ART NEWS

Un’ultima cena da 1 milione di euro da Eataly per Leonardo Da Vinci

Fondata nel 2004, la catena Eataly si è trasformata in poco più di dieci anni in un vero e proprio punto di riferimento nell’Italia e nel mondo per la vendita e somministrazione di prodotti alimentari squisitamente italiani. Molto più di un semplice ristorante-supermaket, ma un rappresentante di quella italianità culinaria di alta qualità. Dalla prima apertura a Torino, i suoi punti vendita si dislocano oggi da nord a sud del nostro paese: da Milano a Bari, passando per Forlì (dove ho avuto la possibilità di fotografare la bellissima piazza Saffi) a Roma. Ma i suoi store hanno varcato anche i confini, dal Giappone al Brasile, dalla Danimarca alla Turchia, solcando persino i mari con ben due ristoranti di bordo sulle prestigiose navi da crociera Costa Divina e Costa Preziosa.

Non c’era brand migliore dunque per finanziare il restauro de L’ultima cena, opera del 1498 del maestro Leonardo Da Vinci.

Ne parlo con piacere non soltanto come cliente convinto e contento di un brand che rende grande l’Italia nel mondo, esaltando ed esportando i suoi saperi e sapori, ma anche, e forse soprattutto, da appassionato di storia dell’arte, che è felice di sapere che la catena di Oscar Farinetti destinerà ben 1 milione di euro al recupero di un’opera che, per sua stessa natura, ha sempre subito un po’ troppo l’incuria del tempo.

I bombardamenti della seconda guerra mondiale distrussero parzialmente il refettorio del convento Domenicano di Santa Maria delle Grazie a Milano dove l’opera si trova, la quale miracolosamente si salvò, protetta appena da una cresta di volta, restando alla mercé degli agenti atmosferici per giorni.

L’affresco, di 460 cm per 880, è stato dipinto con tempera grassa, il suo ultimo restauro risale ormai al 1977.

Eataly è il solo privato a far parte di questa grande operazione di recupero, che intende donare al capolavoro di Da Vinci almeno cinquecento anni in più, puntando ad aumentare il quasi mezzo milione di visitatori l’anno, con una media di 1300 visitatori al giorno che, involontariamente, contribuiscono al suo deterioramento portando particelle e polveri nell’ambiente in cui si trova.

Un restauro, questo, che si propone di guardare anche alle nuove tecnologie, e che permetterà l’introduzione di 10 metri cubi di aria pulita, contro gli attuali 3500, all’interno del refettorio.

La conclusione di questi lavori, già iniziati, è prevista per il 2019, anno in cui coinciderà anche il cinquecentenario dalla morte del grande maestro del rinascimento italiano.

Anche il Ministero dei Beni Culturali stanzierà 1.200.000 euro in tre anni: «Questo restauro avviene con risorse pubbliche e con un impegno del privato – ha commentato il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini – segno che un passo avanti è stato fatto anche in settori dove in Italia siamo più indietro».

Questa sinergia infatti mostra quanto il ministro della cultura continui ad incentivare e promuovere la cooperazione, tra due settori, quello pubblico e quello privato, apparentemente lontani, per la salvaguardia del nostro patrimonio storico-artstico: «Credo sia giusto per un’azienda mettere a disposizione una parte dei propri ricavi per un progetto così. Lo facciamo non perché vogliamo vendere di più – fa subito eco Oscar Farinetti – almeno per i prossimi 500 anni l’umanità non si perderà questa cena».

ART NEWS

Gli orsi di Paola Pivi per l’Art Week alla Rinascente di Milano

Ha un retrogusto anni ’90 qualche lavoro del nuovo progetto site specific che Paola Pivi ha realizzato per LaRinascente a Milano. Un’opera insolita che, in occasione della Art Week e del Salone Internazionale del Mobile, allestirà le vetrine del noto department store che affacciano su Piazza Duomo.

I am tired of eating fish, questo il titolo del concept, a cura di Cloe Piccoli, che vede dei variopinti orsi, alla scrivania o danzare tra colorati sfondi di oggetti d’uso quotidiano, occupare le otto grandi vetrine dello store milanese.

Un universo surreale, quello della Pivi, che nel 1999 ha anche vinto un Orso d’Oro alla Biennale di Venezia, che proietterà i passanti in un mondo governato da leggi dell’assurdo, dove tutto è capovolto e dove ogni cosa può succedere.

Tanti i riferimenti al mondo dell’arte e, inevitabilmente, a quel design squisitamente italiano e milanese in particolare, ma anche al lifestyle e al tempo libero, passando per la natura e il mondo del business.

Il progetto trasforma le vetrine dei Grandi Magazzini Milanesi in vere e proprie gallerie d’arte pubbliche.

Too Late, 1,2, cha, cha, cha, I love my ZiziI and I must stand for artI am a professional bear, I am busy today, Bad Idea: ognuno degli orsi ha un nome che è il frammento di una storia sospesa in un contesto non specificato e in un tempo imprecisato.

Un evento di grande arte contemporanea, che entra di diritto tra gli appuntamenti da non perdere, e gratuiti per giunta, dei “fuori salone” milanesi, che porta l’arte, è proprio il caso di dirlo, tra la gente in piazza.

La Pivi è una acclamata artista italiana nel mondo, che ha esposto le sue opere tra l’altro al MoMA di New York, alla Tate Gallery di Londra, ma anche a Francoforte e Shangai, e arriva con questa rassegna per la prima volta nel capoluogo lombardo, portando i suoi amati orsi dell’artista, vero marchio di fabbrica della sua poetica.

Dalla performance alla fotografia, passando per la scultura, sono tante le tecniche attraverso le quali l’artista esprime se stessa.

Quotate tra i 120 e i 230mila euro, ha realizzato anche alcune opere per la Fondazione Trussardi ai Magazzini di Porta Genova a Milano.

Il progetto per la Rinascente invece si compone prevalentemente di sculture e installazioni, che originano un allucinante mondo onirico, sospeso tra riflessione e lucida follia.

INTERNATTUALE

Palme in Piazza Duomo: Milano difende le proprie radici, ma dimentica la sua storia

Se in questi giorni passeggiate in Piazza Duomo a Milano e vi imbattete in un palmeto urbano, non è un’allucinazione per l’effetto collaterale delle temperature in stile StudioAperto, ma il progetto che l’architetto Marco Bay ha realizzato per Starbucks.

Si tratta infatti di una installazione voluta dal colosso del caffè, che approderà in Italia con il suo primo punto vendita in Piazza Cordusio, nei locali delle ex poste, dopo aver vinto una gara di appalto per la sponsorizzazione delle aiuole. La nota catena americana ha deciso di annunciare il suo arrivo nel nostro paese, apportando, forse provocatoriamente, un tocco di esotico nella piazza più importante della capitale lombarda.

Immediata l’ironia del web che ha subito parlato di “Milangeles”, riferimento alla pianta simbolo di Los Angeles, facendo girare in rete immagini con tanto di cammelli e moschee che prendono il posto del Duomo di Santa Maria Nascente.

Ma se l’apertura del nuovo coffee-store è prevista soltanto per settembre di quest’anno, i lavori di rifacimento dei giardini antistanti il Duomo sono già iniziati tra la notte di martedì e mercoledì scorso, quando sono stati trasportati i primi esemplari di palma.

Non sono mancate le proteste dei milanesi con tanto di manifestazioni e striscioni contro quella che è stata definita una “africanizzazione” della piazza. Ma per quanti pensano che questa sia una apertura radicale all’oriente e, come suggerito dal critico d’arte Vittorio Sgarbi su il Giornale, un rifacimento che fa sembrare il duomo una moschea, probabilmente dovranno ricredersi.

Sì, non solo perché, come racconta lo stesso Bay a Repubblica.it, le piante si possono definire lombarde, perché “vivono da più di cent’anni nei giardini milanesi”, ma anche, come aveva già ammirato e sottolineato lo stesso Stendhal, già nell’Ottocento era possibile scorgere alberi di questo tipo all’ombra della Madonnina.

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una foto d’archivio di Piazza Duomo a Milano

Un errore dunque, un grande gesto di chiusura culturale per un’Italia che ancora una volta si mostra poco tollerante e propensa al cambiamento, e che fallisce miseramente nel tentativo di difendere le proprie radici, dimenticando, paradossalmente, la propria storia. Foto del XIX secolo infatti mostrano una Piazza Duomo molto diversa da quella disegnata dal Piero Portaluppi alla fine degli anni ’20, con aiuole, giardini e palme proprio come quelle cui oggi rende omaggio l’architetto Bay.

La modernità del disegno dell’architetto milanese sta dunque nella nuova disposizione degli arbusti, con quattro file di vegetazione di palme e altre due alternate con banani, graminacee e tipi di fioritura di stagione. Un progetto ambizioso, quello dell’architetto, che rievoca l’effetto sorpresa dei grandi giardini rinascimentali, il cui obiettivo primario era proprio quello di suscitare stupore nel visitatore e, a giudicare dalle prime reazioni e immagini postate sui social, Bay ci è decisamente riuscito.

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da meteoweb.eu

Dalle immagini pubblicate sui giornali sembra quasi che le palme siano dinanzi l’ingresso del Duomo, ma basta una semplice foto dall’alto per scoprire che i metri che separano la cattedrale dalle piante saranno almeno venti.

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una delle palme di Piazza Duomo bruciata

La bellezza di questo disegno architettonico potrà essere completamente ammirata soltanto a primavera inoltrata, con la piena fioritura di tutte le piante che lo compongono. Ma la scorsa notte i milanesi, incapaci di scorgere il potenziale di questo progetto, non si sono più limitati alla satira on-line o le manifestazioni in piazza e, a dispetto del fatto che il nuovo giardino sia poco più di un terreno spianato con le palme ancora legate, hanno dato fuoco a tre esemplari di pianta per protesta.

Un paradosso nel paradosso per un popolo, quello italiano, che si vanta di aver esportato il proprio stile in tutto il mondo, e per un paese, l’Italia, che dai romani ai greci, passando per arabi, francesi e spagnoli ha invece subito influenze architettonico-artistiche dando vita ad uno stile che ne ha fatto la sua fortuna, e di cui lo stesso Duomo, in stile neogotico, realizzato da manifatture europee, chiamate dalla Francia, dalla Germania, dalle Fiandre.

Questo gesto ha ancor più dell’incredibile se si pensa che la maggior parte degli italiani avrebbe sostenuto Hillary Clinton alle passate elezioni americane di novembre e guarda con disgusto alla politica di chiusura delle frontiere di Trump, mentre in realtà mostra una chiusura mentale molto più netta dei muri di cemento che sta innalzando il neo-presidente degli Stati Uniti, al primo sospetto del piglio orientaleggiante di un progetto di architettura tutto italiano.

ART NEWS

Il Museo Poldi Pezzoli a Milano, tra Dante e la Storia dell’Arte Italiana

Proseguendo il mio itinerario alla scoperta delle Case Museo di Milano, lo scorso weekend ho avuto il piacere di visitare il Museo Poldi Pezzoli, in Via Manzoni, 12.

Il Museo è un palazzetto nobiliare costruito nel XVII secolo, è stato riadattato dall’architetto Simone Cantoni in stile neoclassico, che lo aveva ampliato con un grande giardino interno all’inglese, ricco di statue e fontane. Gli ultimi lavori risalgono al 1857, quando viene arricchito da una fontana barocca, che va a completare lo scalone monumentale. È questo che mi accoglie all’ingresso e cattura immediatamente la mia attenzione, così come la curiosità che porta immediatamente a domandarmi come mai Gian Giacomo Poldi Pezzoli, proprietario dell’immobile, sentisse l’esigenza di ascoltare il gorgoglio dell’acqua all’interno della sua dimora milanese. Ma è la stessa casa che sembra rispondermi, con questo scrosciare rilassante che sembra darmi il benvenuto.

mariano-cervone-fontana-barocca-museo-poldi-pezzoli-internettualeCompletamente distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale, della casa originale restano soltanto delle fotografie, che provano a darci un’idea dei sontuosi interni, mentre i pochi arredi superstiti sono oggi inconsapevoli pezzi del percorso museale, come il mastodontico specchio del Salone Dorato. Sì, perché dal 1851 la Casa, per volontà dello stesso Pezzoli che aveva predisposto un lascito all’Accademia di Brera, diventa ufficialmente un museo.

 museo-poldi-pezzoli-vetri-internettualePasseggiando in ambienti che oggi rievocano volontariamente il Medioevo e Dante, è possibile ammirare la vasta collezione d’arte che Gian Giacomo, morto a 57 anni nel 1879, ha accumulato nel corso della sua breve vita. Tanti gli artisti della storia dell’arte italiana che trovano posto all’interno del museo: da Perugino a Piero della Francesca, da Botticelli a lo Spagnoletto. Un florilegio di autori, cui fa da simbolo, come Monna Lisa al Louvre, il profilo nordico del Ritratto di Giovane Dama di Piero Del Pollaiolo.

mariano-cervone-ritratto-di-giovane-dama-piero-del-pollaiolo-1470-1472-museo-poldi-pezzoli-internettualeParticolarmente interessante è la Sala degli Orologi, dove è possibile ammirare dei capolavori di orologeria meccanica, di ogni forma e foggia, purtroppo fermi, che con le loro lancette fisse sembrano ostinarsi a rimandarci a un’epoca il cui fascino è più vivo che mai.

In linea con la sala dei pizzi, quella delle stoffe c’è la temporanea dedicata a Il Gioiello Italiano del XX secolo, esposizione che ripercorre la creatività del nostro Paese nell’alta gioielleria, con oltre 150 pezzi che vanno dall’Art Déco degli inizi del secolo scorso fino alle multiformi e colorate creazioni degli anni ’80. Tiare, bracciali, orecchini, spille, collane. Un percorso che attraversa il gusto squisitamente italiano del nostro artigianato orafo.

Ma è ampio e variegato il percorso museali, che oltre a dipinti e ori, comprende anche una suggestiva Sala delle armi, con armature che guardano il visitatore come un esercito di cavalieri invisibili, e spade che fanno riflettere sulle diverse tipologie e tecniche di combattimento.

museo-poldi-pezzoli-sala-degli-orologi-internettualeUna pagina di storia, non solo della città di Milano, ma dell’intero paese.

Molto bella la terrazza al primo piano dell’edificio, che quasi sembra suggerire la creazione di un caffè letterario, dove invitare i visitatori a disquisire d’arte sorseggiando tè.

Per uno studente di storia dell’arte come me è entusiasmante trovarsi dinanzi a tante opere note, intraviste soltanto attraverso le fotografie di un libro. Il Poldi Pezzoli è un piacevole ritorno a un’epoca di grande fermento culturale di cui dovremmo ricordare più spesso di esserne i discendenti.

ART NEWS, CINEMA

Piero Portaluppi: l’architetto simbolo di Milano raccontato in un film al cinema da marzo

La Fondazione Piero Portaluppi celebra il cinquantenario dalla morte del noto architetto milanese di cui porta il nome, con un documentario, L’Amatore, in uscita nelle sale italiane da marzo 2017. Presentato al Festival del Cinema di Locarno lo scorso agosto, il film è un’opera girata dallo stesso Portaluppi nel 1929, anno in cui l’architetto acquistò una cinepresa, filmando la realtà che lo circondava e da cui, probabilmente, traeva ispirazione per le sue architetture.

Lo scorso anno ho avuto l’opportunità di vedere ben due costruzioni di Portaluppi interamente disegnate da lui. Per chi ha avuto modo, come me, di visitare queste architetture, come la bellissima Casa Boschi-Di Stefano o la straordinaria Villa Necchi (di cui sono stato ospite), entrambe a Milano, si sarà probabilmente fatto l’idea di un uomo a tratti un po’ serioso, estremamente creativo, di talento, che propagava la passione per il suo lavoro attraverso infinitesimali dettagli che rendono uniche le sue creazioni, e ne hanno fatto delle vere e proprie icone del ventennio fascista durante il quale l’architetto milanese ha mosso i suoi passi.

Linee pulite, forme, colori, geometrie. Sono senza dubbio questi gli elementi che hanno caratterizzato l’inconfondibile mano di Portaluppi, che ha saputo coniugare la voglia di modernità della sua epoca con quel fascino classico senza tempo, sapendosi adattare con maestria alle diverse atmosfere degli ambienti che creava. Che fosse un appartamento nel cuore del capoluogo lombardo o una villa, Portaluppi sapeva distinguersi nella sua (im)percettibile maniera.

Piero Portaluppi con la sua cinepresa
Piero Portaluppi con la sua cinepresa

Portaluppi diviene in poco tempo l’architetto dell’alta borghesia. La sua vita può essere quasi suddivisa in due tempi: in un primo momento il successo, le donne, il talento, l’adrenalina degli anni ruggenti; all’improvviso però Piero sembra perdere tutto. Suo figlio muore nei mari di Algeri. La sua vena creativa inesorabilmente si spegne.

È lo stesso Portaluppi a raccontarci la sua storia, attraverso le riprese in 16mm montate con cui filmava la sua vita, rivenute dal nipote omonimo, Piero Portaluppi, all’interno di una cassapanca.

L’immagine che ne viene fuori è quella di un uomo brioso, ironico, di fascino, che amava la vita e sapeva godersela.

Ai filmati originali si alternano le riprese odierne delle sue architetture, che si trasformano in questo documentario in contenitori silenziosi di un’epoca, espressione di pietra di un paese che svela la propria identità mutevole attraverso le architetture e le sue costruzioni.

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Maria Mauti, la regista

A dirigere la pellicola Maria Mauti, già collaboratrice del canale satellitare Sky Classica HD, autrice di produzioni legate alla musica contemporanea italiana, al teatro d’opera e alla danza, che debutta con quest’opera nel lungometraggio: «Quando più di dieci anni fa un pronipote di Piero Portaluppi scoprì le cento bobine dentro una cassapanca, fu dato a me il compito di visionare tutto questo materiale – racconta la regista – mi sono avvicinata non sapendo cosa avrei potuto incontrare, con il pudore che sentiamo quando ritroviamo i diari segreti di una persona e ci chiediamo se abbiamo il diritto di addentrarci nella sua vita. Nello stesso tempo siamo sedotti dall’opportunità di guardare nell’intimità di qualcuno».

Una vera e propria indagine su di un percorso artistico e personale, in cui emerge la vera persona e personalità del celebre architetto: «Portaluppi è un personaggio potente e scomodo, pieno di luci e ombre. Di lui ci interessa mostrare il lato personale, “guardare dentro l’uomo”, rispettandone il mistero. E poi Portaluppi porta con sé l’eccellenza e la fragilità di una classe sociale che raramente è oggetto di racconto, l’alta borghesia. È l’emblema di una città, Milano, che qui si mostra fuori dagli schemi che tutti conoscono».

ART NEWS

Da Caravaggio a Haring, le grandi mostre di Milano del 2017

Sarà un anno importante, questo 2017, per la città di Milano dal punto di vista artistico, che vede tra i suoi protagonisti Palazzo Reale, sede per eccellenza di prestigiose mostre che animeranno la città nei prossimi 365 giorni.

A Palazzo Marino infatti è stato presentato oggi un programma di mostre che interesserà il capoluogo lombardo a partire dal prossimo febbraio fino agli inizi dell’anno venturo.

keith_haring-milano-2017-internettualeSi comincia con l’arte contemporanea e un po’ naif di Keith Haring, che sarà alla GAM dal 21 febbraio fino al 18 aprile.

Il calendario dei grandi eventi prosegue con gli impressionisti d’inizio secolo. Manet e la Parigi moderna è la rassegna che occuperà le sale di Palazzo Reale dall’8 marzo al 2 luglio, con la prestigiosa collaborazione del Musèe d’Orsay.

Ancora arte contemporanea al MUDEC che dal 15 marzo fino al prossimo 9 luglio ospiterà invece il russo Kandinskij.

Ma la città della Madonnina si appresta a celebrare anche la visita di Papa Francesco che avverrà il prossimo 25 marzo, giorno in cui sarà inaugurata a Palazzo Reale la mostra Arte e spiritualità in Italia, che indaga il legame tra l’arte e il divino.

L’evento più atteso è senza dubbio rappresentato da una grande antologica, Dentro Caravaggio, che dal 28 settembre porterà in Italia ben venti capolavori del maestro lombardo provenienti da tutto il mondo, che troveranno ospitalità a Palazzo Reale fino al 29 gennaio 2018: «Una mostra affascinante perché coniuga la ricerca scientifica di altissimo livello con una forte attitudine divulgativa» ha commentato entusiasta l’assessore alla Cultura Filippo Del Corno.

A chiudere questo ricco ciclo di appuntamenti sarà Toulouse-Lautrec, ancora nelle sale di Palazzo Reale, con Mondo fluttuante, in esposizione a partire dal prossimo ottobre.

ART NEWS

Il Museo Bagatti Valsecchi a Milano, gioiello rinascimentale del XIX secolo

In Via Gesù 5, a due passi dal glamour di Via Montenapoleone a Milano, c’è un portone di uno dei palazzi storici del capoluogo lombardo. È quello di Palazzo Bagatti Valsecchi, oggi Museo, che racconta la storia dei due fratelli che l’hanno abitato, Fausto e Giuseppe, che nel cuore della Milano del XIX secolo sognavano di vivere in un’altra epoca.

Ho avuto il privilegio di essere ospitato dal museo durante il mio soggiorno milanese. Se seguite il mio profilo instagram, avrete già visto delle foto e curiosità sul museo.

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Galleria elle armi

Una capsula del tempo all’interno di una capsula del tempo. Come in un gioco di scatole cinesi infatti la Casa-Museo Bagatti Valsecchi, per molti semplicemente Museo BaVa, è un edificio storico settecentesco, con fogge e stili del rinascimento italiano al suo interno. Un errore di datazione, verrebbe da pensare di primo acchito, e invece no, una precisa volontà da parte dei due fratelli Bagatti Valsecchi di ricreare le suggestioni del passato declinato nelle moderne conquiste del tempo.

Il loro però non era il desiderio di fare un falso, quanto il tentativo di conferire una maggiore prospettiva storica ad un casato, il loro, nobile soltanto da poco tempo.

Un gioco architettonico con il quale i Bagatti-Valsecchi si sono dilettati fino al 1974, anno in cui l’ultimo discendente della famiglia, Pasino, figlio di Giuseppe, decise di farne un museo a vantaggio di milanesi e visitatori che desideravano visitare la loro casa.

Ed è proprio la voce di Fausto quella che, attraverso un’audioguida inclusa nel biglietto d’ingresso, quella che ci dà il benvenuto in questi lussuosi ambienti.

È facile essere tratti in inganno in questa casa, dove i soffitti sono molto alti e gli spazi molto grandi, che sa quasi più di castello che di palazzo. Salendo la bellissima scala in ferro battuto, si ha la sensazione di un ambiente medievale scorgendo il corridoio delle armature. Ma il percorso inizia dalla parte opposta, e si comincia così ad indagare quelli che erano gli ambienti di Fausto, il fratello scapolo.

È forte il desiderio di far rivivere il Rinascimento in questa rievocazione fastosa di dimora lombarda.

Passeggio tra gli ambienti privati di Fausto, lo studio, dove è ancora affissa la carta da parati originale, con il Fiore di Cardo, fatta adattare dalle maestranze dell’epoca.

Molto forte nel XIX secolo era il desiderio, un po’ moda, di revival di stili del passato. Il Rinascimento, epoca di un luminare quale Ludovico il Moro, secondo i fratelli era l’epoca più rappresentativa dei fasti italiani.

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Museo Bagatti Valsecchi, vasca da bagno
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Museo Bagatti Valsecchi, conchiglia uno dei fiori è il getto della doccia

Uno sfarzo che ha saputo coniugare tradizione e innovazione, con i comfort dell’allora Era moderna in forme squisitamente rinascimentali. Come il bagno, la cui vasca in marmo, finemente scolpito, nascondeva nella conchiglia sovrastante un moderno getto della doccia, o il pesante bacile in ferro, in realtà moderno lavabo con acqua corrente che scorreva dalle catene cave. Invenzioni, queste, cui gli stessi Fausto e Giuseppe, assertori al tempo stesso della modernità, hanno contribuito a dare vita, così come l’energia elettrica, presente nel palazzo sin dalla fine dell’800, facendo del Bagatti-Valsecchi una delle prime residenze private ad essere dotata di elettricità.

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camera da letto matrimoniale di Giuseppe Bagatti Valsecchi

Gli ambienti di Giuseppe invece presentano la chiara impronta femminile di sua moglie Carolina, a cominciare dalla camera da letto, in cui troneggia il bellissimo letto siciliano in ferro battuto e velluto rosso del ‘700. Un po’ asincrono per lo stile della casa, ma contornato da suppellettili e mobili anche a misura di bambino.

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letto matrimoniale in ferro battuto del ‘700 (camera matrimoniale di Giuseppe Bagatti Valsecchi)

È incredibile pensare che tra lo sfarzo di mobili, già d’antiquariato e preziosi ai tempi, e in questa camera da letto, i Bagatti Valsecchi avessero un televisore attraverso il quale hanno assistito, nel 1969, allo sbarco sulla luna, insieme ai vicini e a chi, meno fortunato, il televisore, oggetto per pochi, ancora non l’aveva.

Percorrendo stanze e passaggi è impossibile non notare le iscrizioni e i motti di tipo moraleggiante disseminati un po’ ovunque: dai camini alle pareti, sono tanti i moniti anche in latino tanto cari ai due fratelli.

Al pari dei nobili del tempo, anche i Bagatti-Valsecchi avevano un giorno per ricevere. Il giovedì infatti era destinato agli ospiti, che potevano intrattenersi attoniti dallo sfarzo di questo bellissimo posto.

Curioso il Nettuno raffigurato sul camino, pezzo d’antiquariato che mostra anche lo spirito di adattamento dei due appassionati, così come il pianoforte, camuffato da credenza, per non intaccare lo spirito rinascimentale dell’ambiente con invenzione di chiara epoca successiva.

Negli ambienti di Giuseppe si percepiscono le influenze artistiche di Sondrio, che restituiscono le atmosfere valtellinesi di cui erano originari i fratelli.

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foto della quotidianità della famiglia all’interno della Casa Bagatti Valsecchi

Bellissimo il raccordo tra gli appartamenti dei due fratelli, sovrastato da una cupola che funge da lucernario, in cui porcellane e piatti finemente dipinti fanno sfoggio sulla mobilia.

Gli ambienti sono stati ricostruiti grazie ad un libro illustrato del 1918, con le immagini di ogni singola stanza, oggi esposto.

Bellissimi gli arazzi a mo’ di carta da parati che raffigurano il re persiano Ciro nella camera da pranzo in cui le porcellane sono ancora lì, sul tavolo, con una quotidianità palpabile.

Oggi il Museo ospita eventi, concerti per camera, esposizioni di arti applicate giapponesi, mostre temporanee e presentazioni, avvalendosi anche di tecniche digitali che, tra mappe, video e pannelli didattici hanno animato le sale del museo.

museo-bagatti-valsecchi-milano-app-iphone-internettualeSeguendo il filo dell’innovazione, oggi il museo ha anche una comodissima app per iOS e Android che ci guida sullo smartphone in ogni stanza e pezzo del museo, facile, intuitiva, bella.

Da segnalare la tradizione di eventi ogni giovedì.

A chiudere il percorso è la prima sala che ho intravisto salendo, il corridoio delle armi, con armature e armi rinascimentali. Non ci sono armi da fuoco, ma lance, spade, scudi. Di grande interesse uno scudo in pelle.

Non deve stupire la raffigurazione di una scarpa tra gli stemmi dei vetri istoriati del salone: colti quanto umoristici, i Bagatti-Valsecchi vollero la rappresentazione di una scarpa su di uno stemma per rendere omaggio al proprio cognome: bagat, infatti, significa proprio questo, scarpa.

Emozionante, in chiusura, la voce di Fausto che saluta i visitatori come ospiti della sua casa, che nel 1974 fu donata alla Fondazione omonima Bagatti Valsecchi cui fa capo e che, grazie agli Amici-volontari Bagatti Valsecchi, fa sì che questo gioiello sia preservato per le generazioni future.

Per maggiori informazioni:

www.museobagattivalsecchi.org

hashtag ufficiali: #museobava #museobagattivalsecchi

il museo è presente altresì su instagram, twitter e facebook con immagini, curiosità e news.

ART NEWS

Alla scoperta della bellissima Villa Necchi Campiglio a Milano

È una visita che inizia con il sentore degli aranci, quella di Villa Necchi Campiglio a Milano, location d’eccezione del film Io sono l’Amore di Luca Guadagnino del 2009.
tilda-swinton-io-sono-lamore-villa-necchi-campiglio-set-internettualeÈ il profumo delle marmellate del FAI, il Fondo Ambiente Italiano, che ha ereditato la villa nel 2001, che raccoglie fondi a favore del patrimonio italiano vendendo prodotti squisitamente tipici del nostro Paese.
Varcata la soglia della biglietteria, vero bazar di prelibatezze e volumi d’arte, è lo sgorgare dell’acqua che accoglie me e chi come me scopre questo luogo per la prima volta, attoniti da tanta equilibrata bellezza. Sì, perché è questa la prima cosa che viene in mente osservando la villa la cui costruzione affonda le radici nel razionalismo degli anni ’30: un deciso, simmetrico, ordinato equilibrio di forme.
villa-necchi-scale-portaluppi-internettualeNessun rifacimento a stili architettonici del passato, nessuna volontà di ricreare atmosfere di epoche lontane. Villa Necchi Campiglio, che prende il nome dalle sue proprietarie, le sorelle Nedda Necchi e Gigina Necchi in Campiglio, è uguale a nessun altra costruzione milanese. Il merito non poteva che essere del noto architetto lombardo, Piero Portaluppi, che ha avuto libera fantasia di agire lungo i 4000 metri quadri della proprietà con giardino, disegnando e arredando ogni singola, dando adito a tutto il suo estro creativo.
Le due sorelle, industriali tessili di Pavia, stanche della vita di provincia, decisero di farsi costruire una casa nel cuore di Milano, affidandosi completamente al Portaluppi, che si occupò di ogni dettaglio della casa, mobilia inclusa.
I soffitti, la bellissima balaustra in legno dell’ingresso principale, le porte, gli stessi mobili, rimandano l’uno all’altro come in un gioco di specchi, in cui ognuno riprende e riflette, a volte distorcendo altre volte fedelmente, i dettagli dell’altro.
villa-necchi-soggiorno-internettualePreziosi i materiali utilizzati, che vanno dai variegati legni: il palissandro, il rovere, la radica di noce, il pioppo, la quercia, il castagno fondono le sfumature dei loro colori e le nervature dei corpi legnosi per ricreare quel retrogusto marino che si respira nei tondeggianti finestroni-oblò dei bagni, nel parquet dell’ingresso che, come un foyer precede i palcoscenici soggiorni che si aprono ai lati, percorre tutto il piano come il ponte di una nave.
Rombi, spirali svasticheggianti di memoria greca, cerchi si ripetono lungo le pareti della casa senza stancare il visitatore, che continua ad ammirare questo architettonico scrigno di design di avanguardia.
Suggestioni, queste, arricchite da soffitti che ricreano cieli stellati, in richiami astronomici e astrologici che fondono scienza e superstizione.
villa-necchi-bagno-moda-di-carta-2016-internettualeTante le innovazioni dell’epoca, a cominciare dalla piscina riscaldata all’aperto, la prima privata a Milano, o i riscaldamenti della villa, ancora oggi in funzione, proseguendo con le porte scorrevoli a scomparsa totale, per culminare con quelle in zinco rinforzate, ma elegantemente disegnate, della veranda che, all’occorrenza, può completamente aprirsi sul giardino.
Quasi impercettibile la musealizzazione, che ha lasciato gli ambienti e gli arredi per lo più intatti. Come il soggiorno, i cui divani di un giallo ocra contrastano con il severo camino in marmo anch’esso opera del Portaluppi.
Ci sono voluti più di quindici anni prima che le sorelle decidessero di dare nuovo brio allo stile forse troppo lineare del Portaluppi, affidandosi tra il ’48 e il ’55 all’architetto Tomaso Buzzi, che portò una nuova linfa vitale all’opera del collega, con tocchi baroccheggianti.
villa-necchi-ingresso-portaluppi-internettualeSpeculare la casa al piano superiore, che come uno specchio riflette gli appartamenti privati delle due sorelle: quello di Gigina, sposata con Angelo Campiglio, la cui camera da letto matrimoniale è arricchita da tende e stoffe preziose, e quella di Nedda Necchi, nubile, che racconta di una donna sola, ma bella, profondamente devota, ma non per questo estranea al richiamo del lusso e del mondo della moda di Hermes, Chanel, Céline e Gucci che ancora si affacciano dalle grucce del suo imponente armadio.
Entrambe le camere sono corredate da meravigliose camere da bagno identiche, con marmi preziosi, doppio lavabo, com’era d’obbligo ai tempi, e suppellettili che sono ancora lì a raccontarci questa quotidianità.
Un gusto che si ripete persino nella camera della governante, il cui bagno, al pari dei padroni, riprende questo tema da crociera cui il Portaluppi aveva votato questa sua costruzione.
Uno stile italiano non scevro però di influenze francesi, come quelle degli orologi parigini, dalle porcellane cinesi e persino “cineserie”.
Villa Necchi si trasforma in un museo nel museo, se si pensa agli arazzi, ai Sironi, ai Tiepolo, ai Canaletto che adornano le pareti della casa.
villa-necchi-moda-di-carta-isabelle-de-borchgrave-soggiorno-internettualeLe stanze della casa sono abitate dagli abiti di carta dell’artista Isabelle De Borchgrave, la cui personale, Moda di Carta, sarà visibile, negli ambienti di Villa Necchi fino al prossimo 31 Dicembre 2016. Abiti che ripercorrono l’evoluzione dell’abbigliamento femminile, dialogando perfettamente con gli ambienti della casa, facendo rivivere una quotidianità non molto lontana. È facile immaginare delle donne di alto rango che conversano in salotto prendendo il tè o che passeggiano per i saloni, guardando i coloratissimi modelli dell’artista, il cui laboratorio di stoffe-carta è dischiuso, come una sorpresa alla fine del percorso di visita guidato che culmina nel sottotetto.
E si arricchirà ulteriormente la villa il prossimo week-end, quello del 5 e 6 novembre, che ospiterà Manualmente 2016. Carta. Mostra mercato degli artisti artigiani della carta a cura di Angelica Guicciardini, che per questa quinta edizione vedrà protagonista il mondo della carta con creazioni di venti artisti-artigiani selezionati tra le eccellenze italiane. Un’occasione unica per scoprire, insieme ad un luogo dalla suggestione unica, la straordinaria duttilità della carta e i suoi molteplici usi attraverso tecniche semplici e raffinate.

Per maggiori informazioni:
www.faiperme.it
fainecchi@fondoambiente.it
www.modadicarta.it

ART NEWS

“BOOM 60!”, al Museo del Novecento di Milano dal 18 ottobre, l’arte della beat generation

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VUOLE SPECCHIARSI IN 10 RITRATTI, in “Tempo”, XVII, 10, 10 marzo 1955, pp. 34

Film, musica, moda. Quella degli anni ’60 è un’epoca che non è mai veramente passata, e alla quale il nostro Paese, memore di quel boom economico che diede vita ad uno stile, quello italiano, continua ad ispirarsi. Auto dalle linee retrò, elettrodomestici dalle forme vintage, mobili dall’attuale design demodé.

È da queste (ancora) attuali atmosfere che nasce BOOM 60! Era arte moderna la mostra, al Museo del Novecento di Milano dal 18 ottobre fino al prossimo 12 marzo 2017.

Una rassegna che si rivolge a chi della beat generation ne ha fatto parte e a quanti invece desiderano riscoprirla, attraverso le copertine dei settimanali e dei mensili, segno tangibile di un boom non soltanto economico e di costume. Epoca, il Tempo, Le Ore, Oggi, Gente, Panorama sono soltanto alcune delle testate che con le loro fotografie e i personali stili di raccontare tendenze e personaggi hanno rappresentato un modo di comunicare che non era soltanto mero strumento di intrattenimento, ma vera e propria arte contemporanea, nonché specchio fedele della mentalità e delle aspirazioni collettive.

Sono circa centocinquanta le opere dislocate lungo un percorso di visita, allestito dall’Atelier Mendini, tra pittura, scultura e grafica, selezionate per il grande impatto mediatico, che dialogano in quattro sezioni: Grandi mostre e polemiche, Artisti in rotocalco, Artisti e divi, Mercato e collezionismo. A corredo le più diffuse illustrazioni fotografiche e televisive delle opere stesse e dei loro autori.

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“Gente”, col suo tipico formato del fototesto – un racconto fotografico con didascalie – interpreta il punto di vista del suo lettore ideale, sorpreso e perplesso, attraverso modelle in posa fotografate alla Biennale del 1960.

La mostra mette insieme dipinti e sculture di valore civico, provenienti da collezioni pubbliche e private, tra cui alcuni pezzi dell’ampia, quanto unica, collezione Boschi-Di Stefano, valore aggiunto di questo evento culturale.

Una mostra che ruota intorno alla città che la ospita, Milano, città, ancora oggi, della grande editoria e di quella nuova ricerca e corrente artistica che emergeva attraverso i suoi settimanali.

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Germana Marucelli, ABITO DA COCKTAIL, TIPOLOGIA BOUTIQUE “LA MARUCELLIANA”, 1961, Collezione 1962

Boom 60 è curata da Mariella Milan e Desdemona Ventroni con Maria Grazia Messina e Antonello Negri, e inaugura i nuovi spazi espositivi con un percorso articolato tra Arengario e Piazzetta Reale, ed è promossa dal Comune di Milano.

Un percorso all’interno della concezione della cultura visiva italiana, che immergeva l’arte nella cultura di massa screditandola forse agli occhi della critica colta, ma dal grande valore espressivo di un’epoca.

LIFESTYLE

“Scalo Milano”: dal 27 ottobre il nuovo district shopping tra moda, design e food

Non chiamatelo centro commerciale. Sì, perché Scalo Milano, il nuovo shopping district, la cui inaugurazione è prevista per il prossimo 27 ottobre, si propone di essere un vero e proprio quartiere, un’estensione di quella Milano-bene che trova nella moda, nel design e nel cibo l’essenza dell’italianità così amata e imitata nel mondo. Fashion, food, design e, perché no?, anche l’arte. Sì, perché questo City Style, com’è definito dal sito web ufficiale, sarà una vera e propria nuova area del capoluogo lombardo. Sito a Locate Triluzi, è raggiungibile in dieci minuti d’auto da Linate e poco più di un quarto d’ora dalla fiera di Rho, ma è anche facilmente raggiungibile dal centro cittadino grazie al passante ferroviario S13 che attraversa la Milano.

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immagine promozionale dal sito http://www.scalomilano.it

Un esperimento con cui il gruppo PROMOS S.r.l. amplia il concetto statunitense di centro commerciale che tanta fortuna ha avuto, a partire dagli anni ’90, anche nel Vecchio Continente, ridisegnando un modello che mira soprattutto ad attrarre turisti, soprattutto asiatici.

Filippo Maffioli, alla guida di Promos insieme al padre e il fratello, dalle pagine de il Sole24ore si augura che questo nuovo centro compensi la mancanza di un vero e proprio “quadrilatero del design”, a metà tra mall statunitense e multimarca di settore nel design, dell’arredamento, dell’illuminazione.

Tanti i nomi del Luxury Living a cominciare da FENDI Casa e Trussardi Casa, ma non mancheranno marchi come Molteni, Poltrona Frau, Poliform, B&B Italia, Kartell, Alessi e Scavolini.

Scalo Milano cambierà anche la concezione dello spazio e della distribuzione dei negozi all’interno della propria area, creando un’unica zona “sportwear”, in cui storici rivali come Adidas e Nike, che in altri centri hanno sempre preteso debita distanza l’uno dall’altro, fianco a fianco, così come altri nomi dedicati al jeans e ad un abbigliamento casual.

La terza regione sarà Contemporary & Affordable Luxury, dove ci saranno i più importanti nomi dell’abbigliamento di lusso e, tra le grandi novità di questo interessante polo commerciale di nuova generazione, il primo monomarca del brand Karl Lagerfeld.

Un progetto che tanto mutua dall’esperienza internazionale di Expo Milano 2015, e che alla suddivisione dell’area in cardi e decumani, vede il centro intorno al quale ruota tutto il progetto nel Food Village. Un centro di eccellenza culinaria in cui non mancherà il fast food come McDonald’s, ma anche il milanese Spontini pizza, passando dai ristoranti giapponesi fino alla cucina vegana e biologica, per soddisfare ogni tipo di esigenza e palato. Ma, promette Maffioli dal quotidiano economico italiano: «nei prossimi mesi avremo molte altre sorprese».

Per maggiori informazioni:

www.scalomilano.it