ART NEWS

Siamo tutti parte della “performance art” di Banksy

“L’arte non si vende. L’arte si distrugge!” gridava Riccardo Pazzaglia nel film Il Mistero di Bellavista a metà degli anni ’80, impersonando un pittore pazzo che accoltellava i suoi dipinti subito dopo averli completati.

E sono tante le opere nella storia dell’arte distrutte o andate perdute, la cui iconica forza però è rimasta indelebile come un’impronta nella mente e nelle pagine di storia dell’arte. Da Caravaggio a Leonardo Da Vinci, solo per citare i più noti. A loro si aggiungerà anche quello di Banksy, che, provocatoriamente s’intende, ha compiuto un’azione destinata a far discutere ancora.

Da qualche giorno infatti il mondo dell’arte non parla d’altro. Me ne accorgo dagli stati di facebook di amici e appassionati, che continuano a commentare con ammirato stupore la sua impresa. Venerdì 5 ottobre, il misterioso streetartist, la cui identità è ancora ben nascosta dietro al noto pseudonimo, ha venduto da Sotheby’s a Londra una delle sue opere più famose, Girl With Balloon, battuta all’asta per 1,04 milioni di sterline, pari a 1,18 milioni di euro. L’opera però si è autodistrutta in pochi secondi, davanti agli occhi esterrefatti di banditori e presenti in sala, subito dopo l’aggiudicazione. All’interno della cornice infatti pare ci fosse un distruggi-documenti che ha fatto scivolare la raffigurazione a brandelli.

Subito dopo l’artista ha postato un’immagine dell’accaduto su instagram con scritto “Going, going, gone…”: «Sembra che siamo appena stati Banksy-zzati» ha detto il direttore di Sotheby’s Alex Branczik.

E mentre il mondo si chiede se questo gesto aumenterà o meno il valore dell’opera, mi chiedo se questo non possa essere considerata una nuova tipologia di performance artistica, al pari di Marina Abramović, dove tutti siamo stati chiamati a partecipare con la nostra sorpresa social(e), interrogandoci ancora una volta sul concetto stesso di arte oggi, in un mondo dove la digitalizzazione e la riproduzione in altissima definizione ha reso immortale l’immagine, permettendo persino la ricostruzione di un Caravaggio rubato a Palermo nel 1969.

Se è proprio negli anni ’60 che nasce e si sviluppa la performance art, l’azionismo, con artisti del calibro di Yōko Ono, Philippe Petit, Hermann Nitsch, facendo dell’interazione con il pubblico parte integrante del proprio messaggio artistico, Banksy ci ha trasformati tutti in quella sua bambina con il braccio teso che tenta invano di afferrare un palloncino rosso, simbolo di un desiderio che sfugge proprio come il suo stesso dipinto tagliato a strisce, che si fa rimpianto suo e nostro.

Una rivoluzione persino per la performance art, in una presenza-assenza dell’artista che si fa beffe del suo pubblico, e se la ride interagendo attraverso i social.

Un gioco (d’arte) di scatole cinesi, in cui l’opera è forse il nostro rammarico, la nostra ammirazione, il nostro stupore dinanzi a quell’auto-distruzione davanti ai nostri occhi impotenti.

Se per Andy Warhol poteva essere una riproduzione in serie e per Piero Manzoni addirittura merda (ma d’artista), tramutandosi via via in un percorso esperienziale unico ed irripetibile per lo spettatore e lo stesso artista, c’è da chiedersi se non ricorderemo anche di quella di Banksy come della più grande performance art della storia, di cui abbiamo inconsciamente fatto parte. Di sicuro per adesso è la più costosa.

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INTERNATTUALE

«Non arrendetevi!», il bellissimo messaggio di Stephen Hawking per chi soffre di depressione

Conosciuto al grande pubblico dopo il film biografico La Teoria del Tutto del 2014, lo scienziato Stephen Hawking, oggi tetraplegico, continua a dare messaggi di grande esempio e conforto per l’intera umanità, che coniugano la fisica alla filosofia, vero esempio di una vita che non s’arrende.

L’ultimo messaggio dello scienziato di fama mondiale è questa volta per chi è affetto da depressione, facendo una straordinaria quanto toccante similitudine tra la malattia e i buchi neri, da lui a lungo studiati: «Non importa quanto sembrino oscuri, non sono nemmeno impossibili da scovare».

Hawking continua dicendo: «Il messaggio di questa lezione è che i buchi neri non sono così neri come appaiono. Non sono più le prigioni eterne che si riteneva un tempo».

Ed è qui il messaggio che il ricercatore rivolge a tutti: «Le cose possono fuoriuscire da un buco nero, sia dall’esterno, sia attraverso un altro universo. Quindi, se vi sentite in un buco nero, non arrendetevi – c’è una via d’uscita».

Il discorso si è tenuto lo scorso 7 gennaio di fronte ad una platea di quattrocento persone al Royal Institute di Londra. Prevista inizialmente per lo scorso novembre, è stata posticipata di due mesi circa per le condizioni di salute di Hawking.

All’età di 74 anni, Hawking convive con una malattia neuromotoria che l’ha portato alla totale paralisi da cinquantatré anni, nonostante, quando gli fu diagnosticata nel 1963, gli fu detto che aveva soltanto un paio d’anni di vita.

Alla stessa platea si è aggiunta la voce della figlia dello scienziato, Lucy, che, in merito al padre, ha detto: «Ha un invidiabile desiderio di andare avanti e la capacità di evocare con tutte le sue risorse, e con tutte le sue energie, tutta la sua capacità mentale e spinge nell’obiettivo di continuare ad andare avanti – e subito aggiunge – ma non solo di andare avanti per sopravvivere, ma di trascendere, andare oltre questo, facendo un lavoro straordinario come scrivere libri, tenere lezioni, ispirare altre persone con malattie neurodegenerative e altre disabilità».

ART NEWS

Caravaggio lascia Brera: due giornate gratuite per “salutare” la cena in Emmaus

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Caravaggio lascia Brera. La Cena in Emmaus, celebre dipinto di Michelangelo Merisi custodito nel museo milanese, lascerà le sale del seicentesco edificio fino al gigno 2016. Ad annunciarlo James Bradburne, nuovo direttore del museo.

Datata 1606, è la seconda versione di una tela che Caravaggio dipinse qualche anno prima, nel 1601, custodita oggi alla National Gallery di Londra. Ma mentre nella prima versione i colori erano molto più vivaci, con una rappresentazione del Cristo più paffuta e piuttosto androgina, raffigurato come il “buon pastore” delle opere paleocristiane, e una maggiore dinamicità nella scena e nei movimenti dei personaggi.

Forse intenzione dell’artista in questa prima versione dell’opera, era quella di non rendere immediatamente riconoscibile Gesù, se non per il gesto della mano, proprio come accadde, secondo il Vangelo di Luca, a Cleofa e ai discepoli, increduli di rivedere Cristo dopo la sua crocifissione, riconoscendolo nel gesto di spezzare il pane.

Nella seconda versione, quella di Brera, Caravaggio prosegue il suo percorso di “semplificazione” delle sue opere, a vantaggio dei personaggi centrali dell’evento. I colori si spengono, così come le luci. Cristo qui è meno androgino, e ha adesso le fattezze di un uomo stanco, intento a benedire e spezzare il pane sotto gli occhi attoniti dei presenti. Il pane qui è già spezzato, il pasto molto più frugale e, anziché la ricca canestra di frutta della prima versione, troviamo soltanto pochi elementi, tra cui un piatto e una brocca, forse col vino.

La passione per i dettagli va scemando, e lascia adesso il posto all’intensità della scena, alle espressioni dei volti, alla centralità del Cristo.

L’opera andrà in prestito al Museo di Belle Arti di Caen (Francia), dando così avvio ad una politica di scambi di opere con partner esteri. Da oltralpe infatti arriverà Lo Sposalizio della Vergine del Perugino, che sarà contrapposto all’omonima versione del suo allievo, Raffaello, conservata a Brera.

Per celebrare questo passaggio, sabato 14 e domenica 15 novembre Brera ha indetto due giornate eccezionali con ingresso gratuito, un’occasione da non perdere per “salutare” un’opera straordinaria, nell’attesa di ammirare il derby, tutto artistico, del Perugino e il suo allievo Raffaello.