TELEVISIONE

Sirene, da novembre su raiuno la nuova fiction ambientata a Napoli

Si intitola Sirene, ed è la nuova fiction su cui la rai punta tutto. Lo sceneggiato è un fantasy intriso di mistero, che si distacca dai soliti drammi e saghe familiari cui siamo abituati, e ci porta in un genere e una tematica decisamente inedite per una produzione della TV di Stato.

Dopo Non dirlo al mio capo, dove era uno scenario appena accennato, e I Bastardi di Pizzofalcone, in cui invece era una silenziosa protagonista, sono davvero molto felice che a fare ancora una volta da sfondo a quello che possiamo definire un vero e proprio “esperimento” della televisione sarà la città di Napoli.

E quale città migliore, se non quella della mitica Sirena Partenope per questa produzione? Secondo una leggenda di origine greca, infatti, quella che sarebbe stata la più bella sirena del golfo avrebbe trovato la morte dove oggi sorge il Castel dell’Ovo, intravisto tra l’altro nel teaser in questi giorni.

Sirene, dal sito Cross Production

La trama ruoterà intorno alla sparizione di un tritone, ultimo esemplare di maschio in una società di sirene per lo più matriarcale. Alla sua ricerca partiranno la promessa sposa Yara, insieme alla madre e a due sorelle. Sbarcheranno a Napoli, e si lasceranno conquistare dagli esseri umani.

Molto interessante il cast, che vede tra i protagonisti anche Luca Argentero e Ornella Muti, ma tanti volti noti come l’attore Massimiliano Gallo, Maria Pia Calzone.

Protagonista la giovane Valentina Bellè, già Lucrezia nella discussa fiction I Medici.

«Esistono solo due posti sulla terra dove sirene e tritoni possono vivere, uno è New York, l’altro è… Napoli! Sirene è una commedia sentimentale in cui il mare e la terra vengono coinvolti nella battaglia più antica del mondo, quella tra maschi e femmine. Le sirene sono arrivate sulla terra per dare un futuro alla propria specie e incantare gli uomini con la propria magia, ma saranno i maschi napoletani in realtà a conquistarle con la loro passionalità» è con queste parole che la Cross Production presenta la serie sceneggiata da Ivan Cotroneo e Monica Rametta.

Dodici episodi da cinquanta minuti ciascuno, per la regia di un altro napoletano, Davide Marengo, che ci terranno compagnia nella prima serata di RaiUno a partire, secondo tvserial.it, dal prossimo 21 novembre.

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INTERNATTUALE

Lo spot Buondì Motta avveniristico come un’opera di Maurizio Cattelan

Ha suscitato molte polemiche in queste ore, sul web e non solo, lo spot Buondì Motta, in cui la mamma protagonista del promo “muore” colpita da un meteorite.

La scena è naturalmente surreale e ironica: una bambina chiede alla mamma una colazione che sia golosa e leggera, e la mamma, a metà tra un cartoon e il serial statunitense Desperate Housewives con tanto di perle al collo, le dice che non esiste, aggiungendo: “possa un asteroide colpirmi, se esiste!”. Immediata, come in tutte le farse, la caduta del masso satellitare che prende in pieno la donna, suscitando, almeno per me è stato così, l’ilarità dei telespettatori.

Uno spot semplice, se vogliamo banale, vagamente irriverente, efficace, benché non propriamente originale. Sì, perché la trovata meteorite, che apparentemente sembra lo sketch di una commedia all’italiana anni ’80, affonda le sue radici addirittura nell’arte contemporanea.

Già nel 1999 infatti il padovano Maurizio Cattelan, noto artista contemporaneo, aveva creato una scultura, a grandezza naturale, di Papa Giovanni Paolo II disteso a terra colpito proprio da un asteroide, intitolata La nona ora.

Maurizio Cattelan e l’opera “La nona ora”

Il papa indossa i paramenti sacri ed è presumibilmente colpito durante una processione. L’opera naturalmente suscitò non poche polemiche, e per rispetto dell’autorevole figura di Wojtyła, e per la dissacrazione dell’immagine della Chiesa che rappresentava. Tuttavia fu inclusa in una collettiva dal titolo, manco a dirlo, Apocalypse, ed esposta alla Royal Academy di Londra e successivamente a Varsavia.

Se a “morire” sotto il masso fosse stata una suocera impicciona, una nonna goffa, un marito stralunato, sarebbe stata più divertente perché deontologicamente corretta? O quella della mamma per noi italiani, spesso considerati proprio “mammoni” e “bamboccioni”, è ancora una figura troppo matronale per essere dissacrata, seppur senza alcun intento di oltraggio, nel goliardico spot di una merendina?

La critica si è spesso spesa a favore di quell’incompresa comicità italiana, del nostro cinema, di quell’avanguardia che ha rivalutato e in alcuni casi riabilitato i B movie che oggi sono considerati dei veri e propri cult. Eppure dimostriamo di essere un paese così retrogrado che si scandalizza ancora dinanzi ad una pubblicità avveniristica come questa che ha saputo invece catturare l’attenzione dello spettatore divertendo, e al tempo stesso promuovendo il prodotto, senza innescare l’effetto-noia che porta alla smania da zapping.

Questa polemica è paradossale se si considera che proprio in queste ore c’è un altro spot che ha suscitato le ire del web: sto parlando di Dolce&Gabbana The One, promo che vede protagonisti la bella Emilia Clarke e Kit Harington, noti volti del serial Il Trono di Spade, passeggiare per le strade di Napoli sulle note del brano del ’56 di Carosone, Tu vuo’ fa’ l’americano. A dire di molti l’Italia è sempre rappresentata con l’ormai usurato cliché pizza-mandolino, come un paesino folcloristico quanto antiprogressista degli anni ’50.

Ma alla luce di tanto clamore per il Buondì Motta, non c’è da stupirsi allora se siamo visti come provinciali un po’ naif e bigotti, rimasti fermi all’epoca dello spaghetti-western.

ART NEWS

Il MANN di Napoli celebra Versace con la mostra Dialoghi/Dissing

Quest’anno ricorre il ventennale dalla morte di Gianni Versace, genio indiscusso della moda italiana nel mondo, assassinato sui gradini della sua villa a Miami il 15 luglio del 1997. Vent’anni dopo il mondo sembra non averlo mai dimenticato: un serial TV ne ripercorrerà la vita e la morte, il cantante Bruno Mars gli ha tributato un singolo questa estate e una mostra al Museo Archeologico Nazionale di Napoli ripercorre idealmente il suo stile.

Ultime settimane di tempo, fino al prossimo 20 settembre, per correre al MANN di Napoli e andare a vedere Dialoghi/Dissing, rassegna che mette a confronto il mondo antico con le creazioni originali del compianto stilista: «Con la mostra dedicata alla creatività di Gianni Versace abbiamo voluto dimostrare che esiste una continua contaminazione tra le arti» ha detto in merito Paolo Giulierini, direttore del museo napoletano.

Una mostra che si propone come evento full-immersion, a cominciare dalla fragranza, creata per l’occasione da Mansfield, che stimola da subito l’olfatto del visitatore non appena varca la soglia dell’ingresso della Sala del Cielo Stellato.

foto di Dario Bruno

Dissing vede la consulenza scientifica di Maria Morisco, e ricrea sapientemente un dialogo-confronto tra gli abiti dello stilista, selezionati dalla collezione privata di Antonio Caravano e i reperti storici del museo.

foto di Dario Bruno

Nato a Reggio Calabria nel 1946, lo stilista ha sempre percepito la cultura della propria terra di origine, facendo di quella Magna Grecia il leitmotiv delle sue collezioni, che tanto l’hanno reso famoso tra gli anni ’80 e gli anni ’90, facendo di motivi tipici dell’Antica Grecia il proprio, distintivo, marchio di fabbrica: «Gianni Versace uomo del Sud aveva nel Dna tutte le immagini della cultura classica che poi ha stampato sugli abiti» ha detto Sabina Albano, ideatrice e curatrice della mostra.

Maschere in terracotta del IV e del III secolo a.C. diventano gli eccezionali accessori di giacche e gonne dalle policromie accese.

Lungo il percorso espositivo anche artisti contemporanei: da Manuela Brambatti agli acquerelli di Bruno Gianesi e Marco Abbamondi, passando per i ritratti di Ilian Rachov, a una scultura di Marcos Marin che troneggia nel giardino del museo.

Un evento da non perdere per ricordare quel fatidico 1997, che ci ha portato via Versace e qualche mese dopo ci avrebbe strappato anche Lady Diana, in qualche modo “musa” e amica dello stilista, che proprio con i suoi abiti riscopriva, come ogni donna oggi con la maison, la propria sensualità e quella libertà di essere donna.

INTERNATTUALE

Le alternative gratuite e non al Corno sul lungomare di Napoli per Natale 2017

Se pensavate che N’ALBERO fosse la cosa più brutta che potesse essere installata sul lungomare di Napoli per le festività, sappiate che al peggio non c’è mai fine. Per il Natale 2017, infatti, a raccogliere il testimone di una architettura già brutta, che voleva riprodurre un abete e invece sembrava la versione sgraziata di una pagoda cinese, arriverà quest’anno un corno rosso gigante alto circa 60 metri.

N’Albero, lungomare di Napoli (Natale 2016)

A creare questo nuovo (per fortuna temporaneo) orrore architettonico, sarà la stessa azienda che ha già partorito l’albero lo scorso anno, la Società Italstage, la quale ha risposto ad un bando pubblico del comune di Napoli, per arricchire l’offerta cultura ed artistica di Napoli (ce n’era proprio bisogno?), seguendo il tema “Napoli e la Scaramanzia”.

Un corno che dovrebbe essere largo circa 30 metri e la cui altezza garantirà una visibilità persino dall’isola di Capri (un vero enigma per i visitatori, dover scegliere tra la vista dei faraglioni al tramonto e un fallo che si erge verso il cielo di Napoli).

Il corno avrà una base rossa e, come per la precedente installazione lo scorso anno, sarà percorribile a piedi o in ascensore, con locali, ristoranti, spazi per eventi e, immancabili, le terrazze panoramiche da cui godere della vista del golfo.

Augurandoci che non ci sia un ritardo, come successe lo scorso anno per N’Albero, la cui inaugurazione era prevista per l’8 dicembre, l’Immacolata, e si protrasse di qualche giorno, il Corno dovrebbe vedere la luce tra ottobre (2017, s’intende) e restare fino a gennaio 2018, sperando che non venga di nuovo a qualche buontempone la “brillante” quanto inutile idea di farlo permanere fino alla festa della donna o, peggio, Pasqua 2018 che il prossimo anno cadrà il 1 aprile.

Già da settembre cittadini e visitatori potranno invece apprezzare (?) il posizionamento di 12 corni in giro per le strade della città, alti quasi tre metri ciascuno. I corni saranno di vetroresina e avranno l’apotropaico scopo di augurare la buona sorte a chiunque durante le feste.

Un progetto che non ha soltanto il beneplacito del Comune di Napoli, ma intorno al quale potrebbe ruotare tutto un programma di appuntamenti ed eventi sempre a tema scaramanzia.

Da premettere che, come lo scorso anno, la mia posizione in merito a simili manifestazioni non cambia. Credo che cittadini e visitatori beneficerebbero molto di più di un trasporto pubblico decente, piuttosto che dell’ennesima festosa (e fastosa soprattutto) inutile iniziativa per arricchire un’offerta che, di per sé, è già abbastanza ricca. Napoli infatti conta oltre 600 chiese, di cui oltre 400 chiuse al pubblico. La città è già animata da (importantissimi) musei che vanno dall’Archeologia (il Museo Archeologico Nazionale di Napoli è tra i più prestigiosi al mondo) all’arte contemporanea (il MADRE, ma anche il Palazzo delle Arti a Napoli, il PAN), passando per il Museo di Capodimonte, vera e propria reggia e museo nel museo. Le collezioni napoletane vanno da Caravaggio, possiamo contarne ben tre in città (il Martirio di Sant’Orsola alle Gallerie d’Italia, la Flagellazione di Cristo a Capodimonte, le Sette Opere di Misericordia, tra i più bei dipinti del maestro, al Pio Monte della Misericordia) fino ad arrivare ad Andy Warhol. Contiamo opere uniche al mondo, come il Cristo Velato della Cappella Sansevero, mentre il centro storico della città è già stato riconosciuto come patrimonio dell’UNESCO.

Il Comune di Napoli, nella persona del nostro amato sindaco Luigi De Magistris, potrebbe dunque valorizzare e trovare fondi per tutta quella parte di “patrimonio sommerso” che la sua città già possiede, e di cui la parte visibile è soltanto la punta di un iceberg ben più grosso, anziché lanciarsi ogni anno (questo è il secondo) in iniziative per cercare solo di riempire gli occhi del pubblico e degli abitanti della città.

I napoletani avrebbero bisogno di sviluppare per la propria arte, l’architettura e la storia della città quello stesso senso civico, e di vera e propria devozione, che hanno per il Napoli e San Gennaro, riscoprendo il vero valore e significato di sentirsi napoletani tutto l’anno e non soltanto durante una partita o un miracolo, senza allontanarsi ulteriormente da un patrimonio unico al mondo con una iniziativa che tra l’altro li distanzia anche fisicamente da tutto ciò che Napoli può offrire.

Inoltre, prendendo come mero esempio la tariffazione di N’Albero, che aveva un biglietto standard di 8€, e immaginando che presumibilmente ci sarà un costo d’accesso anche per il Corno, ecco quali potrebbero essere le alternative (a pagamento e gratuite) che a Napoli già esistono da secoli e consentono di far godere i propri cittadini e i turisti di altrettanta magia e suggestione con panorami unici:

Il Castel dell’Ovo. Nel periodo invernale, che coincide generalmente con la disattivazione dell’ora legale, è aperto al pubblico dalle ore 9.00 alle ore 18.30 con ultimo accesso all’interno alle ore 17.45. Considerando che dal mese di novembre il sole tramonta intorno alle ore 17.00, sarà possibile godere di un fresco tramonto sul golfo di Napoli e, con una buona visibilità, anche della vista delle isole e di tutto il promontorio posillipino. Il prezzo? GRATIS.

Al Vomero invece c’è la Villa Floridiana, parco cittadino che costituiva i giardini della dimora del Duca di Martina, oggi prestigioso museo della ceramica. Anche qui l’ingresso al parco è gratuito, e l’affaccio consente di vedere una vista nella medesima direzione di quella che fu di N’Albero e che sarà invece del Corno. Orario di apertura al pubblico dalle 9.00 alle 18.30.

Se invece volete una vista a strapiombo sulla città, seguendo con lo sguardo la suggestiva Spaccanapoli, strada che tradizionalmente divide la città in due metà esatte, allora la vostra scelta sarà Castel Sant’Elmo. Situato su di una altura del Vomero, è aperto dalle ore 8.30 alle 19.30 e con un biglietto d’accesso di 5€, consente non soltanto la visita all’interno di una delle fortezze che domina dall’alto l’intera città, ma anche la vista di un panorama unico, facendo la gioia di chi vuole vedere il sole tramontare sulle Cupole di Napoli (in lontananza impossibile non notare quella di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta) e di chi ama i selfie con viste mozzafiato che, alle luci kitsch di un evento chiassoso, preferisce la silenziosa luce d’ambra del tramonto su una delle città più belle del mondo.

ART NEWS

Dentro Caravaggio, mostra epocale a Palazzo Reale a Milano dal 29 settembre

Si intitola Dentro Caravaggio, e non sarà una semplice mostra, ma un evento unico e irripetibile che metterà insieme, per la prima volta, ben 20 opere del maestro milanese provenienti dai più importanti musei italiani e del mondo. Tra gli enti che impreziosiranno la mostra con i loro prestigiosi prestiti, sono ben due le gallerie napoletane che in qualche modo prendono parte all’evento: il Palazzo Zevallos-Stigliano, con quello che è considerato l’ultimo quadro del maestro, Il Martirio di Sant’Orsola, che sarà possibile vedere nell’ambito della mostra L’ultimo Caravaggio. Eredi e nuovi maestri presso le Gallerie d’Italia (Piazza Scala) con un ingresso ridotto per chi visita questa mostra, e il Museo di Capodimonte, che custodisce invece la Flagellazione di Cristo, dipinta da Caravaggio per la cappella della famiglia De Franchis nella Chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli. Queste due opere, insieme a quelle di Galleria degli UffiziPalazzo Pitti e Fondazione Longhi a Firenze, e a quelle della Galleria Doria PamphiljMusei CapitoliniGalleria Nazionale d’Arte Antica-Palazzo CorsiniGalleria Nazionale d’Arte Antica-Palazzo Barberini di Roma e molti altri, fanno parte di un evento straordinario che illumina le sale di Palazzo Reale a Milano.

Caravaggio, Martirio di Sant’Orsola, Palazzo Zevallos-Stigliano. Napoli

Dal Metropolitan Museum of Art di New York, che in Italia ha già portato i Musici (a Napoli fino a luglio), arriverà invece la Sacra famiglia con San Giovannino, la National Gallery di Londra presterà la sua Salomé con la testa del Battista, mentre il Museo Montserrat di Barcellona sarà presente con il suo San Girolamo.

Ma sarebbe prolisso, e forse un po’ noioso, fare uno sterile elenco completo dei tanti musei che prendono parte a questa rassegna, che aprirà le sue porte al pubblico il prossimo 29 settembre, giorno in cui cade anche il 446esimo compleanno del maestro italiano, e che farà di Milano, casa natale dell’artista, capitale dell’arte rinascimental-barocca fino al 28 gennaio 2018.

La mostra è interessante perché insieme alle opere, saranno esposte anche le rispettive immagini radiografiche, che consentiranno al pubblico di seguire di ogni opera la concezione iniziale che ne ha avuto Caravaggio fino alla realizzazione finale: «Sono emerse così – afferma in merito la curatrice Rossella Vodret – alcune costanti nelle modalità esecutive di Caravaggio, ma sono venuti anche alla luce elementi esecutivi inaspettati e finora del tutto sconosciuti: dagli strati di pittura sono affiorate una serie di immagini nascoste. Inoltre è stato sfatato il mito che Caravaggio non abbia mai disegnato, dacché sono apparsi tratti di disegno sulla preparazione chiara utilizzata nelle opere giovanili».

Grazie a una serie di riflettografie e radiografie, che penetrano in diversa misura sotto la superficie pittorica, si è potuto seguire il procedimento creativo di Caravaggio, quelli che sono stati pentimenti, rifacimenti, aggiustamenti nell’elaborazione della composizione dell’immagine.

Emblematico è il San Giovannino di Palazzo Corsini, dove le analisi della tela hanno mostrato la presenza del simbolo iconografico dell’agnello che successivamente è stato eliminato.

Dal 2009 infatti il MiBACT, in collaborazione con la Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Romano e con l’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro, promuove una approfondita ricerca sulla tecnica pittorica di Caravaggio.

Organizzata e prodotta da Comune di Milano-CulturaPalazzo Reale e MondoMostre Skira, la mostra vede la collaborazione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, che trova gli allestimenti dello Studio Cerri & Associati.

Per quanto concerne le attività diagnostiche e l’esposizione partner è il Gruppo Bracco.

A corredare ulteriormente le sale di Palazzo Reale, alcuni preziosi documenti dall’Archivio di Stato di Roma e di Siena, che andranno meglio a raccontare l’esperienza umana e artistica di Caravaggio.

Curata dalla Vodret, coadiuvata da un prestigioso comitato scientifico presieduto da Keith Christiansen, la mostra ruota essenzialmente intorno a due cardini: le indagini diagnostiche e le nuove documentazioni critiche fatte sulle opere di Caravaggio, e le nuove ricerche documentarie che hanno  riscritto la cronologia giovanile dell’artista..

Un evento che idealmente si propone di riprodurre la prima epocale mostra sull’opera di Caravaggio del Novecento, a cura di Roberto Longhi, che nel 1951, proprio a Palazzo Reale a Milano, consentì all’Italia e al mondo di riscoprire l’immortale arte di Caravaggio.

ART NEWS

Caravaggio, la forza delle Sette Opere di Misericordia a Napoli

Non ero mai stato al Pio Monte della Misericordia, il che è già un delitto per un napoletano, se a questo aggiungiamo che sono uno studioso ed un appassionato d’arte, la pena allora diventa addirittura capitale.

Sito in Via Tribunali, 253 a due passi dal Duomo, il Pio Monte, nato come ente benefico della città per aiutare gli oppressi e i bisognosi, custodisce uno dei Caravaggio di miglior fattura, le Sette Opere di Misericordia. Un’opera cardine nella lunga pagina della storia dell’arte, che segnerà un punto di rottura con la pittura precedente dell’artista milanese, e rappresenterà un vero e proprio punto di riferimento per tutti gli artisti del Sud Italia.

Qui bisogna considerare anche lo stato d’animo con cui Caravaggio dipinge l’opera. Accusato dell’omicidio di un uomo avvenuto durante una rissa, è costretto a fuggire da Roma a Napoli per evitare la pena di morte. Lontano dai suoi modelli e modelle abituali, dalle sue amicizie, dall’influenza che via via aveva acquisito nella Capitale e dai committenti romani, l’artista deve aver vissuto un senso di isolamento, solitudine e frustrazione. Le sue opere si fanno più cupe, quasi a riflettere questo suo sentimento da esiliato cui manca la madre patria, la tavolozza dei colori si spegne, abbracciando uno spettro terroso e meno brillante. Oggi Roma-Napoli può apparirci come una breve distanza, di un’ora appena di treno, ma ai tempi erano due mondi lontani e culturalmente molto diversi.

Tra la fine del 1606 e gli inizi del 1608 sono tante le opere che l’autore realizza. Da una Giuditta che decapita Oloferne a una Sacra Famiglia con San Giovanni battista, da Salomè con la testa del Battista a una prima versione di Davide con la testa di Golia.

Di questa vasta produzione soltanto due sono i dipinti rimasti a Napoli: le Sette Opere di Misericordia che, secondo un documento esposto all’interno della quadreria del Pio Monte, non deve essere spostato per nessun motivo né venduto per alcuna cifra, e la Flagellazione di Cristo di fatto di proprietà della Chiesa di San Domenico Maggiore ma custodito al Museo di Capodimonte.

Il terzo, quello che è considerato l’ultimo dipinto di Caravaggio, Il martirio di Sant’Orsola, è stato commissionato da Marcantonio Doria, di una nobile famiglia di Genova, ed è oggi custodito nella Galleria di Palazzo Zevallos a Napoli.

Caravaggio, Sette Opere di Misericordia

Le Sette Opere di Misericordia corporali, sono state commissionate da Luigi Carafa-Colonna, esponente della famiglia che protesse la fuga di Caravaggio nella città di Partenope, nonché membro della Congregazione del Pio Monte della Misericordia.

Trovarsi faccia a faccia con una delle opere più note di Caravaggio è una vera sfida, poiché si guarda l’opera eppure non si finisce mai di coglierne, tra le caratteristiche luci ed ombre tanto amate dall’artista, sfumature, scorci, volti che ci appaiono quasi all’improvviso. Come lo storpio, in basso a sinistra, che emerge dal buio: curare gli infermi, la stessa opera che rappresenta anche l’uomo nudo di spalle, di michelangiolesca memoria, vestito da un buon samaritano che con la spada divide il suo mantello, vestire gli ignudi.

È un quadro colto quello del pittore milanese, i cui riferimenti si rifanno anche alla storiografia romana di Valerio Massimo, autore del I sec. a.C., che ci racconta nei suoi Factorum et dictorum memorabilium di Cimone, condannato a morte per fame in carcere fu nutrito dal seno della figlia Pero, e per questo motivo graziato dai magistrati che fecero erigere in quello stesso luogo un tempio della Dea Pietà. Qui l’episodio è visto nella duplice veste di visitare i carcerati e, allo stesso tempo, dar da mangiare agli affamati.

Il pallore dei piedi di quello che presumibilmente è un cadavere ci ricordano di seppellire i morti, mentre un uomo che beve dalla mascella di un asino, memore del racconto biblico di Sansone, che ricorda di dar da bere agli assetati.

Infine l’ultimo, ospitare i pellegrini, è simboleggiato da un uomo con una conchiglia sul cappello, simbolo del pellegrinaggio verso Santiago de Compostela, e da un altro che gli indica un punto verso l’esterno, forse una locanda dove riposare o la sua stessa casa.

Un chiaro scuro netto, una rottura con il passato che segnerà tutta l’opera successiva di Caravaggio rendendolo autore immortale e maestro del vero, così bello da perdonare quasi una cattiva illuminazione che non rende perfettamente percepibile l’opera quasi in uno stato di penombra. È soltanto grazie ad un altorilievo, progetto per non-vedenti, che è possibile scorgere alcuni dettagli del quadro e scoprire che quello che dal basso appare uno sfregio della tela (in basso a sinistra), è in realtà la spada che riluce dell’uomo che taglia le sue vesti.

Una scena concitata senza un vero e proprio punto focale, che suscitò molto scalpore per le possenti braccia degli angeli, che irrompono nella parte alta del quadro, sorreggendo la Madonna con il bambino che nella sua composizione ricorda molto la Madonna della Seggiola di Raffaello Sanzio. L’ombra delle apparizioni celesti è proiettata sulla prigione, chiaro segno di una concreta presenza anche nella vita terrena dell’Uomo.

ART NEWS

Intervista all’artista napoletana Roxy in the Box: «L’arte deve far ragionare»

In un mondo in cui sembra sia stato detto e fatto tutto, è sempre più difficile affermarsi sulla scena dell’arte contemporanea. Sono pochi gli artisti che con originalità e voglia di comunicare portano con successo la loro arte tra la gente. Tra questi c’è sicuramente Roxy in the Box, al secolo Rosaria Bosso, artista napoletana che quasi vent’anni anni è riuscita a imporsi ed esporre in alcuni dei musei più importanti della sua città e non solo, trasformando le sue opere in vere e proprie icone dell’arte contemporanea.

Da Madonna a Sophia Loren, da Maria Callas a Anna Magnani sono tanti i volti dei miti cui si è ispirata per il suo progetto Chatting: coloratissimi stencil sui muri, che felicemente ha portato e rielaborato in giro per i vicoli di Napoli.

Il suo ultimo progetto è The other side of the T-Pop, linea di T-SHIRT per il brand napoletano Silvian Heach, in cui parla di donne e di se stessa.

Come nasce l’idea di collaborare con il brand Silvian Heach?

«L’idea di collaborare con Silvian Heach è partita da loro. Un giorno mi hanno contattata e chiesto un progetto, gliel’ho presentato ed è piaciuto molto, quindi realizzato!».

Cosa raccontano le t-shirt e perché?

«”The other side of the T-Pop“, questo è il nome del progetto, parla di 7 donne dal 1300 ad oggi inclusa me. Questo è un progetto narrativo: 7 donne – 7 biografie. Per ognuna di esse all’interno delle magliette c’è stampata una loro biografia, tutte scritte dalla storica dell’arte Anita Pepe. La mia idea è che chiunque si trovi a stirare o stendere le T-shirts alla rovescia si trova qualcosa da leggere, qualcosa da imparare in un momento inaspettato».

Anche Gucci ha deciso di creare una linea di magliette in edizione limitata in collaborazione con l’artista Angelica Hicks: come mai la moda sta guardando all’arte di strada secondo lei?

«La moda guarda alla street art in quanto la strada è il migliore social su cui comunicare».

In che modo pensa stia cambiando la concezione che la moda ha della street-art?

«Ma la moda prende tutto quello che le serve, non si tratta di concezione, dove conviene là va. La moda è tendenza, oggi la street-art è tendenza, ed ecco fatta l’accoppiata! Poi per fortuna c’è chi oltre alla tendenza vuole raccontare altro».

Quanto è difficile oggi fare arte a Napoli?

«Ma perché si deve sempre pensare ad un aspetto difficile solo perché sono un’artista di Napoli? È difficile essere artista in tutto il mondo, perché combatti tutti i giorni con te stessa. Se poi decidi che oltre ad essere artista vuoi anche fare arte, allora devi imparare tante cose, e queste tante cose non riguardano solo la città di Napoli, ma ogni città del mondo».

Non era facile rimanere. Come mai ha deciso di restare?

«Decidere di restare nella mia città per me non è stata una scelta difficile. Si sta tra la propria gente, resti con i tuoi amici di una vita, che spesso rappresentano una protezione importante, e poi c’è la famiglia sempre in soccorso per ogni necessità o guaio che combino! Quindi più che difficile a me è sembrata una scelta facile».

Tante esposizioni in passato, che hanno portato la tua opera dalla Cappella Sansevero al PAN: c’è un luogo dove Roxy vorrebbe portare la sua arte?

«Mi piacerebbe esporre un giorno nei grandi musei. Inutile nascondersi: il museo è il tempio assoluto dell’arte, ma penso che prima di avvicinarvici bisogna percorrere tanti altri luoghi, altrimenti diventa soltanto una scatola da riempire».

Intanto la tua arte trova una naturale galleria nelle strade: in che modo i personaggi che racconti ti ispirano?

«La strada è pop, in quanto popolare. Se decidi di mettere qualcosa su strada ci vogliono elementi familiari, dal colore all’immagine, dalla scritta al messaggio che vuoi lanciare o lasciare. La pop art è un’immediata relazione su cui creare qualcosa».

Quanto è importante per un artista diventare popolare e quanto invece semplicemente esprimere se stesso?

«Allora se volevo solo esprimere me stessa, restavo chiusa in casa, invitavo parenti ed amici a mostrare le mie creazioni insieme magari a dei babà e caffè. Ma non è stato così!».

Molti street-artist, si pensi a Banksy, utilizzano la loro arte per lanciare messaggi contro la guerra o la violenza…

«Banksy è uno giusto, a me piace tantissimo, l’arte deve far ragionare e lui le racconta tutte a tutti!»

Come sta evolvendo e che direzione prenderà la sua arte?

«Non lo so che direzione prenderà il mio lavoro. Tutto dipende anche da cosa si vive, e oggi è tutto così talmente veloce che è difficile fare una previsione».

Può anticiparci qualche progetto per il futuro?

«Tutta l’estate lavorerò a un progetto sperimentale che ho scritto per un museo d’arte contemporaneo tedesco e più precisamente nella cittadina di Osnabruck. Vediamo cosa succede…».

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“Totò Genio”, la mostra su Totò in tre sedi a Napoli fino al 9 luglio 2017

Nell’anno del cinquantenario dalla morte, il Maggio dei Monumenti di quest’anno a Napoli non poteva che essere dedicato alla figura di Totò, noto attore partenopeo che nella sua città è venerato come mito immortale di risata ed essenza di quella napoletanità goliardica che piace, e senza dubbio di diritto “monumento” della città di Partenope. ‘O Maggio a Totò, questo il titolo della rassegna di quest’anno, ha visto protagonista assoluto il principe della risata con diversi eventi sparsi in tutta la città, tra cui Totò Genio.

Voluta dall’Associazione Antonio De Curtis e promossa dal Comune di Napoli, la mostra ha avuto luogo grazie alla collaborazione con diversi enti, tra cui l’Istituto Luce, il Polo Museale della Campania – Palazzo Reale, la RAI e la SIAE, con lo straordinario contributo di Rai Teche e dell’Archivio Centrale dello Stato.

Suddivisa in tre sedi, si disloca in alcuni punti strategici e più suggestivi di Napoli, tra cui la Cappella Palatina (con un po’ di sacrificio della stessa) all’interno del Maschio Angioino, dove c’è Genio tra i geni, la Sala Dorica di Palazzo Reale, che ospita invece Totò, che spettacolo! e infine Dentro Totò, all’interno del Grande e del Piccolo Refettorio del Convento di San Domenico Maggiore.

Tre diverse location che raccontano altrettanti aspetti del compianto attore, attraverso spezzoni di show televisivi, lettere, fotografie, materiali in alcuni casi inediti e straordinari, che svelano la vita, l’arte e la grandezza di De Curtis.

All’interno del Museo Civico di Castel Nuovo, i visitatori potranno ascoltare e vedere alcune interviste di personaggi straordinari, contemporanei e non solo, che ricordano o raccontano la grande influenza che Totò ha avuto sulla loro arte: Eduardo e Peppino De Filippo, Ugo Tognazzi, Dario Fo, Achille Bonito Oliva, Roberto Benigni, Andrea Camilleri, Carlo Verdone, Fiorello. Sono soltanto alcuni dei personaggi che omaggiano Totò con un proprio pensiero o aneddoto.

A Palazzo Reale invece trovano posto costumi di scena originali, filmati e installazioni multimediali, accompagnati dalla voce dello stesso Totò.

Molto bello il percorso a San Domenico Maggiore che mostra invece un Totò particolarmente legato alla sua città d’origine, Napoli, con un filmato in cui l’attore fa da Cicerone, illustrando Napule” a’riggina. Ma il percorso narra anche di un aspetto meno noto della carriera cinematografica dell’attore, il suo legame con la pubblicità della Lambretta insieme a Franca Faldini, o quando la Perugina l’ha scelto, anticipando i tempi dei tanti cantanti e volti noti che oggi sono testimonial del noto cioccolatino, come volto per il famoso Bacio.

La mostra si chiude con Totò e il cinema, allestita nel Piccolo Refettorio, dove sono esposti manifesti, locandine e fotobuste dei 97 film che hanno visto protagonista Totò e che lo hanno fatto conoscere al grande pubblico.

A fare da supporto all’evento c’è  il catalogo ufficiale, realizzato da Skira, introdotto da una prefazione di Goffredo Fofi.

L’esposizione è curata da Alessandro Nicosia, che ha coordinato anche la direzione generale del progetto, insieme al giornalista Vincenzo Mollica, e prodotta da C.O.R, Creare Organizzare Realizzare resterà aperta al pubblico, ben oltre il Maggio dei Monumenti, tenendo compagnia visitatori e turisti fino al prossimo 9 luglio.

ART NEWS

Napoli: la mostra “i Tesori Nascosti” di Sgarbi prorogata fino al 20 luglio

Rivelazione dello scorso inverno, la mostra i Tesori Nascosti, a cura di Vittorio Sgarbi sarà prorogata fino al prossimo 20 luglio. Lo ha anticipato il Mattino di Napoli qualche settimana fa: data la grande affluenza di pubblico e la richiesta a gran voce di chi invece non sarebbe riuscito a vederla durante la stagione calda, si è deciso di estenderla ancora per quasi due mesi. La chiusura originaria, infatti, fissata per il 28 maggio, è sembrata troppo corta per i tanti potenziali visitatori che, in vista dell’estate, volevano vedere le oltre 150 opere che compongono questo interessante percorso di storia dell’arte.

Vittorio Sgarbi è riuscito a mettere insieme opere (ingiustamente ritenute) minori, di autori maggiori, tutte appartenenti a fondazioni, collezioni e collezionisti privati, tra cui il fondo Cavallini-Sgarbi dello stesso curatore e critico d’arte.

Oltre ai tre artisti enfatizzati dal sottotitolo, Tino Di Camaino, Caravaggio e Gemito, attivi nella città di Partenope e che legano maggiormente questa esposizione a Napoli, tanti altri artisti compongono un percorso antologico che mette insieme autori come Mattia Preti, Luca Giordano, Guercino, Ribera, ma anche grandi artisti dell’arte contemporanea e metafisica come Giorgio De Chirico, De Pisis, Morandi.

i Tesori Nascosti di Vittorio Sgarbi (Galleria del ‘900)

Pitture, certo, ma anche sculture come quelle del milanese Wildt e De Luca.

Concepita inizialmente per EXPO Milano 2015 la mostra si è spostata a Salò, arricchendosi di nuove opere e autori per la tappa napoletana.

Suggestivo scrigno di questi tesori è la Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, a Napoli, chiusa a pubblico per oltre vent’anni e utilizzata nel tempo come officina, è essa stessa tesoro nascosto che, per l’occasione, è stata restituita al pubblico nella veste elegante di pinacoteca del XIX secolo. Pareti bordeaux e dipinti disposti a metà tra percorso museale e sontuosa galleria privata, fanno da cornice al bellissimo pavimento opera della famiglia Massa (la stessa che ha maiolicato il Chiostro di Santa Chiara a Napoli). Chi entra per la prima volta ha probabilmente la sensazione di varcare una nuova dimensione, in cui svaniscono i contorni della Basilica confondendosi con quelli di una eccezionale quadreria.

una foto della sala della mostra da @marianocervone (instagram)

Visitare la mostra è un vero e proprio percorso esperienziale oltre che artistico: la Basilica infatti si trova nel cuore del centro storico della città, già riconosciuto universalmente come patrimonio dell’UNESCO, e per raggiungerla si dovrà passeggiare tra i profumi delle creazioni dei maestri pasticceri e quelle degli artigiani della pizza di Gino Sorbillo, ascoltando gli artisti di strada che portano la loro voce, i loro strumenti, la loro energia per le folcloristiche stradine.

Grazie ad una applicazione (disponibile gratuitamente per iOS e per Android) sarà possibile ascoltare la voce dello stesso Sgarbi, che guiderà lungo il percorso, una lectio privata con un maestro d’eccezione.

Prosegue dunque, per la gioia degli studenti universitari il lunedì universitario, giorno in cui ogni studente, esibendo un qualsiasi documento che attesti la frequenza a qualsiasi facoltà per l’anno corrente, può entrare in mostra pagando soltanto 5€ a fronte dei 12 del biglietto intero.

I Tesori Nascosti rappresenta un’antologia di storia dell’arte, le cui pagine vanno dalla metà del 1200, con opere giottesche appartenute persino a Gabriele D’Annunzio fino ad arrivare ai bellissimi nudi del Novecento di Eugenio Viti.

Sgarbi è riuscito a comporre una mostra che spazia sapientemente dal medioevo al rinascimento, passando per i paesaggisti dell’ottocento napoletano e le avanguardie di inizio secolo. Sono davvero tanti gli autori messi insieme dal noto critico d’arte italiano, che ha portato nel capoluogo campano un evento unico come non se ne vedevano da un po’.

Per maggiori informazioni:

www.itesorinascosti.it

ART NEWS

Omar Galliani, “Ancora nuovi voli” a Villa Lysis a Capri fino al 2 luglio 2017

Si intitola Ancora nuovi voli ed è la personale di Omar Galliani che da sabato 3 giugno fino a domenica 2 luglio 2017 sarà allestita all’interno di Villa Lysis, la storica dimora che il Conte Fersen fece costruire agli inizi del secolo scorso sull’isola di Capri.

Con il Matronato della Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee e il Patrocinio della Città di Capri, la mostra è curata da Maria Savarese, che porta per la prima volta l’artista emiliano sull’isola dell’amore.

Ancora nuovi voli rifiuta ogni tipo di cornice, se non il suggestivo edificio liberty.

Sono sei le opere che sbarcano a Capri, custodite finora in quel “cassetto dei disegni” dell’artista, e che oggi trovano nuova vita grazie ad un interessante quanto inedito allestimento: un grande ricamo siamese rosso che si staglia su di uno sfondo nero è adagiato sul pavimento con quattro gocce di cristallo purissimo ai lati, mentre due grandissime ali disegnate dall’artista a matita e carboncino su carta sono disposte a specchio sulle pareti delle stanze superiori. A fare da contraltare attorno tre piccole raffigurazioni di voli sospesi tra Ganimede, Perseo e altri mitici viaggiatori.

A concludere quello che si preannuncia come un affascinante percorso espositivo, un ultimo disegno posto all’interno del “fumoir”, o stanza dell’oppio.

Quello del volo, e delle ali in particolare, è un tema molto caro al mondo dell’arte. Sin dal racconto mitologico di Icaro e del suo desiderio di librarsi in alto nel cielo, l’uomo ha sempre sentito il bisogno di raccontare questo sogno, come metafora di libertà. E Omar Galliani ci porta con questa esposizione nel suo mondo, e a quel tema delle ali sospeso tra Oriente e Occidente, dai cristiani ai babilonesi.

Le sue opere convivono qui con preziosi ricami di grandi dimensioni, che vanno ad impreziosire ed enfatizzare la sua Inremeabilis Error, una possente ala disegnata in punta sottile di grafite nel 1978 su di un foglio di oltre tre metri per due.

Forte il richiamo all’Oriente nell’allestimento, in un contesto caratterizzato da contrasti, anch’esso sospeso tra simbolismo e sacralità. Ancora nuovi voli si propone così come un volo, letteralmente, nel mondo immaginifico dell’autore e uno all’interno degli arredi e delle stanze di una delle ville più note di Capri.