LIBRI

Le storie segrete di cinquanta famosissimi capolavori dell’arte

Cosa sappiamo veramente delle opere d’arte più famose al mondo? La Gioconda, La ragazza con l’orecchino di perla, ma anche Notte Stellata, l’Urlo di Munch o il bacio di Klimt. Celebrati talvolta anche dall’arte contemporanea, sono quadri famosissimi al punto da tramutarsi in vere e proprie icone della cultura pop mondiale raffigurate in ogni dove: dai calendari alle agende, dalle cartoline ai gadget più disparati, passando per le cover degli smartphone e arrivando persino alle emojii di WhatsApp.

Capolavori della storia dell’arte la cui fama gli ha dato una vita propria, che trascende il nome dell’artista che le ha create e la propria epoca, acquisendo una modernità senza tempo.

Eviscerati da qualsiasi tecnologia, riprodotti su qualsiasi superficie e riproposti in ogni salsa, questi dipinti sono costantemente sotto gli occhi di tutti. Ma quanto ne sappiamo davvero a riguardo?

A questa domanda ha provato a rispondere Lauretta Colonnelli che arriva in libreria con Cinquanta Quadri – i dipinti che tutti conoscono. Davvero? Come suggerisce il sottotitolo, la giornalista del Corriere della sera si domanda e ci domanda se li conosciamo veramente, e presenta al pubblico una selezione di cinquanta tra i dipinti più “usurati”, raccontandone storia, aneddoti, curiosità, segreti e notizie su opere che tutti vediamo, ma che, molto probabilmente, pochi conoscono.

Un esempio su tutti i due angioletti “imbronciati”, spesso visti da soli, fanno in realtà parte della Madonna Sistina di Raffaello.

Erroneamente creduta una tela, la Gioconda è invece un olio su tavola (di pioppo), che lo stesso Leonardo Da Vinci portò con sé alla corte di Francesco I cui la vendette durante il suo soggiorno.

I noti volti dei due Duchi di Urbino (che di recente ho visto agli Uffizi), dipinti da Piero Della Francesca nascondono un segreto: sono stati ritratti di profilo in quanto il committente, Federico da Montefeltro, si sfigurò parte del viso durante un torneo, e aveva chiesto all’artista di ritrarlo soltanto dal profilo buono, il sinistro.

Spesso sfondo dei desktop dei nostri laptop, La Notte Stellata di Van Gogh fu dipinta dall’artista olandese all’interno del manicomio di Saint Remy in Provenza (Francia). Pennellate vigorose e violente, date probabilmente durante i suoi momenti di follia, che hanno reso immortale la campagna sottostante che l’artista vedeva dalle grate della finestra della sua stanza.

Ma sono davvero tante le opere che sono mostrate sotto una luce nuova, di una conoscenza che va al di là della mera percezione visiva.

Quadri che custodiscono in sé storie segrete che, con questo volume, vengono adesso rivelate. A tutti.

Il libro è edito da Edizioni Clichy. Per maggiori informazioni:

www.edizioniclichy.it

TELEVISIONE

Le piccole grandi bugie di Nicole Kidman e Reese Witherspoon

A metà tra mistery e dramma, con qualche tocco di humor nero, è arrivato anche in Italia Big Little Lies, Piccole grandi bugie, nuova mini-serie di Sky Atlantic HD che vede il debutto televisivo di Nicole Kidman e Reese Witherspoon. Le due attrici premio Oscar, oltre che volti, sono anche le produttrici di questo serial in onda sul canale americano HBO.

Insieme alle due interpreti ritroviamo Shailene Woodley, protagonista di Colpa delle Stelle e della serie sci-fi cinematografica Divergent, e la candidata all’Oscar Laura Dern.

Ispirato al romanzo omonimo di Liane Moriarty, edito in Italia da Mondadori, il telefilm si apre con un misterioso omicidio e un’indagine in corso.

Premetto di non aver letto il romanzo, anzi, di non averne neppure mai sentito parlare a dispetto delle sei milioni di copie vendute in tutto il mondo, quindi non so quanto il telefilm sia fedele alle pagine del libro, ma ho amato ogni singola caratterizzazione dei personaggi.

Un cast di tutto rispetto, che porta sul piccolo schermo equilibri e drammi delle relazioni inter-familiari di tre donne molto diverse tra loro: Celeste (la Kidman) è una bellissima donna sui cinquanta sposata con un uomo più giovane, Madeline (Witherspoon) che soffre la crescita delle sue figlie accanto alla compagna dell’ex marito, e infine Jane (Woodley), madre single con un misterioso passato alle spalle.

Leggo dal web che la sostanziale differenza tra il romanzo e la produzione televisiva è l’ambientazione: Australia per il primo, Monterey in California la seconda.

Gli episodi sono tutti diretti dal regista canadese Jean-Marc Vallée, che tra i suoi successi annovera anche l’intenso e pluripremiata pellicola Dallas Buyers Club.

Nicole Kidman in Big Little Lies (2017)

Questa produzione conferma l’inversione di tendenza cui assistiamo da qualche anno. È sempre più sottile infatti la linea di demarcazione tra cinema e buona televisione, e sono sempre di più i premi Oscar votati al piccolo schermo per produzioni di nicchia o lunga serialità. In principio fu Meryl Streep che nel 2003 ritornò alla televisione per Angels in America, poi fu la volta di Glenn Close con The Shield, Kathy Bates in Harry’s Law e ancora Jessica Lange con American Horror Story, sono sempre di più gli attori e le attrici che alternano o preferiscono con nonchalance il tubo catodico. Merito, forse, della qualità sempre più alta, di una maggiore libertà, di un pubblico ben più ampio per un rilancio della propria immagine.

La prossima sarà Susan Sarandon che proprio accanto alla Lange reciterà in Feud, antologica che farà rivivere il mito della rivalità tra Bette Davis e Joan Crawford, portando in TV anche Catherine Zeta-Jones.

Laura Dern, Reese Witherspoon, and Shailene Woodley in Big Little Lies (2017)

Big Little Lies ha un respiro autorale, ma non stanca lo spettatore con pause o silenzi esasperanti e esasperati.

È raggiante la Whitherspoon nel ruolo un po’ nevrotico di mamma dell’alta borghesia, così come la Kidman, un po’ prigioniera nel ruolo di invidiata donna perfetta, che dietro le apparenze nasconde l’ombra della violenza domestica. Era difficile per la giovane Shailene riuscire a brillare accanto a due star come la Kidman e la Whiterspoon, eppure la giovane attrice riesce a ritagliarsi i suoi momenti, nonostante il suo sia un ruolo solo in superficie dimesso e di secondo piano.

Il telefilm indaga i rapporti dell’animo umano, quelli interpersonali, la famiglia, l’amore, l’amicizia tra donne.

Senza ansie, né smanie da puntata successiva, Big Little Lies riesce comunque a incuriosire il lettore che non vede l’ora di scoprire, nei prossimi episodi, chi sia l’assassino e chi la vittima, a chi appartenga la verità e a chi queste piccole grandi bugie.

CINEMA, LIBRI

Napoli protagonista della serie tratta da “L’Amica geniale” di Elena Ferrante

Probabilmente i suoi libri hanno destato scalpore più per la sua identità di scrittrice, nascosta ai più, che per la trama in sé. Sto parlando di Elena Ferrante, che dal 2011 ad oggi è in testa alle classifiche di vendita di tutto il mondo con la saga de L’Amica geniale (edizioni e/o), senza tuttavia aver mai rivelato il suo vero nome.

Divisa in due parti, infanzia e adolescenza, la storia dei romanzi percorre la vita di due bambine, le due amiche Elena Greco e Raffaella Cerullo, che inizia nella Napoli dei primi anni ’50. L’una povera, figlia di un umile calzolaio, costretta ad interrompere gli studi; l’altra, Elena, figlia di un usciere comunale, riesce invece ad arrivare fino al liceo. Entrambe le ragazzine si mostrano insofferenti alle regole del “rione” in cui vivono, e spesso le loro vite si ritroveranno ad intrecciarsi fino al matrimonio di Lila, Raffaella, che chiude il primo capitolo della quadrilogia letteraria.

La copertina del libro “L’amica geniale” di Elena Ferrante

A far da contorno alle vicende delle due protagoniste, tanti scorci e usanze di Napoli, che nel volume, sin dalla copertina, si fa quasi silenziosa terza protagonista, dalle miserie del dopoguerra fino ad una timida ripresa economica negli anni del boom, vessata dalla malavita organizzata.

Un racconto che si fa quello di una intera città, e che diventerà una serie televisiva. Lo annuncia oggi l’ANSA, sulle cui pagine si legge che si sono aperti i casting a Napoli per ricercare le due bambine protagoniste della serie che sarà diretta da Saverio Costanzo.

L’inizio delle riprese è previsto per questa estate. Le location non sono ancora state confermate dalla Film Commission Campania, che si augura possano svolgersi tutte a Napoli, e se ciò dovesse trovare conferma, il capoluogo partenopeo si trasformerà in un vero e proprio set a cielo aperto quest’anno, poiché protagonista anche delle riprese di Napoli Velata, il nuovo film che il regista Ferzan Ozpetek inizierà a girare subito dopo la promozione di Rosso Istanbul ora nelle sale.

Titolo internazionale di quest’opera è The Neapolitan Novels, prodotta dalla Fandango e Wildside insieme ad altri partner stranieri.

Ad occuparsi dei casting sarà Laura Muccino che, come cognome suggerisce, è sorella dei ben più noti Muccino registi, e che in questi giorni sarà alla ricerca delle bambine che daranno il volto alle protagoniste del romanzo.

Un progetto di ampio respiro che è riuscito a destare l’attenzione anche delle autorevoli pagine del New York Times dal quale si apprende che la serie si suddividerà in quattro stagioni, così come i volumi della Ferrante, ogni stagione consterà di otto episodi, per un totale di trentadue puntate da cinquanta minuti ciascuna, e coprirà un arco temporale che va dal secondo dopoguerra agli inizi degli anni 2000.

Insieme a Francesco Piccolo e Laura Paolucci ci sarebbe anche la misteriosa Elena Ferrante a collaborare alla stesura della sceneggiatura.

Ancora poco si sa sulla messa in onda dello sceneggiato, che potrebbe arrivare sugli schermi Rai già nel 2018, e rappresenterebbe per Napoli una delle più grandi produzioni degli ultimi anni.

Un’ottima cosa per Napoli, reduce dal successo della fiction poliziesca I Bastardi di Pizzofalcone, che ha battezzato il turismo “cinematografico” alla volta delle location che hanno fatto da sfondo alle avventure del commissario Lojacono e i suoi agenti.

Con questa nuova produzione, che sarà trasmessa anche all’estero, potrebbe incrementarsi il turismo nella città di Partenope, che torna ad essere grande protagonista di arte, cultura, letteratura e cinema.

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Colosseo. Un’icona: duemila anni di storia, a Roma fino al 7 gennaio 2018

Dall’avvio dei lavori nel 69 d.C. sotto l’imperatore Vespasiano al film Lo chiamavano Jeeg Robot del 2016, passando per le settecentesche raffigurazioni del Gran Tour e la PopArt romana di Olivo Barbieri. È davvero grandiosa, come l’opera che celebra appunto, la mostra che ripercorre i duemila anni del Colosseo, storia che è allo stesso tempo anche quella del nostro paese e della nostra cultura.

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il Colosseo di Olivo Barbieri

Parte oggi fino al prossimo 7 gennaio 2018, Colosseo. Un’icona, straordinaria rassegna, all’interno dello stesso Anfiteatro Flavio, che si propone di mostrare anche aspetti inediti o poco noti di uno dei monumenti italiani più famosi e visitati al mondo.

Forma ellittica, 52 metri di altezza, 188 metri di “lunghezza” (asse maggiore) per 156 di “larghezza” (l’asse minore), per una superficie complessiva di 3357 metri cubi, che poteva ospitare fino a 73.000 persone, e che oggi invece accoglie oltre sei milioni di visitatori l’anno. Sono solo alcuni dei numeri di questo straordinario edificio, che ha visto nei secoli non solo i gladiatori, ma anche attività commerciale, residenziale e religiosa che caratterizzò la sua vita durante il Medioevo.

Con la riscoperta del mondo classico, anche il Colosseo esercita un grande fascino sulla società rinascimentale, ispirando architetti e pittori. Luogo di martirio, nel Cinquecento diventa simbolico teatro della Via Crucis.

Con la ripresa degli ideali dell’Antica Roma e l’ideale prosecuzione di ciò che fu l’Impero, nel ventennio fascista diventa ideologico proscenio del potere.

Roman Holiday
La locandina del film Vacanze Romane, 1953

È con i primi film peplum, i primi kolossal in costume, che il monumento entra nell’immaginario collettivo di tutto il mondo: da Quo vadis? con una giovanissima Sophia Loren a Mangia Prega Ama, passando per La Dolce Vita e La Grande Bellezza sono tanti i film che hanno celebrato Roma, e il Colosseo, sul grande schermo. Lo dimostra un film-documento, a cura di Silvana Palumberi per Rai Teche negli anni 2000, con una photogallery dei film selezionati, ma anche il filmato Nuovo Cinema Colosseo, corto che in 23 minuti raccoglie i più importanti film cui il Colosseo ha fatto da sfondo: dal Gladiatore a Vacanze Romane, da La commare a Roma di Fellini.

La rassegna si articola in dodici sezioni ordinate cronologicamente che, come capitoli di un libro, riassumono le tante vite dell’anfiteatro romano, con modelli, studi, disegni, dipinti. Come il Colosseo che Carlo Lucangeli realizzò tra il 1790 e il 1812.

Colosseo di Lucangeli - internettuale
il Colosseo di Carlo Lucangeli, 1790-1812

Tanti i materiali, esposti qui per la prima volta, che ricostruiscono la vita medievale del monumento romano, per un insieme complessivo di centocinquanta opere e filmati rari, ottenuti grazie alla sinergia con l’Istituto Luce, Cinecittà, a cura di Giorgio Gosetti e Lorenza Micarelli – e la Casa del Cinema.

Curata da Rossella Rea, Serena Romano e Riccardo Santangeli Valenzani, con progetto di allestimento di Francesco Cellini e Maria Margarita Segarra Lagunes, la rassegna è promossa dalla Soprintendenza Speciale per il Colosseo e l’area archeologica centrale di Roma, con Electa, che per l’occasione pubblica anche The Colosseum Book, volume che propone alcuni dei tanti itinerari alla scoperta della fortuna post-antica dell’anfiteatro, con un’ampia raccolta di immagini a corredo, ma anche tante pagine letterarie che lo hanno celebrato e ne hanno fatto una vera icona senza tempo dell’arte e dell’archeologia italiana nel mondo.

CINEMA

La Cena (delle occasioni perdute) di Natale di Luca Bianchini

Dopo il successo di Io che Amo solo Te, film tratto dall’omonimo romanzo di Luca Bianchini, arriva al cinema La Cena di Natale, appendice natalizia più che seguito vero e proprio, tratto anch’esso da un racconto dello scrittore pugliese che qui firma anche la sceneggiatura.

Riconfermato il cast che da Riccardo Scamarcio a Laura Chiatti passando per Maria Pia Calzone e Michele Placido si ricalano nel ruolo di Damiano, Chiara, Ninella e Don Mimì nella ridente cittadina di Polignano a Mare.

Surreale la trama: Matilde (interpretata ancora da Antonella Attili) riceve in dono un costosissimo smeraldo dal marito (Placido) e per festeggiare decide di organizzare una cena della Vigilia con tutta la famiglia, inclusa la storica rivale in amore nonché sua consuocera, Ninella (Maria Pia Calzone). Ad animare i preparativi per l’evento le tresche di Damiano (Scamarcio) cui sta stretta la vita coniugale con Chiara (la Chiatti) incinta di otto mesi.

Dietro la macchina da presa il regista della prima pellicola, Marco Ponti, che questa volta sembra dirigere una commedia un po’ stanca, la cui narrazione è intervallata soltanto da pochi momenti davvero esilaranti. Sì, perché il film non sa bene dove andare a incanalarsi, se nel dramma vero e proprio o nella commedia all’italiana tradizionale, trasformandosi in un ibrido dramedy in cui dramma e commedia non sono bene amalgamati.

la-cena-di-natale-film-2016-luca-bianchini-cast-internettualePoco più di un cameo quello di Veronica Pivetti, la cui effervescente zia Pina, oriunda pugliese naturalizzata milanese, è stato il vero personaggio rivelazione di una pellicola cui manca qualcosa, e anche dopo la parola “fine” si continua ad avere la sensazione di un film a cui il montaggio finale ha tagliato qualche parte importante.

Colonna sonora di questa seconda avventura cinematografica è questa volta Emma Marrone, che presta la sua Quando le canzoni finiranno tratta dal suo ultimo album, Adesso, e se nel primo film c’era un cameo della stessa Alessandra Amoroso che cantava il classico di Sergio Endrigo, Io che amo solo te, qui non poteva mancare la voce originale dello stesso cantautore che accompagna il breve scambio di sguardi di due amanti.

Bianchini ha un po’ snaturato i suoi personaggi esasperandone paranoie e vezzi, e ne ha fatto quasi personaggi caricaturali che non hanno un reale feeling con lo spettatore che assiste ad una tragicomica cena di Natale, che sa più di cena di un’occasione perduta.

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CINEMA

Emily Blunt al cinema con La ragazza del Treno

Caso letterario dell’estate 2015, La ragazza del treno di Paula Hawkins arriva adesso al cinema con il volto di Emily Blunt diretto da Tate Taylor, già regista dell’acclamata trasposizione cinematografica The Help.

emily-blunt-in-la-ragazza-del-treno-promo-2016-internettualeLa storia è quella di Rachel, giovane donna affetta da alcolismo, che guarda i Bennett dal finestrino del treno che tutti i giorni la conduce a New York. All’inizio per lei, con un doloroso divorzio alle spalle, è l’inconscia identificazione in quella che apparentemente è la famiglia perfetta. Pian piano il quotidiano voyerismo distratto diventa morboso, si fa ossessivo, fino a voler scendere dal treno e andare oltre la sfuggente visione dal vetro di un vagone.

È lì che comincia il vero viaggio di Rachel, che si ritrova ad affrontare la scomparsa della donna che segretamente spiava e i demoni di una separazione che proprio fatica ad accettare.

Il film di Taylor travolge lentamente il lettore nel vortice dell’alcolismo della protagonista, proiettandolo in una realtà confusa, dove ricordi e percezioni non sono quello che in realtà sembrano, come in un’escalation fino al momento del black-out.

Emily Blunt dà anima, ma soprattutto corpo, ad un personaggio complesso, non necessariamente positivo, ma che è in cerca di redenzione e di sé stessa, e di quella consapevolezza di vivere che l’alcol stancamente le strappa via a poco a poco.

Sono tanti i volti noti che orbitano intorno alla Blunt: dall’amica Cathy, Laura Prepon volto di Orange is the New Black, al cameo di Lisa Kudrow, indimenticabile Phoebe del serial Friends.

emily-blunt-in-la-ragazza-del-treno-2016Un film atipico, inizialmente sconnesso, non di facile impatto, Nella prima parte lo spettatore stenta un po’ a comprendere l’intreccio di vite che danno origine a quella che è una storia banale, ma non scontata, anomala nella narrazione delle voci che, come le storie, si sovrappongono restituendo diversi punti di vista sul focus finale.

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riedizione del romanzo di Paula Hawkins per Piemme editore

La ragazza del treno è un film che senza troppe pretese cavalca l’onda del caso letterario che l’ha generato e arriva al cinema esattamente dodici mesi dopo il best seller mondiale da cui ne è tratto, ottimo per una serata al cinema all’insegna dell’adrenalina e dell’indagine, anche psicologica.

LIBRI

Yeong-hye, la donna che vuole diventare una pianta

La vegetariana«Yeong-hye è una donna che si vuole trasformare in una pianta e rifiuta la razza umana». È così che Han Kang, raggiunta dall’agenzia italiana ANSA, parla del suo romanzo, La Vegetariana, edito in Italia da Adelphi, nella traduzione di Milena Zemira Ciccimarra.

Il libro, scelto tra ben 155 lavori editoriali, ha vinto il Man Booker International Prize 2016, per la sua “potenza e originalità indimenticabili”, raggiungendo con successo anche il nostro Paese.

«In Corea – spiega la scrittrice all’agenzia di stampa – essere vegetariani è considerato strano, non è molto frequente» tuttavia, prosegue la scrittrice coreana «non è considerata invece una cosa strana quella di trasformarsi in qualcosa di diverso da un essere umano. Si può essere stati un uccello nella vita precedente e ci si chiede cosa si potrà essere nella vita futura. Nel caso di Yeong-hye la situazione è differente perché lei vuole trasformarsi in un’altra cosa rispetto a quello che è nella sua vita adesso».

La sua protagonista è una donna comune, una moglie rispettosa ed ubbidiente, di una persona comune. Una di quelle tipiche donne da cui, leggendo, quasi non ci si aspetta nulla.

L’embrione del cambiamento si insinua nella mente di Yeong-hye dopo aver fatto uno strano sogno di sangue e boschi scuri. Da quel momento la donna non mangia carne e si rifiuta di cucinarla, nutrendosi di soli vegetali.

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Han Kang, foto del New York Times, maggio 2016

Leggendo le pagine della Kang, realtà e finzione si mescolano in un mondo indefinito dove è difficile distinguere ciò che è vero da ciò che invece è frutto dell’immaginazione. Yeong-hye si immerge lentamente in un mondo onirico, e il lettore con lei, allontanandosi pian piano dalla realtà.

È terribile la reazione del marito all’astrazione mentale e fisica della donna, che arriva fino al sadismo sessuale.

Un libro fatto di fiaba e sogni, che Han Kang, 46 anni, ci descrive in tre atti: «C’è un racconto breve coreano, non una fiaba, che parla di un uomo che torna a casa e si trova davanti a una miriade di piante e fiori e parla con loro, cerca attraverso questo contatto la pace interiore. Ma è l’universo onirico a essere determinante. Anche nella terza sezione la narratrice, che è la sorella della protagonista, fa riferimento al sogno e al fatto che occorrerà risvegliarsi».

La Kang ritornerà in libreria, sempre per Adelphi, con Human Acts che uscirà nel 2018. Nel frattempo la scrittrice prosegue il suo lavoro di ricerca, introspezione, scrittura, lavorando su di un trittico incentrato su persone alla ricerca della propria dignità nel mondo contemporaneo.

Figlia dello scrittore Han Seungwon, la Kang è molto sensibile all’attuale condizione degli artisti nella Corea del Sud: «È venuta alla luce una lista nera di artisti, scrittori, registi, controllati dal governo, che si oppongono all’attuale regime. È stato un vero shock. Ci vorrà molto tempo perché cambi qualcosa».

LIFESTYLE

Happiness Jar, il barattolo dei pensieri positivi per imparare ad essere felici

Nato dalla mente della scrittrice statunitense Elizabeth Gilbert, la stessa del best-seller internazionale Mangia Prega Ama del 2006, l’Happiness Jar o, in italiano, Barattolo della Felicità ribalta, come suggerisce lo stesso nome, il concetto del “Vaso di Pandora”. Se infatti il leggendario scrigno secondo la mitologia conteneva tutti i mali del mondo, l’Happiness Jar invece contiene soltanto pensieri positivi. Un diario personale dunque, un riassunto, come società fast-food impone, scritto su bigliettini o post-it sotto forma di brevi pensieri, per un anno intero.

Dodici mesi dunque per appuntare ogni giorno quei momenti di felicità pura: dal pensiero del giorno all’evento specifico, da un dono ricevuto a alla visita inaspettata, passando per tutte quelle piccole grandi cose che riescono a strapparci un sorriso facendoci vivere un attimo di gioia.

Julia Roberts in Mangia prega ama (2010)
Julia Roberts in Mangia prega ama (2010)

Un “gioco” dunque, che non necessariamente quotidiano, che si ricollega a quanto detto dall’autrice nel romanzo da cui è stato tratto il film con Julia Roberts, e che aiuta a liberare la mente, a sgombrarla dalla negatività di angosce, preoccupazioni, paure, aiutandoci ad “arredare” la nostra stanza della meditazione, quel luogo ideale della nostra mente che ci aiuta ad armonizzarci con l’universo, per sentirci in pace con il mondo e riuscire a realizzare noi stessi. Come già suggeriva lo spirituale film del 2010, infatti, bisogna imparare a scegliere i pensieri allo stesso modo in cui si scelgono i vestiti ogni giorno.

Quale momento migliore dunque se non quello che da molti è considerato il secondo capodanno dell’anno? Settembre è senza dubbio il mese in cui si ritorna alla propria vita dopo un breve o lungo periodo di pausa, la stagione dei nuovi inizi e degli impegni, ma soprattutto la stagione dei progetti personali e professionali.

Un ottimo momento dunque per iniziare a riempire il proprio barattolo della felicità con spirito positivo e propositivo, trascrivendo quei piccoli, grandi momenti della vita quotidiana che ci conducono verso ciò che desideriamo davvero.

Riconoscerli è facile, basta distinguere i sentimenti e le sensazioni che proviamo. Gioia, amore, felicità, gratitudine sono queste le emozioni che devono guidarci alla compilazione di questi pizzini felici.

Ecco un decalogo che può ispirarvi per riempire il vostro vaso di pensieri positivi:

  1. Un pensiero felice al giorno, qualcosa da dedicare a noi stessi o che ci ha dedicato qualcuno il cui pensiero ci rende felici.
  2. Un dono inaspettato, che non sia soltanto quello materiale, ma anche quel gesto improvviso che migliora la nostra giornata.
  3. Una riflessione sulla natura, sul mondo che ci circonda e sulla sua infinita bellezza, come il vento tra i capelli o una bella giornata di sole.
  4. Una frase o una situazione divertente, che è riuscita a strapparci un sorriso e che merita di essere ricordata.
  5. Ricordi gioiosi che si desidera restino indelebili, da portare con noi come una capsula del tempo.
  6. I piccoli momenti belli della nostra giornata, della nostra quotidianità, nonostante tutto.
  7. Il testo, le parole di una canzone che non riusciamo a smettere di cantare, che ci hanno colpito, che sembra ci parlino o parlino della nostra storia.
  8. Una citazione: da un film, da un libro, riflessiva o divertente, superficiale o profonda, meditativa o riflessiva, purché sia POSITIVA.
  9. La gioia per aver conseguito un obiettivo, uno scopo nella vita per il quale ci si è impegnati.
  10. La meraviglia, la gioia, lo stupore per gli avvenimenti felici, quelli che non si aspetta, quelli a lungo desiderati.

Insomma ogni pensiero, se positivo, è un ottimo motivo per riempire il proprio Happiness Jar, con quelle parole, d’ispirazione e motivazionali, che possano aiutarci, come una ideale strada di mattoni gialli, a percorrere la strada della felicità.

ART NEWS

Le chiese di Napoli che non vedrai mai

Sono circa mezzo migliaio le chiese costruite a Napoli dal periodo paleocristiano fino al XIX secolo. Edifici che hanno proliferato dall’editto di Costantino in poi, con la liberalizzazione del culto cristiano nel 313 d.C., e che si sono trasformati via via in veri e propri manifesti in pietra del potere per le famiglie nobiliari del capoluogo partenopeo. Un patrimonio, questo, storico e artistico di grande rilevanza, se si considera soprattutto gli stili, gli architetti, le maestranze e le opere d’arte che lo costituiscono.

Molti edifici sono dei veri e propri gioielli dell’architettura, che proiettano Napoli, quando era capitale del Mezzogiorno, tra le grandi città europee dal medioevo fino al rinascimento. Alcuni sono stati gravemente danneggiati nella prima metà del ‘900, tra i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e il violento terremoto del 1980.

Per alcune oggi nulla o poco sembra cambiato, se non qualche ponteggio per la sola messa in sicurezza, altre invece versano in stati di totale degrado e abbandono.

Vincenzo Regina, Le Chiese di Napoli, Newton Compton 2004
Vincenzo Regina, Le Chiese di Napoli, Newton Compton 2004

Seguendo il percorso tracciato da Vincenzo Regina nel suo libro Le Chiese di Napoli, sono ben due le Chiese chiuse in Via Costantinopoli, via dell’arte e degli antiquari napoletani, come la Chiesa di Santa Maria della Sapienza.

L’edificio risale alla prima metà del XVII secolo, su di un progetto di Francesco Grimaldi prima, Giacomo Di Conforto dopo, ma sono tanti gli architetti che si susseguono nei dieci anni di lavori, tra cui Cosimo Fanzago, al quale è attribuita la facciata con portico e ampie arcate a tutto sesto, e Dionisio Lazzari che l’avrebbe poi abbellita aggiungendovi i marmi bianchi all’interno.

La Chiesa aveva annesso anche il chiostro, demolito alla fine del XIX secolo per lasciar posto all’adiacente Policlinico vecchio, alle spalle della chiesa.

La Sapienza è chiusa da oltre cinquant’anni, e in questo mezzo secolo annovera una sola apertura straordinaria, quella del 2005, in occasione della rassegna Maggio dei Monumenti, che ne evidenziò soltanto i gravi danni artistici e architettonici a causa di gravi infiltrazioni d’acqua che interessano la struttura.

Chiesa di Santa Maria della Sapienza
Chiesa di Santa Maria della Sapienza
Santa Maria della Sapienza, scale
Santa Maria della Sapienza, scale

Le scale d’accesso, protette dai cancelli, sono oggi coperte da un tappeto di rifiuti composto per lo più da bottiglie e cartacce, trasformate in una vera discarica, e non sembra al momento che ci sia alcun interesse di lavori di restauro o quantomeno manutenzione.

Di fronte alla Sapienza c’è un altro complesso il cui accesso è proibito al pubblico, quello di San Giovanni delle Monache.

Chiesa di San Giovanni Battista delle Monache - internettualeCostruita verso la fine del XVI secolo da Francesco Antonio Picchiatti, vede il completamento della facciata soltanto il secolo successivo ad opera di Giovan Battista Nauclerio. L’importanza di questo luogo fu tale da estendersi su una vasta area della città, entro le mura, comprendendo addirittura sei chiostri, tra cui quello superstite, il Chiostro di San Giovanniello, sei belvedere e altrettanti luoghi di svago.

Chiesa di San Giovanni Battista delle Monache, facciata
Chiesa di San Giovanni Battista delle Monache, facciata

Nel corso del XIX secolo il chiostro superstite diventa sede dell’Accademia di Belle Arti ad opera di Errico Alvino, mentre altre parti retrostanti la chiesa vengono demolite per far spazio alle nuove costruzioni del tempo, come il Teatro Bellini, che prende il posto del Bastione Vasto.

Negli anni ’70 tutti i beni artistici e preziosi sono spostati nei depositi della Soprintendenza, mentre in seguito al terremoto, crolla la volta e la cupola, completamente ricostruita.

La facciata di Nauclerio è in perfetto stile neoclassico, con due ordini di colonne, il primo composito e il secondo corinzio, con un portico in piperno, probabilmente per uniformarsi alla Sapienza di fronte.

Tanti gli artisti che avevano apportato le loro opere, da Luca Giordano, Francesco Di Maria, Bernardo Cavallino, Giovanni Balducci, Nicola Fumo, Andrea Vaccaro. Ma anche questo gioiello, come la Sapienza di fronte, è chiuso.

Chiesa di San Gaudioso Napoli - internettuale
Complesso di San Gaudioso, facciata

Lungo questo ideale decumano, il terzo complesso attualmente chiuso è quello di San Gaudioso, collocato nel vico omonimo. Un monastero dedicato a Settimio Celio Gaudioso da cui prende il nome.

Complesso San Gaudioso Napoli Cosimo Fanzago - internettuale
Complesso di San Gaudioso, scala

Se il nucleo originario risale al V secolo, è tra il XVI e il XVII che si verifica la sua espansione. Il chiostro è opera di Giovanni Francesco di Palma, ma nei lavori di restauro ritroviamo ancora una volta Cosimo Fanzago, autore dell’armoniosa scala di marmo che dava l’accesso al sito. Anche questo monastero, come la Sapienza, è stato negli anni completamente distrutto per far spazio alle vicine strutture ospedaliere che sono sorte negli anni a venire.

Oggi tutto ciò che resta è proprio quella scala disegnata dal Fanzago e parte dell’arco sovrastante, che costituivano le mura di cinta del chiostro di cui restano pochissime tracce. Tuttavia, dal punto di vista architettonico, questi resti diroccati sono comunque di grande interesse storico artistico, ma, come gli altri, completamente inibiti al pubblico.

Si stima che siano oltre 200 le chiese attualmente chiuse nella città di Napoli, alcune delle quali versano in condizioni in pessime condizioni strutturali ed artistiche.

Da qualche anno la Chiesa di Napoli sta dando a imprenditori, associazioni, enti e privati queste strutture in comodato d’uso, a patto però che esse vengano completamente restaurate e riportate all’originario splendore.

A leggere le direttive del bando però, sembra che sia riservato però ai soli imprenditori o a chi comunque ha già un’attività e, soprattutto, una rendita. Così facendo dunque si vanno ad alimentare gli introiti dei soli imprenditori, associazioni e privati che un rendiconto economico ce l’hanno già, impedendo a tutti gli altri di poter recuperare, magari con la sola fatica, cultura e passione, questi gioielli dimenticati. È pur vero che la Curia deve tutelare questi capolavori dell’arte assicurando loro una manutenzione e un restauro che solo qualcuno “con portafoglio” può garantire, ma non sarebbe più semplice, almeno per le strutture più piccole, offrire questi edifici anche a semplici studenti di storia dell’arte o beni culturali sviluppando altresì la libera imprenditoria e un lavoro per chi un lavoro non ce l’ha?

In questo modo, anche nella remota ipotesi in cui il restauro non sarebbe consentito in tempi celeri come quelli consentiti dall’investimento di un imprenditore, si garantirebbe comunque l’accesso alle strutture, magari con visite guidate da parte di chi le amministrerebbe e, attraverso attività culturali, riuscire a raccogliere il denaro per sopperire via via ai lavori di restauro e ristrutturazione necessari.

CINEMA, LIBRI

La storia di Nojoud, sposa bambina che sognava il divorzio e la libertà di giocare

Nojoud piemme libro copertina - internettualeNojoud Ali è una ragazza yemenita di diciotto anni. Il suo nome è balzato agli onori delle cronache di tutto il mondo quando nel 2008 all’età di dieci anni ha intrapreso una causa per divorziare da suo marito. Grazie alla collaborazione con la giornalista franco-iraniana Delphine Minoui, la sua storia è diventata un libro Moi Nojoud, 10 ans, divorcée, pubblicato anche in Italia da Piemme (nel 2009) con lo stesso titolo, Io, Nojoud, dieci anni, divorziata. Best-seller tradotto in quindici lingue quella biografia e quel libro hanno ispirato un film indipendente che è riuscito ad arrivare con una distribuzione limitata lo scorso maggio anche nel nostro paese, La Sposa Bambina.

Con una fotografia assente, una sceneggiatura debole e una regia casareccia, la pellicola probabilmente non vincerà mai l’Oscar come film dell’anno. Tuttavia Khadija Al-Salami, giovane regista che esordisce con questo lungometraggio, ha il pregio di aver riportato in auge il delicato tema delle spose bambine, in un film, a tratti semplicistico e un po’ naif, anche a quel popolo yemenita cui il film originariamente si rivolge.

La Sposa Bambina cinema film Nojoud - internettuale
una scena del film “La Sposa Bambina”

La Sposa Bambina racconta la storia della giovane Nojoud, costretta a sposarsi all’età di dieci anni a causa della famiglia che versa in condizioni economiche precarie, che riceve in cambio una lauta somma di denaro, con la promessa che la bambina avrà il suo primo rapporto sessuale solo dopo aver raggiunto la pubertà. Il patto, come di consueto secondo la legge della Sunna, avviene solo tra uomini, con il solo padre della sposa e futuro marito che, in compagnia di due testimoni e di un capo spirituale decidono i dettagli di questa trattativa.

Ma il marito di Nojoud infrange il patto e abusa della bambina ripetute volte, picchiandola. Nojoud trova la forza di ribellarsi a questo triste destino che, secondo una stima tocca milioni di bambine in tutto il mondo: dall’Africa all’Asia, dall’America Latina all’Europa Orientale.

Secondo la legge yemenita il limite di età per sposarsi è fissato a 15 anni, ma, grazie ad un emendamento del 1999 che fa riferimento al matrimonio tra Maometto e Aisha, una bambina di nove anni, ci sarebbe la clausola di contrarre matrimonio anche al di sotto dell’età prefissata.

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Nojoud Ali

Assistita dall’avvocato Chadha Nasser, Nojoud riesce ad ottenere ugualmente l’annullamento del suo matrimonio. Se è vero che la stessa sorte tocca tante e tante ragazzine vittime dei cosiddetti matrimoni forzati con il consenso della legge, è altrettanto vero che questa vieta i rapporti sessuali fino al raggiungimento della pubertà delle giovani spose.

Nel 2008 il tribunale annulla il matrimonio della bambina, accordando una somma di mille riyal (circa 360 euro) da restituire al marito quale risarcimento per la rescissione del contratto matrimoniale. Somma che viene raccolta grazie allo Yemen Times, che sopperisce all’ingente povertà della famiglia della ragazza. Restituendo a Najoud la libertà di giocare come una qualsiasi altra bambina.