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Le bellezze tra Napoli e Caserta discriminate dalla guida Feltrinelli

In questi giorni non si fa altro che parlare del caso della Guida Feltrinelli su Napoli, Italia del Sud e isole, che definisce l’entroterra partenopeo a nord del capoluogo “poco attraente”, liquidandolo come, cito testualmente, “una distesa di sobborghi poco entusiasmanti”. Non mi dilungherò sul fatto che chi scrive ha aggiunto con nonchalance che questa parte del territorio è quasi tutta dominata dalla camorra o che è definito, a suo dire, addirittura triangolo della morte. Una persona che scrive con tanta superficialità di un territorio, è senza dubbio poco (in)formata, e si è ritrovata suo malgrado a riempire pagine senza le necessarie conoscenze che chi vuole redigere un prontuario per orientare i visitatori dovrebbe doverosamente avere.

Sono 23 i chilometri che separano la città metropolitana di Napoli e Caserta, e innumerevoli i paesi e le frazioni che custodiscono all’interno dei loro “sobborghi poco entusiasmanti” tesori di inestimabile valore.

Non starò qui ad elencarli tutti, ma voglio citarne alcuni per sopperire alla totale mancanza di informazione che la guida (non) ha dato di questi territori.

È quasi superfluo menzionare, come ha fatto il nostro disinformato giornalista, la Reggia di Caserta, che tra i suoi primati vanta quello di essere la residenza reale più grande al mondo per estensione.

complesso paleocristiano di Cimitile

E allora basta spostarsi di poco a nord di Napoli, a Cimitile, che tra le sue meraviglie vanta lo straordinario Complesso Paleocristiano di San Felice. Dedicato ai santi Felice e Paolino, l’edificio fu costruito tra il 484 e il 523, e conta numerosi affreschi e mosaici con fondo oro e azzurro. Il campanile invece è datato tra il XII e il XIII secolo, a pianta quadrata, si trova tra la parte occidentale dell’abside e l’ingresso.

Salendo, nell’area dell’avellinese, c’è Avella, che tra i tuoi tesori può vantare il bellissimo Castello di Avella o di San Michele. Domina l’intera città dal promontorio su cui è stato costruito. Si tratta di una roccaforte longobarda, costruita nel VI secolo e dedicata all’Arcangelo Michele. Costruita per controllare il territorio, ha subito numerosi attacchi, tra cui quello dei saraceni nell’883.

Duomo di Sant’Agata dei Goti

La storia di Sant’Agata dei Goti attraversa la storia antica, passando dall’epoca romana all’alto medioevo, dal periodo normanno a quello angioino, passando per il feudalesimo. In un intricato gioco di dominazioni, distruzioni e ricostruzioni, che hanno portato all’edificazione di monumenti straordinari. Uno su tutti il Duomo. Fondato nel 970, ricostruito nell’arco del XII secolo, è stato più volte rimaneggiato a seguito dei danneggiamenti dovuti al terremoto del 1688. Bellissimo il portale in stile romanico con capitelli corinzi e caratteristiche foglie di acanto.

Famoso in tutta la Campania per il suo caratteristico mercatino di Natale, il paesino di Limatola nel beneventano, vede sorgere sul suo promontorio che sovrasta tutta la cittadina il bellissimo Castello di Limatola. Costruito dai Normanni, nel rinascimento si trasformò da fortezza militare a dimora signorile, pur mantenendo le originarie caratteristiche difensive. Dal 2010 è un albergo ristorante, ed offre il suggestivo fascino di vivere e abitare nella Storia.

Anfiteatro Santa Maria Capua Vetere

A nord di Caserta, a Capua, sono tanti i monumenti che potrei elencare e fare una scelta è davvero difficile, non solo perché l’Abbazia Benedettina, quella di Abbazia di Sant’Angelo in Formis, che è considerata uno dei monumenti medievali più importanti di tutto il Sud Italia, ma anche perché sono davvero tantissimi i monumenti e i complessi religiosi di pregio, che meriterebbero pagine e pagine. Tra questi il bellissimo Anfiteatro Campano o Capuano, sito a Santa Maria Capua Vetere, che per dimensioni è secondo soltanto al Colosseo di Roma, e che probabilmente ispirò il monumento più noto di Roma, essendo, quello capuano, il primo anfiteatro del mondo romano, servendo da modello per tutti gli altri. Fu anche sede di una prima e molto nota scuola di gladiatori, e fu il luogo dal quale Spartaco nel 73 a.C. guidò la famosa rivolta.

E infine non posso non citare Carditello, con la sua omonima Reale Tenuta di Carditello, appartenuta ai Borbone. Architetto di questa magione fu Francesco Collecini, allievo e collaboratore di Luigi Vanvitelli. In stile neoclassico, la tenuta fu costruita per volontà di Carlo di Borbone, e trasformata poi in casino di caccia per volontà di Ferdinando IV di Borbone. Con i suoi scaloni monumentali, affreschi, il parco è una vera e propria residenza reale, che offre ai visitatori l’eleganza e l’essenza della dinastia borbonica.

Reale Tenuta di Carditello

La mia, imprecisa e sommaria “guida”, è naturalmente solo un modo per dire ai lettori della guida Feltrinelli, che l’entroterra campano non è un far west desolato abitato da camorristi con il grilletto facile come lo ha frettolosamente immaginato il disinformato giornalista, ma è un florilegio di epoche, monumenti e costruzioni che raccontano di un hinterland artisticamente vivo e culturalmente stimolante.

Fate attenzione dunque alle guide che scegliete in libreria, spesso redatte con precisi scopi propagandistici, atte ad evidenziare la bellezza dei soliti luoghi e a nascondere tutto quanto di bello un territorio può svelare.

Fate ricerche, prima di visitare un posto, anche solo su wikipedia per farvi una sommaria idea, andate su YouTube, informatevi, ma soprattutto non siate semplici viaggiatori, ma cacciatori di bellezza.

tutte le immagini sono prese da wikipedia.
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LIFESTYLE

Weekend a Napoli: guida tra arte e cucina per scoprire la città in due giorni

Lo so, lo so, è difficile riuscire a condensare la visita di un’intera città in soli due giorni e, premettendo che saranno tante le cose che (inevitabilmente) trascurerò in questa mini-guida, proverò a tracciare un percorso ideale. In tanti infatti mi hanno chiesto cosa vedere a Napoli in un weekend e, in vista della nuova stagione turistica ormai alle porte, tra fine settimana romantici e ponti pasquali, ho pensato di redigere una piccola guida che possa aiutare il turista a orientarsi in una città che, per conoscerla tutta, una vita intera non basterebbe.

Diciamo che quello che andrete a leggere è la premessa di molto altro…

Che voi arriviate in treno o in aereo, poco importa, la vostra meta è il centro storico, e per centro storico intendo il cuore della città, quello dei decumani che dall’epoca greca fino ad oggi continuano ad essere le principali vie di comunicazione tra la parte più antica e quella più moderna.

Dirigetevi a Via Tribunali, è qui che si diramano le più famose vie di Napoli: San Gregorio Armeno, la via del presepio napoletano, San Biagio dei Librai, Spaccanapoli, la via che divide esattamente in due la città, con tutta la loro filiera di Chiese antiche e palazzi nobiliari, che sono tra i più belli della città: Palazzo Spinelli, Palazzo Marigliano, Palazzo Carafa sono solo alcuni degli edifici che non dovete assolutamente perdere: il primo per la sua architettura, il secondo per il suo bellissimo incrocio di scale, il terzo perché originaria sede della testa di cavallo di Donatello, oggi al Museo Archeologico Nazionale, di cui resta una copia in terracotta.

PRIMO GIORNO:

Per curiosità o per vedere Napoli da una prospettiva diversa e scoprirne la sua storia, la prima tappa è Napoli Sotterranea. Nata a metà degli anni ’90, ripercorre la storia della città dall’epoca greca, quando si scavava il sottosuolo per costruire cisterne e acquedotti, arrivando alla seconda guerra mondiale, anni in cui queste cavità furono utilizzate dai partenopei come rifugi antiaerei.

Il consiglio è quello di visitarla subito, perché l’accesso avviene ogni ora a partire dalle ore 10.00 fino alle 18.00. In questo modo sarete liberi di godervi e gestirvi il resto della vostra giornata.

Se dopo il percorso sotterraneo volete prendervi una pausa, non c’è niente di meglio che un caffè accompagnato da una sfogliatella o un babbà dalla rinomata produzione Capparelli, proprio di fronte all’accesso di Napoli Sotterranea. È qui che si nasconde il gusto della vera pasticceria napoletana, con tanti dolci della tradizione, che sono un piacere per gli occhi e, soprattutto per il palato.

San Gregorio Armeno, Napoli

È questo il momento di svoltare per Piazza San Gaetano e scendere per San Gregorio Armeno. Se vi capita, non fermatevi ai soli presepi, di cui gli artigiani napoletani sono veri maestri, ma date anche uno sguardo al Chiostro omonimo di San Gregorio Armeno, con la sua bellissima architettura, il giardino in fiore e il barocco della sua Chiesa, è uno dei paradisi del centro storico di Napoli.

Svoltando verso destra e imboccando San Biagio dei Librai apprezzerete per lo più botteghe di artisti partenopei e negozi di paramenti sacri.

Alla fine di questa stradina c’è Piazzetta Nilo, con l’omonima statua del Nilo, ultimo baluardo dell’esoterismo di quest’area di Napoli.

Proseguendo dritto arriverete a Piazza San Domenico, dove potrete ammirare uno degli obelischi della città, nonché una delle Chiese, la Chiesa di San Domenico, con una architettura gotica che incontra il gusto del barocco napoletano.

Chiostro maiolicato di Santa Chiara, Napoli

Più avanti la Chiesa di Santa Chiara (se ne avete modo e tempo andate a visitarne anche il chiostro maiolicato) e la Chiesa del Gesù Nuovo nell’omonima piazza, con un altro obelisco su cui troneggia la statua dell’Immacolata.

La pizza a Napoli ha un solo nome, Sorbillo. Anche di questa rinomata pizzeria vi ho già parlato in passato e il mio suggerimento è quello di andarci a pranzo, quando il codazzo è relativamente più corto e le attese decisamente più brevi.

Il giro di shopping abbordabile è in Via Toledo, dove ci sono negozi locali e monomarca dei più importanti brand internazionali. Il vostro giro si concluderà così a Piazza del Plebiscito, in serata, dove potete ammirare il Palazzo Reale di Napoli, ma anche il Gambrinus, storico caffè della città e, dalla parte opposta, potrete ammirare i portici del Teatro San Carlo cui fa da sfondo Castel Nuovo (o, come lo chiamiamo a Napoli, il Maschio Angioino).

Lungo la strada c’è la Galleria Umberto I. I Milanesi noteranno una vaga somiglianza con la ben più famosa Galleria Vittorio Emanuele, fulcro della moda e di ristoranti stellati.

Se avete voglia di provare qualcosa di tipico, in Via Toledo c’è La Passione di Sofì, una friggitoria che fa il miglior fritto di mare e di terra della città; mentre se volete provare una pizza fritta, nei pressi di Piazza Trieste e Trento c’è Zia Esterina, locale che Sorbillo ha dedicato all’arte della pizza fritta. Assolutamente da non perdere.

Se volete una dritta su dove cenare, andate alla piccola trattoria Napoli Notte, in Via Atri. Un piccolo locale (d’estate allestisce anche dei tavoli esterni) dove potrete gustare il meglio della cucina tipica napoletana.

SECONDO GIORNO

Il secondo giorno lo aprirei con Cappella Sansevero, luogo del Cristo Velato, straordinaria scultura di Giuseppe Sanmartino, diventata icona di un luogo che è tempio esoterico dall’alto valore simbolico. Anche qui il codazzo e il tempo di attesa sono abbastanza lunghi, e il consiglio è quello di aprire la mattinata in questo modo (e togliervi il pensiero!).

Poi dirigetevi al mare, proseguite per Via Toledo e passeggiate questa volta da Via Chiaia, sotto il ponte omonimo. Di fronte a voi si svelerà Palazzo Cellammare con il portone monumentale di Ferdinando Fuga.

Proseguendo verso sinistra, giungerete a Piazza dei Martiri, con l’obelisco in onore dei caduti in guerra e, andando dritto, arriverete sul Lungomare Caracciolo, dove c’è la Colonna Spezzata, altro monumento ai caduti di guerra (in mare). Da qui c’è la più bella vista del golfo, con il Castel dell’Ovo, che potrete raggiungere facilmente costeggiando il mare e godendovi il tepore del sole. L’ingresso al castello è gratuito, e da lì si gode di una vista straordinaria.

Se avete gestito con cautela il vostro tempo, potreste giungere anche a Castel Sant’Elmo, roccaforte della città che si trova nella parte alta, che potete raggiungere in funicolare. Da qui si gode di un panorama su Napoli e sulle sue isole, davvero senza pari e, in un giorno di visibilità massima, potrete vedere anche la costa di Sorrento. Da qui noterete la via di Spaccanapoli e comprenderete perché è così denominata.

Il posto giusto per una pausa è Mazz. Un tempo solo bar (ottima la pasticceria), oggi anche pizzeria (con delle pizze davvero buone e leggere) è il luogo ideale per uno spuntino di metà pomeriggio, un caffè al volo o la pizza per chiudere la serata o il vostro weekend.

Insomma, mi auguro che questo piccolo compendio da insider possa essere il canovaccio ideale per chi vuole suggerimenti e consigli sulle cose davvero da non perdere in città. Una piccola infarinatura di arte, sapori e bellezza per scoprire la città e lasciarvi la voglia di ritornare ancora.

Ho fotografato ogni luogo di cui vi ho parlato in questo articolo. Le immagini le trovate sul mio profilo instagram, dove, se vi va, potete seguirmi e seguire i miei viaggi e spostamenti.

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Restaurato il balcone di Giulietta: la storia, i film, le curiosità

Chiuso dallo scorso 23 ottobre per dei lavori di restauro, il Balcone di Giulietta, uno dei monumenti più noti e visitati della città di Verona, è stato finalmente restituito al pubblico in tutto il suo splendore da qualche giorno.

Leslie Howard e Norma Shearer in Romeo e Giulietta (1936)

È bello per i romantici come me pensare che nella nota casa veronese si siano amati i due sfortunati amanti della tragedia Shakespeariana, Romeo e Giulietta. Ma, diciamoci la verità, sappiamo che quella del famoso drammaturgo inglese era un’opera di pura invenzione.

Ma allora perché a Verona si dice che sia proprio quella la casa di Giulietta? Me lo sono chiesto anche io e così, dopo qualche ricerca, ho scoperto che effettivamente sono esistite a Verona le famiglie Montecchi e Capuleti, ma, per l’esattezza si tratta di Cappelletti, che avrebbero vissuto proprio in quella dimora situata in Piazza Erbe durante gli anni della permanenza di Dante a Verona.

Ce lo dice uno stemma, situato sulla chiave di volta dell’arco che dà accesso al cortile della casa.

Per quanto riguarda i Montecchi invece, si sa che erano una famiglia di mercanti, militanti nei ghibellini, effettivamente impegnata nelle sanguinose lotte di presa di potere contro la famiglia guelfa dei Sambonifacio.

Francesco Hayez, L’ultimo bacio di Giulietta e Romeo (1823)

Non ci sono dunque documentazioni che attestino una effettiva rivalità con la famiglia dei Capuleti, o meglio dei Cappelletti, ma in compenso, entrambe le famiglie sono citate dallo stesso Dante nella Divina Commedia, nel VI canto del Purgatorio, vera e propria invettiva del poeta fiorentino contro i disordini in Italia, che nei versi 105-107 dice:

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
color già tristi, e questi con sospetti!

Tra il XIV e il XV secolo la Casa di Giulietta ospita la famiglia Capello, che probabilmente prende il nome dalla dimora stessa, esercitando la professione di farmacisti fino al 1400.

Passa il tempo e cambia la destinazione d’uso, trasformandosi in un albergo, e subendo nella struttura diversi rimaneggiamenti tra il XVII e il XVIII secolo. Soltanto l’originaria torre pare risalire al XIII secolo e dunque alla parte più antica, benché anch’essa abbia subito non poche trasformazioni.

Alla fine dell”800 la casa appariva come un casermone popolare di chiara impronta nord-italiana, con una lunga balconata con ringhiera in ferro che percorreva tutta la facciata interna e rappresentava anche un camminamento.

La casa di Giulietta come appariva alla fine dell’Ottocento (immagine wikipedia)
La casa di Giulietta negli anni ’40 (immagine wikipedia)

L’idea del balcone arriva tra la fine degli anni ’30 e gli inizi degli anni ’40, quando Antonio Avena, storico italiano e direttore del museo civico veronese, ispirandosi ad un film hollywoodiano di quegli anni con Leslie Howard, che a sua volta si rifaceva al noto quadro di HayezL’ultimo bacio dato a Giulietta da Romeo, decise di avviare dei fantasiosi lavori di ristrutturazione, affinché la casa potesse effettivamente coincidere con quella che ormai si era diffusa nell’immaginario collettivo.

Il balcone di Giulietta infatti è in realtà un antico sarcofago scaligero, assemblato insieme ad alcuni resti marmorei che risalirebbero al XIV secolo.

Balcone di Giulietta

Oggi il sito è uno dei monumenti più famosi di Verona. Sono tanti i giovani innamorati e fidanzati che accorrono alla casa di Giulietta per trovare o testimoniare l’amore, con lettere a sfondo amoroso lasciate sul muro dell’andito della casa, e per fare il rito propiziatorio di toccare il seno alla statua in bronzo di Giulietta posta nel cortile: «Il balcone di Giulietta – ha detto il sindaco Federico Sboarina in merito al restauro – è senza dubbio il nostro monumento turistico più visitato e conservarlo in tutto il suo splendore è doveroso anche nei confronti delle migliaia di turisti che ogni anno vengono ad ammirarlo».

Amanda Seyfried in una scena del film Letters to Juliet (2010) mentre attacca al muro la sua lettera

I lavori hanno interessato sia la parte statica, sia quella dei materiali, che sono stati esaminati con specifiche tecniche di conservazione. Grazie a questo intervento, che ha permesso la pulitura di tutto il balcone, sigillando alcune lesioni dello stesso e il consolidamento di alcune pietre in tufo, i visitatori potranno adesso ammirarlo in tutto il suo splendore. A protezione è stata applicata su tutta la superficie, compreso il piano di calpestio, un materiale impermeabile, per preservare questo splendore ritrovato.

Non so voi, ma mi emoziona molto l’idea di vedere (e conto di farlo quanto prima) questo luogo che, benché sia una sorta di quinta teatrale ispirato ad una storia di pura fantasia, rappresenta oggi il tempio dell’amore per antonomasia, ed è permeato di quel romanticismo e quella fede incrollabile che ci dà la certezza che l’anima gemella esiste per tutti, bisogna soltanto crederci intensamente.

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Weekend a Venezia, tra arte, cultura e suggestioni arabeggianti

Il mio viaggio a Venezia inizia con lo stupore. Sì, perché il treno, poco prima di arrivare nella Stazione di Venezia Santa Lucia, sembra quasi planare sull’acqua. Ai lati c’è solo il mare, e dinanzi a te l’isola una città di mattoni che a mano a mano diventa più grande fino ad avvolgerti.

Quando esci dalla stazione è invece il silenzio a sorprenderti: qui non ci sono le sirene delle ambulanze, i motori delle macchine, i clacson, e se senti suonare con veemenza, è probabilmente quello di qualche taxi che vuole farsi spazio tra una gondola e l’altra, mentre i motori sono quelli delle imbarcazioni che attraversano i canali della città. Persino la metropolitana qui viaggia sull’acqua, e i suoi vagoni sono battelli che traghettano cittadini e turisti da una parte all’altra, o forse sarebbe più corretto dire da una sponda all’altra.

Sento una comitiva di ragazzi ridere, divertirsi. Sono quasi tutti uomini e indossano delle t-shirt bianche con su scritto “amici della sposa”. È un addio al nubilato, la sposina è vestita di fucsia, e tenta di vendere dei biscotti ad 1€. Non ha molta fortuna, pare, ma si fanno scattare una foto tutti insieme all’arrivo in stazione. Probabilmente anche il loro weekend, come il mio, è appena iniziato.

Passeggiando tra i vicoli, scorgo piante e rampicanti spuntare da balconi e finestre: come fa una natura tanto rigogliosa a crescere in quei piccoli spazi? Il che è un paradosso se si considera che Venezia, è stata costruita sopra una laguna di acqua salata, dove persino gli alberi sono radi per le strade.

Entro nella Chiesa di Santa Lucia, impossibile non farlo. Al suo interno stanno celebrando un matrimonio con rito bizantino. La messa è tutta cantata, non so in che lingua, non riconosco le parole, ma ne percepisco la sacralità. È quasi il momento dell’“incoronazione degli sposi”, che baciano i paramenti sacri mentre il sacerdote continua a cantare una cantilena strascicata. Faccio qualche foto, esco.

È molto forte il retrogusto orientale tra i vicoli di questa città, di fondazione bizantina che tanti rapporti ha avuto con il mondo arabo, che le ha lasciato tracce visibili sulle facciate dei palazzi che ancora si fregiano del caratteristico gotico veneziano, che rasenta una casbah.

Mentre io a stento riesco ad orientarmi tra questi meravigliosi vicoli e canali, c’è persino chi invece trova la direzione di La Mecca durante la ṣalāt, la preghiera canonica islamica, e si inginocchia su di un tappeto in un angolo appartato.

Se come me avevate visto Venezia solo virtualmente giocando a Tomb Raider 2 negli anni ’90, comprenderete che la finzione non è molto diversa dalla realtà: come nel videogame persino trovare Piazza San Marco può trasformarsi in un gioco di piccoli indizi scritti talvolta addirittura a penna sui muri o tra l’insegna luminosa di un negozio.

Sembra infatti che Venezia abbia sviluppato una propria segnaletica: qui non ci sono cartelli turistici marroni cui siamo abituati, ma segnali in giallo che indicano la direzione: Rialto, l’Accademia, San Marco diventano punti cardinali di una topografia intricata.

I sestrieri di Venezia, le sei zone della città, sono composti da circa 121 isole, collegate tra loro da 435 ponti. Nessun ponte è uguale all’altro. Pur avendo la medesima funzione, sembra che ognuno la esprima nel proprio personalissimo modo: di pietra, di ferro, di legno, con parapetto, ringhiera o balaustra. Ogni ponte è un piccolo scorcio, il che potrebbe portarvi per tutto il soggiorno la smania di catturare il ponte perfetto, con la luce perfetta, con la gondola perfetta.

Le gondole. Questa caratteristica imbarcazione nera dalla forma oblunga che sfila sull’acqua, è una delle attrazioni principali per i turisti, non solo per quelli che, in ombrellino bianco e occhi sorridenti, decidono di attraversare i canali, ma anche per quelli che dalla terraferma li ammirano esterrefatti cercando inutilmente ogni volta di fotografare questa magia.

Ogni gondola è come un piccolo mondo a sé, con un proprio tema, un proprio “arredamento” che rispecchia la personalità e l’estro del gondoliere. Che ricordi la Cina, con dragoni e le fantasie cinesi dei salottini, che sia tappezzata di damasco rosso o d’oro.

Tra le chicche di Venezia c’è quella della Libreria Acqua Alta, elogiata da più siti come una delle librerie più belle del mondo. Quasi sommersa, si trova in un negozio raso terra, la cui uscita secondaria dà direttamente su di un canale. È una suggestiva atmosfera quella che attira lettori e curiosi che accorrono qui a vedere gondole e vasche da bagno piene di volumi, e scale fatte di libri che è possibile salire, scalando idealmente il sapere umano.

Forse l’80% dei negozi veneziani sono botteghe di souvenir o vere e proprie boutique di creazioni di Murano, i coloratissimi vetri preziosi che tanta fortuna nel mondo hanno fatto di questo luogo magico. Ed è imprescindibile andare a Venezia senza fare una capatina all’Isola di Murano, così mi sono diretto a Fondamenta Nove per prendere la “metro” che mi avrebbe portato a Murano Colonna, con una fermata intermedia a San Michele, il cimitero della città, manco a dirlo un’isola del riposo eterno.

Appena approdi a Murano sono tanti gli uomini che ti invitano a vedere la creazione dal vivo nelle fornaci del vetro di Murano. Alcuni laboratori vi adescheranno con il solo proposito di portarvi in negozi meno in vista e spingervi a comprare, altri, come un vero e proprio documentario in diretta, vi mostreranno la lavorazione del vetro soffiato e del vetro massello, con tanto di presentazione in doppia lingua. Alla fine dello spettacolo il proposito è quello, la vendita, e se consideravo cari i negozi a Venezia, sperando di trovare a Murano un più diretto contatto tra produttore e consumatore, devo ricredermi: il “listino” è più o meno lo stesso, e anche all’interno di alcuni laboratori di produzione di vetro, bisogna stare attenti che sulle mensole delle esposizioni non vi siano microscopiche etichette che indicano che in realtà il prodotto sia stato importato dall’estero. Non ci sono mezze misure: o bisogna pagare tanto per acquistare un pezzo senza dubbio artigianale, o si finisce col prendere un soprammobile a 20 € per poi scoprire che è made in China.

Naturalmente non si può venire a Venezia senza passare dalla mastodontica Piazza San Marco per apprezzarne l’aristocratica architettura, lo storico Caffè Florian, il leone simbolo della Serenissima, la colossale Basilica che dà il nome allo spiazzo.

La Basilica di San Marco. Una monumentale costruzione fatta di oro, di pietre preziose, di statue e colonne, e di quelle cupole che mi riportano di nuovo in oriente, a Istanbul, a Santa Sofia.

All’interno della basilica è vietato fare foto.

Non si può fotografarla, San Marco, ma nemmeno raccontarla. Sarebbe d’altronde riduttivo provare a catturare in una foto tutto il suo splendore, così come riassumere la sua maestosità in poche righe. Tuttavia il senso di spiritualità è così forte, e così profondo, che si ha la sensazione di percorrere una basilica di luce e di oro. Giro su me stesso, e non è San Marco quella che vedo, ma Santa Sofia. Con le sue prospettive, gli scorci, gli ori, persino i tappeti persiani dei suoi musei, raccontano di un tempo in cui, proprio come una moschea, dovevano adornarla. Forse è più sottile di quanto crediamo la linea di demarcazione tra religioni e culture.

Il sapore glamour di Venezia è senza dubbio il Bellini. Questo noto cocktail nato nel 1948 all’Harry’s Bar del capoluogo veneto, è a base di prosecco e polpa di pesca bianca; il suo inventore, Giuseppe Cipriani, intitolò al pittore Giovanni Bellini, che dipinse la toga di un santo dello stesso colore rosa che caratterizza questo drink. La fama mondiale la si deve a personaggi quali Ernest Hemingway e Orson Welles, che ne sarebbero stati consumatori abituali. Ho amato il sapore fruttato di questo cocktail, la cui polpa lo rende più corposo e denso, perfetto per un aperitivo di metà serata tutto italiano.

La sera non può che concludersi in Piazza San Marco, al Caffè Florian o in piazza, ascoltando le orchestrine dei caffè in piazza che intonano arie classiche o noti brani italiani, aspettando l’imponente ingranaggio della Torre dell’Orologio segnare le ore, accarezzati dalla brezza marina sotto un cielo terso d’agosto di stelle cadenti.

Camminare di notte a Venezia è come muoversi attraverso la colossale scenografia di un teatro. Non è un caso che questa città sia anche la patria della Commedia all’italiana e che abbia dato i natali a geni come Goldoni: di notte qui tutto è teatralità, quinta, inedito backstage, persino un topolino che silenziosamente scappa in un vicolo o lo scroscio delle scure di un canale smosse dal remo di un gondoliere, si fanno spettacolo di cui sei parte anche tu.

Per altre immagini di Venezia e non solo, seguitemi su instagram @marianocervone

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Caravaggio, la forza delle Sette Opere di Misericordia a Napoli

Non ero mai stato al Pio Monte della Misericordia, il che è già un delitto per un napoletano, se a questo aggiungiamo che sono uno studioso ed un appassionato d’arte, la pena allora diventa addirittura capitale.

Sito in Via Tribunali, 253 a due passi dal Duomo, il Pio Monte, nato come ente benefico della città per aiutare gli oppressi e i bisognosi, custodisce uno dei Caravaggio di miglior fattura, le Sette Opere di Misericordia. Un’opera cardine nella lunga pagina della storia dell’arte, che segnerà un punto di rottura con la pittura precedente dell’artista milanese, e rappresenterà un vero e proprio punto di riferimento per tutti gli artisti del Sud Italia.

Qui bisogna considerare anche lo stato d’animo con cui Caravaggio dipinge l’opera. Accusato dell’omicidio di un uomo avvenuto durante una rissa, è costretto a fuggire da Roma a Napoli per evitare la pena di morte. Lontano dai suoi modelli e modelle abituali, dalle sue amicizie, dall’influenza che via via aveva acquisito nella Capitale e dai committenti romani, l’artista deve aver vissuto un senso di isolamento, solitudine e frustrazione. Le sue opere si fanno più cupe, quasi a riflettere questo suo sentimento da esiliato cui manca la madre patria, la tavolozza dei colori si spegne, abbracciando uno spettro terroso e meno brillante. Oggi Roma-Napoli può apparirci come una breve distanza, di un’ora appena di treno, ma ai tempi erano due mondi lontani e culturalmente molto diversi.

Tra la fine del 1606 e gli inizi del 1608 sono tante le opere che l’autore realizza. Da una Giuditta che decapita Oloferne a una Sacra Famiglia con San Giovanni battista, da Salomè con la testa del Battista a una prima versione di Davide con la testa di Golia.

Di questa vasta produzione soltanto due sono i dipinti rimasti a Napoli: le Sette Opere di Misericordia che, secondo un documento esposto all’interno della quadreria del Pio Monte, non deve essere spostato per nessun motivo né venduto per alcuna cifra, e la Flagellazione di Cristo di fatto di proprietà della Chiesa di San Domenico Maggiore ma custodito al Museo di Capodimonte.

Il terzo, quello che è considerato l’ultimo dipinto di Caravaggio, Il martirio di Sant’Orsola, è stato commissionato da Marcantonio Doria, di una nobile famiglia di Genova, ed è oggi custodito nella Galleria di Palazzo Zevallos a Napoli.

Caravaggio, Sette Opere di Misericordia

Le Sette Opere di Misericordia corporali, sono state commissionate da Luigi Carafa-Colonna, esponente della famiglia che protesse la fuga di Caravaggio nella città di Partenope, nonché membro della Congregazione del Pio Monte della Misericordia.

Trovarsi faccia a faccia con una delle opere più note di Caravaggio è una vera sfida, poiché si guarda l’opera eppure non si finisce mai di coglierne, tra le caratteristiche luci ed ombre tanto amate dall’artista, sfumature, scorci, volti che ci appaiono quasi all’improvviso. Come lo storpio, in basso a sinistra, che emerge dal buio: curare gli infermi, la stessa opera che rappresenta anche l’uomo nudo di spalle, di michelangiolesca memoria, vestito da un buon samaritano che con la spada divide il suo mantello, vestire gli ignudi.

È un quadro colto quello del pittore milanese, i cui riferimenti si rifanno anche alla storiografia romana di Valerio Massimo, autore del I sec. a.C., che ci racconta nei suoi Factorum et dictorum memorabilium di Cimone, condannato a morte per fame in carcere fu nutrito dal seno della figlia Pero, e per questo motivo graziato dai magistrati che fecero erigere in quello stesso luogo un tempio della Dea Pietà. Qui l’episodio è visto nella duplice veste di visitare i carcerati e, allo stesso tempo, dar da mangiare agli affamati.

Il pallore dei piedi di quello che presumibilmente è un cadavere ci ricordano di seppellire i morti, mentre un uomo che beve dalla mascella di un asino, memore del racconto biblico di Sansone, che ricorda di dar da bere agli assetati.

Infine l’ultimo, ospitare i pellegrini, è simboleggiato da un uomo con una conchiglia sul cappello, simbolo del pellegrinaggio verso Santiago de Compostela, e da un altro che gli indica un punto verso l’esterno, forse una locanda dove riposare o la sua stessa casa.

Un chiaro scuro netto, una rottura con il passato che segnerà tutta l’opera successiva di Caravaggio rendendolo autore immortale e maestro del vero, così bello da perdonare quasi una cattiva illuminazione che non rende perfettamente percepibile l’opera quasi in uno stato di penombra. È soltanto grazie ad un altorilievo, progetto per non-vedenti, che è possibile scorgere alcuni dettagli del quadro e scoprire che quello che dal basso appare uno sfregio della tela (in basso a sinistra), è in realtà la spada che riluce dell’uomo che taglia le sue vesti.

Una scena concitata senza un vero e proprio punto focale, che suscitò molto scalpore per le possenti braccia degli angeli, che irrompono nella parte alta del quadro, sorreggendo la Madonna con il bambino che nella sua composizione ricorda molto la Madonna della Seggiola di Raffaello Sanzio. L’ombra delle apparizioni celesti è proiettata sulla prigione, chiaro segno di una concreta presenza anche nella vita terrena dell’Uomo.

INTERNATTUALE

Amatrice, da borgo più bello d’Italia a paese fantasma

Era il perfetto affresco dell’Italia nel mondo, Amatrice, piccolo comune di poco più di duemila anime nella provincia di Rieti, non solo per quel sugo, eletto nel 2015 tra i borghi più belli d’Italia secondo l’associazione omonima che ne ha apprezzato le architetture, l’atmosfera, la gente.

Era, perché Amatrice è stato duramente colpito da un violento sisma di magnitudo 6.0 nella notte del 24 agosto. Un paese che, come fu per Pompei in questo stesso giorno di 2000 anni fa con l’eruzione del Vesuvio, è stato polverizzato da uno di quei terremoti che non perdonano. Questo week-end Amatrice avrebbe celebrato quel piatto, L’Amatriciana, cui dà il nome, diventato simbolo della romanità nel Bel Paese, nel cinquantesimo anniversario di una sagra particolarmente attesa quest’anno.

Amatrice Torre Terremoto 2016 - internettuale
Amatrice, corso: prima e dopo il terremoto

Tutto adesso è morte e distruzione. Bambini, uomini, donne, intere famiglie hanno perso la vita o sono state tragicamente spezzate, perdendo ogni cosa. Le proprie case, i propri affetti, gli oggetti di una vita che nessun indennizzo, nessuna assistenza, nessun accampamento per la notte potrà mai restituire.

Chiesa Sant'Agostino Amatrice 2016 terremoto - internettuale
Chiesa di Sant’Agostino, Amatrice – prima e dopo il terremoto

Come quelle strutture amatriciane simbolo del paese: la Chiesa di Sant’Agostino, eretta nel XV secolo per volere dei monaci Agostiniani, la cui costruzione è attribuita a Giovanni dell’Amatrice. Sarà nel XVIII secolo che il complesso ecclesiastico verrà dedicato a Sant’Agostino.

La chiesa aveva già subito diversi danni a seguito di un incendio nel ‘600 e nel ‘700, e svariati rimaneggiamenti dal 1845 fino al 1930, quando l’originaria apertura rettangolare della facciata venne sostituita dall’odierno rosone. Il terremoto della scorsa notte l’ha fatta crollare come una casetta di marzapane, e della chiesa, crollata per lo più su se stessa, restano adesso solo le fondamenta.

terremoto Amatrice
Amatrice, orologio

La Torre Civica del XII secolo, che adesso svetta sui tetti di una cittadina distrutta, e il suo severo orologio, il quale, come un drappo di lutto, segna ancora il momento in cui alle 3.36 l’inferno si è scatenato sulla terra.

Sono oltre 120 le vittime in continua crescita di questa ennesima catastrofe naturale tutta italiana, in una zona, quella appenninica, che già nel 2009 mostrò la sua furia alla vicina L’Aquila.

Ha il volto di una città fantasma adesso, Amatrice, dalle cui macerie ancora si odono le grida straziate di chi, scampato alla morte, chiede aiuto dalle case che l’hanno inghiottito.

Sono impressionanti le immagini che giungono dalla rete o dalla televisione, che si sono propagate velocemente dai social in primis: twitter, e poi i notiziari che a mano a mano hanno provato a ricostruire e dare un senso ad un cataclisma che un senso proprio non ce l’ha.

Amatrice, 24 agosto 2016 (AP Photo/Alessandra Tarantino)
Amatrice, 24 agosto 2016
(AP Photo/Alessandra Tarantino)

La terra ha tremato da Rimini fino a Napoli, dove le case sono state scosse, le porte hanno scricchiolato, i lampadari hanno dondolato, lasciando una popolazione sgomenta che presagiva in quelle oscillazioni nel cuore della notte una catastrofe ben più grave.

PEZZOPANE Amatrice Fidanzato selfie - internettualeIronia, polemiche, un po’ di cattivo gusto. Internet si trasforma per scherzo o solidarietà in un macabro luogo di necrologi virtuali, dove c’è chi si scatta selfie vicino ai palazzi crollati, tra coloro che si ergono a improbabili giornalisti di cattive notizie e quelli che invece si credono testimonial mediatici incitando, per moda, gli amici su facebook ad essere solidali.

Amatrice uomo maglia rossa simbolo terremoto 2016 - internettualeAmatrice è oggi il volto di un’Italia ferita, un’Italia che, al pari di una donna che trascura sé stessa, vede sfiorire la sua bellezza: gli occhi dei suoi monumenti si chiudono, l’anima della sua gente si spegne per sempre, il suo volto sfregiato dal dolore.

Il copione della vita si ripete: le autorità che esprimono il loro inutile cordoglio di circostanza, i soccorsi che celermente estraggono sopravvissuti e cadaveri, SMS solidali. Macerie, macerie ovunque.

Amatrice come Aleppo. A guardarla oggi sembra una città bombardata, una città in guerra, sepolta da sé stessa e dalla negligenza di uno Stato cui non basta la ciclicità di tragedie come questa, il ripetersi di dinamiche che sono sempre uguali a loro stesse. L’immagine dell’Italia, come nel 2009 e nel 2012 e in questo 2016, continua ad essere quella di un Paese che non sa prendersi cura dei suoi cittadini, dei suoi tesori, di sé stesso e, come in una tragedia Shakespeariana, le pene dei padri continuano a ricadere sui propri eredi.

Amatrice Terremoto Pietà simbolo 2016 - internettuale

ART NEWS, LIFESTYLE

Capri: ecco cosa vedere almeno una volta sull’Isola dell’Amore

Una visita a Capri deve rigorosamente iniziare con un viaggio a bordo di un traghetto Caremar.

In piena atmosfera anni ’70 – ’80, i battelli Caremar sono quelli della traversata “lenta”. Un’ora e mezza per passare dalle acque scure di Napoli del Molo Porta Di Massa a quelle limpide dei fondali in pietra capresi, che con il caratteristico colore azzurro-turchese hanno fatto la fortuna e la fama dell’Isola sin dalla notte dei tempi. Non è un caso infatti che l’Imperatore Tiberio la scelse quale dimora, quando decise di allontanarsi da Roma, né che glamour e arte passeggino fianco a fianco per le stradine dell’isola, tra vetrine di corallo e glicini in fior. Era così che la cantava Claudio Villa in un noto brano del 1949, che ancora oggi rappresenta la fedele fotografia di un mondo altro.

Capri Taxi - internettuale
Capri, Taxi

È a bordo di un battello fumoso che ha inizio questo viaggio verso un’altra epoca, dove i TAXI hanno ancora il fascino di vecchie auto decapottabili FIAT dai colori sgargianti. Si respira l’aria salina del mare, mista a quella caliginosa della nave. Si comincia a familiarizzare con i volti degli altri passeggeri, persone che sull’isola ci andranno per un solo giorno o una vacanza, tra la brezza della nave in movimento e le strida dei gabbiani attirati dalle sirene che annunciano la partenza.

Capri veduta terrazza - internettualeIl personale di bordo è discreto, impercettibile, se si esclude la sola convalida del biglietto all’imbarco. La traversata è un piacere per i sensi: ci si sente appagati osservando la costa napoletana che si allontana, la sagoma rossa del faro del Molo Beverello, la statua di San Gennaro che sembra salutare i passanti che vanno e vengono dal porto della città.

E se si desidera appagare anche il proprio palato, è possibile farlo in perfetto stile napoletano, gustando uno squisito caffè Toraldo al bar di bordo, osservando il mare dalle ampie finestre.

Particolarmente estiva la schiera di divanetti sotto coperta, dalle nuance fredde che vanno dal blu cobalto al turchese, disseminata su di una moquette dello stesso colore tipica degli anni ’80.

A terra Capri è caos, colori, creatività. Tassì che chiamano a gran voce, autobus affollati, code per la funicolare. La gente si confonde tra i negozi di souvenir e le strade che portano alla mitica piazzetta, icona dell’isola in tutto il mondo.
Capri orologio - internettualeBisogna camminare per quasi un chilometro in salita, se si decide di escludere la Funicolare, inerpicandosi tra le stradine scoscese dell’isola, quelle delle ville dalle porte colorate e dai giardini dal gusto esotico, per arrivare a Piazza Umberto, la “piazzetta”, come la chiamano tutti, vera icona dell’isola in tutto il mondo, con i suoi ombrelloni, i tavolini dei caffè alla moda e le piccole boutique dei grandi brand del lusso.

Giardini di Augusto Capri maioliche - internettuale
I Giardini di Augusto, maioliche

Se a Capri tutto è lusso e proibitivo, vedere i Faraglioni, scoglioni nel mare vero monumento naturale, non è mai stato così economico: basta proseguire verso i Giardini di Augusto, e per un solo euro si avrà tutta l’isola ai propri piedi.

Capri Via Krupp - internettuale
Via Krupp, Capri

Dedicati suggestivamente all’Imperatore romano, la creazione di questo piccolo parco cittadino risale in realtà al XX secolo, quando Friedrich Alfred Krupp acquista il terreno con l’intenzione, mai realizzata, di costruirvi una villa. Oggi i giardini offrono un vero e proprio compendio di tutta la flora dell’isola, e ne consentono una visione a 360 gradi: dagli imponenti Faraglioni, stagliati nel mare, alle spiagge e gli yatch, passando per la sinuosa Via Krupp, che ancora porta il nome dell’industriale tedesco che dà ad un’altra spiaggia dell’isola su Marina Piccola.

Le botteghe delle porcellane dipinte a mano sono una gioia per gli occhi: dalle vivaci e variopinte ceramiche di Vietri, a quelle opache e calde di Caltagirone, passando per le finissime creazioni di Capodimonte, ci si può perdere avvolti dalle forme e i colori di queste straordinarie opere d’arte.

Se invece siede preda della “sindrome di Proust” e, come lo scrittore con le sue amate madeleine, volete ricordare Capri attraverso il suo profumo, allora una fragranza Carthusia è la scelta giusta. Secondo la storia della maison di profumi capresi, nel 1948 il Priore della Certosa di San Giacomo, su licenza del Papa, ritrova le vecchie formule dei profumi, svelandole ad un chimico piemontese che fondò un piccolo laboratorio che, in onore della Certosa, chiamò appunto Carthusia. Se la tradizione e il logo liberty creato da Mario Laboccetta sono rimaste invariate, Carthusia ha saputo evolversi nel tempo, diventando un’azienda competitiva, e trasformandosi in un brand che, memore delle sue origini, continua ad innovarsi nel segno della contemporaneità.

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Certosa di San Giacomo, dai Giardini di Augusto

Tra gli edifici architettonici più famosi di Capri, la Certosa di San Giacomo è senza dubbio la più caratteristica. Costruita nella metà del 1300, grazie al Conte Giacomo Arcucci, è un edificio in stile romanico contraddistinto dalla clausura del monastero annesso. Grazie al benestare della Regina Giovanna, il monastero e i monaci certosini continuarono a godere dei propri privilegi nonostante le vicende che dal XIV al XVI secolo segnarono il Regno di Napoli.

Nel XIX secolo Giacchino Murat ne confisca tutti i beni e dopo la seconda guerra mondiale i canonici vengono allontanati. Dal 1975 è sede del museo dedicato a Karl Wilhelm Diefenbach, pittore morto sull’isola nel 1913.

Per gli amanti della storia dell’arte invece Villa Jovis sarà una tappa obbligata: situata sulla vetta del Monte Tiberio, si tratta di un’antica domus romana del I secolo, dove l’imperatore Tiberio continuò a governare l’Impero Romano per ben undici anni, facendo, di fatto, di questa piccola isola la guida dell’Impero Romano, e per noi posteri un luogo d’incanto che continua da secoli a farci sognare.

ART NEWS

“Napoli Sotterranea”, l’altro volto di una Napoli da scoprire

Da oltre trent’anni Napoli Sotterranea si è trasformata in una tappa imprescindibile per chi va a Napoli per la prima volta. Questo luogo infatti non è soltanto uno dei tanti siti archeologici che punteggiano la città, ma una porta su di un passato recente che ci fa scoprire il volto complementare di Napoli, il negativo fotografico in pietra di quella cartolina che tutti conoscono.

Napoli Sotterranea oggetti 2016 - internettualeNapoli Sotterranea non è più soltanto uno degli accessi al sottosuolo del capoluogo partenopeo, ma l’affresco di quella mentalità tipicamente napoletana dell’arte di arrangiarsi e di sopravvivere: sopravvivere alla storia, sopravvivere agli orrori della guerra, sopravvivere a se stessa.

Come molti siti omologhi, gli ambienti, molto ampi, nascono come cave di estrazione ad opera dei Cumani e Greci che insediarono la penisola a partire dall’VII secolo, e dal IV cominciarono i lavori per estrarre il tufo giallo, pietra friabile e porosa di origine vulcanica tipica della città, con la quale sono stati costruiti gli edifici sovrastanti.

È con l’avvento dell’ingegneria romana che queste cave iniziano ad essere trasformate in cisterne, alimentando un complesso acquedotto che porterà l’acqua all’allora Neapolis greco-romane direttamente dalle sorgenti della Bolla.

Da questo momento fino alla fine del 1800, gli ambienti funzioneranno come acquedotto, attraverso il sistema di estrazione dell’acqua con anfore in ceramica, che consentivano con il loro peso di essere immerse completamente nei pozzi per essere tirate su attraverso un sistema di carrucole e corde o, semplicemente, a mano.

Con lo scoppio del colera nella città nella prima metà dell’800, l’acquedotto venne dismesso, ritrovando nell’acqua l’origine della pestilenza, dovuta alla contaminazione del sistema fognario costruito al di sopra, che contaminava con i liquami l’acqua all’interno delle cisterne.

Sarà negli anni della prima guerra mondiale che gli ambienti vengono utilizzati come depositi per nascondere armi, mentre a partire dal 1940, durante la Seconda Guerra Mondiale, si comprende che non si bombardano più solo i siti strategici come nella prima, ma anche le zone residenziali. È così che i cittadini vi troveranno rifugio durante i bombardamenti e, talvolta, anche vere e proprie abitazioni provvisorie.

Napoli Sotterranea coltivazione basilico 2016 - internettualeStoria a parte, Napoli Sotterranea è una suggestiva esperienza da fare da soli o, meglio, con un nutrito gruppo. Si fa quasi mistico infatti il camminamento in un passaggio stretto dell’acqua, illuminati solo dalla propria candela che si regge lungo il percorso, mentre invogliano a ritornare ciclicamente gli esperimenti botanici attualmente condotti nei sotterranei. All’interno delle sale infatti si conducono diversi studi sulla crescita delle piante illuminate solo artificialmente e mai innaffiate, poiché la loro vita è resa possibile dall’alto tasso di umidità del sito pari all’80%.

Il percorso porta i visitatori attraverso i vicoli caratteristici della città, quelli dei panni stesi, del vociare, dei colori. La Napoli delle rovine romane inglobate nei palazzi per ritrovare una nuova vita nell’era moderna. Come l’anfiteatro nel quartiere San Lorenzo, dove Svetonio racconta del debutto in scena di un giovane (imperatore) Nerone, musico e cantante per diletto, che si sarebbe esibito qui.

Di grande fascino la sala dedicata al presepio napoletano, con scene di vita quotidiane e tenere natività, in autentiche teche di legno settecentesche.

Bombe inesplose sospese sulla testa dei visitatori, vecchi oggetti appartenuti a chi in quei luoghi non vi ha trovato solo riparo, ma la salvezza e, forse, un’altra vita.

Tra il merchandising del ricco shop center di “Napoli Sotterranea”, da provare il vino tufello, disponibile, tra l’altro, nelle due varianti di Falanghina bianca e Aglianico rosso.

Il sito è attualmente gestito dal signor Enzo Albertini, responsabile dell’Associazione che lo gestisce e se ne occupa.

Straordinario lo staff, costituito per lo più da ragazzi entusiasti, di grande umanità, che raccontano con passione la storia della propria città. Una speciale menzione, per la bellissima visita, a Grazia, che con professionalità, passione e un pizzico di ironia ha saputo conquistarci e guidarci alla scoperta di un altro volto di Napoli.