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Il sogno d’amore di Chagall alla Basilica della Pietrasanta a Napoli

Si intitola Sogno d’amore e, profeticamente, arriverà a ridosso di San Valentino alla Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta a Napoli, fino al prossimo 30 giugno.

Più di 150 opere suddivise in quattro sezioni tematiche, e vedono la curatela di Dolores Durán Úcar, e la produzione di un brand leader del mondo dell’arte, il Gruppo Arthemisia che, reduce dal successo di ESCHER (al PAN fino ad aprile), approda in uno dei monumenti simbolo del centro storico del capoluogo partenopeo.

Russo di nascita, francese d’adozione, Mark Zacharovič Šagal, Chagall nella traslitterazione francese, proviene da una famiglia di origine ebraica nell’allora Impero Russo, l’attuale Bielorussia. Maggiore di nove fratelli, nelle sue opere indaga spesso i luoghi e i momenti della sua infanzia, tutto sommato serena a dispetto delle condizioni in cui erano costretti a vivere gli ebrei russi sotto il dominio degli zar.

Divenuto già noto in patria come artista, si trasferisce agli inizi del XX secolo a Parigi, ed entrò nell’orbita degli artisti del quartiere di Montparnasse, alternando rientri in patria, dove aderì ai movimenti rivoluzionari, per poi ritornare nella capitale francese a partire dal 1949, stabilendosi in Provenza.

Morirà a Saint-Paul-de-Vence a 97 anni.

Sin dai suoi anni giovanili Chagall fu sempre affascinato dalla Bibbia, che l’artista considerava come la più importante fonte di poesia e ispirazione artistica. È a partire dagli anni ’30 però che comincia concretamente ad interessarsene e inizia a studiarla con dedizione, tramutando i suoi studi in un vero e proprio lavoro grazie all’editore e mercante francese Ambroise Vollard, che gli commissionò una serie di tavole a tema biblico.

Altri lavori che l’artista aveva realizzato erano l’illustrazione de Le anime morte di Gogol’ e Le Favole di La Fontaine.

I suoi studi dei testi religiosi lo porteranno in Egitto, Siria, Palestina. Da questo momento è soprattutto la Bibbia che ispirerà gran parte dei suoi lavori.

Nella sua lunga vita e nella sua lunga carriera, sono tanti gli stili che abbraccia la sua arte: dalle avanguardie, che sfiorerà appena, al cubismo e fauvismo. I suoi dipinti, a metà tra mondi onirici e meraviglia, raccontano mondi fantastici e riferimenti religiosi attraverso colori vivaci e brillanti, anticipando l’espressionismo, e la corrente del Tachisme, quell’arte astratta nata in Francia, dove il colore è l’elemento dominante che va anche oltre la forma, verso il suo mondo di colori, verso un sogno d’amore senza tempo.

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Napoli: stazioni d’arte e metti da parte

Al Museo Archeologico Nazionale di Napoli è stata da poco inaugurata una mostra dedicata alle stazioni della metropolitana di Napoli. Meta di attrazione per turisti, per i loro colori e le architetture avveniristiche, le stazioni entrano con progetti, fotografie e rendering a far parte di Metro & The City, esposizione che fino al prossimo 31 dicembre 2018 si propone di ripercorrere la storia di questo ampio progetto.

Ma oltre le immagini promozionali, quali sono le reali condizioni di salute di queste opere?

Tra attese estenuanti, vagoni affollati e tratte ridotte, ho fatto un giro per le Stazioni dell’Arte, quel complesso, si legge letteralmente su wikipedia, artistico-funzionale composto da quindici fermate della metropolitana di Napoli, in cui è stata prestata particolare attenzione a rendere gli ambienti belli, confortevoli ed efficienti. Insomma una vera e propria opera d’arte (quasi) in movimento, che i turisti ci invidiano e vengono a frotte a vedere come un vero e proprio monumento, e che ha portato, nel 2012, l’elezione di TOLEDO come stazione più impressionante d’Europa, per il Daily Telegraph e addirittura più bella del mondo per la CNN, assegnando a MATERDEI un decoroso 13esimo posto su scala mondiale.

stazione UNIVERSITÀ

Un progetto nato nel 1995, che ha portato nel tempo installazioni d’arte anche in quelle stazioni originariamente non nate sotto questo concept che tuttora segue queste linee guida, come VANVITELLI, dove successivamente è stata applicata la sequenza di Fibonacci di Mario Merz.

Un vero e proprio museo d’arte contemporanea che i cittadini, attese a parte, possono percorrere al costo di 1,10 €, il biglietto di una corsa singola, e che ha portato artisti quali Joseph Kosuth, Michelangelo Pistoletto, Jannis Kounellis solo per citarne alcuni, senza considerare la copia in vetroresina dell’Ercole Farnese, il calco in bronzo della Testa di Cavallo (detta Carafa, il cui originale è all’interno del Museo Archeologico Nazionale di Napoli), o quella del Laocoonte.

Opere che hanno reso l’arte contemporanea senza dubbio più vicina, e sebbene i napoletani continuino ad ignorare quali siano i nomi degli artisti che hanno realizzato le installazioni che quotidianamente li accompagnano, di certo hanno imparato a familiarizzare con le loro opere, come il profilo continuo, Conversational profile della stazione UNIVERSITÀ.

Più archeologica quella MUNICIPIO che propone invece alcuni reperti rinvenuti durante gli scavi per la sua realizzazione, mentre all’uscita MONTECALVARIO, quella che collega la stazione Toledo con i Quartieri Spagnoli ci sono opere fotografiche di artisti come il noto fotografo Oliviero Toscani.

La stazione DANTE è stata disegnata invece dalla compianta archistar Gae Aulenti, che per l’omonima piazza in cui è ubicata ha voluto rispettarne l’originario impianto 700ntesco.

Ma se anche prendere la metropolitana è diventata, a Napoli, una full-immersion nell’Arte, i tanti disagi e disservizi cui è continuamente sottoposta la LINEA 1, ne fanno anche un’esperienza folkloristica, dove il turista si ritrova affascinato dal ritardo come se fosse parte di un colorato viaggio di un Paese del Sud America.

E se per i treni, le cui attese sforano abbondantemente ancora i 20 minuti, l’imperativo è ancora aspettare, augurandoci di poter vedere presto un miglioramento che renda più vivibile e civile viaggiare in metropolitana, ci si aspetterebbe che almeno le stazioni fossero trattate come opere d’arte. Da qualche mese a questa parte ho così deciso di impiegare le mie attese ad osservare le condizioni, oltre che la bellezza delle stazioni napoletane. Ed è proprio ad uno sguardo più attento che è possibile notare neon spenti, pannelli luminosi completamente bui, pezzi di scale (o meglio, battiscopa) che mancano.

sequenza Fibonacci, stazione Vanvitelli (Napoli)

I numeri della sequenza di Fibonacci infatti, risultano spenti, così come i pannelli della stazione Toledo che dovrebbero rappresentare il mare, o i versi della Divina Commedia del sommo Poeta.

Ma non solo. Con la pioggia ritornano le transenne nella stazione Museo, che subisce da anni evidenti infiltrazioni, e mancano i battiscopa e nella stazione Università che proprio in quella Toledo.

Colpa, a volte, dell’esuberanza dei ragazzini, dell’inciviltà di chi maltratta le nostre infrastrutture, certo, ma anche di chi dovrebbe vigilare su queste architetture garantendone una regolare conservazione, a maggior ragione se poi sono, o almeno dovrebbero essere, considerate come opere d’arte.

Insomma le stazioni dell’arte sembrano un po’ abbandonate a loro stesse, con sbarramenti che ciclicamente ritornano sempre negli stessi punti, sempre con le medesime condizioni meteo, a riprova di problematiche note ma che vengono perennemente rattoppate, senza una vera manutenzione ordinaria o straordinaria, senza una vera cura quotidiana che ne preservi l’originario aspetto, e dia loro la considerazione non solo di stazioni funzionali, ma anche di opere architettoniche decorative.

stazione MUSEO, transenne per le infiltrazioni d’acqua

Tuttavia, osservando le condizioni fatiscenti delle stazioni e aspettando per ore treni che non passano, viene da chiedersi se non sarebbe stato meglio investire in assunzioni e macchine i milioni di euro che invece abbiamo speso in architettura e design, e se non sarebbe stato meglio aspettare pochi minuti un treno in una stazione anonima, anziché sostare per ore sotto una stilosa quanto affollata banchina.

Parafrasando un noto proverbio, sembra che a Napoli valga il detto stazioni d’arte e metti da parte.

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RES RUSTICA: i sapori dell’Antica Pompei al MANN di Napoli fino al 18 febbraio

In un momento storico come il nostro, in cui tanta attenzione è rivolta al cibo, tra EXPO, fiere e il proliferare di programmi televisivi di cucina e cooking show, anche l’arte può contribuire a raccontare la grande passione e la tradizione del nostro Paese. E se qualche locale si è cimentato nella riscoperta delle millenarie ricette dell’Antica Pompei, una mostra invece ci svela l’originario aspetto di ciò che mangiavano i romani alle pendici del Vesuvio. Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli ha infatti deciso di chiudere l’anno, e un ciclo di grandi mostre, proprio con RES RUSTICA, imponente mostra che dal 21 novembre al prossimo 18 febbraio 2019, svela la Collezione dei Commestibili di Pompei. E non è di certo un caso se il museo napoletano abbia deciso di farlo proprio nell’Anno del Cibo Italiano, il 2018, facendosi così promotore della nostra grande ricchezza agroalimentare.

Res Rustica. Archeologia, botanica e cibo nel 79 d.C., questo il titolo completo dell’esposizione, apre la sala numero 94, adiacente al grande plastico di Pompei, in cui è mostrata una mappa con le antiche rotte che gli Antichi seguivano per approdare sulle coste italiane dall’Oriente: pesche, olive, agli, melagrane, carrube, fichi, datteri, sono soltanto alcuni dei prodotti che, una volta, animarono la tavola e la quotidianità dei romani.

Oggi questi frutti ci appaiono molto diversi di come dovevano apparire ai tempi, in condizioni di estrema fragilità, carbonizzati e non.

Grazie all’importante contributo del prof. Gaetano Di Pasquale e della dott.ssa Alessia D’Auria del Dipartimento di Agraria dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è stato risolto anche un piccolo giallo: i ritrovamenti di alcune vinacce infatti sembrano risalire ad appena il XVIII secolo, non di età romana dunque, ma di epoca borbonica. Si potrebbe trattare dei primi tentativi di viticoltura, voluti o casuali, operati durante gli scavi e i primi ritrovamenti pompeiani.

A rendere questo percorso di archeobotanica più comprensibile, alcuni video (in italiano e in inglese) che vanno ad illustrare questi preziosi reperti in relazione alle contemporanee conoscenze e scoperte.

Una seconda sala invece è dedicata all’utilizzo dei commestibili nella quotidianità, con utensili da cucina, dispense, e corredi da tavola.

Tra i reperti più interessanti, la bottiglia contenente ancora olio di oliva, mostrata da Alberto Angela in occasione della conferenza al MANN per la presentazione del programma Stanotte a Pompei.

Non solo istituzioni scientifiche. Tra i mecenati che hanno contribuito alla realizzazione di questo evento, anche ROSSOPOMODORO, che ha sostenuto l’intervento di valorizzazione della Collezione dei Commestibili del MANN.

I visitatori dell’Archeologico potranno così ammirare olive e noccioli, frutti di fico interi o spaccati, cereali, legumi, castagni e molto altro.

Nata con Carlo di Borbone e i primissimi scavi, la Collezione dei Commestibili, per volere dello stesso sovrano, andrò a costituire la Wunderkammer, stanza delle meraviglie con le mirabilia più curiose e di maggior pregio. Precluso al pubblico per anni, il nucleo ritorna a far parte delle collezioni del museo a partire dal 2018, e viene finalmente restituito al pubblico con un evento che mette già l’acquolina in bocca, e risveglia i nostri appetiti di arte e non solo.

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Perché Escher è la mostra dell’anno. A Napoli fino al prossimo 22 aprile

Colori, giochi, interazione. La mostra di Escher, al Palazzo delle Arti di Napoli fino al prossimo 22 aprile, è una full-immersion nell’arte e nella psiche del visionario artista olandese. Prodotta dal gruppo Arthemisia, che con questo evento fa il suo debutto napoletano, è una retrospettiva moderna sull’opera e la poetica di Maurits Cornelis Escher, che ha dedicato tutta la sua vita a prospettive, effetti sorprendenti, studi diventati una pietra miliare della storia dell’arte contemporanea.

Sono oltre 200 le opere presenti in questa colossale antologica, che rappresentano la summa perfetta di tutto ciò che ha prodotto l’artista.

Dalle sue metamorfosi, alle architetture impossibili, passando per prospettive oniriche e disegni che anticipano la terza dimensione.

Acqueforti, disegni, schizzi opere in “bianco e nero” in cui dominano, a volte, pochi colori primari come il rosso, il blu, il verde che s’introducono nella complicata texture di forme arabeggianti, in motivi che si ripetono illudendo lo sguardo, in animali che si ripetono e si trasformano a vista d’occhio.

Opere che, come mostra l’ultima sezione sono state e sono tuttora fonte di grande ispirazione per il mondo del cinema, per la pubblicità, per la moda, persino per la musica.

Una genialità trasversale, quella dell’artista, che all’interno del PAN si fa anche interazione ed immedesimazione con quelle opere la cui fama supera il nome dello stesso autore. Bellissimi i punti in cui il visitatore è invitato a prendere lo smartphone alla mano e scattarsi una foto dentro uno dei quadri dell’artista o a sentirsi parte di moti infiniti e gouache psichedeliche, capaci di alterare persino la percezione di grande e piccolo.

È una mostra “contemporanea” quella che Arthemisia porta a Napoli, che non ha paura di sfidare i nuovi colossi delle futuristiche experience, che alterna felicemente opere vere a momenti interattivi, disegni e schizzi a proiezioni che rendono più viva e vicina la figura dell’artista scomparso negli anni ’70, proprio mentre il mondo Hippy lo scopriva e in qualche modo lo faceva proprio dando ai suoi disegni colori acidi.

Straordinario l’allestimento, al primo piano di Palazzo Carafa di Roccella, le cui sale dai colori a contrasto, ben enfatizzano le opere di Escher.

E non stupisce se nel solo primo giorno di apertura al pubblico ha già superato i mille ingressi. Grazie a questa imponente retrospettiva finalmente anche Napoli potrà conoscere la genialità di un artista il cui nome resterà impresso nella nostra mente come le sue opere immortali.

Per una più ampia spiegazione sull’opera dell’artista, il mio post qui.

Per tutte le altre informazioni il sito ufficiale della mostra:

www.mostraescher.it

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Margherita Sarfatti: dal Duce all’arte italiana. Al Museo del Novecento di Milano

Gli annali la ricorderanno principalmente come una delle amanti di Benito Mussolini, ma Margherita Sarfatti, al secolo Grassini, di origine ebraica, era una donna libera e di grande intelligenza, ed è stata anche, e forse soprattutto, una mecenate illuminata e di grande cultura, proteggendo artisti come Mario Sironi, Ubaldo Oppi, Anselmo Bucci e tanti altri che andranno a costituire il cosiddetto Gruppo del Novecento. Nomi e opere che ritroviamo oggi all’interno del Museo del Novecento di Milano fino al prossimo 24 febbraio 2019, in una monumentale rassegna che arriva in contemporanea anche al Mart di Rovereto, inaugurando così la stagione autunnale di grandi mostre.

Al piano terra del museo milanese diverse sale provano a raccontare la vita e le gesta di questa interessante figura femminile. Siamo nella prima metà del ‘900, e Milano, città in cui la Sarfatti muove i primi passi nella borghesia del tempo, avvicinandosi via via a quell’ideologia nazionalista che la porterà alla direzione della rivista Gerarchia, fondata proprio dal Duce nel 1922.

Milano, città all’avanguardia e del cambiamento, si fa largo tra le grandi capitali d’Europa. È l’anno dell’Esposizione Internazionale del 1906, quella del Parco Sempione per intenderci, e tutto il mondo guarda con ammirazione a questa città e alla modernità dei suoi trasporti e delle sue costruzioni architettoniche.

Sculture, pitture, video-installazioni e persino abiti sartoriali d’epoca, lettere, manifesti e libri. È una rievocazione accurata, realizzata grazie alla produzione del Mart di Rovereto su di un progetto di Daniela Ferrari e il supporto di Ilaria Cimonetti e dei ricercatori dell’Archivio del ’900 del Mart, nel quale è conservato il prezioso Fondo Sarfatti.

Wildt, Carrà, de Chirico, Morandi. Sono tantissimi gli artisti che si snodano lungo questo percorso espositivo, che, come la vita dell’artista, si alterna quasi tra luce e ombra, e sala dopo sala si fa riflessione sul concetto di arte e di bellezza, e ci porta nella mente di una donna che sposò in pieno, forse per amore, la causa di quel fascismo di cui, nel 1938 con l’introduzione delle leggi razziali, fu essa stessa vittima scappando prima a Parigi, dove pros

eguì le sue attività di dotta e letterata, e poi in Uruguay e Argentina.

Margherita farà ritorno in Italia soltanto nel 1947, quasi dieci anni dopo, ritirandosi a Cavallasca (n

ei pressi di Como), dove si dedicherà ad un libro di memorie, Acqua Passata (pubblicato nel 1955). Morirà all’età di 81 anni nel 1961.

La mostra del Museo del ‘900 a lei dedicata è una retrospettiva sull’ultimo grande movimento artistico conosciuto dal nostro Paese, quello che con quella stessa denominazione, Novecento, voleva rievocare i fasti del Rinascimento e di quelle epoche che con i loro stessi numeri, a caratteri cubitali, ‘400 e ‘500 in primis, erano state in grado di evocare e trasmettere la grandezza dell’uomo e la rinascita dell’arte italiana conosciuta nel mondo.

Le immagini della mia visita sul mio profilo instagram, @marianocervone

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L’Art Nouveau di Alphonse Mucha a Bologna fino al 20 gennaio

Inizia oggi, sabato 29 settembre, e si concluderà il prossimo 20 gennaio 2019, la grande retrospettiva dedicata ad Alphonse Mucha, uno dei massimi esponenti dell’Art Nouveau. L’imponente retrospettiva, che raccoglie ben 80 opere (di cui 27 esposte per la prima volta in Italia), trova spazio nelle sale settecentesche di Palazzo Pallavicini a Bologna, le stesse che nel 1770 accolsero l’enfant prodige Wolfgang Amadeus Mozart che vi si esibì appena quattordicenne.

manifesto per Gismonda, 1895

Curata da Tomoko Sato, la rassegna è organizzata dalla Mucha Foundation, e cercherà di offrire al visitatore uno sguardo inedito sulle opere e la poetica dell’artista, diventato famoso nella Parigi di fin-de-siècle.

Ceco di origine, Mucha è stato soprattutto un pittore, scultore, ma oggi lo definiremmo anche illustratore e maestro della comunicazione: nel corso della sua carriera infatti cartelloni teatrali per la diva Sarah Bernhardt e immagini pubblicitarie con donne eleganti, definendo quello che fu chiamato le style Mucha. Nato nel 1860, ha anticipato di quasi un secolo il concetto warholiano che coniugava arte, comunicazione e produzione in serie: «Sono stato felice di essere coinvolto in una forma d’arte destinata alla gente e non ai soli salotti eleganti – dirà lo stesso Mucha dei suoi cartelloni pubblicitari – Arte poco costosa, accessibile al grande pubblico e che ha trovato dimora nelle abitazioni più povere così come nei circoli più influenti».

Colorate e vivaci, le sue composizioni si sono sempre distinte per l’eleganza, e la capacità di mescolare grazia femminile alla bellezza della natura, non dimenticando mai motivi floreali, fitomorfi e riferimenti a mondi fantastici.

Questa mostra sembra particolarmente interessante perché pone al centro del percorso di visita la bellezza come aspetto teorico, indagandone ed eviscerando questo concetto nel corso delle sale espositive, raggruppate per argomenti tematici. Si susseguono così Donne-Icone e MuseLe Style Mucha-Un linguaggio visivoBellezza-Il potere dell’ispirazione.

Ad aprire il percorso di visita Gismonda, primo vero manifesto teatrale realizzato per l’attrice Bernhardt, che qui ricorda una dea bizantina, raffigurata quasi come su di un vetro di una cattedrale. È proprio da quel famoso 1 gennaio 1895 che Mucha ricevette molte lodi, la sua fama crebbe e gli furono commissionati molti cartelloni pubblicitari, e la stessa Bernhardt, colpita dal successo di quella raffigurazione, offrì all’artista un contratto per produrre tutte le scenografie e i costumi di scena, oltre che i manifesti, di tutte le sue produzioni teatrali.

Ma il suo non fu mai un lavoro statico, ma una perenne ricerca verso nuove forme, che questa mostra indaga, fino ai suoi studi per la decorazione dell’allora nuovo Municipio di Praga o il manifesto per la mostra Epopea Slava, che si tenne a Praga e Brno in occasione del decimo anniversario della nascita della sua Cecoslovacchia.

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Andrea Chisesi racconta Napoli. Al Castel dell’Ovo fino al prossimo 15 ottobre

È un vero e proprio omaggio a Napoli, quello di Andrea Chisesi, che parte proprio dalla città della sirena Partenope, mito che indaga come origine della vita e di questa mostra, Street Home, all’interno del Castel dell’Ovo di Napoli fino al prossimo 15 ottobre. Curata da Marcella Damigella in collaborazione con l’Atelier Andrea Chisesi, la mostra parte proprio da quei personaggi e volti che hanno reso famosa Napoli nel mondo: da Sophia Loren a Totò, da Maradona a San Gennaro, in un percorso dove il confine tra sacro e profano è indefinito, e il visitatore non sa quali siano i divi e quali le divinità.

Una città dai mille volti, Napoli, che qui si fanno metafore di bellezza, di ironia, di quel talento e quella passione che questa feconda terra ha partorito.

Dipinti, collage, fotografie, persino poster e manifesti raccolti per strada. Chisesi prosegue quella tradizione artistica, tutta contemporanea, di Mimmo Rotella, raccontando icone pop e rendendo popolari luoghi e volti meno noti.

Sala dopo sala il percorso di Chisesi diventa evocativo e onirico, sfumando da quei napoletani che ci emozionano e ci rendono orgogliosi alla tradizione della smorfia napoletana, dove l’artista, romano di nascita, ma milanese di adozione, attribuisce ad ogni numero di questa tombola di opere un nome ed un preciso significato, in un gioco di arte e di numeri che diverte e coinvolge il visitatore.

Una rassegna colta, che non manca di cogliere e far confluire in questo percorso d’arte contemporanea riferimenti all’immortale arte classica, e a quelle sculture custodite in uno dei musei-simbolo di Napoli: il Museo Archeologico Nazionale, che con la sua collezione Farnese, parte inscindibile del tessuto napoletano, si fa pop-art, in ritratti in cui texture e tempera danno origine a quadri sospesi tra la pittura e la fotografia.

Ma è al piano superiore che Andrea Chisesi abbandona la forma e l’immagine per abbracciare l’esplosione di colore della serie Fireworks, fuochi d’artificio, in cui l’espressionismo astratto pollockiano trova un suo ordine in questo universo di schizzi e colori che danno vita a dei bellissimi prodigi pittorici.

Turchesi sgargianti, blu oltremare e azzurro esplodono da una tela all’altra, ricordando la spuma del mare delle onde che sono proprio lì, oltre le finestre delle sale del Castel dell’Ovo.

Andrea Chisesi è riuscito con i suoi lavori a rendere Pop Napoli, ma non per questo popolare. La sua infatti è una rassegna raffinata in cui mito, storia, cronaca, persino architettura sono sapientemente mescolate per originare una materia nuova, una materia della stessa sostanza di cui è fatta Napoli.

Altre immagini sul mio profilo instagram @marianocervone

Maggiori informazioni su www.andreachisesi.com

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L’Archeologico di Napoli schiera l’arte contro la violenza sulle donne

L’arte salverà il mondo. Potrebbe essere questo il motto del prossimo novembre, che vedrà coinvolto il nostro Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Sì, perché L’amore non violento nell’antica Roma, questo il titolo della rassegna che sarà allo Stadio Domiziano di Roma, vuole essere un evento che impone l’arte classica contro la violenza di genere. Un modo nuovo per spiegare soprattutto ai giovanissimi cosa vuol dire oggi la sessualità attraverso quella dimensione di “piacere condiviso”, avvalendosi al tempo stesso dell’aiuto della psicologia.

Sono più di 3000 le vittime di femminicidio dal 2000 ad oggi. Nel 92% dei casi ad uccidere queste donne è stato un uomo.

Possesso, gelosia, isolamento e disagio sociale. Sono queste le cose che spingono gli uomini, con patriarcale dispotismo, a sentirsi padroni delle loro donne: «Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli promuove le iniziative meritorie che, con l’apporto insostituibile dell’arte e dell’archeologia, riescono a diffondere messaggi sociali di grande importanza – ha detto in merito Paolo Giulierini, direttore del MANN – soltanto grazie alla cultura, si possono arginare fenomeni preoccupanti come quelli della violenza sulle donne».

L’evento vede la curatela del noto critico d’arte Vittorio Sgarbi.

Per farlo scendono in campo alcune delle opere del museo napoletano e ben 12 riproduzioni con immagini in tre dimensioni di alcuni celebri capolavori del MANN, come il Toro Farnese o la Venere in bikini.

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Il rinascimento di Dürer, tra Germania e Italia. A Milano fino al 24 giugno

Dopo un breve periodo di latitanza, dovuto a diversi impegni, rieccomi qui a scrivervi di arte e delle mostre che in queste settimane ho avuto modo di vedere per voi.

Come molti avevano probabilmente già visto dalle mie stories su instagram, lo scorso weekend sono volato a Milano per due eventi cui tenevo molto e che volevo raccontarvi.

Prima fra tutte quella su DÜRER. A Palazzo Reale a Milano fino al 24 giugno, DÜRER E IL RINASCIMENTO TRA GERMANIA E ITALIA, sontuosa retrospettiva sul pittore di Norimberga, protagonista assoluto del rinascimento non solo in Germania ma in tutta Europa.

Ultimo weekend dunque per ripercorrere la carriera e l’evoluzione artistica del pittore sul confine italo-teutonico.

Il solo rammarico, per una mostra di questo spessore, è il divieto di scattare foto, e così dovrete accontentarvi della mia descrizione del bellissimo allestimento che ben enfatizza le opere. Pareti dai colori vivaci, nelle nuance del giallo, del viola, dell’azzurro, hanno accompagnato i visitatori guidandoli per altrettante sezioni tematiche: dai ritratti ai soggetti religiosi, dai miti greci ai paesaggi, passando per soggetti insoliti per il tempo e il luogo dell’artista, quali granchi e virtuosismi pittorici.

Unica piccola nota di demerito il fatto che molti dipinti e disegni su carta sono già rientrati nelle loro sedi originali, in ottemperanza, così si legge nelle didascalie a lato delle stampe che li riproducono, alle normative che ne disciplinano l’esposizione. Frutto di una non ben oculata considerazione della durata della mostra (quattro mesi, dallo scorso 21 febbraio) e che la porta oggi a vedere molti degli originali (ne ho contati almeno una dozzina) malamente stampati su forex o carta.

Ma, a parte questo, sono tanti i motivi per correre, nonostante tutto, a vedere questa esposizione.

I prestiti innanzitutto, da musei di tutto il mondo, che mettono insieme artisti diversi: da Martin Schongauer a Lorenzo Lotto, da Hans Baldung Grien ad Andrea Mantegna, passando per Giorgione e Leonardo Da Vinci.

Il maestro toscano è incluso in questa rassegna senza sensazionalismi, né posti d’onore, inserendosi in questo percorso museale come mera pietra miliare e vero e proprio punto di arrivo della poetica di Albrecht Dürer, che molto mutua dai maestri del rinascimento italiano, e veneziano in particolare, in una proficua quanto reciproca contaminazione di stili e gusti che sin dalla giovanissima età si manifestano, accompagnandolo fino all’età matura, continuando a palesarsi in forme e colori diversi in tutte le sue opere. Lo dimostra, in chiusura, la Vecchia ritratta con straordinario verismo da Giorgione. Normalmente esposta nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia, il dipinto si fa qui monito forse del tempo che passa e di una pagina di storia dell’arte che non può prescindere dal talento di Dürer.

Per maggiori informazioni:

www.mostradurer.it