INTERNATTUALE

Instagram, un popolo di influencer senza followers

Fino a qualche tempo fa c’era un proliferare di siti di self-publishing, che lusingavano i potenziali scrittori con la promessa di essere indipendenti e trovare la notorietà in questa sorta di piattaforma social. Erano i primordi di myspace e facebook si faceva largo, e non c’era ancora, forse, la consapevolezza che dal web potessero nascere delle vere e proprie star, ma probabilmente già se ne coltivava la possibilità.

La falla di queste piattaforme è che non c’è un pubblico di scrittori, ma, una volta iscritto, sei solo un aspirante-scrittore in un popolo di aspiranti-scrittori, che tenta maldestramente di promuovere il proprio lavoro ad altri che fanno altrettanto, in un reciproco scambio di like, di finti commenti e finte letture.

Io stesso ne ho provati tanti, prima di affidare il mio primo, e finora unico, romanzo, alla piattaforma wattpad, confidando che almeno un lettore nell’etere, scaricata l’app possa leggermi. Ma da qui a sperare di diventare il nuovo Dan Brown della letteratura, ce ne passa. E così riflettevo sul fatto che anche instagram si è trasformato in un popolo di aspiranti webstar, “influencer” si chiamano oggi, con la sola differenza che mentre nelle piattaforme di self-publishing c’è più o meno talento o quantomeno un lavoro (buono o cattivo che sia), sul noto social di fotografia ognuno vuole trovare la notorietà pur non avendo alcuna capacità.

Se in principio tutti volevamo quest’app solo per i “filtri ” e la possibilità di portare indietro i nostri scatti con effetti vintage, oggi la vogliamo per esserci, per sentirci fighi, per condividere le nostre foto al mare, per la notorietà.

Sono milioni i profili business che si bollano come “Blog personale”, fondati sul nulla, che ambiscono o sperano di essere qualcuno solo perché con la tecnica ormai logora del follow/defollow sono riusciti a racimolare qualche migliaio di seguaci, o ne hanno acquistati almeno 10.000 al mercato nero del web per meno di 8 €.

Non c’è più una vera audience della rete, non ci sono più i follower, i “telespettatori” di un tempo che riconoscevano l’altrui professionalità con ammirazione, ma solo un popolo che dal fondo della piramide social(e) tenta di imitare chi occupa il gradino più in alto, in una sequela di “posso farlo anch’io”, soltanto perché internet e le immagini conferiscono l’illusoria sensazione che basti uno smartphone, un filtro e una didascalia per trasformarsi in qualcosa d’altro pur non avendo alcun titolo o capacità per farlo.

Un appiattimento dovuto alla democrazia della tecnologia che consente a tutti, poveri e ricchi, belli e brutti, dotti e stolti, di fare le medesime cose con altrettanta facilità.

La parte più drammatica è che in molti, soprattutto giovanissimi, credono che basti questo oggi per affermarsi al mondo, complice la perdita di importanza o prestigio di lauree e titoli di studio (visti come qualcosa di polveroso e noioso), e forse anche di premier e ministri della nuova generazione che amministrano l’Italia stringendo tra le mani a malapena un diploma.

Non c’è più preparazione, non c’è più meritocrazia, non c’è più spirito di sacrificio. A che servono ore ed ore di studio quando postando una foto on-line puoi ricevere 3000 like ed essere popolare nella home page per almeno un giorno?

E se il primo decennio degli anni 2000 ha visto proliferare migliaia di blogger (tra cui il sottoscritto) che tentavano con i loro post di mostrare sagacia, intelligenza e capacità di scrittura, lavorandoci, oggi tutti sono convinti che basti un selfie e taggare un brand d’abbigliamento per fare tendenza.

Persino le concorrenti di Miss Italia sono cambiate negli anni:  negli anni ’90-2000 molte studiavano giornalismo e sognavano la fascia come trampolino di lancio, oggi quasi tutte hanno profili instagram affollatissimi e vanno in TV più per aumentare il bacino di seguaci on-line che non per il titolo stesso di più bella del Paese.

Anche il mercato e il marketing stanno cambiando, lo sa bene Daniel Wellington, noto brand di lusso, che sul social fotografico ha trovato fama e prestigio regalando agli esordi i suoi ormai iconici orologi ai cosiddetti micro-influencer, coloro che avevano un seguito di almeno 5000 persone.

Se si è “figli d’arte” o si riceve l’endorsement da parte di qualcuno, allora il gioco è fatto: Chiara Ferragni, ad esempio, di tanto in tanto segnala questa o quella fashion-blogger da seguire, forte dei suoi 15 milioni di seguaci che continuano a crescere in maniera esponenziale, mentre sono tantissimi i figli e parenti dei VIP che si riciclano on-line come influencer e fashion blogger.

Ma non c’è più un vera e propria distinzione tra il pubblico e la webstar, tra chi segue e chi vuole farsi seguire, ma tutto è inglobato in un appiattimento fotografico in cui tutti vogliono porsi sullo stesso livello in base ai numeri, senza una distinzione, né consapevolezza, della qualità dei propri contenuti.

E d’altronde come si potrebbe, se a decidere chi sta sopra e chi sotto è un algoritmo che oggi si tenta di aggirare con il like bombing? Instagram è ormai popolato solo da persone che vogliono mostrare e mostrarsi, lasciando a tutti gli altri il quasi ingrato compito di restarsene in disparte e semplicemente seguire.

Perché forse si sa, parafrasando un vecchio detto, chi sa fa e chi non sa si mette su instagram. Tutti vogliono farlo non perché siano realmente capaci, ma solo perché ne hanno la possibilità.

Insomma Italia popolo di Santi, naviganti, poeti e influencer.

Sono pochi quelli che, come me (lo dico senza falsa modestia), cercano di farsi strada proponendo anche qualcosa di più concreto sul web (come il sito che state leggendo), che vada al di là di una semplice immagine su instagram, e che dia l’idea che oltre la singola foto c’è decisamente di più.

Ragion per cui, se siete giunti alla fine del mio post e vi è piaciuto, se volete seguirmi anche su instagram, questo è il mio profilo @marianocervone, e se volete invece raccontarmi la vostra esperienza, commentate o scrivetemi.

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INTERNATTUALE

Cara Signora De Magistris, non siamo intellettuali, siamo solo cittadini stanchi

Gentile Signora De Magistris,

ho letto il suo sfogo su facebook, ripreso da Repubblica e, ammetto, mi sono sentito naturalmente coinvolto. Non solo perché, ahimè, faccio parte dei tanti che hanno criticato l’operato di suo marito, ma anche per quella strana assonanza con il mio blog, INTERNETTUALE, che probabilmente invece non avrà nemmeno mai sentito nominare. Faccio dunque parte anch’io dei tanti “intellettuali” del web, come ci ha definiti nel suo stato pubblico, di questo straordinario strumento democratico per antonomasia che consente a me, e molti altri, di poter esprimere liberamente il proprio pensiero.

Naturalmente comprendo il suo stato d’animo, quello di moglie del Sindaco, di pasionaria, di donna che difende l’uomo che ama e che, a suo avviso, viene ingiustamente attaccato da certa stampa e da noi “intellettuali”. Ma il fatto è che ormai la politica, e inconsciamente suo marito sui suoi canali social ne dà conferma, è diventata una realtà lontana da quelli che sono i veri problemi del cittadino, ed anche lei parla forse senza una reale cognizione di causa.

Sì perché, vede, il messaggio che arriva, guardando un selfie di suo marito con i The Jackal o con Ferzan Ozpetek o persino sul set di Sens8, mentre la nostra città vive un drammatico momento di stallo, è quello di un uomo che temporeggia facendo altro. Se ci suggerisce di andare a vedere Lo Schiaccianoci al Teatro San Carlo come se fosse un fashion-blogger, quando la città è rimasta senza alcuna copertura del trasporto pubblico per quasi un giorno, vuol dire che il nostro Sindaco è anche quanto di più distante dai problemi reali che affliggono un capoluogo, il nostro, che non ci lascia nemmeno la mera libertà di potere scegliere di andare a vedere uno spettacolo nel giorno di Natale.

Senza dubbio quello di Sindaco è un ruolo difficile, ha ragione, e le nostre, tutte insieme, potranno apparirle come la fiera dell’ovvio. Eppure, a quanto pare, tanto ovvio non è stato, se ci si è ridotti allo stremo di situazioni che erano precarie già da anni e che adesso sono giunte al collasso.

Di certo, è vero, non dev’esser cosa semplice lavorare con serenità su di un territorio flagellato da camorra e negligenza dei cittadini, e potrebbe essere anche vero il fatto che è facile per noi fare i CT-della-nazionale-da-chiacchiere-al-bar o improvvisarci sindaci di Topolinia. Ma resta il fatto che quando suo marito ha deciso di candidarsi, ed ha vinto le elezioni per ben due volte, sapeva a cosa sarebbe andato incontro, conosceva questa realtà, conosceva le condizioni in cui avrebbe lavorato. Ed è ridicolo adesso attribuire a queste quelli che, ad oggi, sono degli insuccessi.

Sarà difficile fare il Primo-cittadino, non lo metto in dubbio, ma, posso assicurarle, ancora più difficile, nella nostra Napoli, è essere proprio un Quisque de populo, come simpaticamente ha apostrofato lei il cittadino medio, l’uomo di strada o, come direbbe Bud Spencer in uno dei suoi film, un pinco pallino qualsiasi.

È difficile quando sei costretto ad aspettare una metro oltre venti minuti con i pannelli informativi che strategicamente dicono “prove tecniche”; quando quella metro di fortuna che riesci a prendere al mattino litigando il tuo posto è così affollata da sentire alitare il vicino sul tuo volto, e nonostante tutto devi sentirti felice per esserci salito; quando aspetti per ore che passi un autobus alle intemperie, con il caldo, con il freddo, con la pioggia; quando persino camminare per strada oltre un certo orario ti terrorizza; quando vivi in periferia e sei circondato da rifiuti e disservizi. Potrei continuare sulle tante cose che ancora non funzionano a Napoli, sugli uffici pubblici spesso con mancanza di personale, sui manti stradali rotti e così tante altre che nemmeno riesco a ricordarle tutte. Un sindaco certamente non può avere il pieno controllo su ogni cosa, ma non può nemmeno dire di esserne allo scuro o, peggio, attribuire questo perdurare di situazioni fuori controllo alle condizioni di partenza, ai mezzi, ai tempi che sono i medesimi per i sindaci di qualsiasi altra città italiana, e che suo marito avrà senza dubbio considerato prima di cimentarsi in questa avventura iniziata ormai nel 2011.

Perché, mia cara Signora De Magistris, anche viverla Napoli è difficile.

Suo marito ha probabilmente confidato sulla capacità di adattamento che noi napoletani da sempre abbiamo, e sul fatto che ci facciamo star bene tutto, e che è molto più probabile che i napoletani scendano in piazza per una partita di calcio che non per difendere un proprio diritto. Ma ciò non toglie che, come qualsiasi altro cittadino medio, ne abbiamo comunque.

Le assicuro che vivere a Napoli, nella vera Napoli, la Napoli del popolo, è ancora più difficile.

Lei parla da privilegiata, da First Lady, da borghese, da professoressa di diritto e da Signora della Napoli-bene che vive sicuramente in un quartiere residenziale, distante da raccolte di rifiuti che non funzionano, da autobus che non passano, da infinite attese di metropolitane che le portano via ore della sua giornata oltre a quelle che già normalmente le toglie un lavoro medio, spesso sottopagato e non confortevole.

Mi creda, è molto più facile girare la città per lavoro con l’auto-blu, e avere la libertà di poterlo fare senza che il suo regalo di Natale, come beffa al danno di non avere un servizio di trasporti pubblico, sia quello di trovare una multa sul parabrezza della macchina che è stata costretta a prendere per andare a lavoro o semplicemente per fare gli auguri ad amici e parenti.

Diritti, questi, che una qualsiasi città di una società civile dovrebbe quantomeno garantire.

È facile parlare quando si frequentano i salotti buoni della borghesia, ma provi lei a calpestare ogni giorno rifiuti che continuano ad accumularsi sui marciapiedi e le strade della periferia e della città, sentendosi come un cittadino di serie B: senza diritti, senza alcuna voce in capitolo, senza nessun’altra possibilità se non quella di dover pagare tasse che le danno la sensazione di gettare il suo denaro dalla finestra per un servizio che non viene erogato con regolarità. Per autobus che non passano, per diritti che non ci vengono concessi.

Proprio in questo momento, mentre le scrivo, il buongiorno dalla mia finestra mi è dato da un cumulo di spazzatura sul marciapiede che l’ASIA non ritira, passandoci di fianco come se non esistesse, a dispetto delle mie tante telefonate e segnalazioni ai numeri preposti. Lei che cos’è che vede dalla sua finestra, Signora De Magistris?

Dovrebbe essere grata ai tanti “intellettuali” che, come me, danno voce ai propri pensieri e, probabilmente, ne danno anche a chi non riesce ad esprimerli come vorrebbe, perché è questa la democrazia, perché è anche questa la conquista del web 2.0, la possibilità di platonici dialoghi virtuali come il nostro, che aprono al confronto, alla conoscenza dell’altro, ad un punto di vista diverso che magari ignoriamo.

Non siamo intellettuali, come lei sarcasticamente ci definisce, non c’è bisogno di esserlo per capire che le cose non vanno bene, siamo soltanto cittadini stanchi di continuare a vivere in una città che amiamo, ma che ogni giorno ci sfibra l’anima.

Se anche lei vivesse gli stessi disagi che la maggior parte dei napoletani sono costretti a vivere, ogni giorno, probabilmente avrebbe le medesime reazioni dinanzi ad un post del nostro sindaco accanto a Fiorella Mannoia, in visita alla mostra dell’Esercito di Terracotta, o suggerire, quasi parodiando, di andare a vedere film e spettacoli teatrali come fosse un influencer.

Lei con quale mezzo è arrivata/arriva al Teatro San Carlo di Napoli, Signora De Magistris? Perché io, da cittadino medio, non ho altre possibilità se non sperare nei nostri trasporti pubblici, calcolando medie di attesa molto lunghe e anticipando di tanto le mie partenze per poter essere puntuale, con qualsiasi condizione climatica.

Per quanto mi riguarda non mi ritengo un uomo di carta stampata o del web. Sono semplicemente una persona che, potrà accorgersene dai miei post, generalmente preferisce parlare di arte e bellezza e non di politica. Perché, come Socrate, so perfettamente di non sapere tante cose. Ma se proprio devo attaccarmi un’etichetta, allora preferisco di gran lunga la sua simpatica locuzione latina, Quisque de populo, con cui in modo galante apostrofa il cittadino medio, quasi a togliere valore alle tante… com’era?! “Semplificazioni ed ovvietà” che però non trovano voce da troppo tempo.

La nostra Napoli in questi anni è decisamente peggiorata. Nei trasporti, nella pulizia, nella criminalità, persino nella manutenzione di strade e costruzioni pubbliche. Le basti pensare alla penosa situazione della Galleria Umberto I, che va avanti da quando ne ho memoria: l’albero che viene messo e puntualmente rubato o buttato a terra dagli scugnizzi dei quartieri, negozi in galleria che continuano a chiudere, uno stato generale di abbandono e degrado, venuto alla luce solo dopo che una persona ha perso addirittura la vita. Situazioni, queste, che si ripetono ciclicamente come l’alternarsi delle stagioni.

La nostra, e la mia in particolare, non è e non vuole essere un’invettiva contro suo marito. Chiaro che non possiamo attribuirgli la “colpa”, né “prendercela” direttamente con lui per situazioni ben più antiche.

Ma converrà con me che è nella persona del Sindaco cui dobbiamo rivolgere le nostre tante ovvietà, che evidentemente continuano a non essere ascoltate.

Le assicuro, da napoletano medio, da “uomo di strada” come quella sua frase latina suggerisce, che vivere a Napoli, e nella periferia in particolare, è difficile tanto quanto farne il Sindaco. È difficile condurre un’esistenza serena in una città con servizi ridotti all’osso da anni; è difficile vivere con dignità la condizione di cittadino (medio, come ci definisce lei); è difficile decidere con orgoglio di restare comunque, di voler vivere e voler morire qui dove si è nati; è difficile persino riuscire a godersi semplicemente le feste, soprattutto continuando ad osservare silenziosamente tanta privilegiata differenza.

È per questo motivo che, confesso, la sua risposta mi ha un po’ deluso, perché mi aspettavo almeno un vago senso di solidarietà, verso quei tanti Quisque de populo, che oggi esprimono democraticamente sul web un malessere che va avanti da troppo, e che hanno contribuito ad eleggere suo marito.

E chiudo questa lettera dicendole che anch’io preferisco non parlare di capacità, perché, come lei stessa ha suggerito, per quelle bastano i dati oggettivi.

Buon Anno, Signora De Magistris. Che il 2018 sia migliore, per tutti.

Mariano Cervone,

un INTERNETTUALE qualunque del popolo