ART NEWS

Visita nel sottosuolo della Pietrasanta a Napoli: nuovo percorso dal 24 aprile

Non è una semplice inaugurazione, quella che ha avuto luogo oggi alla Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, ma una vera e propria restituzione al popolo partenopeo e ai turisti della città di Napoli.

Alla presenza dell’Arcivescovo di Napoli Crescenzio Sepe e di Monsignor Vincenzo De Gregorio, Rettore della Basilica della Pietrasanta, e il Presidente dell’Associazione Pietrasanta Onlus, il Dottor Raffaele Iovine.

Un progetto importante per il quartiere e per la città, iniziato nel 2011 e che trova oggi, con questa nuova apertura, una concreta realizzazione ed una prospettiva per un immediato futuro.

Sì, perché è una storia che si sovrappone quella di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta e quella di Napoli, la città che da oltre quattro secoli la ospita. Una storia che affonda le sue radici in quell’epoca greco-romana quando questa Basilica del XVII secolo, era ancora un tempio pagano dedicato alla dea Artemide.

Questo punto, in Via dei Tribunali, nel cuore del centro storico della città, era crocevia recettivo di quella cultura greca, assuefatta a sua volta da quella egizia: dal culto della dea Iside, cui era dedicato un tempio dove oggi sorge Cappella Sansevero, ai riti pagani che in epoca romana hanno portato alla costruzione del Tempio della dea Diana, di cui oggi restano alcune tracce nei marmi di riuso del campanile romanico nella piccola piazza, datato X-XI secolo, che porta addirittura la firma dei Cavalieri Templari, che con le loro croci avrebbero segnato questi luoghi, conferendo loro un’aura di misticismo capace di trascendere persino il mero valore religioso.

La città greco-romana cambia, si evolve, ma resta sempre fedele al suo folclore e ai suoi culti che da pagani diventano cristiani, e il tempio di Diana si tramuta in un luogo di apparizioni diaboliche. Neapolis intanto diventa Napoli, mentre la sua storia continua ad intrecciarsi con quella del monumento che la abita, in una danza sospesa a mezz’aria tra mitologia e religione, che cedono il passo alle credenze popolari e la superstizione più pura, che da sempre caratterizzano la città.

Ed è proprio per esorcizzare la presenza del diavolo, che qui vi sarebbe apparso sotto forma di maiale, spaventando con i suoi terribili grugniti gli abitanti del quartiere, che venne eretta la Pietrasanta.

La chiesa sarebbe stata dunque una sorta di amuleto in pietra contro il demonio per volere della Madonna, che sarebbe apparsa in sogno a San Pomponio, vescovo di Napoli, indicandogli il punto dove erigere la sua chiesa. La Basilica divenne così la prima costruzione a Napoli dedicata al culto della Vergine, prendendo per questo motivo il nome di Santa Maria Maggiore. “Pietrasanta” poiché secondo la leggenda al suo interno sarebbe custodita una pietra che concedeva l’indulgenza plenaria a chi la baciava.

Secondo le fonti al suo interno sarebbe stato sepolto addirittura un pontefice, Papa Evaristo, quinto vescovo di Roma.

Ha ripreso vita e colore questa monumentale chiesa, nelle nuance crema della facciata e il porpora dei tetti, che il certosino lavoro di restauro di questi anni le hanno restituito. La costruzione è un’opera di maturità dell’architetto Cosimo Fanzago (architetto, tra l’altro, del Palazzo Donn’Anna a Napoli e di Palazzo Zevallos in Via Toledo) che, con i suoi venti metri, ha realizzato la cupola più alta della città.

Oggi la basilica è sede dell’importante polo culturale da cui prende il nome, che ha realizzato diversi eventi, ma anche mostre curate dal critico Vittorio Sgarbi, tra cui i Tesori Nascosti (chiusa lo scorso luglio) e il Museo della Follia (ancora in corso fino al 27 maggio) ospitando al suo interno artisti quali Caravaggio, lo SpagnolettoGuercinoBaconLigabueGoya.

Dal 1653, anno di fondazione della basilica, ad oggi, Santa Maria Maggiore ha accompagnato i napoletani anche nel corso della Seconda Guerra Mondiale, proteggendoli nel ventre dei suoi sotterranei. Sì, perché sotto il pavimento maiolicato, ad opera della bottega Massa (la stessa del Chiostro di Santa Chiara, per intenderci) c’è tutto un mondo altro, che recenti studi e un lungo lavoro di musealizzazione stanno riportando, letteralmente, in superficie e che porterà di diritto la Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta nel novero dei monumenti di Napoli assolutamente da non perdere.

Da domani, 24 aprile, apre ufficialmente il progetto LAPIS: I segreti della Pietrasanta, questo il titolo del progetto, farà sì che la Basilica non aprirà soltanto le porte della sua navata centrale al pubblico, ma anche quelle del suo sottosuolo, dando così inizio ad un nuovo straordinario percorso di visita, che unisce sapientemente tradizione e tecnologia: pannelli retroilluminativideoproiezionirealtà aumentata. Sono questi i punti di forza di un percorso sotterraneo unico nel suo genere, che racconta la storia della Basilica e, al tempo stesso, quella della sua città, Napoli.

Annunci
ART NEWS

Il primo altare di San Pietro si trova a Napoli

Napoli riesce a riservare sempre delle sorprese anche a chi come me la conosce bene o sta imparando a conoscerla. Potrà capitarvi infatti, percorrendo Corso Umberto I, di imbattervi nella Chiesa di San Pietro ad Aram.

Questa basilica è nota perché, secondo la tradizione, custodirebbe l’Ara Petri, l’altare dell’apostolo Pietro, primo pontefice della cristianità, dal quale, durante la sua venuta a Napoli, avrebbe convertito i primi cristiani.

Un reperto, una vera e propria reliquia, questa, importantissima per la comunità, ed un nuovo primato per la città di Napoli che dunque nella storia sarebbe stata anche importante centro di culto cristiano.

Secondo la tradizione infatti Pietro, proveniente da Antioca e diretto a Roma, avrebbe fatto una sosta a Napoli. Qui avrebbe incontrato una donna di nome Candida, pagana, gravemente ammalata, che implorò il santo di guarirla. Pietro riuscì a compiere il miracolo e la donna allora lo condusse da un certo Aspreno, ammalato anch’egli che, grazie al vicario di Cristo, riuscì a trovare la salvezza.

I due pagani si convertirono così al cristianesimo, e fu tanto l’ardore che Pietro nominò Aspreno primo vescovo di Napoli.

La cosiddetta Ara Petri, dove San Pietro avrebbe pregato e celebrato, sarebbe stata custodita da Aspreno prima in una piccola edicola, e poi all’interno della stessa basilica dove ancora oggi è visibile.

la Chiesa di San Pietro ad Aram a Napoli

L’altare si trova nel vestibolo della chiesa, in quello che è di fatto l’ingresso principale della basilica, ed è sormontato da un affresco rinascimentale e da un grande baldacchino, addossato ad una parete.

L’accesso alla basilica è attraverso un ingresso secondario, una piccola porticina in legno e vetro che quasi nasconde le dimensioni di questo monumentale edificio, e dà sul lato lungo della navata centrale. Si prova un vero e proprio senso di smarrimento, osservandone la cupola, il biancore delle sue pareti, l’estensione, lo straordinario organo a canne che troneggia dall’alto della cantoria dell’altare maggiore.

Un coro di frati fa da sottofondo a questo complesso di grande suggestione, dove un tempo sorgeva una costruzione paleocristiana, in cui si celebrava il culto delle anime del Purgatorio, particolarmente sentito a Napoli se si considera l’omonima Chiesa delle Anime del Purgatorio ad Arco o lo stesso Cimitero delle Fontanelle.

Al complesso era originariamente annesso un chiostro, demolito verso la metà del XIX secolo, durante il “Risanamento” della città, per fare spazio al Rettifilo (Corso Umberto I). Il chiostro era uno degli esempi di architettura rinascimentale partenopea, di cui oggi parte delle colonne dell’ambulacro furono trasferite nella Chiesa di Sant’Aspreno al Porto.

Il piccolo altare è stato il cuore della cristianità partenopea, dove l’apostolo ha dato inizio al suo lungo percorso di evangelizzazione che porterà alla fondazione della Santa Romana Chiesa. È in questo luogo che l’apostolo celebrò le prime messe rinnovando il culto dell’eucarestia, e dando inizio alla canonizzazione di quella che sarà la liturgia.

La Basilica di San Pietro ad Aram ospita tra gli altri delle bellissime opere di Luca Giordano.

Mi stupisce che un luogo di tale importanza spirituale sia distante anni luce dalle folle oceaniche che invece investono altri e ben più noti luoghi e, benché apprezzi la pace interiore che solo un posto come questo sa dare, mi dispiace notare che sia per lo più ignoto al grande pubblico.

La Chiesa è di certo un sito da scoprire e riscoprire, non solo per sentirsi più vicini alla conversione e rinascita spirituale e cristiana, ma per restare affascinati da così tanta ieratica bellezza.

ART NEWS

La Napoli d’inizio ‘900 rivive nelle cartoline del Touring grazie a Google

Il set con le auto d’epoca de L’Amica Geniale nelle scorse settimane ce ne ha dato un’idea, ma come appariva davvero Napoli negli anni ’50 e ’60? Se volete scoprirlo, da oggi c’è una sezione in più su Google Arts and Culture dove alla sezione Qui vicino, grazie al sistema di geolocalizzazione del vostro computer o del vostro smartphone, potrete scoprire come apparivano i luoghi della vostra città o di quelle che vi interessano e vi affascinano della nostra bella Italia. Dal Colosseo al Duomo di Milano, passando per la Valle dei Templi a Ostia Antica. Sono tantissime le località che è possibile ripercorrere come in una vera e propria macchina del tempo, grazie alle cartoline digitalizzate dal noto motore di ricerca.

cartolina d’epoca (da artsandculture.google.com)

Inventate nel 1865 in Germania, le cartoline fanno la loro comparsa in Italia quasi un decennio dopo. A partire dal 1874 infatti le cartoline sono diventate molto popolari, che quasi erano riuscite a sostituire le tradizionali lettere.

Touring Club Italiano, in collaborazione con Musicart, porta così on-line un archivio di 5000 cartoline d’epoca, che Google Arts&Culture ha messo a disposizione sul suo portale.

Non si tratta soltanto di un archivio di ricordi straordinari, ma anche di una vera e propria ricostruzione dei siti storici e turistici della nostra penisola che ci appare così senza tempo, e forse nostalgicamente ci dà la percezione di un’epoca di cui sentiamo ancora fortemente la mancanza.

Monumenti, piazze, panorami, siti ci riportano indietro nel tempo fino all’inizio XX secolo, per scoprire i cambiamenti che hanno inciso sulle città che amiamo e abitiamo.

Non potevo naturalmente non concentrarmi sulla mia amata Napoli, e rivederla come forse doveva apparire ai miei genitori o ai miei nonni: carrozze, poche auto, sciarpe, bastoni e guanti, crinoline e piume, mi danno quella suggestione che continua a permeare gli edifici storici, i palazzi nobiliari, le vie del centro.

Dai primi anni del ‘900 fino agli anni ’70, quando la rivista del Touring Club Italiano invitò i propri lettori e associati ad inviare le cartoline delle loro vacanze e dei loro viaggi.

Di questo prestigioso archivio digitale fa parte anche il Fondo Santarelli, donato da Mirella Santarelli, socia del Touring e collezionista, che alla sua morte ha lasciato all’associazione di promozione di promozione turistica diverse migliaia di cartoline.

ART NEWS

L’arte per le strade di Montesanto a Napoli

L’arte contemporanea ha ridefinito il concetto stesso di arte, che sempre più spesso esce dal biancore asettico delle pareti dei musei, per amalgamarsi sempre più spesso nel tessuto paesaggistico e urbano. Se sul Lago d’Iseo ne è stato un esempio Christo, con la sua colossale opera, The Floating Piers, che ha portato sulle acque del Sebino una passerella gialla lunga circa 3 chilometri, a Napoli, anni addietro, in principio furono le stazioni della metropolitana a farsi installazioni e vere e proprie attrazioni turistiche e veri e propri musei gratuiti per i viaggiatori, portando artisti del calibro di Kounnelis e Pistoletto.

Da oggi però il capoluogo partenopeo potrà vantare anche un altro progetto d’arte contemporanea, che entra a far parte direttamente del tessuto urbano.

È con questa premessa che parte il progetto MontesantoArte promosso dalla Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee-Museo Madre, realizzato in collaborazione con Quartiere Intelligente.

Quattro artiste hanno creato delle opere site-specific per l’omonimo quartiere di Montesanto.

Mariangela BrunoFrancesca BorrelliElena Mazzi e Valentina Miorandi, quattro donne, tutte under 35.

Le opere, che turisti e redisenti potranno ammirare sono The Dot della Bruno, installazione luminosa posta sul tetto di Quartiere Intelligente.

Francesca Borrelli ha invece creato Fern‘s Bookcase, che prova ad unire il mondo della cultura a quello della natura.

Elena Mazzi ha invece pensato una performance live dal titolo Karaoke. A che serve parlà si nisciuno te dà aurienza realizzando un confronto diretto con gli abitanti del quartiere.

Mentre Valentina Miorandi ha immaginato un video, seguito di Conkè delle Drifters, duo composto dalla Miorandi e da Sandrine Nicoletta Chatelain, che è stato realizzato in collaborazione con la comunità di Montesanto.

Un progetto, questo, che avvicina l’arte alla strada e alle persone che la abitano.

ART NEWS, INTERNATTUALE

Tutti pazzi per Napoli: dagli spot al cinema, ecco tutte le produzioni in città

È vero, ne ho parlato più volte, ma quando un fenomeno si ripete con così tanta continuità, significa che sta davvero succedendo qualcosa. Napoli, da qualche anno, sta vivendo un momento di grande fioritura mediatica: servizi fotografici, spot televisivi, cinema, fiction, e chi più ne ha più ne metta. Mai come negli ultimi anni c’è stata una così alta concentrazione per il capoluogo di partenope, che ha felicemente fatto da sfondo ad importanti prodotti italiani e, addirittura, internazionali.

Merito probabilmente di quel suo folclore che la rende tanto singolare e diversa dalle altre città del Bel Paese, eppure allo stesso tempo così riconoscibile agli occhi di tutto il mondo che la guarda con meraviglia e stupore.

Dai film d’autore alle commedie, dalla lunga serialità alla réclame, passando per gli shooting di riviste patinate sono tanti i luoghi di Napoli che stanno (ri)emergendo, trovando quella popolarità che dai Fratelli Lumière a Ferzan Özpetek, che lo scorso anno ha girato Napoli Velata, continua ad affascinare con i suoi castelli, le coste, i colori tipici della nostra terra.

Se la maison Dolce&Gabbana ha scelto il capoluogo campano per festeggiare il suo trentennale, quest’anno Domenico Dolce e Stefano Gabbana ritornano con il promo The art of seduction (L’arte della seduzione) per consolidare un sodalizio artistico iniziato ufficialmente con le celebrazioni del 2016, ma che già agli inizi degli anni 2000 aveva portato i due stilisti italiani a scegliere i faraglioni di Capri quale location d’eccezione per lo spot della fragranza Light Blue.

È il Parco della Gaiola il luogo deputato a rappresentare lo spirito della casa di moda, e l’allure di quell’italianità esportato da due stilisti in tutto il mondo.

Qualche anno fa invece è stata la volta delle produzioni RAI, che hanno portato in città I Bastardi di Pizzofalcone (serie tratta dagli omonimi romanzi di Maurizio De Giovanni), la fiction Sirene (sceneggiata da Ivan Cotroneo), Non dirlo al mio capo con Lino Guanciale e Vanessa Incontrada.

Sul fronte internazionale anche la nota serie Sense8, prodotta da Netflix, lo scorso anno aveva scelto Napoli per la sua seconda stagione.

Ma non sono soltanto gli scenari da cartolina di Napoli, quelli che affascinano il grande pubblico: giunta alla sua quarta stagione (ancora in produzione), la serie crime Gomorra, in onda dal 2014, ha fatto conoscere ai più anche la periferia di Napoli, Scampia, e le Vele sfondo delle faide camorristiche del clan dei Savastano, mentre sulle reti di stato è stata portata sugli schermi La cattura di Zagaria, capo clan dei Casalesi, nella seconda stagione di Sotto copertura con Alessandro Preziosi.

Poche settimane fa è stato il regista Alessandro D’Alatri a portare in TV la storia di Angela, figlia di un boss di Secondigliano, che coltiva il sogno di ballare, nel film In punta di piedi.

In queste settimane (e ve ne ho ampiamente parlato anche su instagram) il regista Saverio Costanzo sta girando la serie L’Amica Geniale, tratta dall’omonimo romanzo di Elena Ferrante, che ha portato per le strade e i vicoli di Napoli auto d’epoca e Lambrette.

Più di recente è stato Gianni Amelio a girare il premiatissimo La Tenerezza con Elio Germano e Micaela Ramazzotti, mentre ha voluto l’isola d’Ischia (che ritornerà anche in L’Amica Geniale) il regista Gabriele Muccino per A casa tutti bene, film corale che ha portato in città i più importanti attori del panorama cinematografico italiano contemporaneo.

Non solo D&G. Anche la maison del compianto Hubert de Givenchy aveva scelto Napoli e i suoi scorci per un spot pubblicitario e alcuni servizi promozionali del marchio, che aveva voluto le luci e le ombre dei vicoli del centro storico.

Ma non è solo il patinato mondo della moda che ha scelto Napoli. Marchi come CRAI e Ferrero Rocher, hanno scelto (tra le tante) anche la città di Napoli, il lungomare e le sue piazze monumentali, per ambientare i loro spot, in una dicotomia nord/sud che bene ne ha enfatizzato le sue bellezze.

Pochi giorni fa vi ho invece parlato di Carpisa e del suo bellissimo spot ambientato nel Chiostro di Santa Chiara con il Premio Oscar spagnolo Penelope Cruz.

Sempre nel 2016 anche il divulgatore Alberto Angela ha scelto Napoli quale protagonista di una puntata del suo noto programma Ulisse – Il piacere della scoperta, parlando delle sue bellezze e dei suoi misteri, realizzando un record di oltre due milioni di telespettatori nella prima serata di RaiTre.

Ed è proprio l’arte e la cultura napoletana la protagonista di questo primo trimestre del 2018: il Museo Archeologico Nazionale di Napoli (protagonista anche negli ultimi anni di non poche produzioni) è stato scelto persino come location del videoclip di Sufjan Stevens, colonna sonora del film Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino.

Moda, cinema, pubblicità, ma anche food. Sì, perché persino i programmi di cucina hanno voluto Napoli. In principio, da oltreoceano, è stata la nota chef statunitense Giada De Laurentis (nipote di Dino e Silvana Mangano) che per la prima  stagione di Giada in Italy ha scelto la costiera Amalfitana (e Napoli) per il suo programma di cucina.

La nostra Benedetta Parodi ha invece ambientato alcune puntate a Napoli, portando persino i casting nell’emiciclo vanvitelliano di Piazza Dante, arrivando alla Sonrisa, più nota ormai come Castello delle Cerimonie, per una puntata speciale con il compianto Don Antonio.

Ultimo, solo in ordine cronologico, lo chef Damiano Carrara che, in coppia con Katia Follesa, ha inaugurato la prima edizione di Cake Star – Pasticcerie in sfida, in una puntata dove sono state le note bakery napoletane Carbone, Napolitano e Poppella a contendersi il titolo di miglior pasticceria della città.

Napoli sta vivendo un momento di grande fioritura, mostrando orgogliosamente al mondo la sua arte, la sua bellezza, la sua cultura.

ART NEWS

Visita virtuale alla Galleria Borbonica di Napoli

Quando si parla della Napoli sotterranea, molti immaginano il noto accesso in Via dei Tribunali a due passi da Piazza San Gaetano. Se questo sito è stato il primo ad offrire la possibilità di visitare le viscere della città, di certo negli anni non è stato l’unico, né può definirsi “l’originale”, considerando che si tratta di una parte di storia che accomuna a grandi linee tutto il sottosuolo del capoluogo partenopeo.

Tra gli accessi sotterranei più belli e suggestivi c’è infatti la Galleria Borbonica. Alle spalle di Piazza del Plebiscito a Napoli, offre la possibilità di percorrere un tratto che arriva fino al cuore della nota piazza napoletana.

L’ho scoperta soltanto qualche anno fa. Ne avevo sentito parlare, conoscevo già gli interessanti progetti di moda e teatrali che da qualche anno animano luogo, ma mi sono spinto soltanto a discendervi dopo aver visto la bellissima puntata di Ulisse che Alberto Angela ha in parte dedicato a questo sito, e al percorso che include addirittura una falda acquifera.

La novità che riguarda oggi la Galleria Borbonica è che sarà visitabile anche dal web. Un progetto che, grazie alla tecnologia 3D Voyager, ha ricreato un tour virtuale. Un lavoro durato circa due anni che ha visto l’impiego di oltre 24.000 fotografie, e che rende visitabile il tunnel attraverso smartphone, PC e tablet.

Il costo per fare tutto questo è di 3€, con i quali il visitatore (virtuale) acquista un ticket che gli darà un accesso di 7 giorni per percorrere cunicoli, gallerie e vasche sotterranee.

Una certosina ricostruzione tridimensionale che include un’audio guida che accompagnerà il visitatore, munito virtualmente di una torcia, nella visita di un sito che si vuole far conoscere in tutto il mondo.

Se volete farvi un’idea di ciò che la rete potrà offrire, ecco un video con la presentazione del progetto:

ART NEWS

L’incontro con Van Gogh nel sud della Francia. A Napoli fino a giugno

Quando seguo il navigatore di Google Maps sul mio iPhone per giungere alla Basilica di San Giovanni Maggiore, dove è stata allestita The Van Gogh Immersive Experience, l’eccezionale mostra che a grande richiesta è stata prorogata fino al 3 giugno 2018, mi porta nell’omonimo vicoletto che prende il nome dalla chiesa. È chiuso, e mentre cerco di uscire per giungere all’ingresso principale su Largo San Giovanni Maggiore Pignatelli, a due passi da una delle sedi dell’Università L’Orientale, aiuto una signora che dall’interno di un basso mi chiede di rialzare il suo stendino con i panni, quello del bucato, siccome il vento l’ha rovesciato. Piove a dirotto: «Tu sei già fuori…» mi dice la donna, mentre io cerco di tenere in piedi il suo stendino nel vano tentativo di non far cadere il mio ombrello e non bagnarmi troppo con l’incerata che protegge i panni stesi.

Quando entro all’interno della Basilica mi sento chiamare. La biglietteria probabilmente non è in una posizione particolarmente intuitiva, ed io fatico un po’ prima di capire il verso di questa musealizzazione.

Non avevo mai fatto un percorso esperienziale sull’arte e, confesso, mi incuriosiva molto vedere una mostra innanzitutto di questo genere. Avere l’occasione di poterlo fare con un artista come Van Gogh, credo sia stata una vera fortuna.

Metto al collo il mio pass stampa, mentre dinanzi a me, su dei cavalletti, vedo ad una ad una alcune delle opere più note del pittore olandese. C’è persino la ricostruzione vera e propria della sua camera da letto, quella da lui stesso dipinto, la stessa dove sognava i suoi dipinti e poi dipingeva i suoi sogni, parafrasando le sue stesse parole riproposte all’interno della proiezione questa esperienza.

L’interno della navata principale è stato completamente ridisegnato. Quando entro ho quasi la sensazione di trovarmi all’interno di un cinema. Ma non ci sono file di sedie, ma sedute sparse tra cuscini, panchine e, sì, persino sdraio mare. Come se questo fosse un lounge bar in cui l’imperativo è rilassarsi.

Sono all’interno dello schermo, ben oltre il 3D, dentro un quadro di Vincent Van Gogh, dentro la sua Notte Stellata sul Rodano.

Non è un vero e proprio percorso d’arte, questa parte, non ci sono focus sulle tecniche o finestre sulla sua vita, quanto piuttosto un momento sensoriale, evocativo che, attraverso video, immagini e musica originale e composizioni classiche, per far rivivere allo spettatore la suggestione, le atmosfere, le sensazioni che scaturiscono dai suoi iconici dipinti.

È la stessa voce di Van Gogh che idealmente racconta qualche stralcio delle sue emozioni, mentre i suoi autoritratti si sovrappongono l’uno dietro l’altro, sfumando nei contorni e nei colori del suo viso che cambia, nella consapevolezza di giovane artista che diventa a mano a mano uomo maturo, mentre le sue opere si animano sulle pareti circostanti, prendono vita e ci appaiono così come doveva immaginarle Van Gogh nella sua mente, con i colori intensi, le pennellate dense, mentre le colonne della Basilica si fanno purpurei ornamenti, orlati di verdeggianti rampicanti.

La Casa Gialla, i mangiatori di patate, il Teschio con sigaretta diventano vita sulle pareti della navata centrale, così come i suoi mulini, i paesaggi rupestri dai quali era ispirato continuamente.

La Notte sul Rodano è il momento più suggestivo, quando la sala si tinge di blu ed è come ritrovarsi in un paesaggio da sogno, con il riflesso delle stelle che si riflette nell’acqua, mentre le barche scivolano tra le onde.

Si può percepire ogni pennellata, ogni tratto, ogni olio o sfumatura di colore.

La seconda parte della visita prevede degli occhiali con realtà aumentata. Li indosso e mi ritrovo nella famosa camera da letto dell’artista: con il suo letto, il comodino, la sedia un po’ sbilenca e quell’arredamento minimale.

Scendo, percorro le scale interne della Casa Gialla e mi ritrovo tra i campi di grano e gli alberi. Tra il giallo delle messi e l’azzurro del cielo, tra i contadini all’ombra dei covoni di paglia e le acque del Rodano.

È una sensazione forte, reale, che mi permette di guardarmi intorno, girarmi come se fossi lì, come se fossi Van Gogh, guardando il panorama circostante, che sogna ad una ad una le sue opere che si materializzano davanti ai miei occhi. I campi di grano, i cipressi, i suoi contadini che dormono.

Ritorno nella sua camera, con una sua tela. Sono Van Gogh.

Tolgo gli occhiali, fuori mi aspetta ancora la pioggia di Napoli. Ma mi sento felice, perché ho appena fatto un’esperienza straordinaria nel sud della Francia.

Per maggiori informazioni:

https://vangoghimmersion.com/

LIFESTYLE

Penelope Cruz nel Chiostro di Santa Chiara a Napoli per Carpisa

Che Carpisa stesse cambiando rotta, lo avevamo capito dallo stile delle sue borse. Lo storico marchio di borse, valigie e pelletteria nato nel 2001, è passato infatti dalla produzione di borse economiche, dei primi anni, con le quali ha fatto concorrenza persino agli ambulanti, ad un’idea di moda accessibile che coniugasse l’idea di design, lusso e convenienza.

Una percorso che ha portato il fast fashion brand ad oltre 600 negozi in Italia e all’estero, passando per le campagne in televisione e a testimonial d’eccezione come Penelope Cruz.

Il premio Oscar spagnolo, infatti, già volto della maison il cui headquarter è a Nola (Napoli), ritorna quest’anno come testimonial e co-designer di una capsule collection, che l’attrice ha disegnato in collaborazione con la sorella minore, Monica.

Cruz Collection, questo il nome, sarà la linea di punta primavera/estate 2018 del brand, che per la sua promozione ha scelto l’occhio del fotografo Nico Bustos, che ha spesso catturato la diva sulle copertine dei magazine patinati di moda e lifestyle.

Penelope Cruz per Carpisa (Chiostro di Santa Chiara, Napoli)

Location di questa campagna lo straordinario Chiostro del Monastero di Santa Chiara a Napoli, di cui vi ho già parlato qualche settimana fa qui, e di cui potete vedere qualche immagine sul mio profilo instagram.

Per seguire la campagna e tutto ciò che la riguarda, e condividere a vostra volta la vostra borsa Caprisa by Penelope Cruz, vi basterà tenere d’occhio l’hashtag #SpringInNaples.

Penelope Cruz, campagna Carpisa

Sono davvero felice che un sito come il Chiostro di Santa Chiara diventi anche luogo glamour, in cui arte e moda si incontrano. I vivaci colori delle maioliche ad opera della nota bottega dei Massa, le luci e le ombre del portico completamente affrescato, e la sacralità del posto, incorniciano perfettamente la straordinaria bellezza dell’attrice di Volver, e lo stile chic e un po’ bohémien delle sue borse, perfette compagne per signore e signorine per la bella stagione di quest’anno.

ART NEWS

Gli igers e i blogger di Napoli al museo MADRE per Pompei@Madre

Vedere una mostra di archeologia all’interno di un museo d’arte contemporanea, è già di per sé un evento eccezionale. Avere la possibilità di vederla, guidati dal direttore in persona, è la quintessenza del voyeuristico piacere cui un amante della storia dell’arte possa ambire.

Vi avevo già parlato di Pompei@Madre, la straordinaria mostra allestita dal Museo d’Arte contemporanea Donna Regina, noto ai più con l’acronimo di MADRE, che terrà banco nelle sale del Palazzo Donnaregina a Napoli fino al prossimo 30 aprile.

L’occasione è stata uno speciale #InstameetPompeiMadre, organizzato sabato 17 marzo dal museo in collaborazione con igersnapoli, che ha riunito gli instagrammer napoletani e non solo, e i blogger che, come me, si occupano (anche) di arte. Accompagnati dal Direttore Andrea Viliani, abbiamo fatto una visita esclusiva all’interno di questa bellissima esposizione, che ha messo in dialogo l’archeologia alla contemporary art.

Smartphone innanzitutto, ma anche reflex, compatte e, sì, persino qualche analogica. Ognuno nel suo personalissimo modo, vuole catturare un pezzo di mostra o di museo, e raccontarlo attraverso i propri canali social e le proprie pagine on-line.

Una giornata che ha messo a dura prova la resistenza delle batterie dei nostri dispositivi, e ha dato libero sfogo alla smania di fotografare ogni pezzo o allestimento di una mostra che ha letteralmente incantati.

Varchiamo idealmente quella che è stata concepita come una Domus Contemporanea. Ed è proprio una porta quella che vediamo al centro del colorato atrio, in cui i sgargianti colori caldi dell’opera di Daniel Buren fanno da sfondo al “negativo” in gesso della porta di una casa dell’antica Pompei. Una felice intuizione con cui l’allora soprintendente, Giuseppe Fiorelli, nella metà del XIX secolo aveva portato alla luce corpi e oggetti dalla devastata terra pompeiana, che altrimenti noi contemporanei non potremmo vedere. E così proprio come quei calchi in gesso dei tanti pompeiani che trovarono la morte in quella terribile eruzione del Vesuvio del 79 d.C., anche molti altri oggetti hanno impresso la loro impronta tra la cenere e i lapilli che coprirono la cittadina romana 2000 anni fa.

Entusiasta quanto emozionato, il direttore ci introduce alla mostra: «La novità della nostra mostra è che vuole essere un modo per guardare il tempo – dice – e a quella “materia archeologica” che non è qualcosa che rimarrà in eterno. Ma cambierà».

Sono soprattutto questi gli oggetti fortemente voluti da Viliani in questa esposizione, quelli feriti, compromessi, che portano addosso le cicatrici del tempo e di un evento che li ha inevitabilmente segnati, e talvolta cambiati, per sempre: «La nostra idea, che questa mostra lancia – ci tiene a sottolineare Viliani – è che la materia archeologica pompeiana distrutta, può diventare materia per la creazione di nuove opere d’arte se affidate ad artisti contemporanei».

Sì, perché Pompei@Madre rappresenta la volontà di sconfiggere il pregiudizio sul contemporaneo, guardandolo attraverso ciò che per molti è considerato classico, dimostrando che tutto è stato contemporaneo e forse lo è ancora: «Contemporaneo – prosegue Viliani – è il modo di guardare le cose» proprio come seppe fare l’archeologo e studioso Salvatore Settis, quando scrisse il futuro del classico, introducendo quel concetto di resilienza, quella capacità di adattamento e sopravvivenza che caratterizza oggi gli oggetti e la città stessa di Pompei.

Risaliamo le scalinate di Palazzo Donnaregina, ascoltando la voce del direttore che echeggia negli ambienti del museo. Siamo rapiti, mentre ci avviciniamo in quelli che dovevano essere gli ambienti circostanti della casa, come topolini con il pifferaio magico.

Un triclinio, un tavolo, lampade dalle forme falliche. Oggetti d’uso quotidiano che qui acquistano una valenza nuova, una coscienza storica, dove tutto si fa nostalgia ed ogni cosa diventa arte e suggestione, perfettamente incastonati tra i trasgressivi affreschi di Francesco Clemente e le sue maioliche della site specific Ave Ovo, che celebra i simboli di Napoli e quelli della sua infanzia.

Un pavimento “a canestro”, in cui tessere a mosaico colorate, si intrecciano, dialoga con i due cerchi bicolore di Sol Lewitt, 10000 lines, tratteggiati, appunto, da diecimila linee di uguale lunghezza in ordine sparso. Non sono stati realizzati dall’artista americano, scomparso nel 2007, ma secondo sue precise istruzioni, perché, questo il concetto rivoluzionario, per il minimalista Lewitt, che concepita l’arte “as idea”, come qualcosa di riproducibile seguendo delle indicazioni precise, proprio come nell’antica Pompei, quando un pavimento di tal pregio era semplicemente realizzato da una maestranza che aveva acquisito la tecnica dal suo predecessore.

E quasi ci sembra di calpestarlo, quel pavimento pompeiano che affacciava sul mare, e sentiamo quasi la brezza marina e l’aria salina del golfo.

Bellissimo il dialogo non solo artistico, ma spirituale, è proprio il caso di dirlo, con l’opera Spirits di Rebecca Horn, l’artista tedesca che con i suoi teschi e i suoi specchi aveva omaggiato la città di Napoli, il culto per le anime pezzentelle, che trova adesso in alcune lapidi antropomorfe la naturale prosecuzione a ritroso nel tempo di questo ciclo che da sempre caratterizza la città e i suoi abitanti, in un gioco di suoni, luci e ombre, sospese tra la vita e la morte.

Le sale si susseguono una dietro l’altra, e i reperti dell’antica città alle falde del Vesuvio si alternano alle installazioni e opere delle collezioni permanenti. Il nostro percorso, questo vero e proprio cammino iniziatico tra antichi ritrovamenti e lavori recenti, si chiude con un’olla. Un vaso panciuto, dalla particolare pigmentazione verde, punteggiata da schizzi bianchi e blu, e dai colori caldi del collo. Sembra incrostato, a metà tra un reperto di un relitto sott’acqua e un’opera espressionista.

«Questa è la nostra Grace Kelly!» esclama il direttore con orgoglio, indicando questo antico vaso che cattura completamente la nostra attenzione, mentre Viliani prosegue un elenco di nomi di dive dagli anni ’50 ad oggi, che possano meglio incarnare l’iconico significato che questo pezzo ha per l’intera mostra.

È incredibile pensare che non c’è un artista dietro questo avveniristico “design”, o che forse il suo artefice è il Vesuvio. Sì, lo stesso ritratto da Andy Warhol, giunto in queste sale direttamente da Capodimonte. Il Vesuvio, la cui furia distruttrice ha sepolto e conservato un’intera città, che con i suoi lapilli incandescenti, la sua cenere, la sua violenza, ha colorato questo paiolo con la stessa forza di Jackson Pollock, rendendola di diritto un’opera d’arte contemporanea. Senza tempo.

ART NEWS

Scoperto nei fondali di Napoli l’antico porto all’ombra di Castel dell’Ovo

Oggi leggo su alcuni siti una notizia che io avevo appreso la scorsa settimana.

Venerdì 9 marzo infatti avevo preso parte, con vero interesse e piacere, a L’Archeologia subacquea nel Golfo di Napoli, fra passato e prospettive per il futuro, all’Università degli Studi di Napoli Federico II, secondo appuntamento di un ciclo di conferenze sulla Magna Grecia, che si propone di approfondire tematiche e problematiche legate al mondo dell’archeologia e dello scavo archeologico.

Una presentazione, questa, che non solo ci ha parlato con onestà delle difficoltà cui va incontro l’archeologo contemporaneo: trovare i finanziamenti per le campagne di scavo, ottenere i permessi legati al contesto urbano, riuscire ad estrarre dalla terra informazioni e reperti; ma ci ha anche aggiornato sulle recenti campagne legate al panorama partenopeo, e mai aggettivo fu più appropriato.

Le scoperte infatti riguardano proprio l’isolotto di Megaride, dove oggi sorge Castel dell’Ovo, luogo mitico in cui, secondo la leggenda, la Sirena Partenope, rifiutata da Ulisse, avrebbe trovato la morte. Qui originava la primigenia Palepolis, il nucleo più antico di ciò che sarà per i greci la città “nuova”, Neapolis.

Ad introdurre il panorama campano è stato il Dottor Rosario Santanastasio, geo-archeologo, che ci ha ampiamente spiegato i fenomeni sismici, eruttivi e di bradisismo che hanno caratterizzato il territorio, portando all’attuale morfologia, caratterizzandone anche il materiale, il tufo giallo, di cui la Campania, e Napoli in particolare, sono ricche, e che senza dubbio ha fortemente inciso sugli insediamenti ma anche sulla costruzione delle strutture della vecchia e della nuova città greco-romana.

A parlare invece delle recenti scoperte, che hanno interessato il lungomare di Napoli, è stato l’archeologo subacqueo e operatore tecnico subacqueo Filippo Avilia, scopritore tra l’altro della corvetta borbonica “Flora”. Lo studioso applica la tecnica del mare all’archeologia e viceversa, e ci parla così del ritrovamento di quattro tunnel sommersi, e una strada larga all’incirca tre metri che reca ancora i segni dei carri che la attraversavano. Una lunga trincea per soldati che proteggevano probabilmente l’originario approdo dell’antica città di Napoli: «Fra la prima galleria crollata e la seconda – spiega Avilia – c’è una trincea che le collega, alta circa un metro e mezzo e larga altrettanto. Un camminamento, che ricorda molto quelli della prima guerra mondiale».

Lungo quest’area ritroviamo inoltre dei massi, depositati a mo’ di protezione di questo passaggio.

Per il Dottor Avilia il condizionale è d’obbligo, in quanto, tiene a precisare, si tratta di una scoperta recente che è ancora in fase di studio.

Il rinvenimento è avvenuto all’ombra, letteralmente, del Castel dell’Ovo. Nei fondali alla destra della fortezza napoletana infatti, ad appena sei metri di profondità, si sono calati i sottomarini finanziati dalla IULM di Milano.

Ma questa, pare, sarà soltanto la prima parte di una spedizione archeologica che a maggio riprenderà, di cui gli studi potrebbero aprire anche un nuovo scenario nel panorama turistico di Napoli, allargando l’offerta con con visite esclusive nei fondali della città.

Orientato ad una “musealizzazione” anche il Soprintendente dei Beni Archeologici di NapoliLuciano Garella, che pensa infatti ad un modo per valorizzare al meglio queste scoperte e renderle fruibili a quel grande pubblico di studiosi o semplici appassionati, creando un vero e proprio filone turistico subacqueo. D’altronde gli stessi Santanastasio e Avilia hanno spiegato all’unisono che ciò che preme anche al semplice cittadino, in vista di nuovi scavi, è se questi potranno portare anche un beneficio economico-lavorativo all’intera comunità.

La scoperta contribuisce senza dubbio a ridefinire quelli che erano gli originari confini del lungomare di Napoli, e getta le basi per una nuova immagine del primo nucleo di fondazione. Orgoglioso l’autore di questi rilievi, l’archeologo Mario Negri, che in merito ha detto: «È una scoperta che apre un nuovo scenario della ricostruzione della vecchia struttura di Palepolis».