INTERNATTUALE

Cara Signora De Magistris, non siamo intellettuali, siamo solo cittadini stanchi

Gentile Signora De Magistris,

ho letto il suo sfogo su facebook, ripreso da Repubblica e, ammetto, mi sono sentito naturalmente coinvolto. Non solo perché, ahimè, faccio parte dei tanti che hanno criticato l’operato di suo marito, ma anche per quella strana assonanza con il mio blog, INTERNETTUALE, che probabilmente invece non avrà nemmeno mai sentito nominare. Faccio dunque parte anch’io dei tanti “intellettuali” del web, come ci ha definiti nel suo stato pubblico, di questo straordinario strumento democratico per antonomasia che consente a me, e molti altri, di poter esprimere liberamente il proprio pensiero.

Naturalmente comprendo il suo stato d’animo, quello di moglie del Sindaco, di pasionaria, di donna che difende l’uomo che ama e che, a suo avviso, viene ingiustamente attaccato da certa stampa e da noi “intellettuali”. Ma il fatto è che ormai la politica, e inconsciamente suo marito sui suoi canali social ne dà conferma, è diventata una realtà lontana da quelli che sono i veri problemi del cittadino, ed anche lei parla forse senza una reale cognizione di causa.

Sì perché, vede, il messaggio che arriva, guardando un selfie di suo marito con i The Jackal o con Ferzan Ozpetek o persino sul set di Sens8, mentre la nostra città vive un drammatico momento di stallo, è quello di un uomo che temporeggia facendo altro. Se ci suggerisce di andare a vedere Lo Schiaccianoci al Teatro San Carlo come se fosse un fashion-blogger, quando la città è rimasta senza alcuna copertura del trasporto pubblico per quasi un giorno, vuol dire che il nostro Sindaco è anche quanto di più distante dai problemi reali che affliggono un capoluogo, il nostro, che non ci lascia nemmeno la mera libertà di potere scegliere di andare a vedere uno spettacolo nel giorno di Natale.

Senza dubbio quello di Sindaco è un ruolo difficile, ha ragione, e le nostre, tutte insieme, potranno apparirle come la fiera dell’ovvio. Eppure, a quanto pare, tanto ovvio non è stato, se ci si è ridotti allo stremo di situazioni che erano precarie già da anni e che adesso sono giunte al collasso.

Di certo, è vero, non dev’esser cosa semplice lavorare con serenità su di un territorio flagellato da camorra e negligenza dei cittadini, e potrebbe essere anche vero il fatto che è facile per noi fare i CT-della-nazionale-da-chiacchiere-al-bar o improvvisarci sindaci di Topolinia. Ma resta il fatto che quando suo marito ha deciso di candidarsi, ed ha vinto le elezioni per ben due volte, sapeva a cosa sarebbe andato incontro, conosceva questa realtà, conosceva le condizioni in cui avrebbe lavorato. Ed è ridicolo adesso attribuire a queste quelli che, ad oggi, sono degli insuccessi.

Sarà difficile fare il Primo-cittadino, non lo metto in dubbio, ma, posso assicurarle, ancora più difficile, nella nostra Napoli, è essere proprio un Quisque de populo, come simpaticamente ha apostrofato lei il cittadino medio, l’uomo di strada o, come direbbe Bud Spencer in uno dei suoi film, un pinco pallino qualsiasi.

È difficile quando sei costretto ad aspettare una metro oltre venti minuti con i pannelli informativi che strategicamente dicono “prove tecniche”; quando quella metro di fortuna che riesci a prendere al mattino litigando il tuo posto è così affollata da sentire alitare il vicino sul tuo volto, e nonostante tutto devi sentirti felice per esserci salito; quando aspetti per ore che passi un autobus alle intemperie, con il caldo, con il freddo, con la pioggia; quando persino camminare per strada oltre un certo orario ti terrorizza; quando vivi in periferia e sei circondato da rifiuti e disservizi. Potrei continuare sulle tante cose che ancora non funzionano a Napoli, sugli uffici pubblici spesso con mancanza di personale, sui manti stradali rotti e così tante altre che nemmeno riesco a ricordarle tutte. Un sindaco certamente non può avere il pieno controllo su ogni cosa, ma non può nemmeno dire di esserne allo scuro o, peggio, attribuire questo perdurare di situazioni fuori controllo alle condizioni di partenza, ai mezzi, ai tempi che sono i medesimi per i sindaci di qualsiasi altra città italiana, e che suo marito avrà senza dubbio considerato prima di cimentarsi in questa avventura iniziata ormai nel 2011.

Perché, mia cara Signora De Magistris, anche viverla Napoli è difficile.

Suo marito ha probabilmente confidato sulla capacità di adattamento che noi napoletani da sempre abbiamo, e sul fatto che ci facciamo star bene tutto, e che è molto più probabile che i napoletani scendano in piazza per una partita di calcio che non per difendere un proprio diritto. Ma ciò non toglie che, come qualsiasi altro cittadino medio, ne abbiamo comunque.

Le assicuro che vivere a Napoli, nella vera Napoli, la Napoli del popolo, è ancora più difficile.

Lei parla da privilegiata, da First Lady, da borghese, da professoressa di diritto e da Signora della Napoli-bene che vive sicuramente in un quartiere residenziale, distante da raccolte di rifiuti che non funzionano, da autobus che non passano, da infinite attese di metropolitane che le portano via ore della sua giornata oltre a quelle che già normalmente le toglie un lavoro medio, spesso sottopagato e non confortevole.

Mi creda, è molto più facile girare la città per lavoro con l’auto-blu, e avere la libertà di poterlo fare senza che il suo regalo di Natale, come beffa al danno di non avere un servizio di trasporti pubblico, sia quello di trovare una multa sul parabrezza della macchina che è stata costretta a prendere per andare a lavoro o semplicemente per fare gli auguri ad amici e parenti.

Diritti, questi, che una qualsiasi città di una società civile dovrebbe quantomeno garantire.

È facile parlare quando si frequentano i salotti buoni della borghesia, ma provi lei a calpestare ogni giorno rifiuti che continuano ad accumularsi sui marciapiedi e le strade della periferia e della città, sentendosi come un cittadino di serie B: senza diritti, senza alcuna voce in capitolo, senza nessun’altra possibilità se non quella di dover pagare tasse che le danno la sensazione di gettare il suo denaro dalla finestra per un servizio che non viene erogato con regolarità. Per autobus che non passano, per diritti che non ci vengono concessi.

Proprio in questo momento, mentre le scrivo, il buongiorno dalla mia finestra mi è dato da un cumulo di spazzatura sul marciapiede che l’ASIA non ritira, passandoci di fianco come se non esistesse, a dispetto delle mie tante telefonate e segnalazioni ai numeri preposti. Lei che cos’è che vede dalla sua finestra, Signora De Magistris?

Dovrebbe essere grata ai tanti “intellettuali” che, come me, danno voce ai propri pensieri e, probabilmente, ne danno anche a chi non riesce ad esprimerli come vorrebbe, perché è questa la democrazia, perché è anche questa la conquista del web 2.0, la possibilità di platonici dialoghi virtuali come il nostro, che aprono al confronto, alla conoscenza dell’altro, ad un punto di vista diverso che magari ignoriamo.

Non siamo intellettuali, come lei sarcasticamente ci definisce, non c’è bisogno di esserlo per capire che le cose non vanno bene, siamo soltanto cittadini stanchi di continuare a vivere in una città che amiamo, ma che ogni giorno ci sfibra l’anima.

Se anche lei vivesse gli stessi disagi che la maggior parte dei napoletani sono costretti a vivere, ogni giorno, probabilmente avrebbe le medesime reazioni dinanzi ad un post del nostro sindaco accanto a Fiorella Mannoia, in visita alla mostra dell’Esercito di Terracotta, o suggerire, quasi parodiando, di andare a vedere film e spettacoli teatrali come fosse un influencer.

Lei con quale mezzo è arrivata/arriva al Teatro San Carlo di Napoli, Signora De Magistris? Perché io, da cittadino medio, non ho altre possibilità se non sperare nei nostri trasporti pubblici, calcolando medie di attesa molto lunghe e anticipando di tanto le mie partenze per poter essere puntuale, con qualsiasi condizione climatica.

Per quanto mi riguarda non mi ritengo un uomo di carta stampata o del web. Sono semplicemente una persona che, potrà accorgersene dai miei post, generalmente preferisce parlare di arte e bellezza e non di politica. Perché, come Socrate, so perfettamente di non sapere tante cose. Ma se proprio devo attaccarmi un’etichetta, allora preferisco di gran lunga la sua simpatica locuzione latina, Quisque de populo, con cui in modo galante apostrofa il cittadino medio, quasi a togliere valore alle tante… com’era?! “Semplificazioni ed ovvietà” che però non trovano voce da troppo tempo.

La nostra Napoli in questi anni è decisamente peggiorata. Nei trasporti, nella pulizia, nella criminalità, persino nella manutenzione di strade e costruzioni pubbliche. Le basti pensare alla penosa situazione della Galleria Umberto I, che va avanti da quando ne ho memoria: l’albero che viene messo e puntualmente rubato o buttato a terra dagli scugnizzi dei quartieri, negozi in galleria che continuano a chiudere, uno stato generale di abbandono e degrado, venuto alla luce solo dopo che una persona ha perso addirittura la vita. Situazioni, queste, che si ripetono ciclicamente come l’alternarsi delle stagioni.

La nostra, e la mia in particolare, non è e non vuole essere un’invettiva contro suo marito. Chiaro che non possiamo attribuirgli la “colpa”, né “prendercela” direttamente con lui per situazioni ben più antiche.

Ma converrà con me che è nella persona del Sindaco cui dobbiamo rivolgere le nostre tante ovvietà, che evidentemente continuano a non essere ascoltate.

Le assicuro, da napoletano medio, da “uomo di strada” come quella sua frase latina suggerisce, che vivere a Napoli, e nella periferia in particolare, è difficile tanto quanto farne il Sindaco. È difficile condurre un’esistenza serena in una città con servizi ridotti all’osso da anni; è difficile vivere con dignità la condizione di cittadino (medio, come ci definisce lei); è difficile decidere con orgoglio di restare comunque, di voler vivere e voler morire qui dove si è nati; è difficile persino riuscire a godersi semplicemente le feste, soprattutto continuando ad osservare silenziosamente tanta privilegiata differenza.

È per questo motivo che, confesso, la sua risposta mi ha un po’ deluso, perché mi aspettavo almeno un vago senso di solidarietà, verso quei tanti Quisque de populo, che oggi esprimono democraticamente sul web un malessere che va avanti da troppo, e che hanno contribuito ad eleggere suo marito.

E chiudo questa lettera dicendole che anch’io preferisco non parlare di capacità, perché, come lei stessa ha suggerito, per quelle bastano i dati oggettivi.

Buon Anno, Signora De Magistris. Che il 2018 sia migliore, per tutti.

Mariano Cervone,

un INTERNETTUALE qualunque del popolo

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Luigi De Magistris, il sindaco che fa l’influencer mentre Napoli è in coma

Chi mi segue sul blog lo sa bene, non scrivo mai di politica, né il mio è un tentativo di trasformare il mio sito nella succursale del blog di Grillo. Ma ci sono alcune storie che ti bruciano sulla punta delle dita, nella penna, e che senti il bisogno fisico di scriverle, di tirarle fuori.

I napoletani e coloro che vivono a Napoli hanno imparato, per necessità o diletto, la nobile arte di sapersi arrangiare. È forse questa innata capacità il vero problema della città e dei suoi abitanti, quella di sopravvivere, sempre. Quello che, sin dai tempi delle due guerre, e anche prima, i partenopei hanno trasformato in un vero e proprio modus vivendi, una filosofia di pensiero positivo, che esula dal piangersi addosso, come molti credono, e che fa di quello napoletano un popolo capace di sopravvivere ad ogni cosa e in qualsiasi circostanza.

Ed è probabilmente su questa capacità, che geneticamente continua a trasmettersi di generazione in generazione, che deve aver fondato il suo programma di (non) governo il Sindaco Luigi De Magistris, che dal 2011 (non) amministra questa città.

Sì perché, chi segue la pagina del Sindaco forse se ne sarà già accorto, ma De Magistris deve aver evidentemente confuso la fascia di primo cittadino con quella di Miss Italia. Negli anni ’90 le reginette di bellezza italiane, dopo aver vinto il titolo, spesso girovagavano di centro commerciale in centro commerciale per inaugurazioni ed eventi. Allo stesso modo il Sindaco di Napoli anziché andare in Comune per portare avanti una città ormai allo sbando, sembra molto più affascinato dalle luci della ribalta: party esclusivi, set cinematografici e televisivi, selfie con attori e cantanti. Dalle trasmissioni sulle reti locali alle ospitate su quelle nazionali, De Magistris passa molto più tempo davanti alla camera che in quella del Municipio, postando di volta in volta con orgoglio (e forse bisognerebbe aggiungere con coraggio) le foto dei suoi impegni mondani e glamour, come se fare il sindaco si fosse trasformato in quello di influencer, dove le relazioni con la gente diventano più importanti delle giunte comunali.

Il tutto mentre la città è completamente fuori controllo, abbandonata a sé stessa o ad amministrazioni di quartiere e entità private che ne fanno una terra di conquista.

Metropolitane che somigliano sempre più ad affollati treni cittadini, rifiuti riversati in ogni angolo della città, soprattutto nelle aree periferiche, e linee autobus con macchine rotte e attese medie, nel migliore dei casi, di almeno quaranta minuti.

Il tutto mentre Luigi De Magistris confonde la sua pagina con dicitura di “personaggio pubblico” con quella di “personaggio politico” continuando a postare immagini e commenti che narrano una vita sotto i riflettori.

Microfoni, palchi, inaugurazioni. Sono soprattutto questi gli eventi di gran lunga superiori ai post di oneri e onori di Sindaco, trascurando ormai del tutto un programma politico che nemmeno ricordiamo, e portando a compimento opere come N’Albero (la colossale quanto inutile opera di impalcature sul lungomare a Natale lo scorso anno) e il Corno che quest’anno ne avrebbe dovuto prendere il posto e che invece la decenza e il dissenso dei cittadini ha fortunatamente evitato.

De Magistris fa tesoro della massima latina panem et circenses, pane e giochi circensi, offrendo o credendo di offrire attrazioni che distraggano i cittadini dai reali problemi della città. Il che potrebbe anche funzionare, se non fossimo alla stregua delle forze e in una vera e propria situazione di stallo che non accenna a migliorare.

Dopo un’estate che ha messo a dura prova non solo i residenti ma anche i tanti turisti, con attese dei treni metropolitane che hanno abbondantemente superato i 22 minuti, l’inverno migliora di poco, con carrozze perennemente sovraffollate e corse diradate.

Nel frattempo cadono vetrate dalle chiese, i rifiuti continuano ad ammassarsi per le strade, e Napoli appare come l’ectoplasmatico scenario della grande capitale del regno che è stata, proprio mentre sta paradossalmente vivendo un rinvigorimento del flusso dei turisti che accorrono a frotte per scoprirne bellezze, monumenti e musei.

Mi ha fatto decisamente sorridere il fatto che la Federalberghi su LaRepubblica di Napoli abbia lamentato le poche luminarie e i tanti musei chiusi (tutti quelli nazionali) durante i festivi e non la totale assenza di copertura del servizio dei trasporti nella giornata del 25 dicembre che ha lasciato i turisti letteralmente isolati nelle zone delle loro temporanee residenze a partire dalle ore 13.30, costringendoli a lunghi tragitti a piedi o a non allontanarsi troppo, e costringendo i napoletani non solo a prendere le loro auto (con un maggiore impatto ambientale) per spostarsi per i tradizionali auguri di rito ad amici e parenti.

Anche questo è fare turismo, ma soprattutto cultura d’impresa.

Fingere di incoraggiare ad investire in un settore in cui lo stesso Comune di Napoli e gli altri enti territoriali dimostrano di fatto di non credere davvero, è pura demagogia spicciola a vantaggio delle prossime elezioni.

Basta fare un giro sui social del sindaco per vedere di continuo volti noti come i protagonisti di Sens8Ferzan OzpetekFiorella Mannoia, i The Jackal e tantissimi altri, e tutta una sequela di impegni istituzionali che potrebbero benissimo esulare dall’esserlo. E di certo, va detto, serve sicuramente a poco da parte del Sindaco di Napoli, se non ad auto-assolversi la coscienza, “spingere” su social come instagram i vari eventi e anteprime cui prende parte come se fosse Chiara Ferragni, se poi la sua città non garantisce di poterne ugualmente usufruire a tutti gli altri cittadini e ospiti.

Ogni post rende soltanto più evidente l’abissale differenza tra vivere la città da Primo Cittadino e doverla vivere da cittadino qualunque.

Nel pomeriggio di Natale, e anche oggi, Santo Stefano, Piazza Bellini, come tante altre zone di bagordi nel centro, era una vera e propria discarica a cielo aperto: un puzzo di alcol esala dai tanti bicchieri abbandonati sulle scale, sulle ringhiere, nelle aiuole, mentre per terra sono riverse cicche e cartacce.

Non va di certo meglio in periferia dove in ogni angolo ci sono cumuli di spazzatura ordinaria e straordinaria, accresciuti con maggior rapidità a causa dei cenoni e regali di questi giorni.

Napoli è inconsciamente ritornata ad essere una grande meta turistica, proprio mentre sta vivendo uno stato di morte cerebrale. Un coma che la lascia in vita senza vivere. Un limbo. Dormienti sono le coscienze delle amministrazioni, che hanno generato, e adesso affrontano, situazioni di emergenza, dormienti le coscienze dei cittadini che perennemente si arrabattano, dormienti le coscienze di chi crede che un post o la mera propaganda bastino come endorsement per creare un engagement naturale.

Una città come Napoli, che ambisce a vivere di turismo, servizi come quello della pulizia (ordinaria) e, soprattutto, quello del trasporto pubblico dovrebbe comunque e assolutamente garantirli ai propri cittadini e ai tanti che vengono dall’estero e da altre parti d’Italia in città per godersi un soggiorno di vacanza e non di certo per vivere i disagi del posto.

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Ecco perché è un grandissimo errore abbattere le Vele di Scampia

Il Comune di Napoli ha approvato il piano da 18 milioni di euro per la riqualificazione della zona di Scampia, il che prevede l’abbattimento di tre delle quattro Vele, gli storici edifici della periferia nord, ad opera dell’architetto Franz Di Salvo. La vela superstite, fa sapere il sindaco Luigi De Magistris, secondo questo nuovo progetto sarà “rigenerata” e predisposta ad accogliere degli imprecisati uffici pubblici.

Un errore. Un errore che costerà al comune quasi venti milioni di euro dei contribuenti per abbattere quelli che per molti sono dei veri e propri monumenti, al pari del Colosseo a Roma, della torre pendente a Pisa, dello stesso Vesuvio a Napoli. Edifici che fanno parte non soltanto dell’urbanistica, ma del tessuto stesso della città, disegnandone lo skyline e le vite degli abitanti della periferia nord di Napoli.

La risposta delle autorità a questo oltraggio architettonico sarà senza la promessa ormai stantia che ciò porterà uno sviluppo del “lavoro”, che di fatto si trasformerà nel solito appalto che andrà alla casuale ditta degli ormai famosi amici degli amici. Finito l’abbattimento, ricostruita una serie di complessi residenziali, dall’anonimo aspetto ordinato e pulito, tutto tornerà esattamente com’era prima. Nel degrado, abbandonando a sé stesso un quartiere la cui delinquenza non è da addurre a questi palazzi che l’hanno caratterizzato, ma nel tessuto sociale che finora l’ha liberamente abitato, tra la negligenza dello Stato e la totale assenza delle forze dell’ordine.

Il male di Scampia non è certo imputabile ad una struttura fin troppo avveniristica per l’epoca in cui è stata concepita, e ultimata a metà degli anni ’70. Non è imputabile a quegli iconici palazzi che volevano rievocare con le loro forme il mare e i vicoli di Napoli, che volevano essere navi in pietra della speranza su di un quartiere desolato. Gomorra, il libro-inchiesta di Roberto Saviano, e i film e le serie che ne sono seguiti, non parla di palazzi, ma delle persone che li hanno trasformati in covi malfamati e piazze di spaccio della droga.

Vele di Scampia skyline dal Parco Pubblico agosto 2016 - internettuale
skyline delle Vele di Scampia dall’interno del Parco Pubblico

È ridicolo nel 2016 credere che l’origine di tutto sia stato il sogno di un architetto, che possa essere un semplice palazzo. Altrimenti, se così fosse, quelle stesse strutture avrebbero dovuto generare lo stesso male a Montreal, in Francia o persino in Giappone. La colpa, se di colpe vogliamo parlare, è di chi in quel sogno architettonico non ci ha mai creduto, abbandonando al suo interno gli abitanti di Scampia in balia di loro stessi. La colpa è di chi ha permesso alla vita e allo spirito di sopravvivenza dei suoi abitanti di sopraffare questi edifici, di avere la meglio e, come un lento terremoto, trasformarli in relitti di pietra abitati da abusivi.

Sono quelle stesse istituzioni, cui adesso fa comodo liberarsi delle Vele, ad aver generato quelli che oggi chiamano mostri.

Fu un errore abbattere i primi tre palazzi gemelli tra la fine degli anni ’90 e gli inizi degli anni 2000, così come lo sarebbe abbatterne altri tre. Poiché disperdere, in strutture più piccole e contenute, famiglie indigenti e ancora avvezze alla malvivenza, è come nascondere lo sporco sotto al tappetto, è il perpetuare di quell’abitudine squisitamente borghese di fingere di non vedere l’elegante rosa in soggiorno.

Abbattere le Vele, celebrate già nel 1981 in film come Le Occasioni di Rosa di Salvatore Piscicelli, significa cancellare la memoria storica del proprio territorio. Significa non voler imparare dal passato che quel luogo continua a rappresentare.

Come se la Polonia decidesse di radere al suolo il campo di sterminio ad Auschwitz solo perché esso rappresentava un luogo di morte e un momento di grande ferocia e crudeltà dell’animo umano. Bisogna imparare dalle proprie vite passate, e così come la Polonia ha saputo trasformare il significato di Auschwitz, facendone oggi luogo di ricordo che ne ha completamente ribaltato il senso originario, Napoli e Scampia dovrebbero rifiorire proprio da quelle strutture che oggi vogliono buttar giù dandogli nuovi contenuti.

È la forma mentis del quartiere che dovrebbe lentamente cambiare.

Non sarebbe più produttivo investire i 18 milioni di euro per costruire e non per abbattere? Non sarebbe molto più significativo per il quartiere l’edificazione di una zona residenziale di lusso con alberghi e strutture universitarie annesse?

Se in una delle Vele, ad esempio, si decidesse di costruire una grande struttura alberghiera con tanto di galleria commerciale e parcheggio coperto, questo comporterebbe una maggiore affluenza in termini di visitatori e, paradossalmente, turisti, che risveglierebbero quello che di fatto è un “quartiere-dormitorio” con una nuova zona di punti vendita che porterebbe, concretamente, lo sviluppo del lavoro. Si pensi ai commessi nei negozi, ai responsabili, alle ditte di pulizia, alle ronde dei servizi privati di sicurezza e vigilanza. Senza contare tutta una serie di manualità e particolare figure professionali che un complesso alberghiero richiederebbe, servito tra l’altro da una stazione della metropolitana della linea1 di Napoli, la stazione Piscinola.

Se un’altra Vela invece diventasse sede universitaria, si pensi alla Federico II o alla SUN e alle tante facoltà e corsi, spesso sovraffollati e in aule molto piccole, ciò porterebbe nel quartiere una affluenza del tutto nuova di studenti, con la conseguente necessità di affittacamere, posti letto, caffè, ritrovi, punti ristoro, palestre e tante altre attività che contribuirebbero a sviluppare il lavoro e a far venire Scampia a contatto con realtà che conosce sostanzialmente poco.

Nel 1977 il Centro Pompidou a Parigi, progettato da Renzo Piano, nacque in un progetto di riqualificazione urbana che è riuscito con successo a portare design, arte e turismo in una zona, nel cuore della capitale Francese, da rilanciare.

Con una struttura alberghiera e una sede universitaria, con una maggiore affluenza e più vita, le due vele superstiti non faticherebbero a trovare nuovi potenziali ed entusiasti acquirenti disposti ad investire e vivere in un quartiere emergente quale quello in cui potrebbe trasformarsi la zona, diventando così complessi residenziali di tutto rispetto al pari dei loro omologhi stranieri.

Vele di Scampia skyline dal Parco Pubblico agosto 2016 due - internettuale
due delle quattro Vele, viste dal Parco Pubblico di Scampia

«Un errore gravissimo» ha detto il critico d’arte Vittorio Sgarbi in merito alla decisione di abbatterle, dai microfoni della trasmissione InOnda di La7: «Un errore di una città di barbari. Perché le vele sono il simbolo di una decadenza materiale e morale, ma proprio per questo dovrebbero esserne il monumento. È ridicolo spendere 18 milioni di euro per buttarle giù. Vanno conservate. Possono essere abbandonate, possono diventare un rudere. Dovrebbero rimanere in piedi. Non so chi abbia avuto questa idea del cazzo di buttare giù le vele perché sono il luogo della droga, del male… si possono sfollare. Qui potrebbe essere la sede di un museo della mafia. Ma anche la presenza materiale dell’edificio potrebbe essere un monito» e infine aggiunge «Un simbolo negativo rimane comunque un simbolo».

Napoli dunque avrebbe bisogno di imparare di più dalla propria storia e dai propri errori, ricordare i luoghi per ciò che sono stati e guardarli per quello che potrebbero diventare, senza vergognarsi del proprio passato, riscrivendo con fierezza il proprio destino, dimostrando al mondo che questo non può essere influenzato da una struttura architettonica, ma che da essa può rinascere e rendere giustizia non soltanto a questi storici palazzi della periferia, ma anche all’architetto che con speranza li ha disegnati.

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“Le Vele” di Scampia, storia incompresa di un progetto futuristico rimasto incompiuto

C’è una Scampia, taciturna, tranquilla, onesta. Quella di cui i giornali e Gomorra non parlano. Un’altra periferia, speculare a quella che Roberto Saviano ha raccontato dieci anni fa nel suo libro, e che stancamente continua a riproporre in uno sceneggiato televisivo che ormai sa più di speculazione che di denuncia.

Vele Scampia matrimonio anni 80 - internettualeÈ la Scampia dei ricordi, quelli della gente perbene che credeva in quel quartiere nuovo a nord di Napoli, sorto tra la metà degli anni ’60 e la fine degli anni ’70, e diventato, in poco più di un decennio, suburbio per antonomasia, piazza di spaccio e delinquenza.

È la Scampia di chi qui ci è nato, la Scampia dei matrimoni all’ombra di quei palazzoni, la Scampia di chi passava l’estate a far conserve, la Scampia di ha lavorato alla loro costruzione, di chi ha visto sorgere a poco a poco quelle mastodontiche Vele, oggi simbolo del degrado sociale, quando bianchissime svettavano sullo skyline informe del quartiere, come imponenti navi sul mare.

Olympic Village Montreal Jan 2008 wikipedia - internettuale
Villaggio Olimpico di Montreal

Costruite tra il 1962 e il 1975, su disegno del promettente architetto Francesco Di Salvo, di origine palermitana, laureatosi a Napoli negli anni ’30, Le Vele devono la loro ispirazione allo straordinario progetto architettonico del Parco Olimpico di Montreal, eretto in occasione delle Olimpiadi del 1976, dove questi suggestivi edifici, qui battezzati Villaggio Olimpico, erano le residenze d’eccezione degli atleti. Oggi queste strutture sono un complesso residenziale di lusso, ed hanno lasciato un ricordo indelebile alla cittadina canadese, cambiandone il volto in meglio, per sempre.

Unité d'Habitation de Marseille Le Corbusier - internettuale
Unité d’Habitation de Marseille Le Corbusier

Di Salvo ha tratto il suo concept di progettazione dai principi ideati dal noto architetto Le Corbusier, che nel 1952 realizzò l’Unité d’Habitation de Marseille, edificio di Marsiglia (in Francia) notoriamente conosciuto come Cité Radieuse, che immagina la singola abitazione come una cellula, parte di un organismo più grande, senza una reale distinzione tra urbanistica e architettura, dando così origine ad una vera e propria “città verticale”. L’ingegno influenzò enormemente tutta l’edilizia degli anni ’70 e ’80, che, memore forse dalle prime immagini dei grattacieli d’oltreoceano, diede vita a rade foreste di palazzi dall’enorme slancio verticale.

Ma se i principi sono dell’architetto svizzero, le forme sono ispirate alle strutture “a cavalletto” del nipponico Kenzō Tange, e ad un altro complesso francofono, Marina Baie des Anges, mastodontici palazzi sulla Costa Azzurra, costruiti negli anni ’60 ad opera dell’architetto André Minangoy. Il progetto, considerato futurista, è oggi Patrimonio del XX secolo, e ha aiutato quello che era un vecchio spazio costiero abbandonato a diventare un complesso residenziale di lusso per vacanze.

Marina Baie des Anges - internettuale
Marina Baie des Anges

Erano questi i presupposti e principi cui si era ispirato Franz Di Salvo, quando il ministro del lavoro Amintore Fanfani propose la legge 43/1949 per “incrementare l’occupazione operaia, agevolando la costruzione di case per lavoratori”.

Vele Scampia panorama 2016 - internettualeAuspicandosi di dare, con queste caratteristiche costruzioni all’avanguardia, nuova linfa vitale ad una parte periferica del capoluogo partenopeo fino ad allora desolato, l’architetto, come molti della sua generazione impegnati in progetti simili, reinterpretò i temi razionalisti del movimento moderno, riproducendo l’idea del “vicolo” napoletano. Ma l’originario disegno di Di Salvo cambiò in corso d’opera. Per la realizzazione delle Vele infatti furono usati, in tempi non sospetti, prefabbricati contenenti amianto, la cui pericolosità sarà riconosciuta soltanto nei primi anni ’90.

Vela Scampia 2016 - internettuale
Vela, il “vicolo”

Il progetto, in fase di realizzazione, fu completamente stravolto per l’adeguamento sismico, il sistema costruttivo, e la riduzione dello spazio delle scale interne, che comporta un avvicinamento dei due corpi di fabbrica che compongono ciascuna “Vela”, peggiorandone visibilmente l’illuminazione, l’areazione e la vivibilità.

Vela Scampia abbattimento - internettuale
tronconi della Vela rimasti in piedi dopo l’esplosione

Tre delle sette vele dell’originario progetto di Di Salvo furono abbattute, non senza imbarazzo per le Amministrazioni a causa della loro straordinaria robustezza, tra il 1997 e il 2003, edificando al loro posto nuovi complessi residenziali dalle forme più contenute.

A ridosso delle elezioni di quest’anno, il rieletto sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, ha ribadito la sua volontà di abbattere i restanti palazzi, ormai abbandonati da tempo, abitati per lo più da abusivi ed extracomunitari: «Il progetto di mio padre è stato stravolto – disse alla stampa Mizzi, figlia dell’architetto all’allora sindaco Rosa Russo Iervolino – sappia il sindaco che quello che hanno realizzato a Scampia è un aborto. Mio padre aveva previsto spazi più ampi, cinema, infrastrutture e giardini».

Montreal Olympic Village 1976 - internettuale
Villaggio Olimpico, Montreal 1976

In difesa del grandioso progetto architettonico di Di Salvo, anche il Professor Pasquale Belfiore, che qualche anno fa in occasione di una monografica sull’architetto palermitano disse: «Le Vele di Scampia furono un disegno molto avanzato per quell’epoca, progettato peraltro con il contributo di figure professionali collaterali tra cui economisti e sociologi. Un progetto sostenuto dalla Cassa per il Mezzogiorno che aveva perciò grande disponibilità finanziarie, sicuramente maggiori rispetto ad altre opere di edilizia pubblica, e corrispondeva a un’idea nuova di concentrazione di residenze e attrezzature».

Benché ridotte a relitti di pietra abbandonate in un oceano di degrado, le Vele, al pari di un rinomato monumento, sono ormai simbolo di Scampia, e del tentativo, forse ancor oggi troppo avveniristico, di ridare nuova vita al quartiere con costruzioni che fossero anche belle da vedere, come vele spiegate all’orizzonte.

Vela Scampia - internettuale
Vela, Scampia 2016

«Il cortile interno e la forma della Vela si combina con il momento più umile e vivace della vita di Napoli, il vicolo, con l’opulenta iconografia della città delle acque – dice Ada Tolla dalle autorevoli pagine del New York Times in difesa del progetto di Di Salvo – per me è importante che si riconosca che “le Vele” non sono un fallimento dell’architettura, ma piuttosto un fallimento nell’esecuzione e nella manutenzione. La demolizione è soltanto un modo per nascondere lo sporco sotto al tappeto, ma non è il modo giusto per imparare dal passato».

Ma una struttura può davvero avere così tanto peso sull’impatto sociale? Il degrado sociale è frutto dell’architettura o è l’architettura ad essere stata posta (e poi abbandonata) al degrado sociale? E infine come mai in cittadine come Montreal e Villeneuve-Loubet (in Costa Azzurra) sono complessi di un’edilizia di lusso e a Scampia simbolo dell’abbandono totale?

Vele Scampia anni 80 pastori pecore - internettualeAlla luce delle considerazioni degli esperti, di un progetto tuttavia di design e tristemente infangato, di questa breve storia dell’architettura, e delle tante piccole vicende umane che negli anni hanno abitato questi edifici e il quartiere di Scampia, il passaggio dei pastorelli fino agli anni ‘80, gli sposalizi, funerali, persino la criminalità di questi luoghi, diventata cult in TV, non sarebbe molto più opportuno, e meno dispendioso per le casse del comune, restituire una nuova dignità a ciò che resta di questo grandioso progetto di Di Salvo, riqualificando il suo nome con l’onore che merita e facendo di questi palazzi-simbolo le Fenici di cemento che risorgono dal proprio degrado?

ART NEWS, MUSICA

In mostra un secolo di canzone classica napoletana

Se il napoletano è entrato di diritto nel patrimonio dell’UNESCO come vera e propria lingua da tutelare, la canzone napoletana è di certo quel gioiello che ha contribuito nei secoli alla sua diffusione nel mondo e che, senza dubbio, non poco ha influito per questo importante riconoscimento.

Dal 15 novembre fino al prossimo 15 gennaio 2016, sarà possibile ripercorrere in parte la storia della tradizione musicale partenopea nella rassegna “La Canzone Napoletana 1850 -1960”. Nella sede di Domus Ars Centro di Cultura, in Via Santa Chiara 10 a Napoli, sarà infatti possibile ammirare alcuni cimeli dell’ampia collezione di Roberto Cortese, che coprono un arco temporale di oltre un secolo: «la mia non è una collezione – ha detto n merito Cortese – bensì una storia d’amore nata tanti anni fa».

Tra i pezzi in esposizione 150 manifesti della Festa di Piedigrotta dal 1850 al 1960, trenta dischi risalenti al 1889, antichi 78giri, vecchie partiture, copertine di dischi, foto, oggetti appartenenti alle prime case editrici e dediche fatte al Maestro Cortese. Ma anche macchiette, brani tratti da operette, varie sceneggiate e avanspettacolo, raccolte di Guglielmo Cottrau e 150 cartoline illustrate parlanti. Inoltre tutte le Piedigrotte dal 1800 in poi e altri 78 giri di Enrico Caruso.

La mostra sarà aperta al pubblico dalle ore 9 alle 20.

Madrina d’eccezione per l’evento di domani, 13 novembre alle ore 18.30, l’esponente per antonomasia della canzone napoletana, la cantante e attrice Angela Luce, che in questa occasione riceverà una targa quale premio alla carriera dal Sindaco De Magistris.

Tra i relatori e premiati della serata anche Bruno Venturini, Enzo Gragnaniello, nonché l’illustre professor Aldo De Gioia, Storico e poeta napoletano del nostro secolo.