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Picasso, intimo e segreto dal 10 novembre a Palazzo Ducale a Genova

È un Picasso intimo, diverso dai dipinti che abbiamo visto finora esposti nei musei e nelle mostre del nostro paese e del mondo. Se le ultime mostre dell’artista spagnolo hanno visto l’esposizione delle sue opere più o meno celebri, Picasso. Capolavori dal Museo Picasso di Parigi mette insieme oltre 50 opere selezionate, appunto, dal Museo Picasso di Parigi.

Paul dessinant (1923)
Olio su tela, 130 x 97 cm
Musée National Picasso-Paris, Parigi
© Succession Picasso, by SIAE 2017

Opere dalle quali Picasso non si era mai voluto separare, e che aveva dipinto per suo diletto, da custodire e condividere con una ristretta élite di conoscenti e parenti.

Les Baigneuses (estate 1918)
Olio su tela, 27 x 22 cm
Musée National Picasso-Paris, Parigi
© Succession Picasso, by SIAE 2017

Proseguono per i musei italiani i festeggiamenti del centenario del viaggio dell’artista nel nostro Paese. Giunto in Italia nel 1917, Picasso ne rimase particolarmente colpito. La commedia dell’arte e la pittura italiana maturarono nell’artista di Malaga un momento di svolta, che lo avvicineranno a quello che è convenzionalmente chiamato “periodo neoclassico”. Influenze di questo soggiorno che sarà indelebile per la vita e la carriera del pittore, si possono riscontrare nelle sue opere dei primi anni ’20. Opere, queste, che prendono le distanze dall’astrattismo che caratterizza la sua prima produzione, e lo avvicinano ad un nuovo senso dell’immagine più asciutto, con volumi monumentali e composizioni molto più equilibrate.

Allestita a Palazzo Ducale a Genova, dal prossimo 10 novembre fino al 6 maggio 2018, la mostra porterà idealmente il pubblico italiano all’interno delle case-atelier che si sono succedute nella vita di Picasso, e che lo ispireranno ognuna nel suo personalissimo modo.

Per restituire un’immagine degli ambienti in cui si muoveva il pittore, le opere

Autoportrait (autunno 1906)
Olio su tela, 65 x 54 cm
Musée National Picasso-Paris, Parigi
© Succession Picasso, by SIAE 2017

a lui più care e i luoghi che le hanno ispirate, la rassegna raccoglie anche numerose fotografie, conducendo il pittore lungo il percorso dell’artista catalano, percorrendo le fasi dei vari stili reinventati dal pittore e che dal ‘900 agli anni ’70 caratterizzeranno le fasi salienti della sua intera carriera.

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Dentro Caravaggio, a Palazzo Reale fino al prossimo 28 gennaio

Iniziata lo scorso 29 settembre, Dentro Caravaggio è un’antologica che si propone di ripercorrere la carriera del noto pittore lombardo in maniera inedita. A Palazzo Reale a Milano fino al prossimo 28 gennaio, la mostra ha messo insieme ben venti delle opere maggiori dell’artista provenienti dai più importanti musei italiani e del mondo, mostrandone al contempo, e per la prima volta, gli esami diagnostici ai raggi X.

Non potevo esimermi dal seguire il flusso degli oltre 70.000 visitatori che, ad oggi, hanno già prenotato il biglietto d’ingresso per quello che è un vero e proprio evento d’Arte e di cultura del capoluogo lombardo.

Un’audioguida, inclusa nel biglietto, si concentra soprattutto sulla tecnica con la quale Caravaggio ha realizzato ogni singola opera: preparazioni bianche, scure o rosse diventano parte delle tele realizzate per lo più a risparmio, dove un Caravaggio povero, ma già famoso, dipinge, anzi, illumina soltanto ciò che desidera mostrare all’osservatore, incidendo con la spatola dettagli che talvolta non realizzerà mai, mentre alle parti in penombra e alle zone scure l’arduo compito di rappresentare un’indefinita quanto immaginifica scena come in un teatro-libro di ronconiana memoria.

I dipinti raccontano tacitamente la vita di un artista talentuoso e bellicoso, irascibile, che ai salotti mondani preferisce sbronzarsi in osteria tra prostitute e delinquenti, e coinvolto spesso in risse e duelli che lo porteranno a fuggire a Napoli prima e in Sicilia poi, fino a Malta trovando la morte lungo il cammino di ritorno a casa, come un tragico eroe omerico a soli trentanove anni.

La devozione per le figure, per lo più religiose, si sovrappone a volte ad una iconografia pagana, come dimostrano i torsi atletici e possenti dei due San Giovanni Battista, l’uno delle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma, ritratto in meditazione come un novello Galata morente, con tutta la dignità e il vigore di un eroe epico che trova la salvezza nella fede, l’altro, oggi al Nelson-Atkins Museum of Art di Kansas City, più cupo, immerso in una natura oscura e simbolica.

Tratti, rimaneggiamenti, che mostrano un Caravaggio spesso in conflitto con sé stesso e con ciò che voleva rappresentare davvero, e che trova la consacrazione quando riuscirà a spogliarsi di quei timori che i sotto-strati di pittura celano e conservano: come dimostra la figura dominante dell’angelo di spalle che campeggia al centro della scena del Riposo durante la fuga in Egitto, ingrandito fino a diventare il vero protagonista del dipinto, o l’uomo di spalle nell’Incoronazione di spine di Prato.

Personaggi secondari, spesso di spalle, chinati, addirittura proni, che sovversivamente diventano i silenziosi protagonisti di una naturale quotidianità che Merisi cattura anticipando la fotografia. Lo conferma il famoso (auto)ritratto del Ragazzo morso da un ramarro, dove il soggetto pronto per mettersi in posa per farsi ritrarre è invece paradossalmente catturato in un improvviso momento di disequilibrio compositivo, di paura per quel morso che gli porta a ritrarre la mano e aggrottare le sopracciglia in un’espressione buffa, che strappa quasi un sorriso allo spettatore che vede il quadro. Un momento concitato, come quel cambio di rotta della mano sinistra, prima dipinta accanto al viso del ragazzo e poi lasciata così come oggi noi tutti la vediamo, sospesa in secondo piano.

Le opere sfilano una ad una al centro delle grandi sale di Palazzo Reale che quasi scompare nella penombra delle luci soffuse e dagli ampi pannelli che ospitano i quadri, dietro i quali, proprio come un gioco in negativo, si nascondono degli LCD che mostrano video-installazioni degli esami ai raggi X cui sono state sottoposte, rivelando piccole modifiche in corso d’opera o ripensamenti, censure o vere e proprie sostituzioni dei personaggi ritratti, giungendo persino a svelare opere precedenti, come una Madonna orante nascosta sotto la Buona Ventura Capitolina, destinate a rimanere nascoste sotto gli strati di pittura che altrimenti l’occhio umano non vedrebbe mai.

A chiudere un percorso straordinario sono ben due i dipinti napoletani che prendono parte a questa rassegna: la flagellazione di Cristo del Museo di Capodimonte e Il Martirio di Sant’Orsola delle Gallerie d’Italia, che dal 30 novembre diventerà protagonista assoluto di L’ultimo Caravaggio. Eredi e nuovi maestri, alle omologhe Gallerie d’Italia milanesi fino all’8 aprile.

Una mostra, questa, che getta nuove basi per gli studi caravaggeschi, e di cui comprendi l’importanza solo quando ti ritrovi faccia a faccia con la Madonna di Loreto (o dei Pellegrini), portata nelle sale direttamente dalla Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio a Roma; dinanzi al volto di una delle tante prostitute che Michelangelo Merisi ha reso immortali nelle fattezze delle maddalene, di eroine e di Vergini oggi note in tutto il mondo, osservi una realtà fatta di imperfezioni, di unghie sporche, di persone di spalle e pose sbagliate, una realtà fatta di le luci e di ombre, le stesse che Caravaggio ha saputo cogliere nelle sue opere senza tempo.

Per maggiori informazioni:

www.caravaggiomilano.it

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Le stanze segrete di Vittorio Sgarbi, a Novara fino al 14 gennaio

Le stanze segrete di Vittorio Sgarbi, da oggi, 21 settembre, fino al prossimo 14 gennaio 2018 al Castello Sforzesco di Novara. Dal Rinascimento al Neoclassico, questo il sottotitolo della mostra, che seleziona 120 opere dalla vasta Collezione Cavallini-Sgarbi di proprietà del noto critico d’arte Vittorio e di sua madre Rina Cavallini. Un’antologica, come ormai di consueto per Sgarbi che, dopo i Tesori Nascosti cui ho avuto il privilegio di partecipare, ritorna a divulgare arte in Italia. Niccolò dell’Arca, Lorenzo Lotto, Guercino, Guido Cagnacci, Artemisia Gentileschi, Francesco Hayez e Gaetano Previati sono soltanto alcuni degli artisti che animano queste ideali stanze segrete.

Una collezione che racconta di una grande passione, quella per la bellezza, di Vittorio Sgarbi e di sua madre, che hanno accumulato opere prendendo parte alle più prestigiose aste di tutto il mondo.

Non c’è una logica in questa collezione, che mette insieme indistintamente dipinti e sculture, e artisti di ogni secolo e genere pittorico, accomunate soltanto dal grande amore del critico d’arte.

Per la realizzazione di questa importante rassegna, alcune opere sono state sottratte ad alcuni musei statunitensi e orgogliosamente riportate in Italia, come il Ritratto di Francesco Righetti di Guercino dal Kimbell Art Museum di Forth Worth.

Realizzata con il patrocinio del Comune di Novara e naturalmente quello della Fondazione Cavallini Sgarbi, la mostra vede la direzione artistica di Giovanni C. Lettini, Sara Pallavicini e Stefano Morelli, ed è promossa dalla Fondazione Castello per valorizzare il sito visconteo, che viene finalmente riaperto al pubblico e restituito alla sua città.

Fino agli anni ’70 il castello ha avuto funzione di carcere, dove è stata rinchiusa anche Claretta Petacci, amante di Benito Mussolini.

Oggi invece quelle stesse stanze, un tempo prigioni, si fanno custodi di cotanta arte, e rendono più suggestiva la visita stessa del castello: «Da settembre a gennaio – ha detto Alessandro Canelli, sindaco della città di Novara – i visitatori avranno la possibilità di vivere una esperienza unica di bellezza e meraviglia, un primo tassello importante perché Novara possa diventare un punto di riferimento e di attrazione culturale anche fuori dai propri confini».

Opere che non seguono nemmeno una linea di appartenenza, bensì una geografia del cuore. Molto belle le parole con cui Vittorio ricorda sua madre Rina, definita il suo “miglior uomo”, la persona più fidata non solo negli affetti ma anche nei suoi interessi: «Si fece prolungamento del mio pensiero e della mia vita. Io indicavo il nome di un artista, il luogo, la casa d’aste. E lei puntuale prendeva la mira e colpiva».

Questa collezione ha saputo mettere insieme nel tempo, tra i tanti, artisti italiani di scuole diverse: dalla lombarda alla marchigiana, dalla veneta all’emiliana, passando per la romagnola, la toscana, la romana, con il solo intento di raccontare importanti pagine di storia dell’arte del nostro paese, e di quelle regioni che, come un colorato puzzle, ne compongono l’immagine e la grandezza agli occhi del mondo.

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Il MANN di Napoli celebra Versace con la mostra Dialoghi/Dissing

Quest’anno ricorre il ventennale dalla morte di Gianni Versace, genio indiscusso della moda italiana nel mondo, assassinato sui gradini della sua villa a Miami il 15 luglio del 1997. Vent’anni dopo il mondo sembra non averlo mai dimenticato: un serial TV ne ripercorrerà la vita e la morte, il cantante Bruno Mars gli ha tributato un singolo questa estate e una mostra al Museo Archeologico Nazionale di Napoli ripercorre idealmente il suo stile.

Ultime settimane di tempo, fino al prossimo 20 settembre, per correre al MANN di Napoli e andare a vedere Dialoghi/Dissing, rassegna che mette a confronto il mondo antico con le creazioni originali del compianto stilista: «Con la mostra dedicata alla creatività di Gianni Versace abbiamo voluto dimostrare che esiste una continua contaminazione tra le arti» ha detto in merito Paolo Giulierini, direttore del museo napoletano.

Una mostra che si propone come evento full-immersion, a cominciare dalla fragranza, creata per l’occasione da Mansfield, che stimola da subito l’olfatto del visitatore non appena varca la soglia dell’ingresso della Sala del Cielo Stellato.

foto di Dario Bruno

Dissing vede la consulenza scientifica di Maria Morisco, e ricrea sapientemente un dialogo-confronto tra gli abiti dello stilista, selezionati dalla collezione privata di Antonio Caravano e i reperti storici del museo.

foto di Dario Bruno

Nato a Reggio Calabria nel 1946, lo stilista ha sempre percepito la cultura della propria terra di origine, facendo di quella Magna Grecia il leitmotiv delle sue collezioni, che tanto l’hanno reso famoso tra gli anni ’80 e gli anni ’90, facendo di motivi tipici dell’Antica Grecia il proprio, distintivo, marchio di fabbrica: «Gianni Versace uomo del Sud aveva nel Dna tutte le immagini della cultura classica che poi ha stampato sugli abiti» ha detto Sabina Albano, ideatrice e curatrice della mostra.

Maschere in terracotta del IV e del III secolo a.C. diventano gli eccezionali accessori di giacche e gonne dalle policromie accese.

Lungo il percorso espositivo anche artisti contemporanei: da Manuela Brambatti agli acquerelli di Bruno Gianesi e Marco Abbamondi, passando per i ritratti di Ilian Rachov, a una scultura di Marcos Marin che troneggia nel giardino del museo.

Un evento da non perdere per ricordare quel fatidico 1997, che ci ha portato via Versace e qualche mese dopo ci avrebbe strappato anche Lady Diana, in qualche modo “musa” e amica dello stilista, che proprio con i suoi abiti riscopriva, come ogni donna oggi con la maison, la propria sensualità e quella libertà di essere donna.

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La Collezione Cavallini-Sgarbi ritorna a Ferrara con opere inedite

Un omaggio alla natia Ferrara, quello di Elisabetta e Vittorio Sgarbi, che portano oltre cento opere della propria collezione, Cavallini-Sgarbi, della madre Caterina Cavallini, in quello che forse è il luogo più rappresentativo della città, il Castello Estense, patria della cultura italiana.

La mostra animerà dal prossimo 3 febbraio al 3 giugno 2018 le quattordici stanze del castello, da Niccolò dell’Arca a Gaetano Previati, attraversando secoli di storia dell’arte, regioni, artisti.

Una selezione delle oltre 4000 opere d’arte della collezione, molte delle quali mai esposte al pubblico, e che qui debuttano per la prima volta. Opere inedite che si rivolgono con particolare attenzione proprio agli artisti ferraresi ed emiliani: «Un dono alla mia famiglia – in particolare a mio fratello Vittorio e a mia madre, Caterina Cavallini, senza tralasciare i silenzi compiaciuti di mio padre Giuseppe, scrittore – una famiglia che ha consacrato una vita alla ricerca, alla scoperta, alla cura del bello» ha commentato Elisabetta Sgarbi, sorella del più noto critico d’arte Vittorio, ma anche editrice di grande successo (sua l’etichetta da lei fondata La Nave di Teseo), e presidente della Fondazione Cavallini Sgarbi che ha reso possibile questa straordinaria esposizione: «Questa mostra – dice Dario Franceschini dalle pagine di ANSA.it – è un’ulteriore conferma che la via intrapresa dal Ministero di abbattere il confine tra pubblico e privato è sicuramente giusta».

 

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Da Michelangelo a Pontormo, il ‘500 a Firenze a Palazzo Strozzi da settembre

Una trilogia iniziata nel 2010 che trova quest’anno il degno capitolo conclusivo. Il Cinquecento a Firenze, è questo il titolo della nuova mostra che animerà le sale di Palazzo Strozzi a Firenze dal prossimo 21 settembre, e che chiude un ciclo, a cura di Carlo Falciani e Antonio Natali, iniziato sette anni fa con Bronzino per poi proseguire nel 2014 con Pontormo e Rosso Fiorentino.

La rassegna di quest’anno va ad indagare gli artisti che hanno reso grande quella parte di Rinascimento fiorentino che idealmente va dal Concilio di Trento, caratterizzato dalla figura di Francesco I de’ Medici, mecenate di grande cultura e potenza, fino al 1550, anno in cui Giorgio Vasari pubblicò per la prima volta un’edizione del suo celebre volume Vite, e che arriverà dunque al Dio fluviale di Michelangelo e la Pietà di Luco di Andrea Del Sarto.

Giorgio Vasari (Arezzo 1511-Firenze 1574) Crocifissione 1560-1563

70 capolavori della storia dell’arte tra dipinti e sculture, selezionati per mostrare ai visitatori la magnificenza culturale di questo periodo. Un percorso espositivo cronologico e tematico, in cui si muoveranno le opere dei maestri quali Pontormo, Rosso Fiorentino, Giorgio Vasari, Giambologna e tanti altri. Artisti quasi tutti coinvolti nello Studiolo, e della nota Tribuna degli Uffizi, ma anche nella decorazione delle chiese fiorentine secondo le indicazioni del Concilio.

La mostra sarà anche l’occasione per confrontare opere quali la Deposizione di Santa Felicita e la Deposizione della Croce di Volterra con il Cristo Deposto di Besanon, dipinti che dialogheranno tra loro, illustrando l’evoluzione della pittura italiana.

Un percorso nel percorso, all’interno del quale troveranno posto temi sacri realizzati per le chiese riformate fiorentine, arrivando alla produzione di soggetti profani legati proprio alla figura di Francesco I.

In entrambi le sezioni tematiche ritroveremo artisti quali Mirabello Cavalori, Girolamo Macchietti, Santi di Tito, Jacopo Coppi, Maso da San Friano, Giovanni Battista Naldini e molti altri ancora.

Giambologna (Douai 1529-Firenze 1608) Fata Morgana 1572

Non potevano mancare, lungo un percorso di pregio, la Crocifissione della Chiesa di Santa Maria del Carmine del Vasari e l’Immacolata Concezione del Bronzino, in deposito alla Chiesa della Madonna della Pace, ma anche la Resurrezione della Basilica di Santa Croce di Santi di Tito e infine Cristo e l’Adultera di Alessandro Allori.

In occasione di questo importante evento culturale d’inizio autunno, saranno riunite, per la prima volta, sei lunette che rappresentano uno dei rari cicli pittorici di soggetto profano e allegorico eseguiti da alcuni artisti per lo Studiolo di Francesco I negli ambienti di Palazzo Vecchio.

L’esposizione resterà aperta al pubblico fino al prossimo 21 gennaio 2018.

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Le tempere della Belle époque di Boldini a Pistoia da settembre 2017

Giovanni Boldini
(Ferrara 1842 – Parigi 1931)
La stesa dei panni (Decorazione parete sud della sala da pranzo della Falconiera)
1868

Giovanni Boldini La stagione della Falconiera è questa la rassegna che arriverà nei Musei dell’Antico Palazzo dei Vescovi a Pistoia dal 9 settembre al prossimo 6 gennaio 2018, e che farà parte del ricco programma di Pistoia Capitale Italiana della Cultura.

L’esposizione è stata fortemente voluta dal gruppo Banca Intesa come evento di spicco tra quelli del 2017.

Curata da Francesca Dini con la collaborazione di Andrea Baldinotti e Vincenzo Farinella, la mostra si propone di essere l’evento culturale più importante dell’anno.

Il titolo della rassegna prende spunto da un ciclo di pitture murali e tempera realizzate da Boldini durante il suo periodo toscano alla fine del XIX secolo a Villa La Falconiera, che apparteneva alla mecenate inglese Isabella Falconer.

Un ciclo, di cui oggi si era persa quasi la memoria e che rappresenta un unicum nella storia della pittura italiana. Boldini infatti aveva aderito alla corrente dei macchiaioli in modo del tutto personale prima del suo arrivo a Parigi nel 1871. Qui il pittore ferrarese diventerà il più noto ritrattista e al tempo stesso icona della Belle Époque.

Il ritrovamento di questo ciclo pittorico lo si deve a Emilia Cardona Boldini, vedova e biografa del maestro, la quale era a conoscenza di questo lavoro giovanile, giungendo a Villa La Falconiera sulla scia di vaghe voci. Dopo averla ispezionata completamente, trovò il ciclo pittorico in una vecchia rimessa degli attrezzi, originariamente sala da pranzo dell’antica Villa.

La vedova acquista la proprietà nel 1938, trasferendovi tutte le cose appartenute a Boldini, dalle suppellettili ai dipinti, facendone la sua dimora personale.

Oggi lo stacco di questo ciclo pittorico, che è stato restaurato e trasferito all’interno degli ambienti del Palazzo dei Vescovi a Pistoia è oggetto di studio, ma la sua storia è ancora poco nota al grande pubblico.

La mostra vuole dunque far riscoprire il noto artista italiano, e la straordinaria vicenda di questi affreschi, ponendoli al centro di un evento importante in un momento importante per la cittadina pistoiese.

Un momento di grande creatività giovanile dell’artista, che verrà degnamente celebrato con questa importante esposizione.

Giovanni Boldini
(Ferrara 1842 – Parigi 1931)
Ritratto di Telemaco Signorini
1870
Giovanni Boldini (Ferrara 1842 – Parigi 1931) Alaide Banti in abito bianco 1866

Il percorso comprende sedici dipinti realizzati da Boldini durante il suo soggiorno toscano, che provengono da collezioni pubbliche e private: tra questi Marina, custodita a Milano, che ha una sua trasposizione a tempera proprio nel ciclo della Falconiera. I visitatori potranno vedere anche i ritratti di Telemaco Signorini e Cristiano Banti, della Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti a Firenze, artisti elegantissimi molto legati a Boldini, che continuarono a sostenerlo anche dopo il suo soggiorno toscano.

Non poteva mancare il Giovane paggio che gioca con un levriero del 1859, molto innovativo per la posa e per i colori.

La mostra sarà corredata da un catalogo a cura di Francesca Dini come la mostra, edito da Sillabe.

I ritratti di Boldini raccontano volti, fatti e vizi di una società: «La mostra su Boldini consegue due obiettivi essenziali – ha spiegato Alessio Colomeiciuc, presidente di Cassa di Risparmio di Pistoia e della Lucchesia, promotrice del progetto espositivo – non solo arricchisce il ventaglio delle iniziative di valorizzazione del patrimonio artistico pistoiese proponendo il nome di un pittore di sicuro successo, ma garantisce anche la migliore celebrazione di un episodio unico nella storia dell’arte dell’Ottocento italiano, rappresentato dalle suggestive Tempere murarie eseguite da Boldini all’interno della villa Falconiera. Sono lieto che la nostra banca abbia saputo, anche in questa occasione, coniugare l’attività creditizia con la promozione culturale del territorio, rendendo possibile un progetto di grande qualità e bellezza come questa mostra inedita».

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L’enigmatico Giorgione a Palazzo Venezia a Roma fino a settembre

In mostra fino al prossimo 17 settembre, Giorgione e le stagioni del sentimento tra Venezia e Roma è una importante rassegna che mette al centro la figura dell’artista veneto del XVI secolo. Allestita all’interno delle sontuose sale di Palazzo Venezia a Roma, è un percorso scisso in due parti, che trova la sua naturale prosecuzione dall’altra parte della città, all’interno di Castel Sant’Angelo, “costringendo” quasi i visitatori a mutarsi in turisti della bellissima città eterna.

Lungo il percorso espositivo è immediatamente chiaro che l’arte di Giorgione si divide tra armi di seduzione femminile e ritratti, tematiche racchiuse in quelle che da molti è stata definita una pittura enigmatica, di non facile comprensione.

La rassegna ruota intorno a quello che è considerato il capolavoro dell’artista di Castelfranco, i due amici, in cui sono ritratte due figure maschili, due amici appunto, nelle quali Giorgione ha voluto imprimere uno stato d’animo. La sua pittura infatti si distacca da alcuni contemporanei, presenti per contrasto nelle sale, mostrando delle figure vive, animate da sentimenti che turbano i loro sguardi, e danno vita a ritratti tutt’altro che statici.

La tela fa parte della collezione permanente del museo romano, che forse con questa importante rassegna vuole farne la sua “Gioconda”, il portabandiera di un florilegio di capolavori della storia dell’arte italiana e non solo.

Due sculture leonine, provenienti dall’atrio della Basilica di San Marco a Roma collegano idealmente la capitale con la natia Venezia.

Il Palazzo è una squisita costruzione rinascimentale, che trova la sua consacrazione nelle architetture classicheggianti. E quasi mi perdo a guardare questi saloni, che a tratti distolgono il mio sguardo dalle opere che custodiscono, con i loro soffitti alti in legno e le maioliche in cotto.

La mostra di Giorgione si alterna quasi fino a confondersi in una dimensione onirica, con statue, sculture e altri oggetti che provano a ricostruire l’ambiente in cui viveva e si muoveva l’artista.

E c’è anche Fetonte, dalla National Gallery di Londra, davanti ad Apollo ed è subito un tripudio di animali e colori vivaci, e una lussureggiante vegetazione.

Non poteva mancare il mito di Leda e il Cigno e quella mitologia che in qualche modo ritorna nell’arte di questo periodo.

Suggestivo l’allestimento che pare riprodurre dei separé orientali in carta di riso, su cui sono appoggiate le opere, che si offrono agli occhi del visitatore isolate dai saloni affrescati e mosaici dipinti, ma senza nasconderli.

A chiudere il percorso a Palazzo Venezia una proiezione che trasforma le pareti dei saloni in un grande schermo cinematografico, su cui tempere, colori e ritratti dell’artista compaiono e si confondono, sciogliendosi come una tavola di colori da cui originano queste opere immortali.

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Seduzione e Potere da Cagnacci a Tiepolo. La nuova mostra di Sgarbi a Perugia

Sono ancora visioni private quelle che ci offre Vittorio Sgarbi con la sua serie di mostre che sta promuovendo l’arte nascosta del nostro paese. Dopo la mostra de I Tesori Nascosti nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Napoli, conclusasi con successo lo scorso 20 luglio, il noto critico d’arte italiano è già pronto per una nuova mostra. Seduzione e potere. La donna nell’arte tra Guido Cagnacci e Tiepolo è questo il titolo della rassegna che sarà inaugurata dopodomani, sabato 29 luglio a Gualdo Tadino in provincia di Perugia.

La mostra sarà allestita all’interno della Chiesa monumentale di San Francesco e resterà aperta al pubblico fino al prossimo 3 dicembre.

La rassegna è stata realizzata con la consultazione scientifica di Vittorio Sgarbi, con il patrocinio della Regione Umbria e della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, e vede la collaborazione del professore di storia dell’arte Antonio D’Amico.

Un percorso al femminile, che si propone di raccontare la figura della donna nell’arte e nella storia, focalizzandosi sulle potenti armi di seduzione femminile e il potere che le donne hanno esercitato e avuto. Dalla mitologia ai racconti biblici, passando per le allegorie, le donne si muovono sinuose con pathos, un pizzico di misticismo, la teatralità e, soprattutto, la loro sensualità.

E se nella mostra napoletana appena chiusa era la Maddalena Addolorata di Caravaggio la regina di tutte le opere, in questa esposizione c’è un’altra Maddalena al centro della scena, quella portata in cielo dagli angeli di Francesco Cairo, che anche in questa ascesi mantiene intatta tutta la sua grazia di donna che è in qualche modo perdonata e addirittura celebrata.

29 gli artisti italiani che tra Cinquecento e Settecento si sono dedicati alla figura femminile, oltre trenta i capolavori che vanno da Simone Peterzano a Giulio Cesare Procaccini, da Lionello Spada a Mattia Preti, passando per Luca Giordano e Giambattista Tiepolo e i figli Giandomenico e Lorenzo Tiepolo.

La stessa sensualità che ritroviamo Cleopatra di Guido Cagnacci, che raffigura la regina d’Egitto morente, ma sempre bellissima.

«I visitatori potranno ammirare capolavori di artisti di grande fama nazionale ed internazionale e opere d’arte inedite – ha detto Antonio D’Amico – Gualdo Tadino diventerà capitale italiana della seduzione sia per ospitare questa mostra sia per le bellezze che la città propone».

Anche per questa mostra Sgarbi riesce a mettere insieme collezioni private italiane ed estere, dalla Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi di Forlì alle Collezioni d’arte della Fondazione Cassa di Risparmio di Pesaro. Opere che generalmente non godono della vista dei visitatori che potranno così ammirare questi meravigliosi capolavori.

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Piranesi, tra sogno e realtà. Al Museo di Roma fino a ottobre

A Palazzo Braschi a Roma, fino al prossimo 15 ottobre 2017 c’è la suggestiva mostra Piranesi La Fabbrica dell’Utopia. Un’antologia delle acqueforti con cui l’artista veneto ha ritratto vedute reali e irreali della Roma antica e non solo.

La prima sorpresa alla biglietteria della mostra sono senza dubbio gli occhiali 3D che ti forniscono. A cosa potranno mai servire questi occhiali in una mostra per lo più di disegni, ci si chiede. Sì perché Giovanni Battista Piranesi, incisore e architetto del XVIII secolo, è stato anche un teorico dell’architettura italiana che ha provato a raccontare attraverso la sua vena artistica, narrando di una immaginifica Roma Antica, a metà tra ricerca archeologica e pura fantasia.

Dalla tomba di Nerone agli Archi Trionfali, passando per una veduta reale della Via Appia e la Via Ardeatina, che qui si fanno preziose wunderkammer all’aperto di antichità e stupore, fino alle vedute di una Roma Rinascimentale e Barocca, con le sue Chiese, le Basiliche Papali, le loro fluttuanti architetture, le prospettive delle navate.

Guardando queste acqueforti viene quasi da pensare che Piranesi sia un precursore della smania fotografia che assilla noi moderni, catturando i luoghi che visitava con vivida immaginazione e ricercatezza del dettaglio. Un dialogo continuo, una esasperata ricerca di verità.

Giovanni Battista Piranesi, Arco di Tito, 1756-1760, acquaforte, Museo di Roma

Il suo desiderio di raccontare la capitale nasce dall’ispirazione di romana memoria della Forma Urbis, prima mappa della città eterna che l’artista continuerà a raccontare e a immaginare.

Lungo il percorso espositivo è possibile confrontare alcune opere del Piranesi con gli originali reali, come un candelabro di resina artificiale, a imitazione del marmo, che Giovanni Battista ha perfettamente disegnato, o il tripode pompeiano. È possibile scorgere, e apprezzare soprattutto, con quanta accuratezza Piranesi ritraeva i suoi soggetti. Che fosse la grande navata di una chiesa o un oggetto isolato dal suo contesto, la cura nel dettaglio era la medesima, mantenendo intatto lo spirito di documentaristico che lo animava.

Giovanni Battista Piranesi, Basilica di San Sebastiano, 1750-1760, acquaforte, Museo di Roma

Ma è l’ultima sala quella della genialità, la liberazione da un mondo antiquario che sfocia nella fantasia libera e creativa dell’artista, che con i disegni delle Carceri anticipa di secoli Escher, e sarà di grande ispirazioni persino per il cinema contemporaneo che guarderà all’artista per film come Metropolis o Matrix. Ma i disegni di Piranesi saranno fonte di ispirazione anche per scrittori come Baudelaire, Yourcenar e Hugo.

Bellissime le sue architetture che girano intorno a loro stesse senza soluzione di continuità, in un cerchio che non ha inizio né fine.

Una rivelazione il 3D che sorprende il visitatore immergendolo in queste architetture di pura fantasia, provando a ricostruire la totalità dei luoghi così come forse deve averli immaginati lo stesso Piranesi, in questa sua fabbrica dell’utopia sospesa tra sogno e realtà.