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Piranesi, tra sogno e realtà. Al Museo di Roma fino a ottobre

A Palazzo Braschi a Roma, fino al prossimo 15 ottobre 2017 c’è la suggestiva mostra Piranesi La Fabbrica dell’Utopia. Un’antologia delle acqueforti con cui l’artista veneto ha ritratto vedute reali e irreali della Roma antica e non solo.

La prima sorpresa alla biglietteria della mostra sono senza dubbio gli occhiali 3D che ti forniscono. A cosa potranno mai servire questi occhiali in una mostra per lo più di disegni, ci si chiede. Sì perché Giovanni Battista Piranesi, incisore e architetto del XVIII secolo, è stato anche un teorico dell’architettura italiana che ha provato a raccontare attraverso la sua vena artistica, narrando di una immaginifica Roma Antica, a metà tra ricerca archeologica e pura fantasia.

Dalla tomba di Nerone agli Archi Trionfali, passando per una veduta reale della Via Appia e la Via Ardeatina, che qui si fanno preziose wunderkammer all’aperto di antichità e stupore, fino alle vedute di una Roma Rinascimentale e Barocca, con le sue Chiese, le Basiliche Papali, le loro fluttuanti architetture, le prospettive delle navate.

Guardando queste acqueforti viene quasi da pensare che Piranesi sia un precursore della smania fotografia che assilla noi moderni, catturando i luoghi che visitava con vivida immaginazione e ricercatezza del dettaglio. Un dialogo continuo, una esasperata ricerca di verità.

Giovanni Battista Piranesi, Arco di Tito, 1756-1760, acquaforte, Museo di Roma

Il suo desiderio di raccontare la capitale nasce dall’ispirazione di romana memoria della Forma Urbis, prima mappa della città eterna che l’artista continuerà a raccontare e a immaginare.

Lungo il percorso espositivo è possibile confrontare alcune opere del Piranesi con gli originali reali, come un candelabro di resina artificiale, a imitazione del marmo, che Giovanni Battista ha perfettamente disegnato, o il tripode pompeiano. È possibile scorgere, e apprezzare soprattutto, con quanta accuratezza Piranesi ritraeva i suoi soggetti. Che fosse la grande navata di una chiesa o un oggetto isolato dal suo contesto, la cura nel dettaglio era la medesima, mantenendo intatto lo spirito di documentaristico che lo animava.

Giovanni Battista Piranesi, Basilica di San Sebastiano, 1750-1760, acquaforte, Museo di Roma

Ma è l’ultima sala quella della genialità, la liberazione da un mondo antiquario che sfocia nella fantasia libera e creativa dell’artista, che con i disegni delle Carceri anticipa di secoli Escher, e sarà di grande ispirazioni persino per il cinema contemporaneo che guarderà all’artista per film come Metropolis o Matrix. Ma i disegni di Piranesi saranno fonte di ispirazione anche per scrittori come Baudelaire, Yourcenar e Hugo.

Bellissime le sue architetture che girano intorno a loro stesse senza soluzione di continuità, in un cerchio che non ha inizio né fine.

Una rivelazione il 3D che sorprende il visitatore immergendolo in queste architetture di pura fantasia, provando a ricostruire la totalità dei luoghi così come forse deve averli immaginati lo stesso Piranesi, in questa sua fabbrica dell’utopia sospesa tra sogno e realtà.

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Luci e suoni a Pompei nel nuovo percorso illuminato da ENEL

Pompei di notte. Già da qualche anno ormai i turisti, durante il periodo estivo, possono visitare gli Scavi Archeologici dell’Antica città romana di notte. Una suggestione senza dubbio unica che, al vantaggio di scoprire la città archeologica con la frescura della notte, si aggiunge anche la magia di una illuminazione appositamente pensata per i tour al chiaro di luna.

Quest’anno, più degli anni addietro, c’è una marcia in più. Grazie ad una sinergia con la società di fornitura elettrica Enel, Pompei è stata dotata di un nuovo impianto di illuminazione all’avanguardia, grazie all’avanzata tecnologia LED, a basso consumo e con un minore impatto sull’ambiente.

Ma la novità del 2017 è anche un impianto sonoro, che riproduce quelli che dovevano essere i rumori quotidiani della città: sarà possibile ascoltare il vocio dei suoi abitanti, le grida al mercato, i canti di preghiera nei templi, come il famoso Tempio di Apollo.

Un percorso culturale che si fa percorso emozionale, e coinvolge i suoi spettatori a 360 gradi.

Questo intervento di relamping, com’è definito in gergo, si estende da porta Marina alla Basilica, e ha visto la sostituzione di circa 430 punti di illuminazione di vecchia generazione che hanno così ceduto il passo ai LED, con un risparmio energetico di circa il 60%, senza che questo comporti una riduzione di qualità di luce o una minore illuminazione delle antiche rovine.

La luce LED, oltre ad un inquinamento minore e una riduzione e dei costi nei consumi, ha anche una durata maggiore in termine di ore-luce, e dunque una minore necessità di ricambio rispetto alla vecchia illuminazione a incandescenza.

Futuristico anche il controllo di questo nuovo impianto che può avvenire da remoto, grazie all’installazione di un sistema di domotica che ne consente il pieno controllo anche a distanza.

Questa prestigiosa partnership regala ai visitatori che accorreranno a Pompei ben oltre il tradizionale orario di chiusura, per scoprirne luoghi, suggestioni e monumenti alla tenue luce della notte, l’opportunità di intraprendere un vero e proprio excursus emozionale, accompagnati da luci, ma anche suoni, che rievocheranno vividamente la vita dell’antica città distrutta dalla furia del Vesuvio in un’estate del 79 d.C. L’intervento di ENEL riscatta finalmente Pompei e, letteralmente, la veste di nuova luce (anche) agli occhi del mondo.

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Bill Viola: “Rinascimento Elettronico” a Palazzo Strozzi a Firenze fino al 23 luglio

Un fuoco. Una videoinstallazione di un grande incendio, i cui crepitii si propagano in tutta la sala, e per un momento Palazzo Strozzi sembra bruciare davvero. Non poteva che iniziare così la mostra di Bill Viola, Rinascimento Elettronico, a Firenze fino al 23 luglio 2017, dove sono stato ospite durante il mio soggiorno fiorentino

Una performance di Phil Esposito, proveniente dallo studio dell’artista, che si lascia idealmente divorare dalle fiamme, diventando egli stesso fuoco. Un fuoco che è passione, un fuoco che è purificazione, un fuoco che è luce, morte, rinascita, rinascimento.

Fuoco, che si trasforma in acqua dall’altra parte della sala, dove specularmente è proiettato un video dove tutto invece è travolto dall’acqua. L’acqua, l’elemento principe nella video-art di Viola, con cui si misurerà sin dai primi esordi alla fine degli anni ’70.

Due facce della stessa medaglia, due aspetti del ciclo vitale: l’acqua e il fuoco, componenti essenziali, e talvolta devastatrici, della vita stessa dell’Uomo.

Bellissimo il dialogo dell’artista italo-americano con la Visitazione di Carmignano del Pontormo, che con i suoi video al rallenty che si ripetono in loop, sembrano riportare in vita il dipinto cinquecentesco, facendoci riflettere sul vento che gonfia le vesti delle donne ritratte dal pittore italiano, e al contempo ci restituisce un’idea fedele dei gesti, i sorrisi, le espressioni che il maestro della videoarte traspone in una indefinita contemporaneità.

Sorprende Il Sentiero, che mostra degli uomini e delle donne attraversare un bosco percorrendo in silenzio lo stesso cammino che, idealmente, si ritrova a percorrere anche il visitatore stesso per spostarsi nell’altra sala, quasi a diventare tutt’uno con l’arte di Viola.

Viola. Un cognome, che tradisce l’origine italiana del maestro americano. Viola, come il colore di una città, Firenze, cui questa mostra è intrinsecamente legata.

Il Rinascimento Elettronico di Viola è davvero un nuovo Rinascimento, contemporaneo, forte, che pone l’uomo al centro del suo lavoro, e che oggi come all’ora continua a far riflettere. Il raffronto con Andrea Di Bartolo pone l’accento proprio sul tempo e la spiritualità, con l’alternarsi delle stagioni, in una giornata, quella della stanza di Caterina che, metaforicamente, diventa la vita intera di ognuno di noi.

L’apice di questo percorso di storia dell’arte contemporanea è probabilmente il confronto con Masolino da Panicale, Cristo in Pietà, che nella versione di Bill diventa un’Emersione, che qui si fa manifesto dell’intera rassegna. Cristo che emerge dal sepolcro come un inerme eroe greco sconfitto in battaglia: diafano, indifeso, nudo, che tuttavia non vuole essere scabroso o scandalistico. Accanto a lui una Maria e una novella Maddalena, archetipi di quei legami incondizionati che derivano dal sangue e dall’amore.

Nella videoarte di Bill Viola la realtà è sospesa, a tratti stravolta e capovolta, ma resta intatta la sua forza di comunicazione.

Lungo il percorso museale trovano posto anche le opere più vecchie dell’artista, quelle su nastro, fino alle moderne tecnologie dell’alta definizione e dei pannelli LED.

La mostra, come nuova moda museale impone, presenta diverse appendici in giro per Firenze, negli Uffizi, ma anche nel Museo del Duomo, dove Viola incontra la Maddalena Penitente di Donatello, e ci mostra una donna, che spiritualmente ne eredita il ruolo, che nella forza dell’acqua ritrova quella catarsi, che alla fine di questo straordinario percorso diventa anche quella del visitatore stesso.

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Il Museo Bagatti Valsecchi a Milano, gioiello rinascimentale del XIX secolo

In Via Gesù 5, a due passi dal glamour di Via Montenapoleone a Milano, c’è un portone di uno dei palazzi storici del capoluogo lombardo. È quello di Palazzo Bagatti Valsecchi, oggi Museo, che racconta la storia dei due fratelli che l’hanno abitato, Fausto e Giuseppe, che nel cuore della Milano del XIX secolo sognavano di vivere in un’altra epoca.

Ho avuto il privilegio di essere ospitato dal museo durante il mio soggiorno milanese. Se seguite il mio profilo instagram, avrete già visto delle foto e curiosità sul museo.

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Galleria elle armi

Una capsula del tempo all’interno di una capsula del tempo. Come in un gioco di scatole cinesi infatti la Casa-Museo Bagatti Valsecchi, per molti semplicemente Museo BaVa, è un edificio storico settecentesco, con fogge e stili del rinascimento italiano al suo interno. Un errore di datazione, verrebbe da pensare di primo acchito, e invece no, una precisa volontà da parte dei due fratelli Bagatti Valsecchi di ricreare le suggestioni del passato declinato nelle moderne conquiste del tempo.

Il loro però non era il desiderio di fare un falso, quanto il tentativo di conferire una maggiore prospettiva storica ad un casato, il loro, nobile soltanto da poco tempo.

Un gioco architettonico con il quale i Bagatti-Valsecchi si sono dilettati fino al 1974, anno in cui l’ultimo discendente della famiglia, Pasino, figlio di Giuseppe, decise di farne un museo a vantaggio di milanesi e visitatori che desideravano visitare la loro casa.

Ed è proprio la voce di Fausto quella che, attraverso un’audioguida inclusa nel biglietto d’ingresso, quella che ci dà il benvenuto in questi lussuosi ambienti.

È facile essere tratti in inganno in questa casa, dove i soffitti sono molto alti e gli spazi molto grandi, che sa quasi più di castello che di palazzo. Salendo la bellissima scala in ferro battuto, si ha la sensazione di un ambiente medievale scorgendo il corridoio delle armature. Ma il percorso inizia dalla parte opposta, e si comincia così ad indagare quelli che erano gli ambienti di Fausto, il fratello scapolo.

È forte il desiderio di far rivivere il Rinascimento in questa rievocazione fastosa di dimora lombarda.

Passeggio tra gli ambienti privati di Fausto, lo studio, dove è ancora affissa la carta da parati originale, con il Fiore di Cardo, fatta adattare dalle maestranze dell’epoca.

Molto forte nel XIX secolo era il desiderio, un po’ moda, di revival di stili del passato. Il Rinascimento, epoca di un luminare quale Ludovico il Moro, secondo i fratelli era l’epoca più rappresentativa dei fasti italiani.

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Museo Bagatti Valsecchi, vasca da bagno
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Museo Bagatti Valsecchi, conchiglia uno dei fiori è il getto della doccia

Uno sfarzo che ha saputo coniugare tradizione e innovazione, con i comfort dell’allora Era moderna in forme squisitamente rinascimentali. Come il bagno, la cui vasca in marmo, finemente scolpito, nascondeva nella conchiglia sovrastante un moderno getto della doccia, o il pesante bacile in ferro, in realtà moderno lavabo con acqua corrente che scorreva dalle catene cave. Invenzioni, queste, cui gli stessi Fausto e Giuseppe, assertori al tempo stesso della modernità, hanno contribuito a dare vita, così come l’energia elettrica, presente nel palazzo sin dalla fine dell’800, facendo del Bagatti-Valsecchi una delle prime residenze private ad essere dotata di elettricità.

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camera da letto matrimoniale di Giuseppe Bagatti Valsecchi

Gli ambienti di Giuseppe invece presentano la chiara impronta femminile di sua moglie Carolina, a cominciare dalla camera da letto, in cui troneggia il bellissimo letto siciliano in ferro battuto e velluto rosso del ‘700. Un po’ asincrono per lo stile della casa, ma contornato da suppellettili e mobili anche a misura di bambino.

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letto matrimoniale in ferro battuto del ‘700 (camera matrimoniale di Giuseppe Bagatti Valsecchi)

È incredibile pensare che tra lo sfarzo di mobili, già d’antiquariato e preziosi ai tempi, e in questa camera da letto, i Bagatti Valsecchi avessero un televisore attraverso il quale hanno assistito, nel 1969, allo sbarco sulla luna, insieme ai vicini e a chi, meno fortunato, il televisore, oggetto per pochi, ancora non l’aveva.

Percorrendo stanze e passaggi è impossibile non notare le iscrizioni e i motti di tipo moraleggiante disseminati un po’ ovunque: dai camini alle pareti, sono tanti i moniti anche in latino tanto cari ai due fratelli.

Al pari dei nobili del tempo, anche i Bagatti-Valsecchi avevano un giorno per ricevere. Il giovedì infatti era destinato agli ospiti, che potevano intrattenersi attoniti dallo sfarzo di questo bellissimo posto.

Curioso il Nettuno raffigurato sul camino, pezzo d’antiquariato che mostra anche lo spirito di adattamento dei due appassionati, così come il pianoforte, camuffato da credenza, per non intaccare lo spirito rinascimentale dell’ambiente con invenzione di chiara epoca successiva.

Negli ambienti di Giuseppe si percepiscono le influenze artistiche di Sondrio, che restituiscono le atmosfere valtellinesi di cui erano originari i fratelli.

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foto della quotidianità della famiglia all’interno della Casa Bagatti Valsecchi

Bellissimo il raccordo tra gli appartamenti dei due fratelli, sovrastato da una cupola che funge da lucernario, in cui porcellane e piatti finemente dipinti fanno sfoggio sulla mobilia.

Gli ambienti sono stati ricostruiti grazie ad un libro illustrato del 1918, con le immagini di ogni singola stanza, oggi esposto.

Bellissimi gli arazzi a mo’ di carta da parati che raffigurano il re persiano Ciro nella camera da pranzo in cui le porcellane sono ancora lì, sul tavolo, con una quotidianità palpabile.

Oggi il Museo ospita eventi, concerti per camera, esposizioni di arti applicate giapponesi, mostre temporanee e presentazioni, avvalendosi anche di tecniche digitali che, tra mappe, video e pannelli didattici hanno animato le sale del museo.

museo-bagatti-valsecchi-milano-app-iphone-internettualeSeguendo il filo dell’innovazione, oggi il museo ha anche una comodissima app per iOS e Android che ci guida sullo smartphone in ogni stanza e pezzo del museo, facile, intuitiva, bella.

Da segnalare la tradizione di eventi ogni giovedì.

A chiudere il percorso è la prima sala che ho intravisto salendo, il corridoio delle armi, con armature e armi rinascimentali. Non ci sono armi da fuoco, ma lance, spade, scudi. Di grande interesse uno scudo in pelle.

Non deve stupire la raffigurazione di una scarpa tra gli stemmi dei vetri istoriati del salone: colti quanto umoristici, i Bagatti-Valsecchi vollero la rappresentazione di una scarpa su di uno stemma per rendere omaggio al proprio cognome: bagat, infatti, significa proprio questo, scarpa.

Emozionante, in chiusura, la voce di Fausto che saluta i visitatori come ospiti della sua casa, che nel 1974 fu donata alla Fondazione omonima Bagatti Valsecchi cui fa capo e che, grazie agli Amici-volontari Bagatti Valsecchi, fa sì che questo gioiello sia preservato per le generazioni future.

Per maggiori informazioni:

www.museobagattivalsecchi.org

hashtag ufficiali: #museobava #museobagattivalsecchi

il museo è presente altresì su instagram, twitter e facebook con immagini, curiosità e news.

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“BOOM 60!”, al Museo del Novecento di Milano dal 18 ottobre, l’arte della beat generation

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VUOLE SPECCHIARSI IN 10 RITRATTI, in “Tempo”, XVII, 10, 10 marzo 1955, pp. 34

Film, musica, moda. Quella degli anni ’60 è un’epoca che non è mai veramente passata, e alla quale il nostro Paese, memore di quel boom economico che diede vita ad uno stile, quello italiano, continua ad ispirarsi. Auto dalle linee retrò, elettrodomestici dalle forme vintage, mobili dall’attuale design demodé.

È da queste (ancora) attuali atmosfere che nasce BOOM 60! Era arte moderna la mostra, al Museo del Novecento di Milano dal 18 ottobre fino al prossimo 12 marzo 2017.

Una rassegna che si rivolge a chi della beat generation ne ha fatto parte e a quanti invece desiderano riscoprirla, attraverso le copertine dei settimanali e dei mensili, segno tangibile di un boom non soltanto economico e di costume. Epoca, il Tempo, Le Ore, Oggi, Gente, Panorama sono soltanto alcune delle testate che con le loro fotografie e i personali stili di raccontare tendenze e personaggi hanno rappresentato un modo di comunicare che non era soltanto mero strumento di intrattenimento, ma vera e propria arte contemporanea, nonché specchio fedele della mentalità e delle aspirazioni collettive.

Sono circa centocinquanta le opere dislocate lungo un percorso di visita, allestito dall’Atelier Mendini, tra pittura, scultura e grafica, selezionate per il grande impatto mediatico, che dialogano in quattro sezioni: Grandi mostre e polemiche, Artisti in rotocalco, Artisti e divi, Mercato e collezionismo. A corredo le più diffuse illustrazioni fotografiche e televisive delle opere stesse e dei loro autori.

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“Gente”, col suo tipico formato del fototesto – un racconto fotografico con didascalie – interpreta il punto di vista del suo lettore ideale, sorpreso e perplesso, attraverso modelle in posa fotografate alla Biennale del 1960.

La mostra mette insieme dipinti e sculture di valore civico, provenienti da collezioni pubbliche e private, tra cui alcuni pezzi dell’ampia, quanto unica, collezione Boschi-Di Stefano, valore aggiunto di questo evento culturale.

Una mostra che ruota intorno alla città che la ospita, Milano, città, ancora oggi, della grande editoria e di quella nuova ricerca e corrente artistica che emergeva attraverso i suoi settimanali.

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Germana Marucelli, ABITO DA COCKTAIL, TIPOLOGIA BOUTIQUE “LA MARUCELLIANA”, 1961, Collezione 1962

Boom 60 è curata da Mariella Milan e Desdemona Ventroni con Maria Grazia Messina e Antonello Negri, e inaugura i nuovi spazi espositivi con un percorso articolato tra Arengario e Piazzetta Reale, ed è promossa dal Comune di Milano.

Un percorso all’interno della concezione della cultura visiva italiana, che immergeva l’arte nella cultura di massa screditandola forse agli occhi della critica colta, ma dal grande valore espressivo di un’epoca.

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La Suonatrice di Liuto: Vermeer a Capodimonte per la prima volta, in una suggestiva riambientazione

È una mostra straordinaria quella che proporrà il Museo di Capodimonte a Napoli, a partire dal prossimo 21 novembre. Fino al prossimo 9 febbraio 2017 infatti, i visitatori potranno ammirare La Suonatrice di Liuto, opera del maestro fiammingo Jan Vermeer, che arriva per la prima volta nel capoluogo partenopeo. Un evento davvero eccezionale, se si considera che dell’autore olandese sono poche le opere che ci sono pervenute fino ad oggi, sparse tra i possedimenti dei musei stranieri nel mondo e in nessuna collezione italiana.

Un’occasione dunque per il pubblico del Bel Paese di ammirare un quadro generalmente esposto dall’altra parte dell’oceano, al Metropolitan Museum di New York, che ha acconsentito a questo prestito straordinario, testimoniando al contempo la forte sinergia di Capodimonte con i partner stranieri, proiettandolo tra i musei partenopei più vivi ed interessanti.

Verneer a Capodimonte Jan Verneer La Suonatrice di Liuto 2016 - internettualeLa Suonatrice di Liuto è un’opera della maturità dell’artista fiammingo, attivo fino al 1675, anno della sua morte. Il dipinto ritrae una donna, la quale con molta probabilità è stata identificata come la moglie dello stesso Vermeer. La suonatrice è colta nell’atto di accordare uno strumento, rivolgendo lo sguardo verso l’esterno, attraverso una finestra, ed una stanza, tanto cara all’artista.

Il dipinto, come tutta la poetica dell’artista, è la perfetta sintesi di quella cultura olandese medio-borghese del XVII secolo.

L’atmosfera intima, all’interno di un contesto feriale, infatti è la medesima che si respira in quella che è l’opera più famosa di Vermeer, La ragazza con l’orecchino di perla. Straordinaria la luce del mattino che entra nell’ambiente attraverso la finestra, con una ricchezza di dettagli, un realismo nella policromatica ricerca delle superfici colpite dalla luce e dalla sua posizione.

L’accurata descrizione della realtà circostante e il fotografico racconto che ne fa Veneer, permetteranno al Museo di Capodimonte un’opera di riambientazione della sala stessa all’interno della quale sarà ospitato il dipinto. In particolare troveranno posto due elementi che caratterizzano fortemente il dipinto: il liuto, identificato dagli studiosi come uno strumento a 11 corde del XVII secolo, molto simile a quello realizzato da Jean Des Moulins nel 1644 circa e conservato al Musée Instrumental du CNSM di Parigi, e la grande carta geografica dell’Europa che s’intravede alle spalle della suonatrice, riconoscibile con quella delineata da Willem Janszoon Blaeu ed inserita nel Theatrum Orbis Terrarum, atlante del 1659.

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Santa Cecilia all’organo, Francesco Guarino Museo di Capodimonte

Il dipinto di Vermeer si ritroverà così a dialogare con soggetti simili della galleria napoletana, appartenenti alla collezione permanente del Museo di Capodimonte. Donne musiciste collocate in particolari contesti devozionali-religiosi che daranno modo ai visitatori di seguire l’evoluzione del mercato dell’arte e dei diversi modi, tecniche, iconografie e contesti nel rappresentare soggetti tutto sommato simili nel corso del ‘600. Saranno ben tre le versioni di Santa Cecilia, di Bernardo Cavallino, Carlo Sellitto e Francesco Guarino, che si ritroveranno così confrontate in un percorso dai molteplici colori e stili in cui si scontrano e si incontrano per amore dell’arte immortale.