TELEVISIONE

Ad Halloween tremate: le streghe son tornate!

Ti accorgi che stai davvero invecchiando quando iniziano a fare remake e reboot di serie che guardavi da ragazzino. Quest’anno, giusto in tempo per Halloween, sono due i serial che si rifanno a vecchie serie televisive degli anni ’90. Su Netflix infatti è arrivata la prima stagione di Sabrina, vita da strega che per l’occasione diventa Le terrificanti avventure di Sabrina, mentre sul network americano CW ha fatto il suo debutto Charmed. Ma dimenticate gatti parlanti e zie pasticcione o il Potere del Trio.

Le due serie infatti ritornano con protagoniste e toni decisamente diversi rispetto al passato, indagando storie che qui si fanno a tinte fosche. Sabrina Spellman, che tutti ricorderanno per Melissa Joan Hart, è qui interpretata dalla giovane Kiernan Shipka, vive ancora con le sue zie Ilda e Zelda, che hanno però un’agenzia di pompe funebri proprio sul retro della loro casa di famiglia.

Kiernan Shipka in Le Terrificanti avventure di Sabrina

Qui la giovane streghetta deve compiere 16 anni, e ricevere il suo “battesimo oscuro”, rinunciando per sempre alla sua metà umana scrivendo il suo nome nel libro oscuro della Bestia. Ma farlo per la ragazza non è facile, perché significherebbe rinunciare all’amore di Harvey, suo coetaneo umano e compagno di liceo, il quale, dichiarandole il suo amore, le ha appena reso questa terribile decisione più difficile.

È da qui che parte la storia, tratta in origine dal fumetto di Roberto Aguirre-Sacasa, e che noi ricordavamo grazie alla sit-com che ebbe ben sette stagioni.

E se la serie Netflix mantiene almeno i (nomi dei) personaggi, i millennials dovranno dimenticare le iconiche sorelle Halliwell, ricordato dai più come quello che fu il ritorno televisivo post-Beverly Hills 90210 di Shannen Doherty e il quasi debutto di Holly Marie Combs e Alyssa Milano che con questa produzione trovarono la fama internazionale.

Streghe, in originale Chamred, mantiene intatto quel mix di ironia, magia e azione, ritrovando però tre protagoniste completamente diverse per storia e, persino, per etnia. Se molti, alla notizia di questo reboot, speravano in un coinvolgimento delle tre interpreti originali, così non è stato, e la storia, anche se per molti aspetti simile, è completamente diversa. Qui infatti le sorelle… Vera, alla morte della loro mamma, vedono bussare alla porta Macy, che dice di essere una loro sorella, anzi, sorellastra. Scenario, questo, che riporta alla quarta stagione della serie originale, con l’ingresso di Rose McGowan al posto della Doherty. E se persino la casa è sulla falsariga dell’iconica architettura originale, anche la città è cambiata, da San Francisco all’immaginaria Hilltown.

Anche la caratterizzazione dei personaggi è molto diversa: la sorella di mezzo è dichiaratamente omosessuale e con tanto di compagna, la sorella più piccola ha il potere della telepatia e non della premonizione, mentre due sorelle sono ispaniche, una afro-caraibica.

Simile il pilot, che vede la scoperta casuale dei propri poteri e il combattimento con il primo demone.

Melonie Diaz, Sarah Jeffery e Madeleine Mantock sono le tre streghe che hanno l’arduo compito di farci dimenticare delle originali sorelle Halliwell, raccogliendo l’eredità non facile di una serie che, insieme a Desperate Housewives, vanta il primato del più alto numero di stagioni, ben otto, con un cast di protagoniste completamente

Alyssa Milano, Holly Marie Combs, and Shannen Doherty in Charmed (1998)

femminile. Per farsi un’idea basti pensare che persino l’iconico cult degli anni ’70, Charlie’s Angels, si fermò a quota cinque.

Ma se Sabrina, prodotta da Netflix, riesce a convincere nonostante i toni più dark, e può contare su di una seconda stagione già confermata, per Charmed (per la quale noi italiani dobbiamo aspettare raidue la prossima estate) è difficile immaginare un lungo futuro pari a quello del suo predecessore.

In entrambi i casi una sola cosa è certa: per questo Halloween, tremate. Le streghe son tornate!

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ART NEWS

Il Monastero di Santa Chiara a Napoli, stupor mundi

Chi mi segue su instagram lo sa già: questo weekend ho visitato, tra l’altro, il Chiostro del Monastero di Santa Chiara a Napoli.

Tra i complessi conventuali più noti, se non il più noto, il Chiostro è famoso soprattutto per le maioliche che ne rivestono la struttura, realizzate nella prima metà del XVIII secolo.

Qui la spiritualità si mescola con la storia dell’arte, nei colori brillanti delle scene bucoliche e delle vedute napoletane, che Donato e Giuseppe Massa hanno impresso su queste straordinarie “riggiole“.

Un’oasi di pace e nuance vivaci, che ha del prodigioso, se si considera che è la sola parte del convento ad essere miracolosamente rimasta illesa dal bombardamento del 1943, che invece distrusse gran parte dei locali della vicina basilica.

Il chiostro fu realizzato nel 1739 da Domenico Antonio Vaccaro, noto pittore, scultore e architetto italiano, che decise di adeguare la goticheggiante struttura allo stile barocco del tempo.

Ma non è solo la parte centrale del chiostro, e dei giardini, ad attirare l’attenzione del visitatore, ma anche i coloratissimi affreschi che ne adornano le pareti dell’intero perimetro, con un bellissimo ciclo pittorico, realizzato tra il 1300 e il 1600, di cui poco sappiamo, a causa dei documenti perduti e degli ingenti danni subiti dal complesso religioso durante la seconda guerra mondiale.

Il complesso era stato voluto dalla dinastia angioina. I finanziamenti per questo ammodernamento giunsero dalle famiglie aristocratiche napoletane e, benché le clarisse disponessero di ingenti somme di denaro provenienti probabilmente dalle loro doti, per i lavori chiesero un sostegno alla regina Maria Amalia di Sassonia, moglie di Carlo III di Borbone. Fu la badessa Ippolita d Carmignano che suggerì una maggiore apertura dell’architettura verso l’esterno, affinché perdesse l’austerità dell’originaria struttura.

Oggi infatti il chiostro è armonioso, un caleidoscopio di luce e colori che ne fanno la perfetta rappresentazione del Paradiso in terra. Bellissimo il giardino e le piante, straordinario il maiolicato che restituisce un’immagine di come doveva essere sontuoso e ricco questo ambiente prima degli orrori della guerra.

Sono 64 le colonne, a forma ottagonali, che recano invece una decorazione per lo più fitomorfa, come avvolti da una lussureggiante vegetazione in fiore.

Molto belle le sedute, veri e propri quadri, che ci restituiscono gli affreschi della vita quotidiana nella Napoli a cavallo tra Sei e Settecento: paesaggi indefiniti, scene campestri, ma anche mascherate e scene mitologiche, sono solo alcuni dei temi che è possibile ammirare in questi meravigliosi ambienti.

Il porticato è sorretto da 72 pilastri, da cui originano degli archi a tutto sesto, squisitamente gotici, che formano un intreccio di volte a crociera finemente affrescate. Un gioco di forme medievali, che vanno a confondersi nelle decorazioni baroccheggianti dei successi rimaneggiamenti della struttura.

Oggi il percorso di visita comprende anche al Museo dell’Opera di Santa Chiara (fondato nel 1995), attraverso il quale è possibile ripercorrere la storia di questo monastero, già ispiratore di un omonimo brano della tradizione napoletana, la cui vita architettonica può essere scissa in due parti. Da un lato c’è il fasto del rifacimento del Vaccaro, il barocchismo di un edificio dalle forme gotiche, coperte dagli ori e dagli stucchi. Dall’altro la decadenza, un ritorno all’originaria austerità dell’edificio, spogliato degli orpelli postumi e restituito al pubblico così come doveva essere stato voluto nel 1340 da Roberto D’Angiò, poi sepolto all’interno della chiesa.

Come per il Chiostro, anche nella Basilica di Santa Chiara tutto ciò che resta del barocco è lo straordinario pavimento marmoreo del 1762 ad opera di Ferdinando Fuga.

Ma se le bombe da un lato hanno letteralmente distrutto la Chiesa, dall’atro hanno avuto il “merito” di aver riportato alla luce un complesso termale di epoca romana, oggi parte del percorso archeologico del sito, il cui impianto è molto simile alle terme visibili a Pompei ed Ercolano. Creste di muro e pavimenti sopraelevati, mostrano il più grande e completo complesso termale della città di Napoli che risale al I secolo, e le raffinate tecniche per la cura e la ricerca del benessere.

La Basilica di Santa Chiara e il meraviglioso Chiostro sono pagine di un libro che raccontano storie diverse, accomunate dall’amore degli abitanti di N(e)apoli per la propria città.

ART NEWS, INTERNATTUALE

La Sirenetta imbrattata di rosso: tutti gli atti vandalici alla statua di Copenaghen

È stata completamente verniciata di rosso, La Sirenetta di Copenaghen, scultura-simbolo della Danimarca, che dal 1913 accoglie i viaggiatori all’interno del porto. La statua fu voluta e commissionata da Carl Jacobsen, figlio del fondatore della nota birra Carlsberg, il quale, rimasto affascinato da una trasposizione teatrale (balletto) della nota favola di Hans Christian Andersen, dove una donna per metà pesce si innamora di un umano, commissionò una statua celebrativa a Edvard Eriksen nel 1909. A fare da modella Eline, moglie dello scultore.

Alta poco più di un metro, è una statua in bronzo del peso di 175 kg.

Quella di oggi purtroppo non è il primo atto vandalico che può annoverare la piccola sirenetta. Già nel 1964 infatti, alcuni attivisti del movimento situazionista, movimento anarchico politico e artistico, tra cui l’artista danese Jørgen Nash, segarono e rubarono la testa della statua, che non fu mai più rinvenuta e dovette dunque essere sostituita da una copia.

Il 22 luglio 1984 invece fu la volta del braccio destro, quello con cui la sinuosa figura della sirena si poggia sullo scoglio su cui idealmente aspetta. Quest’ultimo però per fortuna fu riconsegnato non senza imbarazzo dai due giovani vandali.

Nel 1990 ci fu un nuovo tentativo di decapitazione della statua, che provocò un solco di circa 18 cm nel collo della sirena. Si decise dunque di sostituirla in blocco, e rimpiazzarla con una statua identica che fosse un unico blocco di metallo lavorato.

Ma nel 1998, esattamente il 6 gennaio, la testa della statua è nuovamente rimossa. Restituita in forma anonima sarà poi ricollocata al suo posto circa un mese dopo.

Non è la prima volta che viene imbrattata di vernice, è già successo più volte nel corso degli anni e, l’11 settembre del 2003, è stata addirittura sradicata dal suo scoglio, forse, con una piccola carica di dinamite.

INTERNATTUALE

Il mistero del DC-3 abbandonato su una spiaggia islandese dal 1973

È un vero mistero quello del Douglas DC-3, l’aereo di linea abbandonato quarant’anni fa su di una spiaggia dell’Islanda dopo il suo schianto, un mistero che continua ad appassionare milioni di persone nel mondo che accorrono a vederlo.

Sono venuto a conoscenza dell’esistenza di questo aereo mentre navigavo su instagram con il mio profilo in cerca di qualche ispirazione, quando mi sono imbattuto in una ragazza che ha postato qualche scatto con la carcassa dell’aereo, allora ho deciso di documentarmi.

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un DC-3 in volo (immagine da wikipedia)

Il Douglas DC-3 è un bimotore di linea, “ad ala bassa” apprendo da wikipedia, progettato dalla società americana Douglas Aircraft Company negli anni ’30 e prodotto fino agli anni ’40.

Uno di quegli aerei che puoi vedere nei mélo degli anni ’60, con Susan Hayward come Il Sentiero degli Amanti.

Si stima che siano oltre 400 gli esemplari in funzione nel mondo da circa settant’anni. In Italia è possibile vedere degli esemplari al Museo Volandia presso l’aeroporto di Milano Malpensa (Varese) e il Museo dell’aviazione di Rimini, ma ce n’è uno anche a Torino, nell’Aeroporto Sandro Pertiti a mo’ di monumento.

douglas-dc-3-icesland-wreckage-esterno-1973-internettualeDalle pagine del Daily Mail ho letto le dichiarazioni del fotografo Eric Cheng, sulla singolare storia dell’aereo, che ha documentato con il suo drone.

douglas-dc-3-foto-originale-anni-60-internettualeIl fotografo di San Diego ha infatti raccontato che l’aereo si sarebbe schiantato sulla spiaggia nera di Sólheimasandur in Islanda in un sabato del 24 novembre 1973, questa la data “ufficiale” registrata dall’Aviazione di un incidente ancora avvolto nel mistero. Un giornale locale dell’epoca, datato 22 novembre 1973 parlava già di un incidente aereo avvenuto proprio in quella zona. Presumibilmente dunque la vera data dell’impatto potrebbe ragionevolmente essere quella del 21 novembre, e non si conosce il motivo del perché sarebbe stato dichiarato soltanto tre giorni dopo.

Il fatto ancor più anomalo quanto sorprendente è che nessun passeggero, né membro dell’equipaggio è deceduto: tutti sono miracolosamente e fortunatamente usciti incolumi dall’impatto, che, verificandosi su di una spiaggia, lasciò per lo più intatto l’intero velivolo.

Ciò che stranisce ancor di più è che l’aereo, nonostante ancora in buone condizioni, sia stato abbandonato e mai recuperato.

douglas-dc-3-icesland-wreckage-interior-interno-1973-internettualeLe parti mancanti, secondo alcune voci, sarebbero poi state rubate e vendute da un agricoltore locale, che ha letteralmente depredato l’aereo di ogni parte, lasciando solo la spoglia fusoliera di metallo.

douglas-dc-3-icesland-wreckage-1973-internettualeAncora da chiarire le cause che hanno causato lo schianto, ma tra le ipotesi si ritiene che l’aereo fosse semplicemente a corto di carburante e che il pilota abbia “switchato” il serbatoio di carburante sbagliato.

Da oltre quarant’anni su quella spiaggia, oggi l’aereo è poco più di una carcassa vuota ammaccata e ferita dall’incorrere del tempo e dall’incuria delle ostili piogge islandesi e tempeste artiche.