INTERNATTUALE, TELEVISIONE

Miss Italia 2018: vince Carlotta Maggiorana, tra protesi, polemiche e dinosauri

Anche la 79esima edizione di Miss Italia si è conclusa. Tra il sensazionalismo di una concorrente con una protesi, Chiara Bordi (arrivata poi terza), e il tentativo di un programma di cui, forse, non sentiamo più il bisogno, ha vinto Carlotta Maggiorana, 26enne, sposata, di Ascoli Piceno, che non solo riesce ad abbattere il muro del nubilato delle Miss, ma anche quello dell’anonimato. Sì, perché Carlotta, nel suo curriculum artistico, vanta già apparizioni in fiction di prima serata come L’Onore e il Rispetto, programmi televisivi come Avanti un altro, lavori al fianco di Sean Penn e Brad Pitt, e già Miss Grand Prix 2009.

Ma dunque c’era proprio bisogno di vincere anche il titolo di più bella d’Italia?

Chiara Bordi, concorrente di Miss Italia 2018

Per anni il concorso, nato negli anni ’40 come 5000 lire per un Sorriso, con le sue corone, le fasce e la voglia di riscatto sociale che caratterizzava le miss, ha rappresentato un sogno per le ragazze italiane, che dalle spiagge alle passerelle, tappa dopo tappa, vedevano il sogno avvicinarsi. Oggi invece Miss Italia è come un titolo di studio che vale poco, si potrebbero raggiungere gli stessi obiettivi affermandosi sul web, aprendo un profilo instagram o YouTube, partecipando ad un qualsiasi talent. E se fino a qualche anno fa erano proprio questi che molte potenziali concorrenti avevano già sottratto ad un contest ormai logoro, oggi anche i social rappresentano una concreta alternativa a chi vuole affermarsi senza dover sottostare all’altrui giudizio o mettersi necessariamente in bikini.

Colpa anche di un programma che purtroppo non ha saputo difendere nel tempo la propria identità, e ha continuato a trasformarsi in tutti questi anni fino a perdere completamente se stesso: da talent di bellezza a quiz, da game show a becero spettacolo di intrattenimento che culmina senza nemmeno troppo pathos con un’incoronazione.

Sì, perché Miss Italia è cambiato quasi al punto da vergognarsi dell’originaria vocazione da esteta e, anziché ricercare ogni anno nuovi canoni di bellezza nella donna contemporanea, ha preferito ipocritamente fingere valutazioni della personalità, scoperta del talento, ricerca di intelligenza. Come se una reginetta di bellezza dovesse necessariamente dimostrare subito, parafrasando una nota canzone di Jo Squillo, che oltre le gambe c’è di più. E come se queste, per giunta, fossero capacità o doti che è possibile esprimere in meno di un minuto rispondendo a delle stupide domande o superando brevi prove.

Carlotta Maggiorana, Miss Marche, vincitrice di quest’anno.

Quest’anno proverbi italiani e tabelline: erano queste le “materie” in cui sono state interrogate le ragazze durante un dubbio question time, che si alternavano a domande personali sulla preferenza di campeggi o alberghi extralusso per le vacanze, a riprova, in un modo un po’ naif – per fortuna contestato dal giurato Pupo – che la valutazione della serata esulava dal mero aspetto esteriore, in un vortice imbarazzato un po’ imbarazzante.

Ogni conduttore, da Milly Carlucci a Simona Ventura, passando per Carlo Conti e Mike Bongiorno, ha cercato in qualche modo di cambiare regole e formule, di dare la propria impronta autorale oltre che la propria conduzione: e così via i numeri delle ragazze (che puntualmente sono ritornati), prove di talento (che invece sono sparite), titoli come Miss Curvy introdotti e eliminati nel giro di poche edizioni senza lasciare traccia, o che cambiano continuamente nome rinnegando le proprie radici (basti pensare a quello di Prima Miss dell’Anno, titolo tra l’altro vinto anche da Miriam Leone, oggi diventato Miss 365).

Insomma un concorso che si rinnova e non resta fedele neanche a se stesso.

Tutto probabilmente più per racimolare qualche percentuale di share in più, che non per vera convinzione e interesse sociale, mentre la RAI, preso atto dell’esponenziale calo di ascolti, opportunamente ha ritenuto che fosse giunto il momento di rinunciare ad un concorso che, edizione dopo edizione, è difficile persino riconoscere e che sempre più somiglia ad una sagra di Paese.

E se tante cose possiamo attribuirle o giustificarle con “il bello della diretta”, è senza dubbio brutto per il telespettatore a casa vedere il disagio dei conduttori, Francesco Facchinetti (alla sua terza volta) e Diletta Leotta, spesso impacciati, così come non è stato elegante vedere le maestranze della rete, così a lungo invocate nel corso della serata, spazzare in squadra coriandoli caduti sul palco e bouquet di fiori, tra l’altro forniti da uno sponsor, durante una finalissima che ha visto la partecipazione di poco più di 30 ragazze.

Ultimo, solo in ordine cronologico, il tentativo di riagganciarsi ai fasti di un passato con una fascia onoraria dedicata al compianto Fabrizio Frizzi, storico conduttore del programma scomparso lo scorso marzo. Come se bastasse uno pseudo-legame ad un volto amato dalla televisione italiana per riabilitare un programma che continua ad avere il retrogusto di nostalgico ricordo, e che oggi è sostituito da uno spettacolo inadeguato a rievocare quello che fu.

Strana persino la strategia di marketing, che ha promosso Jesolo (sede veneta delle semifinali) e Venezia random, celebrando però questa finalissima a Milano.

Dubbia persino la scelta della scenografia, che a tratti ricordava un programma di approfondimento sportivo da TV privata, o quella delle musiche, con il main theme di Jurassic Park sull’incoronazione, che fa apparire Miss Italia una forzatura anacronistica proprio come lo furono i dinosauri della pellicola di Spielberg, e che forse ci fa capire che sarebbe meglio che, come il T-REX della scena finale del film, sarebbe meglio che oggi Miss Italia si estinguesse.

Se non vuole davvero tramutarsi in un fossile di paleontologia televisiva, nemmeno ricordato dalle teche rai, Miss Italia dovrebbe evolversi, riscoprendo le proprie radici di mero beauty contest, e senza imbarazzo, senza indugio, senza ipocrisia valutare quella bellezza di quando le ragazze speravano di vincere 5000 mila lire con un semplice sorriso.

Annunci
Uncategorized

La Signora della domenica è tornata: bentornata a casa, zia Mara!

La Signora della domenica è ritornata, e non c’è show televisivo che tenga. Dopo quattro anni di assenza, Mara Venier ritorna al timone di quello che forse è il suo programma preferito, Domenica In. E da subito la domenica ha preso una piega decisamente diversa. Avvezzi ormai da troppo tempo a programmi trash, litigi, diete improbabili, contese di denaro e dinastiche, avevamo quasi dimenticato la freschezza di uno spettacolo che divertisse senza becere trovate.

Mara Venier è visibilmente emozionata all’ingresso nello storico studio di raiuno, che l’ha vista tante volte regina degli ascolti, eppure è sicura di sé, una sorridente padrona di casa, che scandisce con precisione e consapevolezza le parentesi di una scaletta in cui si susseguono attualità, cronaca rosa e goliardici momenti di intrattenimento.

Si comincia con il caso Asia Argento, e l’accusa di molestie nei confronti dell’allora diciassettenne Jimmy Bennett, in un salotto dai toni decisi, ma non accesi, in cui intervengono senza latrati mediatici, Vittorio Feltri, Roberta Bruzzone, Vera Gemma in un dibattito in cui si battibecca, ma non si litiga, dove anche il pubblico in studio espone con educazione la propria opinione.

Tanto rumore, forse, per nulla, l’intervento di Romina Power, in cui il pubblico aspettava qualche strascico della “telenovela Carrisi”, nata in altri salotti televisivi di rotocalchi e reality, e che qui trova solo i toni pacati di un racconto di famiglia, del ricordo dell’attore Tyrone Power e dell’attrice Linda Christian, madre della cantante che a Cellino San Marco ha trovato una seconda casa.

E mentre su altre reti si ricerca lo schiamazzo, Mara “starnazza” ballando il ballo del qua qua con Romina Power, rispondendo con ondeggiante eleganza al voyeurismo televisivo che ricerca la polemica a tutti i costi.

Un intervento emozionante, che ha visto protagoniste anche le due figlie della cantante, Cristel Carrisi, intervenuta con un videomessaggio, e Romina Power Jr. in collegamento da New York.

Simpatico il tabellone con la bella Alessia Macari, nelle vesti di simpatica valletta ciociara del programma, e l’intro à la Renzo Arbore con una sigla che rimanda ai tempi di Quelli della notte, e a le edizioni degli anni ’90.

Non mancano gli imprevisti in questa domenica del ritorno, come la mancata partecipazione di Gina Lollobrigida ricoverata per un controllo in ospedale, presentata al pubblico senza clamori, allarmismi o inutili suspence.

Ma non è solo una domenica leggera, quella di Mara Venier, che dà spazio anche a temi importanti, come il cyber-bullismo e la violenza sulle donne, realizzando una bellissima intervista a Teresa Giglio, mamma di Tiziana Cantone, che si è tolta la vita dopo un video diventato virale in rete che la vedeva protagonista.

Immediate le reazioni del popolo della rete e di twitter, che fa subito trendare in vetta l’hashtag #Domenicain, facendo del programma anche un successo social.

Insomma, Mara Venier è ritornata più in forma che mai. Garbata, mai volgare, divertita e divertente, riproponendo una Domenica in che coniuga tradizione e innovazione, con una formula che intrattiene, convince, fa sorridere e emozionare.

Bentornata a casa, zia Mara!

ART NEWS

Le domeniche gratuite educano alla “cultura del museo”

Musei, ingressi gratis e abolizioni. È questo il tema del giorno tra gli amanti dell’arte, da quando il neo-ministro alla cultura, Alberto Bonisoli, ha suggerito dalla Biblioteca Nazionale di Napoli la possibilità di una abolizione degli ingressi al museo la prima domenica del mese.

Immediate le reazioni di chi, favorevole, pensa sia un bene questo cambiamento, come Cecilie Hollberg, direttrice delle Gallerie dell’Accademia di Firenze, che raggiunta da SkyTG24 ha lamentato anche la carenza di personale e l’enorme sforzo per sostenere flussi maggiori nelle giornate gratuite, a chi, come l’ex Ministro della Cultura, Dario Franceschini, autore di questa iniziativa, pensa che la loro eliminazione sia un grave errore.

E in effetti questo un grave errore lo sarà, o almeno lo sarebbe, visto che si pensa ad una eliminazione sì, ma dopo l’estate.

Ed ha anche corretto il tiro Bonisoli, che definisce fake news la voce di una abolizione totale delle domeniche gratuite, e che tiene a precisare di voler dare più autonomia e scelta alle singole realtà museali e parchi archeologici: «La gratuità nei #musei? – twitta – non solo resterà ma sarà aumentata. Questo è un nostro impegno» ha detto il ministro, allegando un video in cui ha spiegato di voler “adattare le regole alle singole specificità, perché Milano non è Pompei – aggiunge – e idealmente [la gratuità] sarà pure aumentata attraverso un’operazione di valorizzazione intelligente si riesca a rendere più fruibile quello che è il nostro enorme patrimonio».

Dati alla mano, l’introduzione delle domeniche al museo, dal 2014, ha contribuito ad una crescita dei musei di oltre il 50%, con un grande ritorno di immagine e l’avvicinamento di persone all’arte tradizionalmente lontane dall’ambiente museale.

Da nord a sud sono tanti quelli che intendono mantenere attivo l’accesso gratuito. Da Giuseppe Sala, sindaco di Milano, che intende andare avanti per la gioia di vedere così tanti visitatori nei musei milanesi, al sindaco di Ercolano, Ciro Buonajuto, che ha detto: «Grazie alla Domenica al Museo, negli ultimi tre anni e mezzo migliaia di famiglie hanno potuto scoprire Ercolano».

Secondo una prima analisi effettuata dall’AGI oggi, nel quinquennio successivo all’introduzione delle domeniche gratuite ad opera del ministro Franceschini, i visitatori dei musei sono cresciuti del 53%, con una crescita dei visitatori totali paganti del 36,4%.

È vero, potrebbero essere molti altri i fattori e le concause che hanno portato a questo esponenziale aumento dei flussi, perché correlation doesn’t imply causation, però va riconosciuto a questa riforma il merito di aver avvicinato gli italiani al loro straordinario patrimonio artistico.

E, numeri alla mano, un merito Franceschini ce l’ha davvero. Se si considerano tutti gli altri casi che danno diritto ad entrare gratis (età, insegnanti, giornalisti, studenti d’arte ecc.) chi ha usufruito dell’accesso gratuito ai musei è comunque una quota minoritaria rispetto a chi avrebbe già diritto ad un accesso omaggio e, a fronte dei 10.9 milioni di ingressi gratuiti nella prima domenica del mese, di fatto solo 3.5 milioni hanno effettivamente beneficiato dell’esenzione del biglietto.

Insomma un piccolo specchietto delle allodole, potremmo bonariamente definirlo, che ha contribuito finora ad una maggiore fruizione dei musei e dei luoghi d’arte, e ha saputo rendere più vicine e vive opere di inestimabile valore, e luoghi che nell’immaginario collettivo sono spesso percepiti come antiquati e polverosi, contribuendo invece alla loro scoperta, e incentivandone la visita anche nel corso dell’anno, pagando.

Sì, perché è questo che ha fatto Dario Franceschini, ha implicitamente educato gli italiani alla “cultura del museo”, che è diventato una più che valida alternativa allo scialbo giro nel centro commerciale del fine settimana. E se è giusta l’osservazione di chi pensa che non sia necessariamente questo il target di visitatore medio da attrarre, è altrettanto vero che una visita al museo, gentilmente offerta dallo stato italiano, (di)mostra che c’è un mondo altro, e può rappresentare un input alla crescita della persona, al suo benessere psicofisico, alla sua formazione culturale, e può senza dubbio alimentare quel sacro fuoco di una passione che ti accompagna tutta la vita.

INTERNATTUALE

Ecco perché Katia Ghirardi non è un “caso Cantone” e meriterebbe una promozione

Da twitter a fecbook, passando per instagram, impazza sul web il nome di Katia Ghirardi. E c’è già chi grida alla nuova Tiziana Cantone. Ma chi è Katia Ghirardi e cos’è che ha fatto di preciso?

Tutto è iniziato qualche tempo fa, quando la Banca Intesa San Paolo ha lanciato un contest interno per i soli dipendenti: registrare un video che mostrasse un ambiente di lavoro sano, vitale, allegro. Non bisognava essere dei maestri del cinema, ma avere uno smartphone ed essere spontanei, e caricare il video sul sito.

Fin qui tutto normale, fin quando non comincia ad impazzare sul web il video-spot della direttrice di filiale di Castiglione delle Stiviere, Katia Ghirardi, che sorridendo insieme ad altri colleghi, alla fine di una video-presentazione di un minuto dice: «Io cisto, ci metto la faccia, ci metto la testa e ci metto il mio cuore».

Uno video di circa due minuti che è stato più volte ripreso su radio ed internet.

Un nuovo caso di bullismo telematico gettato superficialmente nel tritacarne virtuale della rete, che lo cannibalizza e ne restituisce brandelli di parodie e sfottò.

Ma credo sia azzardato, e forse un po’ populistico, paragonare il caso alla triste vicenda di Tiziana Cantone, la trentenne napoletana, suicida a seguito di un video amatoriale che la vedeva protagonista, diventato virale.

Non è soltanto una questione di contenuti ovviamente, ma per la diversa finalità dei due video: il primo, quello della Cantone, fatto inconsciamente e di certo per un uso privato; il secondo, quello della Ghirardi, registrato in piena consapevolezza affinché competesse ad un concorso.

Che si trattasse di un contest interno alla banca, credo cambi poco, poiché la Ghirardi, tra l’altro molto simpatica e comunicativa, era conscia che altri lo avrebbero visto. Impiegati, dipendenti, colleghi, addetti ai lavori? Certo, forse, ma quando si sottoscrive un concorso si accettano implicitamente tutta una sequela di clausole microscopiche che dal fondo di un regolamento concedono pieni diritti di riutilizzo agli ideatori e promotori di un concorso, e dunque si finisce coll’accettare tacitamente l’evenienza che il video caricato on-line possa, per vie traverse, essere diffuso.

Il video di Tiziana Cantone ha impiegato settimane prima di assurgere all’onore delle cronache nazionali, volando di telefono in telefono, di messenger in messenger attecchendo sui canali porno amatoriali, che l’hanno trasformato in fenomeno virale.

Quello della Signora Katia invece è una clip balzata di colpo nei trend di YouTube e twitter, mentre altri sul web arrancano per trovare sul web la genialata in grado di scalare trend e dare visibilità e fama.

Un nuovo un caso di cyber bullismo sfuggito al controllo della rete o semplicemente una mossa commerciale studiata a tavolino? Che il mondo della pubblicità stesse cambiando, lo avevamo capito lo scorso anno quando la Norwegian, all’indomani della notizia di divorzio Jolie-Pitt, aveva pubblicato sui giornali un paginone con lo slogan “Brad is single” con le principali offerte per volare a Los Angeles.

Credo dunque si tratti più di una “furbata” dei pubblicitari, che hanno così pensato di fare del sorridente volto della signora, l’inconsapevole, quanto peraltro anche molto positivo, testimonial della banca, dimostrando quanto all’interno dell’ambiente lavorativo ci sia spontaneità, allegria, mentalità del fare, e ricollegandosi ad una serie di spot ufficiali che qualche anno fa in televisione mostravano proprio il lato umano dei dipendenti Intesa San Paolo, sulla falsariga de “la mia banca è differente”.

Una pratica, quella del leak, molto diffusa, soprattutto nel campo della discografia statunitense, dove spesso sono testati singoli o interi album con l’endorsement spontaneo dei fan che continuano a condividerli in rete.

Personalmente non ci trovo nulla di scandaloso, degradante o sconveniente né per la Signora Katia, né tantomeno per l’immagine della Banca Intesa, e non trovo nemmeno scorretto sorridere o parodiare uno slogan che è emerso dalla massa e funziona e, come tutto ciò che diventa popolare, è diventato oggetto di scherno. Sì, perché la Signora Katia Ghirardi, al pari dei pubblicitari di Buondì Motta, ha saputo catturare con ironia, intelligenza e un gran sorriso, l’attenzione di migliaia che continuano a guardare la sua clip.

Trovo invece molto più vergognoso che sia la stessa Banca Intesa a prenderne le distanze, e a definire questi video “fantozziani”, autorizzando quasi la stampa e i media a parlane in modo dispregiativo, come qualcosa di naif o buffo al punto da imbarazzarsi.

Ci lamentiamo di quanto le nostre istituzioni siano vecchie, antiquate, polverose, ma diventiamo leoni da tastiera insultando e offendendo persone che, con professionalità, dimostrano di essere anche vitali e gioiose. Non bisogna confondere il sentirsi vivi e felici del proprio lavoro con la poca professionalità o la scarsa voglia di rendimento, soprattutto se a farlo sono i dipendenti di una filiale virtuosa che ha dimostrato e dimostra di lavorare bene.

È facile parlare dietro un nickname, più difficile farlo quando una persona come Katia “ci mette la faccia”.

Se la mission del contest era quella di mostrare questa energia positiva, allora senza dubbio la Ghirardi l’ha vinto a piene mani. Francamente darei alla signora non soltanto una promozione, ma le offrirei un contratto come volto di Intesa San Paolo e, per tanto entusiasmo e brio, un posto all’interno dell’ufficio della comunicazione.

INTERNATTUALE

Vaccini: perché è necessario il diritto a una scelta libera e consapevole

Vaccini sì, vaccini no. Ancora una volta l’Italia si spacca. Dopo le trivelle, il referendum e l’eutanasia, sono i vaccini adesso ad aver creato, on-line e non solo, delle vere e proprie faide, tra gli assertori che vogliono una vaccinazione obbligatoria, pena l’esclusione dalla scuola, e i detrattori che invece fanno leva sulla coscienza genitoriale e la libertà di poter scegliere le cure, o in questo caso gli antidoti, migliori per prevenire malattie e infezioni.

Immediata la reazione di coloro che pensano che una profilassi terapeutica sia assolutamente indispensabile per arginare il rischio di infezioni virali, sposando in pieno la proposta del ministro della salute Lorenzin, da cui ha avuto origine questa diatriba mediatica che da qualche giorno tiene banco sulle prime pagine dei quotidiani.

Io appartengo alla generazione dei “millennials” e ai miei tempi la vaccinazione era obbligatoria solo per alcune malattie. Fatte quelle, il modo alternativo per sviluppare gli anticorpi per le altre, se i genitori non volevano imbottire di antibiotici i propri figli, era quello di farsele attaccare.

Io ero un bambino molto sano. Mentre i miei amichetti a scuola si ammalavano di continuo: varicella, orecchioni, rosolia io non mi ammalavo mai.

Ancora ricordo mia madre che, non appena sapeva che i figli delle amiche si erano beccati qualcosa, portava me e mia sorella di casa in casa per farci giocare insieme un intero pomeriggio, sperando che fosse sufficiente per farsela attaccare.

E così anche io ho avuto la mia pertosse, il mio morbillo e tutto un iter di malattie che mi ha risparmiato una sequela di ulteriori iniezioni e conseguenti stati febbricitanti. Non ricordo, durante la mia infanzia o adolescenza, di morti precoci o diffusioni virali di malattie. Siamo stati bambini come quelli delle generazioni che ci hanno preceduto, con i nostri giochi nel cortile, le corse sfrenate, il naturale decorso di malattie a letto a base di gelato e televisione.

Credo fermamente nella medicina, ma, fatto un distinguo per casi in cui affidarsi alla scienza è assolutamente fondamentale, generalmente credo che bisognerebbe evitare l'(ab)uso di medicinali che invece sta fortemente condizionando la nostra vita.

Vitamine, integratori, anti-influenzali, ansiolitici. C’è un farmaco per ogni disturbo, per la gioia degli ipocondriaci che temono anche un banale raffreddore e la fortuna delle case farmaceutiche, che ci spingono verso questa ideale ricerca del perfetto stato di salute.

Una volta per curare un mal di orecchi o un la di gola, si tagliavano le maniche delle vecchie maglie di lana (quelle che a Napoli si chiamano “maglie della salute”) e le si riscaldava con il ferro da stiro, dopodiché bastava avvolgerle intorno al collo o vicino all’orecchio per sentire il calore sciogliere, letteralmente, il dolore.

Nessuno sciroppo, nessun miracolo della medicina, nessuna fretta di guarire. Persino un mal di denti lo si curava mettendoci su del liquore per attutire il dolore.

Dottori allarmisti e pazienti spaventati che cercano su Google i sintomi di malattie comuni che sul web si fanno gravi o addirittura terminali.

Persino la gravidanza diventa una corsa al parto a base di acido folico da assumere e costosissimi controlli per la salute del bambino, quando appena qualche decennio prima le nostre nonne sfornavano almeno quindici figli, tenendone per mano tre e aspettandone al contempo due, mentre si chinavano ogni giorno ai lavatoi pubblici per il bucato. E così, in una società che teme il morbillo come un attacco dell’ISIS, anche i vaccini si fanno indispensabile strumento di difesa contro minacce inesistenti, esasperando casi particolari come quelli della campionessa olimpionica Bebe Vio (colpita da meningite fulminante all’età di 11 anni), per diffondere, è proprio il caso di dirlo, un infondato allarmismo social(e).

La verità è che non c’è un vero e proprio pericolo di una qualsivoglia epidemia in Italia, né una reale necessità di fare dei vaccini un caso nazionale. È soltanto una questione di equilibrio e conoscenza. È chiaro che bisogna stare attenti ad una meningite fulminante, così come non ci si può ostinare a curare con rimedi omeopatici un sintomo che proprio non vuol passare, rischiando la vita. Ma, allo stesso tempo, bisogna guardarsi bene dall’entrare in un paranoico circolo vizioso senza soluzione di continuità.

È per questo motivo che il Movimento Giovanile del Risveglio ha organizzato una serie di slow walking (camminata lenta) in diverse città d’Italia sabato 3 giugno, per manifestare e difendere il proprio diritto ad una scelta consapevole.

È giusto, e anche doveroso, il desiderio genitoriale di voler proteggere i propri bambini, e la ferma volontà di farli crescere felici e, soprattutto, sani. Ma forse non dovremmo perdere di vista due cose fondamentali che, in questa storia, ci sono sfuggite: la prima è che quella della salute, così come la vita (e anche la morte) dovrebbe essere una libera scelta in risposta al proprio credo, alla propria etica, alla dignità con cui si desidera condurre la propria vita. Uno stato democratico, quale dovrebbe essere il nostro Paese, deve mettere a disposizione degli strumenti, lasciando però il libero arbitrio ai suoi cittadini se farne ricorso o meno, senza alcun tentativo di coercizione o forma coatta di attuazione. La seconda, e probabilmente più importante, è che il buon senso e la saggezza popolare continuano a rappresentare quel millenario sapere che da secoli l’umanità si tramanda oralmente. Perché, in fondo si sa, a volte per togliere il medico di torno, basta soltanto una mela.

INTERNATTUALE

Il referendum costituzionale è come un quesito alla cieca di “Tira e Molla” con Bonolis

Vent’anni fa Paolo Bonolis conduceva sulle reti Mediaset il programma “Tira e Molla”, che andava in onda nel preserale di Canale 5 prima della messa in onda del TG. Quelli della mia generazione lo ricorderanno bene: il game show del Biscione nella fase finale a premi prevedeva che i concorrenti rispondessero a turno a delle domande che gli sottoponeva il conduttore, il quale offriva o sottraeva loro premi, mentre loro però ascoltavano musica a volume alto in cuffia. Alla fine del quesito una luce intermittente diceva gli diceva quando gridare a squarcia gola il “Sì” o il “NO” con cui, inconsapevolmente, si accettava o rifiutava il premio o l’inganno.

Una questione di pura fortuna, in cui talento, intuito e conoscenza non c’entravano assolutamente nulla, con grande divertimento degli italiani a casa che si divertivano a guardare fortune e sventure degli ignari concorrenti della serata.

Oggi quei concorrenti al buio siamo tutti noi. Sì, perché sul referendum costituzionale di domenica 4 dicembre2016, siamo completamente disinformati, se non attraverso quei politici che girano di trasmissione in trasmissione e, come sorridenti tele-imbonitori, spiegano soltanto i benefici e le qualità del “prodotto-referendario” che vogliono cercare di vendere al popolo italiano, come un medicinale miracoloso che non ha alcuna controindicazione, senza nemmeno quella vocina che, a velocità accelerata, ci raccomanda alla fine di ogni spot farmaceutico di leggere attentamente il foglietto illustrativo perché può provocare effetti indesiderati.

Se siete correttamente informati e pienamente consapevoli di quali e quanti cambiamenti potrebbe apportare questo referendum alla Carta Costituzionale Italiana, allora, con tutta la mia ammirazione, e anche un po’ di invidia per aver perfettamente compreso un testo così complesso, allora potrete votare a cuor leggero. Ma se il vostro è un voto di puro appoggio al partito per cui simpatizzate, poiché vi fidate di un politico piuttosto che dell’altro, l’esperienza mi insegna che, come nei contratti, è proprio nelle clausole scritte in piccolo e poco sponsorizzate che si nasconde l’inganno, e se non avete letto con i vostri occhi un corpo legislativo delicato quanto importante, allora è molto meglio non approvare.

Pretendere di conoscere cosa comporterà questo referendum per il nostro Paese soltanto attraverso il racconto “fantastico” che ne fanno i politici che l’hanno ideato, è come illudersi di conoscere Lev Tolstoj soltanto per aver visto le trasposizioni cinematografico-televisive delle sue opere letterarie.

referendum-costituzionale-4-dicembre-2016-internettualeÈ ridicolo informare i cittadini su di un referendum che potremmo definire storico per l’Italia, solo poche settimane prima della data del voto, con dibattiti di approfondimento che spesso sfociano nella lite, atti a generare soltanto ulteriore confusione, senza una reale informazioni su TUTTI i cambiamenti che l’approvazione referendaria comporterebbe se vincesse il Sì.

Tra i falsi miti propinati come promotori per l’approvazione di questo referendum, c’è quello di rendere l’iter legislativo più snello e veloce. Molte delle leggi dello stato italiano sono state approvate in media in due settimane, a dispetto del bicameralismo che questo referendum dice di abolire, e di fatto invece camufferà non soltanto con un senato che non sarà più elettivo, e dunque su cui i cittadini non avranno alcuna voce in capitolo, ma con un ristretto gruppo di senatori che continuerà a mantenere questo meccanismo bicamerale su alcune imprecisate e non sponsorizzate leggi.

La Costituzione Italiana, il cui titolo V in materia di autonomia regionale era già stato sottoposto a revisione costituzionale senza successo nel 2001, è stata scritta dai padri fondatori per delineare i principi fondamentali di tutela dei diritti dell’uomo e, in particolare, del cittadino italiano. Principi che dal 1947 nella loro generica forma si sono perfettamente adattati ai tempi che cambiano, e continuano a rappresentare, ancora oggi, per il popolo italiano, a quasi settant’anni dalla sua stesura, una fondamentale garanzia inalienabile.

Tutto questo clamore referendario, i dibattiti in TV, le opinioni sui giornali di chi aborra o approva, gli endorsement di chi è vicino all’uno o all’altro, non sono altro che quella musica in cuffia a volume alto con cui i politici ci tengono di fatto lontano dalla lettura diretta del testo da approvare.

Approvare qualcosa che di fatto non si conosce, non ci rende meno ingenui di quei concorrenti divertenti e divertiti che nel 1996 gridavano “Sì” o “No” all’offerta di Bonolis senza conoscerne la domanda.

LIFESTYLE

L’Oreal “Argilla Straordinaria”: straordinaria davvero?

È importante prepararsi alla stagione estiva, periodo in cui ci relazioniamo di più con gli altri, in spiaggia, in vacanza, nelle serate d’aperitivo al bar. Ma l’estate è anche il periodo dell’anno in cui il nostro corpo, e i nostri capelli soprattutto, sono soggetti a maggior stress. Ad aiutarci ci ha pensato L’Oreal Paris con la sua nuova creazione. Si chiama Argilla Straordinaria ed è la nuova linea Elvive dedicata alla cura dei nostri capelli. Sono tre le argille che i laboratori della casa francese hanno combinato, per un effetto detox hair che purifica anche il cuoio capelluto. L’argilla verde, nota per le sue proprietà purificanti, l’argilla blu per riequilibrare, e infine l’argilla bianca, che annovera tra le sue proprietà capacità assorbenti.

Senza l’aggiunta di siliconi, lo shampoo Elvive ha anche una versione antiforfora, ideale, a dispetto della pubblicità in TV dedicata alle sole signore, anche a noi maschietti, troppo spesso soggetti all’increscioso problema della forfora, causato da stress, alimentazione o l’uso prolungato di gelatine, cere e trattamenti di fissaggio vari.

Questa versione infatti, alle tre argille, vede l’aggiunta del Pitocotone-O per 72 ore di capelli purificati e puliti, ma soprattutto liberi dalla forfora.

L'Oreal Argilla Straordinaria Antiforfora - internettualeTecnicismi a parte, il nuovo shampoo L’Oreal Paris mantiene davvero le sue promesse. Sebbene quella di un capello perfettamente pulito per tre giorni probabilmente resterà un’utopia, soprattutto se si è esposti quotidianamente allo smog cittadino, lo shampoo purifica il cuoio capelluto, riducendo la forfora sin dal suo primo utilizzo, e lasciandolo profumato e fresco per un bel po’.

Leggero, non aggressivo, le tre argille (straordinarie davvero) penetrano tra i capelli delicatamente trasformandosi in morbida spuma che elimina le impurità del capello, dalla radice alle punte.

Forte, ma non invasivo, lascia un leggero profumo che esala dai capelli durante la giornata, restando avvolti da una piacevole fragranza per tutto il giorno.

Le sue campagne ad si rivolgono spesso a gentildonne dalle chiome morbide e fluenti, ma con questo prodotto L’Oreal dovrebbe puntare maggiormente anche su quel pubblico maschile che i suoi prodotti li utilizza.

Argilla Straordinaria Antiforfora è la soluzione ideale per chi è alla ricerca di uno shampoo nuovo, per coloro che vogliono liberarsi della forfora in poco tempo, senza per questo rinunciare al trattamento benessere di tre argille che rimetteranno letteralmente al mondo il vostro cuoio capelluto e i vostri capelli.