ART NEWS

Il Salvator Mundi negli Emirati Arabi: ecco chi l’ha comprato e dove sarà esposto

Mi mangio ancora le mani per non averlo visto dal vivo. Il Salvator Mundi, l’opera attribuita a Leonardo Da Vinci che ha battuto ogni record di vendita, era passato da Napoli quest’anno per la mostra a lui dedicata nel Museo Diocesano di Napoli. Dalla notorietà alla fama mondiale il passo è stato decisamente breve. Dopo essere stato battuto all’asta da Christie’s per oltre 450 milioni di dollari, è adesso uno dei dipinti più costosi e più noti di ogni tempo.

Dopo tante speculazioni giornalistiche, è il Wall Street Journal a rivelare il nome del vero acquirente che, data la disponibilità di una tale somma, non poteva che trovarsi in Medioriente.

È il principe saudita Mohammed Bin Salman il vero acquirente del Salvator Mundi. A confermarlo al giornale economico americano sarebbero state delle fonti dell’intelligence statunitense.

L’acquisto è stato fatto “per procura e per conto” del principe, si legge.

Non si tratta di un collezionista abituale, ma, a quanto pare, il principe vuole riorganizzare l’organigramma dei propri interessi, il che significa che questo potrebbe non essere destinato ad essere (o non lo sarà già) l’unico acquisto d’arte e, visto il patrimonio, l’unico acquisto record.

Salvator Mundi, Leonardo Da Vinci

Per acquistare il dipinto, il principe Mohammed bin Salman si è servito del principe Bader bin Abdullah Mohammed bin Farhan al-Saud, poco noto e appartenente ad un ramo laterale della famiglia. Gli emissari del principe non hanno rivelato le intenzioni di acquistare il dipinto fino al giorno prima, né tantomeno hanno confermato sulla carta di essere gli acquirenti del Da Vinci.

Per partecipare alla gara di acquisto del dipinto gli emissari sauditi avevano depositato 100 milioni di dollari a Christie’s, che per tale somma ne ha naturalmente chiesto l’origine.

Ad oggi il Salvator Mundi è l’unica opera di Leonardo Da Vinci che resta nelle collezioni di un privato e, secondo quanto ha rivelato il giornale americano, sarà esposto nel Louvre di Abu Dhabi, negli Emirati Arabi, come conferma un tweet del profilo ufficiale del museo.

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ART NEWS, LIFESTYLE

L’Arpa di Nöel, domenica 17 dicembre concerto d’arpa al Pausylipon di Napoli

Si intitola L’Arpa di Nöel il concerto che, con una simpatica assonanza di parole, si aprirà domenica 17 dicembre alle ore 11.00 al Parco Archeologico di Pausylipon. Un’atmosfera magica, rarefatta, sospesa tra il mare della città e il cielo, quella che ricrea l’arpista Stella Gifuni, che reinterpreterà tutti i brani della tradizione del Natale, da Silent Night a Tu scendi dalle stelle, passando per Quanno nascette ninno e Feliz Navidad, ma anche brani pastorali tipici.

Il concerto rientra nella manifestazione Natale a Napoli, promossa dal Comune di Napoli Assessorato alla Cultura e Turismo.

Suggestiva la location alla quale si accede dall’imponente Grotta di Seiano (Discesa Coroglio, 36), nella bellezza secolare dell’antico Odeion, restaurato da poco.

Ho scoperto questo luogo suggestivo una mattina di primavera, dove ho avuto il piacere di degustare delle squisite sfogliatelle, godendo di una vista mozzafiato e dell’aria salina del mare che ti inebria.

Pausylipon significa letteralmente “sollievo dal dolore”, ed è solo visitando questi luoghi dal sapore antico, che si percepisce già un senso di benessere diffondersi nell’anima.

Oltre al piccolo Odeion, i resti di alcune camere di rappresentanza, che lasciano percepire la magnificenza di questi posti, in cui la storia sembra quasi sospesa, tra il fascino naturalistico e l’architettura che si fa archeologia.

Un complesso che tutti, appassionati d’arte e studenti di archeologia, dovrebbero visitare almeno una volta nella vita, e (ri)scoprire quelle radici partenopee che affondano nell’ozio romano, inteso come cura di sé e piena armonia con il mondo.

Organizzatori e promotori dell’evento il Centro Studi Interdisciplinari Gaiola Onlus, d’accordo con la Soprintendenza Archeologica di Napoli, che da tempo si occupano della tutela e della salvaguardia non solo del sito archeologico naturalistico del Pausylipon, ma anche della sottostante area marina protetta della Gaiola, che comprende i resti di una imponente Villa marittima del I sec. d.C. di Publio Vedio Pollione, che divenne residenza imperiale di Ottaviano Augusto.

Per maggiori informazioni:

Contributo: €10

Durata: 2,5 ore

Info e prenotazioni:

0812403235 – 3285947790

info@gaiola.orgwww.gaiola.org

CINEMA

Anche Abel Ferrara vuole Napoli: «La cultura meridionale mi ha salvato»

È bello vedere che da oltre oceano sempre più attori, registi e produttori scelgono la mia Napoli per ambientare o girare le loro storie e raccontarla facendola un po’ propria. Sono mesi ormai che mi occupo con piacere dei set cinematografici e televisivi aperti nella città, e con un pizzico di soddisfazione ne scrivo perché a Napoli, parafrasando un pezzo di Jo Squillo, oltre ai problemi c’è di più.

Anche Abel Ferrara cede al richiamo della sirena Partenope. Il regista newyorkese, ospite del Festival di Laceno d’oro-Festival internazionale del cinema di Avellino, ha infatti parlato dei suoi prossimi progetti, anticipando che verrà a Napoli per un progetto teatrale da realizzare insieme al cantautore (e amico) Nino D’Angelo. Da tempo i due si conoscono e si stimano, a lui è dedicata la canzone O’ mericano di D’Angelo, ed è proprio nel Trianon di Forcella che Ferrara intende realizzare questo progetto cui tiene, ma del quale non può dire di più.

Lo spettacolo pare dovrebbe intitolarsi Forcella Strit, gioco di parole anglo-napoletano, e comprenderebbe un laboratorio per ragazzi del popolare quartiere napoletano. Era già stato annunciato dallo stesso Nino D’Angelo, direttore artistico del Trianon, in cartellone per il mese di marzo.

Il regista dice di essersi ristabilito del tutto, e di aver superato il problema delle sue dipendenze, ad aiutarlo, dice sarebbe stata proprio la cultura meridionale: «La capacità di fare gruppo, e naturalmente il percorso compiuto con la fondazione Leo di Vallo di Maddaloni nel casertano – ha detto Ferrara dalle pagine dell’ANSA – La mia terapia prevedeva anche non vivere più in città come Napoli e New York, proprio per superare le mie esperienze passate. Ora la mia vita è solo cinema e famiglia».

Il regista infatti da tempo vive a Roma, dove è ambientato il suo docufilm, Piazza Vittorio, che ha presentato proprio alla 42esima edizione della kermesse avellinese.

Intanto Abel continuerà a passare del tempo nel nostro paese e a girare un altro film, Siberia, in una delle regioni italiane, il Trentino Alto Adige, dove troverà gli attori Willem Dafoe, protagonista della pellicola, insieme a Isabelle Huppert e Nicolas Cage: «Mi serve la neve, anche se si parlerà sopratutto di una Siberia interiore».

INTERNATTUALE

L’arte della pizza napoletana è patrimonio dell’Unesco

C’è un motivo in più da oggi per venire a Napoli appositamente per mangiare la pizza. Se pensavate che quella della migliore pizza al mondo fosse soltanto una vanteria del popolo partenopeo, che alla pizza ha dato i natali e il nome della sua regina, Margherita (in onore della Regina Margherita di Savoia), da oggi invece dovrete ricredervi, perché a certificare ufficialmente che quella del pizzaiuoli napoletani sia una vera e propria arte è stata l’UNESCO.

«L’arte del pizzaiolo napoletano è patrimonio culturale dell’Umanità Unesco» è così che ha twittato il ministro delle Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, Maurizio Martina, su twitter. “Vittoria! Identità enogastronomica italiana sempre più tutelata nel mondo” ha così commentato oggi, rivelando la grande importanza che l’Italia sta dando anche alla sua cultura e identità di Paese, difendendosi al tempo stesso dai prodotti falsi.

Secondo una credenza popolare, la pizza sarebbe stata inventata a Napoli dal cuoco Raffaele Esposito della Pizzeria Brandi, che inventò una pietanza chiamata appunto Pizza Margherita (ricorrendo al termine “pizza” che tradizionalmente al di fuori della città partenopea indicava quasi sempre torte dolci) dove i condimenti salati, pomodoro, mozzarella e basilico rappresentavano anche gli stessi colori della bandiera italiana.

Otto anni di negoziati internazionali, a Jeju, in Corea del Sud, il voto è stato unanime del Comitato di Governo dell’Unesco per l’unica candidatura italiana, riconoscendo così la creatività alimentare e l’unicità della comunità napoletana.

Il riconoscimento dell’UNESCO non è prettamente legato all’alimento della pizza, ma alla napoletanità che, attraverso gesti, canzoni, espressioni visuali e, naturalmente, gergo locale, uniti a quella capacità unica di maneggiare l’impasto della pizza, di esibirsi e di condividere ne fanno senza dubbio un patrimonio culturale da tutelare e proteggere.

Un riconoscimento non facile questo che arriva a quasi nove anni di lungo lavoro che il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali aveva iniziato nel 2009, redigendo un dossier sulla candidatura a supporto delle Associazioni di Pizzaioli e della Regione Campania.

Un’arte antica, quella del pizzaiuolo, che va oltre il pregiudizio di chi pensa sia soltanto un’attività commerciale per trasformarsi in vera identità della cultura partenopea.

I pizzaiuoli dunque visti come attori della cucina, dove il forno è il palcoscenico deputato a questi spettacoli che sono un piacere per gli occhi e per il palato.

Non è di certo un caso se Napoli ha ispirato anche autori della narrativa contemporanea come Elizabeth Gilbert, che ha raccontato nel suo romanzo, poi diventato film con Julia Roberts, Mangia Prega Ama, la sua esperienza con la pizza nell’Antica Pizzeria Da Michele, e non poteva che trovarsi nel cuore di uno dei quartieri storici del capoluogo partenopeo.

ART NEWS

Vittorio Sgarbi presenta il Museo della Follia, a Napoli fino al 27 maggio

Quella del Museo della Follia, nuova mostra di Vittorio Sgarbi a Napoli dal 3 dicembre fino al 27 maggio, non è una mostra, ma un viaggio introspettivo attraverso gli stati dell’animo umano. La follia non è intesa soltanto nella sua accezione di perdita del senno, ma è libertà di spirito, che si fa a volte avanguardia, capacità di andare oltre il

Goya, Una santa monaca guarisce una giovane inferma

mondo conosciuto, oltre il sensibile, percependo ciò che gli altri non vedono. Come Goya che, intossicato dal mercurio, ha dipinto una Una santa monaca guarisce una giovane inferma quasi cieco, forse come messaggio di speranza per la propria guarigione dell’anima, ma soprattutto del corpo.

Molti degli artisti esposti in mostra erano considerati folli, altri invece, artisti, lo sono diventati tra le mura degli istituti in cui erano reclusi. Tutti erano in realtà dei sognatori. È il caso di Antonio Ligabue, che nelle campagne emiliane, di cui era originario, immaginava leoni e tigri, giraffe e animali esotici. Un mondo onirico in cui l’artista vuole dimostrare che la natura è bella nella sua imperfetta bruttezza, nel leone che caccia la gazzella o un insetto scuro che cammina tra la danza di due coloratissimi galli. Una natura disarmonica, come lo erano i suoi autoritratti, così simili a quelli di un altro artista visionario, Van Gogh, con il quale ha in comune pennellate dense di colore, stemperate direttamente sulla tela.

Un percorso fatto di camere, reali e immaginarie, in cui gli oggetti di uso quotidiano sono impressi della vita di chi li ha posseduti, si fanno silenziosi narratori di mondi e di menti, di ciò che era prima, della quotidianità di luoghi ora abbandonati. Gli stessi che il visitatore vede nelle fotografie di Fabrizio Sclocchini, che immortala gli assenti: mura consunte, letti arrugginiti, Madonne e crocifissi che parlano di chi li ha abitati. C’è persino un presepe crollato, ultimo baluardo di una fede in una vita altra, traslata nell’attaccamento al possesso di oggetti senza valore.

Lorenzo Alessandri, Gioconda modella inveroconda (Surfanta)

Il visitatore attraversa anche le camere immaginarie del surrealista Lorenzo Alessandri, quelle del Surfanta, immaginario hotel in cui ritrae Gioconde transessuali e vizi, o quelle del naïf Carlo Zinelli, che disegna uomini e crocifissi, colorando ogni centimetro del foglio bianco con un horror vacui che è paura del tempo, di cui ne diventa inconscia scansione.

Il tempo, tema ricorrente in queste prigioni dell’anima, che senti dal ticchettio di una sveglia senza lancette. Istanti di giorni tutti uguali eppure diversi. Diversi da artista ad artista, da paziente a paziente: chi lotta contro la cura, chi si rende complice della terapia scegliendo il proprio supplizio o chi riesce a trovare la sua dimensione, raccontando quel micro-mondo di pensieri e immagini che riversava con più o meno consapevolezze nelle proprie opere.

Bacon, Head

Bellissime le opere di Bacon, il quale, incapace di disegnare un sorriso, ha immortalato un urlo. Silenzioso quanto forte nella sua informe bocca, in questa espressione sfuggente che esprime strazio, dolore, rabbia. Ma di certo non lascia indifferenti.

Un percorso di ampio respiro, che alterna pittura, scultura e videoinstallazioni, mescolando con maestria arte moderna e contemporanea, indagando la mente che è spazio interiore e posto fisico, deputato a quell’igiene mentale che spesso era chiusura all’altro, chiusura al diverso.

Gli allestimenti scuri sospendono il visitatore in uno spazio amorfo e atemporale, dove l’arte e la realtà si confondono, in un ambiente a metà tra museo e manicomio, dove è stato ricreato anche un OPG, gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari.

La rassegna è allestita all’interno della Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta in Via Tribunali, dove è stata presentata dal Professor Sgarbi, dai suoi autori, insieme allo psicologo Raffaele Morelli, al Monsignor De Gregorio rappresentante della Curia che ha permesso di fare della Chiesa un luogo di cultura.

Tra gli autori della rassegna l’artista Cesare Inzerillo, presente con delle sue opere sul tema, Sara Pallavicini, Giovanni C. Lettini e Stefano Morelli.

Bellissima la serie di foto stereoscopiche, tratte da vecchie foto in bianco e nero che acquisiscono una profondità di immagine che proietta lo spettatore in questi ambienti. Ma sono tante le sorprese, i video, le installazioni e gli audio che i visitatori avranno modo di scoprire.

Dipinti, luoghi, oggetti. E poi ci sono loro, i “matti”, i tanti volti dalle cartelle cliniche di uomini e donne ritenuti folli, delle loro espressioni straziate dal dolore o da trattamenti sperimentali senza reali fondamenti scientifici, ma spesso frutto di preconcette idee di una società non ancora avvezza al cambiamento.

Anche Maradona trova posto in questa esposizione, con una serie di radiografie del suo piede durante un’azione e la foto di un suo piede. L’ex calciatore del Napoli è provocatoriamente è incluso nella mostra come un contemporaneo Caravaggio dalla vita dissoluta, ma dalla indiscussa genialità. La mano de Dios di una sua storica partita di Maradona è oggi venerata dai tifosi così come gli storici dell’arte apprezzano le pennellate delle Madonne del maestro della pittura rinascimentale italiana.

Bellissimo il gesto dell’ex calciatore del Napoli che ha deciso di devolvere il compenso per legare il suo nome all’evento all’Ospedale Pausilipon.

C’è anche un corno gigante, portafortuna per antonomasia, le cui radici affondano nella mitologia greca, che omaggia Napoli, originario simbolo di immortalità inteso da popolo partenopeo come scaramantica capacità di sconfiggere il male e propiziare la buona sorte.

un’opera dell’artista Cesare Inzerillo

Una follia che arriva fino allo stesso Cesare Inzerillo, e alle mummie della sua serie Tutti santi, a quel nano alato che, come un decomposto Icaro, sogna di volare ma non ci riesce. Sì, Follia come morte, che rende tutti santi, tutti uguali, come quella Livella dell’amato Totò. Ma follia anche di chi cerca irrazionalmente la morte, quale fuga dalle miserie e guai della propria esistenza. Follia come mancanza delle persone care e, proprio come Astolfo che sulla luna cercò il proprio senno, artisti come Silvestro Lega provano a ritrovare il loro nell’arte.

ART NEWS

Il Museo della Follia, da Goya a Maradona. Dal 3 dicembre a Napoli

È un’edizione che si lega molto alla città di Napoli quella del Museo della Follia, mostra itinerante a cura di Vittorio Sgarbi che dopo Catania e Salò sbarca adesso nel capoluogo partenopeo. Non solo perché segna un ritorno del critico d’arte dopo il successo della passata stagione con i Tesori Nascosti, ma anche perché suggella un legame, quello con la Basilica di Santa Maria Maggiore in Via Tribunali, a sua volta tesoro nascosto ritrovato, che continua ad essere il camaleontico scrigno di queste interessanti iniziative. 

«Entrate, ma non cercate un percorso, l’unica via è lo smarrimento» ha detto di questa mostra uno dei suoi artefici, Sara Pallavicini, collaboratrice di Sgarbi, che lo storico d’arte ha voluto riproporre facendola sua. 

Museo della Follia Napoli Basilica di Santa Maria Maggiore 2017 mostre mostra ospedali psichiatrici - internettuale
immagine dal sito ufficiale http://www.museodellafollia.it

Gli ambienti vagamente neoclassici della rassegna precedente, saranno adesso sostituiti da camere buie, come metafora architettonica di quel disorientamento che è follia di erasmiana memoria. 

Da Goya a Maradona, questo il sottotitolo, che anticipa un cammino che avrà inizio con il pittore e incisore spagnolo del XIX secolo per culminare con quello che è un vero e proprio omaggio alla città di Napoli, alla sua squadra del cuore e a quell’indimenticato calciatore simbolo di un’epoca e di due scudetti, Maradona. Con il centrocampista argentino la follia si fa sovversiva genialità, e Diego ammonisce i giovani di prendere le distanze da uno stile di vita fuori dagli schemi, Maradona li incita a dare il meglio di sé, e ad inseguire quelle passioni che infiammano gli animi. 

Museo della Follia Napoli Basilica di Santa Maria Maggiore 2017 mostre mostra Vittorio Sgarbi - internettuale
il critico d’arte Vittorio Sgarbi (immagine dal sito http://www.museodellafollia.it)

La mostra sarà presentata alla stampa dallo stesso Vittorio Sgarbi con una esclusiva visita guidata a giornalisti e invitati il 2 dicembre, per aprire finalmente le porte al pubblico da domenica 3 dicembre 2017 fino al 27 maggio 2018. 

Tra gli autori che hanno reso possibile questo evento, i collaboratori di Sgarbi, Cesare Inzerillo, la già citata Sara PallaviciniGiovanni C. Lettini e Stefano Morelli. 

La mostra sarà aperta al pubblico tutti i giorni dalle ore 10.00 alle ore 20.00, arrivando alle 21.00 nei weekend, con ultimo ingresso un’ora prima dell’orario di chiusura. 

Tante le aperture straordinarie nel corso dell’anno (che vi elenco sotto). 

I visitatori potranno così ritrovare anche la Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, interessante complesso architettonico, realizzato nel XVII secolo dall’architetto Cosimo Fanzago, affondando le sue radici nella storia greco-romana della città. Tempio pagano di Diana prima, fu utilizzata come chiesa paleocristiana nel IV secolo d.C., fino all’odierna costruzione del 1653 come prima Chiesa nella città di Napoli dedicata al culto della Vergine, da cui prende il nome. 

Come il progetto precedente, la mostra è promossa dall’Associazione Culturale Radicinnoviamoci / Fenice Company Ideas e Ticket24. 

Nulla, per ora, è dato sapere sull’elenco completo degli artisti che andranno a comporre questa interessante rassegna che, pare, potrebbe far convergere arte moderna e arte contemporanea, mescolando sapientemente pittura, scultura e video-installazioni in un percorso museale che indaga la follia nella sua più ampia accezione del termine.

APERTURE STRAORDINARIE 

24 dicembre dalle ore 10:00 alle ore 17:00; 25 dicembre dalle ore 13:00 alle ore 21:00; 31 dicembre dalle ore 10:00 alle ore 17:00; 1 gennaio dalle ore 13:00 alle ore 21:00; 6 gennaio dalle ore 10:00 alle ore 21:00; 1 aprile dalle ore 10:00 alle ore 21:00; 2 aprile dalle ore 10:00 alle ore 20:00; 25 aprile dalle ore 10:00 alle ore 20:00; 1 maggio dalle ore 10:00 alle ore 20:00 

 

Per maggiori informazioni: 

www.museodellafollia.it

 

ART NEWS

Napoli Città Libro incontra lo scrittore algerino Kamel Daoud, domenica 26 novembre

Quando Napoli è rimasta orfana di Galassia Gutenberg, la prestigiosa Fiera del Libro che dai primi anni ’90 al 2009 ha portato editori e cultura nella nostra città, è stato difficile razionalizzare la perdita. La primavera del 2010, dopo vent’anni esatti, fu la prima a non vedere quel prestigioso salone dell’editoria che, nato alla Mostra d’Oltremare, finì con lo spiaggiarsi nella Stazione Marittima, prima di morire come una specie in estinzione. In tanti in seguito, in modo maldestro, hanno provato a portare avanti l’eredità o, per meglio dire, a colmare quel vuoto che la kermesse dell’ideatore ed editore napoletano Franco Liguori aveva lasciato. Galassie sotterranee, saloni mediterranei. Nulla.

Paradossalmente Napoli, che nel 1470 è stata tra le prime città italiane ad adoperare proprio la stampa a caratteri mobili ideata da Johannes Gutenberg, di cui la fiera, omaggiando il titolo dell’opera del sociologo Marshall McLuhan, La Galassia di Gutenberg, in cui si parla dell’importanza dei mass media, portava il nome.

Senza saperlo presi parte alla penultima edizione della fiera, di cui oggi mi resta soltanto la cartolina di un somarello che legge che io ho fatto incorniciare. Era il 2008.

A raccogliere oggi il testimone, e l’impegno di fare cultura al Sud, ci pensa Napoli Città Libro, “nuovo capitolo di una eterna storia d’amore che si basa sul sentimento comune che coinvolge gli appassionati di letteratura del Mezzogiorno e non solo” così come si legge sulla pagina facebook ufficiale.

Attraverso una serie di iniziative ed eventi, Napoli Città Libro offre ai napoletani l’opportunità di incontri e confronti con personaggi di grande spessore. Intellettuali, giornalisti, scrittori, facendo della lettura il patrimonio comune da difendere e custodire.

E il già lungo calendario di eventi si arricchisce ulteriormente con un incontro davvero strardonario. Nell’ambito di questo nuovo slancio vitale per Napoli, per la cultura e per i libri, lo scrittore algerino Kamel Daoud incontrerà il pubblico napoletano al PAN, il Palazzo delle Arti di Napoli in Via dei Mille, domenica 26 novembre alle ore 11.00.

Lo scrittore, che ha saputo fare della cronaca un vero e proprio filone letterario di tendenza con il suo nuovo libro, Le mie indipendenze (edito in Italia da La Nave di Teseo), offre ai suoi lettori uno spunto di riflessione su tre argomenti di grande attualità per il nostro Paese e per un’Europa che cambia: gli uomini, la religione, la libertà.

Progressista, le sue idee decisamente liberali lo hanno allontanato dal radicalismo islamico più estremo, portando l’autore ad abbandonare il mondo del giornalismo, scrivendo esclusivamente per il quotidiano algerino Le quotidien d’Oran, di cui è anche capo-editore.

Quello di Daoud è un incontro di grande spessore, che apre uno spaccato su ciò che il mondo sta vivendo in questo periodo. Con lui interverranno la giornalista Titta Fiore, responsabile Cultura de Il MattinoEnzo D’Errico, direttore de Il Corriere di Mezzogiorno e Ottavio Ragone, responsabile Cultura della redazione napoletana di La Repubblica.

CINEMA

“Caccia al Tesoro”, l’omaggio dei Vanzina a Napoli. Dal 23 novembre al cinema

C’è una Napoli che ha voglia di essere raccontata, e che trascende lo stereotipo ormai logoro di camorra, o l’esasperata spettacolarizzazione di quel sistema criminale raccontato in Gomorra più votato allo share che alla verità. Ed è quella Napoli misterica che proverà a raccontare Ferzan Ozpetek in Napoli Velata (dal 28 dicembre al cinema), è la Napoli da cartolina nelle prime sere tv rai di Sirene di Ivan Cotroneo, ed è persino la Napoli della borghesia delittuosa de I Bastardi di Pizzofalcone.

Sono tante le serie e le produzioni che vedono protagonista Napoli, la mia città, e sono tante quelle che provano finalmente a raccontarne il folklore, la tradizione, la spiritualità, l’allegria che permea ogni singolo sanpietrino o vasolo delle sue strade.

Enrico e Carlo (D) Vanzina durante il photocall del film ”Caccia al Tesoro”, Roma, 21 novembre 2017. ANSA / ETTORE FERRARI

È questo che devono aver pensato i Enrico e Carlo Vanzina, quando hanno diretto Caccia al Tesoro, commedia degli equivoci sul tentativo di rubare il Tesoro di San Gennaro e che, sin dalla trama, inequivocabilmente ci riporta alla mente la commedia e la Napoli raccontata già dal regista Dino Risi nel 1966 in Operazione San Gennaro.

«Le citazioni sono in parte inconsce – hanno detto i due fratelli Vanzina all’ANSA – ma quello che veramente volevamo fare con questa ‘favola realista’ era raccontare Napoli al di là dei soliti stereotipi come la camorra, la droga e la disperazione».

Un film che, secondo i due registi italiani, prova proprio a concentrarsi su di una parte troppo spesso trascurata della città, quella “con il cuore che nessuno fa più vedere”.

Una foto di scena del film ‘Caccia al tesoro’, Roma, 21 novembre 2017

La pellicola, che arriva nelle sale domani, 23 novembre, per Medusa, esce in 350 copie, ed ha un cast davvero d’eccezione, a cominciare da una coppia ormai consolidata del cinema italiano, Vincenzo Salemme e Carlo Buccirosso, che i registi definiscono “un po’ i Totò e Peppino di oggi”.

Insieme a loro altre due bellissime attrici partenopee, Christiane Filangieri e Serena Rossi, ma anche l’attore comico Max Tortora.

Esilarante sin dalla trama che vede protagonista Domenico Greco (Salemme) attore teatrale di serie B, che vive a sbafo nella casa di sua cognata Rosetta (la Rossi), vedova di suo fratello. Il figlio di quest’ultima è gravemente malato di cuore, per salvarlo occorre un’operazione costosissima. Disperati pregano la statua del Santo patrono di Napoli, dalla quale sembra fuoriuscire una voce che li autorizzerebbe a rubare il tesoro per sopperire a questa necessità.

In quel momento però in chiesa c’è anche Ferdinando (Buccirosso) che avendo assistito alla scena ed essendo lì per chiedere anch’egli una grazia, pretende di entrare a far parte del colpo come socio.

Un film dunque che sin dall’inizio rende omaggio al grande Nino Manfredi, protagonista del film di Risi, con battute, situazioni e, naturalmente, location e che porterà la neo-banda di criminali in erba a girare in lungo e in largo il nostro paese e non solo, da Napoli passando per Torino e Cannes.

(da sinistra) Carlo Vanzina, Francesco Di Leva, Carlo Buccirosso, Vincenzo Salemme, Serena Rossi, Christiane Filangieri, Gennaro Guazzo e Max Tortora durante il photocall del film ”Caccia al Tesoro”, Roma, 21 novembre 2017. ANSA / ETTORE FERRARI

Nel cast anche il giovanissimo Gennaro Guazzo, che con Serena Rossi aveva già recitato nell’esilarante commedia Troppo Napoletano.

Un film che allontana i Vanzina dai loro cine-panettoni e li proietta di diritto nel ritrovato slancio del nostro cinema per quella commedia all’italiana dai toni gentili e divertenti che tante pellicole ha saputo e continua oggi a regalarci.

Ecco il trailer:

TELEVISIONE

Milly Carlucci arriva a Napoli: «È un quadro meraviglioso che apre il cuore»

Il carrozzone di Ballando con le Stelle arriva a Napoli.

Milly Carlucci insieme alla simpaticissima Carolyn Smith, Raimondo Todaro, Vera Kinnunen, il maestro Stefano Oradei danno vita allo spin-off itinerante Ballando on the road, vero e proprio talent (scouting) alla ricerca di volti comuni da trasformare in stelle da far ballare nella prima serata di Raiuno.

Presentato dalle Gallerie Auchan e realizzato in collaborazione con Caffè Motta, dopo la Lombardia e il Veneto, lo show live della nota conduttrice televisiva approda adesso a Napoli, nella vivacissima piazza del Parco Commerciale Auchan di Giugliano, dove il popolo napoletano avrà la possibilità di dar sfogo alla propria passione per il ballo e tutto il talento per questa disciplina particolarmente apprezzata dagli italiani.

Uomini e donne di qualsiasi età (anche minorenni), professionisti o semplici appassionati, potranno così cimentarsi in qualsiasi tipo di danza e partecipare ufficialmente al casting. Ciascun candidato potrà partecipare ad una sola delle tappe italiane, scegliendo una sola categoria: la categoria Pro, riservata agli atleti agonisti con un curriculum di gare nazionale ed internazionale e esperienza nell’insegnamento della danza; la categoria Open, per semplici appassionati di balli di gruppo o di coppia senza alcuna esperienza agonistica.

L’appuntamento è per questo weekend, il 18 e il 19 novembre dalle ore 13.00 per una due giorni all’insegna del divertimento, e la possibilità di vedere da vicino gli amatissimi volti del programma di raiuno.

Ho avuto il privilegio di scambiare qualche battuta con la straordinaria Milly Carlucci che, in vista di questa importante tappa, ha ampiamente parlato di Napoli e del programma che ritornerà con la nuova edizione su raiuno.

La raggiungo telefonicamente, mi risponde Milly in persona e la mia voce già trema, perché lei è una delle Signore della televisione italiana. Più pacata rispetto ai toni concitati cui siamo abituati a sentirla in televisione, mi parla con una naturalezza disarmante, senza sottrarsi ad alcuna domanda.

Qual è lo spirito di questo spin-off su strada del suo programma?

«È il tentativo di portare verso di noi tutta questa massa di talenti che esistono in Italia. Stando chiusi dentro le nostre “torri d’avorio” noi non ci accorgiamo di tutto ciò che succede fuori. Fuori dallo studio c’è un mondo che crea nuovi stili, contaminazioni, fusion, e noi vogliamo raccogliere anche da loro stimoli per crescere, per cambiare, per essere update».

Tanti i VIP in questi appuntamenti, ma anche e soprattutto persone comuni che possono così sentirsi “stelle”: come è cambiato negli anni il modo di essere telespettatori?

«È chiaro che oggi spesso chi guarda la televisione vuole, ambisce, ne ha meno timore reverenziale. Si è creato un linguaggio condivisi da tutti quanti. La televisione spesso ha mostrato esempi di gente che viene esaltata perché litiga, perché becera, perché fa delle cose tremende. Credo che sia bello quando tu vedi invece come spontaneamente nella nostra nazione, da nord a sud, crescono invece dei talenti mozzafiato».

A proposito di litigi, mi chiedevo se il cambio di tono del suo programma, se pensa a Selvaggua Lucarelli e Asia Argenti prima o Alba Parietti dopo, sia una scelta autorale…

«No, non è una scelta autorale. Non è che uno dice “oggi cominciamo a fare così…”. È certo che oggi il nostro clima, in generale, è diverso: se dieci anni fa le cose non venivano esplicitate è uno si prendeva una critica di buon ordine, in silenzio, oggi se qualcuno ti critica la prima risposta è “perché?!”, “non è vero…”. C’è una forma di mancanza di timore reverenziale anche nei confronti di una cosa come la giuria che poteva essere un’istituzione».

Cosa succede durante le tappe di Ballando on the road?

«Sono due giornate di provini in cui vediamo sia professionisti che fanno il ballo di professione, non solo quello latino. Da lì abbiamo scelto per Ballando con le Stelle Valeria Balzerova, Ornella Boccafoschi, Marcello Nuzio proprio in coppia con Alba Parietti. Al di là di questi prendiamo quelli come i ballerini di bhangra, che è un genere di danza indiana, che noi mostriamo nel programma per proporre una sfida ai nostri concorrenti».

E poi ci sono i non-professionisti…

«Sì, poi c’è quella che chiamiamo OPEN, aperta a tutti. E lì c’è veramente uno sciorinamento di talenti incredibili. In questi anni, questo è il terzo, trovammo una coppietta di bambini di sei anni di Napoli, che furono visti nel nostro programma durante il serale e furono invitati per fare un programma a Los Angeles da una produzione americana. Quest’anno ci sarà una nuova sinergia che darà la possibilità di andare a New York».

Com’è il suo rapporto con il pubblico?

«Strepitoso! Se immagini che ci sono persone che aspettano anche per otto ore di fila in piedi, perché ci troviamo nella piazza di un centro commerciale dove non ci sono sedie, al massimo ci si può appoggiare ad una balaustra per chi è vicino alla pista, e guardi questi provini con una pazienza ed una forza fisica pazzesche. C’è una voglia di partecipare, di accompagnare un amico un familiare, ma l’entusiasmo è tale che si applaude il talento, anche se potrebbe prendere il posto di chi accompagni».

Cosa si aspetta dal popolo napoletano?

«Da Napoli mi aspetto quella creatività che solo i napoletani hanno e che secondo me porterà molte sorprese. Perché come io spesso dico a chi partecipa, i passi sono quelli, è quello che porti, la fantasia… Quindi forza, napoletani!».

Un ricordo che ha di questa città…

«Ci sono stata molte volte per lavoro. L’immagine che ho di Napoli è di una gouache vivente, reale. È qualcosa che ti apre il cuore, è meravigliosa. Ci sono posti in Italia, e Napoli è uno di questi, che sono stati benedetti da Dio, che hanno una bellezza sovrumana e vanno conservati. Bisogna amarli e conservarli».

Farebbe una finalissima di Ballando a Napoli, al Teatro San Carlo, ad esempio?

«Il San Carlo sarebbe uno scenario pazzesco per la finale. Di fatti gli inglesi, che fanno tutta la trasmissione in studio, la finale la fanno in una grande sala ottocentesca che è quella di Blackpool. Sarebbe meraviglioso…».

Il programma resta fedele a se stesso, ma ha saputo adeguarsi ai tempi che cambiano…

«Quello che siamo è nel titolo, Ballando con le Stelle. Ma abbiamo approfondito il rapporto con i personaggi, dando più spazio alle loro storie, emozioni, al racconto di chi sono. Ci siamo evoluti anche tecnicamente, facendo cose come la realtà aumentata, per creare ambientazioni virtuali ultra ultra moderne».

In un video mostrato dalla trasmissione Detto Fatto lei ha lasciato intendere che Giovanni Ciacci, stylist del programma, potrebbe partecipare a Ballando in coppia con un uomo…

«Abbiamo fatto un casting per capire se avesse davvero voglia di mettersi sulla strada del dimagrimento che aveva promesso. Bisogna stare in forma per avere la possibilità di affrontare ore di allenamento. Ciacci ha fatto il provino per questo motivo. Ci ha proposto un’idea di ballo con due uomini… noi siamo legati a dei regolamenti di due federazioni mondiali di ballo. Per loro una cosa è il ballo uomo-uomo donna-donna come duo, come lo sono state le Kessler, in cui ballano in sincro e ripetono affiancate lo stesso movimento. Altra cosa è ballare abbracciati, come ad esempio in un tango. Adesso dobbiamo capire se è una cosa che fa parte di questo loro regolamento».

Un messaggio a tutti quelli che nella loro vita vogliono ballare, intesa nell’accezione più ampia del termine, ma non ne hanno il coraggio…

«C’è sempre un messaggio ed è quelli di inseguire i propri sogni, di provare sempre. Non arrenderti al primo tentativo. Essere respinti non significa essere dei falliti, ma è solo un modo per capire la propria strada e proseguire, continuare a sognare».

Queste tutte le altre tappe:

Il 25 e 26 Novembre il talent attraverserà lo stretto per approdare in Sicilia, presso la Galleria Auchan Porte di Catania (Via Gelso Bianco, 95121 Catania CT). Nel weekend tra il 2 e 3 Dicembre ancora una splendida località del sud, in Puglia presso il Centro Commerciale Auchan Mesagne di Brindisi (Via Appia, 72023 Mesagne). Il gran finale per l’edizione 2017 è atteso a Roma il 16 e 17 Dicembre presso il Centro Commerciale Auchan di Casalbertone (Via Alberto Pollio, 50, 00159).

ART NEWS

La Basilica dello Spirito Santo, tempio della spiritualità a Napoli

La Basilica dello Spirito Santo è una Chiesa monumentale che si trova in Via Toledo a Napoli, ed è uno dei motivi per i quali io ho follemente amato la mostra L’Esercito di Terracotta, di cui vi ho parlato qualche giorno fa.

La storia della sua costruzione è di grande fascino, perché vede intrecciarsi e sovrapporsi tre corpi di fabbrica: la Chiesa, iniziata poco prima del 1562 su approvazione di Papa Pio IV, del Conservatorio delle Povere Fanciulle e del Banco. Tutti gli edifici, che finirono col confluire in un’unica struttura, furono voluti dalla Confraternita dei Bianchi (Real Compagnia ed Arciconfraternita dei Bianchi dello Spirito Santo) che poi prese il nome dello Spirito Santo, cui oggi la chiesa è dedicata.

La confraternita di quelli che erano “pii napoletani” decise così di costruire una chiesetta nei pressi del Palazzo del Duca di Monteleone.

Basilica dello Spirito Santo, navata centrale (immagine da wikipedia)

Il progetto originario del Conservatorio delle Povere Fanciulle prevedeva una rigida bipartizione costituita dalla chiesa, ai lati della quale, a lato destro e al lato sinistro, c’erano i due cortili corrispondenti l’uno al Conservatorio delle Fanciulle Povere, l’altro invece al Conservatorio delle Figlie delle Prostitute, il cui requisito fondamentale per accedervi era essere illibate.

In questo periodo storico tanta importanza ha la musica, soprattutto per la buona educazione delle fanciulle e delle nobildonne. Lo dimostrano i tanti ritratti dedicati a Santa Cecilia, patrona della musica, e alle donne che si dilettavano nella musica come la famosa Suonatrice di Liuto dell’artista fiammingo Vermeer.

Tuttavia a causa dei lavori di ampliamento della strada, voluti dal Vicerè, Duca d’Alcalà, la venne demolita, così da ampliare la strada che collegava Via Medina allo Spirito Santo.

Ma la chiesa fu subito ricostruita nello stesso periodo lungo l’asse principale di Via Toledo, oggi punto nevralgico di tutta la città, senza dubbio tra le vie più note (è qui che si trova la famosa stazione Toledo della Linea1 della metropolitana), nonché uno dei punti di riferimento per lo shopping. Qui i confratelli avevano acquistato un terreno ben più grande.

A progettare la nuova chiesa fu l’architetto Pignaloso Carafo di Cava de’ Tirreni e Giovanni Vincenzo Della Monica, mentre le maestranze che affrescarono la cupola furono opera di Luigi Rodriguez, Giovan Bernardo Azzolino e Giulio dell’Oca, dei quali però oggi non resta traccia a causa del cattivo stato di conservazione.

Basilica dello Spirito Santo, cupola (immagine da wikipedia)

Il complesso fu poi ampliato a partire dal 1758 su un progetto di Mario Gioffredo, architetto, ingegnere e incisore detto il “Vitruvio napoletano”, scelto da Luigi Vanvitelli. Questo ne farà uno dei capolavori dell’architetto napoletano che, ben oltre il manierismo barocco, farà di quest’opera un capolavoro del neoclassicismo.

È impressionante l’altezza, il senso di spiritualità che si prova varcando l’ingresso. Si è avvolti da un mistico silenzio, e da una forte sensazione di contatto con il divino. Sono bellissimi i marmi policromi che ho intravisto durante la mostra, così come la cupola con la luce che permeava dall’alto, accentuando questo senso di maestosità.

A testimoniare la primitiva costruzione ci sono ancora tanti marmi e dipinti, tra cui il portale della facciata e le acquasantiere collocate all’entrata che risalgono al tardo Cinquecento inizio Seicento.

Con le sue mastodontiche colonne corinzie della navata centrale, e il biancore dei suoi interni che modulano la luce naturale che entra dalle aperture superiori, la Basilica può essere considerata un vero e proprio tempio della spiritualità.