INTERNATTUALE

Instagram, un popolo di influencer senza followers

Fino a qualche tempo fa c’era un proliferare di siti di self-publishing, che lusingavano i potenziali scrittori con la promessa di essere indipendenti e trovare la notorietà in questa sorta di piattaforma social. Erano i primordi di myspace e facebook si faceva largo, e non c’era ancora, forse, la consapevolezza che dal web potessero nascere delle vere e proprie star, ma probabilmente già se ne coltivava la possibilità.

La falla di queste piattaforme è che non c’è un pubblico di scrittori, ma, una volta iscritto, sei solo un aspirante-scrittore in un popolo di aspiranti-scrittori, che tenta maldestramente di promuovere il proprio lavoro ad altri che fanno altrettanto, in un reciproco scambio di like, di finti commenti e finte letture.

Io stesso ne ho provati tanti, prima di affidare il mio primo, e finora unico, romanzo, alla piattaforma wattpad, confidando che almeno un lettore nell’etere, scaricata l’app possa leggermi. Ma da qui a sperare di diventare il nuovo Dan Brown della letteratura, ce ne passa. E così riflettevo sul fatto che anche instagram si è trasformato in un popolo di aspiranti webstar, “influencer” si chiamano oggi, con la sola differenza che mentre nelle piattaforme di self-publishing c’è più o meno talento o quantomeno un lavoro (buono o cattivo che sia), sul noto social di fotografia ognuno vuole trovare la notorietà pur non avendo alcuna capacità.

Se in principio tutti volevamo quest’app solo per i “filtri ” e la possibilità di portare indietro i nostri scatti con effetti vintage, oggi la vogliamo per esserci, per sentirci fighi, per condividere le nostre foto al mare, per la notorietà.

Sono milioni i profili business che si bollano come “Blog personale”, fondati sul nulla, che ambiscono o sperano di essere qualcuno solo perché con la tecnica ormai logora del follow/defollow sono riusciti a racimolare qualche migliaio di seguaci, o ne hanno acquistati almeno 10.000 al mercato nero del web per meno di 8 €.

Non c’è più una vera audience della rete, non ci sono più i follower, i “telespettatori” di un tempo che riconoscevano l’altrui professionalità con ammirazione, ma solo un popolo che dal fondo della piramide social(e) tenta di imitare chi occupa il gradino più in alto, in una sequela di “posso farlo anch’io”, soltanto perché internet e le immagini conferiscono l’illusoria sensazione che basti uno smartphone, un filtro e una didascalia per trasformarsi in qualcosa d’altro pur non avendo alcun titolo o capacità per farlo.

Un appiattimento dovuto alla democrazia della tecnologia che consente a tutti, poveri e ricchi, belli e brutti, dotti e stolti, di fare le medesime cose con altrettanta facilità.

La parte più drammatica è che in molti, soprattutto giovanissimi, credono che basti questo oggi per affermarsi al mondo, complice la perdita di importanza o prestigio di lauree e titoli di studio (visti come qualcosa di polveroso e noioso), e forse anche di premier e ministri della nuova generazione che amministrano l’Italia stringendo tra le mani a malapena un diploma.

Non c’è più preparazione, non c’è più meritocrazia, non c’è più spirito di sacrificio. A che servono ore ed ore di studio quando postando una foto on-line puoi ricevere 3000 like ed essere popolare nella home page per almeno un giorno?

E se il primo decennio degli anni 2000 ha visto proliferare migliaia di blogger (tra cui il sottoscritto) che tentavano con i loro post di mostrare sagacia, intelligenza e capacità di scrittura, lavorandoci, oggi tutti sono convinti che basti un selfie e taggare un brand d’abbigliamento per fare tendenza.

Persino le concorrenti di Miss Italia sono cambiate negli anni:  negli anni ’90-2000 molte studiavano giornalismo e sognavano la fascia come trampolino di lancio, oggi quasi tutte hanno profili instagram affollatissimi e vanno in TV più per aumentare il bacino di seguaci on-line che non per il titolo stesso di più bella del Paese.

Anche il mercato e il marketing stanno cambiando, lo sa bene Daniel Wellington, noto brand di lusso, che sul social fotografico ha trovato fama e prestigio regalando agli esordi i suoi ormai iconici orologi ai cosiddetti micro-influencer, coloro che avevano un seguito di almeno 5000 persone.

Se si è “figli d’arte” o si riceve l’endorsement da parte di qualcuno, allora il gioco è fatto: Chiara Ferragni, ad esempio, di tanto in tanto segnala questa o quella fashion-blogger da seguire, forte dei suoi 15 milioni di seguaci che continuano a crescere in maniera esponenziale, mentre sono tantissimi i figli e parenti dei VIP che si riciclano on-line come influencer e fashion blogger.

Ma non c’è più un vera e propria distinzione tra il pubblico e la webstar, tra chi segue e chi vuole farsi seguire, ma tutto è inglobato in un appiattimento fotografico in cui tutti vogliono porsi sullo stesso livello in base ai numeri, senza una distinzione, né consapevolezza, della qualità dei propri contenuti.

E d’altronde come si potrebbe, se a decidere chi sta sopra e chi sotto è un algoritmo che oggi si tenta di aggirare con il like bombing? Instagram è ormai popolato solo da persone che vogliono mostrare e mostrarsi, lasciando a tutti gli altri il quasi ingrato compito di restarsene in disparte e semplicemente seguire.

Perché forse si sa, parafrasando un vecchio detto, chi sa fa e chi non sa si mette su instagram. Tutti vogliono farlo non perché siano realmente capaci, ma solo perché ne hanno la possibilità.

Insomma Italia popolo di Santi, naviganti, poeti e influencer.

Sono pochi quelli che, come me (lo dico senza falsa modestia), cercano di farsi strada proponendo anche qualcosa di più concreto sul web (come il sito che state leggendo), che vada al di là di una semplice immagine su instagram, e che dia l’idea che oltre la singola foto c’è decisamente di più.

Ragion per cui, se siete giunti alla fine del mio post e vi è piaciuto, se volete seguirmi anche su instagram, questo è il mio profilo @marianocervone, e se volete invece raccontarmi la vostra esperienza, commentate o scrivetemi.

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ART NEWS

Andrea Chisesi racconta Napoli. Al Castel dell’Ovo fino al prossimo 15 ottobre

È un vero e proprio omaggio a Napoli, quello di Andrea Chisesi, che parte proprio dalla città della sirena Partenope, mito che indaga come origine della vita e di questa mostra, Street Home, all’interno del Castel dell’Ovo di Napoli fino al prossimo 15 ottobre. Curata da Marcella Damigella in collaborazione con l’Atelier Andrea Chisesi, la mostra parte proprio da quei personaggi e volti che hanno reso famosa Napoli nel mondo: da Sophia Loren a Totò, da Maradona a San Gennaro, in un percorso dove il confine tra sacro e profano è indefinito, e il visitatore non sa quali siano i divi e quali le divinità.

Una città dai mille volti, Napoli, che qui si fanno metafore di bellezza, di ironia, di quel talento e quella passione che questa feconda terra ha partorito.

Dipinti, collage, fotografie, persino poster e manifesti raccolti per strada. Chisesi prosegue quella tradizione artistica, tutta contemporanea, di Mimmo Rotella, raccontando icone pop e rendendo popolari luoghi e volti meno noti.

Sala dopo sala il percorso di Chisesi diventa evocativo e onirico, sfumando da quei napoletani che ci emozionano e ci rendono orgogliosi alla tradizione della smorfia napoletana, dove l’artista, romano di nascita, ma milanese di adozione, attribuisce ad ogni numero di questa tombola di opere un nome ed un preciso significato, in un gioco di arte e di numeri che diverte e coinvolge il visitatore.

Una rassegna colta, che non manca di cogliere e far confluire in questo percorso d’arte contemporanea riferimenti all’immortale arte classica, e a quelle sculture custodite in uno dei musei-simbolo di Napoli: il Museo Archeologico Nazionale, che con la sua collezione Farnese, parte inscindibile del tessuto napoletano, si fa pop-art, in ritratti in cui texture e tempera danno origine a quadri sospesi tra la pittura e la fotografia.

Ma è al piano superiore che Andrea Chisesi abbandona la forma e l’immagine per abbracciare l’esplosione di colore della serie Fireworks, fuochi d’artificio, in cui l’espressionismo astratto pollockiano trova un suo ordine in questo universo di schizzi e colori che danno vita a dei bellissimi prodigi pittorici.

Turchesi sgargianti, blu oltremare e azzurro esplodono da una tela all’altra, ricordando la spuma del mare delle onde che sono proprio lì, oltre le finestre delle sale del Castel dell’Ovo.

Andrea Chisesi è riuscito con i suoi lavori a rendere Pop Napoli, ma non per questo popolare. La sua infatti è una rassegna raffinata in cui mito, storia, cronaca, persino architettura sono sapientemente mescolate per originare una materia nuova, una materia della stessa sostanza di cui è fatta Napoli.

Altre immagini sul mio profilo instagram @marianocervone

Maggiori informazioni su www.andreachisesi.com

LIFESTYLE

Chiara Ferragni, storia della principessa della moda e del suo matrimonio da favola

Chiara Ferragni aveva capito subito le potenzialità del web, e lo aveva capito quasi un decennio fa quando app e social non erano così democratici. Era il 2009 quando aprì un blog, The Blonde Salad (l’insalata della bionda, letteralmente) dove parlava della sua vita e di ciò che amava, ma soprattutto dove parlava di moda. Sì, perché tutto per Chiara Ferragni è iniziato in questo modo: indossando abiti e facendosi fotografare dall’allora fidanzato Riccardo Pozzoli.

Chiara Ferragni in un abito pre-nuziale di Prada

Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti: una linea di scarpe nel 2010, ospite degli MTV TRL Awards, guest judge nella trasmissione statunitense Project Runway condotta da Heidi Klum. Merito, forse, di madre natura che le ha donato una innegabile bellezza, per lei che è bionda, magra e con gli occhi azzurri; o merito della sua intuizione, che le ha fatto abbandonare gli studi di Giurisprudenza alla Bocconi di Milano, per dedicarsi anima e corpo ad un sogno, o merito anche del suo perfetto inglese con cui sin dagli esordi parlava ai suoi lettori, poi follower, e che l’ha portata negli anni a diventare addirittura testimonial per brand internazionali come Pantene, Swarovski, Pomellato, affermando non solo il gusto di fashion blogger, prima italiana nota in tutto il mondo, ma anche le sue innate qualità di modella.

Oggi Chiara, che è nata a Cremona trentuno anni fa, si divide tra Milano e Los Angeles, ed ha messo su un piccolo impero da oltre 10 milioni di euro l’anno, dividendo la sua fortuna con gli amici di sempre, oggi parte inscindibile dello staff TBS Crew.

Chiara Ferragni The Ferragnez Fedez matrimonio wedding Dior dress Maria Grazia Chiuri - internettuale
Chiara Ferragni con il papà Marco

La bella bionda è passata dal blog ad instagram, raccontando quotidianamente la sua vita con foto, stories seguite da 14 milioni di utenti. Lo share di un Festival di Sanremo su raiuno, per intenderci. Tutti i giorni.

Una strategia di marketing vincente, la sua, che ha puntato tutto sullo storytelling personale, facendo della personalità la carta vincente, ma anche della chiacchierata storia con il cantante italiano Fedez, al quale è legata da due anni ormai, o della nascita del primo figlio lo scorso 19 marzo, Leone Lucia, che tanti follower e like in più le ha fatto guadagnare in questi mesi.

E non poteva mancare un matrimonio faraonico, organizzato rigorosamente sotto le attente telecamere degli smartphone che ne hanno documentato ogni istante: dall’addio al nubilato a Ibiza con tutta la redazione del suo blog on-line, con hashtag #ChiaraTakesIbiza, al fatidico Sì, in un sontuoso abito haute couture Dior by Maria Grazia Chiuri, che si è probabilmente ispirata agli abiti di Grace Kelly e Kate Middleton, proponendo un corpetto a manica lunga completamente lavorato ed una gonna in tulle che ha riservato poi la (non proprio) sorpresa di diventare un mini-dress-pantaloncino.

Chiara Ferragni con Angelo Tropea

Quando lo sposo e gli ospiti della coppia sono volati su di un aereo customizzato Alitalia, dalla Lombardia alla scoperta di Noto, in Sicilia, terra d’origine della mamma di lei, Marina Di Guardo. La coppia per l’occasione si è ribattezzata The Ferragnez, con tanto di logo, mossa un po’ hollywoodiana con cui gli sposi si sono immersi nell’opulenza di un matrimonio al Sud dell’Italia, e forse in una strategia che punta all’internazionalizzazione dei due.

A dispetto dell’Italia e dell’italianità espressa, anche il Sì è stato un po’ “statunitense”, pronunciato in un giardino nella bellissima Dimora delle Balze, dove gli sposi, circondati da fiori, si sono scambiati reciprocamente le promesse che sono già citazione Chiara Ferragni The Ferragnez Fedez matrimonio wedding Alitalia aereo Leone Lucia - internettualesenza tempo sul web: «Non ho bisogno che il mondo mi ami – ha detto la fashion blogger – perché ci sei tu».

Insomma una promessa che per un istante ha messo da parte il patinato quanto un po’ finto mondo del web e della fotografia, ed ha evidenziato il fatto che i sentimenti, quelli veri, non passano attraverso i social, e che a dispetto dell’amore di milioni di persone è solo quello dell’unica persona speciale del cuore che conta veramente.

secondo abito Dior, con il brano di Fedez scritto per la Ferragni e i simboli della loro storia e del loro amore.

Sembra quasi la storia di una contemporanea Cenerentola, quella di Chiara Ferragni, che anziché perdere la scarpetta se n’era disegnata una collezione di grido tutta sua, che non ha aspettato il principe azzurro che la salvasse, ma ha afferrato con coraggio diadema e scettro diventando prima una principessa della moda, e poi ha coronato il suo sogno d’amore. Perché in questa favola moderna non ci sono dame svenevoli e principi su destrieri bianchi, ma una ragazza di successo che ha creduto in se stessa, ed ha fatto della felicità e l’amore gli amuleti contro tutte le avversità, ed ha sposato il suo principe per vivere per sempre felici e contenti.

Auguri!

 

LIFESTYLE

Alla scoperta dei colori di Peschici e dei sapori del Gargano

Chi mi segue sui social, e su instagram in particolare (se non lo avete ancora fatto, fatelo qui!), lo sa già: la mia prima parte d’estate l’ho trascorsa a Peschici. Si tratta di un biancheggiante paesino arrampicato sulla roccia chiara del Gargano, a nord della Puglia.

Passeggiando per i suoi vicoli di sole e di azzurro, non si ha la sensazione di una piccola località nel sud dell’Italia, ma nell’arcipelago greco delle Cicladi, al quale, questi luoghi, non hanno assolutamente nulla da invidiare.

Con le sue case bianche e le imposte cobalto, Peschici ricorda Santorini o Mykonos. Sono soprattutto questi i colori e le sensazioni che caratterizzano le abitazioni di questi luoghi, dove si arrampicano su pergole e ingressi sgargianti buganvillee. Si passeggia nella storia, tra quelle che dovevano essere le vecchie case dei pescatori e antichi palazzi le cui decorazioni e stucchi narrano ancora di una decaduta nobiltà.

Non fatevi trarre in inganno dalla radice del suo nome, Peschici, che parrebbe alludere alla pesca, perché avrebbe in realtà un’origine slava. Pès, infatti, fa riferimento al suolo sabbioso di questa piccola cittadina pugliese.

Ogni scorcio, ogni angolo, è una pittoresca tela bianca, punteggiata dalle coloratissime ceramiche che gli artigiani del Gargano realizzano nelle loro botteghe.

Peschici, ceramiche

Come in molte altre località del basso Adriatico, tra le costruzioni più caratteristiche della costa peschiciana, ritroviamo i trabucchi. Quelli del Gargano però, a differenza degli omologhi abruzzesi o molisani, sono sempre ancorati alla roccia, agli scogli, e si affacciano sul mare sfidando la gravità e l’equilibrio grazie a sofisticate ponteggiature in legno come palafitte.

Trabucco Monte Pucci

Importati addirittura dai Fenici, i primi trabucchi si diffondono in Abruzzo nel XVIII secolo, quando i pescatori dovettero escogitare una nuova tecnica di pesca che non fosse soggetta alle condizioni meteomarine della zona. Grazie alla loro sporgenza e alla posizione a strapiombo sulla costa, i trabucchi permettono una pesca senza inoltrarsi in mare aperto. Queste costruzioni affascinarono persino lo scrittore Gabriele D’Annunzio, che alla fine del XIX secolo ne diede un’ampia descrizione nel suo romanzo Il trionfo della morte.

Oggi molti trabucchi sono stati riconvertiti in suggestivi bistrot sul mare, dove è possibile mangiare uno squisito pescato, accompagnato da pregiati vini locali. Tra questi c’è il Trabucco Monte Pucci, che domina la costa e il panorama di Peschici, dal quale potrete assistere ad uno dei tramonti più belli del Gargano, e gustare una squisita cena rigorosamente a base di pesce.

Tappa assolutamente obbligatoria per chi visita o soggiorna lungo la costa garganica sono le Isole Tremiti.

Questo piccolo arcipelago secondo la leggenda sarebbe stato originato da Diomede, al punto da essere chiamate isole Diomedee. L’eroe greco, di ritorno da Troia, avrebbe gettato in acqua tre giganteschi massi che sarebbero riemersi sotto forma di isole, e che corrispondono alle isole di San Domino, San Nicola e alla Capraia.

All’acquisto dei biglietti per la traversata in traghetto, alcune agenzie cercheranno di vendervi anche la visita guidata alle grotte, che naturalmente include un supplemento. Il mio consiglio? Scegliete senza indugio di sbarcare all’Isola di San Nicola, l’isola piatta, che si affaccia sul mare per un’altezza massima di 75 metri. Qui infatti anche gli appassionati di archeologia saranno soddisfatti da alcune tracce di insediamenti protostorici del I millennio a.C. e dell’Età del ferro del IX – VII sec. a.C. Oltre alla necropoli, di grande interesse è il complesso abbaziale di Santa Maria a Mare che domina il promontorio dell’isola. Quasi del tutto abbandonato, con suggestivi scorci, è costruito intorno all’omonima chiesa, che sarebbe stata fondata dall’eremita San Nicola nel III secolo d.C.

Ma anche la terraferma non è priva di spunti per gli amanti della cultura, che potranno trovare nel bellissimo Castello bizantino di Peschici, ricostruito da Federico II di Svevia nel XIII secolo, un affascinante quanto spaventoso Museo delle Torture. E se la minuziosa descrizione dei supplizi nelle didascalie vi inquieta, potrete rifarvi con una delle vedute più belle della cittadina garganica.

Peschici si trova a due passi dalla più caotica Vieste, preferita spesso dai giovani in cerca di divertimento. Qui sicuramente farete tappa come me per scoprire Pizzomunno, mastodontico faraglione che caratterizza il profilo viestano, reso ancora più celebre da un brano del cantautore Max Gazzè, la Leggenda di Cristalda e Pizzomunno, che ripercorre favolisticamente tutta la storia.

I colori viestani virano più sul giallo, qui si ha quasi la sensazione di percorrere delle strade scoscese di un piccolo paesino siciliano, con fichi maturi e succosi e un mare da togliere il fiato.

Se siete a caccia di souvenir, vi anticipo che Peschici è la città dei fischietti. Qui infatti ne troverete in terracotta di ogni colore e foggia: dai mestieri agli animali, mentre se volete portare con voi un portafortuna da queste terre, allora dovreste scegliere un Pumo.

Tra i liquori tipici dovete assolutamente assaggiare il Veleno del Gargano, una dolce libagione, aromatizzata con prugno selvatico, venduta in una elegante bottiglia trasparente che ben ne esalta il colore dorato.

Non lasciatevi ingannare dalla tranquillità per famiglie di Peschici, di notte la movida prende vita. Sono tanti i locali e i bar incuneati nelle strade e vicoli del centro storico, che offrono musica dal vivo, ottimi drink ed una suggestiva atmosfera.

Must di questa stagione è stato il Moscow Mule, rigorosamente in piazzetta, tra le luminarie di Sant’Elia e gli squisiti gelati artigianali della Gelateria Michel, dove i gelati del territorio hanno i sapori tipici di questa terra.

Tra i sapori da scoprire la burrata pugliese, rivale della mozzarella campagna, che ben accompagna e rappresenta la gastronomia del territorio.

Se le mie papille e pupille sono state ampiamente soddisfatte, tra panorami mozzafiato e specialità tipiche, un po’ meno lo è stata la mia linea telefonica, che spesso non mi ha consentito l’accesso ad internet e nemmeno una semplice telefonata. Piccolo scotto da pagare per un luogo da sogno immerso nella natura.

Peschici, costa garganica

E per gli amanti del mare, le spiagge del Gargano sono belle, ben organizzate e offrono divertimenti e musica ai bagnanti. Un consiglio: noleggiate un pedalò e fate un giro della costa e delle calette, potrete scorgere persino dei pescatori di fortuna che si immergono per pescare polipi.

Faraglioni, natura e sabbia dorata. Sono queste le componenti che rendono queste coste uniche e che renderanno il vostro soggiorno indimenticabile.

Potrete vedere altre immagini di Peschici e dei luoghi che visito su instagram:

@marianocervone

Se vi va, seguitemi!

ART NEWS

I musei al tempo dei social, tra record e assurde censure. Ecco due storie da conoscere.

In tempi di social il successo di un museo si misura, probabilmente, non soltanto da quello degli ingressi, ma anche dal numero del follower. Le Gallerie degli Uffizi a Firenze si collocano sul gradino più alto di questo primato con 150.000 follower e una media di 3500 like per post e una ventina di commenti (il profilo ufficiale da seguire è questo @uffizigalleries.

Tra le opere più apprezzate l’arte italiana, la Venere di Botticelli, con 13.278 like, la Medusa di Caravaggio, che di cuori ne ha collezionati 9.827 e Giuditta decapitata da Oloferne dell’artista Artemisia Gentileschi con 9.496.

«Il successo globale del canale Instagram degli Uffizi – ha detto in merito Eike Schmidt, direttore delle Gallerie – è anche un successo di conoscenza, di educazione, perché ogni giorno proponiamo un’immagine delle collezioni e un’interpretazione storico-artistica, e spesso pure un brano di poesia del passato e del presente. Questa formula ha trovato tanti seguaci in tutto il mondo: è rigorosamente bilingue in italiano e in inglese, per tutte le età tutte e le generazioni, e infatti siamo il museo che cresce di più in tutto il mondo su Instagram».

Secondo un articolo pubblicato lo scorso anno dal Sole24Ore, il 52% dei musei italiani infatti è social. Sono sempre di più le realtà museali che comunicano la propria offerta, cercando di attrarre nuovi visitatori o creare un senso di fidelizzazione attraverso facebook, twitter, instagram. Ed è proprio instagram il social emergente, con 14 milioni di utenti (italiani) attivi al mese.

Ma per un museo che fa di instagram il suo punto di forza, un altro invece si lamenta di facebook. È una notizia di qualche giorno fa che le istituzioni culturali del Belgio hanno inviato una lettera aperta a Mark Zuckerberg, ceo di Facebook, per lamentarsi della censura.

Secondo le istituzioni belga infatti le nudità di Rubens, pittore fiammingo del XVII secolo, vengono automaticamente censurate e filtrate dal social network in base alle regole di pubblicazione contro i contenuti per adulti.

Il sito VisitFlander ha così diffuso un ironico video in cui le autorità dell’FBi (dell’intelligenza di facebook) invitano tutti i visitatori della House of Rubens ad Anversa che hanno almeno un profilo social a NON guardare i dipinti di Rubens per proteggerli dalle oscenità dei dipinti oggetto di censura del noto social network.

«Indecente – si legge nella lettera – è questo il modo in cui il seno, i glutei e i cherubini di Peter Paul Rubens vengono considerati, ma non da noi, bensì da voi. Potremmo riderci sopra, ma questa censura complica la vita degli attori culturali che vogliono far scoprire le opere dei maestri fiamminghi».

I firmatari di questa lettera aperta invitano il social network a trovare una soluzione al problema poiché, si legge, “Sfortunatamente la promozione del nostro patrimonio culturale unico non è più possibile sul social network più popolare” ha così chiuso Peter De Wilde, ceo di Visit Flander.

Nudità d’arte, capezzoli. Viviamo in un mondo così libero eppure così bigotto da censurare l’arte, senza distinguerla dalla becera pornografia. Un po’ come quando il presidente iraniano, Hassan Rohani, in visita in Italia, chiese di coprire alcune statue a suo giudizio oscene perché nude. Di questo passo i social finiranno, o finirebbero, per censurare anche gran parte della produzione artistica italiana: le Veneri molli e un po’ maliziose di Tiziano, la Fornarina di Raffaello, i nudi possenti di Michelangelo. Una censura, quella digitale, che fa balzare i social indietro di almeno cinque secoli. All’ora era il Concilio di Trento, convocato dalla Chiesa cattolica per arginare la riforma liberale di Martin Lutero, finì con il censurare anche opere di grande valore artistico. Una su tutte proprio il Giudizio Universale del Buonarroti, i cui ignudi furono rivestiti da Daniele da Volterra che, per questa operazione, si vedette etichettare con il soprannome di Braghettone.

È qui che stiamo ritornando? In un’epoca in cui il digitale non riesce a distinguere la bellezza dell’arte dalla pornografia gratuita?

INTERNATTUALE

Presentate all’F8 le nuove funzioni di instagram: ecco tutte le novità

Grandi novità dal mondo dei social e di instagram in partcolare. Se in molti, me incluso, continuiamo ad essere preoccupati per lo shadowban e la minore visibilità che inevitabilmente a colpito le immagini di tutti, Zuckerberg e soci guardano già al futuro e, archiviata la parentesi di fuga dati sensibili, hanno presentato al pubblico dell’F8, la conferenza degli sviluppatori facebook dove sono state presentate i cambiamenti che interesseranno il web.

A entrare nel mirino del social network sono adesso Tinder e le app di incontri. Pare infatti che all’interno della piattaforma social sarà possibile incontrare persone, proseguendo l’ottica di connessione tra le persone sempre più reale e meno virtuale.

immagine Later.com

Tante le novità anche per quanto riguarda instagram. Gli amanti del social fotografico infatti presto si relazioneranno con una nuova home page. La novità più grande, presentata ieri all’F8, riguarda proprio Instagram Explorer, completamente ridisegnata, e che pare arriverà molto presto.

immagine da Later.com

La nuova home page, pare, che non mostrerà soltanto un con i post più popolari in base a ciò che ti piace e a ciò che si guarda, ma consentirà di navigare i contenuti a seconda dei propri interessi attraverso la funzione “canali“.

Questa funzione renderà l’esperienza di navigazione più personale, permettendo agli utenti di scegliere cosa guardare e con cosa interagire, ma soprattutto con post che ti piacciono davvero, piuttosto che guardare post che instagram “pensa” ti possano piacere.

Questo forse dovrebbe un po’ aprire anche gli utenti dalle micro o macro bolle dei propri follower permettendo un maggior engagement.

L’intelligenza artificiale, sulla quale sempre più prodotti puntano, interesserà anche instagram e, ha detto Tamar Shapiro, che questo algoritmo opererà una classificazione dei contenuti, con un risultato più personalizzato.

Se adesso è possibile chattare con un altro utente e rendere questa videochat live, una delle nuove funzioni che sarà aggiunta sul social fotografico è la possibilità di fare videochat di gruppo in privato, con una nuova icona che apparirà nella sezione messaggi in alto a destra.

Ancora filtri e realtà aumentata. Il social continua a fare battaglia (vincendo) a Snapchat, con l’aggiunta di nuove divertenti funzioni, con la possibilità di creare filtri personalizzati, per la gioia di brand e influencer.

Molti amano condividere nelle proprie stories la musica che ascoltano. Ma se finora dovevate accontentarvi del silenzioso screenshot di Spotify, con i prossimi aggiornamenti, come già accade per facebook, potrete condividere i brani che state ascoltando direttamente attraverso Spotify, includendo così anche l’audio.

E infine, per combattere il bullismo, il social network di fotografia includerà una funzione che impedirà commenti offensivi o molesti.

Non c’è ancora una data ufficiale, per il momento dobbiamo aspettare, ma una cosa è sicura: presto ci saranno nuovi cambiamenti.

Le immagini da later.com, qui l’articolo con tutte le informazioni.

INTERNATTUALE, LIFESTYLE

Instagram “shadowban”: come evitare il ban delle foto dal nuovo algoritmo

Nelle settimane passate vi ho parlato dello shadowban. Che cos’è? Chi usa instagram sa bene che il social network fotografico già da tempo sta aggiornando l’algoritmo con cui le nostre immagini (e i video) vengono mostrati agli altri. Lo shadowban è quel fenomeno che riduce notevolmente la visibilità delle vostre immagini tra chi non segue il vostro account. Una bolla virtuale che rinchiude le vostre foto nel solo recinto dei followers.

Se nel precedente articolo (che vi linko qui) molto spazio avevo dato alle informazioni reperite dal web su siti specializzati, quello che state per leggere adesso è invece frutto di una mia personale ricerca basata sulla mia esperienza con l’app di Zuckerberg.

Chi mi segue sa che il mio, come quello di molti altri che fanno comunicazione, è un account business. Le ragioni per cui mi occorre un profilo di questa tipologia sono molteplici, e spesso esulano la narcisistica ragione di includere la dicitura “blogger” sotto al mio nome.

Un account business, infatti, a differenza di uno tradizionale, include tutta una serie di funzioni aggiuntive tra cui le statistiche, tracciando anche l’origine dei propri visitatori, e i link nelle stories, che spesso utilizzo per rimandarvi direttamente ad articoli come questo.

Per questo motivo trovavo già strano che molti siti specializzati consigliassero agli account business di ritornare al profilo tradizionale per uscire da questo fantomatico shadowban.

Comincio subito con le buone notizie: lo shadowban non riguarda l’account, ma solo la singola foto.

Come l’ho scoperto? Perché ho notato che, a dispetto del calo (ormai fisiologico) di like, alcune immagini continuano a riscuotere più successo di altre, il che suggerisce che il “blocco” non va ad incidere su tutto il profilo, ma soltanto su alcune foto che, classificate come “spammose” (che l’Accademia della Crusca mi passi il termine!) saranno “shadowbannate”.

Come faccio a saperlo?

Molti di voi avranno consultato il sito https://shadowban.azurewebsites.net che riportava un risultato senza dubbio fuorviante in merito al vostro stato e a quello delle vostre foto. Ma ieri, in modo del tutto casuale, sono inciampato su di un tool ben più affidabile, che compara le ultime dieci immagini del vostro profilo per capire se e quali immagini sono state effettivamente bannate.

Il link è questo qui, https://triberr.com/instagram-shadowban-tester

Dopo aver inserito il nick dell’account instagram che volete controllare, il sito farà una analisi degli ultimi dieci posto, dicendovi se tra questi ci sono delle foto shadowbannate, ovvero oscurate, e quali siano gli hashtag da eliminare.

Sembra infatti che instagram stia facendo una vera e propria battaglia per un uso più consapevole e attinente alle immagini. Se prima infatti era produttivo ricorrere a tutti e 30 hashtag consentiti, adesso bastano pochi, ma mirati hashtag, e augurarsi che la propria immagine sia abbastanza interessante da suscitare reazioni e like reali, che non siano più determinate dai BOT (gli automatismi) che prima invece il social consentiva.

Era mia abitudine, come forse anche la vostra, inserire tutta una lunga lista di hashtag nel primo commento dell’immagine, ma spesso così facendo si rischia di sceglierne alcuni che instagram considera spam, soprattutto se utilizzate programmi come Tag o’ matic, che se da un lato sono particolarmente utili per trovare spunti per quelli correlati e darvi qualche idea, dall’altro vi portano il rischio di utilizzare quelli che instagram ha invece segnalato come uso inappropriato.

Ragion per cui un altro consiglio è quello di usare gli hashtag con moderazione e pertinenza alle vostre foto.

Inutile inserire #sunnyday per una foto che magari ritrae un prato fiorito.

Un altro fattore da non sottovalutare è la qualità delle vostre immagini. Era un consiglio che mi faceva arrabbiare quando lo ritrovavo su altri siti, perché anche io peccavo forse un po’ di presunzione ritenendo che le mie immagini fossero qualitativamente valide. Ma mi è bastato fare un giro dello stream principale, per vedere che la competizione si fa sempre più dura, tra i professionisti del settore, le reflex e colori sempre più brillanti.

Evitate dunque foto troppo “filtrate”, a meno che voi non vogliate restituire una atmosfera specifica, ma inutile ricorrere ad un filtro vintage per una Ford Ka. La nuova moda, avrete notato, è quella di foto apparentemente naturali. Quindi giocate con i livelli, le curve, i contrasti, le saturazioni, i colori.

Se invece volete farvi notare per uno stile ben preciso, allora lavorate sulla vostra identità fotografica (queste invece le ragioni per cui io ho deciso di farlo), ma siate perfettamente riconoscibili nel marasma di immagini che quotidianamente vengono pubblicate.

Sembra banale suggerirlo, ma create una interazione con i vostri contatti. Non bisogna mai partire dalla presunzione di avere qualcosa e dare per scontato che ci sia un pubblico disposto ad ascoltare, perché quello dei social è un mondo dove ognuno dice cose più o meno interessanti. Sta dunque a noi saperci raccontare e destare interesse: fate domanderaccontate cosecreate un vostro personale “storytelling.

Infine ultimo suggerimento, ma non meno importante: una brutta foto non vale la pena di essere pubblicata. Se avete degli scatti che non vi convincono, utilizzateli al massimo per le vostre stories, così da tenere vivo il vostro account, senza però incidere sulla qualità del vostro lavoro. Non serve a niente documentare ogni singola portata del pranzo di Natale, o fotografare ogni anno il mare che fa da sfondo alle gambe nude al sole come wurstel.

Date importanza al contenuto delle vostre immagini così come alla loro forma, seguite le mode, ma non confondetevi con la massa. L’importante è sapersi distinguere.

È difficile emergere, soprattutto quando non ci sono agenzie che curino i vostri contenuti e vi suggeriscano strategie ben precise.

E in ultimo, ma non meno importante: INSISTETE, INSISTETE, INSISTETE.

Se volete seguirmi, il mio instagram è questo:

http://instagram.com/marianocervone

ART NEWS, INTERNATTUALE

Dietro la frase che gira tra gli instagrammer napoletani

«Entrate, ma non cercate un percorso. L’unica via è lo smarrimento». È questa la frase che continua a rincorrersi da settimane nelle foto su instagram e sui social in generale. In molti probabilmente avranno già intuito di cosa si tratta e di cosa sto parlando, ma se siete tra quelli che non lo sanno, allora questo post fa per voi e la vostra, spero, curiosità.

Dallo scorso 3 dicembre infatti nei geotag di Napoli su instagram, il social network fotografico per eccellenza, è comparsa la frase dall’eco dantesca: scritta a caratteri cubitali in bianco su fondo nero, interpretata dai vari internauti secondo il proprio stile, non vuole essere un messaggio di benvenuto, ma, probabilmente, un monito per chi varcherà quella porta.

Non si tratta però di una versione contemporanea della Divina Commedia, ma di un messaggio con cui il professor Vittorio Sgarbi accoglie i visitatori all’interno della sua mostra, il Museo della Follia, allestita da qualche mese nella Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta a Napoli, in Via Tribunali.

Autrice della frase è in realtà uno degli autori della rassegna, Sara Pallavicini, che è stata fatta propria dal noto critico d’arte.

Un’iscrizione fortemente voluta per esprimere il senso di un percorso che indaga la follia nelle sue molteplici sfumature.

La mostra, aperta al pubblico fino al 27 maggio, vuole essere un’ampia riflessione sul tema della follia e su tutti quegli artisti, geniali, ritenuti da noi contemporanei convenzionalmente folli.

Un percorso di storia dell’arte, ma anche una riflessione su quelli che erano “manicomi” e sui cosiddetti O.P.G., ospedali psichiatrici giudiziari.

Da Goya a Maradona, questo il sottotitolo di un percorso che va dal XIX secolo fino all’arte contemporanea, e che include nel novero delle sue opere anche dei lavori dedicati all’ex numero 10 del Napoli, genio indiscusso del calcio qui visto provocatoriamente come un Michelangelo contemporaneo.

Pitture, sculture, video-installazioni, momenti di interazione con le opere. Un successo di pubblico che già tanti partenopei (e stranieri) ha conquistato, che vengono a frotte per smarrirsi. Letteralmente.

Intenso Una Santa Monaca guarisce una giovane inferma di Goya, distante dalle iconiche “Maje”, che qui interpreta un momento quasi intimo, una guarigione fisica in cui egli stesso, malato, confidava.

L’artista contemporaneo Cesare Inzerillo ha invece omaggiato la città di Napoli con tante opere: dal beneaugurante quanto colossale corno rosso coronato, all’opera centrale, la Griglia, con i volti, alcuni oscurati perché ancora in vita, di chi ha patito e vissuto sulla propria pelle la detenzione, a volte coercitiva e violenta, in un istituto di igiene mentale.

Frammenti di anime, che l’artista coglie con vivido pathos, spingendo i visitatori ad una doverosa considerazione sul significato più profondo di una degenza forzata o di essere considerati pazzi anche semplicemente per una stravaganza o una diversità.

Immancabile, in un evento di tale spessore, un riferimento a Franco Basaglia, psichiatra e neurologo italiana, cui va il merito di aver rivoluzionato il concetto di salute mentale, artefice di una revisione ordinamentale degli ospedali psichiatrici nel nostro Paese, perché, come dice una delle sue massime, di erasmiana memoria, estratta da Conferenze brasiliane (del 1979): «In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione».

INTERNATTUALE

Il primo appuntamento nell’era di internet: ecco com’è incontrarsi dopo la chat

Nell’era di internet il primo appuntamento è spesso il seguito di una primigenia conoscenza virtuale.

È un po’ come un colloquio di lavoro: superata la prima preselezione fotografica, con scatti dell’estate a Scauri dell’’85, il ritocco fotografico in stile Vogue, il filtrino instagram che trasforma anche i bruchi in farfalle, ha inizio quest’apparentemente confidenziale conversazione. Spesso via Skype, con tanto di webcam HD attiva, le luci giuste da far concorrenza a Barbara D’Urso e l’inquadratura mezzo-busto à la Lilli Gruber, per nascondere quella massa adiposa che non riusciamo a smaltire dal Natale del ’95 da nonna.

Una scheda del browser su Google e l’altra sul traduttore, per arricchire conoscenze e cultura in realtà inesistenti, fingendo di sapere chi sia un Lannister, che la squillo in Pretty Woman era Julia Roberts e non Lory Del Santo, o persino come salutare in swahili per fare bella figura. Insomma per inserire esperienze fittizie in un curriculum altrimenti vuoto.

E subito si parte con una sequela di domande che è sempre la stessa: “Che lavoro fai?”, “Da dove?”, “Che cerchi?”, “Che fai nel tempo libero?” al punto da non sapere se ti sei iscritto ad un sito di incontri o all’Istituto Nazionale di Statistica.

Dopo qualche ora di conversazione, ci si convince che l’interlocutore virtuale dall’altra parte dello schermo sia quell’anima gemella che la vita reale ci ha invece negato, così lanciamo il numero di telefono, tendando la fortuna come il giocatore ai dadi in un Casino di Las Vegas.

La preselezione è superata. Abbiamo un appuntamento che ha strappato il nostro sabato sera all’ennesima puntata di C’è Posta per Te.

Mentre sei in bagno ad estirpare anche l’ultimo bulbo pilifero come Anna Tatangelo le sopracciglia nel 2008, pregusti già l’attesa per questo nuovo volto D&G col corpo da intimo di Calvin Klein che ti parla dallo schermo.

È solo quando scendi in macchina che ti accorgi che il Gabriel Garko sembra più Gabriele Cirilli, che la Jessica Rizzo assomiglia a Jessica Fletcher, e che aveva, del tutto casualmente, dimenticato di dirti di avere dieci anni di più (che nella realtà sembrano almeno dodici e che di fatto sono quindici), mentre tu stai già maledicendo i loro amici fotografi che proprio non perdono il vizio di fare esperimenti con la reflex.

La serata prosegue stancamente, ricordando le ultime quindici uscite, mentre entrambi vi chiedete come mai siano finite più in fretta della carriera di Alberto Tomba nel cinema, quando scopri che crede che Colazione da Tiffany sia un libro di ricette di Benedetta Parodi e che quelle citazioni virtuali arrivavano in realtà da aforismi.it, strascicate tra gerghi dialettali, che giustificano quelle K su WhatsApp che fingevi di non notare.

È in quel momento che capisci che la tua era soltanto una proiezione mentale, e che chi ti sta parlando ha il quoziente intellettivo di Sara Tommasi.

Una serata tutto sommato come tante. Tu sei lì a fissare il volto del tuo interlocutore, e proprio mentre ti convinci che anche Barbra Streisand ha un suo fascino nonostante il nasone, che anche Kate Upton c’ha un filo di pancia, e saresti disposto a soprassedere persino su quei crateri, che eufemisticamente chiama rughe d’espressione, che il filtro “amaro” di instagram aveva nascosto come tasse all’Agenzia delle Entrate, arriva già la sentenza di Mister Braccino corto dell’83, che, con la stessa voglia di pagare di un portoghese a Genova, ti chiede di dividere il conto un attimo prima di dirti (onestamente, s’intende) “non sei il mio tipo”.

Sì, ‘sta divinità di instagram e ‘sto bidet (ignorante) coi capelli, ti ha appena liquidato, e adesso pare sia pure seccato di riaccompagnarti a casa, mentre tu maledici la tua superficialità, giurando a te stesso che è la prima volta che ti lasci abbindolare on-line da un foto che sembrava uno scatto del calendario Maxim.

INTERNATTUALE, LIFESTYLE

Ecco perché il mio feed su instagram è così diverso da tutti gli altri

In pochi lo sanno, ma lo scorso ottobre instagram ha compiuto sette anni. Se all’inizio questo social network dedicato alla fotografia aveva fatto la gioia di chi come me amava il fascino vintage di polaroid e foto d’epoca, che era possibile ricreare con i suoi famosi filtri, col passare del tempo è diventato qualcosa d’altro, ed ha perso quella spontaneità, quell’“instant” delle nostre foto che ci divertivamo a pubblicare semplicemente per celebrare un momento. Oggi sono oltre 700 i milioni di utenti iscritti. In Italia quelli attivi sono ben 8 milioni. Per rendervi conto della portata di questo fenomeno, basti pensare che è l’equivalente di una prima serata di Sanremo in TV, in termini di audience. Tutti i giorni.

Il 53% degli utenti del nostro paese sono donne. Appassionate di moda soprattutto, ma anche fotografe, fashion e food blogger.

Da foto distratte fatte con rudimentali camere degli smartphone, instagram si è trasformato, e continua a trasformarsi, in un network di professionisti e, compresa la grande importanza di questo social in ascesa, ognuno tenta più o meno maldestramente di rubare un pezzetto di notorietà da questo grande pubblico che ruota intorno a fotografie perfette e attimi finti.

Gran maestri del selfie, professionisti della posa plastica, visual e interior designer, ma soprattutto fotografi e videomaker. Ricreiamo situazioni con lo smaccato intento di affascinare, raccogliere like e commenti, per crescere o creare popolarità.

Instagram ormai ha perso l’immediatezza che contraddistingueva le nostre prime immagini, mutandosi in una vera e propria guerra dell’immagine a colpi di relflex e shooting fotografici.

Feed sempre più concettuali e monocromatici, ognuno alla ricerca di un proprio stile, o soggetto, che paradossalmente lo rende uguale agli altri: finto.

Basta fare un giro nella ricerca per accorgersi che, fatta eccezione per influencer e personaggi famosi, l’home page è un tripudio sì di raffinatezza e cura dei dettagli, ma a svantaggio di quella “istantaneità”, è proprio il caso di dirlo, con cui un tempo ci raccontavamo.

Come se app e filtri per raggiungere quell’innaturale aspetto di perfezione non fossero già stati abbastanza, ecco che per provare a risalire la china, o i trend, bisogna imparare ad essere fasulli.

Colazioni sempre più abbondanti, variegate e ricche, in finissime porcellane e toni pastello. Pranzi e cene rigorosamente scattati dall’alto, da quella verticalità di immagine cui ci stiamo abituando. E poi newsfeed color crema con poche nuance delicate ad enfatizzare uno stile proprio, omologandosi però alle mode imperanti del web.

il feed del mio profilo @marianocervone

Il risultato è feed belli da vedere, ma impersonali. Immagini che non contrastano con le altre, che seguono concept ben precisi, ma che non raccontano più una persona, ma solo la professione. Un popolo di pseudo-famosi senza un reale pubblico, ma circondati da altri che vorrebbero emergere da questo mare di profili anonimi.

Per un po’ ci ero cascato anche io. Mi ero fatto prendere da questa smania virtuale di piacere ad ogni costo, dal brand che ti regala questo o quello e tu devi in qualche modo promuoverlo, lasciandomi sedurre dal narcisistico potere del like, da quei tanti cuoricini che ti danno quell’illusoria sensazione di sentirti amato e ammirato al pari di una vera star, quando molti invece provenivano da BOT, un sistema di automatizzazione di azioni che consente di far crescere il proprio profilo attraverso una meccanica interazione di profili.

La sete di popolarità aumenta, e per sedarla si comincia a postare foto in orari strani: emisfero est, emisfero ovest, Stati Uniti, 12.00, 17.00, si cominciano a mettere insieme una serie di nozioni trovate per caso sul web che si rincorrono a piccoli esperimenti quotidiani.

Poi nel maggio scorso instagram cambia la sua politica, abolendo i BOT, abolendo tutti quei servizi che da instagress in poi consentivano, tramite il pagamento di un abbonamento, di mettere like e commenti senza star lì delle ore a farlo materialmente. Cambia l’algoritmo, i trasgressori saranno puniti con lo shadowban, una sorta di “bolla” in cui vengono rinchiusi, che consentirà di mostrare le foto soltanto a chi già segue il proprio profilo, senza comparire nella ricerca senza risalire i trend. Un esilio virtuale senza una reale soluzione: tanti i consigli e le voci che si rincorrono sul web, sui canali YouTube, poche le informazioni affidabili per poterlo evitare o eliminare.

In questo modo si premiano le foto, le interazioni si fanno reali, la guerra più accesa. Se da un lato l’algoritmo rende difficile la vita di coloro che cercavano scappatoie verso una celebrità irreale, adesso sono i contenuti quelli che contano davvero.

E allora scatti professionali, bokeh, luoghi esotici e location di grido. Rapporti genuini che si basano su di una finzione scenica, come un proscenio teatrale.

È per questo motivo che nel mio profilo, @marianocervone, troverete soltanto immagini mie, fatte con il mio telefono, tratte da momenti reali della mia vita, dove anche le mise en scene sono la semplice ricerca estetica di un qualcosa che sto facendo davvero: che sia un tè, un regalo, la lettura di un romanzo o un piatto che mangio è la pura espressione della bellezza di una vita che amo e che mostro così com’è. Perché è questo che dovremmo raccontare di nuovo tutti su instagram, gli istanti reali.