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Napoli: stazioni d’arte e metti da parte

Al Museo Archeologico Nazionale di Napoli è stata da poco inaugurata una mostra dedicata alle stazioni della metropolitana di Napoli. Meta di attrazione per turisti, per i loro colori e le architetture avveniristiche, le stazioni entrano con progetti, fotografie e rendering a far parte di Metro & The City, esposizione che fino al prossimo 31 dicembre 2018 si propone di ripercorrere la storia di questo ampio progetto.

Ma oltre le immagini promozionali, quali sono le reali condizioni di salute di queste opere?

Tra attese estenuanti, vagoni affollati e tratte ridotte, ho fatto un giro per le Stazioni dell’Arte, quel complesso, si legge letteralmente su wikipedia, artistico-funzionale composto da quindici fermate della metropolitana di Napoli, in cui è stata prestata particolare attenzione a rendere gli ambienti belli, confortevoli ed efficienti. Insomma una vera e propria opera d’arte (quasi) in movimento, che i turisti ci invidiano e vengono a frotte a vedere come un vero e proprio monumento, e che ha portato, nel 2012, l’elezione di TOLEDO come stazione più impressionante d’Europa, per il Daily Telegraph e addirittura più bella del mondo per la CNN, assegnando a MATERDEI un decoroso 13esimo posto su scala mondiale.

stazione UNIVERSITÀ

Un progetto nato nel 1995, che ha portato nel tempo installazioni d’arte anche in quelle stazioni originariamente non nate sotto questo concept che tuttora segue queste linee guida, come VANVITELLI, dove successivamente è stata applicata la sequenza di Fibonacci di Mario Merz.

Un vero e proprio museo d’arte contemporanea che i cittadini, attese a parte, possono percorrere al costo di 1,10 €, il biglietto di una corsa singola, e che ha portato artisti quali Joseph Kosuth, Michelangelo Pistoletto, Jannis Kounellis solo per citarne alcuni, senza considerare la copia in vetroresina dell’Ercole Farnese, il calco in bronzo della Testa di Cavallo (detta Carafa, il cui originale è all’interno del Museo Archeologico Nazionale di Napoli), o quella del Laocoonte.

Opere che hanno reso l’arte contemporanea senza dubbio più vicina, e sebbene i napoletani continuino ad ignorare quali siano i nomi degli artisti che hanno realizzato le installazioni che quotidianamente li accompagnano, di certo hanno imparato a familiarizzare con le loro opere, come il profilo continuo, Conversational profile della stazione UNIVERSITÀ.

Più archeologica quella MUNICIPIO che propone invece alcuni reperti rinvenuti durante gli scavi per la sua realizzazione, mentre all’uscita MONTECALVARIO, quella che collega la stazione Toledo con i Quartieri Spagnoli ci sono opere fotografiche di artisti come il noto fotografo Oliviero Toscani.

La stazione DANTE è stata disegnata invece dalla compianta archistar Gae Aulenti, che per l’omonima piazza in cui è ubicata ha voluto rispettarne l’originario impianto 700ntesco.

Ma se anche prendere la metropolitana è diventata, a Napoli, una full-immersion nell’Arte, i tanti disagi e disservizi cui è continuamente sottoposta la LINEA 1, ne fanno anche un’esperienza folkloristica, dove il turista si ritrova affascinato dal ritardo come se fosse parte di un colorato viaggio di un Paese del Sud America.

E se per i treni, le cui attese sforano abbondantemente ancora i 20 minuti, l’imperativo è ancora aspettare, augurandoci di poter vedere presto un miglioramento che renda più vivibile e civile viaggiare in metropolitana, ci si aspetterebbe che almeno le stazioni fossero trattate come opere d’arte. Da qualche mese a questa parte ho così deciso di impiegare le mie attese ad osservare le condizioni, oltre che la bellezza delle stazioni napoletane. Ed è proprio ad uno sguardo più attento che è possibile notare neon spenti, pannelli luminosi completamente bui, pezzi di scale (o meglio, battiscopa) che mancano.

sequenza Fibonacci, stazione Vanvitelli (Napoli)

I numeri della sequenza di Fibonacci infatti, risultano spenti, così come i pannelli della stazione Toledo che dovrebbero rappresentare il mare, o i versi della Divina Commedia del sommo Poeta.

Ma non solo. Con la pioggia ritornano le transenne nella stazione Museo, che subisce da anni evidenti infiltrazioni, e mancano i battiscopa e nella stazione Università che proprio in quella Toledo.

Colpa, a volte, dell’esuberanza dei ragazzini, dell’inciviltà di chi maltratta le nostre infrastrutture, certo, ma anche di chi dovrebbe vigilare su queste architetture garantendone una regolare conservazione, a maggior ragione se poi sono, o almeno dovrebbero essere, considerate come opere d’arte.

Insomma le stazioni dell’arte sembrano un po’ abbandonate a loro stesse, con sbarramenti che ciclicamente ritornano sempre negli stessi punti, sempre con le medesime condizioni meteo, a riprova di problematiche note ma che vengono perennemente rattoppate, senza una vera manutenzione ordinaria o straordinaria, senza una vera cura quotidiana che ne preservi l’originario aspetto, e dia loro la considerazione non solo di stazioni funzionali, ma anche di opere architettoniche decorative.

stazione MUSEO, transenne per le infiltrazioni d’acqua

Tuttavia, osservando le condizioni fatiscenti delle stazioni e aspettando per ore treni che non passano, viene da chiedersi se non sarebbe stato meglio investire in assunzioni e macchine i milioni di euro che invece abbiamo speso in architettura e design, e se non sarebbe stato meglio aspettare pochi minuti un treno in una stazione anonima, anziché sostare per ore sotto una stilosa quanto affollata banchina.

Parafrasando un noto proverbio, sembra che a Napoli valga il detto stazioni d’arte e metti da parte.

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INTERNATTUALE

Luigi De Magistris, il sindaco che fa l’influencer mentre Napoli è in coma

Chi mi segue sul blog lo sa bene, non scrivo mai di politica, né il mio è un tentativo di trasformare il mio sito nella succursale del blog di Grillo. Ma ci sono alcune storie che ti bruciano sulla punta delle dita, nella penna, e che senti il bisogno fisico di scriverle, di tirarle fuori.

I napoletani e coloro che vivono a Napoli hanno imparato, per necessità o diletto, la nobile arte di sapersi arrangiare. È forse questa innata capacità il vero problema della città e dei suoi abitanti, quella di sopravvivere, sempre. Quello che, sin dai tempi delle due guerre, e anche prima, i partenopei hanno trasformato in un vero e proprio modus vivendi, una filosofia di pensiero positivo, che esula dal piangersi addosso, come molti credono, e che fa di quello napoletano un popolo capace di sopravvivere ad ogni cosa e in qualsiasi circostanza.

Ed è probabilmente su questa capacità, che geneticamente continua a trasmettersi di generazione in generazione, che deve aver fondato il suo programma di (non) governo il Sindaco Luigi De Magistris, che dal 2011 (non) amministra questa città.

Sì perché, chi segue la pagina del Sindaco forse se ne sarà già accorto, ma De Magistris deve aver evidentemente confuso la fascia di primo cittadino con quella di Miss Italia. Negli anni ’90 le reginette di bellezza italiane, dopo aver vinto il titolo, spesso girovagavano di centro commerciale in centro commerciale per inaugurazioni ed eventi. Allo stesso modo il Sindaco di Napoli anziché andare in Comune per portare avanti una città ormai allo sbando, sembra molto più affascinato dalle luci della ribalta: party esclusivi, set cinematografici e televisivi, selfie con attori e cantanti. Dalle trasmissioni sulle reti locali alle ospitate su quelle nazionali, De Magistris passa molto più tempo davanti alla camera che in quella del Municipio, postando di volta in volta con orgoglio (e forse bisognerebbe aggiungere con coraggio) le foto dei suoi impegni mondani e glamour, come se fare il sindaco si fosse trasformato in quello di influencer, dove le relazioni con la gente diventano più importanti delle giunte comunali.

Il tutto mentre la città è completamente fuori controllo, abbandonata a sé stessa o ad amministrazioni di quartiere e entità private che ne fanno una terra di conquista.

Metropolitane che somigliano sempre più ad affollati treni cittadini, rifiuti riversati in ogni angolo della città, soprattutto nelle aree periferiche, e linee autobus con macchine rotte e attese medie, nel migliore dei casi, di almeno quaranta minuti.

Il tutto mentre Luigi De Magistris confonde la sua pagina con dicitura di “personaggio pubblico” con quella di “personaggio politico” continuando a postare immagini e commenti che narrano una vita sotto i riflettori.

Microfoni, palchi, inaugurazioni. Sono soprattutto questi gli eventi di gran lunga superiori ai post di oneri e onori di Sindaco, trascurando ormai del tutto un programma politico che nemmeno ricordiamo, e portando a compimento opere come N’Albero (la colossale quanto inutile opera di impalcature sul lungomare a Natale lo scorso anno) e il Corno che quest’anno ne avrebbe dovuto prendere il posto e che invece la decenza e il dissenso dei cittadini ha fortunatamente evitato.

De Magistris fa tesoro della massima latina panem et circenses, pane e giochi circensi, offrendo o credendo di offrire attrazioni che distraggano i cittadini dai reali problemi della città. Il che potrebbe anche funzionare, se non fossimo alla stregua delle forze e in una vera e propria situazione di stallo che non accenna a migliorare.

Dopo un’estate che ha messo a dura prova non solo i residenti ma anche i tanti turisti, con attese dei treni metropolitane che hanno abbondantemente superato i 22 minuti, l’inverno migliora di poco, con carrozze perennemente sovraffollate e corse diradate.

Nel frattempo cadono vetrate dalle chiese, i rifiuti continuano ad ammassarsi per le strade, e Napoli appare come l’ectoplasmatico scenario della grande capitale del regno che è stata, proprio mentre sta paradossalmente vivendo un rinvigorimento del flusso dei turisti che accorrono a frotte per scoprirne bellezze, monumenti e musei.

Mi ha fatto decisamente sorridere il fatto che la Federalberghi su LaRepubblica di Napoli abbia lamentato le poche luminarie e i tanti musei chiusi (tutti quelli nazionali) durante i festivi e non la totale assenza di copertura del servizio dei trasporti nella giornata del 25 dicembre che ha lasciato i turisti letteralmente isolati nelle zone delle loro temporanee residenze a partire dalle ore 13.30, costringendoli a lunghi tragitti a piedi o a non allontanarsi troppo, e costringendo i napoletani non solo a prendere le loro auto (con un maggiore impatto ambientale) per spostarsi per i tradizionali auguri di rito ad amici e parenti.

Anche questo è fare turismo, ma soprattutto cultura d’impresa.

Fingere di incoraggiare ad investire in un settore in cui lo stesso Comune di Napoli e gli altri enti territoriali dimostrano di fatto di non credere davvero, è pura demagogia spicciola a vantaggio delle prossime elezioni.

Basta fare un giro sui social del sindaco per vedere di continuo volti noti come i protagonisti di Sens8Ferzan OzpetekFiorella Mannoia, i The Jackal e tantissimi altri, e tutta una sequela di impegni istituzionali che potrebbero benissimo esulare dall’esserlo. E di certo, va detto, serve sicuramente a poco da parte del Sindaco di Napoli, se non ad auto-assolversi la coscienza, “spingere” su social come instagram i vari eventi e anteprime cui prende parte come se fosse Chiara Ferragni, se poi la sua città non garantisce di poterne ugualmente usufruire a tutti gli altri cittadini e ospiti.

Ogni post rende soltanto più evidente l’abissale differenza tra vivere la città da Primo Cittadino e doverla vivere da cittadino qualunque.

Nel pomeriggio di Natale, e anche oggi, Santo Stefano, Piazza Bellini, come tante altre zone di bagordi nel centro, era una vera e propria discarica a cielo aperto: un puzzo di alcol esala dai tanti bicchieri abbandonati sulle scale, sulle ringhiere, nelle aiuole, mentre per terra sono riverse cicche e cartacce.

Non va di certo meglio in periferia dove in ogni angolo ci sono cumuli di spazzatura ordinaria e straordinaria, accresciuti con maggior rapidità a causa dei cenoni e regali di questi giorni.

Napoli è inconsciamente ritornata ad essere una grande meta turistica, proprio mentre sta vivendo uno stato di morte cerebrale. Un coma che la lascia in vita senza vivere. Un limbo. Dormienti sono le coscienze delle amministrazioni, che hanno generato, e adesso affrontano, situazioni di emergenza, dormienti le coscienze dei cittadini che perennemente si arrabattano, dormienti le coscienze di chi crede che un post o la mera propaganda bastino come endorsement per creare un engagement naturale.

Una città come Napoli, che ambisce a vivere di turismo, servizi come quello della pulizia (ordinaria) e, soprattutto, quello del trasporto pubblico dovrebbe comunque e assolutamente garantirli ai propri cittadini e ai tanti che vengono dall’estero e da altre parti d’Italia in città per godersi un soggiorno di vacanza e non di certo per vivere i disagi del posto.

INTERNATTUALE

Napoli, poche metro e vagoni affollati: l’altra faccia delle “Stazioni dell’Arte”

Treni sovraffollati e attese lunghissime. In queste settimane c’è un gran parlare in televisione della metropolitana di Roma e del suo cattivo funzionamento, ma io, cittadino del mondo, scorgo con dispiacere che c’è una situazione ben più grave, quella di Napoli, di cui non si parla altrettanto.

A cominciare dall’attesa dei treni della Linea 1 sotto le banchine, lunghissima, dieci minuti in media, con punte di sedici. Se Sliding Doors fosse stato girato nel capoluogo partenopeo, Gwyneth Paltrow nell’attesa tra una corsa e l’altra avrebbe avuto il tempo di rifarsi la messa in piega e cambiare addirittura paese, più di quanto non abbiano fatto i pochi minuti dei treni londinesi nella pellicola originale.

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banchine piene e tempi di attesa lunghi

Pochi controlli. In alcune stazioni (Piscinola, Dante, Museo/Sottopasso Cavour) i varchi sono perennemente aperti e, a dispetto della voce che di tanto in tanto ripete dagli interfoni che i titoli di viaggio di qualsiasi fascia, titolo e durata devono essere convalidati di volta in volta, sono pochi quelli che lo fanno davvero, tra gente che si lancia incauta facendosi impropriamente passare per abbonati (un po’ furbetti).

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un affollatissimo vagone durante le ore 8.40 circa

I vagoni sono affollatissimi. Attraversare la città o semplicemente spostarsi da una zona all’altra si trasforma in un viaggio della speranza, dove non viene garantito nemmeno lo spazio vitale minimo dei passeggeri, costretti a viaggiare stipati come sardine gli uni sugli altri e, spesso, a litigarsi il proprio posto di fortuna (in piedi, naturalmente) indispensabile per reggersi agli appositi sostegni e evitare di respirarsi addosso, tra la maleducazione dei ragazzi che indossano gli zaini, occupando, di fatto, due posti, e di chi invece, incurante di una già tragica situazione, si arroga lo strafottente diritto di voler leggere un libro o un giornale.

Una situazione paradossale e tragicomica per una città che continua orgogliosamente a promuovere le proprie Stazioni dell’Arte, vantando, secondo la critica, il titolo di stazione più bella d’Europa, quella di Toledo, la quale vede viaggiare i suoi passeggeri sempre con maggior disagio, aggravati da corse che saltano e frequenze incostanti.

Nel fine settimana, se da una parte i treni sono sgombri e ci si può finalmente sedere, dall’altra l’attesa è ancora più estenuante e perdere una corsa può significare anche un quarto d’ora di attesa per quella successiva, costringendo i viaggiatori ad anticiparsi di molto sugli orari per raggiungere in tempo le proprie destinazioni. Tutt’altro che comodo.

Se la nostra città è elogiata per la bellezza delle sue stazioni, secondo uno studio le spetta però anche il triste primato di maglia nera per i tempi di attesa. Arrivano a 27 in media i minuti di attesa per un autobus, con picchi di quarantacinque, testati sulla mia pelle, senza nemmeno ricorrere alle diverse applicazioni citate dall’articolo di GQ.

Inutile provare a chiamare al contact center 800 639525 per chiedere informazioni o lamentarsi dei disservizi: il numero, che dovrebbe essere attivo dalle ore 6.15 alle ore 20.15, è invece costantemente staccato, e quando si prova a rintracciare un numero interno dell’azienda, bisogna sottostare all’ironia degli interlocutori che, al danno di non fornire alcune spiegazione, aggiungono la beffa di una malcelata risposta in malo modo.

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passeggeri costretti ad aspettare la corsa successiva

E per una stazione, quella di Toledo, che si fregia del titolo di più bella, ce n’è una, quella di Scampia che può invece fregiarsi di quello di più degradata. Costruita a metà degli anni ’90, la stazione ha visto spostarsi fino a nascondersi del tutto agli occhi dei passeggeri, lo stazionamento degli autobus, che spariscono letteralmente come inghiottiti da buchi neri. All’originaria struttura si è aggiunto uno scheletro d’acciaio e delle scale mobili che avrebbero dovuto collegare la parte di Scampia con la zona alta di Piscinola, ma di fatto mai completate, costringendo i passeggeri non soltanto a fare più strada per raggiungere i treni, ma a camminare su pavimenti decisamente scivolosi in circostanze normali che peggiorano notevolmente nei giorni di pioggia, e di cui i lavori si sono inspiegabilmente fermati, lasciando l’ennesima opera incompiuta nel solo quartiere periferico di Scampia. Viene dunque da chiedersi perché le autorità locali sono disposte a stanziare fior fior di milioni per abbattere le Vele di Scampia e a non impiegarli prima per rendere il trasporto di quegli stessi cittadini più civile al pari delle altre città italiane.

Se la civiltà e la qualità della vita di una città si misura anche dai suoi trasporti, allora Napoli ha decisamente fallito e, a dispetto della bellezza e arte delle proprie stazioni, i cittadini non possono che domandarsi se non sia il caso di investire in treni, corse e macchinisti ciò che in media l’amministrazione spende in architetti stranieri e designer di grido.

CINEMA, INTERNATTUALE

La foto di Meryl Streep che incoraggia a credere nei propri sogni diventa virale

Meryl Streep Oscar Academy winning win - internettualeÈ una delle attrici più amate dal pubblico e, soprattutto, dalla critica: con le sue diciotto nomination agli Oscar e ben tre statuette vinte, Meryl Streep è senza dubbio l’attrice di sempre più osannata dall’Academy. Iconici sono alcuni ruoli: da Il Diavolo veste Prada a La mia Africa, passando per I Ponti di Madison County a La Scelta di Sophie, il suo volto ha dato emozioni e anima a tante donne del grande e piccolo schermo. Ma anche per la diva di Hollywood le cose non sono sempre state facili. Lo dimostra un post apparso qualche mese fa su facebook dal profilo non ufficiale Meryl L. Streep, che nel giro di ventiquattrore ha ottenuto un milione di visualizzazioni e migliaia di condivisioni e commenti. Si tratta di un’immagine dell’attrice in una metropolitana di New York, la cui descrizione dice: «Questa sono io di ritorno a casa da una audizione di King Kong dove mi era stato detto che ero troppo “brutta” per il ruolo. Questo fu un momento fondamentale per me, poiché quel commento cattivo avrebbe potuto far crollare i miei sogni di diventare un’attrice e a far venir meno la fiducia che avevo in me stessa. Invece ho tirato un respiro profondo e ho detto “Mi spiace che voi crediate che io sia troppo brutta per il vostro film, ma la vostra è soltanto una sola opinione in un mare di migliaia e io continuerò a cercare la marea più gentile”. Oggi io ho avuto diciotto nomination agli Oscar».

Il post senza dubbio emozionale è stato rimosso subito dopo. Si trattava in realtà di un fake, che ha dato tuttavia molta forza ai fan dell’attrice che ha parlato spesso in pubblico dei suoi difetti fisici e fallimenti, così come della storia di King Kong, che aveva raccontato invece alle telecamere del noto show inglese The Graham Norton Show il gennaio precedente, dove l’attrice ha raccontato di essere stata provinata per il ruolo che poi è andato a Jessica Lange nel remake di King Kong, dal produttore italiano Dino De Laurentis, il quale, vedendola, avrebbe detto di trovarla non abbastanza bella per la parte, e al quale lei avrebbe risposto, sempre in italiano, “mi spiace se non sono abbastanza bella per essere in King Kong”.

La storia, senza dubbio carina, motivazionale e di grande rivalsa per l’attrice, e la donna, non aveva avuto lo stesso impatto della foto on-line diventata un vero e proprio fenomeno virale. D’altronde si sa, un’immagine vale più di mille parole.Meryl Streep quote foto metro facebook viral - internettuale

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Cosa resterà di quest’EXPO 2015: le ipotesi sul futuro dell’area dell’Esposizione Universale

Tra ritardi, scandali e polemiche, chiude i battenti dopo sei mesi l’Expo Milano 2015, la fiera dell’Esposizione Universale dedicata quest’anno al cibo e ospitata nella capitale del Nord Italia, dopo essere stata meta di italiani e turisti dallo scorso maggio alla fine di ottobre 2015. 180 giorni, 141 paesi partecipanti, 54 padiglioni (uno per ogni paese) dalle architetture avveniristiche, 5 aree tematiche, per un totale di 21 milioni e mezzo di visitatori, accorsi a frotte per “Nutrire il pianeta, energia per la vita”, questo il tema intorno cui è ruotata la manifestazione, alla scoperta del cibo, dell’alimentazione, dell’educazione alimentare alla grave mancanza di cibo nel mondo. Code di ore per la visita di un singolo padiglione (erano ben otto quelle per il Giappone), per quello che oggi per i media è un orgoglio italiano.

Ma l’Expo, con i suoi costi elevatissimi, che hanno costretto ben cinque dei sei paesi rinunciatari a ritirarsi per problemi legati alla spesa, con i suoi 21,5 milioni di biglietti venduti, ha a malapena guadagnato poco più dei costi gestionali, con una spesa, per la sola realizzazione del Padiglione Italia che si aggira intorno ai 54 milioni di euro.

A tre giorni dalla chiusura dei varchi d’accesso, in molti si chiedono quale sarà il futuro dei 110 ettari che si trovano a confine tra Milano e il comune di Rho, oltre alla nuova fermata della linea rossa metropolitana che collega il capoluogo lombardo al suo quinto comune più popoloso, costruita appositamente per questo evento.

Se l’idea di riciclare l’Albero della Vita, vera icona di questa edizione, in Piazzale Loreto è fallita, già si pensa invece a come riutilizzare Palazzo Italia (albero annesso), la cui destinazione di edificio universitario fa storcere il naso a qualcuno: «Non credo che quell’area possa specializzarsi in un’area tematica perché per quanto grande sia, l’Università Statale potrà occupare un decimo dello spazio. Quell’area, più che un quartiere è quasi una piccola città – ha detto l’architetto Mario Cucinella dalle pagine de IlSole24Ore – nella nostra cultura, l’università è sempre stata legata alle città, non è mai stata vista come un ghetto fuori da essa».

Impensabile dunque, per l’architetto italiano, farne una sorta di campus universitario e, considerando l’innovazione della banda larga portata nell’area, dei collegamenti con l’alta velocità bisognerebbe dunque pensare ad un progetto più ampio che resti.

Nel frattempo tra le prime indiscrezioni, circolano già le voci di un Capodanno sotto l’albero sì, ma l’Albero della Vita, per ridare immediatamente linfa vitale, è proprio il caso di dirlo, a quel che resta di questo sito inaugurato lo scorso Primo maggio, con alcuni sponsor già pronti a restare.

Se da un punto di vista turistico portare l’Expo in Italia ha in qualche modo funzionato, con un introito, per la sola città di Milano, di due miliardi di euro per il turismo, c’è tuttavia da domandarsi se non sia una contraddizione in termini aver speso (o sprecato) tanti miliardi in una manifestazione durata sei mesi per parlare della fame nel mondo, e non aver investito tali somme in progetti concreti per tentare quantomeno di arginarla sul serio.

Nel frattempo per provare a immaginare cosa resterà di questo evento, una mostra, dal titolo EXPOdopoEXPO sarà inaugurata giovedì 5 novembre nella sede dell’Ordine degli Architetti a Milano. Otto fotografi provano a raccontare l’eredità urbana e ambientale di sette Esposizioni Universali: da Siviglia a Lisbona, dalla Svizzera a Shangai per scoprire cosa resterà di quest’EXPO 2015.