INTERNATTUALE

Cara Signora De Magistris, non siamo intellettuali, siamo solo cittadini stanchi

Gentile Signora De Magistris,

ho letto il suo sfogo su facebook, ripreso da Repubblica e, ammetto, mi sono sentito naturalmente coinvolto. Non solo perché, ahimè, faccio parte dei tanti che hanno criticato l’operato di suo marito, ma anche per quella strana assonanza con il mio blog, INTERNETTUALE, che probabilmente invece non avrà nemmeno mai sentito nominare. Faccio dunque parte anch’io dei tanti “intellettuali” del web, come ci ha definiti nel suo stato pubblico, di questo straordinario strumento democratico per antonomasia che consente a me, e molti altri, di poter esprimere liberamente il proprio pensiero.

Naturalmente comprendo il suo stato d’animo, quello di moglie del Sindaco, di pasionaria, di donna che difende l’uomo che ama e che, a suo avviso, viene ingiustamente attaccato da certa stampa e da noi “intellettuali”. Ma il fatto è che ormai la politica, e inconsciamente suo marito sui suoi canali social ne dà conferma, è diventata una realtà lontana da quelli che sono i veri problemi del cittadino, ed anche lei parla forse senza una reale cognizione di causa.

Sì perché, vede, il messaggio che arriva, guardando un selfie di suo marito con i The Jackal o con Ferzan Ozpetek o persino sul set di Sens8, mentre la nostra città vive un drammatico momento di stallo, è quello di un uomo che temporeggia facendo altro. Se ci suggerisce di andare a vedere Lo Schiaccianoci al Teatro San Carlo come se fosse un fashion-blogger, quando la città è rimasta senza alcuna copertura del trasporto pubblico per quasi un giorno, vuol dire che il nostro Sindaco è anche quanto di più distante dai problemi reali che affliggono un capoluogo, il nostro, che non ci lascia nemmeno la mera libertà di potere scegliere di andare a vedere uno spettacolo nel giorno di Natale.

Senza dubbio quello di Sindaco è un ruolo difficile, ha ragione, e le nostre, tutte insieme, potranno apparirle come la fiera dell’ovvio. Eppure, a quanto pare, tanto ovvio non è stato, se ci si è ridotti allo stremo di situazioni che erano precarie già da anni e che adesso sono giunte al collasso.

Di certo, è vero, non dev’esser cosa semplice lavorare con serenità su di un territorio flagellato da camorra e negligenza dei cittadini, e potrebbe essere anche vero il fatto che è facile per noi fare i CT-della-nazionale-da-chiacchiere-al-bar o improvvisarci sindaci di Topolinia. Ma resta il fatto che quando suo marito ha deciso di candidarsi, ed ha vinto le elezioni per ben due volte, sapeva a cosa sarebbe andato incontro, conosceva questa realtà, conosceva le condizioni in cui avrebbe lavorato. Ed è ridicolo adesso attribuire a queste quelli che, ad oggi, sono degli insuccessi.

Sarà difficile fare il Primo-cittadino, non lo metto in dubbio, ma, posso assicurarle, ancora più difficile, nella nostra Napoli, è essere proprio un Quisque de populo, come simpaticamente ha apostrofato lei il cittadino medio, l’uomo di strada o, come direbbe Bud Spencer in uno dei suoi film, un pinco pallino qualsiasi.

È difficile quando sei costretto ad aspettare una metro oltre venti minuti con i pannelli informativi che strategicamente dicono “prove tecniche”; quando quella metro di fortuna che riesci a prendere al mattino litigando il tuo posto è così affollata da sentire alitare il vicino sul tuo volto, e nonostante tutto devi sentirti felice per esserci salito; quando aspetti per ore che passi un autobus alle intemperie, con il caldo, con il freddo, con la pioggia; quando persino camminare per strada oltre un certo orario ti terrorizza; quando vivi in periferia e sei circondato da rifiuti e disservizi. Potrei continuare sulle tante cose che ancora non funzionano a Napoli, sugli uffici pubblici spesso con mancanza di personale, sui manti stradali rotti e così tante altre che nemmeno riesco a ricordarle tutte. Un sindaco certamente non può avere il pieno controllo su ogni cosa, ma non può nemmeno dire di esserne allo scuro o, peggio, attribuire questo perdurare di situazioni fuori controllo alle condizioni di partenza, ai mezzi, ai tempi che sono i medesimi per i sindaci di qualsiasi altra città italiana, e che suo marito avrà senza dubbio considerato prima di cimentarsi in questa avventura iniziata ormai nel 2011.

Perché, mia cara Signora De Magistris, anche viverla Napoli è difficile.

Suo marito ha probabilmente confidato sulla capacità di adattamento che noi napoletani da sempre abbiamo, e sul fatto che ci facciamo star bene tutto, e che è molto più probabile che i napoletani scendano in piazza per una partita di calcio che non per difendere un proprio diritto. Ma ciò non toglie che, come qualsiasi altro cittadino medio, ne abbiamo comunque.

Le assicuro che vivere a Napoli, nella vera Napoli, la Napoli del popolo, è ancora più difficile.

Lei parla da privilegiata, da First Lady, da borghese, da professoressa di diritto e da Signora della Napoli-bene che vive sicuramente in un quartiere residenziale, distante da raccolte di rifiuti che non funzionano, da autobus che non passano, da infinite attese di metropolitane che le portano via ore della sua giornata oltre a quelle che già normalmente le toglie un lavoro medio, spesso sottopagato e non confortevole.

Mi creda, è molto più facile girare la città per lavoro con l’auto-blu, e avere la libertà di poterlo fare senza che il suo regalo di Natale, come beffa al danno di non avere un servizio di trasporti pubblico, sia quello di trovare una multa sul parabrezza della macchina che è stata costretta a prendere per andare a lavoro o semplicemente per fare gli auguri ad amici e parenti.

Diritti, questi, che una qualsiasi città di una società civile dovrebbe quantomeno garantire.

È facile parlare quando si frequentano i salotti buoni della borghesia, ma provi lei a calpestare ogni giorno rifiuti che continuano ad accumularsi sui marciapiedi e le strade della periferia e della città, sentendosi come un cittadino di serie B: senza diritti, senza alcuna voce in capitolo, senza nessun’altra possibilità se non quella di dover pagare tasse che le danno la sensazione di gettare il suo denaro dalla finestra per un servizio che non viene erogato con regolarità. Per autobus che non passano, per diritti che non ci vengono concessi.

Proprio in questo momento, mentre le scrivo, il buongiorno dalla mia finestra mi è dato da un cumulo di spazzatura sul marciapiede che l’ASIA non ritira, passandoci di fianco come se non esistesse, a dispetto delle mie tante telefonate e segnalazioni ai numeri preposti. Lei che cos’è che vede dalla sua finestra, Signora De Magistris?

Dovrebbe essere grata ai tanti “intellettuali” che, come me, danno voce ai propri pensieri e, probabilmente, ne danno anche a chi non riesce ad esprimerli come vorrebbe, perché è questa la democrazia, perché è anche questa la conquista del web 2.0, la possibilità di platonici dialoghi virtuali come il nostro, che aprono al confronto, alla conoscenza dell’altro, ad un punto di vista diverso che magari ignoriamo.

Non siamo intellettuali, come lei sarcasticamente ci definisce, non c’è bisogno di esserlo per capire che le cose non vanno bene, siamo soltanto cittadini stanchi di continuare a vivere in una città che amiamo, ma che ogni giorno ci sfibra l’anima.

Se anche lei vivesse gli stessi disagi che la maggior parte dei napoletani sono costretti a vivere, ogni giorno, probabilmente avrebbe le medesime reazioni dinanzi ad un post del nostro sindaco accanto a Fiorella Mannoia, in visita alla mostra dell’Esercito di Terracotta, o suggerire, quasi parodiando, di andare a vedere film e spettacoli teatrali come fosse un influencer.

Lei con quale mezzo è arrivata/arriva al Teatro San Carlo di Napoli, Signora De Magistris? Perché io, da cittadino medio, non ho altre possibilità se non sperare nei nostri trasporti pubblici, calcolando medie di attesa molto lunghe e anticipando di tanto le mie partenze per poter essere puntuale, con qualsiasi condizione climatica.

Per quanto mi riguarda non mi ritengo un uomo di carta stampata o del web. Sono semplicemente una persona che, potrà accorgersene dai miei post, generalmente preferisce parlare di arte e bellezza e non di politica. Perché, come Socrate, so perfettamente di non sapere tante cose. Ma se proprio devo attaccarmi un’etichetta, allora preferisco di gran lunga la sua simpatica locuzione latina, Quisque de populo, con cui in modo galante apostrofa il cittadino medio, quasi a togliere valore alle tante… com’era?! “Semplificazioni ed ovvietà” che però non trovano voce da troppo tempo.

La nostra Napoli in questi anni è decisamente peggiorata. Nei trasporti, nella pulizia, nella criminalità, persino nella manutenzione di strade e costruzioni pubbliche. Le basti pensare alla penosa situazione della Galleria Umberto I, che va avanti da quando ne ho memoria: l’albero che viene messo e puntualmente rubato o buttato a terra dagli scugnizzi dei quartieri, negozi in galleria che continuano a chiudere, uno stato generale di abbandono e degrado, venuto alla luce solo dopo che una persona ha perso addirittura la vita. Situazioni, queste, che si ripetono ciclicamente come l’alternarsi delle stagioni.

La nostra, e la mia in particolare, non è e non vuole essere un’invettiva contro suo marito. Chiaro che non possiamo attribuirgli la “colpa”, né “prendercela” direttamente con lui per situazioni ben più antiche.

Ma converrà con me che è nella persona del Sindaco cui dobbiamo rivolgere le nostre tante ovvietà, che evidentemente continuano a non essere ascoltate.

Le assicuro, da napoletano medio, da “uomo di strada” come quella sua frase latina suggerisce, che vivere a Napoli, e nella periferia in particolare, è difficile tanto quanto farne il Sindaco. È difficile condurre un’esistenza serena in una città con servizi ridotti all’osso da anni; è difficile vivere con dignità la condizione di cittadino (medio, come ci definisce lei); è difficile decidere con orgoglio di restare comunque, di voler vivere e voler morire qui dove si è nati; è difficile persino riuscire a godersi semplicemente le feste, soprattutto continuando ad osservare silenziosamente tanta privilegiata differenza.

È per questo motivo che, confesso, la sua risposta mi ha un po’ deluso, perché mi aspettavo almeno un vago senso di solidarietà, verso quei tanti Quisque de populo, che oggi esprimono democraticamente sul web un malessere che va avanti da troppo, e che hanno contribuito ad eleggere suo marito.

E chiudo questa lettera dicendole che anch’io preferisco non parlare di capacità, perché, come lei stessa ha suggerito, per quelle bastano i dati oggettivi.

Buon Anno, Signora De Magistris. Che il 2018 sia migliore, per tutti.

Mariano Cervone,

un INTERNETTUALE qualunque del popolo

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INTERNATTUALE, MUSICA

La bellissima lettera di Ariana Grande ai fan dopo l’attacco al suo concerto di Manchester

Rompe il silenzio Ariana Grande, la cantante di I’m into you che ha visto la tappa a Manchester del suo Dangerous Woman Tour trasformarsi in un bagno di sangue. Un concerto che ha sì fatto la storia, ma non per la sua performance e per quella che per i fan avrebbe dovuto rappresentare una festa.

Giovani e giovanissimi. La Grande, 24 anni, è seguita soprattutto da un pubblico di teenagers che nelle sue canzoni rivive drammi e speranze di una intera generazione.

Aveva deciso di non parlare Ariana Grande, affidando ad un tweet il suo dolore: «Distrutta – aveva scritto – dal profondo del mio cuore sono così dispiaciuta. Non ho parole».

Oggi invece quelle parole è riuscita a trovarle, e ha deciso di condividere sui social una lettera per esprimere il dolore di un evento che segna la sua carriera e le vite di ognuno di noi: «Il mio dolore, le mie preghiere, le più sincere condoglianze vanno alle vittime dell’Attacco di Manchester e ai loro cari – scrive la cantante – Non c’è niente che io o chiunque altro possa fare per far sparire le pene che state provando o alleviarle.

Tuttavia, io vorrei tendere una mano, il cuore e fare tutto ciò che posso per dare a voi e ai vostri qualsiasi cosa vorreste o in qualsiasi modo possa occorrervi il mio aiuto.

La sola cosa che noi possiamo fare adesso è scegliere come permetteremo a ciò di influire su di noi e come vivremo le nostre vite da questo momento.

Ho pensato molto ai miei fan, e a ognuno di voi, durante tutta questa settimana appena passata. Il modo con cui avete affrontato tutto questo è stato per me di grande ispirazione e mi ha resa più orgogliosa di quanto possiate immaginare.

La compassione, la gentilezza, l’amore, la forza e l’unità che avete mostrato in questi ultimi giorni è l’esatto opposto delle atroci intenzioni che hanno tirato fuori qualcosa come il male che abbiamo visto lo scorso lunedì.

VOI siete l’esatto contrario.

Sono dispiaciuta per le pene e la paura che dovete aver provato, e per il trauma che voi, troppi, avete provato.

Non saremo mai capaci di comprendere perché eventi come questo avvengono perché non è nella nostra natura, che è il motivo per cui noi non dovremmo rispondere.

Noi non ce ne staremo zitti a vivere nella paura.

Noi non permetteremo che ciò ci divida.

Noi non lasceremo che l’odio vinca.

Non voglio arrivare alla fine dell’anno senza la capacità di vedere, stringere e sostenere i miei fan nello stesso modo in cui loro supportano me.

La nostra risposta a questo gesto di violenza deve essere restare più vicini, aiutarsi l’un l’altro, amare di più, cantare più forte e vivere con più gentilezza e generosità di quanto abbiamo già fatto prima.

Io ritornerò nella incredibilmente coraggiosa Manchester per passare del tempo con i miei fan e per tenere un concerto benefico in memoria e per raccogliere fondi per tutte le vittime e i loro familiari.

Io voglio ringraziare i miei compagni di musica e gli amici che si uniranno e saranno parte di questa nostra espressione d’amore per Manchester. Vi dirò di più non appena avrò maggiori dettagli a riguardo e non appena ogni cosa sarà confermata.

Sin da quando ho iniziato il Dangerous Woman Tour ho detto che questo show, più di qualsiasi altra cosa, dovesse essere un luogo sicuro per i miei fan. Un luogo di fuga per loro, per festeggiare, per guarire, per sentirsi protetti ed essere sé stessi. Per incontrare gli amici che hanno conosciuto on-line, per esprimere sé stessi.

Questo evento non cambierà queste cose.

Quando verrete a vedere i miei concerti, vedrete un pubblico bellissimo, diverso, puro, felice.

Migliaia di persone, incredibilmente diverse, tutte lì riunite per la stessa ragione, la musica.

La musica è qualcosa che ognuno sulla Terra può condividere.

La musica ci guarirà, ci unirà, ci renderà felici.

Questo è ciò che continuerà a fare per noi.

Noi continueremo in memoria di chi abbiamo perso, dei loro cari, dei miei fan e di tutti coloro che sono stati coinvolti in questa grande tragedia.

Li ricorderò e li porterò nel cuore ogni giorno e penserò a loro con tutta me stessa per il resto della mia vita.

Ari

CINEMA

A cinquant’anni dalla morte, 10 film per ricordare Totò

C’è una ricorrenza molto importante per i napoletani che ricorre quest’anno, e per l’esattezza, il prossimo 15 aprile. È quella del cinquantenario dalla morte di Antonio De Curtis, per tutti semplicemente Totò, scomparso nel 1967 all’età di sessantanove anni.

Credo non esista napoletano al mondo che non lo conosca e non lo ami.

Totò

Attore, sceneggiatore, ma anche compositore, ha recitato in oltre cento film, collaborando tra gli altri con Luigi Comencini e Eduardo De Filippo. Noto a tutti come “il principe della risata”, per la vena ironica delle sue commedie, nascondeva dentro di sé grandi malinconie, come dimostra l’intenso brano che ha scritto nel 1951, Malafemmina, entrato di diritto nella canzone classica napoletana e dedicato all’abbandono di sua moglie Diana.

Uomo di grande sensibilità, ha composto anche poesie in dialetto che oggi sono ben radicate nella cultura napoletana. Una su tutte ‘A livella, perfetta incarnazione di una ricorrenza, quella del 2 novembre, molto sentita nella natia Napoli.

Non si può non parlare di Totò senza fare accenno al suo cuore straordinario. Mi piace ricordare un aneddoto molto bello, che anche i napoletani un po’ si tramandano con orgoglio: pur essendosi trasferito da anni a Roma, Totò si faceva accompagnare dal suo autista nel Rione Sanità, quartiere d’origine dell’attore, dove metteva delle buste con del denaro sotto le porte dei bassi. Sono tantissime le opere di beneficenza che faceva l’attore, soprattutto negli ultimi anni della sua vita, che fa comprendere la vera grandezza dell’Uomo prima dell’artista che tutti noi abbiamo imparato a conoscere sul grande schermo.

Da napoletano, e da fan sfegatato, è difficile scegliere, in una filmografia vasta come la sua, le pellicole che sono maggiormente rappresentative. Tuttavia per quelli che vogliono conoscerlo, e per chi invece vuole celebrare questo mezzo secolo senza di lui, stilo questo elenco di film che non mi stancherei e non mi stancherò mai di vedere:

  1. 47 morto che parla, regia di Carlo Ludovico Bragaglia (1950): Totò interpreta un irresisistibile quanto tirchio Barone Antonio Peletti, che si crede anima vagante per un tiro che gli fanno i suoi compaesani per spingerlo ad un atto di generosità. Memorabile la sua battuta: “…e io pago!”.
  2. Un turco napoletano, regia di Mario Mattioli (1953): prima di una trilogia di trasposizioni cinematografiche delle omonime commedie teatrali di Eduardo Scarpetta. Qui Totò interpreta un donnaiolo che per circostanze di cose si finge turco, e quindi erroneamente è creduto eunuco, e viene messo a guardia della moglie e della figlia del suo datore di lavoro.
  3. Miseria e Nobiltà, regia di Mario Mattioli (1954): altra commedia di Scarpetta. Forse la più famosa e amata tra tutte. Totò qui è il poverissimo scrivano Felice Sciosciammocca, che con l’amico Pasquale Catone si fingono i nobili parenti del giovane marchesino Eugenio, che vuole così chiedere la mano della fidanzata, considerata indegna dalla vera famiglia di origine. Nel cast c’è anche una giovanissima Sophia Loren, tante le battute celebri, ma la scena più famosa è quella in cui un affamatissimo Totò mangia degli spaghetti con le mai.

    Totò con Mike Bongiorno in una scena del film “Lascia o raddoppia?”
  4. Totò lascia o raddoppia?, regia di Camillo Mastrocinque (1956): forte del successo dell’omonimo programma televisivo, Totò qui è il Duca Gagliardo della Forcoletta, esperto di ippica, che prende parte alla nota trasmissione rai. Nel film anche Mike Bongiorno, che all’epoca presentava il programma, dove interpreta se stesso. Accanto a Totò l’immancabile Carlo Croccolo nei panni del fedele maggiordomo.
  5. Totò, Peppino e la… malafemmina, regia di Camillo Mastrocinque (1956): film che dà inizio alla fortunata coppia Totò e Peppino (con un Peppino De Filippo “spalla”-protagonista). Qui i due sono i fratelli Capone, contadini del sud, che mandano il loro nipote Gianni a studiare medicina a Roma e lo raggiungono a Milano dove temono si sia perso con una donna di malaffare. Memorabile la scena della lettera, vero caposaldo della commedia italiana. Nel cast anche Teddy Reno nei panni di Gianni, dove canta il brano Malafemmina che dà il titolo al film.
  6. Totò, Peppino e i fuorilegge, regia di Camillo Mastrocinque (1956): alla già collaudata coppia Totò-Peppino si aggiunge in questo film anche Titina De Filippo che qui è la moglie tiranna e tirchia di Totò. Per sottrarle del denaro, i due fingono un rapimento, fuggendo con la somma del riscatto per una settimana di bagordi a Roma.
  7. Signori si nasce, regia di Mario Mattioli (1960): è uno dei miei film preferiti in assoluto. Età giolittiana. Qui Totò è il Barone Pio Degli Ulivi, nobile squattrinato che dilapida tutto il suo patrimonio in compagnia delle donne di una compagnia di teatro che frequenta. Un ruolo che è agli antipodi di quello del 1950, ma che è altrettanto esilarante.

    Totò nella celebre scena della Fontana di Trevi nel film Totòtruffa 62
  8. Totòtruffa ’62, regia di Camillo Mastrocinque (1961): in coppia questa volta con un bravissimo Nino Taranto, sono una coppia di ex trasformisti di teatro, che si ritrovano invece a far truffe per vivere. Famosissima la scena in cui Totò cerca di vendere la Fontana di Trevi a Roma ad un turista di passaggio.
  9. Che fine ha fatto Totò Baby?, regia di Ottavio Alessi (1964): chiaro il riferimento, fin dal titolo, al noto film con Bette Davis, Che fine ha fatto Baby Jane?. Qui Totò è in coppia con Pietro De Vico, che interpreta suo fratello che, così come Joan Crawford nel film originale, è del tutto vittima della follia (qui omicida) di suo fratello maggiore. Il film si concluderà nello stesso identico modo: riproponendo una folle danza con dei gelati in mano su di una spiaggia. Precursore di quello che sarà lo humor nero.
  10. Totò d’Arabia, regia di José Antonio de la Loma proprio con Totò. Anche qui, come suggerisce il titolo, è chiaro il riferimento al film Lawrence d’Arabia. Di tutti quelli elencati, questo è probabilmente l’unico a colori. Qui Totò è un domestico a servizio dell’Intelligence britannico, che viene fortuitamente ingaggiato come agente 00-sbarrato-8. Quello zero in più, richiamo al noto 007, Totò si arroga il diritto di avere la licenza di uccidere, rubare, truffare. La missione lo porterà tra le roventi sabbie del Kuwait.

Da non perdere inoltre tre pellicole in cui Totò interpreta solo un cameo: Arrangiatevi!, pellicola sulle case chiuse, in cui è lui a fare da “spalla” a Peppino De Filippo; Napoli Milionaria, che interpretò senza compenso in virtù della profonda amicizia con Eduardo De Filippo; e infine (uno dei miei preferiti) Operazione San Gennaro di Dino Risi, dove Totò è un boss che comanda la malavita locae anche dal carcere di Poggioreale, in un piccolo ma significativo ruolo, con un grandissimo Nino Manfredi e una bellissima Senta Berger.

Mi auguro di aver trasmesso, con questo piccolissimo omaggio, la curiosità di scoprirlo o di riscoprirlo per quanti già conoscono un vero artista sulla scena e un grandissimo maestro di vita vera.

INTERNATTUALE

Caro Saviano, Scampia non è solo “Gomorra”

Caro Roberto Saviano,

sono uno dei tanti cittadini di Scampia, quella che tu hai raccontato dieci anni orsono nel tuo saggio Gomorra, diventato poi film e adesso serie televisiva. Se già nell’ormai lontano 2006 ho riconosciuto al tuo libro il solo merito di aver riempito una lacuna bibliografica sugli scaffali italiani in tema di camorra, e in particolare sulla guerra tra clan di cui entrambi conosciamo bene i nomi, non ho trovato che fosse di per sé una vera innovazione, non solo perché quanto hai riportato nelle tue pagine lo abbiamo a suo tempo letto sui quotidiani locali e visto ai notiziari in TV, ma soprattutto perché non aggiungeva molto altro ad una cronaca trita e ritrita in ogni salsa da media locali e nazionali.

Certo, ho apprezzato il fatto che il tuo scritto ha catalizzato l’attenzione su di una realtà difficile come lo è stata Scampia, con i suoi boss, la criminalità organizzata, lo spaccio di droga, ma credo che tu, forse inconsapevolmente, ne abbia solo accresciuto il nome facendone esempio negativo per antonomasia, deputandola a periferia ai margini per eccellenza, quasi come se fosse l’unica realtà malfamata a Napoli o in Italia.

Per fortuna a Scampia, a Secondigliano, zone che tu continui a raccontare come sceneggiatore della serie prodotta da Sky, tante cose sono cambiate in dieci anni, tanti gli arresti che hanno contribuito a rendere questa periferia un posto migliore in cui vivere. Con questo non voglio avere la pretesa, o l’illusione, di dirti che oggi qui è il “Paese delle Meraviglie”, no, non di certo. Non sono una imbambolata Alice e qui non ci sono fiori canterini o gatti parlanti, se non sotto l’effetto di quegli stupefacenti che tu hai tante volte raccontato. Ma di certo questa non è più, o non è solo, la Scampia dei tuoi “Savastano”.

E ciò che mi fa più rabbia del tuo saggio, del film che ne è stato tratto nel 2008 e della serie divenuta un vero è proprio cult, è che si continua a raccontare un solo aspetto di questa realtà, quasi il tuo e quello dei produttori, si sia trasformato in un macabro accanimento terapeutico per cercare di tenere in vita un mito, quello di camorristi violenti e sanguinari, che tu stesso hai contribuito a smascherare e distruggere anni fa. E ciò che mi riesce più difficile da comprendere, è come possa adesso uno scrittore, che nei suoi interventi televisivi ha in qualche modo anche “deriso”, ridicolizzato la camorra, in qualche modo “osannarla” firmando uno sceneggiato che non fa altro che trasformare quegli stessi camorristi in eroi. E se io e te sappiamo che in realtà eroi non sono, che quelli che tu racconti sono degli antieroi contemporanei degli esempi su cui riflettere e allontanarsi, è altrettanto vero invece che essi sono percepiti dal pubblico a casa come personaggi da amare e, in qualche modo, emulare anche. Se non nella criminalità, almeno per fortuna non sempre, in quei modi di fare e dire divenuti oggi veri e propri intercalari verbali, sdoganando l’allure camorristico come una sorta di fascino della divisa, fino ad esautorarsi in caricaturali imitazioni amate persino da quei bambini che invece dovrebbero prenderne le distanze.

Certo, va riconosciuto il fatto che tu non sia l’unico, e che le fiction Mediaset, tra l’altro con minor plauso di critica, hanno esse stesse negli anni portato in auge la figura del boss fascinoso incarnato da Gabriel Garko. Ma se la televisione commerciale ha dalla sua la scusante di dover pensare all’audience per gli introiti pubblicitari, non trovo in te una motivazione abbastanza valida che ti spinga a fossilizzarti su di un solo aspetto di Scampia, impoverendo tra l’altro la tua creatività che si svilisce da oltre dieci anni sempre sullo stesso argomento che, giocoforza, è finito col farsi mera opera di fantasia solo lontanamente ispirata ad una realtà ormai ben lontana.

Se con la pubblicazione del tuo libro la tua vita è cambiata, diventando uno dei cento scrittori consigliati persino dal New Yori Times, anche quella di noi cittadini di questa periferia lo è: come fenomeni da baraccone, dobbiamo di volta in volta rispondere all’annosa domanda “Come vivi a Scampia?” guardando ogni volta lo sgomento negli occhi di chi chiede, quasi fossimo reduci della guerra in Iraq. Persino persone che abitano ad appena qualche chilometro da qui, ne sono terrorizzati al solo pensiero. Prendono per buono quanto viene mostrato nel serial televisivo di Sky Atlantic, credendo, dopo averlo visto, di essere depositari di una verità assoluta, senza considerare che, sebbene l’efferatezza e gli eventi ricalchino verosimilmente storie e fatti veri, qui possa esserci anche un’altra faccia della medaglia.

Certo non è l’Hilton. Qui non siamo a Beverly Hills, le nostre palme non sono icona del lusso nel mondo, né abbiamo una Via Montenapoleone come le zone in. Ma per fortuna Scampia non è solo droga e armi, non ci sono soltanto boss e delinquenti di quartiere, né prepotenti donne della mala.

Scampia è anche tanta onestà. È il quartiere in cui sono cresciuti tanti e tanti studenti universitari e laureati come me, di chi studia e lavora sodo per difendere i propri sogni, il quartiere dei campioni olimpionici e delle reginette di bellezza, e di tante persone che ci credono ogni giorno. È il quartiere di chi si alza presto al mattino per sopperire alle necessità delle proprie famiglie. Qui non tutti ascoltano musica neomelodica, e anche se lo fanno non per questo delinquono. L’ignoranza non è sempre sinonimo di malvivenza.

Certo abbiamo ancora tanta strada da fare, dobbiamo ancora crescere come persone, uomini, cittadini. Imparare a rispettare le regole di quel vivere civile che contraddistinguono un quartiere notoriamente malfamato come il nostro da uno “bene”, ma in questi anni ho conosciuto così tanta bontà, così tanta gente perbene, così tanta allegria, così tanta gioia di vivere e vincere nonostante tutto, troppo spesso ignorate, perché probabilmente è più facile, e forse fa più share, raccontare solo le brutture di un posto come questo.

E allora, mio caro Saviano, smetti di perpetuare solo il mito di “Scampia” cui tanto hai dato, ma tanto ha anche saputo restituirti, e parla anche dell’altra faccia di questo sobborgo su cui splende anche il sole, di tutto il buono che c’è, di questa silenziosa piccola “Sodoma”, come il frutto dell’omonima pianta, che secondo la leggenda era il solo per volere divino a crescere in una regione totalmente sterile.

Chissà che non ne giovi anche la tua creatività.

Mariano, abitante di Scampia