo eterno.

Appena approdi a Murano sono tanti gli uomini che ti invitano a vedere la creazione dal vivo nelle fornaci del vetro di Murano. Alcuni laboratori vi adescheranno con il solo proposito di portarvi in negozi meno in vista e spingervi a comprare, altri, come un vero e proprio documentario in diretta, vi mostreranno la lavorazione del vetro soffiato e del vetro massello, con tanto di presentazione in doppia lingua. Alla fine dello spettacolo il proposito è quello, la vendita, e se consideravo cari i negozi a Venezia, sperando di trovare a Murano un più diretto contatto tra produttore e consumatore, devo ricredermi: il “listino” è più o meno lo stesso, e anche all’interno di alcuni laboratori di produzione di vetro, bisogna stare attenti che sulle mensole delle esposizioni non vi siano microscopiche etichette che indicano che in realtà il prodotto sia stato importato dall’estero. Non ci sono mezze misure: o bisogna pagare tanto per acquistare un pezzo senza dubbio artigianale, o si finisce col prendere un soprammobile a 20 € per poi scoprire che è made in China.

Naturalmente non si può venire a Venezia senza passare dalla mastodontica Piazza San Marco per apprezzarne l’aristocratica architettura, lo storico Caffè Florian, il leone simbolo della Serenissima, la colossale Basilica che dà il nome allo spiazzo.

La Basilica di San Marco. Una monumentale costruzione fatta di oro, di pietre preziose, di statue e colonne, e di quelle cupole che mi riportano di nuovo in oriente, a Istanbul, a Santa Sofia.

All’interno della basilica è vietato fare foto.

Non si può fotografarla, San Marco, ma nemmeno raccontarla. Sarebbe d’altronde riduttivo provare a catturare in una foto tutto il suo splendore, così come riassumere la sua maestosità in poche righe. Tuttavia il senso di spiritualità è così forte, e così profondo, che si ha la sensazione di percorrere una basilica di luce e di oro. Giro su me stesso, e non è San Marco quella che vedo, ma Santa Sofia. Con le sue prospettive, gli scorci, gli ori, persino i tappeti persiani dei suoi musei, raccontano di un tempo in cui, proprio come una moschea, dovevano adornarla. Forse è più sottile di quanto crediamo la linea di demarcazione tra religioni e culture.

Il sapore glamour di Venezia è senza dubbio il Bellini. Questo noto cocktail nato nel 1948 all’Harry’s Bar del capoluogo veneto, è a base di prosecco e polpa di pesca bianca; il suo inventore, Giuseppe Cipriani, intitolò al pittore Giovanni Bellini, che dipinse la toga di un santo dello stesso colore rosa che caratterizza questo drink. La fama mondiale la si deve a personaggi quali Ernest Hemingway e Orson Welles, che ne sarebbero stati consumatori abituali. Ho amato il sapore fruttato di questo cocktail, la cui polpa lo rende più corposo e denso, perfetto per un aperitivo di metà serata tutto italiano.

La sera non può che concludersi in Piazza San Marco, al Caffè Florian o in piazza, ascoltando le orchestrine dei caffè in piazza che intonano arie classiche o noti brani italiani, aspettando l’imponente ingranaggio della Torre dell’Orologio segnare le ore, accarezzati dalla brezza marina sotto un cielo terso d’agosto di stelle cadenti.

Camminare di notte a Venezia è come muoversi attraverso la colossale scenografia di un teatro. Non è un caso che questa città sia anche la patria della Commedia all’italiana e che abbia dato i natali a geni come Goldoni: di notte qui tutto è teatralità, quinta, inedito backstage, persino un topolino che silenziosamente scappa in un vicolo o lo scroscio delle scure di un canale smosse dal remo di un gondoliere, si fanno spettacolo di cui sei parte anche tu.

Per altre immagini di Venezia e non solo, seguitemi su instagram @marianocervone

ART NEWS

Fa foto con una tecnica dell’800, il risultato è sorprendente

Il suo nome è Kurt Moser ed è un fotografo che ha catturato volti e panorami con una tecnica di fine ‘800.

Se sin dai primi anni 2000 siamo andati alla ricerca della nitidezza e perfezione dell’immagine, il secondo decennio del nuovo secolo pare aver riscoperto il fascino dell’imperfezione fotografica. Da instagram in poi infatti ognuno ha riscoperto le dominanti di colore, desaturazioni e tanti altri effetti, o meglio filtri, che ci hanno riportato per un po’ indietro nel tempo. E se adesso sul social fotografico c’è di nuovo un’inversione di tendenza, con la moda della foto #nofilter, qualcuno invece proprio non dimentica le origini della fotografia.

Moser ha così riportato in auge l’ambrotipia, particolare tecnica degli albori della fotografia quando, con una macchina enorme, si catturava l’immagine su lastre scure, catturando al contempo quella “luce” impercettibile dall’occhio umano.

Il risultato è sorprendente. Immagini diverse da quelle cui siamo abituati oggi. Il fotografo si è già fatto notare catturando i volti dei contadini sudtirolesi, che sembrano arrivare direttamente da un’altra epoca.

Adesso, quello che è stato definito un lightcatcher, un “cacciatore di luce”, vuole alzare il tiro e creare, allestendo un camion russo Ural 6×6, una macchina fotografica gigante, trasformando questo in un progetto itinerante: «Nella parte posteriore del camion, in una cabina in alluminio resa completamente buia, verrà creata un’apertura per l’obiettivo e al suo interno verrà montato uno slot per lastre di 120×150 cm» ha spiegato Moser.

Fotografo altoatesino Kurt Moser immortala Dolomiti e contadini con tecnica fine '800L’obiettivo utilizzato dal fotografo è un gigantesco e rarissimo 1.780 mm della Nikon, del quale, secondo Kurt esisterebbero soltanto 5 o 6 esemplari nel mondo.

Con questo macchina fotografica su quattro ruote il fotografo vuole andarsene in giro a catturare la luce delle Dolomiti.

 Fotografo altoatesino Kurt Moser immortala Dolomiti e contadini con tecnica fine '800

INTERNATTUALE

Instagram: da Forbes i dieci migliori consigli per aumentare la visibilità e i follower

Come si fa ad avere successo su instagram?

In un momento storico in cui il lavoro ristagna, è internet la vera gallina dalle uova d’oro. Sono in molti infatti a domandarsi come avere successo on-line. YouTube, blog, facebook sono i social deputati a cercare fortuna e fama, con la speranza di riuscire a incanalare il giusto flusso di follower. Tra i più gettonati instagram, il social dedicato alle sole fotografie, che si è trasformato negli anni nel vero alleato di fotografi e fashion blogger. Qui in molti provano a trovare la popolarità postando le proprie immagini, provando, puntualmente, quel senso di frustrazione e impotenza che arriva quando la propria immagine staziona intorno ad una decina scarsa di like.

Per coloro che hanno avuto la fortuna di iscriversi agli albori del 2010, anno di nascita del noto social network, le cose erano molto più facili. I diversi algoritmi e la poca diffusione sui soli utenti iOS (ovvero iPhone) ha fatto sì che i “pochi” profili potessero accrescere immediatamente di popolarità, ricevendo un bel po’ di like e follower.

Dall’aprile del 2012, quando instagram si è aperto anche ad Android, le cose son un po’ cambiate. Gli utenti erano circa 25.000.000 e riuscire a farsi notare era un po’ più complicato.

Non bastavano più le classiche foto di gattini e tramonti: instagram si è trasformato in una piattaforma con del potenziale.

Oggi gli iscritti sono circa 300.000.000 con una media di 95.000.000 di foto condivise al giorno. Difficile dunque in un oceano fotografico come questo riuscire a catturare l’attenzione dei tanti.

Cominciamo subito col dire che non esiste una formula magica. Diffidate dunque da video, tutorial, trucchi ed espedienti vari. Ma sfatiamo subito un altro mito: le sole foto belle da sole non bastano.

In molti infatti dicono che bastino delle belle foto a creare un naturale engagement con il vostro profilo. Se fosse vero, i fotografi professionisti allora avrebbero tutti una corsia preferenziale. La verità è che molti profili oggi COMPRANO un pacchetto di utenti e di like dai BOT.

instagressUno dei più noti è instagress, sito attraverso il quale è possibile sottoscrivere un pacchetto in abbonamento, automatizzando commenti, like e follow su hashtag o geolocalizzazioni precise. È questo il “robot” che lavora al vostro posto facendo girare il vostro profilo. Sì, perché si stima che ogni cento like ci siano sei nuovi utenti in più che decidono di seguirvi.

Ma abbonamenti a parte, quali sono le “tecniche” per avere una maggiore visibilità?

La prima regola è non postare foto altrui. Se condividete la foto di Mario Testino o di Bar Rafaeli augurandovi che il loro nome apporti un maggior flusso sul vostro profilo, vi sbagliate. La prima regola è quella di essere originali: uno scorcio, una strada, una via, persino un banalissimo caffè, purché vostri, saranno senza dubbio più efficaci della foto rubata da internet e condivisa per puro amore o spirito di emulazione.

NO a gattini. Il gattino può apportare un po’ di like in un singolo post, ma se il vostro profilo è costellato di gatti alla lunga stancherà e anche i seguaci che avete conquistato vi “defolloweranno”.

NO a selfie selvaggi. A meno che voi non siate Mariano Di Vaio in Armani o Belen Rodriguez a Formentera, è inutile postare un vostro selfie ogni tre ore per dire cosa state facendo, sperando che la vostra faccia abbagliata da filtri sia notata.

instagram app LG telefonia - internettualeQualche consiglio per tentare di incrementare il proprio traffico arriva dalla rivista di economia e finanza statunitense Forbes che ha svelato 50 tips. Ecco i dieci migliori:

  1. Usare degli hashtag di scambio. È probabilmente la prima regola, quella di ricorrere agli ormai consueti #FF, #instafollow, #l4l, #tagforlikes e #followback per far capire agli utenti che like e follow saranno ricambiati (e ricambiateli).
  2. Mettete like alle foto degli altri utenti, interagendo. Neil Patel ha infatti stimato che ogni 100 like ci sono più di sei nuovi utenti che vi seguono.
  3. Mettete almeno 100 like al giorno random. Secondo una stima approssimativa, sono 6.1 utenti in più ogni cento mi piace che mettete.
  4. Utilizzare gli hashtag più usati per risalire nella ricerca come #love, #instagood, #tbt and #photooftheday
  5. Il sito americano consiglia di postare alle 2 del mattino o 5 del pomeriggio; in Italia gli orari migliori sono le 14.00 e le 19.00
  6. Molti sottovalutano il potere delle didascalie, ma una bella descrizione della vostra immagine più riuscire a creare engagement più di un hashtag. Includete anche qualche domanda per creare interazione.
  7. Postate di domenica. Il sito di economia e finanza consiglia la domenica come giorno per avere una maggiore visibilità; mentre le immagini postate il mercoledì creano molto più engagement.
  8. Siate consistenti. È inutile postare mille immagini che non hanno nessuno scopo se non quello di condividere l’ennesimo inutile selfie o foto fatta per caso. Fate capire che i follower contano per voi, postando cose interessanti da vedere.
  9. Seguite le persone suggerite, seguite quelle con interessi comuni ai vostri, condividete il vostro profilo sui vostri canali social. Fate rete. Si tratta di un social, quindi social(izzate).
  10. Non eccedete con i filtri: se sono stati proprio i filtri ad aver fatto la fortuna di instagram all’inizio, oggi, paradossalmente, in controtendenza pare che siano proprio le foto senza filtri quelle che creano un maggior interesse.
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Oggi è il #Withoutshoes Day: ecco perché oggi tutti si fotografano i piedi

Un po’ moda, un po’ feticcio, è uno dei fenomeni virali degli ultimi anni, un vero e proprio must soprattutto per chi sta in vacanza. È la foto dei propri piedi, con calzature o calzini alla moda, ma, molto più spesso, senza. Ma se in generale lo facciamo per seguire il trend, qualche volta farsi una foto senza scarpe potrebbe anche diventare una buona azione. È quello che ne ha fatto TOMS, noto marchio di scarpe, che spinge tutti i suoi clienti a togliere le scarpe e a fare una foto ai propri piedi, e fa del 10 maggio la giornata mondiale dei piedi nudi lanciando l’hashtag #withoutshoes, senza scarpe, su di un noto social fotografico.

“Instagramma i tuoi piedi o le tue TOMS con l’hashtag #withoutshoes – si legge sul sito – e aiuterai a donare 100.000 paia di scarpe a bambini di dieci paesi».

Per ogni foto con hashtag a piedi nudi infatti, TOMS devolverà un paio di scarpe ai bambini poveri nel mondo.

Una nobile causa che invoglia per una volta ad andare oltre la solita moda narcisista di mostrare i propri piedi, facendo una buona azione per i bambini… e la gioia dei feticisti.

Per maggiori informazioni:

www.toms.com

INTERNATTUALE

Sui social perdiamo la prospettiva di noi stessi

Se fino agli inizi degli anni 2000 avevamo bisogno dei reality per spiare le vite degli altri e dei pseudo-famosi, con la diffusione di facebook e di tutti i social, siamo noi ad esserci (in)consapevolmente trasformati in protagonisti di uno show virtuale. Post, foto, link, tag e video diventano strumenti di propaganda di un’immagine, la nostra, sempre più lontana dalla realtà. Sorrisi da Mentadent, volti da BB Cream e corpi statuari da fanghi d’alga Guam, aiutati da Photoshop, filtri e app per raggiungere una perfezione irreale. Persino il nostro pensiero è sintetico: si sfoggia una cultura in realtà inesistente, si ostenta un’arguzia fatta di citazioni di libri mai letti e di film mai visti. Una recita che, senza nemmeno accorgerci, si trasforma in un vero e proprio lavoro. E allora eccolo l’esercito di chi va in palestra passando più tempo a sollevare iPhone allo specchio che pesi al bilanciere, delle pseudo-modelle e starlette ritoccate fino al midollo che si credono Bianca Balti, di quelli che quando mangiano sushi si sentono food blogger o persino chi va ad una inaugurazione e si fa foto da tappeto rosso con fare da divo hollywoodiano. Perché, se “l’essenziale è invisibile agli occhi”, sovvertendo ogni logica, ciò che conta non è più quello che sei, ma chi dimostri di essere on-line.

Condividiamo link di sensibilizzazione contro la povertà, la violenza sulle donne, la difesa degli animali e l’ambiente per sentirci migliori. Ma siamo pronti all’invettiva, a scagliarci in acerrime diatribe verbalmente violente per un nonnulla, mentre nella vita vera, quella che spesso dimentichiamo, se un mendicante invoca la nostra pietas ci voltiamo con indifferenza dall’altra parte fingendo di non vedere.

Twittiamo cattiverie per aumentare follower e inventiamo esperienze lavorative, o vere e proprie professioni, per alzare la visualizzazione su LinkedIn.

Figli del qualunquismo protetti dall’anonimato e dalla discrezione dei display, trasformiamo le sedie dalle quali scriviamo in tribune politiche o sportive: onorevoli e CT della nazionale, teoricamente abili a risolvere problemi di cui in realtà sappiamo poco.

Foto-dipendenti, trasformiamo pranzi e cene di Natale in veri e propri reportage fotografici. Selfie-maniac dagli sguardi languidi e pose sensual. Per alcuni persino le espressioni del volto sono sempre le stesse, perpetuando una irrefrenabile voglia di farsi vedere pur non avendo nulla da mostrare. Gare di “like” e commenti per appagare un vacuo senso di vanità, la sensazione di sentirsi in cima alla piramide social(e). Importanti, ammirati. Alimentiamo un ego che ha sempre più fame di se stesso, e ci divora lentamente come un buco nero.

Sedicenti leader in un popolo, quello della rete, fatto per lo più di gregari, dove sono pochi quelli che riescono veramente a distinguersi, mentre la maggior parte segue stancamente ciò che fanno gli altri, in un replicato gioco di imitazioni in cui vince chi si sente più omologato alla massa. Lo faccio perché è “trendy”, come colorare le proprie immagini profilo a sostegno di cause di cui si conosce poco o nulla.

Nasce il cyberbullismo, la frecciatina via post, si ripetendo dinamiche nate sui banchi di scuola e che si perpetuano continuando a farci sentire dei liceali, con amici fidati e nemici giurati, prolungando un’adolescenza digitale che ritarda quel naturale passaggio all’età adulta, e perdendo la vera prospettiva di noi stessi.

LIFESTYLE

“Zen 2”: a Napoli l’“all you can eat” per gustare il Giappone a due passi da casa

Se secondo la netiquette il photofood nipponico non è più di gran moda su instagram da quando l’“all you can eat” ha fortemente svalutato l’aspetto elitario del sushi, andare a mangiare al ristorante giapponese resta comunque uno dei grandi piaceri degli italiani, che contano infatti, nella sola Milano, più di 400 ristoranti.

Un prezzo fisso, a pranzo o a cena, e la possibilità di svuotare i piatti fino al limite dell’umana possibilità, è questa la formula che a poco prezzo ha reso più accessibile il gusto della cucina orientale.

Per chi vuole respirare la suggestiva atmosfera giapponese, senza rinunciare alla possibilità di un’ampia scelta di piatti e di gusto, il ristorante Zen 2 a Napoli è senza dubbio la scelta ideale. Sito nel centro storico della città, a due passi dal cinema Modernissimo, lo Zen 2 è un ristorante in cui dominano i colori della terra e del nero, che si diramano in affascinanti pagode e decorazioni che ora richiamano i templi giapponesi, misti a piante che tentano di restituire giunchi verdeggianti.

Il personale è cortese e premuroso verso il cliente, pur essendo discreto e impercettibile. I prezzi, invece, decisamente abbordabili, che vanno dai 14,90 € del pranzo (tra le ore 12,30 e le 15.00) ai 19,90 della cena (dalle 19.30 a mezzanotte), per un menu variegato e ricco, che va dal sushi, declinato in tutte le sue forme, passando per ramen, ravioli, tempura e tante altre specialità etniche.

Anche se dolci e bevande sono esclusi, i costi sono decisamente onesti, per un’offerta che va dall’acqua alla coca-cola, dal vino alla birra, passando, naturalmente, per il sakè.

Con la comodità dei tavoli grandi e ampi e il riserbo di quelli a due, lo Zen 2 è l’ideale per divertenti ritrovi tra amici e romantiche cenette di coppia, per gustare il Giappone a due passi da casa.