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Il Museo della Follia, da Goya a Maradona. Dal 3 dicembre a Napoli

È un’edizione che si lega molto alla città di Napoli quella del Museo della Follia, mostra itinerante a cura di Vittorio Sgarbi che dopo Catania e Salò sbarca adesso nel capoluogo partenopeo. Non solo perché segna un ritorno del critico d’arte dopo il successo della passata stagione con i Tesori Nascosti, ma anche perché suggella un legame, quello con la Basilica di Santa Maria Maggiore in Via Tribunali, a sua volta tesoro nascosto ritrovato, che continua ad essere il camaleontico scrigno di queste interessanti iniziative. 

«Entrate, ma non cercate un percorso, l’unica via è lo smarrimento» ha detto di questa mostra uno dei suoi artefici, Sara Pallavicini, collaboratrice di Sgarbi, che lo storico d’arte ha voluto riproporre facendola sua. 

Museo della Follia Napoli Basilica di Santa Maria Maggiore 2017 mostre mostra ospedali psichiatrici - internettuale
immagine dal sito ufficiale http://www.museodellafollia.it

Gli ambienti vagamente neoclassici della rassegna precedente, saranno adesso sostituiti da camere buie, come metafora architettonica di quel disorientamento che è follia di erasmiana memoria. 

Da Goya a Maradona, questo il sottotitolo, che anticipa un cammino che avrà inizio con il pittore e incisore spagnolo del XIX secolo per culminare con quello che è un vero e proprio omaggio alla città di Napoli, alla sua squadra del cuore e a quell’indimenticato calciatore simbolo di un’epoca e di due scudetti, Maradona. Con il centrocampista argentino la follia si fa sovversiva genialità, e Diego ammonisce i giovani di prendere le distanze da uno stile di vita fuori dagli schemi, Maradona li incita a dare il meglio di sé, e ad inseguire quelle passioni che infiammano gli animi. 

Museo della Follia Napoli Basilica di Santa Maria Maggiore 2017 mostre mostra Vittorio Sgarbi - internettuale
il critico d’arte Vittorio Sgarbi (immagine dal sito http://www.museodellafollia.it)

La mostra sarà presentata alla stampa dallo stesso Vittorio Sgarbi con una esclusiva visita guidata a giornalisti e invitati il 2 dicembre, per aprire finalmente le porte al pubblico da domenica 3 dicembre 2017 fino al 27 maggio 2018. 

Tra gli autori che hanno reso possibile questo evento, i collaboratori di Sgarbi, Cesare Inzerillo, la già citata Sara PallaviciniGiovanni C. Lettini e Stefano Morelli. 

La mostra sarà aperta al pubblico tutti i giorni dalle ore 10.00 alle ore 20.00, arrivando alle 21.00 nei weekend, con ultimo ingresso un’ora prima dell’orario di chiusura. 

Tante le aperture straordinarie nel corso dell’anno (che vi elenco sotto). 

I visitatori potranno così ritrovare anche la Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, interessante complesso architettonico, realizzato nel XVII secolo dall’architetto Cosimo Fanzago, affondando le sue radici nella storia greco-romana della città. Tempio pagano di Diana prima, fu utilizzata come chiesa paleocristiana nel IV secolo d.C., fino all’odierna costruzione del 1653 come prima Chiesa nella città di Napoli dedicata al culto della Vergine, da cui prende il nome. 

Come il progetto precedente, la mostra è promossa dall’Associazione Culturale Radicinnoviamoci / Fenice Company Ideas e Ticket24. 

Nulla, per ora, è dato sapere sull’elenco completo degli artisti che andranno a comporre questa interessante rassegna che, pare, potrebbe far convergere arte moderna e arte contemporanea, mescolando sapientemente pittura, scultura e video-installazioni in un percorso museale che indaga la follia nella sua più ampia accezione del termine.

APERTURE STRAORDINARIE 

24 dicembre dalle ore 10:00 alle ore 17:00; 25 dicembre dalle ore 13:00 alle ore 21:00; 31 dicembre dalle ore 10:00 alle ore 17:00; 1 gennaio dalle ore 13:00 alle ore 21:00; 6 gennaio dalle ore 10:00 alle ore 21:00; 1 aprile dalle ore 10:00 alle ore 21:00; 2 aprile dalle ore 10:00 alle ore 20:00; 25 aprile dalle ore 10:00 alle ore 20:00; 1 maggio dalle ore 10:00 alle ore 20:00 

 

Per maggiori informazioni: 

www.museodellafollia.it

 

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INTERNATTUALE

Le alternative gratuite e non al Corno sul lungomare di Napoli per Natale 2017

Se pensavate che N’ALBERO fosse la cosa più brutta che potesse essere installata sul lungomare di Napoli per le festività, sappiate che al peggio non c’è mai fine. Per il Natale 2017, infatti, a raccogliere il testimone di una architettura già brutta, che voleva riprodurre un abete e invece sembrava la versione sgraziata di una pagoda cinese, arriverà quest’anno un corno rosso gigante alto circa 60 metri.

N’Albero, lungomare di Napoli (Natale 2016)

A creare questo nuovo (per fortuna temporaneo) orrore architettonico, sarà la stessa azienda che ha già partorito l’albero lo scorso anno, la Società Italstage, la quale ha risposto ad un bando pubblico del comune di Napoli, per arricchire l’offerta cultura ed artistica di Napoli (ce n’era proprio bisogno?), seguendo il tema “Napoli e la Scaramanzia”.

Un corno che dovrebbe essere largo circa 30 metri e la cui altezza garantirà una visibilità persino dall’isola di Capri (un vero enigma per i visitatori, dover scegliere tra la vista dei faraglioni al tramonto e un fallo che si erge verso il cielo di Napoli).

Il corno avrà una base rossa e, come per la precedente installazione lo scorso anno, sarà percorribile a piedi o in ascensore, con locali, ristoranti, spazi per eventi e, immancabili, le terrazze panoramiche da cui godere della vista del golfo.

Augurandoci che non ci sia un ritardo, come successe lo scorso anno per N’Albero, la cui inaugurazione era prevista per l’8 dicembre, l’Immacolata, e si protrasse di qualche giorno, il Corno dovrebbe vedere la luce tra ottobre (2017, s’intende) e restare fino a gennaio 2018, sperando che non venga di nuovo a qualche buontempone la “brillante” quanto inutile idea di farlo permanere fino alla festa della donna o, peggio, Pasqua 2018 che il prossimo anno cadrà il 1 aprile.

Già da settembre cittadini e visitatori potranno invece apprezzare (?) il posizionamento di 12 corni in giro per le strade della città, alti quasi tre metri ciascuno. I corni saranno di vetroresina e avranno l’apotropaico scopo di augurare la buona sorte a chiunque durante le feste.

Un progetto che non ha soltanto il beneplacito del Comune di Napoli, ma intorno al quale potrebbe ruotare tutto un programma di appuntamenti ed eventi sempre a tema scaramanzia.

Da premettere che, come lo scorso anno, la mia posizione in merito a simili manifestazioni non cambia. Credo che cittadini e visitatori beneficerebbero molto di più di un trasporto pubblico decente, piuttosto che dell’ennesima festosa (e fastosa soprattutto) inutile iniziativa per arricchire un’offerta che, di per sé, è già abbastanza ricca. Napoli infatti conta oltre 600 chiese, di cui oltre 400 chiuse al pubblico. La città è già animata da (importantissimi) musei che vanno dall’Archeologia (il Museo Archeologico Nazionale di Napoli è tra i più prestigiosi al mondo) all’arte contemporanea (il MADRE, ma anche il Palazzo delle Arti a Napoli, il PAN), passando per il Museo di Capodimonte, vera e propria reggia e museo nel museo. Le collezioni napoletane vanno da Caravaggio, possiamo contarne ben tre in città (il Martirio di Sant’Orsola alle Gallerie d’Italia, la Flagellazione di Cristo a Capodimonte, le Sette Opere di Misericordia, tra i più bei dipinti del maestro, al Pio Monte della Misericordia) fino ad arrivare ad Andy Warhol. Contiamo opere uniche al mondo, come il Cristo Velato della Cappella Sansevero, mentre il centro storico della città è già stato riconosciuto come patrimonio dell’UNESCO.

Il Comune di Napoli, nella persona del nostro amato sindaco Luigi De Magistris, potrebbe dunque valorizzare e trovare fondi per tutta quella parte di “patrimonio sommerso” che la sua città già possiede, e di cui la parte visibile è soltanto la punta di un iceberg ben più grosso, anziché lanciarsi ogni anno (questo è il secondo) in iniziative per cercare solo di riempire gli occhi del pubblico e degli abitanti della città.

I napoletani avrebbero bisogno di sviluppare per la propria arte, l’architettura e la storia della città quello stesso senso civico, e di vera e propria devozione, che hanno per il Napoli e San Gennaro, riscoprendo il vero valore e significato di sentirsi napoletani tutto l’anno e non soltanto durante una partita o un miracolo, senza allontanarsi ulteriormente da un patrimonio unico al mondo con una iniziativa che tra l’altro li distanzia anche fisicamente da tutto ciò che Napoli può offrire.

Inoltre, prendendo come mero esempio la tariffazione di N’Albero, che aveva un biglietto standard di 8€, e immaginando che presumibilmente ci sarà un costo d’accesso anche per il Corno, ecco quali potrebbero essere le alternative (a pagamento e gratuite) che a Napoli già esistono da secoli e consentono di far godere i propri cittadini e i turisti di altrettanta magia e suggestione con panorami unici:

Il Castel dell’Ovo. Nel periodo invernale, che coincide generalmente con la disattivazione dell’ora legale, è aperto al pubblico dalle ore 9.00 alle ore 18.30 con ultimo accesso all’interno alle ore 17.45. Considerando che dal mese di novembre il sole tramonta intorno alle ore 17.00, sarà possibile godere di un fresco tramonto sul golfo di Napoli e, con una buona visibilità, anche della vista delle isole e di tutto il promontorio posillipino. Il prezzo? GRATIS.

Al Vomero invece c’è la Villa Floridiana, parco cittadino che costituiva i giardini della dimora del Duca di Martina, oggi prestigioso museo della ceramica. Anche qui l’ingresso al parco è gratuito, e l’affaccio consente di vedere una vista nella medesima direzione di quella che fu di N’Albero e che sarà invece del Corno. Orario di apertura al pubblico dalle 9.00 alle 18.30.

Se invece volete una vista a strapiombo sulla città, seguendo con lo sguardo la suggestiva Spaccanapoli, strada che tradizionalmente divide la città in due metà esatte, allora la vostra scelta sarà Castel Sant’Elmo. Situato su di una altura del Vomero, è aperto dalle ore 8.30 alle 19.30 e con un biglietto d’accesso di 5€, consente non soltanto la visita all’interno di una delle fortezze che domina dall’alto l’intera città, ma anche la vista di un panorama unico, facendo la gioia di chi vuole vedere il sole tramontare sulle Cupole di Napoli (in lontananza impossibile non notare quella di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta) e di chi ama i selfie con viste mozzafiato che, alle luci kitsch di un evento chiassoso, preferisce la silenziosa luce d’ambra del tramonto su una delle città più belle del mondo.

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L’arte contemporanea alla Farnesina, l’ultimo venerdì del mese

Per molti semplicemente sede del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, la Farnesina sarà anche sede espositiva di una ricca collezione d’arte contemporanea. Da Pistoletto a Dorazio, da Kounellis a Vedova passando per Mauri, Merz, Rotella, Fioroni sono davvero tantissimi i nomi degli artisti che fanno parte di questa raccolta nata agli inizi degli anni 2000 su iniziativa dell’allora Segretario Generale Ambasciatore Umberto Vattani. La collezione, nata per sottolineare l’impegno del Ministero nella ricerca (e adesso anche nella promozione) dell’arte contemporanea, e deputata negli anni ad ambito di intervento strategico della politica culturale del ministero italiano, è oggi restituita al pubblico italiano e non solo che desidera visitarla, entrando, al contempo, in contatto con gli ambienti di palazzo ministeriale.

È giusto che collezioni come questa siano rese fruibili, poiché parte della storia dell’arte italiana, ma anche e forse soprattutto, parte del tessuto cittadino cui, di fatto, appartiene.

Gli orari di apertura al pubblico saranno dalle 9.00 alle 16.00; ogni visita va prenotata su www.collezionefarnesina.esteri.it

Da venerdì 27 gennaio, ad accogliere i visitatori ogni ultimo venerdì del mese, ci saranno i Volontari per il Patrimonio Culturale del Touring Club Italiano, che approda ora alla Farnesina dopo il Palazzo del Quirinale: «Siamo molto orgogliosi della collaborazione con il Ministero per l’apertura alle visite del Palazzo della Farnesina – ha detto Franco Iseppi, Presidente del Touring Club Italiano – un incarico di grande prestigio che ci è stato affidato, dopo quello per l’apertura alle visite del Palazzo del Quirinale, e che ci permette di restituire agli italiani e ai turisti una parte significativa del nostro patrimonio artistico».

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Il miracolo del sangue di Santa Patrizia nella chiesa di San Gregorio Armeno a Napoli

Chiostro San Gregorio Armeno, cappella
Chiostro San Gregorio Armeno, cappella

Nel cuore di Napoli se c’è un confine tra il caos della città e la pace, è senzaSan Gregorio Armeno Santa Patrizia Chiesa laboratorio - internettuale dubbio quello della Chiesa di San Gregorio Armeno, notoriamente conosciuto come Chiesa di Santa Patrizia.

Lungo l’antica via dell’arte presepiale si nasconde infatti anche il chiostro annesso, un’oasi di pace, fondato sulle rovine del tempio di Cerere intorno all’anno Mille. Secondo la leggenda il monastero, di cui era sede, sarebbe stato fondato da Sant’Elena Imperatrice, madre dell’Imperatore Costantino, mentre un altro racconto vuole che il monastero fosse stato abitato, tra gli altri, anche dalle monache basiliane, seguaci di Santa Patrizia, che vi sarebbero insediate dopo la morte della Santa, conservandone e venerandone le reliquie, insieme a quelle di San Gregorio Armeno.

Santa Patrizia, discendente di Costantino, avrebbe abitato il monastero nel IV in seguito ad un naufragio sulle coste del capoluogo partenopeo, dove vi sarebbe rimasta fino alla sua morte avvenuta il 13 agosto del 365.

Le sue reliquie sono state traslate nella chiesa dal 1864, venerate oggi dalle suore che abitano il complesso conventuale, contenute in un reliquiario in oro e argento. Insieme al più noto miracolo di San Gennaro, anche quello di Santa Patrizia vede compiersi la liquefazione del sangue della santa, ogni martedì e ogni 25 agosto, giorno in cui è generalmente festeggiata.

Monastero San Gregorio Armeno, affresco ingresso
Monastero San Gregorio Armeno, affresco ingresso

Entrare nel convento di San Gregorio Armeno è un’esperienza mistica. Attraversare il cancello un po’ nascosto del convento, salendo pian piano i gradoni d’accesso, è un po’ come passare un varco, oltre il quale non c’è più il chiacchiericcio dei venditori pastorai e di turisti attoniti dinanzi alle loro creazioni. Si è immersi in un mondo altro, fatto di silenzio, meditazione, spiritualità. Accolti da sfarzosi affreschi, a metà tra religione e mitologia, si è subito catturati dalla ruota degli esposti, laborioso marchingegno attraverso il quale i bambini meno fortunati erano affidati alle monache e alla speranza di un destino migliore.

Il chiostro è un luogo pregno di misticismo, come gli antichi laboratori che, come fotografie seppia, raccontano della laboriosa regola monacale, o il giardino in cui non mancano colture personali, cui fa da coro il canto degli uccelli.

Troneggia in un tripudio di verde la mastodontica fontana barocca di Matteo Bottiglieri, chiusa, dalla quale si distinguono le grandi statue di Cristo e la Samaritana, richiamando così il passo evangelico.

Monastero San Gregorio Armeno, ruota degli esposti
Monastero San Gregorio Armeno, ruota degli esposti

Ma ciò che forse più di ogni altra cosa stupisce il visitatore, è la ricchissima decorazione della Chiesa di Santa Patriza. Consacrata nel 1579 al santo armeno, la chiesa, costruita tra gli altri da Giovanni Vincenzo Della Monica, vede una navata unica allungata con quattro cappelle ai lati e cinque arcate a tutto sesto per lato. La cupola è decorata da La Gloria di Luca Giordano, mentre il soffitto a cassettoni è invece realizzato nel 1580 da Teodoro d’Errico, pittore fiammingo. Un trionfo di oro, stucchi, decorazioni, attraverso le quali s’intravede la severa clausura che collega il chiostro al corpo centrale della chiesa.

La Chiesa di San Gregorio Armeno è la fedele quanto ricca trasposizione in pietra della fede verso Dio, in un binomio di ricchezza e austerità, ascetismo e venerazione.

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Le chiese di Napoli che non vedrai mai

Sono circa mezzo migliaio le chiese costruite a Napoli dal periodo paleocristiano fino al XIX secolo. Edifici che hanno proliferato dall’editto di Costantino in poi, con la liberalizzazione del culto cristiano nel 313 d.C., e che si sono trasformati via via in veri e propri manifesti in pietra del potere per le famiglie nobiliari del capoluogo partenopeo. Un patrimonio, questo, storico e artistico di grande rilevanza, se si considera soprattutto gli stili, gli architetti, le maestranze e le opere d’arte che lo costituiscono.

Molti edifici sono dei veri e propri gioielli dell’architettura, che proiettano Napoli, quando era capitale del Mezzogiorno, tra le grandi città europee dal medioevo fino al rinascimento. Alcuni sono stati gravemente danneggiati nella prima metà del ‘900, tra i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e il violento terremoto del 1980.

Per alcune oggi nulla o poco sembra cambiato, se non qualche ponteggio per la sola messa in sicurezza, altre invece versano in stati di totale degrado e abbandono.

Vincenzo Regina, Le Chiese di Napoli, Newton Compton 2004
Vincenzo Regina, Le Chiese di Napoli, Newton Compton 2004

Seguendo il percorso tracciato da Vincenzo Regina nel suo libro Le Chiese di Napoli, sono ben due le Chiese chiuse in Via Costantinopoli, via dell’arte e degli antiquari napoletani, come la Chiesa di Santa Maria della Sapienza.

L’edificio risale alla prima metà del XVII secolo, su di un progetto di Francesco Grimaldi prima, Giacomo Di Conforto dopo, ma sono tanti gli architetti che si susseguono nei dieci anni di lavori, tra cui Cosimo Fanzago, al quale è attribuita la facciata con portico e ampie arcate a tutto sesto, e Dionisio Lazzari che l’avrebbe poi abbellita aggiungendovi i marmi bianchi all’interno.

La Chiesa aveva annesso anche il chiostro, demolito alla fine del XIX secolo per lasciar posto all’adiacente Policlinico vecchio, alle spalle della chiesa.

La Sapienza è chiusa da oltre cinquant’anni, e in questo mezzo secolo annovera una sola apertura straordinaria, quella del 2005, in occasione della rassegna Maggio dei Monumenti, che ne evidenziò soltanto i gravi danni artistici e architettonici a causa di gravi infiltrazioni d’acqua che interessano la struttura.

Chiesa di Santa Maria della Sapienza
Chiesa di Santa Maria della Sapienza
Santa Maria della Sapienza, scale
Santa Maria della Sapienza, scale

Le scale d’accesso, protette dai cancelli, sono oggi coperte da un tappeto di rifiuti composto per lo più da bottiglie e cartacce, trasformate in una vera discarica, e non sembra al momento che ci sia alcun interesse di lavori di restauro o quantomeno manutenzione.

Di fronte alla Sapienza c’è un altro complesso il cui accesso è proibito al pubblico, quello di San Giovanni delle Monache.

Chiesa di San Giovanni Battista delle Monache - internettualeCostruita verso la fine del XVI secolo da Francesco Antonio Picchiatti, vede il completamento della facciata soltanto il secolo successivo ad opera di Giovan Battista Nauclerio. L’importanza di questo luogo fu tale da estendersi su una vasta area della città, entro le mura, comprendendo addirittura sei chiostri, tra cui quello superstite, il Chiostro di San Giovanniello, sei belvedere e altrettanti luoghi di svago.

Chiesa di San Giovanni Battista delle Monache, facciata
Chiesa di San Giovanni Battista delle Monache, facciata

Nel corso del XIX secolo il chiostro superstite diventa sede dell’Accademia di Belle Arti ad opera di Errico Alvino, mentre altre parti retrostanti la chiesa vengono demolite per far spazio alle nuove costruzioni del tempo, come il Teatro Bellini, che prende il posto del Bastione Vasto.

Negli anni ’70 tutti i beni artistici e preziosi sono spostati nei depositi della Soprintendenza, mentre in seguito al terremoto, crolla la volta e la cupola, completamente ricostruita.

La facciata di Nauclerio è in perfetto stile neoclassico, con due ordini di colonne, il primo composito e il secondo corinzio, con un portico in piperno, probabilmente per uniformarsi alla Sapienza di fronte.

Tanti gli artisti che avevano apportato le loro opere, da Luca Giordano, Francesco Di Maria, Bernardo Cavallino, Giovanni Balducci, Nicola Fumo, Andrea Vaccaro. Ma anche questo gioiello, come la Sapienza di fronte, è chiuso.

Chiesa di San Gaudioso Napoli - internettuale
Complesso di San Gaudioso, facciata

Lungo questo ideale decumano, il terzo complesso attualmente chiuso è quello di San Gaudioso, collocato nel vico omonimo. Un monastero dedicato a Settimio Celio Gaudioso da cui prende il nome.

Complesso San Gaudioso Napoli Cosimo Fanzago - internettuale
Complesso di San Gaudioso, scala

Se il nucleo originario risale al V secolo, è tra il XVI e il XVII che si verifica la sua espansione. Il chiostro è opera di Giovanni Francesco di Palma, ma nei lavori di restauro ritroviamo ancora una volta Cosimo Fanzago, autore dell’armoniosa scala di marmo che dava l’accesso al sito. Anche questo monastero, come la Sapienza, è stato negli anni completamente distrutto per far spazio alle vicine strutture ospedaliere che sono sorte negli anni a venire.

Oggi tutto ciò che resta è proprio quella scala disegnata dal Fanzago e parte dell’arco sovrastante, che costituivano le mura di cinta del chiostro di cui restano pochissime tracce. Tuttavia, dal punto di vista architettonico, questi resti diroccati sono comunque di grande interesse storico artistico, ma, come gli altri, completamente inibiti al pubblico.

Si stima che siano oltre 200 le chiese attualmente chiuse nella città di Napoli, alcune delle quali versano in condizioni in pessime condizioni strutturali ed artistiche.

Da qualche anno la Chiesa di Napoli sta dando a imprenditori, associazioni, enti e privati queste strutture in comodato d’uso, a patto però che esse vengano completamente restaurate e riportate all’originario splendore.

A leggere le direttive del bando però, sembra che sia riservato però ai soli imprenditori o a chi comunque ha già un’attività e, soprattutto, una rendita. Così facendo dunque si vanno ad alimentare gli introiti dei soli imprenditori, associazioni e privati che un rendiconto economico ce l’hanno già, impedendo a tutti gli altri di poter recuperare, magari con la sola fatica, cultura e passione, questi gioielli dimenticati. È pur vero che la Curia deve tutelare questi capolavori dell’arte assicurando loro una manutenzione e un restauro che solo qualcuno “con portafoglio” può garantire, ma non sarebbe più semplice, almeno per le strutture più piccole, offrire questi edifici anche a semplici studenti di storia dell’arte o beni culturali sviluppando altresì la libera imprenditoria e un lavoro per chi un lavoro non ce l’ha?

In questo modo, anche nella remota ipotesi in cui il restauro non sarebbe consentito in tempi celeri come quelli consentiti dall’investimento di un imprenditore, si garantirebbe comunque l’accesso alle strutture, magari con visite guidate da parte di chi le amministrerebbe e, attraverso attività culturali, riuscire a raccogliere il denaro per sopperire via via ai lavori di restauro e ristrutturazione necessari.

LIFESTYLE

Discesa negli inferi con Ulisse alla Galleria Borbonica di Napoli

La Galleria Borbonica è uno dei siti sotterranei della città di Napoli più visitati. La sua storia, che accomuna un po’ tutto il sottosuolo della città, è anche la vivida fotografia di un’epoca, del cambiamento storico e sociale della città: dalla colonizzazione greca, che la scelse come residenza per quella “seconda Grecia”, che gli storici definirono Magna, ai rifugi antiaerei della seconda Guerra Mondiale nella metà del ‘900.

A due passi da Piazza del Plebiscito a Napoli, in un vicolo, uno dei tanti che confinano con gli storici quartieri partenopei, c’è tutto un mondo che si nasconde, a metà tra luogo sotterraneo e mondo parallelo, dove i napoletani negli anni ’40 hanno vissuto una vita altra, prigionieri di un limbo nel ventre della città, dove si attendeva la sorte in un posto di fortuna o la liberazione.

Acquedotto greco-romano, passaggio segreto di Ferdinando II di Borbone (mai finito), rifugio antiaereo. Un percorso che si compone delle tappe salienti della storia di Napoli, che continua a vivere di vita propria anche quando la guerra sarà terminata, diventando un deposito di motociclette e di auto sequestrate, che hanno trascorso in questi cunicoli il resto dei propri giorni.

Sabato 28 e domenica 29 maggio sarà possibile (ri)scoprire la Galleria Borbonica di Napoli in occasione dello spettacolo a cura della compagnia teatrale Il Demiurgo, che mette in scena Ulisse: il viaggio nell’Ade, piece tratta dal poema omerico l’Odissea.

Tale spettacolo, generalmente alle Grotte di Pertosa-Auletta, è in programma eccezionalmente a Napoli per un solo fine settimana. Una rilettura moderna che fa di Ulisse un eroe contemporaneo il cui viaggio diventa un percorso introspettivo per affrontare il proprio passato, gli spettri che lo abitano e la sua storia, tra ambizioni e aspirazioni per il futuro e i tormenti di non riuscire a farcela.

Della durata di un’ora e mezza circa, lo spettacolo prevede due repliche al giorno, con un primo ingresso alle 19.30 e il secondo alle 21.00.

Ulisse viaggio nell'Ade Galleria Borbonica Napoli - internettuale

Per maggiori informazioni:

Prezzo intero biglietto € 15,00

I bambini fino a 6 anni entrano gratis.

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA

Tel. 331.31.26.215 – 392.35.01.780

mail info.demiurgo@gmail.com

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Riapre a Bacoli il complesso archeologico delle “Cento Camerelle” di Nerone

Riapre finalmente al pubblico Cento Camerelle. Sito nel cuore del centro storico di Bacoli, in provincia di Napoli, è un monumento archeologico di origine romana, appartenuto al console Quinto Ortensio Ortalo. La sua costruzione, a strapiombo sul mare del golfo della città, risale all’età repubblicana, mentre l’attuale denominazione ebbe origine nel ‘600, periodo in cui il palazzo era conosciuto anche come Prigioni di Nerone, poiché appartenuto all’Imperatore che incendiò Roma e successivamente anche a Vespasiano.

Interamente scavato nel tufo, formazione geologica tipica dei Campi Flegrei, è un edificio composto da diversi ambienti dislocati su quattro livelli. A pianta rettangolare è stato costruito per lo più in opus reticulatum ed è rivestito, come i suoi pilastri, per una migliore protezione dall’erosione dell’acqua di mare, da materiale impermeabilizzante.

Nelle cisterne infatti è presente uno straordinario esempio di intonaco idraulico in opus coementicium ricoperto di cocciopesto. Sono due le cisterne che compongono l’edificio, che si suddividono in due diverse parti soprapposte di diversa datazione: mentre la parte superiore risale infatti all’epoca imperiale, quella inferiore è senza dubbio di età repubblicana, e i suoi cunicoli dovevano servire per il rifornimento d’acqua.

Oggi, grazie ad una sinergia tra la Sovrintendenza archeologica della Campania ed il Mibact, il sito è restituito ai visitatori, insieme alla Tomba di Agrippina e dell’Anfiteatro Cumano, tra le più preziose testimonianze della presenza romana sul suolo partenopeo e nell’area flegrea in particolare.

Grazie a questa nuova intesa sarà aperto al pubblico anche l’ingresso delle Terme Romane di Baia, sito in Piazza De Gasperi.

Da ieri, 8 maggio, il complesso di Centum Cellae è finalmente operativo, con visite dalle 9,30 alle 13,30 che consentono l’accesso alle cisterne della Villa di Ortensio.

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A Capri riapre al pubblico “Villa Lysis”, tempio d’amore del Conte Fersen

Villa Lysis Nino Cesarini statua Francesco Jerace - internettualeProgettata agli inizi del ‘900 dall’artista Edouard Chimot su commissione del poeta francese il conte Jacques d’Adelsward-Fersen, Villa Lysis è un palazzetto in stile neoclassico che si trova a nord-est dell’isola di Capri. La villa è stata edificata a due passi da Villa Jovis, residenza degli ultimi anni dell’Imperatore romano Tiberio. Il nome, Lysis, è un omaggio a Liside, dialogo di Platone dedicato all’amicizia e, come stabilirà la critica contemporanea, dell’amore omosessuale. Nella Villa infatti Fersen visse con il suo compagno, Nino Cesarini, al quale, sono dedicate diverse sculture in bronzo ad opera di Francesco Jerace.

L’architettura della dimora presenta echi neogotici. Elegante, raffinata, ma anche trasgressiva e provocatoria. Non mancano infatti camere stravaganti, come una fumeria di oppio e altari pagani. Fersen fu allontanato dalla natia Parigi perché accusato di messe nere a sfondo sessuale.

Fersen, morto nel 1923, forse suicidatosi con un’overdose, è lasciata in eredità all’amato Nino, il quale, dopo una disputa testamentaria, l’avrebbe poi venduta.

Secondo altre fonti invece la villa, già molto malridotta, sarebbe stata lasciata in usufrutto a Nino, il quale l’avrebbe dapprima affittata e poi in un secondo momento ceduta a Germaine, sorella di Fersen, la quale a sua volta l’ha donata a sua figlia, la Contessa di Castelbianco.

Villa Lysis Capri 2 - internettualeL’edificio è stato oggetto di un primo restauro nel 1934, una prima sostanziale ristrutturazione che aveva provato a sopperire ai primi cedimenti e crolli.

Nella metà degli anni ’80 l’edificio è annesso dal Ministero dei Beni Culturali. Chiusa per decenni, la villa è oggetto di nuovi e significativi restauri negli anni ’90 grazie ai fondi dell’Associazione Lysis e al Comune di Capri.

Aperta dai primi anni 2000, oggi la villa è affidata a un’associazione culturale di giovani esperti, Apeiron, che si prende cura non solo dei servizi turistici, ma anche della promozione e valorizzazione di questa casa-museo.

La villa sarà aperta al pubblico dal tutti i giorni dalle ore 10.00 alle 18.00, ad eccezione del mercoledì, giorno di chiusura. La riapertura del sito, dopo la pausa invernale, è fissata per sabato 30 aprile, in occasione della rassegna Panorama Letterario, patrocinata dalla Città di Capri, primo di nove eventi che fino a dicembre terranno compagnia i visitatori, trasformando la casa in un teatro della cultura. Novità di quest’anno l’introduzione di un biglietto di 2 euro, un costo puramente simbolico per godere delle suggestioni di questo tempio dell’amore.

Villa Lysis Edificio Capri - internettuale

ART NEWS, INTERNATTUALE

Museo Archeologico di Napoli: tutte le sezioni inaccessibili al pubblico

Fondato nel 1777 per volontà di Ferdinando IV, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli nasce originariamente come cavallerizza, per poi trasformarsi, nel corso dei secoli, in Palazzo dei Regi Studi prima e in Real Museo Borbonico poi, vero e proprio spazio espositivo per in cui trovavano posto i reperti di quello che era il Museo Hercolanese e quello del Museo Farnesiano dalla Reggia di Capodimonte, diventando Museo Nazionale con l’unità d’Italia nel 1860.

Con i suoi oltre 12.600 metri quadri, oggi il MANN è uno dei musei archeologici più importanti al mondo, vantando collezioni che vanno dalla Preistoria all’Antica Roma. Ma se gli anni ’90 sono stati l’ultima decade di splendore per l’edificio ristrutturato, tra gli altri, dall’architetto Ferdinando Fuga, il primo decennio degli anni 2000 è senza dubbio quello degli “buio”. Nulla o poco resta oggi di quel museo che per importanza e prestigio attirava orde di visitatori, e che adesso non sembra neanche più lo stesso. Tante infatti le sezioni completamente escluse dal tradizionale percorso di visita, se non per rare eccezioni, da quella di Numismatica, al piano ammezzato del museo, che raccoglie monete che vanno dalla Magna Grecia al Regno delle Due Sicilie, alla sezione delle Gemme, un piccolo ambiente ovattato, in cui predominano i colori del bianco e le antiche teche in legno, nel quale si accede attraverso una piccola porticina alle spalle della colossale statua dell’Ercole Farnese, al piano terra, che conta oltre 2000 pezzi, tra pietre e camei, tra i quali spicca la straordinaria Tazza Farnese.

I visitatori più attenti, o almeno quelli più fedeli, ricorderanno l’ampia sezione Topografica, all’interno della quale vi erano i piani ammezzati della sezione dedicata alla Preistoria e Protostoria fino all’Età del Bronzo e del Ferro, in quelli che erano gli spazi espositivi più recenti.

Alla destra dello scalone monumentale, attraverso il corridoio che ospita le sculture e ritratti romani della collezione Farnese, si accedeva ai sotterranei dove trovava posto l’ampia sezione egizia, seconda, per importanza, soltanto al Museo Egizio di Torino, dove un tempo era esposta la mummia della cosiddetta Dama di Napoli, funzionario della III dinastia (tra il 2700 – 2640 a.C.), con reperti che coprono un arco temporale di tre mila anni, con vasi canopi, statue e, addirittura, la mummia di un coccodrillo. Oggi la sezione è relegata nei sotterranei della parte anteriore del museo, appena sotto il guardaroba, entrando sulla destra, e poco o nulla è esposto di quella che era una sezione, letteralmente, faraonica. Ma se per la sezione egizia, secondo il sito napolilike c’è la data di apertura dei nuovi e più ampi spazi espositivi che apriranno al pubblico il prossimo 7 ottobre 2016, così invece non può dirsi delle sale della collezione Farnese, straordinaria raccolta di un ampio gruppo scultoreo, le cui sale sono state di recente oggetto di un riallestimento e il cui accesso è spesso impedito al pubblico, con luci spente e transenne, o il grande Salone della Meridiana, per lo più aperto solo durante mostre ed eventi.

Inaccessibile anche la sezione epigrafica, nel piano seminterrato dell’edificio, una delle principali nel suo genere, sia per la mole di documenti che raccoglie, sia per l’importanza che ha avuto nella storia degli studi dell’epigrafia, con oltre duemila documenti in lingua latina, greca e dialetti dei popoli italici.

Chiusa al pubblico anche la sala del Plastico di Pompei, mastodontica ricostruzione in sughero dell’Antica città distrutta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli si presenta ai suoi visitatori italiani, e stranieri soprattutto, come un museo ad apertura ridotta, ma il cui biglietto è a prezzo intero (8 € senza riduzione alcuna), mostrandosi da anni come uno spazio trascurato, sfruttato male, con sezioni completamente chiuse o addirittura escluse dai percorsi di visita da anni, e aree dell’edificio inaccessibili al pubblico anche durante orari e giorni di apertura ordinari che esulano da aperture straordinarie o domeniche gratuite, dove l’afflusso di visitatori è senza dubbio maggiore.

Il personale del museo si concentra soltanto all’ingresso, con inutili hostess che obliterano il biglietto al posto dei visitatori, e la totale assenza nel resto delle sale, lasciando tesori inestimabili alla potenziale pazzia di chi potrebbe danneggiarli.

I visitatori non seguono un ideale percorso di visita, ma girovagano per sale e allestimenti dal sapore precario, porte chiuse e sezioni mutilate, il che è inconcepibile se si considera quell’ampia fetta di pubblico per lo più straniera che in questo museo vi entra per la prima e, forse, unica volta nella vita, ed è ancora più ridicolo che i visitatori siano costretti a pagare un biglietto intero per un museo decisamente ridotto.

E se la carenza di personale può essere addotta ai continui tagli alla cultura, sono due le osservazioni da fare: si potrebbe sopperire a tale problema incrementando la sinergia con le università, e trovando soluzioni lavorative che esulano dal semplice tirocinio, e potrebbero rappresentare per gli studenti una vera e propria esperienza professionale nel settore museale che vada oltre l’obliterare un biglietto o sorvegliare stancamente una sala su di una sedia.

La seconda riflessione è di carattere etico: non sarebbe più corretto optare per un ingresso ridotto per tutti o avvisare con maggiore onestà i visitatori che quanto possono attualmente vedere sul sito indicato come percorso di visita in realtà è prevalentemente chiuso al pubblico?