TELEVISIONE

Le piccole grandi bugie di Nicole Kidman e Reese Witherspoon

A metà tra mistery e dramma, con qualche tocco di humor nero, è arrivato anche in Italia Big Little Lies, Piccole grandi bugie, nuova mini-serie di Sky Atlantic HD che vede il debutto televisivo di Nicole Kidman e Reese Witherspoon. Le due attrici premio Oscar, oltre che volti, sono anche le produttrici di questo serial in onda sul canale americano HBO.

Insieme alle due interpreti ritroviamo Shailene Woodley, protagonista di Colpa delle Stelle e della serie sci-fi cinematografica Divergent, e la candidata all’Oscar Laura Dern.

Ispirato al romanzo omonimo di Liane Moriarty, edito in Italia da Mondadori, il telefilm si apre con un misterioso omicidio e un’indagine in corso.

Premetto di non aver letto il romanzo, anzi, di non averne neppure mai sentito parlare a dispetto delle sei milioni di copie vendute in tutto il mondo, quindi non so quanto il telefilm sia fedele alle pagine del libro, ma ho amato ogni singola caratterizzazione dei personaggi.

Un cast di tutto rispetto, che porta sul piccolo schermo equilibri e drammi delle relazioni inter-familiari di tre donne molto diverse tra loro: Celeste (la Kidman) è una bellissima donna sui cinquanta sposata con un uomo più giovane, Madeline (Witherspoon) che soffre la crescita delle sue figlie accanto alla compagna dell’ex marito, e infine Jane (Woodley), madre single con un misterioso passato alle spalle.

Leggo dal web che la sostanziale differenza tra il romanzo e la produzione televisiva è l’ambientazione: Australia per il primo, Monterey in California la seconda.

Gli episodi sono tutti diretti dal regista canadese Jean-Marc Vallée, che tra i suoi successi annovera anche l’intenso e pluripremiata pellicola Dallas Buyers Club.

Nicole Kidman in Big Little Lies (2017)

Questa produzione conferma l’inversione di tendenza cui assistiamo da qualche anno. È sempre più sottile infatti la linea di demarcazione tra cinema e buona televisione, e sono sempre di più i premi Oscar votati al piccolo schermo per produzioni di nicchia o lunga serialità. In principio fu Meryl Streep che nel 2003 ritornò alla televisione per Angels in America, poi fu la volta di Glenn Close con The Shield, Kathy Bates in Harry’s Law e ancora Jessica Lange con American Horror Story, sono sempre di più gli attori e le attrici che alternano o preferiscono con nonchalance il tubo catodico. Merito, forse, della qualità sempre più alta, di una maggiore libertà, di un pubblico ben più ampio per un rilancio della propria immagine.

La prossima sarà Susan Sarandon che proprio accanto alla Lange reciterà in Feud, antologica che farà rivivere il mito della rivalità tra Bette Davis e Joan Crawford, portando in TV anche Catherine Zeta-Jones.

Laura Dern, Reese Witherspoon, and Shailene Woodley in Big Little Lies (2017)

Big Little Lies ha un respiro autorale, ma non stanca lo spettatore con pause o silenzi esasperanti e esasperati.

È raggiante la Whitherspoon nel ruolo un po’ nevrotico di mamma dell’alta borghesia, così come la Kidman, un po’ prigioniera nel ruolo di invidiata donna perfetta, che dietro le apparenze nasconde l’ombra della violenza domestica. Era difficile per la giovane Shailene riuscire a brillare accanto a due star come la Kidman e la Whiterspoon, eppure la giovane attrice riesce a ritagliarsi i suoi momenti, nonostante il suo sia un ruolo solo in superficie dimesso e di secondo piano.

Il telefilm indaga i rapporti dell’animo umano, quelli interpersonali, la famiglia, l’amore, l’amicizia tra donne.

Senza ansie, né smanie da puntata successiva, Big Little Lies riesce comunque a incuriosire il lettore che non vede l’ora di scoprire, nei prossimi episodi, chi sia l’assassino e chi la vittima, a chi appartenga la verità e a chi queste piccole grandi bugie.

INTERNATTUALE, MUSICA

Quei diritti che Sanremo 2016 ha taciuto

Un Sanremo politicamente corretto quello del Carlo Conti 2.0, che ritorna come padrone di casa sul palco dell’Ariston dopo il successo di pubblico e critica dello scorso anno. Sì, proprio su quello stesso teatro dove la politica è sempre stata di casa anche in tempo di silenzio elettorale e par condicio, ieri sera invece tutto invece è stato taciuto. Di proposito, ovvio. Lo si capiva dall’espressione intimorita del conduttore che inarcava spaventato la fronte al minimo accenno del decreto sulle unioni civili Cirinnà da parte della comica/co-conduttrice Virginia Raffaele, che con simpatia ha letteralmente incarnato una simpatica Sabrina Ferilli, memore del Sanremo 1996.

Nessun appello à la Fabio Fazio, nessun discorso come quello della Littizzetto in vista della votazione di oggi, l’ennesima, di quel disegno di legge, diventato barzelletta europea, che consentirebbe anche alle coppie omosessuali di sposarsi. Che i gay, altrettanto contribuenti del canone, possano o meno avere il riconoscimento dei propri diritti o la possibilità di avere figli, affari loro. Ciò che conta è il solo, lento tra l’altro, spettacolo, iniziato ufficialmente alle 20.30 (erano già le 20.40) ed è stato di fatto preceduto da ben 45minuti di pubblicità.

E cosa importa se su quel palco saliva una leggenda del rock come Elton John, gay dichiarato, sposato (con un uomo) e con figli, vero esempio di quella civiltà che forse in Italia non arriverà mai? Il suo compito è stato quello di riproporre le solite vecchie canzoni, o meglio, le uniche che la stanca e pigra Italia ricorda, e nonostante fosse salito sul palco alle 23 passate, nessun accenno a quella vita, del tutto normale, che per i nostri politici dovrebbe esser d’esempio. Ultimo schiaffo in faccia la consegna dei fiori da parte di Conti al cantante, fino a quel momento riservata alle sole donne del festival, perché, dice, a Sir Elton John piacciono.

E non importa nemmeno che, come servi di certa politica retrograda, il servizio pubblico alla fina ha dato ascolto alle sole voci degli Adinolfi e dei Gasparri, che dai loro scranni hanno tuonato “gli artisti facciano solo gli artisti”, perché a noi italiani, di esempi, negativi s’intende, bastano già quelli degli affittopoli di partito, di case a Montecarlo, di ladroni, prostitute e baby squillo, e di quella (parvenza di) famiglia tradizionale, quotidianamente tradita da incoerenti divorzi, giovani compagne, seconde mogli e figli fuori dal sacro vincolo del matrimonio.

Questa sera sarà la volta dell’attrice premio Oscar Nicole Kidman, e anche a lei, eterosessuale con marito e figli, è vietato di aprire gli occhi agli italiani, di parlare di quell’utero in affitto che le ha permesso di realizzare il desiderio, del tutto naturale quanto legittimo, di diventare madre.

I soli coraggiosi, a prendere a cuore una causa che non è nemmeno la loro, i cantanti, alcuni per lo meno, come Arisa, Noemi, Enrico Ruggieri, Irene Fornaciari, che in mano o legato al microfono hanno tenuto, durante la loro esibizione, dei nastri colorati, silenziosa manifestazione di un tacito Sanremo arcobaleno.