CINEMA

La Forma dell’Acqua, l’amore (im)possibile della favola gotica di Guillermo Del Toro

È un omaggio a La Bella e la BestiaLa Forma dell’Acqua, l’ultimo film di Guillermo Del Toro che è riuscito a conquistare ben 13 nomination agli Oscar. E non si può non pensare anche a Tim Burton o alle atmosfere del regista francese Jean-Pierre Jeunet e del suo favoloso mondo di Amélie Poulain, sospeso tra una realtà dal fascino vintage e un sogno a tratti confuso.

È così che conosciamo Elisa Esposito (sì, avete letto bene, Esposito), interpretata da Sally Hawkins, giovane inserviente delle pulizie in un centro di ricerca di Baltimora, protagonista muta di questa favola gotica.

Octavia Spencer, e Sally Hawkins in La forma dell’acqua (2017)

Accanto a lei Octavia Spencer, attrice premio Oscar per The Help, amica protettiva che con la protagonista condivide il lavoro e i sogni.

A far da sfondo a questa vicenda la Guerra Fredda, gli anni in cui Stati Uniti e Russia si combattevano a suon di scoperte scientifiche e spionaggio industriale.

Ad irrompere la routine di Elisa, che ogni mattina con gioia e spensieratezza si appresta ad andare al lavoro, tra canzoni anni ’50 e vecchi spettacoli televisivi, arriva una strana creatura dalla forma umana, portata nei laboratori in gran segreto da un gruppo di scienziati che vogliono studiarla al fine di poterla inviare sullo spazio proprio come i russi hanno mandato Laika, la cagnolina che fu mandata in orbita in via sperimentale nel novembre del 1957.

Elisa e questa strana creatura anfibia cominciano silenziosamente ad interagire, accomunati dal non uso della parola, dimostrando al pubblico che l’amore non solo può trascendere l’aspetto, ma anche il linguaggio stesso e il modo di comunicare. Lo sguardo, i gesti che a poco a poco si fanno sensazioni, che giorno dopo giorno si trasformano in sentimento vero e proprio.

E così mentre il freddo raziocinio degli studiosi impone un approccio distaccato, scientifico, vedendo in questa creatura soltanto una cavia da vivisezionare, ferendola più volte con un pungolatore elettrico, come un animale da circo da domare, Elisa con semplicità e tenerezza riuscirà a stabilire un rapporto che ha dell’umano, lasciando crescere un amore che forse ha addirittura del divino.

Due solitudini che si incontrano, due anime che si tengono per mano nella loro diversità, e trovano un modo di parlare, condividere interessi, ascoltarsi, sentirsi.

Richard Jenkins e Sally Hawkins in La forma dell’acqua (2017)

Impossibile non segnalare la prorompente presenza di Richard Jenkins, che ci regala l’interpretazione di Giles, inquilino gay e confidente di Elisa, che offre al pubblico un’intensa riflessione sulla vita, sul tempo, e su quell’amore che spesso per paura si nega a se stessi.

Leone d’Oro alla 74esima Mostra del Cinema di Venezia, La Forma dell’Acqua si contende, tra l’altro, l’ambita statuetta di miglior film, con una sceneggiatura che omaggia le pellicole degli anni ’60 e persino i musical degli anni ’40 con Ginger Rogers e Fred Astaire.

Straordinario l’uomo-anfibio, interpretato dal mimo Doug Jones, attore prediletto dal regista messicano, con il quale aveva già lavorato in Hellboy e Il Labirinto del Fauno.

Ad accompagnare la pellicola la bellissima colonna sonora del premio Oscar Alexandre Desplat, che si rifà proprio ai musical e alle composizioni oniriche polistrumentali.

Un horror romantico, quello di Del Toro, che non manca di momenti un po’ splatter e colpi di scena, che scuotono l’animo dello spettatore fino all’epilogo finale di quello che senza dubbio uno dei migliori film della stagione.

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CINEMA, LIBRI

Chiamami col tuo nome, l’acclamato film di Luca Guadagnino

Chiamami col tuo nome – poster

Quando ho finito il romanzo di André Aciman, Chiamami col tuo nome, mi sono sentito fisicamente male tanta era la sofferenza e il pathos che l’autore ha saputo imprimere in quelle pagine. Era l’estate del 2011, e divorai il libro in appena un giorno e mezzo, immedesimandomi in quella sorta di diario segreto che quasi mi sembrò di aver trovato per caso.

Un’infatuazione estiva che a poco a poco si trasforma in un tormento interiore, in quella sofferenza squisitamente adolescenziale che nasconde accenni di un sentimento ben più radicato e profondo.

Potrei riassumerla così la trama di questo libro ambientato agli inizi degli anni ’80 in una imprecisata località di villeggiatura del nord Italia (forse la costa ligure, nel romanzo invece la campagna lombarda), che racconta con spietata crudezza la storia d’amore tra due ragazzi.

Non era facile dunque per Luca Guadagnino trasporre nel film tanta carica emotiva. Il regista ci ha provato con l’aiuto di un veterano del genere, James Ivory, che con lui ha tratto dal libro la sceneggiatura di un film, in uscita da noi il 25 gennaio, che sta raccogliendo consensi e premi in ogni dove.

Era naturale dunque che, con queste premesse, fossi particolarmente incuriosito di vedere questo film, che è riuscito a portare un po’ del nostro Paese persino nelle categorie principali dei Golden Globe e, forse, potrebbe rappresentarci anche agli Oscar bissando quell’impresa che fu di Roberto Benigni e del suo La Vita è Bella ormai ben vent’anni fa.

Non starò qui a fare la solita tiritera su quanto il libro sia superiore al film, perché chiaro che ogni lettore lascia nelle pagine anche un po’ di sé stesso, facendo sua la storia che legge. Ma qui, più di ogni altro romanzo, Luca Guadagnino aveva l’ingrato compito di portare sul grande schermo un’interiorità emotiva diversa.

La sua è una regia asciutta, scevra da artifizi hollywoodiani, da colonne sonore ingombranti o sensazionalismi amorosi.

Tutto avviene lì, davanti agli occhi dello spettatore che quasi ha la sensazione di osservare la scena da dietro una siepe in giardino, un angolo in penombra della casa, la serratura di una porta.

Amira Casar, Michael Stuhlbarg, Armie Hammer, and Timothée Chalamet in Chiamami col tuo nome (2017)

Luca Guadagnino ci riporta negli anni ’80, e non si avvale solo di auto vintage e ambientazioni perfettamente ricostruite, restituendo fedelmente un momento storico-politico italiano, ma introduce un elemento in più, che nel libro di Aciman forse mancava, i riferimenti musicali. Radio Varsavia, J’adore Venise, ma anche Paris Latino e Lady Lady Lady. Battiato, Berté, Bandolero, Giorgio Moroder ci fanno ricordare esattamente come dovevano essere le serate estive nei locali all’aperto delle piccole cittadine di vacanza. Fumosi, chiassosi, con lampadine colorate e senza particolari controlli né pericoli. Un senso di libertà perduta, che si fa chiaro manifesto di un’epoca.

I lettori del romanzo come me, forse si aspettavano una voce narrante che desse corpo ai pensieri del giovane Elio, così come Aciman li ha delicatamente tracciati sulle pagine del suo romanzo, ed è forse questo ciò che manca alla pellicola, che è perfettamente calata nello stile di Guadagnino, così come l’intenso finale del romanzo, che sfuma nel film in una scena che probabilmente non rende davvero giustizia al viscerale climax sapientemente delineato dall’autore statunitense.

Luca Guadagnino è tuttavia riuscito a cogliere l’essenza del romanzo, e dare alla storia la materica consistenza della realtà.

Armie Hammer and Timothée Chalamet in Chiamami col tuo nome (2017)

E se il regista di Io sono l’Amore ha mantenuto la scomoda scena della pesca (chi ha letto il libro sa bene di cosa parlo), altre parti della storia sono state narrate o tagliate con una maggiore licenza poetica, tramutando Roma in Bergamo e tralasciando intellettualismi letterari per rispondere, forse, alle leggi dell’odierna cinematografia.

Molto bravi i due interpreti, Armie Hammer (Oliver) e il giovane Timothée Chalamet (Elio), a dispetto di una non proprio felice pronuncia nelle scene in italiano, che hanno però saputo dare vita a questa passione segreta, quest’amore proibito vissuto con la discrezione di chi teme la luce del sole e le convenzioni sociali, ma con il disinibito desiderio di due amanti segreti che continueranno a cercarsi.

CINEMA

Il MANIFESTO: su Sky Arte HD i 13 volti di Cate Blanchett

Manifesto – poster

Che Cate Blanchett fosse un cavallo di razza ce n’eravamo accorti quando nel 1998 incarnò perfettamente la Regina Elisabetta I nell’omonima pellicola Elizabeth. Da allora la sua carriera è stata una lunga parabola in ascesa, dall’Oscar vinto interpretando l’attrice Katherine Hepburn in The Aviator nel 2005, alla seconda statuetta dieci anni dopo per Blue Jasmine di Woody Allen, dove l’attrice di origine australiana ha interpretato perfettamente le nevrosi di una donna borghese sull’orlo di una crisi di nervi dopo aver perso tutto.

Ma negli anni la Blanchett non ha riposato sugli allori dei premi vinti e delle sue sette nomination, al contrario ha sempre accettato con coraggio di dare volto, anima e corpo a personaggi diversi, dimostrando ogni volta di essere capace di poter interpretare chiunque: da Io non sono qui, dove interpretava addirittura Bob Dylan (vincendo la Coppa Volpi a Venezia) a Carol, dove si è calata nei panni di una madre di famiglia nell’America degli anni ’50 che vive la propria omosessualità repressa con una giovane commessa.

Cate Blanchett in Manifesto (2015)

L’attrice ha addirittura interpretato ben 13 personaggi diversi in un unico film. È successo per MANIFESTO, pellicola diretta da Julian Rosefeldt nel 2015, che arriva domani, 29 dicembre, su Sky Arte HD in prima visione assoluta.

Come suggerisce lo stesso titolo del film, si tratta di tredici manifesti: quello del Partito Comunista, i motti dadaisti, il Dogma 95 e così via, ripercorrendo altrettanti movimenti artistici, attraverso l’interpretazione di straordinari monologhi che rappresentano per Cate una grande prova attoriale.

Rosefeldt ha girato il film in poco più di una settimana, a Berlino e dintorni, traendo l’idea da una sua installazione.

Ogni scenario indaga il rapporto tra società, arte e vita quotidiana nel XX secolo. La Blanchett porta sullo schermo le parole di Marx, Lars Von Trier, Marinetti, Kandinsky, Apollinaire, Fontana, Breton, Éluard, che rivivono attraverso donne molto diverse per storia ed estrazione sociale: da una madre operaia a una giornalista, da una rock star a burattinaia, passando per una clochard. Volti diversi, che parlano ognuno a modo proprio di arte, con monologhi completamente distanti dal proprio mondo, e spesso inascoltati da coloro che stanno intorno, in un curioso gioco di equilibri e contraddizioni che si fa esso stesso arte.

CINEMA

Oscar 2017: tra un clamoroso errore, trionfa La La Land

Nata a Los Angeles 89 anni fa, l’Academy Awards, commissione che ogni anno assegna i fortunati premi Oscar alle migliori produzioni cinematografiche, da sempre è stata accusata di essere troppo white-oriented, troppo “bianca”, nominando nella rosa dei migliori, attori e attrici dalla pelle chiara.

L’Oscar non è un premio per neri, aveva detto qualcuno lo scorso anno, riflettendo sul fatto che su 346 candidati sono stati a malapena 15 a vincere l’ambita statuetta, di cui nove soltanto negli anni 2000.

Bisognerà aspettare il 2002 infatti quando Halle Barry e Danzel Washington vinceranno entrambi l’ambito Premio.

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l’attrice Viola Davis, miglior attrice non protagonista 2017

Quest’anno la presenza nera nella short list dei nominati era più alta che mai, e ben rappresentata dagli attori non protagonisti Mahershala Ali (per il film Moonlight) e Viola Davis (per Barriere) entrambi vincitori. La Davis ha inoltre segnato il record quest’anno come donna di colore con il maggior numero di nomination, tre. Ma insieme a lei c’era anche l’altra collega black, Octavia Spencer, che con lei aveva recitato in The Help, e adesso era stata nominata per Il Diritto di Contare, e Ruth Nigga nominata miglior attrice protagonista per il film Loving, e Danzel Washington tra i migliori attori di questa edizione.

Ha, forse prevedibilmente, trionfato La La Land, il musical di Damien Chazelle che alla fine è riuscito a portare a casa ben sei statuette delle sue quattordici nomination record, tra cui quella di miglior attrice protagonista, una elegantissima Emma Stone, e miglior regia, miglior canzone per City of Stars e ha “sfiorato”, letteralmente, quello di miglior film dell’anno, poi andato a Moonlight, per un clamoroso errore di buste e premiazioni.

Miglior attore protagonista Casey Affleck. Il fratellino minore di Ben trova la sua strada con Manchester by the Sea, a dispetto della sua imperturbabile faccia imbronciata per tutto il film.

Delusione per l’italiano Fuocoammare di Gianfranco Rosi, battuto dal documentario O.J.: Made in America.

Non amo la moda dell’Italia che ogni anno va a ripescare origini e nazionalità di vincitori oriundi italiani, pur di salire sul carro del vincitore, ma diciamo che quest’anno il nostro paese era ben rappresentato da Alessandro Bertolazzi, che ha vinto per il miglior trucco per il film Suicide Squad.

Tra nastri blu appuntati sul petto, film sulla diversità razziale e velate frecciatine, l’89esima edizione degli Oscar di quest’anno era più politica che mai, denunciando una Hollywood anti-Trump che ha voglia di far sentire la propria voce attraverso i suoi film.

CINEMA

La La Land, l’emozione di ricordare perché credere ancora nei sogni

Cinemascope. È questa la prima parola che probabilmente salta agli occhi dello spettatore che va al cinema a vedere La La Land. Quel particolare formato, antesignano del 16:9, che allungava l’orizzonte del video per una straordinaria spettacolarità in sala, proprio come nei kolossal hollywoodiani degli anni ’60. Sì, perché questo musical, che vede riformarsi la coppia Emma Stone e Ryan Goslin, è un grande omaggio ai grandi musical a colori come Singing in the Rain del 1952.

Scene a operetta e colori sgargianti, è questa la formula che ha portato la pellicola, diretta da Damien Chazelle, a 14 nomination agli Oscar. Un record, raggiunto finora soltanto da Titanic e, prima ancora, da Eva contro Eva.

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Dale Robinette, Emma Stone, Jessica Rothe, Sonoya Mizuno, and Callie Hernandez in La La Land (2016)

Emma Stone si affranca, con questo lavoro, definitivamente dal ruolo di teen star, per entrare nell’Olimpo dei grandi e, se non era già riuscita a convincervi in pellicole cult come The Help o Magic in the Moonlight di Woody Allen, con La La Land dovrete sicuramente rivedere la vostra posizione. La Stone interpreta un ruolo complesso e completo in cui recita, canta, balla con forza, passione, disinvoltura. L’attrice qui è Mia, una giovane barista con il sogno del cinema, che passa da un provino all’altro sperando nella grande occasione della vita. La sua strada si incrocia più volte del tutto casualmente con il pianista squattrinato Sebastian, che tenta, dal canto suo, di far conoscere alla gente il proprio talento come compositore saltando da un lavoro frustrante all’altro.

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Emma Stone e Ryan Goslin in una scena di La La Land

Ambientata nel mondo contemporaneo, la pellicola è tuttavia una suggestione d’altri tempi, dove si riescono ancora ad incrociare sguardi che non siano necessariamente incollati al piccolo display di uno smartphone. Qui infatti l’iPhone si fa quasi elemento di disturbo, di quella modernità frenetica del XXI secolo, che interrompe di colpo le sognanti coreografie, riportando i due protagonisti alla realtà con un semplice squillo.

Bellissima la colonna sonora di John Williams che trova il suo apice nel tema portante cantato dai due protagonisti, City of Stars.

Giunti al loro terzo film insieme, dopo la commedia Crazy Stupid Love e Gangster Squad, Emma e Ryan sono affiatatissimi, vivendo in perfetta simbiosi artistica.

Era senza dubbio dai tempi di Chicago (2002) che non si vedeva sul grande schermo un musical interpretato con così tanta intensità, riscuotendo così tante nomination agli Academy Awards.

Un film che rievoca i fasti hollywoodiani con Fred Astaire e Ginger Rogers.

Queste sono le doverose premesse per correre senza dubbio al cinema a vederlo, ma le emozioni, quelle, potrete viverle soltanto sedendovi sulla poltrona di una sala cinematografica che vi farà innamorare di Mia e Sebastian, ricordandovi di credere ancora nei vostri sogni, perché, come dice il film stesso “la gente ama quelli che hanno una passione perché gli ricorda quello che hanno dimenticato”.

CINEMA

Due alternative a “Fuocoammare” per far vincere l’Oscar all’Italia

L’ANICA, l’Associazione Nazionale delle Industrie Cinematografiche e Audiovisive, ha deciso che all’89esima edizione degli Academy Awards a rappresentare l’Italia ci sarà il film Fuocoammare. La pellicola, diretta da Gianfranco Rosi, entra così a far parte della lista di titoli candidati alla cinquina per miglior film straniero. Bisognerà aspettare martedì 24 gennaio per sapere se il documentario vincitore dell’Orso d’Oro al Festival di Berlino, riuscirà ad entrare nella short-list dei film in gara domenica 26 febbraio.

Una scelta, quella di Fuocoammare, che punta soprattutto su un dramma tristemente attuale, quello dei migranti, con cui l’Italia si augura di portare a casa l’ambita statuetta, vinta l’ultima volta da La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino nel 2014.

Una selezione, quella di quest’anno, che ha mietuto non poche vittime, a cominciare dalla lista dei magnifici sette che erano in lizza per la scelta finale, e che ha lasciato delittuosamente fuori film come La Pazza Gioia.

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La Pazza Gioia (2016) di Paolo Virzì

Il film di Paolo Virzì infatti è un elogio alla follia di erasmiana memoria, un piccolo gioiello del cinema italiano, che fa sorridere e riflettere, e ha portato sul grande schermo due straordinarie prove d’attrice, quella esilarante di Valeria Bruni Tedeschi e l’immensa Micaela Ramazzotti, che si cala nei panni di una madre alle prese con una depressione post-partum. Due donne consumate dalla vita e dall’amore fino al limite della ragione, e che camminano in equilibrio su di un filo sospeso tra lucidità e follia.

Tanti i colpi di testa e di scena, che tengono lo spettatore incollato allo schermo, che lo portano a indagare la mente umana, e cosa la porti ad entrare in un labirinto di eventi che continuano a ripetersi e succedersi in un infinito loop.

Un film che alterna sapientemente dramma e commedia, elegante, che riesce a rievocare le suggestive atmosfere degli anni ’50 nella contemporaneità di un’epoca, la nostra, in cui a dominare sono spesso smartphone e internet.

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Perfetti Sconosciuti (2016) di Paolo Genovese

È quello che succede anche in Perfetti Sconosciuti, film corale di Paolo Genovese, con un cast di attori straordinari, capitanati da Marco Giallini. Un film di stampo teatrale, che trova il suo punto di forza in una sceneggiatura che porta lo spettatore a riflettere su quanto si conoscano davvero le persone e quanto di noi è nascosto nei nostri smartphone, che registrano la nostra vita come scatole nere. Sublimi le donne che da Anna Foglietta a Alba Rohrwacher, passando per Kasia Smutniak, danno vita a figure femminili complesse e controverse. Un successo di pubblico, e critica, che ha portato molti paesi stranieri dalla Francia agli Stati Uniti a chiederne i diritti per realizzare un remake. Già questo segnale, da solo, è un chiaro sintomo di quanto sia un film qualitativamente alto che avrebbe potuto degnamente rappresentare l’Italia.

Fuocoammare è senza dubbio un film di qualità, che ha già portato a casa un premio da uno dei più prestigiosi festival del cinema del mondo, ma l’ANICA sembra aver puntato su Rosi per vincere l’Oscar per lo stesso motivo per cui i programmi del sabato sera sperano di alzare lo share: l’effetto-lacrima.

CINEMA

Le prime immagini di “The Young Pope”, la serie del premio Oscar Sorrentino con Jude Law

Si preannuncia come una delle serie televisive più attese della prossima stagione. Non solo perché è la nuova fatica filmica del premio Oscar Paolo Sorrentino, alle prese con un nuovo cast internazionale dopo YOUTH – La Giovinezza, ma per la controversa tematica sulla vita immaginaria di Papa Pio XIII, interpretato dall’attore Jude Law, primo pontefice americano alle prese con una Chiesa divisa tra modernità e tradizione.

The Young Pope, questo il titolo, è una coproduzione internazionale in otto puntate, che a Sky Atlantic vede affiancarsi emittenti di prestigio come la americana HBO, e la francese Canal+, per una prima visione, dal prossimo 5 ottobre, in contemporanea in Italia, Inghilterra, Irlanda, Germania, Austria e Francia.

Insieme al due volte nominato all’Oscar Jude Law, il premio Oscar Diane Keaton nelle vesti, anzi nell’abito, di Suor Mary e il nostrano Silvio Orlando nei panni del Cardinale Voiello.

The Young Pope Paolo Sorrentino Law trailer - internettualeLa trama ruota intorno alla controversa elezione del giovane e affascinante Lenny Belardo, che sale sul soglio pontificio in un’elezione che sembra più un gioco di immagine mediatica che non una missio spirituale per la comunità ecclesiastica.

A far da sfondo alla vicenda il Vaticano ed un manipolo di uomini di Dio che mostreranno quanto le apparenze a volte possano ingannare o che, più propriamente, l’abito non fa decisamente il monaco, e nemmeno il cardinale.

Lo stesso Pio XIII si rivelerà più misterioso e controverso di ogni altro. A rivelarlo sono già le prime immagini del trailer diffuse oggi sul sito ufficiale Sky, dove è lo stesso pontefice-Law a dire di sé stesso: «Sono una contraddizione. Come Dio, uno e trino. Come Maria, vergine e madre. Come l’uomo, buono e cattivo».

CINEMA, INTERNATTUALE

La foto di Meryl Streep che incoraggia a credere nei propri sogni diventa virale

Meryl Streep Oscar Academy winning win - internettualeÈ una delle attrici più amate dal pubblico e, soprattutto, dalla critica: con le sue diciotto nomination agli Oscar e ben tre statuette vinte, Meryl Streep è senza dubbio l’attrice di sempre più osannata dall’Academy. Iconici sono alcuni ruoli: da Il Diavolo veste Prada a La mia Africa, passando per I Ponti di Madison County a La Scelta di Sophie, il suo volto ha dato emozioni e anima a tante donne del grande e piccolo schermo. Ma anche per la diva di Hollywood le cose non sono sempre state facili. Lo dimostra un post apparso qualche mese fa su facebook dal profilo non ufficiale Meryl L. Streep, che nel giro di ventiquattrore ha ottenuto un milione di visualizzazioni e migliaia di condivisioni e commenti. Si tratta di un’immagine dell’attrice in una metropolitana di New York, la cui descrizione dice: «Questa sono io di ritorno a casa da una audizione di King Kong dove mi era stato detto che ero troppo “brutta” per il ruolo. Questo fu un momento fondamentale per me, poiché quel commento cattivo avrebbe potuto far crollare i miei sogni di diventare un’attrice e a far venir meno la fiducia che avevo in me stessa. Invece ho tirato un respiro profondo e ho detto “Mi spiace che voi crediate che io sia troppo brutta per il vostro film, ma la vostra è soltanto una sola opinione in un mare di migliaia e io continuerò a cercare la marea più gentile”. Oggi io ho avuto diciotto nomination agli Oscar».

Il post senza dubbio emozionale è stato rimosso subito dopo. Si trattava in realtà di un fake, che ha dato tuttavia molta forza ai fan dell’attrice che ha parlato spesso in pubblico dei suoi difetti fisici e fallimenti, così come della storia di King Kong, che aveva raccontato invece alle telecamere del noto show inglese The Graham Norton Show il gennaio precedente, dove l’attrice ha raccontato di essere stata provinata per il ruolo che poi è andato a Jessica Lange nel remake di King Kong, dal produttore italiano Dino De Laurentis, il quale, vedendola, avrebbe detto di trovarla non abbastanza bella per la parte, e al quale lei avrebbe risposto, sempre in italiano, “mi spiace se non sono abbastanza bella per essere in King Kong”.

La storia, senza dubbio carina, motivazionale e di grande rivalsa per l’attrice, e la donna, non aveva avuto lo stesso impatto della foto on-line diventata un vero e proprio fenomeno virale. D’altronde si sa, un’immagine vale più di mille parole.Meryl Streep quote foto metro facebook viral - internettuale