ART NEWS

Il Museo Archeologico di Napoli, tra successi, nuove sale e le mostre del 2018

È un momento davvero magico, quello che sta vivendo il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che nella prima domenica del mese di febbraio ha tagliato il record di 8000 visitatori, classificandosi al terzo posto, su scala nazionale, dei siti più visitati dopo il Colosseo e i Musei Romani.

Una crescita del 60% degli spazi espositivi negli ultimi dodici mesi, e la chiusura record per il 2017 con 500.000 visitatori, hanno aperto nuovi scenari per questo 2018 appena cominciato.

A questi va naturalmente aggiunto il risvegliato interesse da parte dei media per il museo, che l’hanno voluto come silenzioso protagonista di film come Napoli Velata di Ferzan Ozpetek, la fiction Sirene su raiuno o videoclip come Mystery of Love, colonna sonora del film nominato agli Oscar di Luca Guadagnino, Chiamami col tuo nome.

MANN, sala del Toro Farnese (instagram @marianocervone)

Tra le iniziative, come vi ho già ampiamente anticipato qui, quella di nuovi spazi che eleveranno il museo napoletano al livello dei suoi grandi omologhi europei: nuovi spazi espositivi, una sala conferenze, una caffetteria sono soltanto alcune delle “Grandi opere” che attualmente interessano il MANN. Ma sono tante le novità che vedremo di qui a pochi mesi, a cominciare da nuovi allestimenti che meglio presenteranno le collezioni permanenti, passando per le tante mostre che animeranno quest’anno.

Se l’anno passato si è chiuso con la bellissima mostra sui Longobardi, che terrà compagnia al pubblico fino al 25 marzo, le festività pasquali porteranno un’altra grande rassegna incentrata sulle armi dei gladiatori. Ma non sarà il solo evento di rilievo che terrà impegnate le sale del museo che, all’insegna di questo innovativo connubio archeologico-contemporaneo che ha felicemente portato artisti della scena contemporanea nelle sale del museo di archeologia, vedranno una mostra su Star Wars e una su Pompei e gli Etruschi, che illustrerà invece quanto le due culture si sono influenzate a vicenda durante la dominazione romana e quanto invece si sono distanziate le une dalle altre sviluppando ognuna le proprie peculiarità.

Dopo tanti anni, e sono particolarmente felice di poterlo scrivere, pare che riapriranno la sezione dedicata alla Preistoria (che si trova nei sottotetti del museo) e quella dedicata alla Magna Grecia. Due ritorni, questi, che, uniti alle ritrovate sezioni egizia ed epigrafica, vede completare a poco a poco l’offerta del museo e il suo potenziale di attrattore turistico e vettore concorrenziale di cultura: «Il 2018 vedrà il cambio di marcia nell’attenzione per gli allestimenti, il decoro e i cantieri di lavoro nel Palazzo» ha anticipato il direttore Paolo Giulierini che con gioia ha annunciato un aumento di 10.000 presenze nel mese di gennaio di quest’anno rispetto allo stesso periodo del 2017. Un segno, questo, che fa presagire che il 2018, Anno Europeo del Patrimonio, è decisamente iniziato sotto un buon auspicio, lasciando ben sperare per “una nuova fase – continua il diretore – dopo la quale consegneremo alla città un museo con pochi pari in Italia e in Europa”.

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ART NEWS

Vittorio Sgarbi presenta il Museo della Follia, a Napoli fino al 27 maggio

Quella del Museo della Follia, nuova mostra di Vittorio Sgarbi a Napoli dal 3 dicembre fino al 27 maggio, non è una mostra, ma un viaggio introspettivo attraverso gli stati dell’animo umano. La follia non è intesa soltanto nella sua accezione di perdita del senno, ma è libertà di spirito, che si fa a volte avanguardia, capacità di andare oltre il

Goya, Una santa monaca guarisce una giovane inferma

mondo conosciuto, oltre il sensibile, percependo ciò che gli altri non vedono. Come Goya che, intossicato dal mercurio, ha dipinto una Una santa monaca guarisce una giovane inferma quasi cieco, forse come messaggio di speranza per la propria guarigione dell’anima, ma soprattutto del corpo.

Molti degli artisti esposti in mostra erano considerati folli, altri invece, artisti, lo sono diventati tra le mura degli istituti in cui erano reclusi. Tutti erano in realtà dei sognatori. È il caso di Antonio Ligabue, che nelle campagne emiliane, di cui era originario, immaginava leoni e tigri, giraffe e animali esotici. Un mondo onirico in cui l’artista vuole dimostrare che la natura è bella nella sua imperfetta bruttezza, nel leone che caccia la gazzella o un insetto scuro che cammina tra la danza di due coloratissimi galli. Una natura disarmonica, come lo erano i suoi autoritratti, così simili a quelli di un altro artista visionario, Van Gogh, con il quale ha in comune pennellate dense di colore, stemperate direttamente sulla tela.

Un percorso fatto di camere, reali e immaginarie, in cui gli oggetti di uso quotidiano sono impressi della vita di chi li ha posseduti, si fanno silenziosi narratori di mondi e di menti, di ciò che era prima, della quotidianità di luoghi ora abbandonati. Gli stessi che il visitatore vede nelle fotografie di Fabrizio Sclocchini, che immortala gli assenti: mura consunte, letti arrugginiti, Madonne e crocifissi che parlano di chi li ha abitati. C’è persino un presepe crollato, ultimo baluardo di una fede in una vita altra, traslata nell’attaccamento al possesso di oggetti senza valore.

Lorenzo Alessandri, Gioconda modella inveroconda (Surfanta)

Il visitatore attraversa anche le camere immaginarie del surrealista Lorenzo Alessandri, quelle del Surfanta, immaginario hotel in cui ritrae Gioconde transessuali e vizi, o quelle del naïf Carlo Zinelli, che disegna uomini e crocifissi, colorando ogni centimetro del foglio bianco con un horror vacui che è paura del tempo, di cui ne diventa inconscia scansione.

Il tempo, tema ricorrente in queste prigioni dell’anima, che senti dal ticchettio di una sveglia senza lancette. Istanti di giorni tutti uguali eppure diversi. Diversi da artista ad artista, da paziente a paziente: chi lotta contro la cura, chi si rende complice della terapia scegliendo il proprio supplizio o chi riesce a trovare la sua dimensione, raccontando quel micro-mondo di pensieri e immagini che riversava con più o meno consapevolezze nelle proprie opere.

Bacon, Head

Bellissime le opere di Bacon, il quale, incapace di disegnare un sorriso, ha immortalato un urlo. Silenzioso quanto forte nella sua informe bocca, in questa espressione sfuggente che esprime strazio, dolore, rabbia. Ma di certo non lascia indifferenti.

Un percorso di ampio respiro, che alterna pittura, scultura e videoinstallazioni, mescolando con maestria arte moderna e contemporanea, indagando la mente che è spazio interiore e posto fisico, deputato a quell’igiene mentale che spesso era chiusura all’altro, chiusura al diverso.

Gli allestimenti scuri sospendono il visitatore in uno spazio amorfo e atemporale, dove l’arte e la realtà si confondono, in un ambiente a metà tra museo e manicomio, dove è stato ricreato anche un OPG, gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari.

La rassegna è allestita all’interno della Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta in Via Tribunali, dove è stata presentata dal Professor Sgarbi, dai suoi autori, insieme allo psicologo Raffaele Morelli, al Monsignor De Gregorio rappresentante della Curia che ha permesso di fare della Chiesa un luogo di cultura.

Tra gli autori della rassegna l’artista Cesare Inzerillo, presente con delle sue opere sul tema, Sara Pallavicini, Giovanni C. Lettini e Stefano Morelli.

Bellissima la serie di foto stereoscopiche, tratte da vecchie foto in bianco e nero che acquisiscono una profondità di immagine che proietta lo spettatore in questi ambienti. Ma sono tante le sorprese, i video, le installazioni e gli audio che i visitatori avranno modo di scoprire.

Dipinti, luoghi, oggetti. E poi ci sono loro, i “matti”, i tanti volti dalle cartelle cliniche di uomini e donne ritenuti folli, delle loro espressioni straziate dal dolore o da trattamenti sperimentali senza reali fondamenti scientifici, ma spesso frutto di preconcette idee di una società non ancora avvezza al cambiamento.

Anche Maradona trova posto in questa esposizione, con una serie di radiografie del suo piede durante un’azione e la foto di un suo piede. L’ex calciatore del Napoli è provocatoriamente è incluso nella mostra come un contemporaneo Caravaggio dalla vita dissoluta, ma dalla indiscussa genialità. La mano de Dios di una sua storica partita di Maradona è oggi venerata dai tifosi così come gli storici dell’arte apprezzano le pennellate delle Madonne del maestro della pittura rinascimentale italiana.

Bellissimo il gesto dell’ex calciatore del Napoli che ha deciso di devolvere il compenso per legare il suo nome all’evento all’Ospedale Pausilipon.

C’è anche un corno gigante, portafortuna per antonomasia, le cui radici affondano nella mitologia greca, che omaggia Napoli, originario simbolo di immortalità inteso da popolo partenopeo come scaramantica capacità di sconfiggere il male e propiziare la buona sorte.

un’opera dell’artista Cesare Inzerillo

Una follia che arriva fino allo stesso Cesare Inzerillo, e alle mummie della sua serie Tutti santi, a quel nano alato che, come un decomposto Icaro, sogna di volare ma non ci riesce. Sì, Follia come morte, che rende tutti santi, tutti uguali, come quella Livella dell’amato Totò. Ma follia anche di chi cerca irrazionalmente la morte, quale fuga dalle miserie e guai della propria esistenza. Follia come mancanza delle persone care e, proprio come Astolfo che sulla luna cercò il proprio senno, artisti come Silvestro Lega provano a ritrovare il loro nell’arte.

CINEMA

“Caccia al Tesoro”, l’omaggio dei Vanzina a Napoli. Dal 23 novembre al cinema

C’è una Napoli che ha voglia di essere raccontata, e che trascende lo stereotipo ormai logoro di camorra, o l’esasperata spettacolarizzazione di quel sistema criminale raccontato in Gomorra più votato allo share che alla verità. Ed è quella Napoli misterica che proverà a raccontare Ferzan Ozpetek in Napoli Velata (dal 28 dicembre al cinema), è la Napoli da cartolina nelle prime sere tv rai di Sirene di Ivan Cotroneo, ed è persino la Napoli della borghesia delittuosa de I Bastardi di Pizzofalcone.

Sono tante le serie e le produzioni che vedono protagonista Napoli, la mia città, e sono tante quelle che provano finalmente a raccontarne il folklore, la tradizione, la spiritualità, l’allegria che permea ogni singolo sanpietrino o vasolo delle sue strade.

Enrico e Carlo (D) Vanzina durante il photocall del film ”Caccia al Tesoro”, Roma, 21 novembre 2017. ANSA / ETTORE FERRARI

È questo che devono aver pensato i Enrico e Carlo Vanzina, quando hanno diretto Caccia al Tesoro, commedia degli equivoci sul tentativo di rubare il Tesoro di San Gennaro e che, sin dalla trama, inequivocabilmente ci riporta alla mente la commedia e la Napoli raccontata già dal regista Dino Risi nel 1966 in Operazione San Gennaro.

«Le citazioni sono in parte inconsce – hanno detto i due fratelli Vanzina all’ANSA – ma quello che veramente volevamo fare con questa ‘favola realista’ era raccontare Napoli al di là dei soliti stereotipi come la camorra, la droga e la disperazione».

Un film che, secondo i due registi italiani, prova proprio a concentrarsi su di una parte troppo spesso trascurata della città, quella “con il cuore che nessuno fa più vedere”.

Una foto di scena del film ‘Caccia al tesoro’, Roma, 21 novembre 2017

La pellicola, che arriva nelle sale domani, 23 novembre, per Medusa, esce in 350 copie, ed ha un cast davvero d’eccezione, a cominciare da una coppia ormai consolidata del cinema italiano, Vincenzo Salemme e Carlo Buccirosso, che i registi definiscono “un po’ i Totò e Peppino di oggi”.

Insieme a loro altre due bellissime attrici partenopee, Christiane Filangieri e Serena Rossi, ma anche l’attore comico Max Tortora.

Esilarante sin dalla trama che vede protagonista Domenico Greco (Salemme) attore teatrale di serie B, che vive a sbafo nella casa di sua cognata Rosetta (la Rossi), vedova di suo fratello. Il figlio di quest’ultima è gravemente malato di cuore, per salvarlo occorre un’operazione costosissima. Disperati pregano la statua del Santo patrono di Napoli, dalla quale sembra fuoriuscire una voce che li autorizzerebbe a rubare il tesoro per sopperire a questa necessità.

In quel momento però in chiesa c’è anche Ferdinando (Buccirosso) che avendo assistito alla scena ed essendo lì per chiedere anch’egli una grazia, pretende di entrare a far parte del colpo come socio.

Un film dunque che sin dall’inizio rende omaggio al grande Nino Manfredi, protagonista del film di Risi, con battute, situazioni e, naturalmente, location e che porterà la neo-banda di criminali in erba a girare in lungo e in largo il nostro paese e non solo, da Napoli passando per Torino e Cannes.

(da sinistra) Carlo Vanzina, Francesco Di Leva, Carlo Buccirosso, Vincenzo Salemme, Serena Rossi, Christiane Filangieri, Gennaro Guazzo e Max Tortora durante il photocall del film ”Caccia al Tesoro”, Roma, 21 novembre 2017. ANSA / ETTORE FERRARI

Nel cast anche il giovanissimo Gennaro Guazzo, che con Serena Rossi aveva già recitato nell’esilarante commedia Troppo Napoletano.

Un film che allontana i Vanzina dai loro cine-panettoni e li proietta di diritto nel ritrovato slancio del nostro cinema per quella commedia all’italiana dai toni gentili e divertenti che tante pellicole ha saputo e continua oggi a regalarci.

Ecco il trailer:

CINEMA

Il bellissimo discorso del “padrino” Alessandro Borghi a Venezia 74

«Nel corso degli anni questo mestiere mi ha fatto provare una immensa gamma di emozioni. Solitudine, felicità, frustrazione, impotenza, gratitudine, enorme paura, enorme soddisfazione. Ma soprattutto mi ha dato la possibilità di avere a che fare con le persone, con la gente, di tutti i tipi, perché il cinema è teletrasporto, quello che tanto sognavo da bambino e ci permette, ci consente in un attimo, in un frame, di avere una relazione con persone, cose, luoghi che a volte mai nella nostra vita avremmo avuto la possibilità di conoscere. Luoghi molto poveri, molto ricchi, persone buone, cattive, semplicemente diverse. Tanto diverse. Questo fa il cinema: ci dà la chiave per entrare in un luogo dove per un po’ tutto sembra diverso, tutto è amplificato. Dove siamo noi a decidere come vivere, con quale e con quanta intensità. Il cinema quello bello, quello che ci fa sognare, riflettere, che ci fa da padre a volte, che quando si spengono le luci, in quei trenta secondi prima di dormire, ci insegna ad avere a che fare con noi stessi. A metterci in gioco, a non avere paura, o ad averne, ma senza vergogna. E se il cinema funziona in una scuola, come in un carcere, o in un festival, come in una sala del centro, in una di borgata, un motivo c’è: è la lingua universale che adopera. Una lingua con cui parla a tutti noi senza distinzione di sesso, etnia e provenienza. E allora dico impariamo da lui! Ché riesce dove molti di noi ancora falliscono, in un mondo che sembra non essere più un bel posto dove vivere. Da lui, che sa dirci sempre la parola giusta al momento giusto, per confrontarci, per aprire la mente, accompagnandoci verso qualcosa che ha alla base il pensiero, lo scambio e la curiosità. E nei casi più fortunati anche un po’ d’amore. E grazie al cinema, e al festival, accadono delle cose che andranno inevitabilmente a cambiare la nostra vita».

È con queste bellissime parole che si è aperta la 74esima edizione del Festival del Cinema di Venezia, quelle del discorso di apertura dell’attore Alessandro Borghi, interprete di Suburra (e presto anche Napoli Velata di Ozpetek) primo “padrino” nella storia della kermesse, che ha sovvertito con questa scelta le regole di anni di madrine e bellezze nostrane e non che hanno aperto la cerimonia, e che già si preannuncia come una delle edizioni più rivoluzionarie di sempre.

Tanti i film italiani in concorso, tanta la qualità, tanti i sogni che nei prossimi giorni andranno davvero a cambiare la nostra vita e il mondo del cinema.

E in attesa del vincitore del Leone d’Oro, faccio per il momento un in bocca al lupo ad Alessandro, che è già un vincitore onorario e vincente, che ha saputo farci riflettere ed emozionare. Bravo!

TELEVISIONE

Tutankhamon, mini-serie sulla scoperta della tomba del Faraone-bambino su Focus TV

In un panorama televisivo sempre più frammentato e competitivo, anche FOCUS, canale-costola del magazine scientifico più famoso d’Italia, ha deciso di dedicare la sua programmazione ad una produzione non prettamente di divulgazione. Succederà lunedì 22 e martedì 23 maggio in prima serata, quando il canale del gruppo Discovery Italia trasmetterà la mini-serie Tutankhamon, kolossal in quattro puntate su di una delle scoperte archeologiche più importanti del XX secolo, la scoperta della tomba del famosissimo faraone bambino.

Diretto da Peter Webber, regista tra gli altri de La ragazza con l’orecchino di perla, lo sceneggiato arriva nel nostro paese in prima TV dopo il successo che ha riscontrato in Gran Bretagna, con una media di sei milioni di telespettatori per episodio sul canale Itv.

Sam Neill, Max Irons, and Amy Wren in Tutankhamun (2016)

Presentata in anteprima al Museo Egizio di Torino, la mini-serie è ambientata tra le sabbie e le rovine della Valle dei Re, in Egitto, e vede protagonista il giovane e fascinoso Max Irons, classe ’85, figlio del noto attore Jeremy, nei

Catherine Steadman in Tutankhamun (2016)

panni dell’archeologo  Howard Carter, affiancato da Sam Neill, veterano di pellicole-avventura e noto al grande pubblico per il suo ruolo di paleontologo in Jurassic Park, che qui invece interpreta il mecenate Lord Carnarvon. I due saranno affiancati dalla giovanissima Amy Wren, che interpreta la figlia di Carnarvon, Evelyn, mentre l’attrice Catherine Steadman interpreta la giovane Maggie.

Una serie che si propone di essere avvincente e che racconterà una pagina importante di storia dell’archeologia. L’appuntamento quindi è fissato per lunedì 22 alle ore 21.15 sul canale 56 del digitale terrestre con i primi due episodi della serie.

ART NEWS

Van Gogh: a Capodimonte i quadri “ritrovati” fino al 26 febbraio

Un’occasione davvero unica, quella del pubblico napoletano, per ammirare ben due dipinti di Van Gogh, ospiti del Museo di Capodimonte, a Napoli appunto, fino al prossimo 26 febbraio. Si tratta di due opere ritrovate dalla Guardia di Finanza e dalla Procura di Napoli in un covo della camorra nel settembre del 2016: «Siamo estremamente soddisfatti che le opere vengano esposte nella città dove sono state ritrovate, per celebrare il loro sicuro salvataggio – ha commentato Axel Rüger, direttore Museo di Van Gogh di Amsterdam cui i due dipinti appartengono – mettendo a disposizione le opere in primis per i napoletani, abbiamo voluto esprimere tutta la nostra gratitudine alla vostra Città e Regione, all’Italia e alle autorità italiane, specialmente la Guardia di Finanza e la Procura, e siamo anche immensamente grati ai nostri colleghi del Museo di Capodimonte».

Un modo dunque per ringraziare proprio quella città che indebitamente e inconsapevolmente le ha forse trattenute per ben quattordici anni, quando il 7 dicembre del 2002, due uomini si introducono nel museo di Amsterdam e rubano le opere.

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Mangiatori di patate, 1885

Si tratta di Spiaggia di Scheveningen prima di una tempesta del 1882 e Una congregazione lascia la chiesa riformata di Nuenen datato 1884-85. Opere di straordinaria importanza per comprendere il percorso artistico del maestro olandese, ancora distante dai variopinti colori delle opere di età matura, influenzato dal seicento nordico e da una vocazione frustrata di evangelizzatore. Van Gogh si esprime con una pittura di nero realismo, che arriverà all’apice con i Mangiatori di Patate.

spiaggia-di-scheveningen-prima-di-una-tempesta-1882-capodimonte-napoli-internettualeSpiaggia di Scheveningen prima di una tempesta è il solo lavoro dell’artista che risale al suo soggiorno all’Aia. Importante in quanto consiste in un ritorno alla pittura da parte di Vincent, dopo aver trascorso i precedenti anni dedito esclusivamente al disegno, nonché una delle due sole vedute marine dipinte in quel periodo.

una-congregazione-lascia-la-chiesa-riformata-di-nuenen-1884-van-gogh-capodimonte-napoli-internettualeUna congregazione lascia la chiesa riformata di Nuenen è invece il solo dipinto dell’artista che conserva ancora il telaio originale. Un’opera intima, legata al ricordo e agli affetti familiari. Il quadro infatti era stato dipinto per la madre nel 1884. La tela infatti ritrae la chiesa dove il padre di Van Gogh era stato pastore.

Inizialmente il dipinto raffigurava una figura isolata di un contadino, sostituito successivamente da un gruppo di fedeli in primo piano e delle foglie brune sugli alberi per riprodurre e restituire un’atmosfera più autunnale.

«Un’iniziativa – dice soddisfatto il direttore di Capodimonte, Sylvain Bellenger – che lancia un messaggio positivo, di speranza e riscatto importante per la Campania ma rivolto a tutti, cittadini e turisti».

ART NEWS

I Tesori Nascosti di Vittorio Sgarbi a Napoli fino al prossimo 28 maggio

Dal 5 dicembre, alla Basilica di Santa Maria Maggiore a Napoli, detta la Pietrasanta, arrivano i Tesori Nascosti di Vittorio Sgarbi. Una mostra che mette insieme opere di collezionisti privati nel cuore del capoluogo partenopeo, a due passi da San Gregorio Armeno e la storica Via dei Tribunali, l’antico decumano greco-romano che attraversa il centro storico della città.

Un’esposizione, questa, dal retrogusto civico, che mette insieme autori quali Tino di Camaino, alla corte di Roberto D’Angiò a Napoli dove è morto, Caravaggio, che soggiornò nella città di Partenope per un anno intero agli inizi del XVII secolo, o il napoletano Gemito, attivo nella città natale fino al successo dei Salons di Parigi a fine ‘800. Sono soltanto alcuni dei nomi, degli stili e delle epoche che ritroveremo nell’evento curato dal noto critico italiano che in merito ha detto: «Un luogo ritrovato di Napoli, la Basilica di Santa Maria della Pietrasanta una chiesa che è stata dimenticata, vicino a San Gregorio Armeno nel cuore di Napoli – commenta Sgarbi – e lì, in uno spazio che diventa museo, andranno i Tesori Nascosti».

La mostra infatti è allestita all’interno del complesso di Santa Maria Maggiore, primo edificio di culto, a Napoli, dedicato alla Vergine, a pochi metri dalla Cappella del Pontano e dell’adiacente Cappella del Santissimo Salvatore, dell’Arciconfraternita del Cappuccio alla Pietrasanta.

L’edificio sorge sui resti di una Basilica Paleocristiana del VI secolo, a sua volta costruita su di antico tempio di Diana, i cui marmi sono ancora incastonati nel campanile in laterizio nella piccola piazza antistante la Chiesa, risalente all’XI secolo.

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La Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta di Napoli (2016) – dal profilo instagram di @marianocervone

La facciata dell’edificio è attribuita all’Architetto Cosimo Fanzago, che nella metà del XVII secolo ne diede una rilettura in chiave barocca.

Il suo soprannome, Pietrasanta, è dovuto ad una leggenda secondo la quale al suo interno sarebbe stata custodita una pietra che procurava l’indulgenza a chi la baciava. La tradizione inoltre indica la chiesa come luogo di sepoltura di Papa Evaristo, quinto Vescovo di Roma tra il 96 e il 106 d.C.

La basilica è stata per lungo tempo oggetto di veri e propri atti vandalici: lasciata all’incuria del tempo e all’indifferenza di cittadini assuefatti all’overdose d’Arte della città, è stata anche arbitrariamente utilizzata come crossodromo urbano.

In un’ottica di recupero dell’edificio, la Curia di Napoli ha affidato la basilica al Dottor Raffaele Iovine, imprenditore napoletano, oggi Presidente della Fondazione Pietrasanta.

«Grandi capolavori della pittura italiana e soprattutto napoletana – prosegue il critico nella presentazione del progetto – che non si vedono, ma non sono nascosti o privati per cupidigia, ma appartengono a fondazioni, collezioni, istituzioni bancarie che hanno un loro patrimonio, ma non hanno un proprio museo come Palazzo Zevallos, che sia il luogo naturale in cui farli vedere».

Ed è proprio un istituto bancario, il gruppo CREDEM, il main sponsor di questo evento, che si preannuncia tra i più interessanti, se non IL più interessante del calendario culturale napoletano, e che gode del patrocinio dell’Arcidiocesi della Città di Napoli, della Regione Campania e del Comune e della città Metropolitana di Napoli.

La mostra sarà presentata alla stampa lunedì 5 dicembre, cui parteciperà Vittorio Sgarbi, guida d’eccezione per i presenti di questi capolavori, il Presidente della regione Campania, Vincenzo De Luca, l’assessore alla cultura Nino Daniele, il produttore esecutivo della mostra, Gianni Filippini, il presidente del Gruppo Credem, e il Dottor Raffaele Iovine.

Napoletani e turisti potranno invece ammirare queste straordinarie opere a partire da martedì 6 dicembre fino al prossimo 28 maggio 2017.

Una selezione molto attenta quella del noto critico italiano, che ha idealmente percorso la storia dell’arte dal ‘300 al ‘900, che costituiscono un museo vero e proprio, una temporanea pinacoteca in cui le opere, non legate ad una storia predefinita, sono affiancate con l’intento di aprire uno squarcio su opere nascoste, ma non per questo clandestine, ritrovate in una Chiesa ritrovata.

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Ritratto in due parti: Antinoo a Palazzo Altemps a Roma fino al 15 gennaio

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Antinoo raffigurato come Osiride, al British Museum

È una delle poche icone dell’arte antica giunte fino a noi. Il suo volto è considerato un canone di bellezza in tutto il mondo. Sto parlando di Antinoo, giovane amante sfortunato dell’Imperatore Adriano, che morì prematuramente annegato nelle acque del Nilo. E se molti libri di storia romana/archeologia ancora oggi liquidano il giovane con l’appellativo di “favorito” dell’imperatore, opere come Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar ne hanno fatto uno dei simboli dell’omosessualità contemporanea.

Alla figura di questo giovane innamorato, la cui leggenda ne attribuirebbe la scomparsa ad un tentativo fallito di castrazione per preservare l’efebica bellezza, è dedicata oggi una bellissima mostra.

Antinoo. Un ritratto in due parti. È questo il nome della rassegna che fino al 15 gennaio 2017 mette insieme due frammenti in relazione tra loro, un volto e un busto, identificati come il ritratto del giovane amante dell’imperatore. L’uno conservato all’Art Institute di Chicago, l’altro al Museo Nazionale Romano. Entrambi trovano adesso posto nella mostra di Palazzo Altemps.

Quello di Antinoo è un volto assorto, malinconico, dai folti riccioli e una straordinaria bellezza. Un’icona, la sua, che ha attraversato ben tre Stati, dopo la morte, incarnando i culti locali che vanno dall’ideale bellezza greca alla personificazione del Dio Osiride in Egitto. È probabilmente facile capire, guardando la molteplice e varia ritrattistica antica, come abbia fatto Adriano, l’imperatore romano così tanto affascinato dalla Grecia, ad invaghirsi di questo giovane di origine orientale. Oggi quel volto dell’originaria collezione di Villa Ludovisi, acquisita dal museo romano agli inizi del ‘900, ritrova anche il suo busto, che alla fine dell’800 invece ha attraversato l’oceano per far parte della collezione del primo presidente dell’Art Institute di Chicago.

Ci vorrà l’ipotesi dell’egittologo Raymond Johnson dell’Università di Chicago nel 2005, e gli studiosi del J. Paul Getty Museum, quasi dieci anni dopo, per confermarlo.

I due frammenti, ricostruiti in fedelissimi calchi in gesso 1:1 sono così idealmente composti, ricostruendo idealmente l’aspetto originario dell’opera di età romana.

Alla morte di adriano il mito del giovane svanì con lui. Occorsero gli studi antiquari di J.J. Winckelmann, padre della moderna archeologia, sedotto dalla bellezza di quella scultura romana dal sapore greco. L’immagine di Antinoo riprende vita, e si fa visione erotica, vagamente sensuale, capace di ispirare i versi malinconici di Irwing, di Wilde, di Pessoa.

A rendere omaggio al giovane è oggi questo evento promosso dalla Soprintendenza Speciale per il Colosseo e l’area archeologica centrale di Roma e dal Museo Nazionale Romano insieme ad Electa. L’iniziativa è a cura di Alessandra Capodiferro.

Se la storia omosessuale tra l’Imperatore di Roma e il giovane non destò scandalo, molto stupore suscitò invece il lutto dell’imperatore e condottiero, che volle trasformare la figura del giovane in Dio, diffondendone il culto in tutto l’impero: da Roma alla Grecia, passando per l’Egitto: Osiride, Dioniso, Apollo, Asclepio fino alle divinità agresti minori. Sono tante le iconografie attraverso le quali è passato il volto di Antinoo, rosa di gozzana memoria, rimpianto di quell’imperatore che dall’alto del suo trono trascorse il resto dei suoi giorni, come un Petrarca ante saecula, nel dispiacere di ciò che poteva essere e non è stato.

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Sala nuova per la “Tomba del Tuffatore” nel Museo di Paestum

Il tuffatore dell’omonima tomba ritorna finalmente a casa. Dopo essere stato parte della mostra itinerante Mito e Natura che l’ha portato da Milano a Napoli, il noto affresco, stacco di una tomba a cassa magnogreca datata tra il 480 e il 470 a.C., sarà nuovamente esposto nell’originario Museo Archeologico di Paestum in una rinnovata sala dedicata a Mario Napoli, che l’ha scoperta nel 1968 a Tempa del prete, a pochi chilometri da Paestum.

A darne notizia un emozionato direttore del museo, Gabriel Zuchtriegel, che in merito a questo restauro ha detto: «Esprime la nostra filosofia che ci guiderà per i prossimi anni».

Una filosofica spending review, che aborra grossi e costosi interventi di restauro, a vantaggio di una “riqualificazione del ricchissimo patrimonio archeologico, architettonico e artistico che abbiamo” dice Zuchtriegel.

La ristrutturazione della sala Napoli infatti è avvenuta grazie alla donazione di 25.000 euro da parte di un privato, Antonio Palmieri, della tenuta Vannullo.

La tomba del tuffatore al museo di PaestumLa tomba del tuffatore consta di alcune lastre calcaree in travertino locale, interconnesse al momento del ritrovamento e opportunamente staccate. Il pavimento invece era costituito dello stesso basamento roccioso di cui è fatta la tomba.

La raffigurazione di questa cassa funeraria ricorda molto quella dei crateri a figure rosse greci, ritraendo, sulle pareti lunghe, degli uomini con delle kylikes in mano, distesi sulle tipiche klinai, durante un simposio, un tradizionale banchetto greco. Altri invece impugnano degli strumenti musicali e sono intenti a rallegrare i commensali.

Tomba del Tuffatore, dal profilo instagram @marianocervone
Tomba del Tuffatore, dal profilo instagram @marianocervone

Il noto tuffatore, un virile uomo nudo ritratto nell’atto di lanciarsi in acqua, rappresenta la copertura. Fortissima la valenza simbolica, metafora di un trapasso ultraterreno. La stessa piattaforma da cui si lancia l’uomo della tomba rappresenterebbe le colonne di Ercole, confine dello scibile umano, che termina là dove comincia l’ignoto del mondo dei morti.

Un’opera squisitamente locale, che risente tuttavia dell’influenza greca, nelle fattezze esotiche degli uomini che la animano, la cui somiglianza si fa lampante se si confronta quest’opera con la Tomba della Caccia e della Pesca di Tarquinia.

Il nuovo allestimento della Tomba del Tuffatore vedrà l’affiancamento della cosiddetta Tomba delle Palmette, scoperta tempo fa, ma ancora oggetto di studi.

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Animali fantastici e dove trovarli, ai Musei di Scienze Naturali e Fisiche di Napoli

Animali fantastici e dove trovarli. Potrebbe intitolarsi così questo post, come il film di David Yates ispirato all’omonimo libro di J.K. Rowling, perché anche a Napoli, città del mare, del sole e dell’arte, è possibile trovarne. Un’avventura per far divertire i più piccoli e istruire i più grandi. Sto parlando dei Musei delle Scienze Naturali e Fisiche dell’Università Federico II.

Nel cuore di Napoli, a due passi da Piazzetta Nilo, i musei trovano i loro ambienti in alcuni dei complessi architettonici più belli e suggestivi della città. Le sole sedi da sole basterebbero a giustificare l’esiguo costo del biglietto. A cominciare dal Museo di Paleontologia, all’interno del seicentesco Chiostro dei Santi Marcellino e Festo, adiacente alla chiesa omonima. Una struttura in cui si respirano le sontuose influenze spagnoleggianti realizzate dall’architetto Giovanni Vincenzo Della Monica, già autore del Chiostro di San Gregorio Armeno.

Sede universitaria dal 1907, il chiostro ospita in un corpo di fabbrica fossili e ritrovamenti di pregio, alcuni davvero straordinari.

musei-di-scienze-naturali-e-fisica-unina-internettualeSono oltre 50.000 i reperti che compongono una collezione davvero unica. Tra i più famosi c’è senza dubbio l’Allosauro, erroneamente considerato dai più piccoli un T-REX, il cui ritrovamento è avvenuto in una zona di confine degli Stati Uniti tra il Wyoming e lo Utah nel 1993. Uno scheletro in perfetto stato di conservazione, di circa 600 kg, la cui testa, per il peso è stata posta in una teca a parte, lasciando una più leggera ricostruzione a comporre uno scheletro per lo più originale, sospeso da cavi d’acciaio, per non danneggiare il pregiato pavimento maiolicato ad opera di Giuseppe Massa, celeberrima bottega per le più note e colorate maioliche del Chiostro di Santa Chiara. Un connubio unico che unisce epoche e luoghi lontani, creazioni della natura e opere dell’uomo, per offrire, in un solo sguardo, l’interezza della storia fino ai giorni nostri.

Lungo il percorso espositivo sono tanti i fossili che possono catturare l’attenzione di grandi e piccini, come il piccolo Ciro, simpatico soprannome dello scientifico Scipionyx samniticus, in onore di un paleontologo che per primo segnalò la presenza di fossili nella zona di rinvenimento di questo piccolo dinosauro, nel sud del nostro paese.

Ma c’è anche un cucciolo di mammut rimasto prigioniero tra i ghiacci e alcuni scheletri della famiglia dei sirenidi, da cui originò la leggenda delle donne di Andersen dalla voce melodiosa per metà pesce.

Sì, perché nel Museo di Paleontologia storia e leggenda si mescolano in un percorso lungo milioni di anni.

È un compendio di etnie e espressioni culturali ed artistiche diverse quello del Museo di Antropologia, con manufatti e oggetti d’uso quotidiano che rappresentano le prime conquiste dell’Uomo, mentre il Real Museo Mineralogico ha sede nella prestigiosa Biblioteca del Collegio Massimo dei Gesuiti, che presenta ancora le vestige dei fasti borbonici, con una vasta collezione di pietre, fossili e minerali suddivisi in collezioni i cui nuclei hanno avuto origine nel XVIII secolo.

In quello che era il vecchio refettorio dei gesuiti, trova invece posto il Museo di Fisica, quello più recente, la cui fondazione risale soltanto al 1983, con una vasta collezione di strumenti che ci hanno permesso la misurazione fisica degli eventi che hanno portato e portano al progresso.

museo-di-zoologia-unina-internettualeÈ uno scrigno prezioso il Museo di Zoologia, che affonda le sue radici nel XIX secolo, di cui, le teche in legno sono una chiara impronta di quel 1813 in cui è stato fondato.

museo-di-zoologia-conchiglie-unina-internettualeMastodontiche le collezioni di vertebrati che troneggiano nel grande salone oblungo del museo, contornati da esemplari in pelle che comprendono gran parte del regno animale in più di mille esemplari: dai leoni a una grande varietà di uccelli, passando per crostacei e altri abitanti del mondo marino fino a una degli ultimi acquisti, come il cucciolo di una giraffa.

I Musei di Scienze della Natura e della Fisica sono la scoperta di un mondo altro che ci ha preceduti e ancora oggi ci circonda, ricordandoci di preservarne integralmente la sua bellezza.

Per maggiori informazioni:

www.cmsnf.it