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I Racconti dell’Arte. Sergio Gaddi racconta (in anteprima) la mostra di Escher a Napoli

Non potevo perdere un grande appuntamento con l’arte. Se poi si tratta dell’anteprima di una delle mostre più attese a Napoli, si trasforma in un vero e proprio dovere morale per un amante dell’arte che vuole andare oltre quadri e raffigurazioni. L’occasione è I Racconti dell’Arte, che nella Sala Di Stefano al terzo piano del PAN ha dato un assaggio ai presenti di cosa sarà Escher, la grande retrospettiva che il gruppo Arthemisia porta al Palazzo delle Arti di Napoli dal 1 novembre fino al prossimo 22 aprile 2019.

il curatore Sergio Gaddi

A narrare con maestria, passione ed entusiasmo Sergio Gaddi, curatore di mostre, che attraverso video, animazioni, ricostruzioni 3D e tante immagini ci ha proiettati nell’illogico mondo dell’artista olandese.

Suddiviso in cinque macro-sezioni, il percorso non può che partire dagli inizi e l’Italia, paese che Escher scopre e ama al punto da trasferirvici e viverci ben 12 anni. Ma non è l’arte rinascimentale, nota nel mondo, ad attrarlo. L’incisore olandese è particolarmente attratto dai paesaggi italiani e dalla bellezza del suo territorio, dai panorami senesi, da quella Magna Grecia che cercherà di catturare attraverso i templi di Segesta. E lo fa con quella precisione quasi fotografica delle sue incisioni e con quello straordinario talento.

Sebbene il suo maestro, Samuel Jessurun de Mesquita, tenterà di iniziarlo a quell’Art Nouveau tanto in voga agli inizi del ‘900, Escher ben presto troverà una sua strada e una sua espressione artistica che lo porterà via via ad allontanarsi dalle linee morbide di quello stile, indagando forme, immagini, prospettive e sovvertendone ogni regola al limite dell’illogico e della follia.

Non a caso le sue immagini saranno tanto di moda negli anni ’70 e tanto amate dagli hippy, che le declineranno in colori psichedelici osannando il maestro come un poeta vate la cui ispirazione doveva, a loro dire, essere frutto di sostanze oppiacee e stupefacenti.

Ma quello di Escher è talento puro, e genialità, e quell’andare oltre proiettandosi senza paura nella creatività più pura.

Non manca la sezione dedicata all’amore e alla Campania, non perché la mostra faccia adesso tappa a Napoli, ma perché nella nostra regione, e a Ravello per la precisione, il talentuoso grafico conobbe Jetta Umiker, grande amore della sua vita.

Siamo negli anni ’30, gli anni in cui l’artista comincerà a sperimentare con la geometria, creando immagini speculari come Exlibris, in cui il Vesuvio e la lava non sono altro che due figure simmetriche, o il colossale dipinto (che sarà presente in mostra) Metamorfosi 2, in cui Escher passa da una semplice raffigurazione a complesse evoluzioni di figura che si tramutano, tra l’altro, anche nel panorama di Atrani, a lui molto caro.

Affascinato dai paesaggi, si possono percepire persino echi di Van Gogh nelle sue opere, non perché volessero rappresentare un omaggio, ma perché ciò era la prova che Escher conosceva la storia dell’arte e, inevitabilmente, ne era influenzato, così come doveva averlo influenzato il Duomo di Siena, vero capolavoro dell’architettura rinascimentale italiana, nel disegno delle sue di architetture impossibili, che non potevano che ricordarmi un altro grande incisore fantasioso (di cui vi ho già parlato), Piranesi.

a sinistra un’opera di Piranesi, a destra un’architettura impossibile di Escher

Un’ampia sezione è dedicata alla tassellatura, e a quelle raffigurazioni con un senso di horror vacui che non lasciavano nemmeno uno spazio vuoto, e che tramutavano persino delle forme orientaleggianti ispirate ad Istanbul in pattern dalle più strane forme riempitive. Riempitivi a contrasto, forme e figure che, con demoni e altri indefiniti mostri e animali, citano addirittura un altro olandese, Bosch.

cover dell’album On the run dei Pink Floyd

Durante quella che è una vera e propria lectio magistralis, Gaddi non risparmia aneddoti e riferimenti musicali: Rolling Stones, i Pink Floyd, Simon & Garfunkel. Ma non sono solo citazioni di un gusto raffinato, ma artisti che in qualche modo si sono confrontati con il grande genio. E così scopriamo che ad un irriverente Mick Jagger, che aveva osato dargli del “tu” in una lettera, era stata rifiutata la proposta di usare una sua immagine per un album della sua band, che i Pink Floyd invece utilizzarono una sua immagine per il disco On the run del 1973, o che il testo di Simon&Garfunkel, the sound of silence, a detta del curatore comasco, è la perfetta sintesi e essenza del lavoro dell’artista.

Ma Escher è stato anche un artista che ha dato una forma visiva alle leggi scientifiche, ha studiato a lungo gli aspetti della rifrazione, il riflesso di una sfera, strutture, geometrie, mentre le sue opere attingevano da artisti come il fiammingo Jan van Eyck o il Parmigianino.

Bellissimi i suoi incroci tra la realtà bidimensionale e il 3D, che indagano dimensioni e spazialità.

Escher, vincolo d’unione

Ultima sezione non poteva che essere Escher-mania, e tutto ciò che il suo lavoro ha rappresentato e rappresenta per noi contemporanei che continuiamo ad ispirarci alle sue opere: da Magritte, che tanto mutua dal suo Vincolo d’Unione, agli spot in televisione, passando per i Simpson, tutti almeno una volta lo hanno (in)consapevolmente citato.

Quello di Escher è uno di quei casi in cui quella delle opere precede la sua fama, ma dopo questa mostra al PAN nessuno a Napoli dimenticherà il suo nome.

Grazie a Sergio Gaddi per questo affascinante racconto.

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Margherita Sarfatti: dal Duce all’arte italiana. Al Museo del Novecento di Milano

Gli annali la ricorderanno principalmente come una delle amanti di Benito Mussolini, ma Margherita Sarfatti, al secolo Grassini, di origine ebraica, era una donna libera e di grande intelligenza, ed è stata anche, e forse soprattutto, una mecenate illuminata e di grande cultura, proteggendo artisti come Mario Sironi, Ubaldo Oppi, Anselmo Bucci e tanti altri che andranno a costituire il cosiddetto Gruppo del Novecento. Nomi e opere che ritroviamo oggi all’interno del Museo del Novecento di Milano fino al prossimo 24 febbraio 2019, in una monumentale rassegna che arriva in contemporanea anche al Mart di Rovereto, inaugurando così la stagione autunnale di grandi mostre.

Al piano terra del museo milanese diverse sale provano a raccontare la vita e le gesta di questa interessante figura femminile. Siamo nella prima metà del ‘900, e Milano, città in cui la Sarfatti muove i primi passi nella borghesia del tempo, avvicinandosi via via a quell’ideologia nazionalista che la porterà alla direzione della rivista Gerarchia, fondata proprio dal Duce nel 1922.

Milano, città all’avanguardia e del cambiamento, si fa largo tra le grandi capitali d’Europa. È l’anno dell’Esposizione Internazionale del 1906, quella del Parco Sempione per intenderci, e tutto il mondo guarda con ammirazione a questa città e alla modernità dei suoi trasporti e delle sue costruzioni architettoniche.

Sculture, pitture, video-installazioni e persino abiti sartoriali d’epoca, lettere, manifesti e libri. È una rievocazione accurata, realizzata grazie alla produzione del Mart di Rovereto su di un progetto di Daniela Ferrari e il supporto di Ilaria Cimonetti e dei ricercatori dell’Archivio del ’900 del Mart, nel quale è conservato il prezioso Fondo Sarfatti.

Wildt, Carrà, de Chirico, Morandi. Sono tantissimi gli artisti che si snodano lungo questo percorso espositivo, che, come la vita dell’artista, si alterna quasi tra luce e ombra, e sala dopo sala si fa riflessione sul concetto di arte e di bellezza, e ci porta nella mente di una donna che sposò in pieno, forse per amore, la causa di quel fascismo di cui, nel 1938 con l’introduzione delle leggi razziali, fu essa stessa vittima scappando prima a Parigi, dove pros

eguì le sue attività di dotta e letterata, e poi in Uruguay e Argentina.

Margherita farà ritorno in Italia soltanto nel 1947, quasi dieci anni dopo, ritirandosi a Cavallasca (n

ei pressi di Como), dove si dedicherà ad un libro di memorie, Acqua Passata (pubblicato nel 1955). Morirà all’età di 81 anni nel 1961.

La mostra del Museo del ‘900 a lei dedicata è una retrospettiva sull’ultimo grande movimento artistico conosciuto dal nostro Paese, quello che con quella stessa denominazione, Novecento, voleva rievocare i fasti del Rinascimento e di quelle epoche che con i loro stessi numeri, a caratteri cubitali, ‘400 e ‘500 in primis, erano state in grado di evocare e trasmettere la grandezza dell’uomo e la rinascita dell’arte italiana conosciuta nel mondo.

Le immagini della mia visita sul mio profilo instagram, @marianocervone

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Andrea Chisesi racconta Napoli. Al Castel dell’Ovo fino al prossimo 15 ottobre

È un vero e proprio omaggio a Napoli, quello di Andrea Chisesi, che parte proprio dalla città della sirena Partenope, mito che indaga come origine della vita e di questa mostra, Street Home, all’interno del Castel dell’Ovo di Napoli fino al prossimo 15 ottobre. Curata da Marcella Damigella in collaborazione con l’Atelier Andrea Chisesi, la mostra parte proprio da quei personaggi e volti che hanno reso famosa Napoli nel mondo: da Sophia Loren a Totò, da Maradona a San Gennaro, in un percorso dove il confine tra sacro e profano è indefinito, e il visitatore non sa quali siano i divi e quali le divinità.

Una città dai mille volti, Napoli, che qui si fanno metafore di bellezza, di ironia, di quel talento e quella passione che questa feconda terra ha partorito.

Dipinti, collage, fotografie, persino poster e manifesti raccolti per strada. Chisesi prosegue quella tradizione artistica, tutta contemporanea, di Mimmo Rotella, raccontando icone pop e rendendo popolari luoghi e volti meno noti.

Sala dopo sala il percorso di Chisesi diventa evocativo e onirico, sfumando da quei napoletani che ci emozionano e ci rendono orgogliosi alla tradizione della smorfia napoletana, dove l’artista, romano di nascita, ma milanese di adozione, attribuisce ad ogni numero di questa tombola di opere un nome ed un preciso significato, in un gioco di arte e di numeri che diverte e coinvolge il visitatore.

Una rassegna colta, che non manca di cogliere e far confluire in questo percorso d’arte contemporanea riferimenti all’immortale arte classica, e a quelle sculture custodite in uno dei musei-simbolo di Napoli: il Museo Archeologico Nazionale, che con la sua collezione Farnese, parte inscindibile del tessuto napoletano, si fa pop-art, in ritratti in cui texture e tempera danno origine a quadri sospesi tra la pittura e la fotografia.

Ma è al piano superiore che Andrea Chisesi abbandona la forma e l’immagine per abbracciare l’esplosione di colore della serie Fireworks, fuochi d’artificio, in cui l’espressionismo astratto pollockiano trova un suo ordine in questo universo di schizzi e colori che danno vita a dei bellissimi prodigi pittorici.

Turchesi sgargianti, blu oltremare e azzurro esplodono da una tela all’altra, ricordando la spuma del mare delle onde che sono proprio lì, oltre le finestre delle sale del Castel dell’Ovo.

Andrea Chisesi è riuscito con i suoi lavori a rendere Pop Napoli, ma non per questo popolare. La sua infatti è una rassegna raffinata in cui mito, storia, cronaca, persino architettura sono sapientemente mescolate per originare una materia nuova, una materia della stessa sostanza di cui è fatta Napoli.

Altre immagini sul mio profilo instagram @marianocervone

Maggiori informazioni su www.andreachisesi.com

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Il rinascimento di Dürer, tra Germania e Italia. A Milano fino al 24 giugno

Dopo un breve periodo di latitanza, dovuto a diversi impegni, rieccomi qui a scrivervi di arte e delle mostre che in queste settimane ho avuto modo di vedere per voi.

Come molti avevano probabilmente già visto dalle mie stories su instagram, lo scorso weekend sono volato a Milano per due eventi cui tenevo molto e che volevo raccontarvi.

Prima fra tutte quella su DÜRER. A Palazzo Reale a Milano fino al 24 giugno, DÜRER E IL RINASCIMENTO TRA GERMANIA E ITALIA, sontuosa retrospettiva sul pittore di Norimberga, protagonista assoluto del rinascimento non solo in Germania ma in tutta Europa.

Ultimo weekend dunque per ripercorrere la carriera e l’evoluzione artistica del pittore sul confine italo-teutonico.

Il solo rammarico, per una mostra di questo spessore, è il divieto di scattare foto, e così dovrete accontentarvi della mia descrizione del bellissimo allestimento che ben enfatizza le opere. Pareti dai colori vivaci, nelle nuance del giallo, del viola, dell’azzurro, hanno accompagnato i visitatori guidandoli per altrettante sezioni tematiche: dai ritratti ai soggetti religiosi, dai miti greci ai paesaggi, passando per soggetti insoliti per il tempo e il luogo dell’artista, quali granchi e virtuosismi pittorici.

Unica piccola nota di demerito il fatto che molti dipinti e disegni su carta sono già rientrati nelle loro sedi originali, in ottemperanza, così si legge nelle didascalie a lato delle stampe che li riproducono, alle normative che ne disciplinano l’esposizione. Frutto di una non ben oculata considerazione della durata della mostra (quattro mesi, dallo scorso 21 febbraio) e che la porta oggi a vedere molti degli originali (ne ho contati almeno una dozzina) malamente stampati su forex o carta.

Ma, a parte questo, sono tanti i motivi per correre, nonostante tutto, a vedere questa esposizione.

I prestiti innanzitutto, da musei di tutto il mondo, che mettono insieme artisti diversi: da Martin Schongauer a Lorenzo Lotto, da Hans Baldung Grien ad Andrea Mantegna, passando per Giorgione e Leonardo Da Vinci.

Il maestro toscano è incluso in questa rassegna senza sensazionalismi, né posti d’onore, inserendosi in questo percorso museale come mera pietra miliare e vero e proprio punto di arrivo della poetica di Albrecht Dürer, che molto mutua dai maestri del rinascimento italiano, e veneziano in particolare, in una proficua quanto reciproca contaminazione di stili e gusti che sin dalla giovanissima età si manifestano, accompagnandolo fino all’età matura, continuando a palesarsi in forme e colori diversi in tutte le sue opere. Lo dimostra, in chiusura, la Vecchia ritratta con straordinario verismo da Giorgione. Normalmente esposta nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia, il dipinto si fa qui monito forse del tempo che passa e di una pagina di storia dell’arte che non può prescindere dal talento di Dürer.

Per maggiori informazioni:

www.mostradurer.it

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L’incontro con Van Gogh nel sud della Francia. A Napoli fino a giugno

Quando seguo il navigatore di Google Maps sul mio iPhone per giungere alla Basilica di San Giovanni Maggiore, dove è stata allestita The Van Gogh Immersive Experience, l’eccezionale mostra che a grande richiesta è stata prorogata fino al 3 giugno 2018, mi porta nell’omonimo vicoletto che prende il nome dalla chiesa. È chiuso, e mentre cerco di uscire per giungere all’ingresso principale su Largo San Giovanni Maggiore Pignatelli, a due passi da una delle sedi dell’Università L’Orientale, aiuto una signora che dall’interno di un basso mi chiede di rialzare il suo stendino con i panni, quello del bucato, siccome il vento l’ha rovesciato. Piove a dirotto: «Tu sei già fuori…» mi dice la donna, mentre io cerco di tenere in piedi il suo stendino nel vano tentativo di non far cadere il mio ombrello e non bagnarmi troppo con l’incerata che protegge i panni stesi.

Quando entro all’interno della Basilica mi sento chiamare. La biglietteria probabilmente non è in una posizione particolarmente intuitiva, ed io fatico un po’ prima di capire il verso di questa musealizzazione.

Non avevo mai fatto un percorso esperienziale sull’arte e, confesso, mi incuriosiva molto vedere una mostra innanzitutto di questo genere. Avere l’occasione di poterlo fare con un artista come Van Gogh, credo sia stata una vera fortuna.

Metto al collo il mio pass stampa, mentre dinanzi a me, su dei cavalletti, vedo ad una ad una alcune delle opere più note del pittore olandese. C’è persino la ricostruzione vera e propria della sua camera da letto, quella da lui stesso dipinto, la stessa dove sognava i suoi dipinti e poi dipingeva i suoi sogni, parafrasando le sue stesse parole riproposte all’interno della proiezione questa esperienza.

L’interno della navata principale è stato completamente ridisegnato. Quando entro ho quasi la sensazione di trovarmi all’interno di un cinema. Ma non ci sono file di sedie, ma sedute sparse tra cuscini, panchine e, sì, persino sdraio mare. Come se questo fosse un lounge bar in cui l’imperativo è rilassarsi.

Sono all’interno dello schermo, ben oltre il 3D, dentro un quadro di Vincent Van Gogh, dentro la sua Notte Stellata sul Rodano.

Non è un vero e proprio percorso d’arte, questa parte, non ci sono focus sulle tecniche o finestre sulla sua vita, quanto piuttosto un momento sensoriale, evocativo che, attraverso video, immagini e musica originale e composizioni classiche, per far rivivere allo spettatore la suggestione, le atmosfere, le sensazioni che scaturiscono dai suoi iconici dipinti.

È la stessa voce di Van Gogh che idealmente racconta qualche stralcio delle sue emozioni, mentre i suoi autoritratti si sovrappongono l’uno dietro l’altro, sfumando nei contorni e nei colori del suo viso che cambia, nella consapevolezza di giovane artista che diventa a mano a mano uomo maturo, mentre le sue opere si animano sulle pareti circostanti, prendono vita e ci appaiono così come doveva immaginarle Van Gogh nella sua mente, con i colori intensi, le pennellate dense, mentre le colonne della Basilica si fanno purpurei ornamenti, orlati di verdeggianti rampicanti.

La Casa Gialla, i mangiatori di patate, il Teschio con sigaretta diventano vita sulle pareti della navata centrale, così come i suoi mulini, i paesaggi rupestri dai quali era ispirato continuamente.

La Notte sul Rodano è il momento più suggestivo, quando la sala si tinge di blu ed è come ritrovarsi in un paesaggio da sogno, con il riflesso delle stelle che si riflette nell’acqua, mentre le barche scivolano tra le onde.

Si può percepire ogni pennellata, ogni tratto, ogni olio o sfumatura di colore.

La seconda parte della visita prevede degli occhiali con realtà aumentata. Li indosso e mi ritrovo nella famosa camera da letto dell’artista: con il suo letto, il comodino, la sedia un po’ sbilenca e quell’arredamento minimale.

Scendo, percorro le scale interne della Casa Gialla e mi ritrovo tra i campi di grano e gli alberi. Tra il giallo delle messi e l’azzurro del cielo, tra i contadini all’ombra dei covoni di paglia e le acque del Rodano.

È una sensazione forte, reale, che mi permette di guardarmi intorno, girarmi come se fossi lì, come se fossi Van Gogh, guardando il panorama circostante, che sogna ad una ad una le sue opere che si materializzano davanti ai miei occhi. I campi di grano, i cipressi, i suoi contadini che dormono.

Ritorno nella sua camera, con una sua tela. Sono Van Gogh.

Tolgo gli occhiali, fuori mi aspetta ancora la pioggia di Napoli. Ma mi sento felice, perché ho appena fatto un’esperienza straordinaria nel sud della Francia.

Per maggiori informazioni:

https://vangoghimmersion.com/

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Raffaello, l’eco del mito tra passato e futuro. A Bergamo fino al 6 maggio

La mia visita a Bergamo inizia con un viaggio in treno molto suggestivo, che comprende uno scambio a Lecco. Il treno regionale è di quelli dalle ampie vetrate, attraverso le quali, come al cinema, scorgo panorami innevati come nell’Orient Express.

È tanta la gioia che mi rende felice come un bambino, questo viaggio, già prima di giungere alla mia meta, l’Accademia Carrara.

Raffaello e L'eco del mito mostra Accademia Carrara Bergamo 2018 (Mariano Cervone instagram) - internettuale
Mariano Cervone da instagram @marianocervone

Una salita per una ripida funicolare e un dedalo di stradine di acciottolato lombardo mi portano da Raffaello. L’occasione è la mostra L’Eco del Mito, una mostra che si ripropone di indagare l’influenza che il maestro urbinate ha avuto già sui suoi contemporanei e su tutti quei raffaelleschi che hanno provato a portarne avanti l’eredità artistica.

Raffaello nasce a Urbino, la città ideale di Federico da Montefeltro. Un ambiente, quello del centro Italia, in cui il maestro urbinate recepisce e fa sue le prime contaminazioni, sotto le vestigia del suo maestro Perugino.

Un percorso di storia dell’arte che svela quanto Raffaello, negli anni della formazione, si sia lasciato influenzare anche dal Pinturicchio, come racconta il Vasari nelle sue Vite o, come naturale che sia, è stato influenzato anche dal padre, il pittore Giovanni de’ Santi, nella cui bottega apprese le tecniche di disegno e pittura.

Sono molti i prestiti di questa esposizione, dalla Galleria Corsini di Firenze alla National Gallery di Londra, dal Louvre alla Pinacoteca di Brera. Molti dipinti arrivano da fondazioni private, precluse al pubblico, ed è dunque un’occasione unica per confrontare le opere raffaellesche con i suoi contemporanei e successori.

Dal Perugino eredita il gusto di colori morbidi, volti ieratici, la volumetria dei tessuti.

Nel cosiddetto Libretto Veneziano, appunti di studio scritti probabilmente da un suo allievo, ritroviamo i viaggi di studio.

Matita nera e penna su carta. Sono questi gli strumenti con cui sono ritratti uomini illustri e vedute di Urbino, che cedono il passo agli studi anatomici e la bronzistica greco-romana.

Raffaello mi appare in tutto il suo splendore, in una sua Madonna con bambino benedicente. Gli occhi lievemente sferici, la sacralità dei loro volti sereni.

Alcune opere ritornano per la prima volta insieme dopo la loro realizzazione: Nicola da Tolentino resuscita due colombe, il Miracolo degli Impiccati e Nicola da Tolentino soccorre un fanciullo che annega. Frammenti della Pala Baronci, realizzata dal magister nel 1500.

È evidente l’influenza giottesca nel miracolo delle colombe: un momento ritratto all’interno di una camera da letto, cui manca la quarta parete come una scenografia teatrale, vede il santo disteso al centro della scena in gesto benedicente.

In San Michele e il Drago Raffaello ricorda il pittore olandese Hieronymus Bosch, con figure mostruose e scene apocalittiche che si ispirano alla Divina Commedia dantesca: colori vibranti e la forza nei movimenti concitati rendono la dinamicità della scena.

Il percorso è un’ascesi artistica straordinaria, con un allestimento in tessuto molto bello.

Manifesto di questo evento è il suo San Sebastiano, ritratto dall’artista come un giovane uomo alla moda, raccolto in una contemplazione privata, intima, con grande attenzione per le lussuose e lavorate vesti, e per quella freccia, che si fa strumento di Dio, tenuta tra le dita quasi come una penna. Il maestro urbinate sfugge l’iconografia tradizionale, ed è qui messo in relazione con Pinturicchio e Perugino, con una bellissima Maddalena, un San Sebastiano e una Elisabetta Gonzaga.

Uno dei momenti più emozionanti di questa rassegna è ritrovarsi faccia a faccia con La Fornarina, vera e propria icona della storia dell’arte italiana, al pari della Gioconda vinciana. Sorride con sguardo languido, ed è solo ammirandola da vicino che mi accorgo di una velata sensualità, e malizia dei suoi gesti.

Non solo la sua opera, ma anche la sua figura di artista è rimasta viva nei posteri. Lo dimostra il ritratto di un Raffaello intento a dipingere la Madonna della Seggiola di Dionigi Faconti, ma anche nei ritratti immaginari di Cesare MussiniFelice Schiavone, che raccontano l’amore tra l’artista e la sua amata, dimostrando quanto questo legame alla fine del ‘700 era già entrato nella leggenda.

L’ultima sezione di questo grandioso excursus d’arte è dedicato alla storia dell’arte contemporanea. Ed è qui, che con grande sorpresa e gioia, posso ammirare addirittura un Picasso.

Un’eco, quello di Raffaello, che si riverbera nel passato e nel futuro, in ciò che c’è stato prima e in ciò che, dopo la sua morte, prosegue. Per sempre.

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Frida Kahlo, l’emozionante forza oltre il mito. Fino al 3 giugno al MUDEC di Milano

Mariano Cervone alla mostra di Frida

È una mostra che tocca l’anima, quella su Frida Kahlo, al Mudec di Milano fino al prossimo 3 giugno.

Oltre il mito, questo il sottotitolo della rassegna, si propone di raccontare l’artista messicana al di là delle opere, che ne hanno fatto un’icona di arte contemporanea, ma anche di stile in tutto il mondo.

E dire che qui i prestiti sono tanti, al punto che, al mio ingresso nella prima sala, penso che siano lì tutte i lavori, i disegni a carboncino, i dipinti, gli acquerelli, i carteggi attraverso i quali si è raccontata ad amici e parenti. E invece svolto appena l’angolo, per capire che ciò che avevo di fronte era appena la punta di un iceberg d’arte ben più grosso, di una esposizione grandiosa che abilmente racconta la vita, oltre la poetica, della pittrice.

Lungo il percorso trovano infatti posto anche una serie di lettere originali, con traduzione a fronte, in cui la Kahlo parla della sua vita privata: leggerle tutte è impossibile, così come sarebbe impossibile riassumere in queste pagine la vita di un’artista molto complessa e dai sentimenti profondi.

Tra le opere esposte, non mancano disegni inediti, in cui Frida si disegna con matita e carboncino, sperimentando volumi e colori, e evidenziando, con mano un po’ naif, le trasparenze delle vesti.

L’arte di Frida trasuda Messico, perché la pittrice si è nutrita della linfa vitale dalla Madre Terra, la sua forza vitale conviveva in quella del suo Messico, che continuerà a sentire dentro di sé come un fuoco, anche quando si trasferisce nella calda California, scioccando la borghesia con la sua indole ribelle.

Bellissima la sezione fotografica, che ripercorre l’esistenza di Frida, dalla sua infanzia alle foto di famiglia, passando per i momenti conviviali, dove, anche in un folto gruppo, la presenza silenziosa dell’artista è preminente.

È in queste foto che non posso fare a meno di notare che negli anni ’50 Frida appare come una donna più forte, forse austera, più consapevole di quel corpo tragicamente cambiato, meno giocosa: non ci sono più i fiori tra i suoi capelli, che in poche foto più avanti porta sciolta, quasi come un velo monacale, quasi a decostruire quell’immagine che negli anni aveva consapevolmente creato, ma sempre fedele a se stessa.

Non mancano momenti di maggior azione lungo il percorso, come un cortometraggio di animazione che offre al visitatore il dialogo immaginario, e immaginifico, tra la Kahlo e la morte, che miracolosamente l’ha risparmiata da quell’incidente in tram che drammaticamente caratterizzerà tutta la sua vita: degenze in ospedale, cure, pesanti busti, fino all’amputazione di una gamba che la porterà a ricorrere ad una protesi. Un dolore fisico e psichico che Frida riversa senza imbarazzi nelle sue opere. Si ritrae con le lacrime, come un cuore che soffre e sanguina. Crea una precisa iconografia del dolore, ritraendo i momenti cupi, senza il timore di mostrare sé stessa in quel letto d’ospedale, esorcizzando il male con la sua arte.

Una vita dolorosa segnata anche da Diego Rivera, amore della vita e marito fedifrago che la tradirà tra le altre anche con la sorella prediletta.

Eppure Frida sembra continuare a sorridere alla vita, da un raro quanto emozionante home video in 16mm del George Eastmen Museum, in cui la pittrice è proprio accanto a Rivera, qui accompagnato dall’intenso brano del cantautore calabrese Brunori Sas, Diego e io, che incarna con passione la dolcezza e la sofferenza, la profonda inquietudine, di questo amore. È probabilmente questo l’apice emotivo di questa antologica, che rappresenta un momento di grande pathos.

Continuo a passeggiare nelle sale del Mudec, e osservo ritratti di politici, di uomini e di donne illustri con cui Frida era entrata in contatto. Quando osservo le sue vivaci nature morte, mi accorgo che la Kahlo era forse vicina a Picasso più di quanto lei stessa forse non sapeva neppure. Mentre in altri dipinti ricorda addirittura il surrealismo di Dalì, Magritte, dove realtà e sogno si sovrappongono, tra lune, panorami sospesi a mezz’aria, abbracci divini in una ricerca di pace e misticismo.

Frida si è sempre espressa anche attraverso il proprio corpo; una Marina Abramović ante saecula, che esprime i suoi stati d’animo anche attraverso quelle stravaganti acconciature, attraverso gli abiti, le collane, mai lasciate al caso nella vita come nei suoi dipinti, facendo del proprio corpo un manifesto. Ed è così che si chiude questo racconto d’arte e questo profondo spaccato di vita: con i busti, le protesi, la sofferenza e l’imperfezione che hanno segnato duramente la sua esistenza. Frida è ben lontana dalla ricerca di perfezione che affligge noi contemporanei, e non aveva paura di mostrare fragilità e fallimenti. Ed è proprio questa forza che l’ha resa immortale ai nostri occhi, vincendo dopo la morte quella malattia che invece l’aveva afflitta tutta la vita.

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Raffaello e l’eco del mito, Bergamo anticipa le celebrazioni della morte del maestro

Raffaello Sanzio, San Sebastiano

Nel 2020 saranno esattamente cinquecento anni dalla morte di Raffaello Sanzio, che morì prematuramente a Roma a soli trentasette anni. Se un film, Il Principe delle Arti (di cui vi ho parlato qui) lo ha celebrato lo scorso anno al cinema, una mostra a Bergamo anticipa le iniziative per le celebrazioni del maestro urbinate.

Raffaello e l’eco del mito è questo il titolo della rassegna, che da oggi, 27 gennaio, fino al 6 maggio porterà all’Accademia Carrara sessanta opere, provenienti da importanti prestiti nazionali e internazionali, ma anche da prestigiose collezioni private.

L’intero progetto scientifico che ha dato origine a questo evento, ruota intorno al San Sebastiano di Raffaello, capolavoro giovanile del pittore rinascimentale, che fa parte oggi delle raccolte della Carrara. Da qui si muovono diverse sezioni che indagano gli anni della formazione e dei maestri che hanno influito sulla sua arte come Perugino, Pinturicchio, Giovanni Santi, Luca Signorelli.

Raffaello Sanzio, Madonna con il Bambino (Madonna Diotallevi)

Una significativa raccolta di opere invece racconta i primi anni, quelli che vanno dal 1500 al 1505, e infine la straordinaria influenza che in pochi anni di attività questo straordinario artista ha avuto sulle nuove generazioni, raccontate in due sezioni: la prima ottocentesca, di cui La Fornarina (in prestito dalle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma Palazzo Barberini) si fa simbolo e fonte di ispirazioni per autori del diciannovesimo secolo, come mostrano gli esempi in mostra delle opere di Giuseppe Sogni, Francesco Gandolfi, Felice Schiavoni, Cesare Mussini. La seconda dedicata ad artisti contemporanei che al maestro continuano a ispirarsi.

Dalla Madonna Diotallevi di Berlino alla Croce astile dipinta del Museo Poldi Pezzoli, dal Ritratto di giovane di Lille al Ritratto di Elisabetta Gonzaga degli Uffizi, fino al San Michele del Louvre. Sono 14 le opere i capolavori che testimoniano l’originalità nell’innovare i coevi canoni linguistici e la straordinaria espressione artistica.

Una mostra che ricompone per la prima volta la Pala Colonna, le cui parti provengono dal Metropolitan Museum of Art di New York, dalla National Gallery di Londra e dall’Isabella Stewart Gardner di Boston.

Raffaello Sanzio, La Fornarina

A cura di a cura di Maria Cristina Rodeschini, Emanuela Daffra e Giacinto Di Pietrantonio, la mostra è realizzata grazie alla Fondazione Accademia Carrara in collaborazione con GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo e in coproduzione con Marsilio Electa.

Per maggiori informazioni:

www.raffaellesco.it

ART NEWS, CINEMA

La vita e le opere di Caravaggio a febbraio al cinema in 8K

Siamo ormai abituati all’arte che arriva al cinema. Sono state tante, per fortuna, le opere che negli ultimi anni sono arrivate sul grande schermo: da Van Gogh a Raffaello, passando per i Musei Vaticani e le Basiliche Papali sono tante le pellicole che abbiamo ammirato, anche in 3D, facendoci virtualmente visitatori di musei, opere e artisti che altrimenti sarebbe stato impossibile vedere come non mai.

Alta definizione, immagini stereoscopiche e droni ci hanno restituito visioni inedite di luoghi e capolavori. Dopo il successo di Firenze e Gli Uffizi e Raffaello, il Principe delle Arti, dagli stessi creatori arriva adesso nelle sale Caravaggio – l’anima e il sangue.

Cappella Contarelli

Prodotta da Sky e da Magnitudo Film, la pellicola è dedicata ad uno degli artisti più controversi della storia dell’arte italiana, Michelangelo Merisi detto il Caravaggio.

Il film arriva a ridosso della chiusura della colossale mostra monografica sull’artista a Palazzo Reale a Milano, Dentro Caravaggio, il prossimo 19-20-21 febbraio su distribuzione Nexo Digital, giusto in tempo per mantenere ancora vivo l’interesse mediatico intorno all’oscura figura del pittore lombardo e cavalcare l’onda del successo di un’esposizione che ha già realizzato numeri da capogiro.

Ed è proprio ad uno dei nomi della mostra milanese, la curatrice Rossella Vodret, da cui il film attinge alcune consulenze d’arte e personali letture delle opere, avvalendosi dei più recenti studi fatti proprio in occasione dell’esposizione a Palazzo Reale.

Cena in Emmaus, durante le riprese

Ma la pellicola vede anche la partecipazione di uno dei massimi studiosi di Caravaggio, Claudio Strinati, che racconta la vita del Merisi in relazione alle sue opere. Troverà spazio anche l’intervento della Professoressa Mina Gregori, Presidente della Fondazione di Studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi.

Un viaggio narrativo, ma anche e soprattutto introspettivo, che attraversa i principali luoghi dove l’artista ha operato nel corso della sua vita, spostando lo spettatore da Roma a Napoli, da Firenze a Milano, passando per Malta.

E non poteva di certo mancare le Sette Opere di Misericordia, al Pio Monte della Misericordia in Via Tribunali a Napoli che, ad oggi, è senza dubbio tra i dipinti più belli in assoluto che Caravaggio abbia mai realizzato, racchiudendo in un’unica tela tutte le opere della misericordia divina.

Il film ha ottenuto il Riconoscimento del MIBACT – Direzione Generale Cinema, il Patrocinio del Comune di Milano ed è stato realizzato in collaborazione con Palazzo Reale e con il Centro Televisivo Vaticano e con il supporto di Malta. I media partner sono radio RTL 102.5, Mymovies e ARTE.it.

Saranno 40 le opere dell’artista che rivivranno grazie alle nuove tecnologie e ad un girato, il primo in Italia, con risoluzione 8K, che restituirà quasi una vividezza tattile delle opere stesse.

Dopo il debutto in Italia il film sarà poi distribuito in tutto il mondo.

il cantautore Manuel Agnelli al doppiaggio

A dare voce all’io interiore dell’artista sarà Manuel Agnelli, frontman degli Afterhours nonché attuale giudice di X Factor, che si farà interprete delle emozioni e degli stati d’animo di Caravaggio.

Responsabile e direttore artistico del progetto per Sky è Cosetta Lagani. Produttore esecutivo per Magnitudo Film è Francesco Invernizzi. La sceneggiatura è di Laura Allievi e la regia è affidata a Jesus Garces Lambert, che ha firmato documentari per Sky e per importanti network televisivi internazionali, tra i quali National Geographic, BBC, ZDF, CBS, Arte.