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Al Museo del Bargello a Firenze una mostra sulle porcellane Richard Ginori

Nata per volontà del marchese Carlo Ginori nel 1735, l’omonima fabbrica di prestigiose porcellane sorse in una villa di sua proprietà a Doccia (oggi Sesto Fiorentino), trasformandosi in breve tempo in una delle più raffinate manifatture europee. I discendenti del marchese continueranno ad occuparsene fino al 1896, quando il marchio si fonderà con la milanese Richard, dando origine a quella che oggi è Richard Ginori.

Maniffattura di Doccia (Gaspero Bruschi).Venere dei Medici (dall’antico), porcellana

Una lavorazione di pregio, con decorazioni e disegni originali che troveranno la massima espressione nelle decorazioni pittoriche “a veduta”, ad opera del fiorentino Ferdinando Ammannati, già pittore nella Reale Fabbrica di Re Ferdinando di Borbone, il quale trasferirà a Doccia il gusto neoclassico appreso e apprezzato a Napoli.

Famose le decorazioni con le vedute tipiche del tempo: dalle rovine di Pompei che caratterizzarono l’arte nella metà del ‘700 alternandosi a scene mitologiche, alla raffigurazione di piazze e palazzi di Napoli, Roma e del territorio toscano in genere.

Chi mi conosce sa che amo particolarmente questa fabbrica, a mio avviso tra le più raffinate e belle d’Italia, non solo per la sua produzione ormai storica, ma anche per le porcellane contemporanee dall’intramontabile gusto classico. Oggi alcune di quelle creazioni di pregio sono visibili all’interno del Museo di Capodimonte a Napoli, ma sono felice di segnalare una bellissima iniziativa culturale.

Il Museo Nazionale del Bargello a Firenze inaugurerà il prossimo maggio una mostra sulle statue di porcellana prodotte a Doccia. La fabbrica della bellezza. La manifattura Ginori e il suo popolo di statue, questo il titolo, è la prima rassegna in Italia che pone al centro il noto marchio.

Dal 18 maggio fino al prossimo 1 ottobre 2017 i visitatori potranno ammirare la produzione di sculture prodotte nel primo periodo, che dialogheranno così con le collezioni permanenti del museo, ma anche con una serie di cere, terrecotte e bronzi che le hanno ispirate e ne hanno fatto da modello per la loro realizzazione.

Il percorso si articola in due principali nuclei, che racconteranno la storia di questa fabbrica, la sua nascita e la formazione e la trasformazione di una invenzione di scultura in porcellana.

Ma la mostra non ha soltanto un ruolo culturale, ma anche il compito sociale di porre l’accento sul Museo di Doccia, chiuso dal maggio del 2014, e tentare di scuotere l’opinione pubblica non solo dei i fiorentini, ma di tutti i visitatori, affinché riscoprano il valore di un orgoglio tutto italiano.

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Helmut Newton, tra moda e erotismo al PAN di Napoli fino al 18 giugno

È imprescindibile per un amante della fotografia o un semplice appassionato imparare dai grandi maestri che di quest’arte hanno fatto scuola e ne hanno fatto la storia. Uno fra tutti Helmut Newton, cui il Palazzo delle Arti di Napoli ha dedicato un’ampia retrospettiva, aperta al pubblico fino al prossimo 18 giugno.

FOTOGRAFIE White Women / Sleepless Nights / Big Nudes, questo il titolo della rassegna, che in tre sezioni ripercorre le principali fasi della carriera del noto fotografo americano, ispirate ai primi tre volumi pubblicati da Newton tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80.

Helmut Newton, French Vogue, Melbourne 1973

Scatti glamour, che hanno catturato volti, sguardi, espressività di top model, attrici e artisti, da Charlotte Rampling a Andy Warhol.

Chi mi segue su instagram ha già visto qualche scatto, ma chi non ha visto questa mostra dal vivo ignora che ti immergi non solo in un’altra epoca, guardando le fotografie di Newton, ma in un altro mondo.

Lusso e bellezza. È con questo binomio che si potrebbe riassumere la fotografia di Newton, le cui immagini sono patinate, eleganti, vagamente erotiche e trasgressive, ma mai volgari.

Tre sezioni in cui, a dispetto dei numeri che contraddistinguono le opere, non c’è un vero e proprio percorso di visita, ma tutto è fluido, liquido, come l’acqua delle piscine spesso fotografate da Helmut. Sì, la piscina, che in Newton si fa totem irraggiungibile del lusso, un luogo misterioso, in cui avvengono incontri. Un elemento che è quasi un’ossessione per il fotografo tedesco naturalizzato statunitense.

In questi anni Newton osa, porta la fotografia di moda fuori dagli studi di posa e dalle fredde luci dei bank.

Giardini rinascimentali, dimore storiche, prati si trasformano in inconsapevoli scenari di pose plastiche e amori saffici. Ma anche uffici, suite, alberghi e sedi di grandi brand di moda.

a sinistra Helmut Newton, Elsa Peretti, 1970 a destra Ariana Grande 2016

È un mondo lezioso quello che racconta Newton, che lo documenta e lo eviscera fino a farne quasi fredda parodia di sé stesso. Un mondo a tratti fetish, che occhieggia al bondage con straordinaria modernità. Impressionante quanto l’eredità di Newton si faccia sentire ancora oggi. Basta guardare le immagini promozionali dell’album Dangerous Woman del 2016, della cantante Ariana Grande, per percepire una chiara impronta newtoniana.

Helmut Newton, Tied Up Torso, Ramatuelle 1980

Attrici, grandi metropoli statunitensi o scorci italiani. Da Parigi a Berlino, da Nizza al Senegal. La fotografia di Helmut ha girato tutto il mondo, rivoluzionando il mondo della moda.

Quasi imbarazzano lo spettatore i Big Nudes per la loro potenza. Donne completamente nude a grandezza naturale, i Big Nudes sono una serie fotografica ispirata ai manifesti diffusi dalla polizia tedesca per ricercare gli appartenenti al gruppo terroristico della RAF. Helmut ebbe l’idea di catturare dei nudi con una macchina fotografica di dimensione media con l’intento di farne delle gigantografie.

Dopo una grande rassegna su McCurry, il PAN ospita un altro grande nome del panorama fotografico mondiale.

sopra Helmut Newton, Bergstrom over Paris, 1976 sotto Velasquez, Venere allo specchio, 1648

Una fotografia colta, quella di Newton, i cui potenti nudi occhieggiano all’eroicità della nudità greca, affondando le radici nella storia dell’arte italiana con omaggi a tratti impercettibili, altre volte invece un chiaro riferimento a quei grandi maestri che hanno tracciato il percorso da dove ha avuto origine tutto.

Curata da curata da Matthias Harder e Denis Curti, l’idea nasce nel 2011 da June Newton, vedova del fotografo. Promossa dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, la mostra è organizzata da Civita Mostre in collaborazione con la Helmut Newton Foundation, e accompagnata da una pubblicazione edita da Marsilio.

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Bill Viola: “Rinascimento Elettronico” a Palazzo Strozzi a Firenze fino al 23 luglio

Un fuoco. Una videoinstallazione di un grande incendio, i cui crepitii si propagano in tutta la sala, e per un momento Palazzo Strozzi sembra bruciare davvero. Non poteva che iniziare così la mostra di Bill Viola, Rinascimento Elettronico, a Firenze fino al 23 luglio 2017, dove sono stato ospite durante il mio soggiorno fiorentino

Una performance di Phil Esposito, proveniente dallo studio dell’artista, che si lascia idealmente divorare dalle fiamme, diventando egli stesso fuoco. Un fuoco che è passione, un fuoco che è purificazione, un fuoco che è luce, morte, rinascita, rinascimento.

Fuoco, che si trasforma in acqua dall’altra parte della sala, dove specularmente è proiettato un video dove tutto invece è travolto dall’acqua. L’acqua, l’elemento principe nella video-art di Viola, con cui si misurerà sin dai primi esordi alla fine degli anni ’70.

Due facce della stessa medaglia, due aspetti del ciclo vitale: l’acqua e il fuoco, componenti essenziali, e talvolta devastatrici, della vita stessa dell’Uomo.

Bellissimo il dialogo dell’artista italo-americano con la Visitazione di Carmignano del Pontormo, che con i suoi video al rallenty che si ripetono in loop, sembrano riportare in vita il dipinto cinquecentesco, facendoci riflettere sul vento che gonfia le vesti delle donne ritratte dal pittore italiano, e al contempo ci restituisce un’idea fedele dei gesti, i sorrisi, le espressioni che il maestro della videoarte traspone in una indefinita contemporaneità.

Sorprende Il Sentiero, che mostra degli uomini e delle donne attraversare un bosco percorrendo in silenzio lo stesso cammino che, idealmente, si ritrova a percorrere anche il visitatore stesso per spostarsi nell’altra sala, quasi a diventare tutt’uno con l’arte di Viola.

Viola. Un cognome, che tradisce l’origine italiana del maestro americano. Viola, come il colore di una città, Firenze, cui questa mostra è intrinsecamente legata.

Il Rinascimento Elettronico di Viola è davvero un nuovo Rinascimento, contemporaneo, forte, che pone l’uomo al centro del suo lavoro, e che oggi come all’ora continua a far riflettere. Il raffronto con Andrea Di Bartolo pone l’accento proprio sul tempo e la spiritualità, con l’alternarsi delle stagioni, in una giornata, quella della stanza di Caterina che, metaforicamente, diventa la vita intera di ognuno di noi.

L’apice di questo percorso di storia dell’arte contemporanea è probabilmente il confronto con Masolino da Panicale, Cristo in Pietà, che nella versione di Bill diventa un’Emersione, che qui si fa manifesto dell’intera rassegna. Cristo che emerge dal sepolcro come un inerme eroe greco sconfitto in battaglia: diafano, indifeso, nudo, che tuttavia non vuole essere scabroso o scandalistico. Accanto a lui una Maria e una novella Maddalena, archetipi di quei legami incondizionati che derivano dal sangue e dall’amore.

Nella videoarte di Bill Viola la realtà è sospesa, a tratti stravolta e capovolta, ma resta intatta la sua forza di comunicazione.

Lungo il percorso museale trovano posto anche le opere più vecchie dell’artista, quelle su nastro, fino alle moderne tecnologie dell’alta definizione e dei pannelli LED.

La mostra, come nuova moda museale impone, presenta diverse appendici in giro per Firenze, negli Uffizi, ma anche nel Museo del Duomo, dove Viola incontra la Maddalena Penitente di Donatello, e ci mostra una donna, che spiritualmente ne eredita il ruolo, che nella forza dell’acqua ritrova quella catarsi, che alla fine di questo straordinario percorso diventa anche quella del visitatore stesso.

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Colosseo. Un’icona: duemila anni di storia, a Roma fino al 7 gennaio 2018

Dall’avvio dei lavori nel 69 d.C. sotto l’imperatore Vespasiano al film Lo chiamavano Jeeg Robot del 2016, passando per le settecentesche raffigurazioni del Gran Tour e la PopArt romana di Olivo Barbieri. È davvero grandiosa, come l’opera che celebra appunto, la mostra che ripercorre i duemila anni del Colosseo, storia che è allo stesso tempo anche quella del nostro paese e della nostra cultura.

Colosseo Olivo Barbieri - internettuale
il Colosseo di Olivo Barbieri

Parte oggi fino al prossimo 7 gennaio 2018, Colosseo. Un’icona, straordinaria rassegna, all’interno dello stesso Anfiteatro Flavio, che si propone di mostrare anche aspetti inediti o poco noti di uno dei monumenti italiani più famosi e visitati al mondo.

Forma ellittica, 52 metri di altezza, 188 metri di “lunghezza” (asse maggiore) per 156 di “larghezza” (l’asse minore), per una superficie complessiva di 3357 metri cubi, che poteva ospitare fino a 73.000 persone, e che oggi invece accoglie oltre sei milioni di visitatori l’anno. Sono solo alcuni dei numeri di questo straordinario edificio, che ha visto nei secoli non solo i gladiatori, ma anche attività commerciale, residenziale e religiosa che caratterizzò la sua vita durante il Medioevo.

Con la riscoperta del mondo classico, anche il Colosseo esercita un grande fascino sulla società rinascimentale, ispirando architetti e pittori. Luogo di martirio, nel Cinquecento diventa simbolico teatro della Via Crucis.

Con la ripresa degli ideali dell’Antica Roma e l’ideale prosecuzione di ciò che fu l’Impero, nel ventennio fascista diventa ideologico proscenio del potere.

Roman Holiday
La locandina del film Vacanze Romane, 1953

È con i primi film peplum, i primi kolossal in costume, che il monumento entra nell’immaginario collettivo di tutto il mondo: da Quo vadis? con una giovanissima Sophia Loren a Mangia Prega Ama, passando per La Dolce Vita e La Grande Bellezza sono tanti i film che hanno celebrato Roma, e il Colosseo, sul grande schermo. Lo dimostra un film-documento, a cura di Silvana Palumberi per Rai Teche negli anni 2000, con una photogallery dei film selezionati, ma anche il filmato Nuovo Cinema Colosseo, corto che in 23 minuti raccoglie i più importanti film cui il Colosseo ha fatto da sfondo: dal Gladiatore a Vacanze Romane, da La commare a Roma di Fellini.

La rassegna si articola in dodici sezioni ordinate cronologicamente che, come capitoli di un libro, riassumono le tante vite dell’anfiteatro romano, con modelli, studi, disegni, dipinti. Come il Colosseo che Carlo Lucangeli realizzò tra il 1790 e il 1812.

Colosseo di Lucangeli - internettuale
il Colosseo di Carlo Lucangeli, 1790-1812

Tanti i materiali, esposti qui per la prima volta, che ricostruiscono la vita medievale del monumento romano, per un insieme complessivo di centocinquanta opere e filmati rari, ottenuti grazie alla sinergia con l’Istituto Luce, Cinecittà, a cura di Giorgio Gosetti e Lorenza Micarelli – e la Casa del Cinema.

Curata da Rossella Rea, Serena Romano e Riccardo Santangeli Valenzani, con progetto di allestimento di Francesco Cellini e Maria Margarita Segarra Lagunes, la rassegna è promossa dalla Soprintendenza Speciale per il Colosseo e l’area archeologica centrale di Roma, con Electa, che per l’occasione pubblica anche The Colosseum Book, volume che propone alcuni dei tanti itinerari alla scoperta della fortuna post-antica dell’anfiteatro, con un’ampia raccolta di immagini a corredo, ma anche tante pagine letterarie che lo hanno celebrato e ne hanno fatto una vera icona senza tempo dell’arte e dell’archeologia italiana nel mondo.

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L’Art Déco, l’amore per il lusso e la modernità in mostra a Sogliano al Rubicone

per BROWSER e DESK queste tre foto titolo L'Art Deco' nella collezione Parenti
Vogue, Collezione Parenti

Dopo Caravaggio, la moda museale del momento è sicuramente l’Art Déco. Sono ben due, tutte in territorio romagnolo, le rassegne dedicate allo stile che negli anni ’20 ha segnato un’epoca, rappresentando, ancora oggi, una fonte di ispirazione per architetti e artisti di ogni decennio a venire.

Fino al prossimo 16 luglio, al Museo di Arte PoveraSogliano al Rubicone (in provincia di Forlì-Cesena), sarà infatti possibile ammirare Art Deco nella collezione Parenti. Moda e pubblicità nell’epoca dorata successiva al Liberty, questo il titolo della rassegna che mette insieme l’ampia Collezione Parenti, oltre 300 opere.

Sono molto legato a questi luoghi, chi mi segue su instagram lo sa bene.

Lavori grafici dal tratto inconfondibile, che raccontano una smodata passione per il lusso, una ricerca estetica del bello, esprimendo la gioia per la vita e la voglia di godersela in quelli che erano gli anni ruggenti, che ambivano soprattutto alla modernità. Automobili certo, ma anche abiti dal taglio moderno, per donne che iniziavano ad emanciparsi dal semplice ruolo di mogli e madri, ma anche una velata ricerca di sensualità e piacere.

art-deco-museo-di-arte-povera-sogliano-al-rubicone-internettualeLa mostra incontra un’altra importante rassegna su questo stile, quella dei  Musei di San Domenico a Forlì fino al prossimo 18 giugno.

All’interno di Palazzo Marcosanti i visitatori potranno ammirare le opere allestite, che raccontano la fioritura di una creatività che si diffuse presto in tutta Europa, e che in Italia ebbe una notevole influenza non soltanto negli stili architettonici, ma anche nelle arti decorative e nell’industria, rappresentando un germe di quello che fu la fioritura del design italiano.

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Elliott Erwitt a colori, da Febbraio a Palazzo Ducale a Genova

È un Elliott Erwitt inedito quello che i visitatori potranno vedere a Palazzo Ducale a Genova dall’11 febbraio fino al prossimo 16 luglio. Maestro indiscusso del bianco e nero, Erwitt ritorna adesso in una serie di scatti che lo vedono utilizzare i colori. Il fotografo statunitense lo fa attraverso due progetti dai quali attinge, due diversi archivi da cui estrae le foto per questa rassegna,, Kolor and The Art of Andre S Solidor. Queste due serie sono i due contenitori di eccezione delle opere del maestro quando aveva ricevuto i suoi incarichi editoriali.

135 scatti ineditamente a colori, che il maestro della fotografia, oggi quasi novantenne, ha personalmente selezionato rivisitando i suoi archivi Kodak.

USA. New York City. 1989. Fashion shoot.
USA. New York City. 1989. Fashion shoot.

Immutato il suo occhio irriverente sul mondo che qui si arricchisce di nuance e sfumature, con scatti dai contorni vagamente indefiniti e colori appena sbiaditi, ma in cui resiste tutta la forza e la capacità di comunicare e emozionare con l’immagine, raccontando sapientemente il mondo che lo circonda. Una visione a tratti caricaturale e ironica che si affianca alla serie “Solidor” in cui Erwitt ha saputo parodiare il mondo dell’arte contemporanea cogliendone i vezzi e i vizi, e le tante incoerenze e assurdità che caratterizzano quest’arte in perenne mutazione.

Elliott Erwitt

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Il Caravaggio della discordia

Da circa due giorni Il Mattino di Napoli sta versando fiumi di inchiostro gettando ombre sull’attribuzione a Caravaggio di una Maddalena Addolorata, attualmente esposta nella Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta nell’ambito della mostra i Tesori Nascosti, curata dal noto critico d’arte Vittorio Sgarbi.

A più riprese, il quotidiano partenopeo ha raccolto le voci dello storico dell’arte Nicola Spinosa, molto scettico a riguardo, e di Sylvain Bellenger, storico d’arte francese, da oltre un anno Direttore del Museo di Capodimonte.

Secondo Spinosa la città, già in possesso di tre Caravaggio non ha bisogno di altre (vere o presunte) opere del maestro milanese: «La gente andasse a vederle al Pio Monte, a Palazzo Zevallos e a Capodimonte» dice il critico, ritenendo che queste siano soltanto operazioni per “richiamare le folle”.

caravaggio_maddalenaaddolorata_1605-1606Dal canto suo, lo stesso Vittorio Sgarbi, curatore della mostra, tiene a precisare di non aver personalmente attribuito l’opera a Caravaggio, sul quale vige sempre l’opinabilità, ma che la paternità del quadro gli è stata attribuita da Francesco Petrucci, curatore di Palazzo Chigi, che ha riconosciuto in questo dipinto la mano del maestro lombardo.

Per Bellenger invece il problema non è tanto quello di portare altri due o tre Caravaggio nella città di Partenope, quanto quello di indagare il percorso artistico dell’artista a Napoli, senza tentativi di fare “un colpo di natura quasi esclusivamente mediatica”.

Il vero problema, aggiunge il direttore del Museo di Capodimonte, è la poca promozione del museo del Real Bosco: «Come si può accettare – si chiede Bellenger – che non ci sia nemmeno una segnalazione del museo di Capodimonte in città?».

Dunque sarebbe tutta colpa della scarsa segnaletica e della poca sensibilità da parte di enti e cittadini verso un museo, quello di Capodimonte che, oltre alla Crocifissione di Caravaggio, custodisce al suo interno i più importanti autori della scuola napoletana, Tiziano, Giotto e tanti altri autori della Storia dell’Arte italiana e non solo.

La Reggia di Versailles in Francia, dista dal centro di Parigi circa 21 chilometri, percorribili in media in quaranta minuti in auto e oltre cinquanta in treno, e quasi 20 € per accedervi. Eppure, nonostante la non facile posizione, il lungo tragitto in auto o in treno, riesce a registrare una media di cinque milioni di visitatori annui all’interno dello château e quasi otto milioni per i suoi bellissimi giardini.

I chilometri che separano il Museo di Capodimonte dal centro di Napoli sono quasi 5, che diventano appena 2 e mezzo se consideriamo come punto di riferimento il Museo Archeologico Nazionale. Con un costo di accesso al pubblico di 12 euro, riesce però a registrare soltanto poco più di 920.000 visitatori all’anno.

Poca promozione nel cuore del centro storico della città o scarsa attenzione alla comunicazione da parte del museo? Benché con alcuni eventi, come il prestigioso prestito di Vermeer, La donna con il liuto, dal Metropolitan di New York, Capodimonte stia riuscendo ad attirare l’attenzione dei giornali e addetti ai lavori, al museo pare ancora mancare quel quid che lo renda attraente per il grande pubblico. Se il Museo Archeologico è, nominalmente, associato all’archeologia, il Museo di Capodimonte, per un turista, è soltanto l’ennesimo museo nel mondo dalle collezioni indefinite. I turisti infatti non immaginano l’importanza degli autori che esso racchiude e custodisce: da Giotto a Tiziano, da Caravaggio a Warhol. Tutta colpa della poca attenzione che Capodimonte presta alla comunicazione e i social. Lo dimostra un logo non proprio avveniristico, che somiglia ad un effetto Wordpad degli anni ’90, lo dimostra anche il non aver fatto di alcun autore il proprio “manifesto”.

Si pensi alla Gioconda e a Leonardo Da Vinci, inconsciamente associati al Museo del Louvre, o alla Ragazza col Turbante (più nota ormai come Ragazza con l’Orecchino di Perla) di Vermeer, simbolo del Mauritshuis in Olanda.

Non una mancanza di rispetto verso le altre opere e ben altri autori, ma la volontà di trasformare nella propria “icona” un’immagine immediatamente riconoscibile, e che attragga i visitatori per una fama che va oltre gli stili pittorici o il valore in sé dell’opera stessa.

È questa la strategia, che Bellenger ha definito “Operazione San Gennaro”, utilizzata dalla Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta e dalla mostra i Tesori Nascosti: un’opera, un nome, che più di altri possa attirare il pubblico. Rendersi immediatamente riconoscibili, trasformando una sola opera nella “copertina” di un’antologia di ben altri e tanti autori di grande valore e talento.

Lungo il percorso espositivo infatti non c’è soltanto Caravaggio, ma autori quali Tiziano, Guercino, lo Spagnoletto, i quali però senza la giusta spinta probabilmente non avrebbero destato la curiosità ed il successo che la mostra invece sta riscuotendo in queste settimane.

È facile invece per un turista riconoscere il percorso caravaggesco a Napoli, a cominciare dal Pio Monte della Misericordia, prestigiosa quadreria partenopea, che prende proprio il nome dall’opera omonima del maestro lombardo, o a Palazzo Zevallos-Stigliano a Via Toledo, che dell’ultimo Caravaggio, Il Martirio di Sant’Orsola, ha fatto la sua punta di diamante.

caravaggio_-_la_morte_della_vergineSe, come annunciato da Vittorio Sgarbi lo scorso 5 dicembre, dovesse dunque arrivare l’Adorazione dei Magi al museo d’arte contemporanea MADRE, nulla toglierebbe agli altri Caravaggio in città, arricchendo un percorso storico-artistico cui si dovrebbe invitare i visitatori a scoprire con maggior sinergia e meno senso di competizione, poiché se tradizionalmente consideriamo Caravaggio un contemporaneo precursore della fotografia, è già per questo “moderno”, senza la necessità di ricercare forzatamente altri dialoghi con le collezioni permanenti del Museo Donna Regina.

Per quanto concerne invece l’autenticità dell’opera della Maddalena Addolorata, attualmente esposta alla Pietrasanta, non è possibile attribuirla con certezza certo, ma non è altrettanto possibile sconfessarla. Sì, è vero, forse Caravaggio non ha mai fatto studi preparatori delle sue opere, né ha mai replicato sé stesso, ma non è possibile escludere a priori che, in una determinata fase della sua carriera e ricerca artistica, per un motivo che oggi ancora ignoriamo, non ne abbia sentito il bisogno, e che dunque la Maddalena alla Pietrasanta non sia l’eccezionalità del caso. Se così fosse, sarebbe per questo motivo di grande e forse maggiore valenza artistica. La mancata documentazione scritta dunque può essere spiegata da quello che l’artista credeva solo un lavoro “estemporaneo” di preparazione per un’altra opera, la Morte della Vergine al Museo del Louvre a Parigi, dove la stessa Maddalena è posta in primo piano al capezzale della Vergine al centro della scena, e che questo dipinto potesse dunque servirgli per ritrarre una delle tante donne che hanno affollato la sua vita ed il suo letto.

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A Palazzo Altemps a Roma il vero volto di Antinoo

antinoo-ritratto-in-due-parti-palazzo-altemps-roma-2016-2017-ludovisi-internettualeIcona dell’antichità giunta fino ai giorni nostri, l’immagine di Antinoo è giunta fino a noi come archetipo di bellezza e di erotismo. Il giovane amato dall’Imperatore Adriano, annegato a soli diciannove anni nelle acque del Nilo, e trasformatosi, per volontà dell’Imperatore romano, in vera e propria divinità venerata da ben tre paesi per altrettante culture e iconografie. Il mito rivive oggi nella mostra Antinoo, ritratto in due parti a Roma.

Ad Antinoo infatti Adriano tributerà un’intera città, Antinopoli, sorta laddove il giovane incontrò la morte.

La sua figura è ritratta come dio egizio, giovane bacco o atleta virile, attraversando stili, epoche, culture.

Tra le opere più celebri che hanno riportato la sua immagine fino ai giorni nostri, l’Antinoo Ludovisi, conservato al Palazzo Altemps del Museo Nazionale Romano è probabilmente tra le più note: folti capelli ricci, carnose labbra imbronciate, occhi incavati, pelle liscissima. Il volto di Antinoo, giovane di origine orientale, ha insolitamente fattezze occidentali.

Deve essere stata questa in parte la scintilla che ha portato gli studiosi dell’Art Institute di Chicago a domandarsi se il busto conservato nel museo romano non corrispondesse in realtà ad un volto che è invece custodito presso il loro museo.

È grazie alla tecnica della scannerizzazione 3D che si è così potuto ottenere un primo confronto virtuale tra le due parti. Un’emozione, che ha portato l’entusiasmo degli studiosi alla stampa 3D dei due pezzi, che gli ha consentito di unirli fisicamente, completando le parti del volto ancora mancanti, con un algoritmo che ha presumibilmente ricostruito il volto per ciò che doveva essere davvero, e non dunque per la versione idealizzata e un po’ posticcia de busto Ludovisi.

antinoo-ritratto-in-due-parti-palazzo-altemps-roma-2016-2017-internettualeNe viene fuori una figura diversa, più orientaleggiante, con il naso vagamente schiacciato e la bocca grande. Lontana da quell’immagine “occidentale” che il ritratto romano ci aveva finora dato. Il confronto, tra le singole parti, quella romana e quella statunitense, e la ricostruzione, visibile in sala, di questo percorso di studi, è una vera emozione per il visitatore. Ci si sente ad un passo dalla storia entrando nella piccola sala del Museo Nazionale Romano, dove questo progetto resterà fino al prossimo 15 gennaio.

Si dice che la mente guardi soltanto ciò che conosce, e allora eccola lì la cicatrice sul volto del Ludovisi, la frattura che segna il punto in cui al busto Altemps è stato incollato il volto con le fattezze di un altro Antinoo, vero e proprio mito nell’antichità e nell’era rinascimentale.

Un’icona che si mostra al pubblico senza la sua maschera idealizzata, né quel canone idealizzato dall’immaginario degli artisti.

Due pezzi, una sola ricostruzione, tante colonne di marmo. È semplice e forse un po’ austero l’allestimento della mostra, eppure efficace, perché ci guida, sul fondo della sala alla scoperta del vero Antinoo, di quel busto ricostruito e strappato alla realtà per circostanza di cose, di quel puzzle, che almeno virtualmente è stato ricostruito e che finalmente i visitatori possono ammirare così come doveva apparire in origine.

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Il Museo Archeologico di Napoli celebra Carlo di Borbone fino a marzo

(ANSA) - NAPOLI, 12 DIC - mostra Carlo Borbone al Mann
(ANSA) – NAPOLI, 12 DIC – mostra Carlo Borbone al Mann

Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli si appresta, con un po’ di ritardo rispetto alla reale data dell’avvenimento, a festeggiare l’anniversario della nascita di Re Carlo di Borbone. Esattamente tre secoli fa infatti, il 20 gennaio del 1716, nasceva l’illuminato sovrano partenopeo, che contribuì alla potenza del glorioso Regno di Napoli.

Per l’occasione il MANN ha inaugurato ieri una mostra dedicata al re partenopeo. Fino al prossimo 16 marzo, cittadini e visitatori potranno ammirare opere, dipinti, disegni, sculture, affreschi, oggetti preziosi e documenti, tra cui ben 200 preziose matrici della Stamperia Reale.

L’offerta del noto Museo Archeologico si arricchisce così di una nuova e ampia sezione, che non soltanto celebra, ma restituisce ai napoletani e visitatori un aspetto inedito della figura del sovrano, vero e proprio luminare del suo tempo. È a lui infatti che si devono i primi scavi nei siti archeologici di Ercolano e Pompei. Carlo di Borbone ha saputo precorrere i tempi, mostrandosi anche un abile comunicatore globale.

La mostra è collegata ad altre due esposizioni “gemelle”, allestite in contemporanea a Madrid e a Città del Messico, dove sono custoditi alcuni gessi e disegni delle meraviglie che il Re, durante il suo regno, volle disseminare per trasmettere al mondo quella classicità, così in voca nel XIX secolo, senza tuttavia privare la città degli originali.

Paolo Giulierini, direttore del museo napoletano, punta, con questa iniziativa, al traguardo delle 500.000 visite alla fine di questo 2016, che erano state invece preventivate per il 2018, incrementando così gli ingressi al museo di circa il 30%.