ART NEWS, LIBRI

2500 anni di storia del Centro Antico di Napoli. Giovedì 19 luglio alla “Pietrasanta”

Prosegue il ciclo di appuntamenti alla Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta a Napoli. Dopo il successo della conferenza teatralizzata di qualche settimana fa, quando il Dottor Raffaele Iovine, presidente dell’Associazione Pietrasanta, insieme a Gianpasquale Greco e Lucio Carlevalis ha rievocato la storia della Cappella Pontano, si bissa giovedì 19 luglio dalle ore 17.30 con un nuovo appuntamento da non perdere. L’occasione questa volta è la presentazione del nuovo volume di Italo Ferraro, Centro Antico (Oikos edizioni). Un libro, questo, che indaga 2500 anni di storia che hanno interessato la città di Napoli: dalla formazione della città dai Greci, passando per le dominazioni che si sono susseguite nei secoli. Dai romani alla Napoli ducale, dagli angioini agli aragonesi. Un centro antico, quello di Napoli, che si è rinnovato pur restando sempre uguale a se stesso. Gli stessi assi, quelli dei cardi e dei decumani, hanno accolto nel loro ventre mode urbanistiche e influenze culturali continuando a preservare quell’impianto che è rimasto immutato nel tempo.

Ma il volume di Italo Ferraro pone l’accento anche sulla recente costituzione della Città Metropolitana e dei suoi 94 comuni che comprendono luoghi di straordinaria bellezza e indiscusso fascino: le isole di Capri, Ischia, Procida, ma anche la Provincia di Salerno e l’Agro nocerino-sarnese.

Una tavola rotonda cui partecipa con grande entusiasmo Monsignor Vincenzo De Gregorio, rettore della Basilica della Pietrasanta, che insieme ad un ricchissimo parterre di ospiti disquisiranno con il Dottor Iovine dei cambiamenti topografico-culturali che hanno interessato e interessano l’area del centro storico di Napoli.

Con loro, tra gli altri, il direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Paolo Giulierini, reduce da uno straordinario successo che ha aperto un dialogo tra l’Ermitage di San Pietroburgo e il MANN, il docente federiciano e urbanista il Professor Francesco Coppola, che coordinerà il dibattito, e il Presidente della Fondazione Morra nonché direttore del Museo Nitsch, Peppe Morra.

L’incontro si propone di mettere in luce un lungo processo di fusione e integrazione che ha portato alla formazione del centro antico così come lo conosciamo noi oggi, e vuole porre l’accento su quelle connessioni, ancora oggi purtroppo latenti, che sono esistite tra i vari territori e epoche, sollecitando una serie di riflessioni e di approfondimenti che riguardano Napoli innanzitutto e il suo centro antico.

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LIBRI

Katherine Wilson, la moglie americana che dichiara amore alla “sua” Napoli

Sono incappato nel romanzo La moglie americana di Katherine Wilson per caso, dopo aver letto sulla sovraccoperta che questo romanzo, edito da Piemme e della collana Piemme Voci, farebbe rivivere la magia della Napoli di Elena Ferrante.

Se l’ambientazione a Napoli rimanda inevitabilmente ai romanzi della misteriosa scrittrice partenopea, La moglie americana è forse la perfetta sintesi tra la serie de L’Amica Geniale e Mangia Prega Ama di Elizabeth Gilberth. Non tanto perché, pagina dopo pagina, si evince una ricerca della felicità e dell’amore, quanto perché la Wilson parla della città come riuscita metafora del cibo.

Ogni capitolo infatti ha per lo più il titolo di un piatto tipico della tradizione napoletana, di cui l’autrice si serve per scandire lo scorrere del tempo, le stagioni, per raccontare festività e ricorrenze, analizzate con brio e ironia e talvolta un simpatico derby partenopeo-americano, confrontando abitudini e modi di vivere e vedere le cose.

Un’opera autobiografica in cui l’autrice ricorda i tempi in cui era arrivata nella città di Partenope fresca di studi, e così, come lei, la giovane Katherine del romanzo arriva a Napoli dalla West Coast a metà degli anni ’90 per uno stage al consolato americano.

foto: instagram @marianocervone

Desiderosa di conoscere il mondo, Katherine, il cui nome è perennemente storpiato dalla pronuncia napoletana in “Ketrin”, si immerge nel tessuto urbano di Napoli e in quel modus vivendi squisitamente partenopeo. Parla di tradizioni, sapori, cogliendone con intelligenza sfumature e sensazioni. Dal sartù di riso al polipo, dal ragù al capitone, capitolo dopo capitolo Katherine narra con sagacia di usanze e folklore, passando per delle intelligenti lezioni e riflessioni sulla lingua napoletana e sulle diverse espressioni in dialetto, che ad uno stesso napoletano sfuggirebbero.

Leggere La moglie americana dovrebbe essere un obbligo morale per qualsiasi napoletano.  Non solo perché il romanzo di Katherine Wilson è una dichiarazione d’amore a Napoli, ma perché consente di notare e apprezzare sfumature di Napoli, della borghesia e del popolo.

È bello leggere e leggersi nelle pagine della Wilson, che è stata capace di far sua e rendere perfettamente la mentalità napoletana, divertendo e al tempo stesso emozionando.

E se anche voi state considerando di fare un viaggio a Napoli o volete che qualcuno ve la racconti, correte a leggere questo romanzo, per scoprire l’anima della città raccontata da una moglie americana.

ART NEWS, LIBRI

La verità sul Caravaggio rubato in Sicilia nel libro “La tela dei boss” di Lo Verso

Si dice sia una delle opere più belle di Caravaggio. La Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi, realizzata dal pittore lombardo durante la sua fuga in Sicilia, presumibilmente tra il 1606 e il 1609. Un’opera, questa, che si distingue per lo straordinario realismo con cui è presentata la scena.

La Madonna e i santi sono ritratti con i volti cari all’artista, quelli del popolo. Sofferente la Madonna, nella sua dolcezza, che presagisce già il destino del figlio.

La natività avviene tra due santi insoliti, come San Lorenzo, omaggio alla Venerabile Compagnia dell’Oratorio a Palermo, mentre la figura a destra, cui si rivolge un insolito giovanissimo San Giuseppe (che compare di spalle), è San Francesco.

Valutato oltre 30 milioni di euro, oggi l’opera è una delle più ricercate dalla polizia di tutto il mondo. Nel 1969 infatti, a dispetto delle notevoli dimensioni, l’opera fu trafugata nella totale assenza di misure di sicurezza. Il furto è avvenuto probabilmente su commissione della mafia siciliana, e la complicità di una custode.

È da qui che parte il libro-inchiesta La tela dei boss del giornalista palermitano Riccardo Lo Verso, che ripercorre nelle sue pagine la notte tra il 17 e il 18 ottobre del ’69.

Secondo il giornalista bisognerebbe spostare le ricerche in Svizzera, seguendo la rotta di traffici illeciti che stava indagando già il giudice Giovanni Falcone. In ballo ci sarebbero ben due obiettivi, non soltanto quello di restituire l’opera di Caravaggio al mondo, oggi sostituita da una copia, ma anche arrestare Matteo Messina Denaro, ultimo “padrino” di Cosa Nostra ancora in fuga.

L’indagine e le ipotesi del giornalista sono raccolte nel suo libro, La tela dei boss, edito da Novantacento, per la collana “i libri di S“. Cinquant’anni di indagini, in cui non mancano colpi di scena, con confidenze e dichiarazioni dagli stessi padrini che hanno rotto il silenzio e che sono state raccolte in una apposita sezione del saggio.

Se volete acquistare il libro di Lo Verso, lo trovate in edicola in allegato al nuovo mensile S, ma presto arriverà anche in tutte le librerie.

LIBRI, TELEVISIONE

Piccole Donne: su SkyUno arriva la serie BBC dal romanzo di Louisa May Alcott

L’ultima versione che la mia generazione può ricordare è quella del 1994 con Winona Ryder nel ruolo di Joe March. Piccole Donne sta per ritornare sugli schermi, anzi, per essere precisi, sui piccoli schermi. Tre puntate che ripercorreranno la storia ispirata all’omonimo romanzo di Louisa May Alcott, a 150 anni esatti dalla sua pubblicazione. Un romanzo di formazione diventato non solo un classico, ma un vero e proprio cult, che racconta le vite delle quattro ragazze March: Joe, Amy, Meg e Beth e le scelte che le porteranno a diventare, come recita il titolo, delle piccole donne.

A raccogliere idealmente il testimone della Ryder c’è questa volta Maya Hawke (figlia di Uma Thurman e Ethan Hawke), che vedremo anche nella terza stagione di Stranger Things, mentre Amy avrà il volto di Kathryn Newton, già apparsa in un’altra mini-serie cult, Big Little Lies con Nicole Kidman.

Tra i volti più noti Willa Fitzgerald, famosa al pubblico per le sue partecipazioni in serie cult come GothamScream la serie e Royal Pains, mentre Beth ha il volto della bellissima Annes Elwy.

Con loro un cast di prim’ordine: dalla candidata all’Oscar Emily Watson alla veterana Angela Lansbury, nota in Italia soprattutto come La Signora in Giallo, Oscar onorario nel 2014 e vincitrice di ben quattro Tony Awards, e Michael Gambon, l’Albus Silente della serie cinematografica Harry Potter.

Emily Watson, Kathryn Newton, Maya Hawke, Willa Fitzgerald, and Annes Elwy

Siamo nel Massachusetts negli anni della Guerra di Secessione, il capo famiglia, Robert, parte per il fronte, lasciando la sua piccola famiglia di donne a casa. La madre Marmee e le loro quattro figlie.

Joe, anticonformista e ribelle, che fa da dama di compagnia all’anziana zia, la creativa Amy, che ama disegno e pittura, l’introversa Beth che suona il piano, e la sorella maggiore, Meg, che cerca approvazione e affermazione nella società.

Negli anni tante sono state le produzioni cinematografiche che hanno trasposto questa storia intramontabile: dal bianco e nero di Harley Knoles del 1933, ad una delle versioni più celebri, quella del 1949 a colori, di Mervyn LeRoy, che aveva come protagoniste Elizabeth Taylor, bionda e boccolosa per l’occasione, e Janet Leigh (che diventerà musa di Hitchcook per il film Psycho), e il nostro Rossano Brazzi (lanciatissimo all’estero) che interpretò il professore che sposa Joe.

Nel 1988 il romanzo ispira addirittura un anime, Una per tutte tutte per una, trasmesso in Italia sulla rete Mediaset, Italia1.

Questa mini-serie è invece prodotta dalla BBC One e arriva in Italia nella prima serata di SkyUno HD a partire dal prossimo 11 maggio.

CINEMA, INTERNATTUALE

Le prime immagini di “L’Amica Geniale”, la serie che Saverio Costanzo sta girando a Napoli

Sembrano quasi due scugnizze Lenù e Lila, le due protagoniste di L’Amica Geniale, serie tratta dall’omonimo romanzo di Elena Ferrante, di cui stanno girando le prime esterne a Napoli proprio in queste ore.

Le ha presentate ufficialmente mamma RAI, che con HBO produce il serial che sarà distribuito anche negli States.

Sono Elisa Del Genio e Ludovica Nasti, che daranno il volto rispettivamente alle piccole Elena (detta appunto Lenù) e Raffaella (soprannominata Lila), che appariranno per la prima volta sullo schermo.

Un romanzo di formazione, quello della Ferrante, misteriosa autrice che continua a nascondersi dietro questo pseudonimo, che muove i primi passi dagli anni ’50, e giunge quasi agli anni ’90 ritrovando le due protagoniste adulte.

A dare il volto all’adolescenza di Lila e Lenù saranno invece Gaia Girace e Margherita Mazzucco.

La serie traspone in otto puntate il primo romanzo della quadrilogia della Ferrante edita in Italia da e/o, per la regia di Saverio Costanzo, che ha diretto tra l’altro PrivateLa solitudine dei numeri primiHungry Hearts.

Un kolossal, questo, da 150 attori e 5000 comparse. Molto lungo anche il periodo di casting, per una produzione particolarmente sentita, che ha visto impegnati gli addetti ai lavori per circa 8 mesi, durante i quali hanno provinato 9000 bambini e 500 adulti in tutta la Campania.

A giudicare dalle automobili d’epoca (che ho più volte postato sul mio canale instagram, se vi va seguitemi) i costi e la produzione è di altissimo livello, che ha visto un dispiego di tecnici e addetti ai lavori di 150 persone, che hanno ricreato ben 20.000 metri quadri di set in appena cento giorni di lavoro. Un lavoro che ha ricostruito 14 palazzine, 5 set di interni, una chiesa e un tunnel, e l’intero quartiere Luzzatti dove è ambientata la prima stagione.

Fedele al romanzo, la storia ruota intorno alla scomparsa di Raffaella Cerullo, la cui migliore amica, Elena Greco, una signora anziana immersa in una casa piena di libri, scrive al computer la storia di una vita e di un’amicizia. Le due si conoscono in prima elementare nel 1950.

Napoli qui è vista come una città pericolosa, caratterizzata da un humus di criminalità, diffidenza e omertà, ma appare anche affascinante e borghese.

Pagina dopo pagina, Elena ripercorre gli ultimi sessant’anni della sua vita, raccontando di Lila, la sua amica geniale, ma anche la sua peggior nemica.

Sono invece 1500 i costumi, che si suddividono tra creazioni originali e quelle di repertorio.

Oltre alle già citate HBO e RAI, il progetto vede coinvolta anche TIMVISION.

Prodotta da Lorenzo Mieli e Mario Gianani per Wildside e da Domenico Procacci per Fandango in co-produzione con Umedia Production, la serie sarà è stata sceneggiata dall’autrice del libro, Elena Ferrante, insieme a Francesco PiccoloLaura Paolucci e lo stesso regista Saverio Costanzo.

Produttore esecutivo, Jennifer Schuur.

Un progetto di ampio respiro, che porterà Napoli nel mondo, grazie alla distribuzione internazionale ad opera di FremantleMedia International, che ci porterà in tutto il mondo una Napoli d’altri tempi.

CINEMA

Saverio Costanzo gira a Napoli “L’Amica Geniale” di Elena Ferrante

Altro set, altra fiction. Sono partite oggi, 12 marzo, le riprese della prima stagione di The Neapolitan Novels, titolo internazionale della mini-serie co-prodotta da Rai e HBO, tratta dalla teatralogia di Elena Ferrante. La prima serie porterà sul piccolo schermo le pagine di L’Amica Geniale, primo romanzo della serie della misteriosa scrittrice napoletana, la cui identità resta ancora un segreto. E come il suo vero nome anche della serie nulla o poco si sa.

Ho letto il primo romanzo proprio questa estate e posso anticiparvi che, se il serial sarà fedele al libro, le location (salvo ricostruzioni negli studi) dovrebbero aggirarsi oltre che nel centro storico, dove in queste ore sono state riprese le prime esterne, anche in Via Filangieri, Via Toledo, il Gambrinus, e molti luoghi-manifesto della città di Napoli, come Piazza dei Martiri, la Biblioteca Nazionale, il Lungomare e Posillipo.

Le prime riprese, pare, hanno visto protagonista la Galleria Principe di Napoli, da qualche tempo oggetto di recupero strutturale e funzionale, e il Palazzo Gravina, sede della Facoltà di Architettura, trasformato per l’occasione nella scuola anni ’50 frequentata da una delle due protagoniste, Elena Greco detta Lenù.

La storia infatti parla dell’amicizia tra le piccole Lenù e Lila, che pagina dopo pagina diventano ragazze e donne che affrontano i primi amori e la dura vita in un difficile quartiere della periferia di Napoli, Gianturco.

Alla stesura della produzione televisiva ha preso parte la stessa Ferrante, mentre la regia è stata affidata a Saverio Costanzo, che sposterà verso l’estate le riprese sull’Isola di Ischia, dove la giovane protagonista trascorre proprio le vacanze estive.

I primi ciak si sono svolti nel casertano, dove è stato ricostruito il quartiere delle due ragazze, nell’ex area industriale Saint Gobain, a Marcianise, trasformata in studios cinematografici con tanto di strade, edifici, chiese.

l’attrice Valentina Acca

Mistero anche sul cast. Non è dato sapere chi interpreterà le due protagoniste da ragazzine né da adulte. Secondo alcune indiscrezioni, riportate oggi da Repubblica Napoli, potrebbero esserci (il condizionale è d’obbligo) Valentina Acca, presumibilmente nel ruolo di Lila (seguendo la descrizione che la Ferrante ne fa nel suo romanzo) e Imma Villa, presumo, per esclusione, nel ruolo di Lenù.

l’attrice Imma Villa

La serie di quattro romanzi della Ferrante vedrà una trasposizione di altrettante stagioni da otto episodi ciascuna, per un totale di trentadue puntate, che porteranno nel mondo non solo la storia di queste due donne che crescono, ma di una città, Napoli, che cambia con loro.

Non resta che aspettare le prossime settimane di riprese e le prime indiscrezioni che trapeleranno dal set.

CINEMA, LIBRI

Chiamami col tuo nome, l’acclamato film di Luca Guadagnino

Chiamami col tuo nome – poster

Quando ho finito il romanzo di André Aciman, Chiamami col tuo nome, mi sono sentito fisicamente male tanta era la sofferenza e il pathos che l’autore ha saputo imprimere in quelle pagine. Era l’estate del 2011, e divorai il libro in appena un giorno e mezzo, immedesimandomi in quella sorta di diario segreto che quasi mi sembrò di aver trovato per caso.

Un’infatuazione estiva che a poco a poco si trasforma in un tormento interiore, in quella sofferenza squisitamente adolescenziale che nasconde accenni di un sentimento ben più radicato e profondo.

Potrei riassumerla così la trama di questo libro ambientato agli inizi degli anni ’80 in una imprecisata località di villeggiatura del nord Italia (forse la costa ligure, nel romanzo invece la campagna lombarda), che racconta con spietata crudezza la storia d’amore tra due ragazzi.

Non era facile dunque per Luca Guadagnino trasporre nel film tanta carica emotiva. Il regista ci ha provato con l’aiuto di un veterano del genere, James Ivory, che con lui ha tratto dal libro la sceneggiatura di un film, in uscita da noi il 25 gennaio, che sta raccogliendo consensi e premi in ogni dove.

Era naturale dunque che, con queste premesse, fossi particolarmente incuriosito di vedere questo film, che è riuscito a portare un po’ del nostro Paese persino nelle categorie principali dei Golden Globe e, forse, potrebbe rappresentarci anche agli Oscar bissando quell’impresa che fu di Roberto Benigni e del suo La Vita è Bella ormai ben vent’anni fa.

Non starò qui a fare la solita tiritera su quanto il libro sia superiore al film, perché chiaro che ogni lettore lascia nelle pagine anche un po’ di sé stesso, facendo sua la storia che legge. Ma qui, più di ogni altro romanzo, Luca Guadagnino aveva l’ingrato compito di portare sul grande schermo un’interiorità emotiva diversa.

La sua è una regia asciutta, scevra da artifizi hollywoodiani, da colonne sonore ingombranti o sensazionalismi amorosi.

Tutto avviene lì, davanti agli occhi dello spettatore che quasi ha la sensazione di osservare la scena da dietro una siepe in giardino, un angolo in penombra della casa, la serratura di una porta.

Amira Casar, Michael Stuhlbarg, Armie Hammer, and Timothée Chalamet in Chiamami col tuo nome (2017)

Luca Guadagnino ci riporta negli anni ’80, e non si avvale solo di auto vintage e ambientazioni perfettamente ricostruite, restituendo fedelmente un momento storico-politico italiano, ma introduce un elemento in più, che nel libro di Aciman forse mancava, i riferimenti musicali. Radio Varsavia, J’adore Venise, ma anche Paris Latino e Lady Lady Lady. Battiato, Berté, Bandolero, Giorgio Moroder ci fanno ricordare esattamente come dovevano essere le serate estive nei locali all’aperto delle piccole cittadine di vacanza. Fumosi, chiassosi, con lampadine colorate e senza particolari controlli né pericoli. Un senso di libertà perduta, che si fa chiaro manifesto di un’epoca.

I lettori del romanzo come me, forse si aspettavano una voce narrante che desse corpo ai pensieri del giovane Elio, così come Aciman li ha delicatamente tracciati sulle pagine del suo romanzo, ed è forse questo ciò che manca alla pellicola, che è perfettamente calata nello stile di Guadagnino, così come l’intenso finale del romanzo, che sfuma nel film in una scena che probabilmente non rende davvero giustizia al viscerale climax sapientemente delineato dall’autore statunitense.

Luca Guadagnino è tuttavia riuscito a cogliere l’essenza del romanzo, e dare alla storia la materica consistenza della realtà.

Armie Hammer and Timothée Chalamet in Chiamami col tuo nome (2017)

E se il regista di Io sono l’Amore ha mantenuto la scomoda scena della pesca (chi ha letto il libro sa bene di cosa parlo), altre parti della storia sono state narrate o tagliate con una maggiore licenza poetica, tramutando Roma in Bergamo e tralasciando intellettualismi letterari per rispondere, forse, alle leggi dell’odierna cinematografia.

Molto bravi i due interpreti, Armie Hammer (Oliver) e il giovane Timothée Chalamet (Elio), a dispetto di una non proprio felice pronuncia nelle scene in italiano, che hanno però saputo dare vita a questa passione segreta, quest’amore proibito vissuto con la discrezione di chi teme la luce del sole e le convenzioni sociali, ma con il disinibito desiderio di due amanti segreti che continueranno a cercarsi.

ART NEWS

Napoli Città Libro incontra lo scrittore algerino Kamel Daoud, domenica 26 novembre

Quando Napoli è rimasta orfana di Galassia Gutenberg, la prestigiosa Fiera del Libro che dai primi anni ’90 al 2009 ha portato editori e cultura nella nostra città, è stato difficile razionalizzare la perdita. La primavera del 2010, dopo vent’anni esatti, fu la prima a non vedere quel prestigioso salone dell’editoria che, nato alla Mostra d’Oltremare, finì con lo spiaggiarsi nella Stazione Marittima, prima di morire come una specie in estinzione. In tanti in seguito, in modo maldestro, hanno provato a portare avanti l’eredità o, per meglio dire, a colmare quel vuoto che la kermesse dell’ideatore ed editore napoletano Franco Liguori aveva lasciato. Galassie sotterranee, saloni mediterranei. Nulla.

Paradossalmente Napoli, che nel 1470 è stata tra le prime città italiane ad adoperare proprio la stampa a caratteri mobili ideata da Johannes Gutenberg, di cui la fiera, omaggiando il titolo dell’opera del sociologo Marshall McLuhan, La Galassia di Gutenberg, in cui si parla dell’importanza dei mass media, portava il nome.

Senza saperlo presi parte alla penultima edizione della fiera, di cui oggi mi resta soltanto la cartolina di un somarello che legge che io ho fatto incorniciare. Era il 2008.

A raccogliere oggi il testimone, e l’impegno di fare cultura al Sud, ci pensa Napoli Città Libro, “nuovo capitolo di una eterna storia d’amore che si basa sul sentimento comune che coinvolge gli appassionati di letteratura del Mezzogiorno e non solo” così come si legge sulla pagina facebook ufficiale.

Attraverso una serie di iniziative ed eventi, Napoli Città Libro offre ai napoletani l’opportunità di incontri e confronti con personaggi di grande spessore. Intellettuali, giornalisti, scrittori, facendo della lettura il patrimonio comune da difendere e custodire.

E il già lungo calendario di eventi si arricchisce ulteriormente con un incontro davvero strardonario. Nell’ambito di questo nuovo slancio vitale per Napoli, per la cultura e per i libri, lo scrittore algerino Kamel Daoud incontrerà il pubblico napoletano al PAN, il Palazzo delle Arti di Napoli in Via dei Mille, domenica 26 novembre alle ore 11.00.

Lo scrittore, che ha saputo fare della cronaca un vero e proprio filone letterario di tendenza con il suo nuovo libro, Le mie indipendenze (edito in Italia da La Nave di Teseo), offre ai suoi lettori uno spunto di riflessione su tre argomenti di grande attualità per il nostro Paese e per un’Europa che cambia: gli uomini, la religione, la libertà.

Progressista, le sue idee decisamente liberali lo hanno allontanato dal radicalismo islamico più estremo, portando l’autore ad abbandonare il mondo del giornalismo, scrivendo esclusivamente per il quotidiano algerino Le quotidien d’Oran, di cui è anche capo-editore.

Quello di Daoud è un incontro di grande spessore, che apre uno spaccato su ciò che il mondo sta vivendo in questo periodo. Con lui interverranno la giornalista Titta Fiore, responsabile Cultura de Il MattinoEnzo D’Errico, direttore de Il Corriere di Mezzogiorno e Ottavio Ragone, responsabile Cultura della redazione napoletana di La Repubblica.

MUSICA

Quarant’anni senza Maria Callas: la vita da romanzo della soprano

Potrebbe essere la trama di un romanzo la vita di Maria Callas, soprano statunitense naturalizzata italiana, ma di origine greca, che tra gli anni ’40 e ’60 ha calcato i più importanti teatri d’opera di tutto il mondo. Un romanzo in cui una novella Cenerentola abbandona il nido con una dispotica madre e una sorella-rivale, e se ne va alla volta del mondo, senza mezzi e con una valigia piena di sogni.

È così che inizia la carriera di quella che sarà poi la “Divina” Callas, tra provini andati male e l’insicurezza di una ragazza corpulenta che, tra problemi di peso e la leggenda di un verme solitario, ha lottato per trovare una figura longilinea e affermare sé stessa e il suo talento.

Ma l’accoglienza dell’Italia post-bellica non fu delle migliori, e persino l’occasione della vita, quella di sostituire la soprano Renata Tebaldi interpretando l’Aida alla Scala di Milano, passa quasi inosservato, tra lo scetticismo dei critici che puntano soprattutto sulla sua fisicità e una voce metallica che non li convince del tutto.

Maria Callas (1923 – 1977) as Violetta in La Traviata at the Royal Opera House (1958)

La consacrazione arriverà in quello stesso teatro qualche anno più tardi, quando nel 1951 trionfa con I Vespri Siciliani nel ruolo della Duchessa Elena.

Perde 36 chili in un solo anno. Il brutto anatroccolo si trasforma pian piano in un cigno. Si ispira allo stile e alla figura della magrissima quanto elegante Audrey Hepburn, e da quel momento è tutto un giro di foulard, fantasie floreali, e abitini avvitati, che ne esaltano la ritrovata silhouette, riscoprendo la sua femminilità.

È in questo frangente che arriva l’incontro fatidico con l’amore della vita, l’armatore Aristotele Onassis. Greco anche lui. E la cornice di questo incontro fatale non poteva che essere da sogno, come l’elegantissimo Hotel Danieli a Venezia.

Dopo una crociera a bordo del celebre yatch dell’armatore, la Callas decide di abbandonare il marito, e suo agente, Titta Meneghini, sposato ai tempi forse più per riconoscenza che per vero amore.

Da quel momento la vita di Maria cambia. Si sente diversa, più viva. Ma non è facile essere l’amante di Onassis. In questi anni infatti, la Callas aveva affrontato anche la perdita di un figlio nato morto, vivendo per quasi tutta la relazione con l’uomo, durata dieci anni, il dramma di donna tradita, costretta a sopportare la galanteria nemmeno troppo velata di un uomo che ha continuano a flirtare e corteggiare altre donne sempre, e che ha deciso di risposarsi soltanto quando ha avuto la certezza di conquistare l’altra donna più potente del mondo, Jacqueline Kennedy.

Onassis infatti ha sempre temporeggiato sul divorzio dalla prima moglie, decidendosi a lasciarla soltanto quando deciderà sì di risposarsi, ma con la vedova del Presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy.

Con il cuore spezzato, sola, e in condizioni di salute precarie, complice la rapida perdita di peso, l’insonnia orma cronica e la dipendenza da Mandrax, Maria morirà il 16 settembre del 1977 nella sua casa a Parigi per un arresto cardiaco.

E sono tante le iniziative per questo quarantennale dalla morte, per raccontare e ricordare una voce che oggi è un punto di riferimento, e una donna che è una vera icona.

Pier Paolo Pasolini e Maria Callas sul set di “Medea”, 1968

Tra queste, quella di RAI5, che proprio sabato 16 settembre, trasmetterà in anteprima un documentario che racconta uno degli incontri storici della Callas, quello con il provocatorio regista Pier Paolo Pasolini che la dirigerà in una versione cinematografica di Medea nel 1968, diventando uno dei suoi più cari amici e confidente. L’Isola di Medea, questo il titolo del film, è diretto da Sergio Naitza, Nastro d’argento 2013, e firmata con Karel produzioni di Cagliari, con il sostegno del produttore associato Erich Jost, della FVG Film Commission e Regione Friuli Venezia Giulia.

Luisa Ranieri in una foto di scena della fiction Mediaset

Se invece vi appassiona lo sceneggiato, qualche anno, quando Mediaset era ancora all’apice e non produceva soltanto fiction di mafia, la bravissima Luisa Ranieri prestò magistralmente il volto a questo tormentato personaggio, nell’intensa interpretazione della mini-serie Callas e Onassis del 2005.

la copertina del libro di Alfonso Signorini

E se preferite la lettura, allora vi consiglio il volume di Alfonso Signorini, che un romanzo dalla vita della Callas l’ha scritto davvero: Troppo fiera, troppo fragile, questo il titolo, non è soltanto un bestseller mondiale, ma la narrazione del giornalista e celebre direttore di Chi, ha appassionato così tanto anche l’estero che ne sarà presto prodotto un bipic con Noomi Rapace nel ruolo della soprano.

il poster del film Callas di Niki Caro, con Noomi Rapace
TELEVISIONE

FEUD, la serie sulla rivalità hollywoodiana di Bette Davis e Joan Crawford

Gli ultimi giorni d’estate li ho trascorsi a guardare FEUD, nuova creatura antologica dell’acclamato produttore Ryan Murphy, già creatore di altri serie diventate veri e propri cult come American Horror Story e American Crime Story.

Come i precedenti prodotti del regista di Mangia Prega Ama, anche FEUD ha visto ritornare sul piccolo schermo due colossi del cinema contemporaneo: il Premio Oscar Jessica Lange, che con Murphy aveva già collaborato alle prime stagioni dell’Horror Story, e Susan Sarandon, che la statuetta invece l’ha vinta nel 1996, e che prosegue, con questo progetto, la sua parentesi televisiva nei biopic, dopo The Secret Life of Marilyn Monroe.

le vere Joan Crawford e Bette Davis in promo di Baby Jane, 1962

Le due attrici hanno dato vita alla celebre quanto mitica faida (questa la traduzione letterale del titolo della serie) tra altri due Premi Oscar della vecchia Hollywood, Joan Crawford e Bette Davis, che insieme girarono Che fine ha fatto Baby Jane?. È proprio da qui infatti che parte la serie, quando agli inizi degli anni ’60 le due dive, da sempre acerrime rivali nel cinema come nell’amore, lontane dai fasti degli esordi, sono ormai due attrici sul viale del tramonto, che decidono di girare un film insieme sperando di risollevare le rispettive carriere.

Otto episodi tra aneddoti, curiosità e gossip che raccontano i retroscena di uno dei capisaldi del cinema americano, che valse alla Davis la sua decima nomination agli Oscars e riuscì in parte a rilanciare la carriera della Crawford che continuò a girare ancora per qualche anno dei B movie a metà tra horror e thriller di discreto successo al box office.

Alfred Molina and Stanley Tucci in Feud (2017)

Uno spaccato sulla vita di due indimenticate leggende, che ingolosisce la curiosità dei cultori di cinema, incitando a saperne di più su tante storielle e screzi avvenuti dentro e fuori dal set, e che permetterà ai giovanissimi di (ri)scoprire due attrici di cui probabilmente hanno sentito parlar poco.

Nel cast tanti volti noti e pluripremiati: da Stanley Tucci, che qui interpreta uno dei fratelli Warners, ad Alfred Molina, da Kathy Bates a Judy Davis, che dà il volto alla perfida giornalista scandalistica Hedda Hopper, passando per Catherine Zeta-Jones, che ritorna alla TV dopo vent’anni, e che con la sua interpretazione di Olivia de Havilland ha suscitato le ire (e una denuncia) della vera attrice, oggi centenaria e unica “testimone” vivente della vera faida tra la Davis e la Crawford, per aver dato un’immagine fuorviante della sua persona.

Kathy Bates and Catherine Zeta-Jones in Feud (2017)

La serie di Murphy è anche una sagace ricostruzione dello spietato sistema Hollywoodiano, pronto ad accogliere nuove dive nel suo Olimpo dorato, e a bandirle quando la loro bellezza e giovinezza iniziano a sgretolarsi.

Ma FEUD è anche l’attenta, benché forse esasperata, analisi di due attrici che faticano ad accettare il tempo che passa e che giorno dopo giorno tentano di dimostrare che oltre all’aspetto c’è di più.

È intensa Jessica Lange, e ancora bellissima, nelle vesti di una insicura quanto vendicativa Joan Crawford, che negli ultimi anni della sua carriera ha disperatamente tentato di superare la Davis, soffrendo di un ingiustificato complesso di inferiorità.

Algida e sprezzante, Susan Sarandon riesce dal canto suo anche a restituire la voce roca tipica di Bette Davis, muovendosi con apparente spavalderia e sincera disperazione.

Negli otto episodi Bette e Joan sono ognuna l’immagine speculare dell’altra: entrambe madri single, vivono burrascosi rapporti con le rispettive figlie, e si portano dentro il rimpianto di essere state rispettivamente considerate dallo showbiz l’una solo per il talento, l’altra soltanto per il proprio aspetto.

Una serie di qualità del canale statunitense FX, che ad oggi non è stata acquistata da nessuna emittente italiana, satellitare o terrestre che sia, e che meriterebbe da parte dei nostri canali più attenzione: e per il talento delle sue interpreti, e per la leggenda che riportano letteralmente in vita.