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La Collezione Cavallini-Sgarbi ritorna a Ferrara con opere inedite

Un omaggio alla natia Ferrara, quello di Elisabetta e Vittorio Sgarbi, che portano oltre cento opere della propria collezione, Cavallini-Sgarbi, della madre Caterina Cavallini, in quello che forse è il luogo più rappresentativo della città, il Castello Estense, patria della cultura italiana.

La mostra animerà dal prossimo 3 febbraio al 3 giugno 2018 le quattordici stanze del castello, da Niccolò dell’Arca a Gaetano Previati, attraversando secoli di storia dell’arte, regioni, artisti.

Una selezione delle oltre 4000 opere d’arte della collezione, molte delle quali mai esposte al pubblico, e che qui debuttano per la prima volta. Opere inedite che si rivolgono con particolare attenzione proprio agli artisti ferraresi ed emiliani: «Un dono alla mia famiglia – in particolare a mio fratello Vittorio e a mia madre, Caterina Cavallini, senza tralasciare i silenzi compiaciuti di mio padre Giuseppe, scrittore – una famiglia che ha consacrato una vita alla ricerca, alla scoperta, alla cura del bello» ha commentato Elisabetta Sgarbi, sorella del più noto critico d’arte Vittorio, ma anche editrice di grande successo (sua l’etichetta da lei fondata La Nave di Teseo), e presidente della Fondazione Cavallini Sgarbi che ha reso possibile questa straordinaria esposizione: «Questa mostra – dice Dario Franceschini dalle pagine di ANSA.it – è un’ulteriore conferma che la via intrapresa dal Ministero di abbattere il confine tra pubblico e privato è sicuramente giusta».

 

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Da Michelangelo a Pontormo, il ‘500 a Firenze a Palazzo Strozzi da settembre

Una trilogia iniziata nel 2010 che trova quest’anno il degno capitolo conclusivo. Il Cinquecento a Firenze, è questo il titolo della nuova mostra che animerà le sale di Palazzo Strozzi a Firenze dal prossimo 21 settembre, e che chiude un ciclo, a cura di Carlo Falciani e Antonio Natali, iniziato sette anni fa con Bronzino per poi proseguire nel 2014 con Pontormo e Rosso Fiorentino.

La rassegna di quest’anno va ad indagare gli artisti che hanno reso grande quella parte di Rinascimento fiorentino che idealmente va dal Concilio di Trento, caratterizzato dalla figura di Francesco I de’ Medici, mecenate di grande cultura e potenza, fino al 1550, anno in cui Giorgio Vasari pubblicò per la prima volta un’edizione del suo celebre volume Vite, e che arriverà dunque al Dio fluviale di Michelangelo e la Pietà di Luco di Andrea Del Sarto.

Giorgio Vasari (Arezzo 1511-Firenze 1574) Crocifissione 1560-1563

70 capolavori della storia dell’arte tra dipinti e sculture, selezionati per mostrare ai visitatori la magnificenza culturale di questo periodo. Un percorso espositivo cronologico e tematico, in cui si muoveranno le opere dei maestri quali Pontormo, Rosso Fiorentino, Giorgio Vasari, Giambologna e tanti altri. Artisti quasi tutti coinvolti nello Studiolo, e della nota Tribuna degli Uffizi, ma anche nella decorazione delle chiese fiorentine secondo le indicazioni del Concilio.

La mostra sarà anche l’occasione per confrontare opere quali la Deposizione di Santa Felicita e la Deposizione della Croce di Volterra con il Cristo Deposto di Besanon, dipinti che dialogheranno tra loro, illustrando l’evoluzione della pittura italiana.

Un percorso nel percorso, all’interno del quale troveranno posto temi sacri realizzati per le chiese riformate fiorentine, arrivando alla produzione di soggetti profani legati proprio alla figura di Francesco I.

In entrambi le sezioni tematiche ritroveremo artisti quali Mirabello Cavalori, Girolamo Macchietti, Santi di Tito, Jacopo Coppi, Maso da San Friano, Giovanni Battista Naldini e molti altri ancora.

Giambologna (Douai 1529-Firenze 1608) Fata Morgana 1572

Non potevano mancare, lungo un percorso di pregio, la Crocifissione della Chiesa di Santa Maria del Carmine del Vasari e l’Immacolata Concezione del Bronzino, in deposito alla Chiesa della Madonna della Pace, ma anche la Resurrezione della Basilica di Santa Croce di Santi di Tito e infine Cristo e l’Adultera di Alessandro Allori.

In occasione di questo importante evento culturale d’inizio autunno, saranno riunite, per la prima volta, sei lunette che rappresentano uno dei rari cicli pittorici di soggetto profano e allegorico eseguiti da alcuni artisti per lo Studiolo di Francesco I negli ambienti di Palazzo Vecchio.

L’esposizione resterà aperta al pubblico fino al prossimo 21 gennaio 2018.

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Le tempere della Belle époque di Boldini a Pistoia da settembre 2017

Giovanni Boldini
(Ferrara 1842 – Parigi 1931)
La stesa dei panni (Decorazione parete sud della sala da pranzo della Falconiera)
1868

Giovanni Boldini La stagione della Falconiera è questa la rassegna che arriverà nei Musei dell’Antico Palazzo dei Vescovi a Pistoia dal 9 settembre al prossimo 6 gennaio 2018, e che farà parte del ricco programma di Pistoia Capitale Italiana della Cultura.

L’esposizione è stata fortemente voluta dal gruppo Banca Intesa come evento di spicco tra quelli del 2017.

Curata da Francesca Dini con la collaborazione di Andrea Baldinotti e Vincenzo Farinella, la mostra si propone di essere l’evento culturale più importante dell’anno.

Il titolo della rassegna prende spunto da un ciclo di pitture murali e tempera realizzate da Boldini durante il suo periodo toscano alla fine del XIX secolo a Villa La Falconiera, che apparteneva alla mecenate inglese Isabella Falconer.

Un ciclo, di cui oggi si era persa quasi la memoria e che rappresenta un unicum nella storia della pittura italiana. Boldini infatti aveva aderito alla corrente dei macchiaioli in modo del tutto personale prima del suo arrivo a Parigi nel 1871. Qui il pittore ferrarese diventerà il più noto ritrattista e al tempo stesso icona della Belle Époque.

Il ritrovamento di questo ciclo pittorico lo si deve a Emilia Cardona Boldini, vedova e biografa del maestro, la quale era a conoscenza di questo lavoro giovanile, giungendo a Villa La Falconiera sulla scia di vaghe voci. Dopo averla ispezionata completamente, trovò il ciclo pittorico in una vecchia rimessa degli attrezzi, originariamente sala da pranzo dell’antica Villa.

La vedova acquista la proprietà nel 1938, trasferendovi tutte le cose appartenute a Boldini, dalle suppellettili ai dipinti, facendone la sua dimora personale.

Oggi lo stacco di questo ciclo pittorico, che è stato restaurato e trasferito all’interno degli ambienti del Palazzo dei Vescovi a Pistoia è oggetto di studio, ma la sua storia è ancora poco nota al grande pubblico.

La mostra vuole dunque far riscoprire il noto artista italiano, e la straordinaria vicenda di questi affreschi, ponendoli al centro di un evento importante in un momento importante per la cittadina pistoiese.

Un momento di grande creatività giovanile dell’artista, che verrà degnamente celebrato con questa importante esposizione.

Giovanni Boldini
(Ferrara 1842 – Parigi 1931)
Ritratto di Telemaco Signorini
1870
Giovanni Boldini (Ferrara 1842 – Parigi 1931) Alaide Banti in abito bianco 1866

Il percorso comprende sedici dipinti realizzati da Boldini durante il suo soggiorno toscano, che provengono da collezioni pubbliche e private: tra questi Marina, custodita a Milano, che ha una sua trasposizione a tempera proprio nel ciclo della Falconiera. I visitatori potranno vedere anche i ritratti di Telemaco Signorini e Cristiano Banti, della Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti a Firenze, artisti elegantissimi molto legati a Boldini, che continuarono a sostenerlo anche dopo il suo soggiorno toscano.

Non poteva mancare il Giovane paggio che gioca con un levriero del 1859, molto innovativo per la posa e per i colori.

La mostra sarà corredata da un catalogo a cura di Francesca Dini come la mostra, edito da Sillabe.

I ritratti di Boldini raccontano volti, fatti e vizi di una società: «La mostra su Boldini consegue due obiettivi essenziali – ha spiegato Alessio Colomeiciuc, presidente di Cassa di Risparmio di Pistoia e della Lucchesia, promotrice del progetto espositivo – non solo arricchisce il ventaglio delle iniziative di valorizzazione del patrimonio artistico pistoiese proponendo il nome di un pittore di sicuro successo, ma garantisce anche la migliore celebrazione di un episodio unico nella storia dell’arte dell’Ottocento italiano, rappresentato dalle suggestive Tempere murarie eseguite da Boldini all’interno della villa Falconiera. Sono lieto che la nostra banca abbia saputo, anche in questa occasione, coniugare l’attività creditizia con la promozione culturale del territorio, rendendo possibile un progetto di grande qualità e bellezza come questa mostra inedita».

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L’enigmatico Giorgione a Palazzo Venezia a Roma fino a settembre

In mostra fino al prossimo 17 settembre, Giorgione e le stagioni del sentimento tra Venezia e Roma è una importante rassegna che mette al centro la figura dell’artista veneto del XVI secolo. Allestita all’interno delle sontuose sale di Palazzo Venezia a Roma, è un percorso scisso in due parti, che trova la sua naturale prosecuzione dall’altra parte della città, all’interno di Castel Sant’Angelo, “costringendo” quasi i visitatori a mutarsi in turisti della bellissima città eterna.

Lungo il percorso espositivo è immediatamente chiaro che l’arte di Giorgione si divide tra armi di seduzione femminile e ritratti, tematiche racchiuse in quelle che da molti è stata definita una pittura enigmatica, di non facile comprensione.

La rassegna ruota intorno a quello che è considerato il capolavoro dell’artista di Castelfranco, i due amici, in cui sono ritratte due figure maschili, due amici appunto, nelle quali Giorgione ha voluto imprimere uno stato d’animo. La sua pittura infatti si distacca da alcuni contemporanei, presenti per contrasto nelle sale, mostrando delle figure vive, animate da sentimenti che turbano i loro sguardi, e danno vita a ritratti tutt’altro che statici.

La tela fa parte della collezione permanente del museo romano, che forse con questa importante rassegna vuole farne la sua “Gioconda”, il portabandiera di un florilegio di capolavori della storia dell’arte italiana e non solo.

Due sculture leonine, provenienti dall’atrio della Basilica di San Marco a Roma collegano idealmente la capitale con la natia Venezia.

Il Palazzo è una squisita costruzione rinascimentale, che trova la sua consacrazione nelle architetture classicheggianti. E quasi mi perdo a guardare questi saloni, che a tratti distolgono il mio sguardo dalle opere che custodiscono, con i loro soffitti alti in legno e le maioliche in cotto.

La mostra di Giorgione si alterna quasi fino a confondersi in una dimensione onirica, con statue, sculture e altri oggetti che provano a ricostruire l’ambiente in cui viveva e si muoveva l’artista.

E c’è anche Fetonte, dalla National Gallery di Londra, davanti ad Apollo ed è subito un tripudio di animali e colori vivaci, e una lussureggiante vegetazione.

Non poteva mancare il mito di Leda e il Cigno e quella mitologia che in qualche modo ritorna nell’arte di questo periodo.

Suggestivo l’allestimento che pare riprodurre dei separé orientali in carta di riso, su cui sono appoggiate le opere, che si offrono agli occhi del visitatore isolate dai saloni affrescati e mosaici dipinti, ma senza nasconderli.

A chiudere il percorso a Palazzo Venezia una proiezione che trasforma le pareti dei saloni in un grande schermo cinematografico, su cui tempere, colori e ritratti dell’artista compaiono e si confondono, sciogliendosi come una tavola di colori da cui originano queste opere immortali.

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Seduzione e Potere da Cagnacci a Tiepolo. La nuova mostra di Sgarbi a Perugia

Sono ancora visioni private quelle che ci offre Vittorio Sgarbi con la sua serie di mostre che sta promuovendo l’arte nascosta del nostro paese. Dopo la mostra de I Tesori Nascosti nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Napoli, conclusasi con successo lo scorso 20 luglio, il noto critico d’arte italiano è già pronto per una nuova mostra. Seduzione e potere. La donna nell’arte tra Guido Cagnacci e Tiepolo è questo il titolo della rassegna che sarà inaugurata dopodomani, sabato 29 luglio a Gualdo Tadino in provincia di Perugia.

La mostra sarà allestita all’interno della Chiesa monumentale di San Francesco e resterà aperta al pubblico fino al prossimo 3 dicembre.

La rassegna è stata realizzata con la consultazione scientifica di Vittorio Sgarbi, con il patrocinio della Regione Umbria e della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, e vede la collaborazione del professore di storia dell’arte Antonio D’Amico.

Un percorso al femminile, che si propone di raccontare la figura della donna nell’arte e nella storia, focalizzandosi sulle potenti armi di seduzione femminile e il potere che le donne hanno esercitato e avuto. Dalla mitologia ai racconti biblici, passando per le allegorie, le donne si muovono sinuose con pathos, un pizzico di misticismo, la teatralità e, soprattutto, la loro sensualità.

E se nella mostra napoletana appena chiusa era la Maddalena Addolorata di Caravaggio la regina di tutte le opere, in questa esposizione c’è un’altra Maddalena al centro della scena, quella portata in cielo dagli angeli di Francesco Cairo, che anche in questa ascesi mantiene intatta tutta la sua grazia di donna che è in qualche modo perdonata e addirittura celebrata.

29 gli artisti italiani che tra Cinquecento e Settecento si sono dedicati alla figura femminile, oltre trenta i capolavori che vanno da Simone Peterzano a Giulio Cesare Procaccini, da Lionello Spada a Mattia Preti, passando per Luca Giordano e Giambattista Tiepolo e i figli Giandomenico e Lorenzo Tiepolo.

La stessa sensualità che ritroviamo Cleopatra di Guido Cagnacci, che raffigura la regina d’Egitto morente, ma sempre bellissima.

«I visitatori potranno ammirare capolavori di artisti di grande fama nazionale ed internazionale e opere d’arte inedite – ha detto Antonio D’Amico – Gualdo Tadino diventerà capitale italiana della seduzione sia per ospitare questa mostra sia per le bellezze che la città propone».

Anche per questa mostra Sgarbi riesce a mettere insieme collezioni private italiane ed estere, dalla Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi di Forlì alle Collezioni d’arte della Fondazione Cassa di Risparmio di Pesaro. Opere che generalmente non godono della vista dei visitatori che potranno così ammirare questi meravigliosi capolavori.

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Piranesi, tra sogno e realtà. Al Museo di Roma fino a ottobre

A Palazzo Braschi a Roma, fino al prossimo 15 ottobre 2017 c’è la suggestiva mostra Piranesi La Fabbrica dell’Utopia. Un’antologia delle acqueforti con cui l’artista veneto ha ritratto vedute reali e irreali della Roma antica e non solo.

La prima sorpresa alla biglietteria della mostra sono senza dubbio gli occhiali 3D che ti forniscono. A cosa potranno mai servire questi occhiali in una mostra per lo più di disegni, ci si chiede. Sì perché Giovanni Battista Piranesi, incisore e architetto del XVIII secolo, è stato anche un teorico dell’architettura italiana che ha provato a raccontare attraverso la sua vena artistica, narrando di una immaginifica Roma Antica, a metà tra ricerca archeologica e pura fantasia.

Dalla tomba di Nerone agli Archi Trionfali, passando per una veduta reale della Via Appia e la Via Ardeatina, che qui si fanno preziose wunderkammer all’aperto di antichità e stupore, fino alle vedute di una Roma Rinascimentale e Barocca, con le sue Chiese, le Basiliche Papali, le loro fluttuanti architetture, le prospettive delle navate.

Guardando queste acqueforti viene quasi da pensare che Piranesi sia un precursore della smania fotografia che assilla noi moderni, catturando i luoghi che visitava con vivida immaginazione e ricercatezza del dettaglio. Un dialogo continuo, una esasperata ricerca di verità.

Giovanni Battista Piranesi, Arco di Tito, 1756-1760, acquaforte, Museo di Roma

Il suo desiderio di raccontare la capitale nasce dall’ispirazione di romana memoria della Forma Urbis, prima mappa della città eterna che l’artista continuerà a raccontare e a immaginare.

Lungo il percorso espositivo è possibile confrontare alcune opere del Piranesi con gli originali reali, come un candelabro di resina artificiale, a imitazione del marmo, che Giovanni Battista ha perfettamente disegnato, o il tripode pompeiano. È possibile scorgere, e apprezzare soprattutto, con quanta accuratezza Piranesi ritraeva i suoi soggetti. Che fosse la grande navata di una chiesa o un oggetto isolato dal suo contesto, la cura nel dettaglio era la medesima, mantenendo intatto lo spirito di documentaristico che lo animava.

Giovanni Battista Piranesi, Basilica di San Sebastiano, 1750-1760, acquaforte, Museo di Roma

Ma è l’ultima sala quella della genialità, la liberazione da un mondo antiquario che sfocia nella fantasia libera e creativa dell’artista, che con i disegni delle Carceri anticipa di secoli Escher, e sarà di grande ispirazioni persino per il cinema contemporaneo che guarderà all’artista per film come Metropolis o Matrix. Ma i disegni di Piranesi saranno fonte di ispirazione anche per scrittori come Baudelaire, Yourcenar e Hugo.

Bellissime le sue architetture che girano intorno a loro stesse senza soluzione di continuità, in un cerchio che non ha inizio né fine.

Una rivelazione il 3D che sorprende il visitatore immergendolo in queste architetture di pura fantasia, provando a ricostruire la totalità dei luoghi così come forse deve averli immaginati lo stesso Piranesi, in questa sua fabbrica dell’utopia sospesa tra sogno e realtà.

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Monet intimo e inedito, da ottobre al Vittoriano di Roma

C’è un Monet intimo, privato, quello che i visitatori potranno vedere alla mostra omonima, MONET, che dal 19 ottobre fino al prossimo 28 gennaio sarà al Vittoriano a Roma. Scorci di Parigi, la sua Parigi, che si riflette malinconicamente nella Senna, Salici dai contorni indefiniti che si confondono con le cascate dei glicini su di un ponte giapponese, fino alle monumentali Ninfee, avvolte in un pulviscolo violetto. Sono i quadri che il grande maestro dell’impressionismo francese aveva nel salotto della sua amata casa a Giverny, l’ultima.

Opere che Claude Monet non aveva concepito per il pubblico, ma che “ha guardato per tutta la vita, appesi nella sua ultima, amatissima, casa” dice Marianne Mathieu, curatrice dell’evento.

Sono oltre 60 le opere che troveranno posto in quella che si preannuncia una mostra monumentale e, soprattutto, inedita. Sì, perché i dipinti, provenienti dal Musée Marmottan Monet di Parigi, sono per lo più sconosciuti nel nostro paese. La collezione del museo parigino è la più grande al mondo ed è cresciuta ulteriormente negli anni grazie alle donazioni dei collezionisti dell’epoca, tra cui quella dello stesso figlio dell’artista, Michel Monet, che alla morte del padre non volle lasciare nulla allo Stato, “reo”, a suo dire, di non aver sostenuto il maestro negli ultimi anni di vita.

Mission del museo, dice la Mathueu all’ANSA, è quella di portare Monet là dove è ancora poco nota la sua opera. Dopo Taiwan, questa importante rassegna arriva per la prima volta nel vecchio continente, facendo tappa prima a Roma e successivamente anche a Bologna e a Bordeaux.

Weeping Willow, 1918-19 (oil on canvas) Monet, Claude (1840-1926) MUSEE MARMOTTAN MONET, PARIS

Questa mostra, anticipa la curatrice, rappresenta un viaggio nella vita dell’artista, nella sua idea del giardino, tanto cara alla sua poetica artistica, neelle sue amate vedute di Londra, Parigi, Vétheuil, Pourville. Dalle prime opere della metà del XIX secolo, quelli che donarono a Monet i primi soldi e la fama a Le Havre fino ai noti paesaggi dei luoghi che aveva visto e vissuto.

Durante la sua vita, Monet giunse anche nel nostro paese, insieme all’amico Renoir. Per celebrare questo viaggio con l’amico pittore, in occasione della mostra arriverà anche Le chateau de Dolceacqua opera del 1884, in cui l’artista dipinse quel ponte oggi rimasto uguale, su di una tela che rappresenta un souvenir dei suoi giorni trascorsi in Liguria: «Luoghi fondamentali – aggiunge la curatrice – per la scoperta di una luce e colori così diversi da quelli di Parigi, dove era nato, e dalla Normandia dove era cresciuto».

Michel Monet (1878-1966) as a Baby, 1878-79 (oil on canvas) Monet

Dipinti intimi, a cominciare dal ritratto di suo figlio, Michel Monet, bambino, ma anche Les RosesLondresIl parlamento riflesso sul Tamigi, chiudendo un percorso con un’esperienza emozionale, le sue gigantesche ninfee astratte.

Quando Monet dipinse queste opere aveva 75 anni, era un uomo ricco, e non aveva più la necessità di dipingere per vivere. Per questo motivo nessuno le ha mai viste fino alla sua morte e non sono mai state vendute.

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ENJOY, il Chiostro del Bramante incontra il divertimento. Da settembre a Roma

Lo scorso anno LOVE, l’Arte incontra l’amore è stata senza dubbio la mostra-rivelazione della stagione. La rassegna d’arte contemporanea ha infatti registrato oltre 150.000 ingressi, con personalità del calibro dell’attrice Alessandra Mastronardi e tanti blogger che l’hanno seguita con particolare interesse, coinvolgendo soprattutto un pubblico giovane.

Dal prossimo 23 settembre fino al 18 febbraio 2018, al Chiostro del Bramante a Roma, arriverà invece ENJOY, l’Arte incontra il divertimento. La rassegna raccoglierà il testimone del precedente evento, portando nello storico chiostro romano artisti contemporanei quali TinguelyCalderFogliatiErlichCreedNetoCollishawOurlserWurmTeamLabHans op De BeeckDe DominicisGander, e i grandi protagonisti del ‘900 storico e del terzo millennio.

Il visitatore potrà perdersi nell’infinito labirinto di specchi di Leandro Erlich e stupirsi delle sculture leggere di Alexander Calder, immergendosi e riemergendo dalle installazioni ludico-concettuali di Martin Creed, ma anche nei giochi di luce di TeamLab che prendono forma soltanto a contatto con il pubblico.

Una mostra che va oltre il concetto spesso virtuale di interattività, e che porterà i visitatori a contatto con gli occhi indiscreti e inquietanti dell’artista Tony Oursler o i corpi deformati di Erwin Wurm.

Il Chiostro del Bramante diventa così punto di arte, riflessione, gioco, entrando a contatto con i diversi mondi degli artisti e la loro idea di arte.

A fare da filo conduttore il divertimento, inteso qui nell’etimologica accezione della parola: portare altrove.

Un altrove che qui si fa altro da sé, trasformazione, indagine profonda del proprio inconscio.

I visitatori infatti saranno così condotti attraverso un percorso ideale, invisibile, ma molto ben delineato, che li porterà ad una vera e propria interazione con l’arte stessa e con le sue diverse espressioni, portando i visitatori in un giocoso “fuori da sé”.

Molti dei lavori che troveranno spazio a partire dal prossimo autunno sono site specific, pensati e costruiti dagli artisti proprio per gli ambienti del Chiostro del Bramante.

Un’occasione per concepire l’arte in modo diverso, dando così un nuovo senso di “spazio e spazialità” alle opere esposte di artisti di fama mondiale.

La rassegna è curata da Danilo Eccher che, dalle pagine ufficiali del sito web dice: «La dimensione del piacere, del gioco, del divertimento, dell’eccesso sono sempre state componenti centrali dell’Arte; l’Arte sprofonda nel dolore ma si nutre di piaceri ed è sempre una danza di contrasti. L’illusione è una trasparenza che deforma la realtà, un’apparenza sottile dove tutto è possibile, suggerendo ora il dubbio dell’enigma, ora il sorriso della sorpresa».

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Il primo e l’ultimo Tiziano alla pinacoteca di Ancona fino al 30 novembre

Il primo e l’ultimo Tiziano a confronto. Due opere che consentiranno idealmente di seguire l’intera produzione artistica del maestro pievano, vissuto a cavallo tra il XV e il XVI secolo.

Dal prossimo 30 giugno fino al 30 novembre infatti alla Pinacoteca comunale Podesti di Ancona sarà allestita la mostra Tiziano & Tiziano, due capolavori a confronto, che vede l’una di fronte all’altra due grandi pale d’altare del maestro del rinascimento italiano, dipinte in due diversi momenti della sua vita.

Tiziano – Pala Gozzi, 1520

La prima, conosciuta come Pala Gozzi, datata 1520, è stata firmata dall’artista negli anni giovanili, in pieno fermento rinascimentale. Il dipinto fa parte della collezione permanente del museo civico.

Tiziano – Crocefissione, 1559

La seconda è una imponente Crocefissione, anno 1559, è stata realizzata dal Vecellio quarant’anni dopo. Un’opera di piena maturità dunque, senza dubbio arricchita dalle esperienze di vita di un maestro che quasi anticipa il barocco: i colori diventano meno brillanti, i toni si fanno più cupi e concitati, distaccandosi completamente da tutto ciò che c’è stato prima, e dall’atmosfera ieratica della Pala Gozzi, in cui la Maria appare su di una nuvola col bambino in braccio, in una rarefatta atmosfera a metà tra sogno e apparizione mistica. Un’opera che tanto deve alla Madonna di Foligno di Raffaello.

Ai lati la figura di San Francesco D’Assisi che mostra le stimmate e San Biagio vescovo, protettore di Ragusa, chiaro riferimento ad Alvise Gozzi mercante di Ragusa, committente dell’opera per la Chiesa Francescana di Ancona. L’opera infatti è sempre stata all’interno della Chiesa di San Domenico, attualmente oggetto di verifiche strutturali sulla statica del complesso.

Sullo sfondo, in lontananza, la città di Venezia, la cui sagoma di Palazzo Ducale si staglia chiaramente su di un cielo dorato insieme alle caratteristiche cupole e il campanile di San Marco.

Le opere sono messe a confronto per la prima volta. Con esse tutta una serie di opere coeve quali Lorenzo Lotto e Sebastiano del Piombo, mostrando così l’influenza di Tiziano su tutta una generazione di artisti contemporanei e successivi.

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Caravaggio e i suoi doppi, a Palazzo Barberini a Roma fino al 16 luglio

Il 2017 sarà ricordato come l’anno di Caravaggio. Sono tante infatti le mostre dedicate all’artista milanese, da quelle virtuali ai prestiti museali, passando per le collezioni private, ogni museo in Italia vuole accaparrarsi un pezzo del genio. E se a Napoli la mostra i Tesori Nascosti di Vittorio Sgarbi è stata prorogata fino al 20 luglio e a Milano attendono l’imponente Dentro Caravaggio con 18 capolavori dai più importanti musei del mondo dal prossimo settembre, a Roma si organizza un confronto tra originali e copie coeve di Michelangelo Merisi.

Succede da oggi, giovedì 22, per Caravaggio nel Patrimonio del Fec. Il doppio e la copia, rassegna a cura di Giulia Silvia Ghia, alle Gallerie Nazionali di Arte Antica – Palazzo Barberini a Roma dal 22 giugno al 16 luglio.

Per questa occasione sono ben due i Caravaggio originali che dovranno confrontarsi con le rispettive copie: San Francesco in meditazione e La flagellazione di Cristo arrivata nella capitale direttamente dal Museo di Capodimonte a Napoli. Le copie, che si presume contemporanee, sono quasi identiche alle originali e sono, ancora oggi, oggetto di indagine e di attività diagnostiche ai fini di attribuirne la paternità o una precisa datazione.

Le opere fanno parte di un percorso storico-artistico che vuole celebrare i i 30 anni del Fondo Edifici di Culto: «È un’operazione scientifica molto intelligente – ha detto il Ministro die Beni CulturaliDario Franceschini dalle pagine dell’ANSA – è stata possibile grazie al Fondo Edifici di Culto, che ha la proprietà di moltissime chiese e di uno straordinario patrimonio di opere d’arte».