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Nell’Antica Pompei emerge il prezioso altare del culto dei Lari

Uno scorcio del Giardino Incantato rimerso a Pompei durante i lavori di scavo a ridosso di Porta Vesuvio

Continua a riservare grandi sorprese Pompei, la città sommersa dal Vesuvio, protagonista qualche settimana fa dell’ultimo speciale di Alberto Angela su raiuno. Sommersa dalla furia del vulcano campano nel 79 d.C., la città cominciò a riemergere solo nel XIX secolo grazie alle prime campagne di scavo borboniche.

Da allora sono emersi negli anni affreschi, mosaici e sculture che ci hanno restituito un’immagine più nitida che mai, facendone “la più viva delle città morte”.

Ultimo grande regalo che il Parco Archeologico di Pompei ci ha fatto è un altare per il culto dei Lari. Si tratta di spiriti protettori degli antenati defunti che, secondo la tradizione romana, vegliavano sulla famiglia.

Ce ne parla in anteprima esclusiva l’ANSA, dove è possibile vedere le prime immagini dello straordinario rinvenimento. Sull’altare è raffigurata anche una coppia di serpenti, un pavone e degli animali in lotta con un cinghiale.

La scoperta è stata fatta nella Regio V di Pompei, e rappresenta un vero e proprio “giardino incantato”, e si inserisce nel consolidamento dei lavori del Grande progetto Pompei: «Questi straordinari ritrovamenti che continuano a regalare grandi emozioni, rientrano nel più vasto intervento di manutenzione, quello della messa in sicurezza dei

Uno scorcio del Giardino Incantato rimerso a Pompei durante i lavori di scavo a ridosso di Porta

fronti di scavo – ha detto Massimo Osanna, direttore degli scavi – che sta interessando i circa 3 km di fronti che delimitano l’area non scavata di Pompei».

In linea con il gusto del tempo, interno ed esterno si confondono in una raffigurazione che porta la natura all’interno dell’antica domus, dove scorgiamo uccelli che volano, un pozzo, una grande vasca colorata e il ritratto di un uomo con la testa di cane, che ai più potrebbe ricordare il culto egizio di anubi: «Una stanza meravigliosa ed enigmatica – commenta Osanna – che ora dovrà essere studiata a fondo».

Il rinvenimento rappresenta ad oggi il più grande Larario del mondo romano, e presenta ancora i resti carbonizzati delle offerte fatte a queste divinità.

Nulla però è dato sapere su chi fosse il proprietario della opulenta domus romana, ma rappresenta senza dubbio un affascinante enigma per gli studiosi.

Le foto sono dell’ANSA, scattate per l’occasione da Ciro Fusco.

Qui il link per la gallery completa.

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ART NEWS, CINEMA

Viaggio in Italia: Roberto Rossellini racconta Napoli

Non so voi, ma io sono sempre alla ricerca di nuove suggestioni e ispirazioni, e così, spinto da questo entusiasmo, ieri sera ho visto Viaggio in Italia, film di Roberto Rossellini del 1954.

Una conquista fatta in età adulta, per me che non avevo mai visto questo film in bianco e nero con Ingrid Bergman e George Sanders, che mi ha piacevolmente sorpreso. Si tratta di una delle prime pellicole con le quali Rossellini suggella un sodalizio artistico prima, e amoroso poi, con l’attrice di origine svedese.

Cimitero delle Fontanelle, da una scena di Viaggio in Italia

Tre volte premio Oscar, la Bergman ha voluto lavorare con Rossellini dopo essere rimasta folgorata dal suo Roma città aperta. Da qui nascerà una collaborazione con il regista italiano non propriamente proficua, che porta alla realizzazione di pellicole per lo più ignorate da grande schermo. Tra queste proprio Viaggio in Italia.

Ambientata prevalentemente a Napoli, guardando la pellicola comprendo come mai il pubblico ai tempi ne ha preso le distanze. Il film parla della crisi di una coppia di inglesi, giunti in Italia per un lascito. Da qui un gioco, che ai posteri ricorderà il più recente Napoli Velata, che pone al centro l’archeologia e l’arte italiana come metafora di sentimenti e sensazioni.

E come nel film di Ferzan Ozpetek, per il personaggio di Katherine Joyce, interpretato dalla Bergman, il viaggio, e l’arte, si fa pretesto per una introspezione personale attraverso i luoghi che visita come turista alla ricerca della bellezza e di sé stessa.

il Museo Archeologico Nazionale di Napoli in una scena del film

Non manca, e non poteva mancare, in entrambe le pellicole, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, tempio dell’archeologia nel nostro Paese, che con la sua bellissima collezione farnese, celebrata da Ozpetek e da Rossellini, offre uno straordinario spaccato dell’arte romana.

Restaurato nel 1995, il film del regista italiano è oggi un prezioso documento che restituisce una Napoli post-bellica, fiera e povera, che sfoggia vestige barocche e la miseria più nera. Ma quali sono i luoghi che Rossellini ci fa scoprire attraverso gli occhi di Inrgid?

Antro della Sibilla, scena del film Viaggio in Italia
Ingrid Bergman, Tempio di Apollo (Cuma) – da Viaggio in Italia

Durante il suo soggiorno italiano Katherine farà visita alla grotta della Sibilla, e al Tempio di Apollo, poco distante. È un sito, quello di Cuma, tra i più suggestivi e forse non perfettamente collegati con tempi di attesa molto lunghi per i bus (soprattutto d’estate), ma che, nonostante tutto, vale assolutamente la pena vedere.

Siti archeologici, ma anche naturalistici. In questo viaggio italiano, Rossellini ci mostra anche la Solfatara, campo fumarolico di origine vulcanica, che si trova nei pressi di Pozzuoli. Un sito, questo, noto soprattutto per le sue emissioni di vapori e gas e la forte componente sulfurea.

Ve ne ho parlato di recente, le ho ritrovate anche qui. Ingrid Bergman nei suoi “pellegrinaggi” fa visita anche al Cimitero delle Fontanelle, ed è affascinata dalla storia dei teschi senza nome adottati dai cittadini napoletani.

Un piccolo Grand Tour, che porta la coppia a far tappa anche nel Parco Archeologico di Pompei. Ed è una vera e propria testimonianza archeologica la scena in cui un gruppo di archeologi riempie la terra con del gesso per riportare alla luce i calchi delle vittime della furia del Vesuvio del 79 d.C. Una tecnica nata dalla geniale intuizione di uno dei direttori dell’area, Fiorelli, più di mezzo secolo prima, e che ha restituito la fotografia esatta degli abitanti dell’antica cittadina romana al momento dell’eruzione.

Scavi di Pompei, da Viaggio in Italia (1953)

Nel film è possibile scorgere lo stato degli Scavi, iniziati per volere di Carlo III di Borbone nella seconda metà del XVIII secolo.

Ma il film di Rossellini non disdegna qualche riferimento all’architettura e all’arte. Tra le citazioni l’Hotel Excelsior sul lungomare di Napoli, tra i complessi alberghieri di lusso della città.

Tra i monumenti riconoscibili, la Fontana del Gigante in Via Partenope, opera di Pietro Bernini (padre del più famoso Gian Lorenzo).

Per George Sanders invece il viaggio si fa digressione, che lo porterà sull’isola di Capri alla ricerca del piacere e di quella voglia di sedurre.

Fontana del Gigante, Viaggio in Italia

Un Mangia Prega Ama ante litteram, Viaggio in Italia di Roberto Rossellini oggi è un film cult, una pietra miliare del cinema neorealista italiano, e la perfetta fonte di ispirazione per scoprire una città fatta di arte e bellezza ora come allora.

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Pompei@Madre, straordinaria mostra di “archeologia contemporanea”

Spinto da questa curiosa dicotomia che ha accostato reperti di archeologia addirittura in un museo d’arte contemporanea, il MADRE a Napoli, sono andato a vedere la mostra Pompei@Madre. Materia Archeologica, aperta al pubblico fino al prossimo 30 aprile. Curatore d’eccezione Massimo Osanna, Direttore del Parco Archeologico di Pompei, che, insieme ad Andrea Viliani, Direttore del Madre, fa dialogare i reperti dell’antica cittadina romana con le collezioni permanenti delle sale del museo napoletano.

E più che di materia archeologica io parlerei di materia vivente, sì perché i reperti pompeiani sembrano vivere, o per meglio dire rivivere, di vita propria, si trasformano quasi fino a diventare delle installazioni contemporanee.

Sovvertendo quanto il Direttore del MANN, Giulierini, ha fatto portando opere d’arte contemporanea in un museo archeologico, qui è l’Archeologia a spalancare le porte dell’arte contemporanea. E il dialogo funziona. Funziona quando pittura, scultura e persino video-installazioni si intrecciano per dare vita ad un percorso che stimola i sensi.

A cominciare dalle piante e giardini che riproducono i vivaci affreschi del Bracciale d’Oro che intanto dialoga con una parete d’argento.

Archeologia, arte, design si fondono in questo dialogo che vuole essere confronto, che vuole essere prosecuzione. Lo si nota nelle pitture di fine ‘800 di Pierre-Jacques Volaire, che immortala l’eruzione del Vesuvio, che si fa antesignana delle foto che si fanno reportage, e di quel Vesuvio pop-art di Andy Warhol in prestito da Capodimonte.

Anche il calco di un cane ucciso dalla furia del vulcano nel 79 d.C. è riprodotto in serie come i calchi delle sedute dell’artista Nairy Baghramian. Una metodologia di ricerca nata con Giuseppe Fiorelli a Pompei nel XIX secolo e che si fa tecnica di riproduzione artistica come le opere della Factory dell’artista dello stravagante artista di Pittsburgh.

Il percorso inizia dalla bibliografia, dai volumi più antichi che via via si fanno pubblicazioni moderne, capisaldi per gli studi universitari fino a cataloghi di acclamate mostre come Pompei e l’Europa. 1748–1943 al Museo Archeologico nel 2015.

Tanti i reperti da Pompei, dai bronzi alle ceramiche, dai rhyton ai fossili, passando per stacchi di pareti e mosaici, in un mondo colorato e variopinto che mi appare ora più contemporaneo che mai.

È forte la ricerca di stile e design dell’antica Roma, e della cittadina vesuviana in particolare, me ne accorgo quando osservo tavoli e triclini posti al centro della sala decorata dall’opera Ave Ovo Francesco Clemente, dove questi complementi mi appaiono come elementi di arredo moderno.

Suggestivo il confronto con l’opera senza titolo di Jannis Kounellis, l’ancora di una nave, con un mosaico di epoca romana che la ritrae quasi in un gioco di specchi.

Tra i più riusciti esempi di queste conversazioni d’arte, quello tra l’opera di Rebecca HornSpirits, che omaggia Napoli riproducendo una serie di teschi e specchi, riflessione senza tempo sulla vita e sulla morte, e una serie di segni tombali di epoca romana, che si fanno monologo in pietra di un atemporale dopo.

Così come le opere di Sol Lewitt che ritrovano le colorate tessere intrecciate di un mosaico.

Un mondo, quello dell’Antica Pompei, che non è stato mai veramente distrutto da cenere e lapilli, ma si è conservato fino a noi, trasformandosi come materia magmatica viva, influenzando (in)consciamente la nostra vita, il nostro pensiero e la nostra arte.

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Luci e suoni a Pompei nel nuovo percorso illuminato da ENEL

Pompei di notte. Già da qualche anno ormai i turisti, durante il periodo estivo, possono visitare gli Scavi Archeologici dell’Antica città romana di notte. Una suggestione senza dubbio unica che, al vantaggio di scoprire la città archeologica con la frescura della notte, si aggiunge anche la magia di una illuminazione appositamente pensata per i tour al chiaro di luna.

Quest’anno, più degli anni addietro, c’è una marcia in più. Grazie ad una sinergia con la società di fornitura elettrica Enel, Pompei è stata dotata di un nuovo impianto di illuminazione all’avanguardia, grazie all’avanzata tecnologia LED, a basso consumo e con un minore impatto sull’ambiente.

Ma la novità del 2017 è anche un impianto sonoro, che riproduce quelli che dovevano essere i rumori quotidiani della città: sarà possibile ascoltare il vocio dei suoi abitanti, le grida al mercato, i canti di preghiera nei templi, come il famoso Tempio di Apollo.

Un percorso culturale che si fa percorso emozionale, e coinvolge i suoi spettatori a 360 gradi.

Questo intervento di relamping, com’è definito in gergo, si estende da porta Marina alla Basilica, e ha visto la sostituzione di circa 430 punti di illuminazione di vecchia generazione che hanno così ceduto il passo ai LED, con un risparmio energetico di circa il 60%, senza che questo comporti una riduzione di qualità di luce o una minore illuminazione delle antiche rovine.

La luce LED, oltre ad un inquinamento minore e una riduzione e dei costi nei consumi, ha anche una durata maggiore in termine di ore-luce, e dunque una minore necessità di ricambio rispetto alla vecchia illuminazione a incandescenza.

Futuristico anche il controllo di questo nuovo impianto che può avvenire da remoto, grazie all’installazione di un sistema di domotica che ne consente il pieno controllo anche a distanza.

Questa prestigiosa partnership regala ai visitatori che accorreranno a Pompei ben oltre il tradizionale orario di chiusura, per scoprirne luoghi, suggestioni e monumenti alla tenue luce della notte, l’opportunità di intraprendere un vero e proprio excursus emozionale, accompagnati da luci, ma anche suoni, che rievocheranno vividamente la vita dell’antica città distrutta dalla furia del Vesuvio in un’estate del 79 d.C. L’intervento di ENEL riscatta finalmente Pompei e, letteralmente, la veste di nuova luce (anche) agli occhi del mondo.

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Pompei e la maledizione delle pietre rubate

No, non è il nuovo titolo di un film di Indiana Jones.

Pompei e le opere rubate. In questi giorni non si fa che parlare della sicurezza all’interno del noto parco archeologico campano, che ha visto “scipparsi” una borchia in bronzo del VI secolo a.C. in pieno giorno, durante l’orario di apertura al pubblico e sotto gli occhi dei visitatori, nell’ambito della mostra, ora in programma, Pompei e i Greci.

Si trattava di un antico ornamento di una porta che era attaccato ad un supporto in legno e protetto da un plexiglass, ma pare non sia bastato a proteggere il reperto dalle grinfie dei malintenzionati che sono riusciti a sottrarlo senza troppi problemi.

Del diametro di 7,3 cm, datata tra il VI e gli inizi del V secolo a.C., la borchia era applicata su di una riproduzione della porta di Torre Satriano, e proveniva dal Museo Archeologico Nazionale della Basilicata Dinu Adamesteanu di Potenza.

Un oggetto non di grande valore, che, secondo la Soprintendenza, era assicurato per un valore di appena 300 euro.

E mentre sull’accaduto indaga il nucleo investigativo di Torre Annunziata, si apre il dibattito sulla sicurezza a Pompei.

Non solo crolli e danni, ma anche furti, per uno dei siti più visti al mondo, che, con la sua storia, le domus e i reperti che ha restituito negli anni, raggiunge una media di 3.000.000 di visitatori l’anno.

Ma che si tratti di opere di pregio o semplici sassi, sono tanti i “pezzi” che vengono sottratti all’area archeologica quotidianamente. Ma forse, dopo aver letto questo articolo, bande e ladruncoli ci penseranno bene prima di rubare ancora un reperto da rivendere sul mercato nero o portare a casa un souvenir aggratis in ricordo della visita.

Pare infatti che aleggi una vera e propria Maledizione degli Scavi sulla testa di chi porta via anche una piccola pietra da una strada dell’antica cittadina pompeiana. Migliaia le pietre rubate da milioni di visitatori che hanno visitato l’area a partire dagli anni ’60, e centinaia quelli che dagli anni ’90 hanno cominciato a restituirle per posta allegando lettere che fanno riferimento a presunte maledizioni e sfortuna: «Immensa è la sfiga che mi è capitata da quando lo trovai per le strade di Pompei. Liberandomene ve la restituisco con l’auspicio che in un futuro venga fissata dov’era. LO SFIGATO» si legge in uno scritto che accompagna una pietra. Italiani, ma anche stranieri. Sono tantissimi i turisti che non resistono alla tentazione di portare con sé un millenario pezzo di storia che è ritornato alla luce dopo la famigerata eruzione del Vesuvio del 79 d.C. al punto che Massimo Osanna, direttore della Soprintendenza autonoma dell’area, sta pensando di farne una vera e propria mostra intitolata Quello che mi porto via da Pompei: tessere di mosaico, conchiglie decorative, monete, pietre vulcaniche, ma anche frammenti di materiale fittile e intonaci. Sono tanti e variegati i reperti e i pezzi che vengono rubati e di tanto in tanto per coscienza o soltanto superstizione restituiti via posta.

Come un turista inglese che ha scritto dopo aver letto un articolo sul Times del 2015 che parlava di un vero e proprio maleficio delle pietre rubate. E se l’onestà e il rispetto per l’arte e la storia non bastano, mi auguro che il timore della sfiga possa almeno servire da incentivo per far sì che non si ripetano più colpi o inutili furtarelli.

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Le sculture di Mitoraj a Pompei, a due passi tra la vita antica e quella moderna

IMG_0367Si ha la sensazione di trovarsi in un quadro di De Chirico, passeggiando in queste settimane tra le rovine di Pompei. Angeli, torsi virili, teste giganti dal sapore classico. Non sono nuovi ritrovamenti dell’antica cittadina romana, ma le imponenti sculture di Igor Mitoraj.

Le opere dello scultore polacco, scomparso nel 2014, sono infatti parte integrante del tradizionale percorso di visita degli Scavi Archeologici di Pompei fino al prossimo gennaio 2017, dove dialogano perfettamente tra domus e antiche costruzioni, segnando un sottilissimo confine tra l’antico e il contemporaneo.

Mitoraj infatti è stato attivo dalla fine degli anni ’60. Le sue opere ritraggono principalmente angeli, busti maschili, rifacendosi alle sculture dell’arte greca classica. La novità post-moderna delle sue opere sta nell’enfatizzare i danni subiti nei secoli dalle sculture classiche, che riproduce tramite la realizzazione di arti e membra mancanti. Le sue opere infatti restituiscono una bellezza senza tempo come la Nike di Samotracia, la Venere di Milo, l’Hermes con Dioniso di Prassitele.

Mitoraj Pompei 2016 - internettualeLe sue colossali sculture sono perfettamente incastonate nei complessi termali del Foro, cuore della città, dove si trovano i più maestosi esempi dei complessi termali della città.

Mitoraj esalta il corpo, ispirato da Fidia, dalle decorazioni frontonali del Partenone di Atene del V secolo a.C. I suoi corpi presentano volumetrie piene, perfette simmetrie dei corpi che mollemente si adagiano sul suolo pompeiano. Come la colossale statua dell’Icaro caduto, che si presenta allo spettatore nella sua imponente decadenza.

Durante la sua ricerca artistica il polacco osa, cambia, si trasforma insieme alla sua arte che lo anima, lavorando indistintamente la terracotta, il bronzo, il marmo.

IMG_0371Dopo le esposizioni di Agrigento, Tivoli, Firenze, Roma le opere dell’artista polacco giungono in un altro suggestivo sito che le mette in relazione col mondo antico. Quello di Pompei è infatti un sogno dello stesso scultore, che trova postuma realizzazione grazie alla collaborazione con Atelier Mitoraj di Pietrasanta, la Galleria d’arte Contini insieme alla promozione della Fondazione Terzo Pilastro. Il maestro aveva già immaginato dove collocare le sue opere quando era ancora in vita. È grazie all’interpretazione di queste sue ultime volontà che Luca Pizzi dell’Atelier Mitoraj ha distribuito le trenta grandi sculture negli spazi archeologici dell’antica Pompei, collocando le più significative tra il Foro della Basilica, il Quadriportico dei Teatri e Via dell’Abbondanza, poco distanti dall’ingresso di Porta Marina.

Mitoraj ritrae la compiuta incompiutezza dell’uomo, dimostrandoci che la bellezza, talvolta, si trova nell’imperfezione.

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“Il Nilo a Pompei”, arriva negli scavi la seconda tappa della mostra iniziata a Torino

Partita dalle bellissime sale del Museo Egizio di Torino qualche mese fa (dove resta fino al prossimo 4 settembre), la seconda parte della mostra Il Nilo a Pompei avrà invece luogo all’interno della città all’ombra del Vesuvio, sepolta dall’eruzione del 79 d.C.

Una mostra straordinariamente moderna, ma soprattutto, come nuova tecnologia esige, interattiva. Oltre agli eccezionali prestiti, per scoprire quanto l’Egitto fosse arrivato pure alle pendici del vulcano campano, anche tanti video e installazioni, che con suggestivi effetti di luce e “aiuti” multimediali, porta i visitatori alla scoperta di un inedito itinerario egizio all’interno allestito all’interno dell’Anfiteatro e della Palestra Grande degli Scavi Archeologici, ma che li porta anche per le strade lastricate di Pompei alla volta di edifici di culto come il Santuario di Iside o la Casa dei Pigmei.

Così come le riproduzioni a guardia dell’edificio torinese, diventate simbolo del museo in tutto il mondo, i visitatori ritroveranno Sekhmet, dea egizia dal sinuoso corpo di donna e testa felina, affascinante quanto misteriosa e inquietante.

Un micro-cosmo all’interno degli Scavi, che si amalgama al contempo con l’antica città stessa. Faraoni e culti, regine e divinità. Sono tanti i reperti giunti fino a Pompei per quella che si preannuncia come una delle esposizioni più importanti del 2016.

I visitatori potranno ammirare manufatti e gioielli dedicati ai culti di Iside e Osiride, passando per arredi e affreschi delle più belle domus pompeiane, dove era permeata la moda della cultura egizia, e il fascino esotico di quelle terre lontane.

Inaugurata oggi, la mostra resterà fino al prossimo 2 novembre, quando cederà il passo alla terza e ultima parte di questo mini-tour culturale alla volta dell’Egitto nelle sale del Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

ART NEWS, LIFESTYLE

“Caupona”, la locanda per mangiare come nell’antica Pompei

Se ripensiamo agli antichi romani, la prima immagine che probabilmente ci viene in mente è il loro caratteristico modo di mangiare: distesi sui loro triclini, circondati da schiavi che servivano loro le pietanze più prelibate, mentre rigorosamente bevono vino. Ma se negli anni la postura è cambiata, da oggi sarà di nuovo possibile assaggiare sapori di duemila anni fa.

A pochi passi dall’area archeologica degli scavi di Pompei, apre al pubblico CAUPONA, dal latino “locanda, osteria” appunto, che si propone come il primo ristorante “archeo-esperienziale”, completamente ispirato all’antica città romana distrutta dalla furia del Vesuvio nel 79 d.C.

La presentazione è fissata per martedì, 19 aprile alle ore 13.30, dove gli invitati potranno degustare cibi ispirati all’antica Pompei.

Grazie ad un attento lavoro di ricerca ogni pranzo o cena si trasformeranno in una vera e propria esperienza di gusto, certo, ma anche di usi e costumi in voga nella Pompei di duemila anni fa. I locali infatti sono la fedele riproduzione, sin nei minimi dettagli, di una vera locanda pompeiana e, al contempo, di una casa d’epoca.

È come entrare all’interno di una vera domus, quando si varca l’accogliente giardino di Caupona. Sulle pareti di quello che era un vecchio casale rurale ad un solo livello, oggi completamente ristrutturato, campeggiano i prezziari, rigorosamente in assi e sesterzi, con graffiti e scritte elettorali che ricalcano quelli propri di un’osteria.

I locali occupati dalla parte amministrativa del ristorante richiamano invece il Termopolio di Vetuzio Placido, mentre quella dedicata agli ospiti è la riproduzione della bellissima Domus di Marco Lucrezio Frontone, con tanto di affreschi, realizzati nella tecnica già utilizzata dai “copisti” dell’antica Pompei.

Ma non sono soltanto i sontuosi ambienti il frutto di questo lavoro di ricerca e riproduzione, ma anche, e soprattutto, il cibo, la gastronomia, ispirata alle ricette originali di De Re Coquinaria di Apicio. Persino le stoviglie sono fedeli copie in terracotta di piatti e coppe serviti dal personale che vestirà gli abiti del tempo, per rendere questa esperienza enogastronomica ancora più coinvolgente e rivivere il tempo interrotto dall’eruzione del vulcano.

Per maggiori informazioni, ecco il link

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Oplonti inedita: in mostra a Torre Annunziata il tesoro mai visto della città romana

È una Oplonti inedita quella che si mostra ai visitatori nell’omonima esposizione Gli Ori di Oplonti, da ieri a Torre Annunziata (Napoli). Ori sì, ma anche statue e ampolle. Un materiale così vasto che già fa pensare ad una musealizzazione permanente dei reperti rinvenuti in parte nella Villa di Poppea nella terza cittadina, dopo Pompei e Ercolano, distrutta dall’eruzione del Vesuvio, e (quasi) mai esposti al pubblico. Inspiegabilmente rimasti nei depositi, oggi la statua dell’Efebo, le due Centaure, il piccolo Puttino con l’Oca e la Venere vengono finalmente restituiti al pubblico. Sono oltre 40 i pezzi quasi inediti esposti oggi nelle Sale di Palazzo Criscuolo, che, con il loro inestimabile valore e il progetto di esporli stabilmente, provano a rilanciare una terra troppo spesso devastata da degrado e criminalità, trovando posto in un edificio borbonico, l’ex Real Fabbrica d’Armi, oggi quasi vuoto.

Lungo il percorso di visita le sculture che ornavano la Villa attribuita a Poppea Sabina, seconda moglie di Nerone. Il lussuoso complesso, distrutto anch’esso nell’eruzione del 79 d.C., affacciava sul mare, e con i suoi affreschi e mosaici rappresentava una maestosa dimora principesca, con le sculture che ne arricchivano i già lussureggianti giardini.

Vetri e gioielli, custoditi fino ad oggi nei depositi del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, provengono invece da un’altra residenza romana, la Villa di Crasso, nella zona di Torre Annunziata, mastodontico complesso architettonico con grandiose colonne, riportato alla luce solo nel 1974 e mai aperto al pubblico.

Tra le oltre 50 persone che hanno tentato di sfuggire alla furia del vulcano, in quella che era una vera e propria azienda agricola, molti indossavano gioielli o stringevano tra le mani sacchetti con preziosi da portare in salvo con sé.

Nel 1984 fu riportata alla luce una cassa, con all’interno monete in oro e argento, stipata in un altro lato della casa, appartenente, forse, a ricchi proprietari che ivi custodivano i preziosi di famiglia.

Un’occasione unica ed irripetibile per scoprire una Oplonti, ed una Torre Annunziata, inedita, che fa parlare di sé non soltanto per le sciagure, ma anche per un tesoro senza tempo che, come promesso dalla Soprintendenza, attende ora una più degna collocazione.

INTERNATTUALE

Sii (im)perfetta come Venere

Le riviste patinate degli anni ’90 ci hanno abituato a top model perfette dalle gambe chilometriche: Claudia, Cindy, Eva sono diventate, nell’immaginario collettivo, simbolo della perfezione femminile, portabandiera di quelle forme prorompenti e visi delicati. Con la diffusione dei software di fotoritocco, Photoshop in primis, ci siamo avvicinati sempre più ad una bellezza ideale quanto irreale, mentre i primi anni del 2000, con Miss Italia, vedono l’affermarsi di una figura longilinea e filiforme, con reginette di bellezza così magre da far scalpore.

“Bella come una Venere” è questo il termine di paragone che le donne da millenni idealmente inseguono, facendo la fortuna di case cosmetiche, nutrizionisti e chirurghi plastici. Tutte vogliono avvicinarsi a quella dea di amore e bellezza per antonomasia, venerata (è proprio il caso di dirlo) dagli antichi greci con il nome di Afrodite, consacrata dai romani e celebrata anche da scultori e pittori di tutto il mondo.

E dire però che Venere non era così perfetta come tradizione popolare suggerisce da millenni. Le prime veneri scolpite nella storia dell’arte erano statuine di piccole dimensioni, plasmate dall’uomo per celebrare la Grande madre, ipotetica divinità femminile primordiale, le cui forme, come dimostra la celebre Venere di Willendorf del XXII millennio a.C., erano più che generose: ventre grosso, gambe grassocce, così come i seni e la vulva rigonfi. Che sia una idealizzazione o un ritratto, non è dato saperlo, quel che è certo è che quelle forme, che dovevano propiziare la fertilità, rappresentavano un ideale di bellezza sconosciuto a noi contemporanei.

Aveva le cosce grosse e braccia tarchiate anche la Venere nascente di un affresco di Pompei, mentre risale invece a Prassitele la figura di Afrodite cnidia e l’omonima scultura di marmo del 360 a.C., che ritrae la dea nel rituale del bagno. Vita ampia, fianchi larghi, gambe morbide e burrose, seno piccolo. È straordinariamente imperfetta la figura dello scultore greco, la cui copia romana è custodita nei Musei Vaticani, e dire che quel nudo molle, non erotico, ma non per questo meno attraente, continua silenziosamente ad affascinarci. E deve aver affascinato anche il maestro del Rinascimento italiano, Sandro Botticelli, che la ritrasse nel 1485 nella celeberrima Nascita di Venere in quella stessa posa morbida, pudica, intenta a coprirsi appena con i suoi capelli biondi, lunghissimi, tra i quali soffia Zefiro, dio del vento, mentre abbraccia una donna in un atto d’amore, simbolo stesso della dea nascente. Delicata, fianchi larghi, seno piccolo, piuttosto tozza rispetto alle filiformi modelle odierne da copertina.

Emerge dalle acque anche la Venere Anadiomene di Tiziano, risalente al 1520 (oggi alla National Gallery of Scotland di Edimburgo), la quale, incurante della sua figura appesantita, se ne sta nuda, languida e fiera nel mare da cui è nata, strizzandosi con le mani i lunghi capelli.

Lontani dagli artifizi della fotografia digitale, con le loro opere immortali, i grandi maestri d’arte ci insegnano a cogliere nella straordinarietà dell’imperfezione la vera bellezza.