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Che fine ha fatto il Salvator Mundi? La misteriosa sparizione dopo l’asta record

C’è un mistero che aleggia intorno al Salvator Mundi, il dipinto più costoso della storia, acquistato da Christie’s lo scorso anno per la cifra record di 450 milioni di euro.

Opera del maestro Leonardo Da Vinci, il dipinto rappresenta Gesù a mezzo busto, che regge un globo, simbolo del potere universale, mentre tiene alzata la mano destra in atto benedicente. L’opera è datata tra il 1490 e il 1519 circa, sarebbe stata realizzata da Da Vinci a Milano subito dopo la caduta degli Sforza.

Il dipinto era stato acquistato da un privato per il Dipartimento di Cultura e Turismo di Abu Dhabi. Il quadro avrebbe dovuto essere esposto, a partire dal 18 settembre di quest’anno, all’interno del Museo Louvre Abu Dhabi, ma così finora non è stato.

Ad oggi non ne conosciamo il motivo, ma tra le ipotesi più accreditate c’era quella di una possibile esposizione in occasione del primo anniversario del museo degli Emirati. Tuttavia sul sito ufficiale del Louvre arabo compaiono notizie inerenti alle celebrazioni, ma nessuna sull’esposizione del dipinto.

Un’opera di Leonardo è già di per sé un evento, se a questo si aggiunge una cifra da guinness, ne fa forse il secondo quadro più famoso al mondo dopo la Gioconda, dello stesso Da Vinci.

A questo punto è lecito domandarsi come mai, ad un anno dall’asta, il museo non abbia ancora predisposto una sua esposizione all’interno della sua collezione.

Tra le altre ipotesi quelle del restauro. Secondo alcuni rumors interni al museo, a destare un po’ di perplessità negli esperti sarebbe l’ultimo restauro effettuato, che dovrebbe risalire al 2011, in occasione di una monografica sull’artista tenutasi alla National Gallery di Londra nel novembre dello stesso anno.

Nel frattempo però il dipinto è atteso al Louvre, quello di Parigi, dove inizieranno le celebrazioni per i 500 anni dalla morte di Leonardo, avvenuta il 2 maggio del 1519.

In quella occasione, presumibilmente, i visitatori del museo parigino potrebbero ammirare il Salvator Mundi fianco a fianco della più nota Gioconda.

Nel frattempo attendiamo fiduciosi che il mistero venga presto risolto, e di poter ammirare ancora la straordinaria opera di Leonardo.

P.S. io mi mangio ancora le mani per non averlo visto al Museo Diocesano a Napoli!

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Il giardino segreto di Monet, al Vittoriano di Roma fino all’11 febbraio

Padre dell’impressionismo, Claude Monet è noto anche, e forse soprattutto, per i colorati dipinti naturalistici. L’artista francese è arrivato ieri al complesso del Vittoriano (Ala Brasini) a Roma, e ci resterà fino al prossimo 11 febbraio, con ben 60 opere, accuratamente selezionate Museo Marmottan Monet di Parigi.

The Sailing Boat, Evening Effect, 1885 (oil on canvas), Monet, Claude (1840-1926)

È il Monet che tutti conoscono, ma anche un pittore intimo e inedito, quello che è svelato agli occhi del visitatore, che ripercorre così l’intero processo creativo dell’artista, che continuò la sua mai appagata ricerca espressiva tutta la vita, facendone uno dei precursori dell’informale, giungendo fino all’espressionismo astratto. Dalle caricature degli esordi fino ai ritratti dei figli, dai paesaggi impressionisti all’ultimo periodo nel verde di Giverny.

I monumentali salici e le ninfee, i roseti e i ponticelli giapponesi. I dipinti formano così una sorta di giardino segreto dell’artista, in cui tutto diventa luce, colore, forma.

Train in the Snow or The Locomotive, 1875 (oil on canvas), Monet, Claude (1840-1926)

Monet. Capolavori dal Musée Marmottan Monet, questo il titolo della rassegna, è organizzata dal Gruppo Arthemisia in collaborazione con l’istituzione museale parigina, scrigno e custode di un corposo numero di opere del padre dell’impressionismo, messi insieme grazie alla donazione di collezionisti dell’epoca, e dello stesso figlio dell’artista, Michel.

Capolavori, quelli della collezione del figlio, dai quali, ha spiegato il direttore del museo parigino, Patrick de Carolis, Monet non aveva mai voluto separarsene, temendo che non fossero compresi e apprezzati dal pubblico, che non sempre si era mostrato entusiasta verso le sue innovazioni pittoriche.

Waterlilies and Agapanthus, 1914-17 (see detail 414400) (oil on canvas), Monet, Claude (1840-1926)

A curare la mostra Marianne Mathieu, che è riuscita a portare nella sede romana circa la metà delle opere del Marmottan. La mostra racconta anche un fatto inedito, che noi contemporanei non ci aspetteremmo, ovvero la tiepida accoglienza che il pubblico aveva riservato alle Grandi ninfee, che l’artista produsse tra il 1914 e il 1926, seguendo un progetto di grandi decorazioni per le sale ovali dell’Orangerie delle Tuileries per celebrare la fine della prima guerra mondiale.

Monet scelse di tenere segreti molti di quei dipinti frutto di questa incessante ricerca artistica, che già a partire dal primo decennio del XX secolo portò l’artista francese verso una dissoluzione del dato fisico, creando dipinti sospesi a metà tra astrattismo informe e magia del colore.

Non a caso le sale più emozionanti sono proprio quelle delle ninfee, dei salici, dei glicini, che danno vita ad un giardino dove il tempo è sospeso e si stempera nella bellezza. Pura.

INTERNATTUALE

Lady D, eroina tragica di una favola contemporanea

L’estate era appena finita quando abbiamo saputo della morte di Lady Diana. Era la notte del 31 agosto, e quella che per molti di noi era la fine delle vacanze, si trasformò invece nello spartiacque tra una notizia che ci sconvolse e un’epoca altra che non sarebbe stata più la stessa.

Anche la mia vita di lì a qualche settimana sarebbe cambiata, ma non potevo nemmeno immaginare che sarebbe coincisa con un evento storico così drammatico.

L’avevo saputo l’indomani mattina del 1 settembre, un lunedì; l’ideale inizio di un nuovo anno lavorativo. Ai tempi non c’era internet e i canali all news, né le notizie giravano sui social, ed eravamo tutti attaccati agli speciali dei notiziari in TV per avere aggiornamenti a riguardo.

Fu una vicina di casa a dirmelo, e la notizia mi piovve letteralmente in testa.

Nel 1979 la telenovela messicana Anche i ricchi piangono mostrava al mondo quanto la ricchezza da sola non basti a dare la vera felicità. Potrebbe essere questo il titolo della vita di Diana Spencer, Principessa del Galles, per tutti semplicemente Lady D, scomparsa prematuramente a soli trentasei anni vent’anni fa esatti. Era il 1997 quando rimase coinvolta in un incidente automobilistico sotto il Ponte de l’Alma a Parigi.

Sì, perché questa è una favola triste. Qui non ci sono principi azzurri e armature scintillanti, ma c’è un regno, quello Unito d’Inghilterra, e quella che per molti cominciava ad assumere le connotazioni della matrigna cattiva era nientedimeno che la Regina Elisabetta II.

A metà degli anni ’80 Diana ha mostrato con coraggio al mondo cosa c’è dietro la favola, qual è il seguito reale, è proprio il caso di dirlo, dopo il “felici e contenti”.

Se molti pensavano che quello che fu definito “il matrimonio del secolo”, il 29 luglio del 1981, fosse il perfetto lieto fine di una fiaba contemporanea, qualche anno dopo, tra tradimenti, scandali e recriminazioni hanno dovuto ricredersi, vedendo in Diana una nuova eroina tragica, come una Medea che non riesce ad ottenere l’amore del marito fedifrago.

Voce narrante di questa storia i giornali di gossip e le interviste esclusive. Un matrimonio eviscerato, pagina dopo pagina, dalla stampa mondiale, in un’era, gli anni ’90, in cui il titolo di un giornale aveva il potere di alimentare incendi e polveroni per mesi come un effetto domino.

Come una crisalide che diventa farfalla, anche Diana è pian piano uscita dal bozzolo di taffetà di seta di quell’ingombrante abito da sposa di Elizabeth Emanuel, e le fatine che hanno trasformato le sue vesti in abiti glamour per i gran balli di gala e scatti di moda erano gli stilisti più in voga, da Armani a Valentino, passando per gli scatti fashion del celebre fotografo Mario Testino.

La principessa triste acquisisce così la consapevolezza de suo ruolo sociale e non solo, sfruttando il suo nome per cause di beneficenza lodevoli: dalla lotta all’AIDS alle mine anti-uomo, Lady D ha sfruttato una popolarità crescente per difendere gli oppressi e i bisognosi, conquistando un posto speciale, che valeva ben più del trono di un regno cui non era interessata, quello del cuore dei suoi sudditi che a gran voce l’hanno eletta Regina.

La goffa maestrina è nella metà degli anni ’90 una donna volitiva ed elegante, diventando di fatto un personaggio pubblico molto amato di proporzioni mondiali.

E se nelle favole le principesse restano imprigionate in alte torri, Diana dopo il divorzio ha vissuto nel lato nord di Kensington Palace, continuando a ricercare quel principe capace di liberarla: prima nel chirurgo pakistano Hasnat Khan, e poi con Dodi Al-Fayed, lo sfortunato amante che, come in un girone dantesco, perderà la vita insieme a lei.

Come per la sua vita, anche la morte di Diana è documentata dalle fotografie di quei paparazzi, rei con i loro flash, di aver fatto sbandare l’autista con conduceva l’auto con la principessa e il suo compagno.

La nostra fiaba finisce qui, ma non c’è un lieto fine. Diana se ne va in un pulviscolo di polemiche, attentamente documentato dal cinismo bulimico dei media che hanno voluto un pezzo della principessa fino a ridurla a brandelli.

Eppure la sua immagine, ancora una volta si è evoluto, la farfalla ha sublimato con la morte la sua bellezza, trasformandosi in icona moderna, e la teca di vetro dalla quale ci ricorda un importante monito di vita è la tomba al centro del piccolo laghetto dell’isola di Round Oval, in una piccola proprietà di famiglia in Northamptonshire, e ricorda al mondo che la vera felicità è la libertà di inseguire il proprio amore.

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Le tempere della Belle époque di Boldini a Pistoia da settembre 2017

Giovanni Boldini
(Ferrara 1842 – Parigi 1931)
La stesa dei panni (Decorazione parete sud della sala da pranzo della Falconiera)
1868

Giovanni Boldini La stagione della Falconiera è questa la rassegna che arriverà nei Musei dell’Antico Palazzo dei Vescovi a Pistoia dal 9 settembre al prossimo 6 gennaio 2018, e che farà parte del ricco programma di Pistoia Capitale Italiana della Cultura.

L’esposizione è stata fortemente voluta dal gruppo Banca Intesa come evento di spicco tra quelli del 2017.

Curata da Francesca Dini con la collaborazione di Andrea Baldinotti e Vincenzo Farinella, la mostra si propone di essere l’evento culturale più importante dell’anno.

Il titolo della rassegna prende spunto da un ciclo di pitture murali e tempera realizzate da Boldini durante il suo periodo toscano alla fine del XIX secolo a Villa La Falconiera, che apparteneva alla mecenate inglese Isabella Falconer.

Un ciclo, di cui oggi si era persa quasi la memoria e che rappresenta un unicum nella storia della pittura italiana. Boldini infatti aveva aderito alla corrente dei macchiaioli in modo del tutto personale prima del suo arrivo a Parigi nel 1871. Qui il pittore ferrarese diventerà il più noto ritrattista e al tempo stesso icona della Belle Époque.

Il ritrovamento di questo ciclo pittorico lo si deve a Emilia Cardona Boldini, vedova e biografa del maestro, la quale era a conoscenza di questo lavoro giovanile, giungendo a Villa La Falconiera sulla scia di vaghe voci. Dopo averla ispezionata completamente, trovò il ciclo pittorico in una vecchia rimessa degli attrezzi, originariamente sala da pranzo dell’antica Villa.

La vedova acquista la proprietà nel 1938, trasferendovi tutte le cose appartenute a Boldini, dalle suppellettili ai dipinti, facendone la sua dimora personale.

Oggi lo stacco di questo ciclo pittorico, che è stato restaurato e trasferito all’interno degli ambienti del Palazzo dei Vescovi a Pistoia è oggetto di studio, ma la sua storia è ancora poco nota al grande pubblico.

La mostra vuole dunque far riscoprire il noto artista italiano, e la straordinaria vicenda di questi affreschi, ponendoli al centro di un evento importante in un momento importante per la cittadina pistoiese.

Un momento di grande creatività giovanile dell’artista, che verrà degnamente celebrato con questa importante esposizione.

Giovanni Boldini
(Ferrara 1842 – Parigi 1931)
Ritratto di Telemaco Signorini
1870
Giovanni Boldini (Ferrara 1842 – Parigi 1931) Alaide Banti in abito bianco 1866

Il percorso comprende sedici dipinti realizzati da Boldini durante il suo soggiorno toscano, che provengono da collezioni pubbliche e private: tra questi Marina, custodita a Milano, che ha una sua trasposizione a tempera proprio nel ciclo della Falconiera. I visitatori potranno vedere anche i ritratti di Telemaco Signorini e Cristiano Banti, della Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti a Firenze, artisti elegantissimi molto legati a Boldini, che continuarono a sostenerlo anche dopo il suo soggiorno toscano.

Non poteva mancare il Giovane paggio che gioca con un levriero del 1859, molto innovativo per la posa e per i colori.

La mostra sarà corredata da un catalogo a cura di Francesca Dini come la mostra, edito da Sillabe.

I ritratti di Boldini raccontano volti, fatti e vizi di una società: «La mostra su Boldini consegue due obiettivi essenziali – ha spiegato Alessio Colomeiciuc, presidente di Cassa di Risparmio di Pistoia e della Lucchesia, promotrice del progetto espositivo – non solo arricchisce il ventaglio delle iniziative di valorizzazione del patrimonio artistico pistoiese proponendo il nome di un pittore di sicuro successo, ma garantisce anche la migliore celebrazione di un episodio unico nella storia dell’arte dell’Ottocento italiano, rappresentato dalle suggestive Tempere murarie eseguite da Boldini all’interno della villa Falconiera. Sono lieto che la nostra banca abbia saputo, anche in questa occasione, coniugare l’attività creditizia con la promozione culturale del territorio, rendendo possibile un progetto di grande qualità e bellezza come questa mostra inedita».

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Monet intimo e inedito, da ottobre al Vittoriano di Roma

C’è un Monet intimo, privato, quello che i visitatori potranno vedere alla mostra omonima, MONET, che dal 19 ottobre fino al prossimo 28 gennaio sarà al Vittoriano a Roma. Scorci di Parigi, la sua Parigi, che si riflette malinconicamente nella Senna, Salici dai contorni indefiniti che si confondono con le cascate dei glicini su di un ponte giapponese, fino alle monumentali Ninfee, avvolte in un pulviscolo violetto. Sono i quadri che il grande maestro dell’impressionismo francese aveva nel salotto della sua amata casa a Giverny, l’ultima.

Opere che Claude Monet non aveva concepito per il pubblico, ma che “ha guardato per tutta la vita, appesi nella sua ultima, amatissima, casa” dice Marianne Mathieu, curatrice dell’evento.

Sono oltre 60 le opere che troveranno posto in quella che si preannuncia una mostra monumentale e, soprattutto, inedita. Sì, perché i dipinti, provenienti dal Musée Marmottan Monet di Parigi, sono per lo più sconosciuti nel nostro paese. La collezione del museo parigino è la più grande al mondo ed è cresciuta ulteriormente negli anni grazie alle donazioni dei collezionisti dell’epoca, tra cui quella dello stesso figlio dell’artista, Michel Monet, che alla morte del padre non volle lasciare nulla allo Stato, “reo”, a suo dire, di non aver sostenuto il maestro negli ultimi anni di vita.

Mission del museo, dice la Mathueu all’ANSA, è quella di portare Monet là dove è ancora poco nota la sua opera. Dopo Taiwan, questa importante rassegna arriva per la prima volta nel vecchio continente, facendo tappa prima a Roma e successivamente anche a Bologna e a Bordeaux.

Weeping Willow, 1918-19 (oil on canvas) Monet, Claude (1840-1926) MUSEE MARMOTTAN MONET, PARIS

Questa mostra, anticipa la curatrice, rappresenta un viaggio nella vita dell’artista, nella sua idea del giardino, tanto cara alla sua poetica artistica, neelle sue amate vedute di Londra, Parigi, Vétheuil, Pourville. Dalle prime opere della metà del XIX secolo, quelli che donarono a Monet i primi soldi e la fama a Le Havre fino ai noti paesaggi dei luoghi che aveva visto e vissuto.

Durante la sua vita, Monet giunse anche nel nostro paese, insieme all’amico Renoir. Per celebrare questo viaggio con l’amico pittore, in occasione della mostra arriverà anche Le chateau de Dolceacqua opera del 1884, in cui l’artista dipinse quel ponte oggi rimasto uguale, su di una tela che rappresenta un souvenir dei suoi giorni trascorsi in Liguria: «Luoghi fondamentali – aggiunge la curatrice – per la scoperta di una luce e colori così diversi da quelli di Parigi, dove era nato, e dalla Normandia dove era cresciuto».

Michel Monet (1878-1966) as a Baby, 1878-79 (oil on canvas) Monet

Dipinti intimi, a cominciare dal ritratto di suo figlio, Michel Monet, bambino, ma anche Les RosesLondresIl parlamento riflesso sul Tamigi, chiudendo un percorso con un’esperienza emozionale, le sue gigantesche ninfee astratte.

Quando Monet dipinse queste opere aveva 75 anni, era un uomo ricco, e non aveva più la necessità di dipingere per vivere. Per questo motivo nessuno le ha mai viste fino alla sua morte e non sono mai state vendute.

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A Capri riapre al pubblico “Villa Lysis”, tempio d’amore del Conte Fersen

Villa Lysis Nino Cesarini statua Francesco Jerace - internettualeProgettata agli inizi del ‘900 dall’artista Edouard Chimot su commissione del poeta francese il conte Jacques d’Adelsward-Fersen, Villa Lysis è un palazzetto in stile neoclassico che si trova a nord-est dell’isola di Capri. La villa è stata edificata a due passi da Villa Jovis, residenza degli ultimi anni dell’Imperatore romano Tiberio. Il nome, Lysis, è un omaggio a Liside, dialogo di Platone dedicato all’amicizia e, come stabilirà la critica contemporanea, dell’amore omosessuale. Nella Villa infatti Fersen visse con il suo compagno, Nino Cesarini, al quale, sono dedicate diverse sculture in bronzo ad opera di Francesco Jerace.

L’architettura della dimora presenta echi neogotici. Elegante, raffinata, ma anche trasgressiva e provocatoria. Non mancano infatti camere stravaganti, come una fumeria di oppio e altari pagani. Fersen fu allontanato dalla natia Parigi perché accusato di messe nere a sfondo sessuale.

Fersen, morto nel 1923, forse suicidatosi con un’overdose, è lasciata in eredità all’amato Nino, il quale, dopo una disputa testamentaria, l’avrebbe poi venduta.

Secondo altre fonti invece la villa, già molto malridotta, sarebbe stata lasciata in usufrutto a Nino, il quale l’avrebbe dapprima affittata e poi in un secondo momento ceduta a Germaine, sorella di Fersen, la quale a sua volta l’ha donata a sua figlia, la Contessa di Castelbianco.

Villa Lysis Capri 2 - internettualeL’edificio è stato oggetto di un primo restauro nel 1934, una prima sostanziale ristrutturazione che aveva provato a sopperire ai primi cedimenti e crolli.

Nella metà degli anni ’80 l’edificio è annesso dal Ministero dei Beni Culturali. Chiusa per decenni, la villa è oggetto di nuovi e significativi restauri negli anni ’90 grazie ai fondi dell’Associazione Lysis e al Comune di Capri.

Aperta dai primi anni 2000, oggi la villa è affidata a un’associazione culturale di giovani esperti, Apeiron, che si prende cura non solo dei servizi turistici, ma anche della promozione e valorizzazione di questa casa-museo.

La villa sarà aperta al pubblico dal tutti i giorni dalle ore 10.00 alle 18.00, ad eccezione del mercoledì, giorno di chiusura. La riapertura del sito, dopo la pausa invernale, è fissata per sabato 30 aprile, in occasione della rassegna Panorama Letterario, patrocinata dalla Città di Capri, primo di nove eventi che fino a dicembre terranno compagnia i visitatori, trasformando la casa in un teatro della cultura. Novità di quest’anno l’introduzione di un biglietto di 2 euro, un costo puramente simbolico per godere delle suggestioni di questo tempio dell’amore.

Villa Lysis Edificio Capri - internettuale

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In mostra a Roma la Belle Époque di Toulouse-Lautrec

Pittore, illustratore e litografo. Il conte Henri-Marie-Raymond de Toulouse-Lautrec-Montfa, più semplicemente noto come Toulouse-Lautrec, ha saputo, con i suoi disegni, fotografare un’epoca, la fine del XIX secolo, e una società, quella parigina, tramandando a noi posteri il mito immortale della Belle Époque.

Morto a soli 37 anni, probabilmente di alcolismo o sifilide, era discendente di una famiglia aristocratica francese, si trasferisce a Parigi poco più che adolescente. Affetto da picnodisostosi, malattia genetica che lo portò ad una forma di nanismo (era alto circa 1,52 m, con un busto perfettamente sviluppato e le gambe di 70 cm come quelle di un bambino), Lautrec si immerse completamente nella sua arte. Le sue opere giovanili ruotano intorno a temi come la famiglia e la (sua) vita quotidiana, con ritratti di parenti, battute di caccia, concentrandosi su tematiche a tema marino dopo un soggiorno in Costa Azzurra. Ma Lautrec ritrae anche il mondo di quella che oggi definiremmo “movida parigina”, quello notturno del Moulin Rouge, con le sue ballerine, i suoi clienti, donne agghindate e nobili al bar.

Oggi l’opera e la storia dell’artista francese è completamente ripercorsa da una mostra, Toulouse-Lautrec. La collezione del Museo di Belle Arti di Budapest, questo il titolo, promossa dall’assessorato alla Cultura del Comune e dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, che vede le opere dell’artista esposte nei suggestivi spazi dell’Ara Pacis a Roma, dal prossimo 4 dicembre all’8 maggio 2016.

Sono oltre duecento le litografie messe insieme dai curatori Zsuzsa Gonda e Kata Bodor, tra cui otto affiche, cartelloni, di grande impatto visivo, e due cover degli album della cantante, attrice e scrittrice francese Yvette Guilbert. Tra queste opere non mancano i manifesti più famosi, le illustrazioni delle locandine e persino quelle stampate a tiratura limitata, numerate con tanto di dedica dello stesso artista.

Suddivisa in due sezioni, la mostra ripercorre l’intero excursus artistico di Lautrec, dalla formazione accademica ai racconti di vita del suo periodo parigino, quando entra in contatto con alcuni dei maggiori artisti del tempo, nel quartiere di Montmartre, come Seurat, Gauguin, Van Gogh.

Non mancheranno opere come Al Moulin Rouge: La Goulue e sua sorella (1892), L’inglese al Moulin Rouge (1892) e Caudieux (1893).

Un’occasione da non perdere per rivivere l’atmosfera delle notti parigine, dei café chantant, del popolo della notte, della maison close, delle prostitute, delle dive, dei cabaret e di un’epoca che non è mai veramente passata.

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Andy Warhol, il maestro dell’eccesso debutta in Europa con “Shadows”

Si intitola Shadows, ombre, ed è la monumentale serie di serigrafie fatta da Andy Warhol tra il 1978 e il 1979. 102 opere che arrivano per la prima volta al gran completo in Europa. È quello che accade al MAM, Museo di arte moderna della città di Parigi che fino al 7 febbraio 2016 ospiterà la collezione dell’artista americano. Ombre supera i 130 metri di lunghezza, ed è frutto di una riflessione da parte dell’artista a seguito di un tentato omicidio ad opera della femminista Valerie Solanas, riflettendo in tal modo sulla caducità della vita e sulla morte. Warhol parte da una serie di opere fotografate all’interno del celebre laboratorio newyorkese in cui operava, la Factory, ingrandendole e ripetendole decine di volte. Il nero si fa intenso, in contrasto con colori vividi, da risultare quasi l’effetto distorto di un acido. Colore e ombre si rincorrono così in indefinite forme sulle pareti, per un’installazione non convenzionale che andava oltre anche le regole della già trasgressiva pop art degli anni ’70.

Lo stesso artista, che alla prima presentazione del suo lavoro volle musica disco, provocatoriamente definisce questa sua creazione un “fondale da discoteca”. Noti per lo più i ritratti delle icone del tempo, da Marilyn Monroe a Elizabeth Taylor, questa serie invece è ancora poco conosciuta al grande pubblico europeo, che avrà modo di poterla conoscere nell’ampia retrospettiva tributata dal museo parigino: 200 opere che mostrano la passione dell’artista per la serialità. Una delle grandi rivoluzioni del pensiero artistico di Warhol infatti, fu quella di allontanarsi dal concetto di unicità dell’opera: al pari di una lattina di CocaCola o qualsiasi altro prodotto di largo consumo, anche le opere, secondo l’artista, dovevano e potevano essere riprodotte su ampia scala, senza per questo perdere la loro forza e il loro significato.

Lungo il percorso di visita ritroviamo così la sua serie di fiori alla “carta da parati con mucche”, dalle sedie elettriche ai grandi ritratti del leader cinese Mao Tse Tung, oltre a tutta una serie di autoritratti realizzati nel corso della sua carriera tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’80, poco prima della sua morte.

«Trascendendo la sua immagine superficiale di “re della pop art” – scrivono i curatori della rassegna, Sébastien Gokalp e Hervé Vanel – reinventava continuamente la correlazione tra opera e spettatore. In una costante rottura dei codici, desiderava riconoscimento in quanto maestro dell’eccesso».