ART NEWS

La Napoli d’inizio ‘900 rivive nelle cartoline del Touring grazie a Google

Il set con le auto d’epoca de L’Amica Geniale nelle scorse settimane ce ne ha dato un’idea, ma come appariva davvero Napoli negli anni ’50 e ’60? Se volete scoprirlo, da oggi c’è una sezione in più su Google Arts and Culture dove alla sezione Qui vicino, grazie al sistema di geolocalizzazione del vostro computer o del vostro smartphone, potrete scoprire come apparivano i luoghi della vostra città o di quelle che vi interessano e vi affascinano della nostra bella Italia. Dal Colosseo al Duomo di Milano, passando per la Valle dei Templi a Ostia Antica. Sono tantissime le località che è possibile ripercorrere come in una vera e propria macchina del tempo, grazie alle cartoline digitalizzate dal noto motore di ricerca.

cartolina d’epoca (da artsandculture.google.com)

Inventate nel 1865 in Germania, le cartoline fanno la loro comparsa in Italia quasi un decennio dopo. A partire dal 1874 infatti le cartoline sono diventate molto popolari, che quasi erano riuscite a sostituire le tradizionali lettere.

Touring Club Italiano, in collaborazione con Musicart, porta così on-line un archivio di 5000 cartoline d’epoca, che Google Arts&Culture ha messo a disposizione sul suo portale.

Non si tratta soltanto di un archivio di ricordi straordinari, ma anche di una vera e propria ricostruzione dei siti storici e turistici della nostra penisola che ci appare così senza tempo, e forse nostalgicamente ci dà la percezione di un’epoca di cui sentiamo ancora fortemente la mancanza.

Monumenti, piazze, panorami, siti ci riportano indietro nel tempo fino all’inizio XX secolo, per scoprire i cambiamenti che hanno inciso sulle città che amiamo e abitiamo.

Non potevo naturalmente non concentrarmi sulla mia amata Napoli, e rivederla come forse doveva apparire ai miei genitori o ai miei nonni: carrozze, poche auto, sciarpe, bastoni e guanti, crinoline e piume, mi danno quella suggestione che continua a permeare gli edifici storici, i palazzi nobiliari, le vie del centro.

Dai primi anni del ‘900 fino agli anni ’70, quando la rivista del Touring Club Italiano invitò i propri lettori e associati ad inviare le cartoline delle loro vacanze e dei loro viaggi.

Di questo prestigioso archivio digitale fa parte anche il Fondo Santarelli, donato da Mirella Santarelli, socia del Touring e collezionista, che alla sua morte ha lasciato all’associazione di promozione di promozione turistica diverse migliaia di cartoline.

Annunci
ART NEWS

Il mondo incontaminato e primordiale di Sebastião Salgado al PAN fino al 28 gennaio

Considerato più volte da World Press Photo uno dei migliori fotografi dell’anno, Sebastião Salgado è considerato uno dei migliori fotoreporter umanisti dei nostri tempi. Classe 1944, comincia la sua attività di fotografo dopo gli studi in economia e statistica, decide di diventare un fotografo a seguito di una sua missione in Africa.

Uno dei suoi primi reportage, agli inizi degli anni ’70 è stata la siccità del Sahel, da allora inizia uno straordinario percorso di documentarista, raccontando, con i suoi scatti rigorosamente in bianco e nero, la rivoluzione in Portogallo e le guerre coloniali in Angola e in Mozambico.

Negli anni ’80 entra a far parte anche della prestigiosa agenzia fotografica Magnum, che lascerà nel 1994 per fondare la Amazonas Images e dedicarsi completamente al suo lavoro.

Ultimi giorni per avere l’occasione di apprezzare gli scatti del pluripremiato fotografo brasiliano, che è arrivato al PAN di Napoli dopo Steve McCurry e Helmut Newton con Genesi, monumentale progetto suddiviso in cinque sezioni, in cui l’artista racconta le terre a lui care.

Cinque le sezioni, Il Pianeta Sud, I Santuari della Natura, l’Africa, Il grande Nord, l’Amazzonia el Pantanàl per un totale di 245 scatti che ritraggono natura selvaggia e animali in libertà, e una primigenia umanità che non ha perso il contatto con un incontaminato mondo che la circonda.

Comincio dal secondo piano di Palazzo Roccella, dove ad aprire questa esposizione sono gli scatti del Pianeta Sud, l’Antartide e i suoi abitanti, le colonie di alabatri che sfidano le temperature ostili, ma anche i performer della Nuova Guinea. La flora del Madagascar e le sue isole da forme sorprendenti.

Immagini di un mondo altro, in cui si respira un senso di pace e armonia con la natura.

È straordinario guardare questi panorami di terre isolate, per catturare le quali Salgado ha spesso sfidato il tempo, aspettando pazientemente la luce giusta e il momento giusto.

Il bue muschiato, i leoni marini, i pinguini, ma anche le bellissime foto di renne stagliate a branchi contro bianco della neve, come macchie di inchiostro irregolari su di un foglio: si muovono in lontananza, camminano.

Le immagini di questa esposizione sono state scattate tutte nel primo decennio degli anni 2000.

Dal Canada alla Siberia, passando per la California e il Grand Canyon. Terre selvagge, spesso inospitali, che diventano negli scatti del fotografo racconti di viaggio e di vita, come quella dei Nenci, popolazione indigena Russa, che vivono nelle loro tende o čum, nel Nord del golfo dell’Ob, ma anche l’Alaska, dove Salgado sembra carpire l’anima degli uomini e delle donne che ritrae mentre mostrano i loro abiti tradizionali in pelliccia.

Persino i fiumi si tramutano in poesia di luci e ombre, catturati come folgori lucenti tra le rocce.

Dal grigio e dai colori freddi che caratterizzano le prime sale, passo ai toni caldi del bordeaux di quelle al primo piano del museo, dove prosegue la mostra e il mio percorso in questi mondi fantastici. Percepisco già che il clima è cambiato, passando dalle aree algide del nord alle terre calde dell’Africa, da sempre terra molto cara al fotografo che la definisce “apparentemente eterna”.

Qui la natura si fa rigogliosa, frastagliata, ricca di flora e fauna, come i gorilla di montagna, il babbuino Gelada, gli elefanti africani.

Le didascalie che accompagnano le foto, diventano quasi stralci enciclopedici del National Geographic, e così apprendo che le donne degli himba, dalle lunghe treccine ricoperte di ocra e grasso, appartengono ad una comunità quasi esclusivamente femminile, perché gli uomini si sono allontanati con le loro mandrie in cerca di acqua e pascoli.

Le sale dell’Amazzonia sono di un vivace color turchese, lo stesso che probabilmente caratterizza le foreste del Brasile, dove il fotografo ritrae gli Zo’é, piccola comunità di appena 275 membri che vivono suddivisi in una decina di piccoli paesi collegati tra loro da sentieri.

E guardando queste bellissime immagini è impossibile non domandarsi se non sia proprio questa la genesi, l’origine di ogni cosa, tra i giaguari in agguato e la pesca della tribù waura nel lago Piyulaga.