CINEMA, LIBRI

Chiamami col tuo nome, l’acclamato film di Luca Guadagnino

Chiamami col tuo nome – poster

Quando ho finito il romanzo di André Aciman, Chiamami col tuo nome, mi sono sentito fisicamente male tanta era la sofferenza e il pathos che l’autore ha saputo imprimere in quelle pagine. Era l’estate del 2011, e divorai il libro in appena un giorno e mezzo, immedesimandomi in quella sorta di diario segreto che quasi mi sembrò di aver trovato per caso.

Un’infatuazione estiva che a poco a poco si trasforma in un tormento interiore, in quella sofferenza squisitamente adolescenziale che nasconde accenni di un sentimento ben più radicato e profondo.

Potrei riassumerla così la trama di questo libro ambientato agli inizi degli anni ’80 in una imprecisata località di villeggiatura del nord Italia (forse la costa ligure, nel romanzo invece la campagna lombarda), che racconta con spietata crudezza la storia d’amore tra due ragazzi.

Non era facile dunque per Luca Guadagnino trasporre nel film tanta carica emotiva. Il regista ci ha provato con l’aiuto di un veterano del genere, James Ivory, che con lui ha tratto dal libro la sceneggiatura di un film, in uscita da noi il 25 gennaio, che sta raccogliendo consensi e premi in ogni dove.

Era naturale dunque che, con queste premesse, fossi particolarmente incuriosito di vedere questo film, che è riuscito a portare un po’ del nostro Paese persino nelle categorie principali dei Golden Globe e, forse, potrebbe rappresentarci anche agli Oscar bissando quell’impresa che fu di Roberto Benigni e del suo La Vita è Bella ormai ben vent’anni fa.

Non starò qui a fare la solita tiritera su quanto il libro sia superiore al film, perché chiaro che ogni lettore lascia nelle pagine anche un po’ di sé stesso, facendo sua la storia che legge. Ma qui, più di ogni altro romanzo, Luca Guadagnino aveva l’ingrato compito di portare sul grande schermo un’interiorità emotiva diversa.

La sua è una regia asciutta, scevra da artifizi hollywoodiani, da colonne sonore ingombranti o sensazionalismi amorosi.

Tutto avviene lì, davanti agli occhi dello spettatore che quasi ha la sensazione di osservare la scena da dietro una siepe in giardino, un angolo in penombra della casa, la serratura di una porta.

Amira Casar, Michael Stuhlbarg, Armie Hammer, and Timothée Chalamet in Chiamami col tuo nome (2017)

Luca Guadagnino ci riporta negli anni ’80, e non si avvale solo di auto vintage e ambientazioni perfettamente ricostruite, restituendo fedelmente un momento storico-politico italiano, ma introduce un elemento in più, che nel libro di Aciman forse mancava, i riferimenti musicali. Radio Varsavia, J’adore Venise, ma anche Paris Latino e Lady Lady Lady. Battiato, Berté, Bandolero, Giorgio Moroder ci fanno ricordare esattamente come dovevano essere le serate estive nei locali all’aperto delle piccole cittadine di vacanza. Fumosi, chiassosi, con lampadine colorate e senza particolari controlli né pericoli. Un senso di libertà perduta, che si fa chiaro manifesto di un’epoca.

I lettori del romanzo come me, forse si aspettavano una voce narrante che desse corpo ai pensieri del giovane Elio, così come Aciman li ha delicatamente tracciati sulle pagine del suo romanzo, ed è forse questo ciò che manca alla pellicola, che è perfettamente calata nello stile di Guadagnino, così come l’intenso finale del romanzo, che sfuma nel film in una scena che probabilmente non rende davvero giustizia al viscerale climax sapientemente delineato dall’autore statunitense.

Luca Guadagnino è tuttavia riuscito a cogliere l’essenza del romanzo, e dare alla storia la materica consistenza della realtà.

Armie Hammer and Timothée Chalamet in Chiamami col tuo nome (2017)

E se il regista di Io sono l’Amore ha mantenuto la scomoda scena della pesca (chi ha letto il libro sa bene di cosa parlo), altre parti della storia sono state narrate o tagliate con una maggiore licenza poetica, tramutando Roma in Bergamo e tralasciando intellettualismi letterari per rispondere, forse, alle leggi dell’odierna cinematografia.

Molto bravi i due interpreti, Armie Hammer (Oliver) e il giovane Timothée Chalamet (Elio), a dispetto di una non proprio felice pronuncia italiana, che hanno però saputo dare vita a questa passione segreta, quest’amore proibito vissuto con la discrezione di chi teme la luce del sole e le convenzioni sociali, ma con il disinibito desiderio di due amanti segreti che continueranno a cercarsi.

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CINEMA

La La Land, l’emozione di ricordare perché credere ancora nei sogni

Cinemascope. È questa la prima parola che probabilmente salta agli occhi dello spettatore che va al cinema a vedere La La Land. Quel particolare formato, antesignano del 16:9, che allungava l’orizzonte del video per una straordinaria spettacolarità in sala, proprio come nei kolossal hollywoodiani degli anni ’60. Sì, perché questo musical, che vede riformarsi la coppia Emma Stone e Ryan Goslin, è un grande omaggio ai grandi musical a colori come Singing in the Rain del 1952.

Scene a operetta e colori sgargianti, è questa la formula che ha portato la pellicola, diretta da Damien Chazelle, a 14 nomination agli Oscar. Un record, raggiunto finora soltanto da Titanic e, prima ancora, da Eva contro Eva.

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Dale Robinette, Emma Stone, Jessica Rothe, Sonoya Mizuno, and Callie Hernandez in La La Land (2016)

Emma Stone si affranca, con questo lavoro, definitivamente dal ruolo di teen star, per entrare nell’Olimpo dei grandi e, se non era già riuscita a convincervi in pellicole cult come The Help o Magic in the Moonlight di Woody Allen, con La La Land dovrete sicuramente rivedere la vostra posizione. La Stone interpreta un ruolo complesso e completo in cui recita, canta, balla con forza, passione, disinvoltura. L’attrice qui è Mia, una giovane barista con il sogno del cinema, che passa da un provino all’altro sperando nella grande occasione della vita. La sua strada si incrocia più volte del tutto casualmente con il pianista squattrinato Sebastian, che tenta, dal canto suo, di far conoscere alla gente il proprio talento come compositore saltando da un lavoro frustrante all’altro.

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Emma Stone e Ryan Goslin in una scena di La La Land

Ambientata nel mondo contemporaneo, la pellicola è tuttavia una suggestione d’altri tempi, dove si riescono ancora ad incrociare sguardi che non siano necessariamente incollati al piccolo display di uno smartphone. Qui infatti l’iPhone si fa quasi elemento di disturbo, di quella modernità frenetica del XXI secolo, che interrompe di colpo le sognanti coreografie, riportando i due protagonisti alla realtà con un semplice squillo.

Bellissima la colonna sonora di John Williams che trova il suo apice nel tema portante cantato dai due protagonisti, City of Stars.

Giunti al loro terzo film insieme, dopo la commedia Crazy Stupid Love e Gangster Squad, Emma e Ryan sono affiatatissimi, vivendo in perfetta simbiosi artistica.

Era senza dubbio dai tempi di Chicago (2002) che non si vedeva sul grande schermo un musical interpretato con così tanta intensità, riscuotendo così tante nomination agli Academy Awards.

Un film che rievoca i fasti hollywoodiani con Fred Astaire e Ginger Rogers.

Queste sono le doverose premesse per correre senza dubbio al cinema a vederlo, ma le emozioni, quelle, potrete viverle soltanto sedendovi sulla poltrona di una sala cinematografica che vi farà innamorare di Mia e Sebastian, ricordandovi di credere ancora nei vostri sogni, perché, come dice il film stesso “la gente ama quelli che hanno una passione perché gli ricorda quello che hanno dimenticato”.

CINEMA, INTERNATTUALE

La foto di Meryl Streep che incoraggia a credere nei propri sogni diventa virale

Meryl Streep Oscar Academy winning win - internettualeÈ una delle attrici più amate dal pubblico e, soprattutto, dalla critica: con le sue diciotto nomination agli Oscar e ben tre statuette vinte, Meryl Streep è senza dubbio l’attrice di sempre più osannata dall’Academy. Iconici sono alcuni ruoli: da Il Diavolo veste Prada a La mia Africa, passando per I Ponti di Madison County a La Scelta di Sophie, il suo volto ha dato emozioni e anima a tante donne del grande e piccolo schermo. Ma anche per la diva di Hollywood le cose non sono sempre state facili. Lo dimostra un post apparso qualche mese fa su facebook dal profilo non ufficiale Meryl L. Streep, che nel giro di ventiquattrore ha ottenuto un milione di visualizzazioni e migliaia di condivisioni e commenti. Si tratta di un’immagine dell’attrice in una metropolitana di New York, la cui descrizione dice: «Questa sono io di ritorno a casa da una audizione di King Kong dove mi era stato detto che ero troppo “brutta” per il ruolo. Questo fu un momento fondamentale per me, poiché quel commento cattivo avrebbe potuto far crollare i miei sogni di diventare un’attrice e a far venir meno la fiducia che avevo in me stessa. Invece ho tirato un respiro profondo e ho detto “Mi spiace che voi crediate che io sia troppo brutta per il vostro film, ma la vostra è soltanto una sola opinione in un mare di migliaia e io continuerò a cercare la marea più gentile”. Oggi io ho avuto diciotto nomination agli Oscar».

Il post senza dubbio emozionale è stato rimosso subito dopo. Si trattava in realtà di un fake, che ha dato tuttavia molta forza ai fan dell’attrice che ha parlato spesso in pubblico dei suoi difetti fisici e fallimenti, così come della storia di King Kong, che aveva raccontato invece alle telecamere del noto show inglese The Graham Norton Show il gennaio precedente, dove l’attrice ha raccontato di essere stata provinata per il ruolo che poi è andato a Jessica Lange nel remake di King Kong, dal produttore italiano Dino De Laurentis, il quale, vedendola, avrebbe detto di trovarla non abbastanza bella per la parte, e al quale lei avrebbe risposto, sempre in italiano, “mi spiace se non sono abbastanza bella per essere in King Kong”.

La storia, senza dubbio carina, motivazionale e di grande rivalsa per l’attrice, e la donna, non aveva avuto lo stesso impatto della foto on-line diventata un vero e proprio fenomeno virale. D’altronde si sa, un’immagine vale più di mille parole.Meryl Streep quote foto metro facebook viral - internettuale

CINEMA, INTERNATTUALE

The Danish Girl, delicata storia una donna prigioniera nel corpo di un uomo

È provvidenziale l’uscita di The Danish Girl nei cinema italiani, che arriva a ridosso della votazione del disegno di legge sulle unioni civili nel nostro paese. Candidato a quattro premi Oscar, tra cui quello di miglior attore protagonista per Eddie Redmayne, il film, diretto un altro premio Oscar, il regista Tom Hooper, è tratto dall’omonimo romanzo di David Ebershoff (2000), incentrato sulla biografia del paesaggista Einar Wegener, primo transessuale della storia a sottoporsi a un intervento chirurgico per diventare donna, “musa” ispiratrice della moglie, la pittrice Gerda Wegener, con il nome di Lili Elbe.

Iniziato come un gioco, travestendosi da donna per sostituire una modella in ritardo, Einar, a contatto con quegli abiti, con quelle calzature, con quel mondo di merletti, trucchi e parrucche riscopre sensazioni della sua infanzia sedate per timore o convenzione sociale, recitando un ruolo, quello di uomo e marito che, a contatto col suo vero io, inizia a stargli stretto.

Paradossalmente, infatti, il protagonista è molto più se stesso quando veste gli abiti femminili di Lili che non i suoi, di Einar, che lascia scivolare sul fondo della propria anima come il ricordo di una vita che non gli appartiene.

È un film delicato, intimo, che indaga l’animo del giovane Einar senza sensazionalismi o provocazioni, ma con la stessa voglia di comprendere del protagonista che s’interroga su se stesso, sulla propria sessualità, sulla propria vita di donna imprigionata nel corpo di un uomo.

Raffinato, elegante come gli stessi costumi nominati agli Academy Awards, The Danish Girl mostra il disagio di scorgere un riflesso allo specchio che non corrisponde all’idea che si ha di sé, e a quel genere sessuale cui si appartiene sin dalla nascita.

Considerata una vera e propria malattia, l’omosessualità era classificata tra i disturbi mentali che rientravano nella sfera della schizofrenia. In questo particolare momento storico e politico, la vita di Einar Wegener è manifesto di una generazione e di una comunità, quella LGBT, che rivendica, come il pittore agli inizi del Novecento, il diritto di essere esattamente uguali al riflesso del proprio cuore e non a quello dello specchio.