TELEVISIONE

American Crime Story, la controversa serie sulla morte di Gianni Versace

A pochi giorni dalla messa in onda statunitense (e italiana) di American Crime Story: The Assassination of Versace, si ritorna naturalmente a parlare di lui, di Gianni Versace, storico fondatore dell’omonima casa di moda, assassinato il 15 luglio del 1997. Se da un lato è un modo per riscoprire le radici della Medusa, questo da sempre il logo della maison, come ha fatto Donatella omaggiando il fratello scomparso nell’ultima sfilata, dall’altro diventa un modo morboso per eviscerare tutti i rapporti dello stilista di Reggio Calabria, incluso quello con la sorella che ne ha ereditato il marchio e la pesante eredità artistica di tutta una vita.

Il serial, che in nove puntate vuole ricostruire la vita e la morte dello stilista italiano, parte proprio da qui, dalla fine, e da quel tragico giorno nella villa di Miami quando Gianni fu sparato proprio sui gradini della sua villa.

Da qui un percorso a ritroso, che restituisce al pubblico fatti (romanzati, s’intende) che finora ha soltanto potuto immaginare, come il rapporto tra i fratelli Versace o quello con l’ex modello Antonio D’Amico, compagno dello stilista, qui interpretato da Ricky Martin.

l’attrice Penelope Cruz nei panni di Donatella Versace

A dare il volto agli stilisti italiani c’è invece un cast prevalentemente latino, dalla spagnola Penelope Cruz, premio Oscar per Vicky Cristina Barcelona, l’interpretazione senza dubbio più attesa, che dà il volto a Donatella, passando per il venezuelano Édgar Ramírez, che interpreta Gianni e, per farlo, è ingrassato di circa dodici chili.

l’attore Édgar Ramírez nei panni di Gianni Versace

Una serie molto attesa, questa seconda stagione antologica, creata dal genio di Ryan Murphy, che aveva dedicato la prima serie a O. J. Simpson, caso di cronaca poco noto in Italia sul giocatore di football accusato dell’omicidio di sua moglie.

la copertina del libro di Maureen Orth

In onda dal 19 gennaio sul canale satellitare Fox Crime, la serie attinge da un libro di cronaca non autorizzato, Vulgar favors : Andrew Cunanan, Gianni Versace, and the largest failed manhunt in U.S. history (Favori volgari: Andrew Cunanan, Gianni Versace e la più grande caccia all’uomo fallita nella storia degli Stati Uniti) della giornalista Maureen Orth, e si preannuncia già come una delle produzioni più discusse e calde di questa nuova stagione televisiva.

Tra le motivazioni ci sarebbe il fatto che il compianto stilista aveva dichiarato al mondo la propria omosessualità solo poco tempo prima della sua morte, nascondendo nell’armadio uno scheletro ben più spaventoso che continuava ad ossessionarlo, il timore che fosse HIV positivo.

Immediata la reazione della casa di moda, che ha preso le distanze dalla serie e, tiene a precisare, nulla ha a che vedere con questa produzione della rete americana FX: «La famiglia Versace non ha autorizzato né ha avuto alcun coinvolgimento nella serie televisiva dedicata alla morte di Gianni Versace – ha dichiarato in merito Donatella Versace – dato che Versace non ha autorizzato il libro da cui è parzialmente tratta, e non ha preso parte alla stesura della sceneggiatura, questa serie televisiva deve essere considerata un’opera di finzione».

Ma, polemiche a parte, Versace farà anche la gioia degli amanti della moda e del glamour, poiché già dalle prime immagini si preannuncia molto patinato e ricco.

Lou Eyrich, costumista della serie, ha detto di aver acquistato capi vintage Versace, per ricreare l’ambiente della Miami degli anni ’90, e ritrovare le iconiche fantasie che da sempre caratterizzano la casa di moda: dalla stampa barocca agli abiti in metallo, dalle fantasie animalier all’immancabile logo della casa, come dimostra l’ultima settimana della moda milanese in cui la stilista ha presentato la collezione Go big & go home, declinando le storiche fantasie della casa della Medusa in una versione urban più moderna, ritrovando le vere radici e rifiutando fermamente una serie che noi invece non vediamo l’ora di vedere.

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TELEVISIONE

FEUD, la serie sulla rivalità hollywoodiana di Bette Davis e Joan Crawford

Gli ultimi giorni d’estate li ho trascorsi a guardare FEUD, nuova creatura antologica dell’acclamato produttore Ryan Murphy, già creatore di altri serie diventate veri e propri cult come American Horror Story e American Crime Story.

Come i precedenti prodotti del regista di Mangia Prega Ama, anche FEUD ha visto ritornare sul piccolo schermo due colossi del cinema contemporaneo: il Premio Oscar Jessica Lange, che con Murphy aveva già collaborato alle prime stagioni dell’Horror Story, e Susan Sarandon, che la statuetta invece l’ha vinta nel 1996, e che prosegue, con questo progetto, la sua parentesi televisiva nei biopic, dopo The Secret Life of Marilyn Monroe.

le vere Joan Crawford e Bette Davis in promo di Baby Jane, 1962

Le due attrici hanno dato vita alla celebre quanto mitica faida (questa la traduzione letterale del titolo della serie) tra altri due Premi Oscar della vecchia Hollywood, Joan Crawford e Bette Davis, che insieme girarono Che fine ha fatto Baby Jane?. È proprio da qui infatti che parte la serie, quando agli inizi degli anni ’60 le due dive, da sempre acerrime rivali nel cinema come nell’amore, lontane dai fasti degli esordi, sono ormai due attrici sul viale del tramonto, che decidono di girare un film insieme sperando di risollevare le rispettive carriere.

Otto episodi tra aneddoti, curiosità e gossip che raccontano i retroscena di uno dei capisaldi del cinema americano, che valse alla Davis la sua decima nomination agli Oscars e riuscì in parte a rilanciare la carriera della Crawford che continuò a girare ancora per qualche anno dei B movie a metà tra horror e thriller di discreto successo al box office.

Alfred Molina and Stanley Tucci in Feud (2017)

Uno spaccato sulla vita di due indimenticate leggende, che ingolosisce la curiosità dei cultori di cinema, incitando a saperne di più su tante storielle e screzi avvenuti dentro e fuori dal set, e che permetterà ai giovanissimi di (ri)scoprire due attrici di cui probabilmente hanno sentito parlar poco.

Nel cast tanti volti noti e pluripremiati: da Stanley Tucci, che qui interpreta uno dei fratelli Warners, ad Alfred Molina, da Kathy Bates a Judy Davis, che dà il volto alla perfida giornalista scandalistica Hedda Hopper, passando per Catherine Zeta-Jones, che ritorna alla TV dopo vent’anni, e che con la sua interpretazione di Olivia de Havilland ha suscitato le ire (e una denuncia) della vera attrice, oggi centenaria e unica “testimone” vivente della vera faida tra la Davis e la Crawford, per aver dato un’immagine fuorviante della sua persona.

Kathy Bates and Catherine Zeta-Jones in Feud (2017)

La serie di Murphy è anche una sagace ricostruzione dello spietato sistema Hollywoodiano, pronto ad accogliere nuove dive nel suo Olimpo dorato, e a bandirle quando la loro bellezza e giovinezza iniziano a sgretolarsi.

Ma FEUD è anche l’attenta, benché forse esasperata, analisi di due attrici che faticano ad accettare il tempo che passa e che giorno dopo giorno tentano di dimostrare che oltre all’aspetto c’è di più.

È intensa Jessica Lange, e ancora bellissima, nelle vesti di una insicura quanto vendicativa Joan Crawford, che negli ultimi anni della sua carriera ha disperatamente tentato di superare la Davis, soffrendo di un ingiustificato complesso di inferiorità.

Algida e sprezzante, Susan Sarandon riesce dal canto suo anche a restituire la voce roca tipica di Bette Davis, muovendosi con apparente spavalderia e sincera disperazione.

Negli otto episodi Bette e Joan sono ognuna l’immagine speculare dell’altra: entrambe madri single, vivono burrascosi rapporti con le rispettive figlie, e si portano dentro il rimpianto di essere state rispettivamente considerate dallo showbiz l’una solo per il talento, l’altra soltanto per il proprio aspetto.

Una serie di qualità del canale statunitense FX, che ad oggi non è stata acquistata da nessuna emittente italiana, satellitare o terrestre che sia, e che meriterebbe da parte dei nostri canali più attenzione: e per il talento delle sue interpreti, e per la leggenda che riportano letteralmente in vita.

TELEVISIONE

Tutankhamon, mini-serie sulla scoperta della tomba del Faraone-bambino su Focus TV

In un panorama televisivo sempre più frammentato e competitivo, anche FOCUS, canale-costola del magazine scientifico più famoso d’Italia, ha deciso di dedicare la sua programmazione ad una produzione non prettamente di divulgazione. Succederà lunedì 22 e martedì 23 maggio in prima serata, quando il canale del gruppo Discovery Italia trasmetterà la mini-serie Tutankhamon, kolossal in quattro puntate su di una delle scoperte archeologiche più importanti del XX secolo, la scoperta della tomba del famosissimo faraone bambino.

Diretto da Peter Webber, regista tra gli altri de La ragazza con l’orecchino di perla, lo sceneggiato arriva nel nostro paese in prima TV dopo il successo che ha riscontrato in Gran Bretagna, con una media di sei milioni di telespettatori per episodio sul canale Itv.

Sam Neill, Max Irons, and Amy Wren in Tutankhamun (2016)

Presentata in anteprima al Museo Egizio di Torino, la mini-serie è ambientata tra le sabbie e le rovine della Valle dei Re, in Egitto, e vede protagonista il giovane e fascinoso Max Irons, classe ’85, figlio del noto attore Jeremy, nei

Catherine Steadman in Tutankhamun (2016)

panni dell’archeologo  Howard Carter, affiancato da Sam Neill, veterano di pellicole-avventura e noto al grande pubblico per il suo ruolo di paleontologo in Jurassic Park, che qui invece interpreta il mecenate Lord Carnarvon. I due saranno affiancati dalla giovanissima Amy Wren, che interpreta la figlia di Carnarvon, Evelyn, mentre l’attrice Catherine Steadman interpreta la giovane Maggie.

Una serie che si propone di essere avvincente e che racconterà una pagina importante di storia dell’archeologia. L’appuntamento quindi è fissato per lunedì 22 alle ore 21.15 sul canale 56 del digitale terrestre con i primi due episodi della serie.

INTERNATTUALE, MUSICA

MTV lascia la TV in chiaro: com’è cambiata la musica negli ultimi quindici anni

MTV, storica rete televisiva italiana dedicata alla musica, ha definitivamente abbandonato il digitale terrestre, spostandosi sulla piattaforma satellitare a pagamento Sky. E già c’è chi parla di svolta epocale, vedendo, in questo passaggio, la fine di un’Era e di un modo di fare musica fatto anche di emozioni e sensazioni.

Erano gli anni ’90, quelli delle Spice Girls e dei Backstreet Boys. Gli anni di Total Request Live in Piazza Duomo a Milano e quelli di Select con Daniele Bossari nel pomeriggio.

MTV Kris & Kris Rete A - internattualeLa mia generazione ancora se lo ricorda MTV Italia, la Music Television italiana, figlia di quella (programmazione) europea, che a metà anni ’90 andava in onda sulle frequenze di Rete A, mantenendo il doppio logo.

Non c’era YouTube né milioni di visualizzazione on-line. Erano gli anni in cui la musica passava esclusivamente dalla TV.

Non c’era crisi economica o spending review. Prima un videoclip poteva costare anche un milione di dollari, come Play di Jennifer Lopez, che se volevi guardarlo in anteprima dovevi aspettare la premiere in televisione, appuntandoti la data e l’ora esatta della messa in onda sul diario, tra un’interrogazione in latino e un compito di matematica.

Non esisteva lo streaming, né i siti news musicali on-line. Gli spettacoli di MTV, come la gloriosa edizione dei Video Music Awards del 2003, quando Madonna e Britney Spears si scambiarono un tenero bacio saffico, o quando, nel 2001, la Spears stupì tutti ballando con un serpente intorno al collo in una performance che è diventata icona della musica contemporanea.

Britney Spears Madonna Kiss - internettualeC’erano i Brand New notturni, con gli artisti emergenti e i videoclip esclusivi, quelli che li passava solo MTV prima di tutti, anche prima di VIVA, allora primo concorrente in chiaro del colosso musicale italiano.

Erano i tempi di Napster 1.0 e dei primi download illegali, degli mp3 e del Peer2Peer, che di lì a poco avrebbero giocoforza rivoluzionato la discografia e il diritto d’autore che stavano minando.

In poco più di un decennio il mondo della musica infatti è completamente cambiato. La musica non si acquista più nei negozi, ma comodamente a casa con carta di credito da iTunes. Non si aspetta più l’uscita fisica del compact disc, del singolo, degli Enhanced CD, quelli con i contenuti speciali che dovevi guardare dal Personal Computer.

Oggi ogni cantante ha il proprio canale YouTube, dove lancia i suoi videoclip, i backstage, i making of e le interviste esclusive. Non c’è più l’attesa. I video, una volta caricati, sono lì, nell’etere, e ognuno li guarda e può guardarli quando e dove vuole, dalle piattaforme più disparate: dal notebook allo smartphone, passando per i tablet e gli smartTV.

Persino la tiratura della certificazione dei riconoscimenti oro, platino e diamante è calata. Non si guarda più solo alla vendita dei dischi, ma all’eco mediatica che suscitano, agli ascolti sulle piattaforme streaming come Spotify, Apple Music e Deezer, alle visualizzazioni on-line, alle volte che vengono “Shazammati” con un app. Anche la musica si fa social. Non importa che si compri, ma che se ne parli. I maggiori introiti degli artisti, che spesso come Rihanna regalano in download gratuito le proprie opere, adesso arrivano dai contratti pubblicitari dei marchi del luxury e merchandising dei propri gadget o linee moda.

In un mondo sempre più globalizzato, dove la musica si propaga velocemente via internet come l’onda di uno tsunami, perde importanza l’emittente televisiva, che fa da sfondo solo a lounge bar e luoghi pubblici per clienti distratti che la guardano tra una chiacchiera e un drink in compagnia. Non stupisce dunque che, in questo panorama, MTV abbia perso il suo prestigio elitario e ha dovuto abbandonare la TV in chiaro, cedendo il posto al musicale VH1, che trasmette in rotazione successi di ieri e di oggi. Il suo logo tuttavia continuerà a rappresentare le tante emozioni di un’intera generazione di nostalgici cui mancheranno i grandi miti degli anni ’90.

CINEMA

La vita segreta di Marilyn Monroe

È una delle icone del cinema e per anni è stata una delle donne più sexy del mondo. Marilyn Monroe resta oggi una delle dee immortali del grande schermo, nonché uno dei più grandi misteri della storia dell’umanità. Mistero è la sua morte, avvolta nell’ombra e, paradossalmente, nella solitudine. All’iconica diva il canale musicale DeejayTV (tasto 9 del digitale terrestre) ha tributato una mini-serie in due puntate che ripercorre gli anni giovanili della Monroe, quando ancora con il nome di Norma Jean cercava di sbarcare il lunario. Due puntate, la prima andata in onda ieri in prima serata e replicata oggi pomeriggio, che ripercorrono il difficile rapporto con la madre e tutte le donne della famiglia che hanno caratterizzato la sua vita prima del successo.

La serie si apre con una Marilyn platino, bella e sensuale, che parla al suo psicologo dei suoi affetti, ricordando la sua vita in un flashback che sospende la narrazione tra il passato di una problematica ragazza anonima e il presente di una donna di successo che continua a portare dentro di sé i drammi giovanili.

Nella pellicola troviamo un cast di volti noti, dalla straordinaria Susan Sarandon, che interpreta la madre della diva, il cui volto da giovane è dato dalla sua vera figlia, l’attrice Eva Amurri Martino, a Kelli Garner, la protagonista, già vista nella serie Pan Am, passando per i volti di Grey’s Anatomy, Embeth Davidtz e Giacomo Gianniotti.

Dopo Elizabeth Taylor, il canale americano Lifetime, ci regala un’altra serie molto romanzata romanzata, che accontenta quel desiderio dello spettatore di scorgere una Marilyn segreta, ma che di segreto forse svela poco, se non il dramma di una donna infinitamente infelice a dispetto del successo ottenuto, al punto di suicidarsi (?), e di un’icona del cinema che invece non morirà mai.

LIFESTYLE

“Luisa Spagnoli”, la cioccolateria che non ti aspetti

Luisa Spagnoli - internettuale

Noto marchio di abbigliamento italiano sin dai primi anni ’40, in pochi forse sanno che l’omonima Luisa Spagnoli, nata Sargentini, è anche colei che ha inventato il Bacio Perugina. L’imprenditrice umbra infatti contribuì all’apertura di quella che sarà la nota azienda di cioccolato nei primi del ‘900, la Perugina, insieme a Francesco Buitoni, con soli quattordici dipendenti. Alla fine del primo conflitto mondiale il successo dell’azienda era tale da contare circa cento dipendenti, ma, nonostante ciò, per attriti interni, Annibale Spagnoli, marito di Luisa, decide di ritirarsi dall’azienda, dando così adito all’inizio della liaison tra la donna e Giovanni Buitoni, figlio del socio Francesco, di ben quattordici anni più giovane, ed è in questo periodo che c’è l’invenzione del noto cioccolatino, per ottimizzare gli scarti dei confetti, che, in virtù dell’amore per la donna, venne chiamato Bacio, e che negli anni a venire diventerà il simbolo dell’amore tra fidanzatini e della festa a loro dedicata per antonomasia, San Valentino.

Alla fine del primo conflitto mondiale la Spagnoli decide di lanciarsi in un’altra avventura imprenditoriale, l’abbigliamento, acquistando dei conigli d’angora e iniziando a produrre, dal pelo pettinato, la nota lana per i filati. Nasce nei sobborghi del quartiere Santa Lucia l’azienda Angora Spagnoli, che si cimenta nella creazione di soli capi di lana come scialli, maglie, maglioni, boleri.

Negli anni ’40, in pieno post dopoguerra, in un’epoca ancora economicamente difficile, Luisa pensa innanzitutto al benessere dei suoi dipendenti, costruendo degli asili, delle casette a schiera (tutt’ora visibili) e promuove partite di calcio, gare, feste, balli.

Il noto marchio di abbigliamento inizierà ad affermarsi circa un decennio dopo, sotto la direzione del figlio Mario, ma Luisa non riuscirà a vedere la fioritura di quest’altro suo importante progetto, in quanto le sarà diagnosticato un male che, insieme a Giovanni, con lei fino alla morte, tenterà di curare sotto l’egida degli specialisti di Parigi.

Presto la vita della Spagnoli diventerà una fiction rai in due puntate, la cui messa in onda (salvo imprevisti) è fissata proprio per San Valentino 2016. E se a ricordare la donna sul piccolo schermo sarà un’altra Luisa, Luisa Ranieri, protagonista della mini-serie, nel frattempo le boutique di Milano e Firenze dell’omonima maison d’abbigliamento ripercorreranno la storia della loro fondatrice trasformandosi in Cioccolaterie.