ART NEWS

Da Picasso a Frida Kahlo, il ricco calendario delle mostre a Milano nel 2018

Fine anno, tempo di bilanci. Come ormai mia consuetudine, in questo periodo parlo o anticipo le mostre da non perdere che vedremo in Italia.

Presentato ieri dal sindaco Giuseppe Sala e dall’assessore alla cultura Filippo Del Corno, a Palazzo Reale di Milano, il ricco calendario di eventi che vedrà coinvolta la capitale lombarda nei prossimi dodici mesi.

Mi ero già precedentemente occupato della mostra su Frida Kahlo che arriva a Milano dopo il grande successo di mostre precedenti in Italia che hanno portato ad una vera e propria riscoperta della donna e dell’artista messicana, ed è soltanto il primo dei tanti nomi illustri cui saranno dedicate delle esposizioni che vanno da Picasso a Paul Klee, da Giovanni Boldini ad Albrecht Durer. Ed è proprio quest’ultimo che inaugura la nuova stagione di Palazzo Reale. Quando sarà chiusa la (più che felice) parentesi su Caravaggio, dal prossimo 21 febbraio al 24 giugno 2018 arriverà l’artista tedesco.

Al MuDeC invece ci sarà il primitivismo di Paul Klee, dal 26 settembre 2018 al 27 gennaio 2019.

Giovanni Boldini arriverà invece al GAM con una selezione di trenta opere, dal prossimo 16 marzo al 17 giugno 2018.

A raccogliere la pesante eredità di Caravaggio per il 2018 sarà Pablo Picasso. Il pittore spagnolo arriverà nelle sale di Palazzo Reale dal 18 ottobre 2018 al 17 febbraio 2019 con una monumentale personale che comprende 350 opere tra i suoi più grandi capolavori. E della quale, senza dubbio, vi parlerò più avanti.

Frida Kahlo, come vi avevo già anticipato in un precedente post, arriva dal prossimo 1 febbraio 2018 al 3 giugno con oltre 100 opere che troveranno posto nelle sale del MuDeC, un’ampia retrospettiva che il Museo delle Culture di Milano ha deciso di dedicare a questa artista controcorrente che ha saputo imporsi anche per la sua personalità.

Ma il Palazzo Reale della capitale lombarda continua ad essere uno dei grandi luoghi dell’Arte per il prossimo anno, che dall’8 marzo al 2 settembre 2018 ospiterà le opere di Pierre Auguste RenoirClaude MonetPaul CézanneHenri MatissePablo Picasso e Paul Klee, con una collettiva che mette a confronto stili, tecniche e contenuti del XX secolo.

Il Novecento italiano sarà invece ben rappresentato da una interessante collettiva al Castello Sforzesco dal 23 marzo al 1 luglio 2018 che metterà insieme i nomi dei più grandi Maestri del XX secolo: da Boccioni a Modigliani, da Carrà a De Chirico, passando per Pistoletto e Fontana.

Durante l’evento, per ingolosire stampa e visitatori, sono stati anticipati anche alcuni dei nomi che faranno parte di eventi culturali e mostre per il 2019, che già si preannuncia, al pari del prossimo anno, molto ricco: Ingresde La TourDe Chirico e De Pisis sono soltanto alcuni degli artisti ai quali, certamente, se ne andranno ad aggiungere molti altri.

Nel 2019, in occasione del V centenario dalla morte di Leonardo Da Vinci, sarà riaperta la Sala delle Asse del Castello Sforzesco, che celebra così la scomparsa del maestro dell’umanesimo italiano: «Una proposta ricca, articolata e coraggiosa – ha così commentato Sala il ricco calendario di eventi – perché crediamo che con la cultura si mangi e che insistere su questa offerta culturale importante sia giusto sia per i cittadini che per chi viene a visitare Milano».

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La “rivoluzionaria” prima di Andrea Chénier alla Scala il 7 dicembre a Milano

Dopo il Duomo, il secondo simbolo di Milano è senza dubbio il Teatro Alla Scala. Inaugurato il 3 agosto del 1778, ha preso il nome dalla Chiesa di Santa Maria Alla Scala che fu demolita per far posto a quello che divenne il Nuovo Regio Ducal Teatro alla Scala.

È impossibile andare a Milano e non passare davanti a questo teatro, sognando di vedere un’opera o, ancor di più, di andare alla prima il 7 dicembre, giorno in cui il capoluogo lombardo festeggia Sant’Ambrogio, inaugurando la nuova stagione.

Ho già parlato qui della stagione teatrale 2017/2018, ma la prima di quest’anno si preannuncia già “rivoluzionaria”. Rivoluzionaria innanzitutto per l’opera che è stata scelta per aprire la stagione operistica, l’Andrea Chénier di Umberto Giordano, con la direzione di Riccardo Chailly e la regia di Mario Martone, che racconta gli anni della rivoluzione francese e del terrore.

la soprano Anna Netrebko e il tenore Yusif Eyvazov

Ad interpretare i protagonisti Maddalena di Coigny e Andrea Chénier ci sono Anna Netrebko e il marito Yusif Eyvazov, che ben sapranno imprimere il loro amore e la loro passione nei personaggi che interpretano e cui daranno corpo e voce. È la prima volta che una coppia nella vita recita anche sul palcoscenico.

Se per Anna Netrebko è la prima volta in coppia con suo marito, questa non è la sua prima scaligera, e ritorna sul palcoscenico del famoso teatro milanese dopo il grande successo del 7 dicembre del 2015 con Giovanna D’Arco.

Per Yusif Eyvazof invece è la prima “prima” alla Scala: «Grande emozione, grande responsabilità. Paura tanta! Per me ancora più emozionante è recitare e cantare con mia moglie. C’è più complicità, l’amore è vero, il bacio è vero. Più di così?» ha detto in merito a questo suo debutto.

Le scene di Margherita Palli, i costumi di Ursula Parzak, le luci di Pasquale Mari, la coreografia di Daniela Schiavone.

Tra le curiosità di questa messa in opera la ghigliottina, usata già dal regista Martone nel film Noi Credevamo.

Rivoluzionaria è considerata anche l’opera di Giordano, presentata per la prima volta nel 1896 con un linguaggio assolutamente innovativo ai tempi che tanto si rifà anche ai nostri Verdi e Puccini.

Andrea Chénier alla Scala, foto dalle prove

Un’altra rivoluzione quest’anno è quella della RAI. La TV di Stato, dopo il successo dello scorso anno con Madama Butterfly vista in media da 2milioni 650 mila spettatori, ha deciso di trasmettere la prima su RAI1 a cura di Rai Cultura della Rete 1. La messa in onda vedrà la conduzione di Milly Carlucci e Antonio Di Bella, grazie ad una diretta che vedrà il dispiego di ben 12 telecamere in alta definizione, 40 microfoni tra la buca dell’orchestra e il palcoscenico, 20 radiomicrofoni per i solisti e il coro. Imponente lo staff di oltre 50 persone, tra cameramen, microfonisti e tecnici per le tre ore di trasmissione.

Ma queste non sono le sole rivoluzioni. Per espressa volontà di Chailly non ci saranno né interruzioni, né applausi al termine delle sei arie dell’opera: «Ma non perché l’ho voluto io – dice il Maestro – Io sono solo portatore della volontà di Giordano. E ho chiesto che l’opera venga eseguita come tale, per sottolineare la bellezza di una continuità assoluta».

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L’ultimo Caravaggio a Milano fino all’8 aprile

I napoletani lo conoscono bene, L’ultimo Caravaggio, il Martirio di Sant’Orsola, arriva a Milano e, in occasione della colossale mostra Dentro Caravaggio (di cui vi ho parlato qui), diventa protagonista di un’esposizione tutta sua.

Succede alle Gallerie d’Italia di Piazza Scala a Milano, che da oggi, 30 novembre, fino al prossimo 8 aprile 2018 ospiteranno l’opera che tradizionalmente è esposta nell’omologa sede napoletana.

Datato 1610, il Martirio di Sant’Orsola è l’ultimo dipinto di Michelangelo Merisi, che morirà poche settimane più tardi, trasformandosi in un vero e proprio caposaldo della pittura barocca italiana, e punto di partenza per tutti quegli artisti che, con più o meno successo, hanno provato a portare avanti la pesante eredità.

L’ultimo Caravaggio. Eredi e nuovi maestri. Napoli, Genova e Milano a confronto (1610-1640) è proprio questo il sottotitolo della rassegna a cura di Alessandro Morandotti che prova ad indagare le principali città dove Caravaggio è stato recepito, in un periodo storico-artistico diviso tra una devozione totale per Merisi e il nuovo e più colorato gusto del barocco.

Suddivisa in sette sezioni, la mostra illustra ampiamente il Seicento, attraverso le collezioni dei due fratelli Doria, Marcantonio e Giovan Carlo, banchieri e mecenati di grande munificenza.

I due genovesi mostrano le aree di principale interesse dove si mossero, tracciando il gusto artistico e collezionistico del tempo. Da una parte quello partenopeo, dove a dominare è senza dubbio il caravaggismo con echi classicheggianti, dove operò soprattutto Marcantonio, cogliendo i Battistello Caracciolo e i José de Ribera. Dall’altra, Giovan Carlo, si rivolgerà soprattutto a quelle che ai tempi erano forse delle vere e proprie “avanguardie” e ai contemporanei maestri italiani ed europei come Giulio Cesare Procaccini, Pieter Paul Rubens, Bernardo Strozzi, Simon Vouet.

«Un viaggio attraverso la pittura del primo Seicento a Napoli, Genova e Milano, tra fascinazione e resistenza al nuovo e rivoluzionario linguaggio del pittore lombardo» ha detto Giovanni Bazoli, Presidente Emerito di Intesa Sanpaolo.

L’evento vede i patrocini del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e del Comune di Milano nonché la partnership dei Musei di Strada Nuova di Genova e la collaborazione con l’Università degli Studi di Torino.

Un’occasione dunque per confrontare Caravaggio con autori quali Procaccini, Strozzi, Rubens e Van Dyck.

Il Martirio di Sant’Orsola l’ho visto nella mia Napoli, a Via Toledo, ed è stata un’opera che mi ha commosso fino alle lacrime. Ritrovarmi lì, faccia a faccia con Caravaggio, con la sua ultima opera, è stata davvero un’emozione molto forte. Sant’Orsola è ritratta di profilo, portata via dalle guardie, mentre il suo petto è trafitto da una freccia. Secondo la leggenda agiografica, la Santa, venerata dalla Chiesa Cattolica, rifiutò di concedersi al re unno Attila, che la fece uccidere a colpi di frecce.

Un’opera, questa, che non riscosse in realtà immediato successo. Nessuna posa plastica, nessuna santità ostentata. Sant’Orsola è ritratta come una donna più che una martire, una delle tante che probabilmente faceva parte della dissoluta vita di Caravaggio.

Con l’esposizione milanese, il dipinto caravaggesco dialoga con altri artisti, tra cui la monumentale Ultima cena di Procaccini, oggetto di un recente restauro al al Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale a Torino.

Main Sponsor dell’evento è Intesa San Paolo. I visitatori della mostra di Palazzo Reale, presentando il proprio biglietto alle Gallerie d’Italia, avranno diritto alla tariffa speciale per l’ingresso alla mostra.

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Milano vista dalla Madunina: visita suggestiva dalle terrazze del Duomo

Pensi a Milano e immediatamente ti ritrovi ad immaginare il Duomo e le sue guglie. È impossibile visitare il capoluogo lombardo, senza farsi prendere dall’irresistibile smania di una foto/selfie ricordo davanti alla gotica cattedrale milanese. Sarà che c’è un solo Duomo in Italia e per tutti, nell’immaginario collettivo, è sicuramente quello di Santa Maria Nascente, cui è dedicato.

Il terùn che è in me non poteva evitare questo rituale turistico.

Non dev’essere particolarmente entusiasmante fare la fila all’esterno per poi prendere un numero e scoprire che, come alla posta, c’è ancora da aspettare. All’ingresso non sono proprio ben informati, ma la gentilezza e la competenza delle prime due casse riesce tuttavia a sopperire questo lieve disagio.

Il Duomo è, per superficie, la sesta chiesa cristiana al mondo, e sorge nell’omonima piazza dove un tempo sorgevano la Cattedrale di Santa Maria Maggiore, cattedrale invernale, e la Basilica di Santa Tecla, cattedrale estiva.

Il percorso sotterraneo unisce antico e moderno, e permette, tramite passerelle trasparenti e camminamenti, di percorrere il perimetro delle due strutture.

Sono proprio i resti di queste due antiche costruzioni ciò che mi affascina di più quando decido di visitare la parte sotterranea del Duomo. Le antiche strutture erano collocate dove oggi c’è il sagrato del Duomo, sotto la famosa piazza. È qui che le due strutture, di cui sono ancora ben visibili delle creste di muro, quasi si sfioravano, rappresentando il centro della cristianità milanese. I resti di un battistero, qualche affresco e le mura perimetrali sono l’ultima testimonianza di una Milano paleocristiana, che ha fatto spazio all’ambizione di un complesso monumentale che impiegherà quasi sei secoli per essere completato, dal 1386, anno di inizio dei lavori, riceve la sua consacrazione soltanto nel 1577, vedendo la chiusura ufficiale dei cantieri nel 1932.

la galleria Vittorio Emanuele II vista dalle guglie del Duomo

Oggi questa lunga storia è in parte ripercorsa dalla Fabbrica del Duomo, luogo in cui sono conservate statue e guglie originali, troppo danneggiate per essere restaurate e sostituite da più moderne ricostruzioni. Un percorso che include anche vetri istoriati, messi in sicurezza, e opere prima collocate all’interno del Duomo e che adesso invece costituiscono il patrimonio visibile di questa sezione.

Di grande suggestione l’imponente struttura in ferro della Madunina circondata da ricostruzioni e sculture, che restituiscono il lavoro e la tecnica di realizzazione della materna statua di Maria che da secoli protegge la città.

L’interno del Duomo è cupo, scuro, una selva di colonne che si elevano alte, per consentire alla struttura il suo movimento ascensionale, dato dalle arcate, che fanno spazio ai colorati vetri cui è stata affidata la narrazione della storia cristiana.

La navata centrale è preclusa a curiosi e turisti, bisogna accedere dal varco dei fedeli e di coloro che pregano o ascoltano messa per vedere più da vicino il pulpito e l’altare maggiore.

L’ultima parte del mio percorso ho voluto riservarla, in un crescendo di emozioni, alle terrazze. Il percorso con gli ascensori (più costoso) è quello più affollato, così quando cerco di ripiegare sul varco, eccezionalmente libero, dell’accesso a piedi mi viene detto che non posso percorrerlo essendo in possesso di un biglietto-ascensore. Con un po’ di disappunto ritorno in fila agli ascensori. È veloce durante l’ora di pranzo, così impiego appena dieci minuti per ritrovarmi in un istante sui tetti di Milano, e ammirarla durante quella che probabilmente è l’ora migliore, quella radente che accarezza con delicatezza i palazzi circostanti, tingendoli di rosa e d’oro.

Ho fatto bene a riservare questa parte della visita per ultima, perché la sua bellezza è tale che forse avrebbe tolto suggestione alle meraviglie storico-artistiche che ho visto poco prima.

Osservo le arcate, alcune di colore diverso forse dovuto alle sostituzioni di alcune parti negli anni. Il bianco latte dei marmi splendenti brilla tra il calcareo biancore del tempo.

Un peccato che oggi la parte alta dell’edifico sia ancora interessata da ponteggi e lavori, perché ciò forse toglie un po’ di fascino, avventura e mistero, a questa mia passeggiata sotto il cielo di Milano, dove vedo il Palazzo della Rinascente, dal quale tante volte ho proprio ammirato la magnificenza della cattedrale de Milan.

Una selva di guglie, che si intrecciano tra loro, e fanno da cornice alla bellissima skyline milanese. Posso scorgere il Palazzo dell’Unicredit in lontananza, Palazzo Lombardia e persino il verdeggiante Bosco Verticale, accompagnati da alte sculture che, come guardiani, sorvegliano la città.

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Dentro Caravaggio, a Palazzo Reale fino al prossimo 28 gennaio

Iniziata lo scorso 29 settembre, Dentro Caravaggio è un’antologica che si propone di ripercorrere la carriera del noto pittore lombardo in maniera inedita. A Palazzo Reale a Milano fino al prossimo 28 gennaio, la mostra ha messo insieme ben venti delle opere maggiori dell’artista provenienti dai più importanti musei italiani e del mondo, mostrandone al contempo, e per la prima volta, gli esami diagnostici ai raggi X.

Non potevo esimermi dal seguire il flusso degli oltre 70.000 visitatori che, ad oggi, hanno già prenotato il biglietto d’ingresso per quello che è un vero e proprio evento d’Arte e di cultura del capoluogo lombardo.

Un’audioguida, inclusa nel biglietto, si concentra soprattutto sulla tecnica con la quale Caravaggio ha realizzato ogni singola opera: preparazioni bianche, scure o rosse diventano parte delle tele realizzate per lo più a risparmio, dove un Caravaggio povero, ma già famoso, dipinge, anzi, illumina soltanto ciò che desidera mostrare all’osservatore, incidendo con la spatola dettagli che talvolta non realizzerà mai, mentre alle parti in penombra e alle zone scure l’arduo compito di rappresentare un’indefinita quanto immaginifica scena come in un teatro-libro di ronconiana memoria.

I dipinti raccontano tacitamente la vita di un artista talentuoso e bellicoso, irascibile, che ai salotti mondani preferisce sbronzarsi in osteria tra prostitute e delinquenti, e coinvolto spesso in risse e duelli che lo porteranno a fuggire a Napoli prima e in Sicilia poi, fino a Malta trovando la morte lungo il cammino di ritorno a casa, come un tragico eroe omerico a soli trentanove anni.

La devozione per le figure, per lo più religiose, si sovrappone a volte ad una iconografia pagana, come dimostrano i torsi atletici e possenti dei due San Giovanni Battista, l’uno delle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma, ritratto in meditazione come un novello Galata morente, con tutta la dignità e il vigore di un eroe epico che trova la salvezza nella fede, l’altro, oggi al Nelson-Atkins Museum of Art di Kansas City, più cupo, immerso in una natura oscura e simbolica.

Tratti, rimaneggiamenti, che mostrano un Caravaggio spesso in conflitto con sé stesso e con ciò che voleva rappresentare davvero, e che trova la consacrazione quando riuscirà a spogliarsi di quei timori che i sotto-strati di pittura celano e conservano: come dimostra la figura dominante dell’angelo di spalle che campeggia al centro della scena del Riposo durante la fuga in Egitto, ingrandito fino a diventare il vero protagonista del dipinto, o l’uomo di spalle nell’Incoronazione di spine di Prato.

Personaggi secondari, spesso di spalle, chinati, addirittura proni, che sovversivamente diventano i silenziosi protagonisti di una naturale quotidianità che Merisi cattura anticipando la fotografia. Lo conferma il famoso (auto)ritratto del Ragazzo morso da un ramarro, dove il soggetto pronto per mettersi in posa per farsi ritrarre è invece paradossalmente catturato in un improvviso momento di disequilibrio compositivo, di paura per quel morso che gli porta a ritrarre la mano e aggrottare le sopracciglia in un’espressione buffa, che strappa quasi un sorriso allo spettatore che vede il quadro. Un momento concitato, come quel cambio di rotta della mano sinistra, prima dipinta accanto al viso del ragazzo e poi lasciata così come oggi noi tutti la vediamo, sospesa in secondo piano.

Le opere sfilano una ad una al centro delle grandi sale di Palazzo Reale che quasi scompare nella penombra delle luci soffuse e dagli ampi pannelli che ospitano i quadri, dietro i quali, proprio come un gioco in negativo, si nascondono degli LCD che mostrano video-installazioni degli esami ai raggi X cui sono state sottoposte, rivelando piccole modifiche in corso d’opera o ripensamenti, censure o vere e proprie sostituzioni dei personaggi ritratti, giungendo persino a svelare opere precedenti, come una Madonna orante nascosta sotto la Buona Ventura Capitolina, destinate a rimanere nascoste sotto gli strati di pittura che altrimenti l’occhio umano non vedrebbe mai.

A chiudere un percorso straordinario sono ben due i dipinti napoletani che prendono parte a questa rassegna: la flagellazione di Cristo del Museo di Capodimonte e Il Martirio di Sant’Orsola delle Gallerie d’Italia, che dal 30 novembre diventerà protagonista assoluto di L’ultimo Caravaggio. Eredi e nuovi maestri, alle omologhe Gallerie d’Italia milanesi fino all’8 aprile.

Una mostra, questa, che getta nuove basi per gli studi caravaggeschi, e di cui comprendi l’importanza solo quando ti ritrovi faccia a faccia con la Madonna di Loreto (o dei Pellegrini), portata nelle sale direttamente dalla Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio a Roma; dinanzi al volto di una delle tante prostitute che Michelangelo Merisi ha reso immortali nelle fattezze delle maddalene, di eroine e di Vergini oggi note in tutto il mondo, osservi una realtà fatta di imperfezioni, di unghie sporche, di persone di spalle e pose sbagliate, una realtà fatta di le luci e di ombre, le stesse che Caravaggio ha saputo cogliere nelle sue opere senza tempo.

Per maggiori informazioni:

www.caravaggiomilano.it

LIFESTYLE

Milano Fashion Week: Donatella Versace fa la storia ricordando il fratello Gianni

È una sfilata celebrativa quella della maison Versace, conclusasi poche ore fa durante la Milano Fashion Week. Non solo e non tanto per la voce di Donatella Versace che ha accompagnato i capi della stagione SS2018, ripetendo in loop “Gianni, this is for you”, Gianni, questo è per te, tra trance-track e musica techno durante il catwalk per ricordare il fratello scomparso, ma anche e soprattutto per una collezione, quella primavera/estate del prossimo anno, che ha saputo declinare in chiave moderna i capi cult della casa della Medusa, quelli creati negli anni tra gli anni ’80 e ’90 dall’estro di Gianni Versace, capostipite della fortunata casa di moda. I modelli sono qui riproposti in un mix di continuità e innovazione che non annoia e che, in tempi di revival televisivi e reboot cinematografici, non invecchia, ma cavalca sapientemente l’onda della nostalgia degli anni ’90.

Dal mitico chiodo borchiato, il giacchetto di pelle nera con le effigi della maison italiana, alle famosissime stampe technicolor, dalle fantasie barocche e animalier allo stile un po’ pop-art con la testa di Marilyn e James Dean, forse i modelli a mio avviso meno riusciti, finendo con i giubbetti in denim.

Una collezione dove i bianchi e i neri sono accostati a colori vivaci, a tratti fluo, ma anche tanto oro, riuscendo a cogliere l’essenza di un ventennio fa della casa di moda italiana, riportando in passerella lo spirito dell’amato e compianto Gianni Versace, morto prematuramente a cinquant’anni, assassinato il 15 luglio del 1997 nella sua villa a Miami.

Bella Hadid, sulla passerella per Versace

Versace riscopre così le sue radici, puntando su modelli iconici e su tessuti che hanno contribuito a portare lo stile italiano nel mondo, permettendo alla maison di affermarsi a livello globale nell’industria del fashion.

Kaia Gerber, figlia di Cindy Crawford sulla passerella per Versace

Ma la sfilata è stata anche un ideale passaggio di testimone dalle vecchie alle nuove generazione della passerella, che trovano affermazione sulle riviste di moda. Tra le modelle infatti i volti noti, anzi famosissimi, di alcune delle top del momento, come Gigi Hadid figlia della top model Yolanda Hadid, tra le più attese a questa settimana della moda milanese, ma anche la bellissima e giovanissima Kaia Gerber, figlia (quasi clone) di Cindy Crawford.

E a chiudere quella che è stata una sfilata pressoché perfetta, destinata ad entrare negli annali della storia, c’era proprio lei, mamma Cindy, insieme alle sue colleghe super top degli anni ’90, Claudia Schiffer, Naomi Campbell, Helena Christensen e Carla Bruni, vere e proprie divinità nell’olimpo della moda, fasciate come dee in abiti di maglia metallica dorata, capo cult della maison, che con Donatella hanno chiuso questo quadro moda che fa la storia, celebrando degnamente la figura di un indimenticato Gianni.

INTERNATTUALE

La Torre dei Biancospini, l’architetto Boeri porta il bosco verticale in Olanda

Noto soprattutto per uno dei suoi ultimi progetti, quello del Bosco Verticale a Milano, architettura del 2014 composta da due torri completamente immerse nel verde, Stefano Boeri è oggi protagonista di un altro importante progetto architettonico, che segue ancora l’onda verde lanciata dall’architetto milanese qualche anno fa. Lo studio Boeri ha infatti vinto il concorso per la riqualificazione dell’area di Jaarbeursboulevard nei pressi della Stazione di Utrecht in Olanda, La Torre dei Biancospini, è questo il titolo della monumentale opera che sarà costruita nel 2019 e dovrebbe vedere ufficialmente la luce nel 2022.

Il disegno è stato presentato dal Consorzio G&S Vastgoed and Kondor Wes sels (VolkerWessels) Projecten, e si preannuncia come un bosco verticale di nuova generazione. Una struttura a impatto zero che, sui suoi 90 metri di altezza vedrà la distribuzione di oltre 10.000 piante di diverse varietà, di cui 360 alberti e oltre 9.600 suddivisi tra arbusti e fiori, contribuendo all’assorbimento di circa 5,4 tonnellate di CO2, e che corrisponde a circa un ettaro di bosco.

Un vero e proprio ecosistema urbano, che ospiterà più di 30 specie vegetali diverse.

Da sempre l’architettura di Boeri è orientata ad un maggior rispetto della natura e un minor impatto sull’ecologia e il micro-clima dei luoghi in cui vengono erette queste opere. Basta sfogliare la gallery del suo sito web per comprendere quanto l’ambiente sia importante per l’architetto che ha felicemente esportato le sue costruzioni, a metà strada tra grattacieli e giardini pensili, in tutto il mondo: dalla Cina, dove sta realizzando una vera e propria Città-Foresta ad Anversa. Ma è solo trovandosi a contatto, anche solo visivo, con le sue costruzioni, per percepirne un immediato senso di benessere, per comprendere questo forte senso naturalistico, peculiarità di una architettura che sempre più spazio sta per fortuna prendendo in svariate città.

La Torre dei Biancospini vedrà sorgere al sesto piano un Vertical Forest Hub, centro di documentazione e ricerca sulla forestazione urbana nelle città del mondo, tanto cara al disegnatore italiano. Un luogo vivo, aperto, dove sarà possibile conoscere le soluzioni tecniche e botaniche scelte per il Bosco di Utrecht e monitorare al contempo gli stati di avanzamento degli altri Boschi Verticali in costruzione nel mondo.

La torre dialogherà con la città circostante grazie al pianoterra che sarà aperto verso l’esterno e contiguo al quartiere, quasi a fondersi con esso. Lo slancio verticale invece rispetta e valorizza le dimensioni dell’isolato che si trova tra Croeselaan e Jaarbeursboulevard.

Sono previsti inoltre, oltre alle zone per l’ufficio, anche spazi per il fitness, per lo yoga, parcheggi per le biciclette e uno spazio ricreativo.

I Biancospini dunque si propone come un vero e proprio polo del benessere nel cuore di Utrecht.

ART NEWS

Dentro Caravaggio, mostra epocale a Palazzo Reale a Milano dal 29 settembre

Si intitola Dentro Caravaggio, e non sarà una semplice mostra, ma un evento unico e irripetibile che metterà insieme, per la prima volta, ben 20 opere del maestro milanese provenienti dai più importanti musei italiani e del mondo. Tra gli enti che impreziosiranno la mostra con i loro prestigiosi prestiti, sono ben due le gallerie napoletane che in qualche modo prendono parte all’evento: il Palazzo Zevallos-Stigliano, con quello che è considerato l’ultimo quadro del maestro, Il Martirio di Sant’Orsola, che sarà possibile vedere nell’ambito della mostra L’ultimo Caravaggio. Eredi e nuovi maestri presso le Gallerie d’Italia (Piazza Scala) con un ingresso ridotto per chi visita questa mostra, e il Museo di Capodimonte, che custodisce invece la Flagellazione di Cristo, dipinta da Caravaggio per la cappella della famiglia De Franchis nella Chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli. Queste due opere, insieme a quelle di Galleria degli UffiziPalazzo Pitti e Fondazione Longhi a Firenze, e a quelle della Galleria Doria PamphiljMusei CapitoliniGalleria Nazionale d’Arte Antica-Palazzo CorsiniGalleria Nazionale d’Arte Antica-Palazzo Barberini di Roma e molti altri, fanno parte di un evento straordinario che illumina le sale di Palazzo Reale a Milano.

Caravaggio, Martirio di Sant’Orsola, Palazzo Zevallos-Stigliano. Napoli

Dal Metropolitan Museum of Art di New York, che in Italia ha già portato i Musici (a Napoli fino a luglio), arriverà invece la Sacra famiglia con San Giovannino, la National Gallery di Londra presterà la sua Salomé con la testa del Battista, mentre il Museo Montserrat di Barcellona sarà presente con il suo San Girolamo.

Ma sarebbe prolisso, e forse un po’ noioso, fare uno sterile elenco completo dei tanti musei che prendono parte a questa rassegna, che aprirà le sue porte al pubblico il prossimo 29 settembre, giorno in cui cade anche il 446esimo compleanno del maestro italiano, e che farà di Milano, casa natale dell’artista, capitale dell’arte rinascimental-barocca fino al 28 gennaio 2018.

La mostra è interessante perché insieme alle opere, saranno esposte anche le rispettive immagini radiografiche, che consentiranno al pubblico di seguire di ogni opera la concezione iniziale che ne ha avuto Caravaggio fino alla realizzazione finale: «Sono emerse così – afferma in merito la curatrice Rossella Vodret – alcune costanti nelle modalità esecutive di Caravaggio, ma sono venuti anche alla luce elementi esecutivi inaspettati e finora del tutto sconosciuti: dagli strati di pittura sono affiorate una serie di immagini nascoste. Inoltre è stato sfatato il mito che Caravaggio non abbia mai disegnato, dacché sono apparsi tratti di disegno sulla preparazione chiara utilizzata nelle opere giovanili».

Grazie a una serie di riflettografie e radiografie, che penetrano in diversa misura sotto la superficie pittorica, si è potuto seguire il procedimento creativo di Caravaggio, quelli che sono stati pentimenti, rifacimenti, aggiustamenti nell’elaborazione della composizione dell’immagine.

Emblematico è il San Giovannino di Palazzo Corsini, dove le analisi della tela hanno mostrato la presenza del simbolo iconografico dell’agnello che successivamente è stato eliminato.

Dal 2009 infatti il MiBACT, in collaborazione con la Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Romano e con l’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro, promuove una approfondita ricerca sulla tecnica pittorica di Caravaggio.

Organizzata e prodotta da Comune di Milano-CulturaPalazzo Reale e MondoMostre Skira, la mostra vede la collaborazione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, che trova gli allestimenti dello Studio Cerri & Associati.

Per quanto concerne le attività diagnostiche e l’esposizione partner è il Gruppo Bracco.

A corredare ulteriormente le sale di Palazzo Reale, alcuni preziosi documenti dall’Archivio di Stato di Roma e di Siena, che andranno meglio a raccontare l’esperienza umana e artistica di Caravaggio.

Curata dalla Vodret, coadiuvata da un prestigioso comitato scientifico presieduto da Keith Christiansen, la mostra ruota essenzialmente intorno a due cardini: le indagini diagnostiche e le nuove documentazioni critiche fatte sulle opere di Caravaggio, e le nuove ricerche documentarie che hanno  riscritto la cronologia giovanile dell’artista..

Un evento che idealmente si propone di riprodurre la prima epocale mostra sull’opera di Caravaggio del Novecento, a cura di Roberto Longhi, che nel 1951, proprio a Palazzo Reale a Milano, consentì all’Italia e al mondo di riscoprire l’immortale arte di Caravaggio.

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Teatro Alla Scala, la grande stagione lirica 2017/2018 a Milano

Si preannuncia una stagione molto ricca quella del Teatro Alla Scala a Milano, la cui inaugurazione, tradizionalmente fissata il 7 dicembre, giorno in cui si festeggia il patrono Sant’Ambrogio, vede quest’anno l’apertura con Andrea Chenier per la regia di Mario Martone. A dirigere l’orchestra per il regista de Il Giovane Favoloso ci sarà il maestro Riccardo Chailly. Ad illuminare la scena ci penserà invece l’acclamatissima soprano Anna Netrebko insieme al marito Yusif Eyvazov intonerà le arie scritte da Umberto Giordano, riportando sul teatro milanese, dove l’opera fu eseguita la prima volta nel 1896, la suggestione della rivoluzione francese e il tormentato amore tra il poeta francese, che dà il nome all’opera, e la bella Maddalena di Coigny.

Sono 15 i titoli in cartellone, che compongono il calendario 2017/2018, dove trovano posto ben otto nuove produzioni, tra cui la prima mondiale di Fin de Partie di Gyorgy Kurtag.

Die Fledermaus di Strauss diretto da Zubin Mehta, Simon Boccanegra con Leo Nucci diretto da Myung-Whun Chung, Orphée et Eurydice con Juan Diego Florez e sul podio il maestro Michele Mariotti.

Una stagione celebrativa, che vede inoltre il Don Pasquale diretto da Chailly, Francesca da Rimini di Zandonai, e una eccezionale Aida che vede la regia di Franco Zeffirelli, che festeggerà così il suo 95esimo compleanno.

Leggendo le opere in cartellone si evince un ampio respiro internazionale per il noto teatro milanese, che va oltre la lirica italiana, e che vedrà anche Fierrebras di Schubert con Daniel Harding a dirigerne l’orchestra, ma anche il Fidelio, questa volta con la bacchetta di Chung, il Pirata di Bellini, Ali baba e i 40 ladroni con la regia di Liliana Cavani, Ernani di Verdi, La finta giardiniera di Mozart ed Elektra.

ART NEWS

Frida Kahlo oltre il mito: al MUDEC di Milano nel 2018

Frida Kahlo e l’Italia, una storia d’amore destinata a continuare. È dal 2014 infatti che i musei del nostro paese hanno proposto mostre sulla figura della pittrice messicana. Dal prossimo 1 febbraio al 3 giugno 2018 è la volta del Mudec, il Museo delle Culture di Milano, gestito dal Comune e dalla divisione Cultura del Gruppo Sole 24 Ore.

Frida Kahlo. Oltre il mito, questo il titolo della mostra, sarà anche l’occasione per celebrare l’artista, oggetto di una vera e propria fridamania.

Mostre, ma anche libri e film. L’Italia è pazza della Kahlo e questa nuova esposizione ne è la conferma.

Una mostra che scava “nel profondo delle sue relazioni, dei suoi interessi e della sua poetica” dice il curatore Diego Sileo, che lavora al progetto da sei anni e ha avuto accesso all’archivio ritrovato nel 2007 in Casa Azul, dimora dell’artista a Città nel Messico: «Nel migliore dei casi la sua pittura è stata interpretata come semplice riflesso delle sue vicissitudini personali o, nell’ambito di una sorta di psicoanalisi amatoriale, come un sintomo dei suoi conflitti e disequilibri interni».

È forse un caso anomalo per un artista che la sua vita sia così prepotente e forte da oscurare quasi l’opera stessa: «l’opera si è vista rimpiazzata dalla vita e l’artista ingoiata dal mito».

Ed è questo che la mostra si propone di fare, porre soprattutto l’accento sulla produzione artistica di Frida. Per farlo il museo milanese esporrà al pubblico oltre 100 dipinti e opere, molte delle quali mai esposte in Italia e, addirittura, in Europa: quadri, ma anche disegni e fotografie scattate dalla stessa artista.

Con questa rassegna sarà possibile scoprire un lato segreto e forse poco noto della vita di Frida Kahlo, attraverso fonti e documenti inediti, come le risposte alle lettere che inviava a una vasta platea di persone.

La mostra è stata suddivisa in cinque grandi nuclei tematici che raggruppano le opere della Kahlo per politica, donna, violenza, natura, morte.

Provenienti dal Museo Dolores Olmedo di Città del Messico e dalla Jacque and Natasha Gelman Collection. Ma alcuni dipinti provengono anche da musei statunitensi come il Phoenix Art Museum, il Madison Museum of Contemporary Art e la Buffalo Albright-Know Gallery.

Nel frattempo per chi invece vuole scoprire qualcosa sulla figura dell’artista, c’è un iconico film con Salma Hayek, Frida, vincitore di ben due premi Oscar come miglior colonna sonora e miglior trucco nel 2003.