INTERNATTUALE, LIFESTYLE

Instagram “shadowban”: come evitare il ban delle foto dal nuovo algoritmo

Nelle settimane passate vi ho parlato dello shadowban. Che cos’è? Chi usa instagram sa bene che il social network fotografico già da tempo sta aggiornando l’algoritmo con cui le nostre immagini (e i video) vengono mostrati agli altri. Lo shadowban è quel fenomeno che riduce notevolmente la visibilità delle vostre immagini tra chi non segue il vostro account. Una bolla virtuale che rinchiude le vostre foto nel solo recinto dei followers.

Se nel precedente articolo (che vi linko qui) molto spazio avevo dato alle informazioni reperite dal web su siti specializzati, quello che state per leggere adesso è invece frutto di una mia personale ricerca basata sulla mia esperienza con l’app di Zuckerberg.

Chi mi segue sa che il mio, come quello di molti altri che fanno comunicazione, è un account business. Le ragioni per cui mi occorre un profilo di questa tipologia sono molteplici, e spesso esulano la narcisistica ragione di includere la dicitura “blogger” sotto al mio nome.

Un account business, infatti, a differenza di uno tradizionale, include tutta una serie di funzioni aggiuntive tra cui le statistiche, tracciando anche l’origine dei propri visitatori, e i link nelle stories, che spesso utilizzo per rimandarvi direttamente ad articoli come questo.

Per questo motivo trovavo già strano che molti siti specializzati consigliassero agli account business di ritornare al profilo tradizionale per uscire da questo fantomatico shadowban.

Comincio subito con le buone notizie: lo shadowban non riguarda l’account, ma solo la singola foto.

Come l’ho scoperto? Perché ho notato che, a dispetto del calo (ormai fisiologico) di like, alcune immagini continuano a riscuotere più successo di altre, il che suggerisce che il “blocco” non va ad incidere su tutto il profilo, ma soltanto su alcune foto che, classificate come “spammose” (che l’Accademia della Crusca mi passi il termine!) saranno “shadowbannate”.

Come faccio a saperlo?

Molti di voi avranno consultato il sito https://shadowban.azurewebsites.net che riportava un risultato senza dubbio fuorviante in merito al vostro stato e a quello delle vostre foto. Ma ieri, in modo del tutto casuale, sono inciampato su di un tool ben più affidabile, che compara le ultime dieci immagini del vostro profilo per capire se e quali immagini sono state effettivamente bannate.

Il link è questo qui, https://triberr.com/instagram-shadowban-tester

Dopo aver inserito il nick dell’account instagram che volete controllare, il sito farà una analisi degli ultimi dieci posto, dicendovi se tra questi ci sono delle foto shadowbannate, ovvero oscurate, e quali siano gli hashtag da eliminare.

Sembra infatti che instagram stia facendo una vera e propria battaglia per un uso più consapevole e attinente alle immagini. Se prima infatti era produttivo ricorrere a tutti e 30 hashtag consentiti, adesso bastano pochi, ma mirati hashtag, e augurarsi che la propria immagine sia abbastanza interessante da suscitare reazioni e like reali, che non siano più determinate dai BOT (gli automatismi) che prima invece il social consentiva.

Era mia abitudine, come forse anche la vostra, inserire tutta una lunga lista di hashtag nel primo commento dell’immagine, ma spesso così facendo si rischia di sceglierne alcuni che instagram considera spam, soprattutto se utilizzate programmi come Tag o’ matic, che se da un lato sono particolarmente utili per trovare spunti per quelli correlati e darvi qualche idea, dall’altro vi portano il rischio di utilizzare quelli che instagram ha invece segnalato come uso inappropriato.

Ragion per cui un altro consiglio è quello di usare gli hashtag con moderazione e pertinenza alle vostre foto.

Inutile inserire #sunnyday per una foto che magari ritrae un prato fiorito.

Un altro fattore da non sottovalutare è la qualità delle vostre immagini. Era un consiglio che mi faceva arrabbiare quando lo ritrovavo su altri siti, perché anche io peccavo forse un po’ di presunzione ritenendo che le mie immagini fossero qualitativamente valide. Ma mi è bastato fare un giro dello stream principale, per vedere che la competizione si fa sempre più dura, tra i professionisti del settore, le reflex e colori sempre più brillanti.

Evitate dunque foto troppo “filtrate”, a meno che voi non vogliate restituire una atmosfera specifica, ma inutile ricorrere ad un filtro vintage per una Ford Ka. La nuova moda, avrete notato, è quella di foto apparentemente naturali. Quindi giocate con i livelli, le curve, i contrasti, le saturazioni, i colori.

Se invece volete farvi notare per uno stile ben preciso, allora lavorate sulla vostra identità fotografica (queste invece le ragioni per cui io ho deciso di farlo), ma siate perfettamente riconoscibili nel marasma di immagini che quotidianamente vengono pubblicate.

Sembra banale suggerirlo, ma create una interazione con i vostri contatti. Non bisogna mai partire dalla presunzione di avere qualcosa e dare per scontato che ci sia un pubblico disposto ad ascoltare, perché quello dei social è un mondo dove ognuno dice cose più o meno interessanti. Sta dunque a noi saperci raccontare e destare interesse: fate domanderaccontate cosecreate un vostro personale “storytelling.

Infine ultimo suggerimento, ma non meno importante: una brutta foto non vale la pena di essere pubblicata. Se avete degli scatti che non vi convincono, utilizzateli al massimo per le vostre stories, così da tenere vivo il vostro account, senza però incidere sulla qualità del vostro lavoro. Non serve a niente documentare ogni singola portata del pranzo di Natale, o fotografare ogni anno il mare che fa da sfondo alle gambe nude al sole come wurstel.

Date importanza al contenuto delle vostre immagini così come alla loro forma, seguite le mode, ma non confondetevi con la massa. L’importante è sapersi distinguere.

È difficile emergere, soprattutto quando non ci sono agenzie che curino i vostri contenuti e vi suggeriscano strategie ben precise.

E in ultimo, ma non meno importante: INSISTETE, INSISTETE, INSISTETE.

Se volete seguirmi, il mio instagram è questo:

http://instagram.com/marianocervone

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LIFESTYLE

Phone-Case in legno, elegante accessorio di tendenza e di qualità

Chi ama la moda lo sa bene, il mondo del fashion non è fatto soltanto di stili, fantasie e colori, ma anche di materiali, e uno dei trend maggiori degli ultimi anni è sicuramente il legno. Occhiali da sole, orologi, bracciali, ma anche cover per telefoni. Sì, ci fanno letteralmente di tutto, ed anche io mi sono fatto prendere da questa wood-mania che sta spopolando.

Ho scelto così una cover per il mio iPhone, fedele compagno di viaggio e strumento indispensabile per i miei racconti sul web.

Mi piaceva l’idea del legno perché credo sia un materiale resistente, raffinato, che rappresentasse una elegante protezione per il mio telefono.

Ho navigato per un’ora circa il sito woodnstuffonline.com, letteralmente ammaliato dalle diverse tipologie di scocca per il mobile, e dai tanti accessori glamour del loro catalogo virtuale.

Alla fine la mia scelta è ricaduta su di una cover TITIKATA in legno di palissandro. Una basic, non particolarmente lavorata o rifinita come altre, che dà soprattutto risalto alle venature nerastre di questo prezioso legno di origine brasiliana.


Perfettamente integra nel suo involucro di polistirolo, la cover è arrivata dopo appena qualche giorno con un pacco ordinario da firmare, una vera garanzia per chi come me è sempre in giro e non ha il portiere, perché rappresenta la certezza di ricevere o rintracciare comunque il proprio pacco e, a limite, andare a ritirarlo.

È stato il perfetto regalo di bentornato dopo il mio viaggio a Milano. Chi mi segue su instagram lo sa già, sono stato nella capitale lombarda per qualche giorno, alla scoperta delle ultime tendenze culturali e non solo, e dopo aver visto tendenze e stravaganze post-fashion-week sono felice di pubblicare un post su di un accessorio come questo phone-case, che è assolutamente bello da vedere, al punto che la mia nuova tentazione è quella di poggiare al contrario il telefono sulla mia scrivania, ma è anche molto piacevole al tatto. Liscio, resistente, che si adatta perfettamente alle forme del mio smartphone, e che non ostruisce in alcun modo i tasti laterali di funzionamento, quello di accensione o fori vitali come quelli di carica e cuffia, spesso ostacolati o parzialmente coperti da cover di scarsa qualità o farlocche.

Alta qualità e basso costo, è soprattutto questo il binomio di woodnstuffonline.com che presenta una grande varietà di modelli, per gli amanti di Samsung o della mela di Cupertino, ma anche per tutti coloro che non rinunciano a seguire la moda senza per questo dover spendere tanto o troppo.

LIFESTYLE

Aroundly, l’app gratuita che trasforma lo smartphone in guida turistica virtuale personalizzata

È la storia di un sogno, di un’amicizia e di riscatto del Sud, quella di Aroundly, applicazione mobile che sta rapidamente scalando le classifiche di download negli store digitali, che permette di trasformare un viaggio in un percorso esperienziale e, al tempo stesso, social. Un nuovo modo di scoprire la propria città grazie a chi la conosce meglio o scoprirne di nuove attraverso gli occhi di chi le conosce meglio, e che trasformerà la propria visita in un’esperienza da condividere.

Disponibile per iOS e Android dallo scorso dicembre, Aroundly è un fenomeno anche virale che si sta rapidamente diffondendo sui profili instagram dei travelblogger di tutta Italia, ed io, in quanto viaggiatore novizio che si appropinqua a scoprire le bellezze della nostra penisola, non potevo esimermi dall’intervistare il suo creatore, Vito Santarcangelo.

Ingegnere informatico di 30 anni e PhD Student in Computer Vision presso l’Università di Catania, Vito decide nel 2014 di fondare la iInformatica S.r.l.s. insieme al suo migliore amico Giuseppe Oddo, conosciuto nelle aule del politecnico di Bari. Oggi la società è composta da un team di ragazzi provenienti dal Sud (tra cui un napoletano) e si propone come obiettivo quello di realizzare esperienze digitali, che hanno una particolar vocazione per l’innovazione. Ad aiutarli nell’impresa tutto un team di programmatori.

Partiamo dall’inizio: che cos’è Aroundly?

«È un esperimento scientifico e sociologico innovativo di guida turistica virtuale personalizzata».

Negli store si legge che Aroundly consente di scoprire percorsi inediti: come funziona esattamente?

«Il progetto brevettato dalla iInformatica è un sistema di navigazione personalizzato sulle caratteristiche del singolo viaggiatore, considerando anche sesso, età, compagnia, stile di viaggio e tempo a disposizione. E dà la possibilità di condividere il proprio tour con altre persone in un’ottica di “leader-followers”».

Perché un viaggiatore, o traveller come si definiscono oggi, dovrebbe scaricarla?

«Aroundly ha una base di conoscenza costruita da esperti del posto. In ogni città sono stati coinvolti ragazzi esperti del proprio territorio. L’applicazione, infatti, annovera molti brillanti giovani delle varie accademie delle belle arti italiane. Non è la classica app con un elenco o mappa di monumenti da visitare, ma rappresenta una esperienza egocentrica costruita su misura che accompagna il viaggiatore come un amico del posto».

Come nasce l’idea di quest’app?

«L’idea è ben rappresentata dalla frase del video di lancio, realizzato dal regista Nicolò Montesano: “buon istante a tutti i viaggiatori”. L’obiettivo dell’app è quello di valorizzare ogni istante del proprio viaggio e regalare emozioni in una esperienza digitale completamente nuova».

Qual è il concept che c’è dietro?

«In un mondo caratterizzato da una forte attenzione alla singola persona (basti pensare ad instagram, social network egocentrico per antonomasia), abbiamo pensato di voler rendere unica l’esperienza del viaggio, cercando di fornire contenuti utili anziché generici che caratterizzano la maggior parte delle app turistiche e i siti on-line. Il tutto finalizzato ad una valida promozione e valorizzazione del nostro territorio, in cui spesso il turista, straniero e non, si trova disorientato».

L’app è per ora disponibile per alcune città del Sud Italia: quali sono le prossime città in cui sarà possibile utilizzarla?

«L’app annovera dieci città del sud e un solo esperimento al nord, con Trieste. Sbarcherà a giorni in Puglia con il lancio di Alberobello e Lecce. Per la Basilicata ci sarà il lancio di Maratea. È anche previsto un esperimento all’estero, nella città bulgara di Plovdiv, che sarà capitale europea della cultura del 2019 insieme alla mia Matera. Stiamo raccogliendo numerosissime proposte di molti ragazzi per l’estensione di Aroundly in altre città, e ciò ci rende notevolmente orgogliosi e fiduciosi sul futuro dell’app».

Non solo travel, ma anche, se vogliamo, “social”…

«Conoscere nuova gente e condividere l’esperienza sono gli ingredienti vincenti per vivere al meglio il proprio viaggio».

Quanto impegno richiede oggi sviluppare un’applicazione?

«Aroundly ha richiesto uno sviluppo di oltre un anno. App più semplici come iPlaya, una delle nostre prime app, realizzata per la gestione degli stabilimenti balneari e prenotazione degli ombrelloni, ha richiesto quattro mesi».

Chi sono gli sviluppatori?

«L’app ha visto la firma dei nostri brillanti dipendenti Michele Di Lecce e Vincenzo Ribaudo. Alcune delle nuove funzionalità sono state sviluppate da Alberto Tuzzi e Diego Sinitò. Tutta la grafica invece è stata realizzata da Antonio Ruoto».

Quanto è difficile fare impresa al Sud oggi?

«È uno scenario complesso, ma dalla sua complessità nascono sfide altamente motivanti. Il team tutto made in Sud, siciliani, campani, sardi e lucani, è sicuramente il nostro punto di forza oltre che motivo di orgoglio».

Cosa speri per il futuro di questa app?

«Aroundly è un’iniziativa no-profit e mi auguro possa estendersi su tutto il territorio nazionale e possa diventare anche un punto di riferimento per i turisti oltre i confini della nostra nazione».

Cosa suggerisci a chi viaggia con Aroundly?

«Di raccontarsi ad Aroundly. È la cosa migliore per modellare un percorso personalizzato, grazie all’intelligenza artificiale della nostra app».

Un viaggio che ognuno dovrebbe fare nella vita…

«Consiglio a tutti un tour del Sud Italia. La nostra Italia meridionale regala sempre esperienze magiche grazie ai suoi posti unici, che raccontando di storia, culture e tradizioni restituiscono esperienze sensoriali fatte di immagini, suoni e profumi indimenticabili».

Per maggiori informazioni:

www.aroundly.it

www.iinformatica.it

INTERNATTUALE

Vivete in diretta sì, ma nella vita vera, no in un video su facebook

Mutuata dall’app Periscope, la nuova moda imperante in questo momento su facebook è senza dubbio quella del “video in diretta”. Lanciata già alla fine della scorsa primavera, questa nuova funzione è diventata trend soltanto a partire dall’estate, quando tutti, armati di smartphone, hanno cominciato a familiarizzare con l’occhio della telecamera e trasmettere “in diretta” dal posto in cui si trovavano in vacanza. Oltre il selfie, oltre il video pre-registrato, oltre lo stato e lo spesso ingiustificato motivo di dire ciò che si pensa.

La voglia di mostrarsi e (dire di) esserci è sempre più grande, e così si fa sapere agli altri cosa si sta facendo in quel momento, mostrandolo.

Video spesso fatti da soli, lontani da occhi indiscreti che possano scorgerci mentre parliamo con il telefono in mano cercando in vano di sembrare spontanei, e che trasudano di solitudine e voglia di attenzione.

Una nuova forma di esibizionismo, questa, spesso fondata sul nulla, che mostra soltanto la vacuità di monologhi monosillabici fondamentalmente inutili, rivolti ad una silenziosa platea virtuale cui interessa ancora meno, per di più stizzita dalle tante notifiche rosse che ogni giorno inondano il telefono cellulare e il proprio profilo facebook per segnalare che Tizio o Caio stanno trasmettendo ora in diretta.

Lo streaming è l’ultimo desolante e desolato tentativo della società contemporanea di affermare la propria presenza in una comunità che continua ad avere soltanto voglia di dire e ben poca di ascoltare, nell’affollata stanza virtuale dei social in cui tutti parlano con smanie di protagonismo ma sono in pochi quelli che riescono soprattutto a sentire l’altro.

Poca empatia, ma anche tanta solitudine. Si desidera ostentare un benessere psico-fisico che spesso non c’è, mostrando il panorama da sogno o la città figa con il monumento alle spalle, quando la sola cosa lampante in una persona che trova il tempo di riprendere se stessa per le strade del mondo, è quella malcelata disperazione che prova inutilmente a trovare consolazione in una lista per lo più di semplici contatti.

Già, contatti. Perché facebook, da oltre dieci anni ormai, ha totalmente inflazionato la parola “amicizia” che vola di bocca in bocca al primo “aggiunto” per caso con un touch distratto sul display del proprio tablet. “Siamo amici su facebook” si sente ripetere più spesso, come se questo bastasse da solo a creare un legame reale che spesso invece non va oltre qualche like o commento, verso quello che è fondamentalmente lo sconosciuto di turno.

facebook-live-video-streaming-celebritiesTrasmettiamo in diretta per lo stesso motivo per cui gli uomini primitivi scrivevano sulle pareti delle caverne, per dire di esserci stati, per raccontare una quotidianità fatta di niente, e un vuoto nel cuore che vorremmo riempire attirando l’attenzione di “quella persona”, rivolgendoci invece ad un popolo che non ci conosce e a cui interessa ancora meno farlo. Sconosciuti in una lista troppo ampia di nomi creata soltanto per appagare il nostro narcisismo, per promuovere la propria attività o pagina, senza però considerare veramente gli altri, asserendo, implicitamente, di essere migliori di quelli che abbiamo “tra gli amici”.

Un esibizionismo orizzontale che trasforma ognuno di noi in una telecamera puntata in confessionali di fortuna dove proviamo a comunicare senza il reale desiderio di dire qualcosa, ma solo la narcisistica voglia di farsi guardare e sperare di essere visti per come vorremmo e non per come siamo realmente.

Puntiamo il dito contro Tiziana C., che ha fatto l’errore di diffondere on-line un momento intimo della sua vita privata, ma non ci accorgiamo che ci rendiamo complici di questa pornografia del nulla, che toglie soltanto emozione e spontaneità ai nostri momenti, a quella vita che dovremmo vivere ogni giorno e non riprendere dal cellulare.

Un concerto da uno spalto troppo distante, una serata in discoteca in un gruppo di amici appaiati, una passeggiata per stradine scoscese e isolate. Si trasmette in diretta perché, in una società fatta soltanto di immagine, io ho qualcosa da dire che dire non è, nell’inutile tentativo di rendere interessante una vita scialba, che non vorrei vivere ma che riprendendo mi illudo che sembri migliore. Sì, perché si dice che i momenti felici non hanno foto, e probabilmente nemmeno video in diretta. E allora smettetela di riprendere la vostra vita come se foste Belén Rodriguez: vivete in diretta sì, ma nella vita vera, no su facebook.

INTERNATTUALE

Oggi è il World Emoji Day, giornata mondiale delle emoji. Ecco come sono nate

Ci aiutano a tradurre le nostre emozioni ogni giorno. Che sia un bacino, una linguaccia o un sorriso le emojii sono entrate di diritto del nostro vivere quotidiano e, soprattutto, nei nostri messaggi di testo. Email, SMS, messenger, ma soprattutto WhatsApp. Sono questi gli strumenti attraverso i quali ricorriamo a queste piccole faccine gialle in cui quotidianamente ci identifichiamo.

Ma pochi sanno che le emojii, dal giapponese immagine e scrittura, sono nate nella terra del Sol Levante a fine anni ’90.

La prima emojii infatti è stata creata da Shigetaka Kurita tra il ’98-’99. Il primo set comprendeva circa 172 simboli pittografici, da 12 pixel per lato, utilizzato nel sistema nipponico i-mode, primordiale piattaforma web che collegava i telefoni cellulari a internet.

Nel 1997 è Nicolas Loufrani a notare l’uso crescente di queste “faccine” sul web, e così comincia a creare delle emoticon colorate che corrispondessero in qualche modo ai caratteri ASCII già esistenti, attraverso una combinazione di simboli preesistenti della punteggiatura. I disegni vengono registrati nello stesso anno, e pubblicati come gif su internet.

world emojii day whatsapp - internettualeLa fine degli anni ’90 e gli inizi del 2000 vede un largo uso di emoticon, soprattutto su internet, attraverso il personal computer e l’utilizzo di chat quali Windows Live Messenger (già MSN), vecchio sistema di messaggistica istantanea di Microsoft Windows.

Con la chiusura di Windows Live Messenger le emojii si sono diffuse, in una versione animata, anche su piattaforme come Skype, inizialmente utilizzata più in ambito professionale e oggi appannaggio di tutti, passando anche a social network quali facebook e twitter.

È WhatsApp tra il 2011 e il 2012 a sdoganare globalmente le faccine sugli smartphone di tutto il mondo, a cominciare da casa Apple: l’iPhone infatti comincia ad adoperarle stabilmente con l’aggiornamento del firmware 2.2, benché inizialmente li avesse resi disponibili per il solo mercato nipponico tramite Apple Store.

Dall’iOS 5 Apple adottato stabilmente una tastiera emojii, disponibile attraverso le impostazioni generali selezionando tra le tastiere internazionali quella emojii.

Perché a volte una emojii vale più di mille parole.

INTERNATTUALE, LIFESTYLE

Ho vissuto tre giorni senza linea dati sul telefono: ecco cosa è successo

Qualche giorno fa ho deciso di cambiare il mio costoso piano tariffario per il traffico dati: sono prevalentemente a casa col WI-FI e non ha molto senso pagare un abbonamento di 5 GB al mese per quei pochi momenti in cui sono fuori. Così mi loggo sul sito del mio operatore e disattivo il rinnovo dell’offerta, in attesa di sceglierne uno più adatto alle mie esigenze.

Nel frattempo sono stato invitato da alcuni amici per il fine settimana in centro. Con mia sorpresa scopro solo al mio arrivo che sono scoperto da traffico dati poiché l’ultima offerta finiva prima di quanto avessi inizialmente previsto.

Uno smarrimento che ha continuato a farmi percepire la vibrazione del telefono in tasca anche quando di fatto il cellulare era semplicemente in stand-by, immobile.

Superata la mia smania iniziale di tirarlo fuori ogni tre minuti per controllare messaggi WhatsApp e notifiche varie, ho iniziato a metabolizzare che avrei vissuto senza linea dati per tutto il weekend.

Ho provato a rubarla ai miei amici, ma dalla stanza in cui ero il segnale non era eccellente. Mi sono appoggiato a quella di Bar e negozi via via, ma per qualche arcano motivo le connessioni “#FREE” non funzionano mai adeguatamente.

iphone 6 instagram app social - internettualeComincio a camminare per le vie della città e dinanzi al mare, ad uno scorcio, la particolarità dei posti o dei piatti al ristorante, con piglio à la Mario Testino for Vogue, faccio quelle che penso siano le foto del secolo, pronto a condividerle immediatamente su instagram, già pregustando la pioggia di cuori per le “genialate” del momento. Ma solo dopo ricordo di non poterlo fare, così, dopo lo scatto, resto ancora un po’ in contemplazione, imprimendo nella mia mente e nel mio cuore le immagini che normalmente mi sarei fiondato a “filtrare” subito dopo e postare on-line, ignorando i presenti e quanto mi circondasse per almeno dieci minuti in attesa del geo-tag o di distinguere un effetto vintage dall’altro dal mio schermo inondato dal sole.

Mi è ritornato in mente quando negli anni ’90, fieri delle nostre Olympus compatte e rullini da 36 foto, centellinavamo gli scatti con maggior attenzione, godendoci di più i luoghi, le sensazioni, i profumi, il sole sulla pelle.

Sono entrato in un grande magazzino: come ogni punto commerciale che si rispetti ha una radio in streaming personale, che trasmette lo stesso genere di canzoni e passa soltanto le proprie pubblicità. Ascolto un brano anni ’50, che immediatamente avrei “shazammato” alla ricerca del titolo e della voce che mi sorprende. Avrei preso lo smartphone, tentato di aprire l’app con celerità e probabilmente smadonnato per quei minuti infiniti che Shazam prende all’inizio prima di avviarsi completamente ed essere operativo.

Sono invece rimasto lì, incantato. Ancora oggi non so chi cantasse o di quale brano si tratti e non posso riascoltarlo cercandolo su YouTube. Ma quella sensazione, quel momento di gioia, la tenerezza è dentro di me. Certo, forse in futuro lo dimenticherò, ma quel momento io l’ho VISSUTO.

Il weekend si è concluso con una serata-pizza. Sono stato presso una nota pizzeria della città, dove ho aspettato circa un’ora. Un’attesa nel vicolo estenuante, con il rischio che piovesse, la pressione della folla che spintona e un molesto negoziante di graffe di fronte che ha letteralmente seviziato la gente che affollava il vicolo con uno stereo sparato a tutto volume con scadente musica italiana a palla.

Probabilmente avrei ingannato l’attesa ignorando i miei amici e sbizzarrendomi a condividere stati goliardici su facebook, selfie tra la calca per sentirmi figo o messaggiando con qualcun altro. Ma ho aspettato. Ho letto l’impazienza negli occhi dei miei amici, ho guardato le luci nel vicolo, ho ascoltato il chiacchiericcio delle persone intorno a me.

Ci affatichiamo a condividere momenti che non viviamo nemmeno. Perché la verità è che non ci importa nemmeno più divertirci, ma di farlo sapere agli altri. Oggi forse tendiamo troppo a digitalizzare la nostra vita, a cercare di rendere eterno (e trendy) quel “carpe diem” oraziano che dovremmo semplicemente vivere, sentire, percepire nell’anima.

P.S. in più ho risparmiato il 30% della batteria. È una buona cosa anche questa.