ART NEWS

Il rinascimento di Dürer, tra Germania e Italia. A Milano fino al 24 giugno

Dopo un breve periodo di latitanza, dovuto a diversi impegni, rieccomi qui a scrivervi di arte e delle mostre che in queste settimane ho avuto modo di vedere per voi.

Come molti avevano probabilmente già visto dalle mie stories su instagram, lo scorso weekend sono volato a Milano per due eventi cui tenevo molto e che volevo raccontarvi.

Prima fra tutte quella su DÜRER. A Palazzo Reale a Milano fino al 24 giugno, DÜRER E IL RINASCIMENTO TRA GERMANIA E ITALIA, sontuosa retrospettiva sul pittore di Norimberga, protagonista assoluto del rinascimento non solo in Germania ma in tutta Europa.

Ultimo weekend dunque per ripercorrere la carriera e l’evoluzione artistica del pittore sul confine italo-teutonico.

Il solo rammarico, per una mostra di questo spessore, è il divieto di scattare foto, e così dovrete accontentarvi della mia descrizione del bellissimo allestimento che ben enfatizza le opere. Pareti dai colori vivaci, nelle nuance del giallo, del viola, dell’azzurro, hanno accompagnato i visitatori guidandoli per altrettante sezioni tematiche: dai ritratti ai soggetti religiosi, dai miti greci ai paesaggi, passando per soggetti insoliti per il tempo e il luogo dell’artista, quali granchi e virtuosismi pittorici.

Unica piccola nota di demerito il fatto che molti dipinti e disegni su carta sono già rientrati nelle loro sedi originali, in ottemperanza, così si legge nelle didascalie a lato delle stampe che li riproducono, alle normative che ne disciplinano l’esposizione. Frutto di una non ben oculata considerazione della durata della mostra (quattro mesi, dallo scorso 21 febbraio) e che la porta oggi a vedere molti degli originali (ne ho contati almeno una dozzina) malamente stampati su forex o carta.

Ma, a parte questo, sono tanti i motivi per correre, nonostante tutto, a vedere questa esposizione.

I prestiti innanzitutto, da musei di tutto il mondo, che mettono insieme artisti diversi: da Martin Schongauer a Lorenzo Lotto, da Hans Baldung Grien ad Andrea Mantegna, passando per Giorgione e Leonardo Da Vinci.

Il maestro toscano è incluso in questa rassegna senza sensazionalismi, né posti d’onore, inserendosi in questo percorso museale come mera pietra miliare e vero e proprio punto di arrivo della poetica di Albrecht Dürer, che molto mutua dai maestri del rinascimento italiano, e veneziano in particolare, in una proficua quanto reciproca contaminazione di stili e gusti che sin dalla giovanissima età si manifestano, accompagnandolo fino all’età matura, continuando a palesarsi in forme e colori diversi in tutte le sue opere. Lo dimostra, in chiusura, la Vecchia ritratta con straordinario verismo da Giorgione. Normalmente esposta nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia, il dipinto si fa qui monito forse del tempo che passa e di una pagina di storia dell’arte che non può prescindere dal talento di Dürer.

Per maggiori informazioni:

www.mostradurer.it

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ART NEWS, CINEMA

La magia del cinema sui tetti di Milano: dall’11 maggio ritorna il “Cinema Bianchini”

Arriva il caldo e ritornano i drive in e i cinema all’aperto, vero must delle serate estive. Se siete a Milano poi, quella che è quasi una tradizione della bella stagione non poteva che essere trendy e glamour, e mettere in relazione il cinema con l’architettura.

A partire dal prossimo 11 maggio ritorna, per la terza edizione, il Cinema Bianchini, rassegna cinematografica che porta sui tetti della Galleria Vittorio Emanuele II a Milano capisaldi del cinema italiano e statunitense, in perfetta linea con il clima torrido dei mesi caldi.

Da Sabrina a Vacanze Romane, da Colazione da Tiffany a A Qualcuno piace Caldo, passando per Woody Allen e Sorrentino. Una retrospettiva, questa, che guarda ai classici e al cinema contemporaneo, proponendo commedie come Tutta colpa di Freud e Perfetti Sconosciuti, offrendo ampia visibilità al cinema italiano.

Ma quella del Cinema Bianchini non è mera visione di un film all’aperto, ma un’esperienza nel cuore di Milano. Un’occasione per ammirare il tramonto sui tetti del capoluogo lombardo, e trascorrere una serata in compagnia di chi si ama. Nell’attesa che il sole tramonti e abbia inizio la magia del cinema, si potranno gustare dolci amaretti Panarello, in un’atmosfera che un po’ sogno di una notte di mezza estate.

I film qui si fanno di pura sostanza onirica, e non deve essere un caso se ad inaugurare questa interessante rassegna, che accompagnerà i milanesi fino al prossimo 11 giugno, ci sia Miracolo a Milano, perché a giudicare dalla bellissima atmosfera il miracolo si è compiuto.

Per il programma completo, ecco il link.

ART NEWS

Scoperto nei fondali di Napoli l’antico porto all’ombra di Castel dell’Ovo

Oggi leggo su alcuni siti una notizia che io avevo appreso la scorsa settimana.

Venerdì 9 marzo infatti avevo preso parte, con vero interesse e piacere, a L’Archeologia subacquea nel Golfo di Napoli, fra passato e prospettive per il futuro, all’Università degli Studi di Napoli Federico II, secondo appuntamento di un ciclo di conferenze sulla Magna Grecia, che si propone di approfondire tematiche e problematiche legate al mondo dell’archeologia e dello scavo archeologico.

Una presentazione, questa, che non solo ci ha parlato con onestà delle difficoltà cui va incontro l’archeologo contemporaneo: trovare i finanziamenti per le campagne di scavo, ottenere i permessi legati al contesto urbano, riuscire ad estrarre dalla terra informazioni e reperti; ma ci ha anche aggiornato sulle recenti campagne legate al panorama partenopeo, e mai aggettivo fu più appropriato.

Le scoperte infatti riguardano proprio l’isolotto di Megaride, dove oggi sorge Castel dell’Ovo, luogo mitico in cui, secondo la leggenda, la Sirena Partenope, rifiutata da Ulisse, avrebbe trovato la morte. Qui originava la primigenia Palepolis, il nucleo più antico di ciò che sarà per i greci la città “nuova”, Neapolis.

Ad introdurre il panorama campano è stato il Dottor Rosario Santanastasio, geo-archeologo, che ci ha ampiamente spiegato i fenomeni sismici, eruttivi e di bradisismo che hanno caratterizzato il territorio, portando all’attuale morfologia, caratterizzandone anche il materiale, il tufo giallo, di cui la Campania, e Napoli in particolare, sono ricche, e che senza dubbio ha fortemente inciso sugli insediamenti ma anche sulla costruzione delle strutture della vecchia e della nuova città greco-romana.

A parlare invece delle recenti scoperte, che hanno interessato il lungomare di Napoli, è stato l’archeologo subacqueo e operatore tecnico subacqueo Filippo Avilia, scopritore tra l’altro della corvetta borbonica “Flora”. Lo studioso applica la tecnica del mare all’archeologia e viceversa, e ci parla così del ritrovamento di quattro tunnel sommersi, e una strada larga all’incirca tre metri che reca ancora i segni dei carri che la attraversavano. Una lunga trincea per soldati che proteggevano probabilmente l’originario approdo dell’antica città di Napoli: «Fra la prima galleria crollata e la seconda – spiega Avilia – c’è una trincea che le collega, alta circa un metro e mezzo e larga altrettanto. Un camminamento, che ricorda molto quelli della prima guerra mondiale».

Lungo quest’area ritroviamo inoltre dei massi, depositati a mo’ di protezione di questo passaggio.

Per il Dottor Avilia il condizionale è d’obbligo, in quanto, tiene a precisare, si tratta di una scoperta recente che è ancora in fase di studio.

Il rinvenimento è avvenuto all’ombra, letteralmente, del Castel dell’Ovo. Nei fondali alla destra della fortezza napoletana infatti, ad appena sei metri di profondità, si sono calati i sottomarini finanziati dalla IULM di Milano.

Ma questa, pare, sarà soltanto la prima parte di una spedizione archeologica che a maggio riprenderà, di cui gli studi potrebbero aprire anche un nuovo scenario nel panorama turistico di Napoli, allargando l’offerta con con visite esclusive nei fondali della città.

Orientato ad una “musealizzazione” anche il Soprintendente dei Beni Archeologici di NapoliLuciano Garella, che pensa infatti ad un modo per valorizzare al meglio queste scoperte e renderle fruibili a quel grande pubblico di studiosi o semplici appassionati, creando un vero e proprio filone turistico subacqueo. D’altronde gli stessi Santanastasio e Avilia hanno spiegato all’unisono che ciò che preme anche al semplice cittadino, in vista di nuovi scavi, è se questi potranno portare anche un beneficio economico-lavorativo all’intera comunità.

La scoperta contribuisce senza dubbio a ridefinire quelli che erano gli originari confini del lungomare di Napoli, e getta le basi per una nuova immagine del primo nucleo di fondazione. Orgoglioso l’autore di questi rilievi, l’archeologo Mario Negri, che in merito ha detto: «È una scoperta che apre un nuovo scenario della ricostruzione della vecchia struttura di Palepolis».

LIFESTYLE

La pizza di Cracco? Il web insorge: “meglio quella napoletana”

Carlo Cracco è approdato nella Galleria Vittorio Emanuele II di Milano. Avevo il suo ristorante durante il mio ultimo soggiorno milanese, o per meglio dire lombardo (qui una mostra che ho visitato).

Aperto dallo scorso 21 febbraio, l’ultima volta che ero stato in novembre a Milano, avevo visto l’insegna del work in progress, e mi ero riproposto, per curiosità, di andare a prendere almeno un caffè (ma la vista dell’usciere all’ingresso mi ha un po’ intimorito), per punto che si propone di essere un luogo del gusto: ristorante, pizzeria, pasticceria, caffè, il tutto contornato da un arredamento di grido, a metà tra la seconda metà XIX secolo e Gio Ponti. Piatti rigorosamente firmati da Richard Ginori e un bancone del bar in marmo di Levanto degli anni ’20.

Il locale è già di per sé un tripudio di stile, che riempie gli occhi prima dello stomaco. Cinque piani, per altrettante cucine, con uno spazio riservato agli eventi speciali, dove gli ospiti dello chef stellato potranno assaggiare le sue invenzioni gastronomiche, ma anche piatti della tradizione reinterpretati dall’Hell’s Kitchen italiano.

pizza margherita firmata Carlo Cracco (da twitter)

Ed è proprio uno di questi piatti, la pizza, che ha scatenato da qualche ora l’ira del web. Per il suo nuovo ristorante Carlo Cracco infatti propone una pizza margherita alla modica cifra di 16 €, dove, ai più, è parso che la sola cosa davvero lievitata, per un prodotto che in media costa appena 4, è il prezzo.

Carlo Cracco bar ristorante Galleria Vittorio Emanuele II Milano (interno) - internettualeImmediata la reazione del popolo, soprattutto quello napoletano, della rete, non solo per l’assurda cifra con cui lo chef stellato offre la sua creazione culinaria, ma per questa forzata reinterpretazione di design gastronomico, con cui il cuoco, veneto, tenta forse di giustificarne il prezzo.

Un oltraggio, per molti, che il giudice di MasterChef avrebbe fatto ad un prodotto D.O.P., di denominazione d’origine protetta, oltre che di fatto al patrimonio dell’UNESCO, l’arte di fare la pizza.

Se è vera dunque l’espressione mangiare con gli occhi, è altrettanto vero che nella storia recente della cucina italiana (e non solo) tanta importanza ha assunto il food design, al punto di porre quasi il gusto in secondo piano: torte che sembrano modellini di architettura, piatti molecolari, adesso persino la pizza sembra dover necessariamente rispondere a questa esigenza estetica, come se non fosse stata già abbastanza bella.

Colpa, forse, dei troppi cooking show che da hanno letteralmente invaso la nostra televisione: ricette, sfide in cucina, pasticcerie e boss vari, che hanno portato alla nascita del Cuoco-star, che passa sempre meno tempo in cucina per girare di spettacolo in spettacolo.

Dovremmo probabilmente cominciare a mettere da parte questa esasperata ed esasperante ricerca della bellezza in cucina, a vantaggio di foto da condividere o “instagrammare”, e riscoprire il sapore ruspante di un piatto di una trattoria casereccia, dal retrogusto autentico del fatto in casa.

Poco lusinghieri i commenti su twitter che, tra il serio e il faceto, ne criticano l’aspetto, gli ingredienti, il costo.

Per il momento non so com’è la pizza di Carlo Cracco, posso solo ammirarne in foto il suo aspetto, ma preferisco lasciare Cracco nel suo living, mentre mangia patatine escogitando un modo (spero più economico) per riconquistare la sua seconda stella Michelin.

Come dice Elizabeth Gilbert nel libro Mangia Prega Ama, la pizza migliore del mondo si mangia a Napoli e, non me ne voglia la stessa scrittrice americana se, contraddicendo quanto ha scritto nelle pagine del suo romanzo, vi dico che la pizza migliore si mangia nella storica pizzeria Sorbillo in Via Tribunali, proprio nel cuore del centro storico della città di Partenope.

 

ART NEWS

Frida Kahlo, l’emozionante forza oltre il mito. Fino al 3 giugno al MUDEC di Milano

Mariano Cervone alla mostra di Frida

È una mostra che tocca l’anima, quella su Frida Kahlo, al Mudec di Milano fino al prossimo 3 giugno.

Oltre il mito, questo il sottotitolo della rassegna, si propone di raccontare l’artista messicana al di là delle opere, che ne hanno fatto un’icona di arte contemporanea, ma anche di stile in tutto il mondo.

E dire che qui i prestiti sono tanti, al punto che, al mio ingresso nella prima sala, penso che siano lì tutte i lavori, i disegni a carboncino, i dipinti, gli acquerelli, i carteggi attraverso i quali si è raccontata ad amici e parenti. E invece svolto appena l’angolo, per capire che ciò che avevo di fronte era appena la punta di un iceberg d’arte ben più grosso, di una esposizione grandiosa che abilmente racconta la vita, oltre la poetica, della pittrice.

Lungo il percorso trovano infatti posto anche una serie di lettere originali, con traduzione a fronte, in cui la Kahlo parla della sua vita privata: leggerle tutte è impossibile, così come sarebbe impossibile riassumere in queste pagine la vita di un’artista molto complessa e dai sentimenti profondi.

Tra le opere esposte, non mancano disegni inediti, in cui Frida si disegna con matita e carboncino, sperimentando volumi e colori, e evidenziando, con mano un po’ naif, le trasparenze delle vesti.

L’arte di Frida trasuda Messico, perché la pittrice si è nutrita della linfa vitale dalla Madre Terra, la sua forza vitale conviveva in quella del suo Messico, che continuerà a sentire dentro di sé come un fuoco, anche quando si trasferisce nella calda California, scioccando la borghesia con la sua indole ribelle.

Bellissima la sezione fotografica, che ripercorre l’esistenza di Frida, dalla sua infanzia alle foto di famiglia, passando per i momenti conviviali, dove, anche in un folto gruppo, la presenza silenziosa dell’artista è preminente.

È in queste foto che non posso fare a meno di notare che negli anni ’50 Frida appare come una donna più forte, forse austera, più consapevole di quel corpo tragicamente cambiato, meno giocosa: non ci sono più i fiori tra i suoi capelli, che in poche foto più avanti porta sciolta, quasi come un velo monacale, quasi a decostruire quell’immagine che negli anni aveva consapevolmente creato, ma sempre fedele a se stessa.

Non mancano momenti di maggior azione lungo il percorso, come un cortometraggio di animazione che offre al visitatore il dialogo immaginario, e immaginifico, tra la Kahlo e la morte, che miracolosamente l’ha risparmiata da quell’incidente in tram che drammaticamente caratterizzerà tutta la sua vita: degenze in ospedale, cure, pesanti busti, fino all’amputazione di una gamba che la porterà a ricorrere ad una protesi. Un dolore fisico e psichico che Frida riversa senza imbarazzi nelle sue opere. Si ritrae con le lacrime, come un cuore che soffre e sanguina. Crea una precisa iconografia del dolore, ritraendo i momenti cupi, senza il timore di mostrare sé stessa in quel letto d’ospedale, esorcizzando il male con la sua arte.

Una vita dolorosa segnata anche da Diego Rivera, amore della vita e marito fedifrago che la tradirà tra le altre anche con la sorella prediletta.

Eppure Frida sembra continuare a sorridere alla vita, da un raro quanto emozionante home video in 16mm del George Eastmen Museum, in cui la pittrice è proprio accanto a Rivera, qui accompagnato dall’intenso brano del cantautore calabrese Brunori Sas, Diego e io, che incarna con passione la dolcezza e la sofferenza, la profonda inquietudine, di questo amore. È probabilmente questo l’apice emotivo di questa antologica, che rappresenta un momento di grande pathos.

Continuo a passeggiare nelle sale del Mudec, e osservo ritratti di politici, di uomini e di donne illustri con cui Frida era entrata in contatto. Quando osservo le sue vivaci nature morte, mi accorgo che la Kahlo era forse vicina a Picasso più di quanto lei stessa forse non sapeva neppure. Mentre in altri dipinti ricorda addirittura il surrealismo di Dalì, Magritte, dove realtà e sogno si sovrappongono, tra lune, panorami sospesi a mezz’aria, abbracci divini in una ricerca di pace e misticismo.

Frida si è sempre espressa anche attraverso il proprio corpo; una Marina Abramović ante saecula, che esprime i suoi stati d’animo anche attraverso quelle stravaganti acconciature, attraverso gli abiti, le collane, mai lasciate al caso nella vita come nei suoi dipinti, facendo del proprio corpo un manifesto. Ed è così che si chiude questo racconto d’arte e questo profondo spaccato di vita: con i busti, le protesi, la sofferenza e l’imperfezione che hanno segnato duramente la sua esistenza. Frida è ben lontana dalla ricerca di perfezione che affligge noi contemporanei, e non aveva paura di mostrare fragilità e fallimenti. Ed è proprio questa forza che l’ha resa immortale ai nostri occhi, vincendo dopo la morte quella malattia che invece l’aveva afflitta tutta la vita.

ART NEWS

Da Picasso a Frida Kahlo, il ricco calendario delle mostre a Milano nel 2018

Fine anno, tempo di bilanci. Come ormai mia consuetudine, in questo periodo parlo o anticipo le mostre da non perdere che vedremo in Italia.

Presentato ieri dal sindaco Giuseppe Sala e dall’assessore alla cultura Filippo Del Corno, a Palazzo Reale di Milano, il ricco calendario di eventi che vedrà coinvolta la capitale lombarda nei prossimi dodici mesi.

Mi ero già precedentemente occupato della mostra su Frida Kahlo che arriva a Milano dopo il grande successo di mostre precedenti in Italia che hanno portato ad una vera e propria riscoperta della donna e dell’artista messicana, ed è soltanto il primo dei tanti nomi illustri cui saranno dedicate delle esposizioni che vanno da Picasso a Paul Klee, da Giovanni Boldini ad Albrecht Durer. Ed è proprio quest’ultimo che inaugura la nuova stagione di Palazzo Reale. Quando sarà chiusa la (più che felice) parentesi su Caravaggio, dal prossimo 21 febbraio al 24 giugno 2018 arriverà l’artista tedesco.

Al MuDeC invece ci sarà il primitivismo di Paul Klee, dal 26 settembre 2018 al 27 gennaio 2019.

Giovanni Boldini arriverà invece al GAM con una selezione di trenta opere, dal prossimo 16 marzo al 17 giugno 2018.

A raccogliere la pesante eredità di Caravaggio per il 2018 sarà Pablo Picasso. Il pittore spagnolo arriverà nelle sale di Palazzo Reale dal 18 ottobre 2018 al 17 febbraio 2019 con una monumentale personale che comprende 350 opere tra i suoi più grandi capolavori. E della quale, senza dubbio, vi parlerò più avanti.

Frida Kahlo, come vi avevo già anticipato in un precedente post, arriva dal prossimo 1 febbraio 2018 al 3 giugno con oltre 100 opere che troveranno posto nelle sale del MuDeC, un’ampia retrospettiva che il Museo delle Culture di Milano ha deciso di dedicare a questa artista controcorrente che ha saputo imporsi anche per la sua personalità.

Ma il Palazzo Reale della capitale lombarda continua ad essere uno dei grandi luoghi dell’Arte per il prossimo anno, che dall’8 marzo al 2 settembre 2018 ospiterà le opere di Pierre Auguste RenoirClaude MonetPaul CézanneHenri MatissePablo Picasso e Paul Klee, con una collettiva che mette a confronto stili, tecniche e contenuti del XX secolo.

Il Novecento italiano sarà invece ben rappresentato da una interessante collettiva al Castello Sforzesco dal 23 marzo al 1 luglio 2018 che metterà insieme i nomi dei più grandi Maestri del XX secolo: da Boccioni a Modigliani, da Carrà a De Chirico, passando per Pistoletto e Fontana.

Durante l’evento, per ingolosire stampa e visitatori, sono stati anticipati anche alcuni dei nomi che faranno parte di eventi culturali e mostre per il 2019, che già si preannuncia, al pari del prossimo anno, molto ricco: Ingresde La TourDe Chirico e De Pisis sono soltanto alcuni degli artisti ai quali, certamente, se ne andranno ad aggiungere molti altri.

Nel 2019, in occasione del V centenario dalla morte di Leonardo Da Vinci, sarà riaperta la Sala delle Asse del Castello Sforzesco, che celebra così la scomparsa del maestro dell’umanesimo italiano: «Una proposta ricca, articolata e coraggiosa – ha così commentato Sala il ricco calendario di eventi – perché crediamo che con la cultura si mangi e che insistere su questa offerta culturale importante sia giusto sia per i cittadini che per chi viene a visitare Milano».

ART NEWS, LIFESTYLE

La “rivoluzionaria” prima di Andrea Chénier alla Scala il 7 dicembre a Milano

Dopo il Duomo, il secondo simbolo di Milano è senza dubbio il Teatro Alla Scala. Inaugurato il 3 agosto del 1778, ha preso il nome dalla Chiesa di Santa Maria Alla Scala che fu demolita per far posto a quello che divenne il Nuovo Regio Ducal Teatro alla Scala.

È impossibile andare a Milano e non passare davanti a questo teatro, sognando di vedere un’opera o, ancor di più, di andare alla prima il 7 dicembre, giorno in cui il capoluogo lombardo festeggia Sant’Ambrogio, inaugurando la nuova stagione.

Ho già parlato qui della stagione teatrale 2017/2018, ma la prima di quest’anno si preannuncia già “rivoluzionaria”. Rivoluzionaria innanzitutto per l’opera che è stata scelta per aprire la stagione operistica, l’Andrea Chénier di Umberto Giordano, con la direzione di Riccardo Chailly e la regia di Mario Martone, che racconta gli anni della rivoluzione francese e del terrore.

la soprano Anna Netrebko e il tenore Yusif Eyvazov

Ad interpretare i protagonisti Maddalena di Coigny e Andrea Chénier ci sono Anna Netrebko e il marito Yusif Eyvazov, che ben sapranno imprimere il loro amore e la loro passione nei personaggi che interpretano e cui daranno corpo e voce. È la prima volta che una coppia nella vita recita anche sul palcoscenico.

Se per Anna Netrebko è la prima volta in coppia con suo marito, questa non è la sua prima scaligera, e ritorna sul palcoscenico del famoso teatro milanese dopo il grande successo del 7 dicembre del 2015 con Giovanna D’Arco.

Per Yusif Eyvazof invece è la prima “prima” alla Scala: «Grande emozione, grande responsabilità. Paura tanta! Per me ancora più emozionante è recitare e cantare con mia moglie. C’è più complicità, l’amore è vero, il bacio è vero. Più di così?» ha detto in merito a questo suo debutto.

Le scene di Margherita Palli, i costumi di Ursula Parzak, le luci di Pasquale Mari, la coreografia di Daniela Schiavone.

Tra le curiosità di questa messa in opera la ghigliottina, usata già dal regista Martone nel film Noi Credevamo.

Rivoluzionaria è considerata anche l’opera di Giordano, presentata per la prima volta nel 1896 con un linguaggio assolutamente innovativo ai tempi che tanto si rifà anche ai nostri Verdi e Puccini.

Andrea Chénier alla Scala, foto dalle prove

Un’altra rivoluzione quest’anno è quella della RAI. La TV di Stato, dopo il successo dello scorso anno con Madama Butterfly vista in media da 2milioni 650 mila spettatori, ha deciso di trasmettere la prima su RAI1 a cura di Rai Cultura della Rete 1. La messa in onda vedrà la conduzione di Milly Carlucci e Antonio Di Bella, grazie ad una diretta che vedrà il dispiego di ben 12 telecamere in alta definizione, 40 microfoni tra la buca dell’orchestra e il palcoscenico, 20 radiomicrofoni per i solisti e il coro. Imponente lo staff di oltre 50 persone, tra cameramen, microfonisti e tecnici per le tre ore di trasmissione.

Ma queste non sono le sole rivoluzioni. Per espressa volontà di Chailly non ci saranno né interruzioni, né applausi al termine delle sei arie dell’opera: «Ma non perché l’ho voluto io – dice il Maestro – Io sono solo portatore della volontà di Giordano. E ho chiesto che l’opera venga eseguita come tale, per sottolineare la bellezza di una continuità assoluta».

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L’ultimo Caravaggio a Milano fino all’8 aprile

I napoletani lo conoscono bene, L’ultimo Caravaggio, il Martirio di Sant’Orsola, arriva a Milano e, in occasione della colossale mostra Dentro Caravaggio (di cui vi ho parlato qui), diventa protagonista di un’esposizione tutta sua.

Succede alle Gallerie d’Italia di Piazza Scala a Milano, che da oggi, 30 novembre, fino al prossimo 8 aprile 2018 ospiteranno l’opera che tradizionalmente è esposta nell’omologa sede napoletana.

Datato 1610, il Martirio di Sant’Orsola è l’ultimo dipinto di Michelangelo Merisi, che morirà poche settimane più tardi, trasformandosi in un vero e proprio caposaldo della pittura barocca italiana, e punto di partenza per tutti quegli artisti che, con più o meno successo, hanno provato a portare avanti la pesante eredità.

L’ultimo Caravaggio. Eredi e nuovi maestri. Napoli, Genova e Milano a confronto (1610-1640) è proprio questo il sottotitolo della rassegna a cura di Alessandro Morandotti che prova ad indagare le principali città dove Caravaggio è stato recepito, in un periodo storico-artistico diviso tra una devozione totale per Merisi e il nuovo e più colorato gusto del barocco.

Suddivisa in sette sezioni, la mostra illustra ampiamente il Seicento, attraverso le collezioni dei due fratelli Doria, Marcantonio e Giovan Carlo, banchieri e mecenati di grande munificenza.

I due genovesi mostrano le aree di principale interesse dove si mossero, tracciando il gusto artistico e collezionistico del tempo. Da una parte quello partenopeo, dove a dominare è senza dubbio il caravaggismo con echi classicheggianti, dove operò soprattutto Marcantonio, cogliendo i Battistello Caracciolo e i José de Ribera. Dall’altra, Giovan Carlo, si rivolgerà soprattutto a quelle che ai tempi erano forse delle vere e proprie “avanguardie” e ai contemporanei maestri italiani ed europei come Giulio Cesare Procaccini, Pieter Paul Rubens, Bernardo Strozzi, Simon Vouet.

«Un viaggio attraverso la pittura del primo Seicento a Napoli, Genova e Milano, tra fascinazione e resistenza al nuovo e rivoluzionario linguaggio del pittore lombardo» ha detto Giovanni Bazoli, Presidente Emerito di Intesa Sanpaolo.

L’evento vede i patrocini del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e del Comune di Milano nonché la partnership dei Musei di Strada Nuova di Genova e la collaborazione con l’Università degli Studi di Torino.

Un’occasione dunque per confrontare Caravaggio con autori quali Procaccini, Strozzi, Rubens e Van Dyck.

Il Martirio di Sant’Orsola l’ho visto nella mia Napoli, a Via Toledo, ed è stata un’opera che mi ha commosso fino alle lacrime. Ritrovarmi lì, faccia a faccia con Caravaggio, con la sua ultima opera, è stata davvero un’emozione molto forte. Sant’Orsola è ritratta di profilo, portata via dalle guardie, mentre il suo petto è trafitto da una freccia. Secondo la leggenda agiografica, la Santa, venerata dalla Chiesa Cattolica, rifiutò di concedersi al re unno Attila, che la fece uccidere a colpi di frecce.

Un’opera, questa, che non riscosse in realtà immediato successo. Nessuna posa plastica, nessuna santità ostentata. Sant’Orsola è ritratta come una donna più che una martire, una delle tante che probabilmente faceva parte della dissoluta vita di Caravaggio.

Con l’esposizione milanese, il dipinto caravaggesco dialoga con altri artisti, tra cui la monumentale Ultima cena di Procaccini, oggetto di un recente restauro al al Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale a Torino.

Main Sponsor dell’evento è Intesa San Paolo. I visitatori della mostra di Palazzo Reale, presentando il proprio biglietto alle Gallerie d’Italia, avranno diritto alla tariffa speciale per l’ingresso alla mostra.

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Milano vista dalla Madunina: visita suggestiva dalle terrazze del Duomo

Pensi a Milano e immediatamente ti ritrovi ad immaginare il Duomo e le sue guglie. È impossibile visitare il capoluogo lombardo, senza farsi prendere dall’irresistibile smania di una foto/selfie ricordo davanti alla gotica cattedrale milanese. Sarà che c’è un solo Duomo in Italia e per tutti, nell’immaginario collettivo, è sicuramente quello di Santa Maria Nascente, cui è dedicato.

Il terùn che è in me non poteva evitare questo rituale turistico.

Non dev’essere particolarmente entusiasmante fare la fila all’esterno per poi prendere un numero e scoprire che, come alla posta, c’è ancora da aspettare. All’ingresso non sono proprio ben informati, ma la gentilezza e la competenza delle prime due casse riesce tuttavia a sopperire questo lieve disagio.

Il Duomo è, per superficie, la sesta chiesa cristiana al mondo, e sorge nell’omonima piazza dove un tempo sorgevano la Cattedrale di Santa Maria Maggiore, cattedrale invernale, e la Basilica di Santa Tecla, cattedrale estiva.

Il percorso sotterraneo unisce antico e moderno, e permette, tramite passerelle trasparenti e camminamenti, di percorrere il perimetro delle due strutture.

Sono proprio i resti di queste due antiche costruzioni ciò che mi affascina di più quando decido di visitare la parte sotterranea del Duomo. Le antiche strutture erano collocate dove oggi c’è il sagrato del Duomo, sotto la famosa piazza. È qui che le due strutture, di cui sono ancora ben visibili delle creste di muro, quasi si sfioravano, rappresentando il centro della cristianità milanese. I resti di un battistero, qualche affresco e le mura perimetrali sono l’ultima testimonianza di una Milano paleocristiana, che ha fatto spazio all’ambizione di un complesso monumentale che impiegherà quasi sei secoli per essere completato, dal 1386, anno di inizio dei lavori, riceve la sua consacrazione soltanto nel 1577, vedendo la chiusura ufficiale dei cantieri nel 1932.

la galleria Vittorio Emanuele II vista dalle guglie del Duomo

Oggi questa lunga storia è in parte ripercorsa dalla Fabbrica del Duomo, luogo in cui sono conservate statue e guglie originali, troppo danneggiate per essere restaurate e sostituite da più moderne ricostruzioni. Un percorso che include anche vetri istoriati, messi in sicurezza, e opere prima collocate all’interno del Duomo e che adesso invece costituiscono il patrimonio visibile di questa sezione.

Di grande suggestione l’imponente struttura in ferro della Madunina circondata da ricostruzioni e sculture, che restituiscono il lavoro e la tecnica di realizzazione della materna statua di Maria che da secoli protegge la città.

L’interno del Duomo è cupo, scuro, una selva di colonne che si elevano alte, per consentire alla struttura il suo movimento ascensionale, dato dalle arcate, che fanno spazio ai colorati vetri cui è stata affidata la narrazione della storia cristiana.

La navata centrale è preclusa a curiosi e turisti, bisogna accedere dal varco dei fedeli e di coloro che pregano o ascoltano messa per vedere più da vicino il pulpito e l’altare maggiore.

L’ultima parte del mio percorso ho voluto riservarla, in un crescendo di emozioni, alle terrazze. Il percorso con gli ascensori (più costoso) è quello più affollato, così quando cerco di ripiegare sul varco, eccezionalmente libero, dell’accesso a piedi mi viene detto che non posso percorrerlo essendo in possesso di un biglietto-ascensore. Con un po’ di disappunto ritorno in fila agli ascensori. È veloce durante l’ora di pranzo, così impiego appena dieci minuti per ritrovarmi in un istante sui tetti di Milano, e ammirarla durante quella che probabilmente è l’ora migliore, quella radente che accarezza con delicatezza i palazzi circostanti, tingendoli di rosa e d’oro.

Ho fatto bene a riservare questa parte della visita per ultima, perché la sua bellezza è tale che forse avrebbe tolto suggestione alle meraviglie storico-artistiche che ho visto poco prima.

Osservo le arcate, alcune di colore diverso forse dovuto alle sostituzioni di alcune parti negli anni. Il bianco latte dei marmi splendenti brilla tra il calcareo biancore del tempo.

Un peccato che oggi la parte alta dell’edifico sia ancora interessata da ponteggi e lavori, perché ciò forse toglie un po’ di fascino, avventura e mistero, a questa mia passeggiata sotto il cielo di Milano, dove vedo il Palazzo della Rinascente, dal quale tante volte ho proprio ammirato la magnificenza della cattedrale de Milan.

Una selva di guglie, che si intrecciano tra loro, e fanno da cornice alla bellissima skyline milanese. Posso scorgere il Palazzo dell’Unicredit in lontananza, Palazzo Lombardia e persino il verdeggiante Bosco Verticale, accompagnati da alte sculture che, come guardiani, sorvegliano la città.

ART NEWS

Dentro Caravaggio, a Palazzo Reale fino al prossimo 28 gennaio

Iniziata lo scorso 29 settembre, Dentro Caravaggio è un’antologica che si propone di ripercorrere la carriera del noto pittore lombardo in maniera inedita. A Palazzo Reale a Milano fino al prossimo 28 gennaio, la mostra ha messo insieme ben venti delle opere maggiori dell’artista provenienti dai più importanti musei italiani e del mondo, mostrandone al contempo, e per la prima volta, gli esami diagnostici ai raggi X.

Non potevo esimermi dal seguire il flusso degli oltre 70.000 visitatori che, ad oggi, hanno già prenotato il biglietto d’ingresso per quello che è un vero e proprio evento d’Arte e di cultura del capoluogo lombardo.

Un’audioguida, inclusa nel biglietto, si concentra soprattutto sulla tecnica con la quale Caravaggio ha realizzato ogni singola opera: preparazioni bianche, scure o rosse diventano parte delle tele realizzate per lo più a risparmio, dove un Caravaggio povero, ma già famoso, dipinge, anzi, illumina soltanto ciò che desidera mostrare all’osservatore, incidendo con la spatola dettagli che talvolta non realizzerà mai, mentre alle parti in penombra e alle zone scure l’arduo compito di rappresentare un’indefinita quanto immaginifica scena come in un teatro-libro di ronconiana memoria.

I dipinti raccontano tacitamente la vita di un artista talentuoso e bellicoso, irascibile, che ai salotti mondani preferisce sbronzarsi in osteria tra prostitute e delinquenti, e coinvolto spesso in risse e duelli che lo porteranno a fuggire a Napoli prima e in Sicilia poi, fino a Malta trovando la morte lungo il cammino di ritorno a casa, come un tragico eroe omerico a soli trentanove anni.

La devozione per le figure, per lo più religiose, si sovrappone a volte ad una iconografia pagana, come dimostrano i torsi atletici e possenti dei due San Giovanni Battista, l’uno delle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma, ritratto in meditazione come un novello Galata morente, con tutta la dignità e il vigore di un eroe epico che trova la salvezza nella fede, l’altro, oggi al Nelson-Atkins Museum of Art di Kansas City, più cupo, immerso in una natura oscura e simbolica.

Tratti, rimaneggiamenti, che mostrano un Caravaggio spesso in conflitto con sé stesso e con ciò che voleva rappresentare davvero, e che trova la consacrazione quando riuscirà a spogliarsi di quei timori che i sotto-strati di pittura celano e conservano: come dimostra la figura dominante dell’angelo di spalle che campeggia al centro della scena del Riposo durante la fuga in Egitto, ingrandito fino a diventare il vero protagonista del dipinto, o l’uomo di spalle nell’Incoronazione di spine di Prato.

Personaggi secondari, spesso di spalle, chinati, addirittura proni, che sovversivamente diventano i silenziosi protagonisti di una naturale quotidianità che Merisi cattura anticipando la fotografia. Lo conferma il famoso (auto)ritratto del Ragazzo morso da un ramarro, dove il soggetto pronto per mettersi in posa per farsi ritrarre è invece paradossalmente catturato in un improvviso momento di disequilibrio compositivo, di paura per quel morso che gli porta a ritrarre la mano e aggrottare le sopracciglia in un’espressione buffa, che strappa quasi un sorriso allo spettatore che vede il quadro. Un momento concitato, come quel cambio di rotta della mano sinistra, prima dipinta accanto al viso del ragazzo e poi lasciata così come oggi noi tutti la vediamo, sospesa in secondo piano.

Le opere sfilano una ad una al centro delle grandi sale di Palazzo Reale che quasi scompare nella penombra delle luci soffuse e dagli ampi pannelli che ospitano i quadri, dietro i quali, proprio come un gioco in negativo, si nascondono degli LCD che mostrano video-installazioni degli esami ai raggi X cui sono state sottoposte, rivelando piccole modifiche in corso d’opera o ripensamenti, censure o vere e proprie sostituzioni dei personaggi ritratti, giungendo persino a svelare opere precedenti, come una Madonna orante nascosta sotto la Buona Ventura Capitolina, destinate a rimanere nascoste sotto gli strati di pittura che altrimenti l’occhio umano non vedrebbe mai.

A chiudere un percorso straordinario sono ben due i dipinti napoletani che prendono parte a questa rassegna: la flagellazione di Cristo del Museo di Capodimonte e Il Martirio di Sant’Orsola delle Gallerie d’Italia, che dal 30 novembre diventerà protagonista assoluto di L’ultimo Caravaggio. Eredi e nuovi maestri, alle omologhe Gallerie d’Italia milanesi fino all’8 aprile.

Una mostra, questa, che getta nuove basi per gli studi caravaggeschi, e di cui comprendi l’importanza solo quando ti ritrovi faccia a faccia con la Madonna di Loreto (o dei Pellegrini), portata nelle sale direttamente dalla Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio a Roma; dinanzi al volto di una delle tante prostitute che Michelangelo Merisi ha reso immortali nelle fattezze delle maddalene, di eroine e di Vergini oggi note in tutto il mondo, osservi una realtà fatta di imperfezioni, di unghie sporche, di persone di spalle e pose sbagliate, una realtà fatta di le luci e di ombre, le stesse che Caravaggio ha saputo cogliere nelle sue opere senza tempo.

Per maggiori informazioni:

www.caravaggiomilano.it