ART NEWS

La Basilica dello Spirito Santo, tempio della spiritualità a Napoli

La Basilica dello Spirito Santo è una Chiesa monumentale che si trova in Via Toledo a Napoli, ed è uno dei motivi per i quali io ho follemente amato la mostra L’Esercito di Terracotta, di cui vi ho parlato qualche giorno fa.

La storia della sua costruzione è di grande fascino, perché vede intrecciarsi e sovrapporsi tre corpi di fabbrica: la Chiesa, iniziata poco prima del 1562 su approvazione di Papa Pio IV, del Conservatorio delle Povere Fanciulle e del Banco. Tutti gli edifici, che finirono col confluire in un’unica struttura, furono voluti dalla Confraternita dei Bianchi (Real Compagnia ed Arciconfraternita dei Bianchi dello Spirito Santo) che poi prese il nome dello Spirito Santo, cui oggi la chiesa è dedicata.

La confraternita di quelli che erano “pii napoletani” decise così di costruire una chiesetta nei pressi del Palazzo del Duca di Monteleone.

Basilica dello Spirito Santo, navata centrale (immagine da wikipedia)

Il progetto originario del Conservatorio delle Povere Fanciulle prevedeva una rigida bipartizione costituita dalla chiesa, ai lati della quale, a lato destro e al lato sinistro, c’erano i due cortili corrispondenti l’uno al Conservatorio delle Fanciulle Povere, l’altro invece al Conservatorio delle Figlie delle Prostitute, il cui requisito fondamentale per accedervi era essere illibate.

In questo periodo storico tanta importanza ha la musica, soprattutto per la buona educazione delle fanciulle e delle nobildonne. Lo dimostrano i tanti ritratti dedicati a Santa Cecilia, patrona della musica, e alle donne che si dilettavano nella musica come la famosa Suonatrice di Liuto dell’artista fiammingo Vermeer.

Tuttavia a causa dei lavori di ampliamento della strada, voluti dal Vicerè, Duca d’Alcalà, la venne demolita, così da ampliare la strada che collegava Via Medina allo Spirito Santo.

Ma la chiesa fu subito ricostruita nello stesso periodo lungo l’asse principale di Via Toledo, oggi punto nevralgico di tutta la città, senza dubbio tra le vie più note (è qui che si trova la famosa stazione Toledo della Linea1 della metropolitana), nonché uno dei punti di riferimento per lo shopping. Qui i confratelli avevano acquistato un terreno ben più grande.

A progettare la nuova chiesa fu l’architetto Pignaloso Carafo di Cava de’ Tirreni e Giovanni Vincenzo Della Monica, mentre le maestranze che affrescarono la cupola furono opera di Luigi Rodriguez, Giovan Bernardo Azzolino e Giulio dell’Oca, dei quali però oggi non resta traccia a causa del cattivo stato di conservazione.

Basilica dello Spirito Santo, cupola (immagine da wikipedia)

Il complesso fu poi ampliato a partire dal 1758 su un progetto di Mario Gioffredo, architetto, ingegnere e incisore detto il “Vitruvio napoletano”, scelto da Luigi Vanvitelli. Questo ne farà uno dei capolavori dell’architetto napoletano che, ben oltre il manierismo barocco, farà di quest’opera un capolavoro del neoclassicismo.

È impressionante l’altezza, il senso di spiritualità che si prova varcando l’ingresso. Si è avvolti da un mistico silenzio, e da una forte sensazione di contatto con il divino. Sono bellissimi i marmi policromi che ho intravisto durante la mostra, così come la cupola con la luce che permeava dall’alto, accentuando questo senso di maestosità.

A testimoniare la primitiva costruzione ci sono ancora tanti marmi e dipinti, tra cui il portale della facciata e le acquasantiere collocate all’entrata che risalgono al tardo Cinquecento inizio Seicento.

Con le sue mastodontiche colonne corinzie della navata centrale, e il biancore dei suoi interni che modulano la luce naturale che entra dalle aperture superiori, la Basilica può essere considerata un vero e proprio tempio della spiritualità.

Annunci
LIFESTYLE

Alla scoperta di Amalfi, tra mare e suggestioni arabeggianti

Un viaggio ad Amalfi non può che iniziare con un autobus. Se le corriere avevano un fascino d’altri tempi, oggi gli autobus della SITA sono forse meno affascinanti, ma altrettanto suggestivo è il loro percorso che fiancheggia la costa. Vedute a strapiombo sul mare, e vicoletti stretti al limite del brivido per chi è seduto vicino al finestrino, che avrà così modo di vedere le delicate manovre dei pullman che si intrecciano come in una folcloristica danza.

Quello via terra però è un percorso che, in un weekend festivo, con partenza da Napoli, può anche impiegare fino a tre ore di viaggio. Ma non pesa il tragitto a dispetto degli affollatissimi bus, tra le risate dei bagnanti del posto in cerca di una spiaggia non troppo affollata, e le parlate dei forestieri attoniti che guardano l’intensità del mare blu e i paesini scoscesi, cercando di rubare uno scatto al volo con lo smartphone.

dal profilo instagram @marianocervone

Nel cuore di Amalfi è letteralmente impossibile non visitare il Duomo. Imponente struttura in marmo chiaro e scuro, anch’essa arrampicata come la città che la ospita, che mostra una chiara influenza bizantina negli intrecci marinareschi di funi e longobarda nei motivi floreali, a spirale e le figure animalesche. Ultimo baluardo architettonico di ciò che doveva rappresentare questa città quando insieme a Genova, Venezia e Pisa era una repubblica marinara nel X secolo.

Costruito nel 987 d.C. vede un lungo processo di trasformazione e ampliamento che vede i lavori protrarsi fino al 1900, portando la struttura alla conformazione odierna.

Dedicato a Sant’Andrea apostolo, di cui custodisce le reliquie, il duomo trova il suo cuore pulsante nel chiostro del paradiso. Varcando la soglia d’ingresso, si ha subito la sensazione di trovarsi in uno dei paesi dell’Africa nord occidentale, come il Marocco, tra le alte palme all’interno delle mura bianchissime, le linee ondeggianti della struttura, il ninfeo e la straordinaria policromia del campanile che si staglia contro il cielo azzurro.

È una sensazione di pace quella che provo, e la meraviglia per queste forme orientali è così forte che quasi mi aspetto di sentire la voce modulata del muezzin che ricorda ai musulmani il richiamo alla preghiera.

Chiostro del Paradiso, Duomo di Amalfi (instagram)

Pochi frammenti marmorei di stile cosmatesco sono gli ultimi silenziosi testimoni di una decorazione passata che doveva apparire molto ricca di colori, di oro, di dettagli. Anche il cristianesimo che è giunto qui è di influenza greca, come mostrano le croci con le braccia uguali o le immagini dei santi, in cui l’impronta giottesca sposa un gusto esotico, che non è riuscito a sottrarsi, nei secoli, all’iconoclastia, i cui frammenti superstiti fanno ipotizzare l’importazione del culto dei Santi Cosma e Damiano.Il primo ambiente interno è quello del Museo Diocesano, dove sono esposti alcuni dei paramenti sacri tra i più antichi d’Europa, come la preziosissima mitra, decorata con migliaia di perline e uno straordinario calice.

Si discende lungo la cripta, dove l’austerità della sala del tesoro cede il passo all’opulento barocco che adorna le reliquie di Sant’Andrea, ritratto in una bellissima statua bronzea. È risalendo la cripta che i visitatori restano piacevolmente stupiti scoprendo la ricchezza delle forme barocche, le cui colonne antiche sono state decorate da marmi commessi. Sull’altare maggiore troneggia una bellissima copia da Mattia Preti, che raffigura Sant’Andrea apostolo. Una magnificenza che trova il massimo compimento nella decorazione del soffitto.

All’uscita, mentre scendo le scale del duomo, scorgo una bellissima e sorridente sposa in posa per le foto di rito, e dal suo sorriso comprendo che è proprio in questa terra di limoneti e coloratissime ceramiche, dove il profumo dolciastro del gelsomino ti inebria, che abita la vera felicità.

il cuoppo della Pescheria CICA ad Amalfi

Proseguo il mio cammino inoltrandomi per le stradine di questa piccola cittadina, districandomi tra le botteghe di porcellane tipiche e bottiglie di limoncello, ma è il profumo del fritto della Pescheria Cica che cattura la mia attenzione, dove il pescato fresco si trasforma in squisito quanto caratteristico cuoppo le cui diverse tipologie, come in un fast food di qualità, prendono il nome dalle località limitrofe. Il risultato è uno street-food godibile, una frittura asciutta, profumata, saporita. Zeppoline tradizionali, zeppoline di granchio, pezzetti di baccalà, patatine fritte. I sapori del mare trasformano persino il gusto po’ aspro di uno spicchio dei caratteristici limoni in uno squisito frutto da mordere dal sapore un po’ acre.

Mi dirigo a Ravello, località prediletta dalla First Lady Jackie Kennedy negli anni ’60, e ancora si sente la magia glamour delle estati di quegli anni.

Scelgo Villa Rufolo, appartenuta, secondo la leggenda, al commerciante Landolfo Rufolo, protagonista tra l’altro di una delle novelle del Decamerone di Boccaccio.

Passò di mano in mano a diversi proprietari, fino a giungere a metà del 1800 a Francis Neville Reid, che comprese già l’enorme potenziale della struttura allora in uno stato di decadenza, e la restaurò riportandola agli antichi splendori.

Anche qui, come al duomo, scorgo nelle forme architettoniche e nei giochi del giardino, delle suggestive influenze orientali, tipiche del sud Italia.

Un giardino che rievoca suggestioni arabeggianti, che mi rimandano alla Sicilia, con padiglioni che conservano una maestosa decadenza, intervallata da una vegetazione di verdeggianti palme e piante.

Non riesco a godere del giardino inferiore, il cui spazio è occupato dai preparativi per il noto Ravello Festival, la rassegna concertistica che per tutta l’estate accompagna visitatori e turisti, rievocando idealmente la visita del compositore Richard Wagner nella villa, cui si ispirò per il giardino di Klingsor nel secondo atto del suo Parsifal.

Per il ritorno a casa scelgo un percorso di circa due chilometri, che collega l’altopiano di Ravello con la costa di Amalfi, seguendo le indicazioni attraversando scorci, paesaggi e paesi come Atrani, con le sue chiese barocche al tramonto e i suoi biancheggianti vicoli, sospeso tra case di gusto ellenico e panorami mozzafiato.

Un bagno al tramonto, tra acque cristalline e le strida dei gabbiani, prima di fare ritorno con un traghetto della TravelMar, che mi riporta a Salerno. E intanto mi godo il sole che si inabissa nelle acque, con il vento tra i capelli, prima di ritornare al mio treno che mi riporterà a Napoli.

Ciao Amalfi, terra di sole e felicità.

Sul mio profilo instagram il racconto fotografico completo del mio soggiorno ad Amalfi

ART NEWS

Art Déco, viaggio nei ruggenti anni. A Forlì fino al 18 giugno

Un viaggio, quello della mostra Art Deco – gli anni ruggenti in Italia, che, come un vivido racconto, proietta lo spettatore in un’altra dimensione spazio-temporale. Stampe, ma anche suppellettili, preziosi monili, passando per arredi d’epoca, automobili e treni. Sì, perché quello di Art Deco, ai Musei di San Domenico a Forlì fino al prossimo 18 giugno 2017, è la fastosa rievocazione dei primi del Novecento, quando tutto era lusso, raffinata ricerca di una bellezza colta e di un gusto che avrebbe segnato per molti decenni a venire di quel design, primigenio antesignano dell’inconfondibile stile italiano.

Lungo il percorso espositivo trova spazio anche una mastodontica Isotta Fraschini di tipo 8b, di un intenso blu cobalto, appartenuta a Gabriele D’Annunzio. Questa autovettura, che poteva sfrecciare ad una velocità di ben 150 chilometri orari, fu ribattezzata Traù dal poeta vate, in omaggio alla città martire della Dalmazia.

Lusso sempre, comunque e ovunque. Lo dimostrano gli sfarzosi arredi del Côte d’Azur Pullman Express, lussuosissimo treno francese che percorse la costa azzurra dal 1929 al 1939, accogliendo il passeggero di prima classe su comode poltrone, pregiati tavoli in legno, lampade e vetri con putti vendemmianti, e che tante stampe d’epoca ha ispirato per la sua promozione.

Tante le influenze che hanno ispirato le opere e le manifatture dell’epoca, che mostrano un’Italia compatta che avanza verso il progresso e una propria visione del futuro: dalle evidenti ascendenze orientali delle porcellane di Ginori al gusto classico delle anfore di Gio Ponti.

Uomini eleganti e donne alla moda. Non si può non pensare al Grande Gatsby lungo il percorso, con jazzistici preludi sonori dell’audioguida, che ricreano l’atmosfera mondana del ventennio, e gli ambiziosi progetti che l’architetto milanese per antonomasia, Piero Portaluppi, disegnò con grande ironia per la città di New York, di cui restano soltanto schizzi e modelli.

È una figura ambivalente quella dell’uomo che emerge da questa rassegna, ora atleta virile ora efebo aggraziato e un po’ dandy, così come le sensuali donne dagli sguardi languidi, come l’iconica Turandot del poster di Leopoldo Metlicovic del 1926.

Ma non è un caso invece che sia il conturbante volto di Wally Toscanini il manifesto-simbolo di questa grande esposizione, poiché incarna perfettamente l’essenza regale e ribelle di questo secolo: figlia del noto compositore Arturo, Wally è stata ritratta da Alberto Martini come una giovane regina di Saba, con il viso contornato di gioielli e perle, adagiata su di una chaise longue con un bellissimo abito di seta gialla. Questo grandioso pastello era stato commissionato dall’amante della donna, il conte Emanuele Castelbarco, sposato e di diciotto anni più grande, che ricorse a tale espediente per incontrare segretamente la giovane durante le ore di posa. I due, su suggerimento di Gabriele D’Annunzio, presero la cittadinanza ungherese, affinché il conte divorziasse e fosse libero di sposare la giovane e bella Toscanini.

I ruggenti anni ’20 sono vicini a noi contemporanei più di quanto il loro mito intramontabile non suggerisca già, con una piccola dose di trasgressione, gli amori clandestini e il loro inconfondibile stile Art Déco.

INTERNATTUALE, LIFESTYLE, TELEVISIONE

Lory Del Santo: «The Lady è la raffigurazione del bene e del male»

Lory Del Santo muove i suoi primi passi artistici al cinema, recitando, alla fine degli anni ’70, in pellicole come Geppo il folle di Adriano Celentano, Caro papà diretta da Dino Risi. Ma è negli anni ’80, con il programma Tagli, ritagli e frattaglie al fianco di Renzo Arbore e Luciano De Crescenzo, che si fa notare dal grande pubblico nel ruolo di segretaria sexy e svampita. Arriverà poi la consacrazione con il ruolo di conturbante bigliettaia che scaldava gli animi nel programma di Antonio Ricci, Drive In.

Negli anni la Del Santo cambia pelle. Cambiano i tempi, cambiano le mode, si passa dai varietà comici ai reality, e Lory non ha paura di mettersi in gioco. Nel 2005 partecipa (e vince) all’Isola dei Famosi, trasformandosi per i tempi a venire in arguta opinionista dei salotti televisivi.

Ma Lory Del Santo ama le sfide, e lo scorso anno, insieme al suo giovane compagno, Marco Cucolo, ha preso parte alla quinta edizione del docu-reality di RaiDue, Pechino Express, in cui i concorrenti, divisi a squadre di due, devono fare l’autostop da Bogotà al Messico, attraversando tre nazioni e una serie di prove per puntata.

Ma il cambiamento è insito della natura della poliedrica showgirl, e nel frattempo Lory si reinventa ancora una volta e, nell’era di quello che è stato definito internet 2.0, diventa regista di una controversa webserie che distribuisce su YouTube, The Lady. Tante le critiche da parte della stampa e le parodie sul web che la prendono di mira: apoteosi del trash e trama inesistente. Sono queste le accuse che la stampa specializzata e non fa al serial. Ma Lory, all’alba dei dieci episodi della terza stagione, continua a difendere con coraggio e coerenza una creatura che è completamente sua, e che ha saputo conquistare oltre cinque milioni e mezzo di visualizzazioni con le prime due stagioni.

lory-del-santo-foto-pagina-facebook-ufficiale-interno-internettuale
Lory Del Santo (foto dalla pagina facebook ufficiale)

Inutile negarlo. La sua “The Lady” ha attirato sin dalla prima stagione le critiche, a tratti ironiche, della stampa: perché?

«Perché è giusto criticare, fa parte del lavoro che lo impone. È anche credibile che spesso si sia prevenuti, soprattutto contro chi non nasce regista, ma prima di diventarlo ha fatto altro. The Lady, poi, si differenzia dai prodotti usuali, e quindi è più difficile da collocare e capire».

Molti critici l’hanno definito “nonsense”, paragonandolo, per paradosso, ad una produzione di David Lynch: come risponde a questi giudizi?

«Sì concordo con l’osservazione. Sembra così perché la serie ancora non si è conclusa, ma sono certa che con l’avvicinarsi della fine, tutto risulterà più chiaro. Certamente per chi avrà voglia di pensare e riflettere».

Lei stessa una volta ha paragonato il suo The Lady a “La Grande Bellezza”: si sente un po’ una Sorrentino incompresa?

«Sì, penso che lui si sia conquistato il potere di poter esprimersi e la possibilità di avere i mezzi per farlo. È un visionario e per questo mi piace».

Come nasce l’idea di girare una serie e come, invece, quella di pubblicarla sul web?

«L’idea della serie nasce dal fatto che per far vivere un progetto bisogna avere il tempo di raccontarlo, e sul web perché è l’unica forma di libertà indipendente che esula da divieti talvolta incomprensibili».

La sceneggiatura, la fotografia, la regia, la produzione e il montaggio sono interamente suoi: “The Lady” è la rielaborazione inconscia di un mondo interiore o il racconto di una parte di quell’ambiente patinato che ha avuto modo di conoscere?

«The Lady è la raffigurazione del bene e del male come l’ho visto da quando ho modo di pensare e osservare il mondo e gli esseri umani. Ho descritto tutti non solo il lusso e la ricchezza».

natalia-bush-the-lady-3-trailer-lory-del-santo-youtube-internettuale
Natalia Bush in una immagine del trailer di “The Lady 3”

Nonostante le recensioni, però continua a mietere successi e visualizzazioni…

 «La chiave è una sceneggiatura scorrevole, veloce, chi guarda si deve lamentare che l’episodio è troppo corto»

Nella sua carriera c’è tanta televisione, ma anche cinema con collaborazioni e lavori con grandi nomi, da Adriano Celentano a Dino Risi. Perché la decisione di mettersi dietro la macchina da presa?

«Ho sempre pensato che tutti i lavori che ho fatto erano carenti nei concetti e le battute, senza reale spessore e allora ho voluto vendicarmi a modo mio»

Tra i suoi interpreti c’è Costantino Vitagliano, già massacrato dalla stampa per il suo film “Troppo Belli” con Daniele Interrante: perché questa scelta provocatoria?

«Per la prima serie ho scelto lui perché si deve far parlare in qualche modo di ciò che si propone e poi si può procedere su una strada diversa. Lui però era giusto per il personaggio che cercavo».

La serie è già alla terza stagione: come ha tratto ispirazione per i capitoli successivi?

«Questa serie ha le radici per essere infinita… io potrei non esaurirmi mai. Ma ho deciso di chiuderla per cominciare a pensare a qualcosa d’altro».

natalia-bush-the-lady-3-trailer-lory-del-santo-youtube-2-internettualeÈ già in cantiere una quarta stagione?

«No, finisce qui».

Quanto impiega a produrre una stagione?

«Servono almeno sei mesi di lavoro a orario pieno per poter arrivare alla realizzazione del progetto, senza weekend o feste»

lory-del-santo-foto-pagina-facebook-ufficiale-internettualeCome sceglie le location e i luoghi che contribuiscono a dare vita alle sue storie?

«Per caso o mi vengono suggeriti. Molti amici mi prestano le location gratuitamente»

C’è qualche colpo di scena che può anticipare?

«Ogni scena è un piccolo colpo di scena. È la struttura del film».

Ciò che senza dubbio si percepisce guardandola in video è che lei è una donna genuina, che si propone al pubblico per ciò che è, senza filtri, parlando anche delle sue relazioni, vivendo pienamente la sua vita. Ma chi è oggi Lory Del Santo?

«Sono consapevole di aver conquistato la possibilità di essere me stessa, potendo fare e dire ciò che voglio. Su questo mai ho fatto un compromesso, la popolarità derivata dall’essere ovvi non mi è mai interessata».

INTERNATTUALE

11 settembre 2001, quel giorno di quindici anni fa

Era il martedì pomeriggio di quello che credevamo un qualsiasi giorno di settembre. L’11, giorno che negli anni a venire avremmo imparato a ricordare come la data di una commemorazione che ha cambiato il volto dell’umanità. Una data, quella del 2001, che quasi spacca la storia in due parti. C’è un prima e c’è un dopo le Torri Gemelle, quelle mastodontiche costruzioni statunitensi, simbolo di una New York che a metà degli anni ’70 voleva dimostrare al mondo la sua grandezza, tristemente crollate nell’attentato di Al-Qaida.

Erano da poco passate le quindici del pomeriggio, Italia1 trasmetteva l’episodio di Sabrina Vita da Strega, quello con Melissa Joan Hart e il gatto parlante Salem.

Faceva caldo. Era uno di quei giorni di fine estate di un caldo afoso. Uno di quelli che, a quindici anni, ti fa desiderare che la bella stagione ricominci, anziché cedere il posto alla scuola e ai primi impegni settembrini.

Avevo da poco compiuto diciotto anni, e guardavo la televisione con la consapevolezza di chi sa che quelli sono gli ultimi giorni buoni in cui puoi sentirti ancora un adolescente che si affaccia con spensieratezza alla vita, quando il programma viene interrotto da un’edizione straordinaria di Studio Aperto. Un aereo si schianta contro una delle torri gemelle.

Un incidente. Un terribile incidente. Un guasto tecnico, forse un malore del pilota. Le ipotesi erano quelle di un mondo addormentato, non avvezzo alla violenza. Le guerre, quella del Golfo, quella del Vietnam erano così lontane da noi che sembravano reportage di guerra di epoche lontane, ancora legate a quella arcaica società post-bellica che tanto aveva faticato a trovare la pace.

La breaking news durò poco. Qualche minuto, il tempo necessario di informare i telespettatori. Ai tempi non c’erano le maratone di Enrico Mentana, e i canali all-news non erano ancora così diffusi. Internet era una realtà giovane, composta per lo più da qualche milione di pagine in HTML. Non c’era lo streaming, né YouTube o i canali del digitale terrestre o gli solidali hashtag #PrayFor. Ai tempi una notizia dovevi attenderla solo dalla televisione.

La sequenza dei due attacchi terroristici, provocato da due aerei di linea dirottati dai kamikaze contro le Torri Gemelle, l'11 settembre 2001,al World Trade Center di New York. ARCHIVIO ANSA
La sequenza dei due attacchi terroristici, provocato da due aerei di linea dirottati dai kamikaze contro le Torri Gemelle, l’11 settembre 2001,al World Trade Center di New York.
ARCHIVIO ANSA

Il programma riprese, insieme al fiaccare estivo. Dieci minuti più tardi circa, una nuova interruzione. Un secondo aereo aveva colpito la torre superstite.

Un attacco.

Le torri bruciarono per qualche ora come torce sulla città sgomenta, prima di crollare su sé stesse come monconi di candele che si sciolgono.

L’Occidente conobbe così l’Oriente. Era la prima volta che sentivamo pronunciare le parole Al-Qaida, terrorismo, noi che il regime del terrore lo avevamo soltanto studiato dai libri di storia. E poi Osama bin Laden, il crudele sceicco che si divertiva a spaventarci inviando videomessaggi da una desolata grotta dell’Afghanistan.

Le vittime furono 2.974. 90 i paesi che persero i propri connazionali negli attacchi al World Trade Center.

Eppure nonostante l’orrore, nonostante il voyerismo di osservare dallo schermo spaventati quelli che preferirono lanciarsi di sotto piuttosto che bruciare in quei palazzi d’acciaio e di fuoco, la vita sembrava fosse ritornata uguale a sé stessa.

Certo, adesso i controlli per salire su di un volo internazionale sarebbero stati molto più meticolosi, con metal detector ai check-in e vivisezioni dei bagagli all’imbarco, ma per noi, poco più che adolescenti che trascorrevamo le giornate ad aspettare nuovi episodi di Dawson’s Creek ascoltando le Destiny’s Child su MTV cambiava decisamente poco. Non avevamo la percezione del terrorismo, non ne comprendevamo il senso, giustificando quella tragedia come una scusa politica per attaccare il Medioriente.

Ci sarebbero voluti molti altri attentati e altrettante vittime, per capire che quello era soltanto l’inizio. L’attacco di Madrid nel 2004, Londra nel 2005, Parigi nel 2015, e Nizza e Monaco e Orlando. Al-Qaida ha oggi un nuovo nome, ISIS. Si è fusa con un costituente stato islamico che vuole imporre la sua religione e quella legge della sharia uccidendo civili, decapitando soldati e bruciando vive vittime innocenti. Le notizie corrono via web. Twitter, poi facebook, giungendo spesso solo dopo alle testate e redazioni giornalistiche. Non si contano solo i morti, ma i milioni di visualizzazioni di quelli che li guardano morire spaventati da una guerra che non è più lettere dal fronte, ma strage del quotidiano, in un escalation di controversi e incoerenti metodi che seminano indiscriminatamente morte e distruzione.

Le torri gemelle, quella sagoma che continua a stagliarsi contro il cielo di New York in vecchie cartoline e foto turistiche, e che bruciano nei reportage e video on-line, dopo quindici anni sono l’indelebile ricordo di un mondo altro ormai lontano, e la chiara consapevolezza che il terrore è qui, tra noi, e solo restando uniti nell’amore reciproco possiamo realmente sconfiggerlo. Perché, come diceva Oriana Fallaci: «Se lo chiedi, ognuno di noi si ricorda perfettamente dov’era e cosa stava facendo in quel momento. E tutto è avvenuto, o m’è parso, in un silenzio di tomba».

ART NEWS

“Napoli Sotterranea”, l’altro volto di una Napoli da scoprire

Da oltre trent’anni Napoli Sotterranea si è trasformata in una tappa imprescindibile per chi va a Napoli per la prima volta. Questo luogo infatti non è soltanto uno dei tanti siti archeologici che punteggiano la città, ma una porta su di un passato recente che ci fa scoprire il volto complementare di Napoli, il negativo fotografico in pietra di quella cartolina che tutti conoscono.

Napoli Sotterranea oggetti 2016 - internettualeNapoli Sotterranea non è più soltanto uno degli accessi al sottosuolo del capoluogo partenopeo, ma l’affresco di quella mentalità tipicamente napoletana dell’arte di arrangiarsi e di sopravvivere: sopravvivere alla storia, sopravvivere agli orrori della guerra, sopravvivere a se stessa.

Come molti siti omologhi, gli ambienti, molto ampi, nascono come cave di estrazione ad opera dei Cumani e Greci che insediarono la penisola a partire dall’VII secolo, e dal IV cominciarono i lavori per estrarre il tufo giallo, pietra friabile e porosa di origine vulcanica tipica della città, con la quale sono stati costruiti gli edifici sovrastanti.

È con l’avvento dell’ingegneria romana che queste cave iniziano ad essere trasformate in cisterne, alimentando un complesso acquedotto che porterà l’acqua all’allora Neapolis greco-romane direttamente dalle sorgenti della Bolla.

Da questo momento fino alla fine del 1800, gli ambienti funzioneranno come acquedotto, attraverso il sistema di estrazione dell’acqua con anfore in ceramica, che consentivano con il loro peso di essere immerse completamente nei pozzi per essere tirate su attraverso un sistema di carrucole e corde o, semplicemente, a mano.

Con lo scoppio del colera nella città nella prima metà dell’800, l’acquedotto venne dismesso, ritrovando nell’acqua l’origine della pestilenza, dovuta alla contaminazione del sistema fognario costruito al di sopra, che contaminava con i liquami l’acqua all’interno delle cisterne.

Sarà negli anni della prima guerra mondiale che gli ambienti vengono utilizzati come depositi per nascondere armi, mentre a partire dal 1940, durante la Seconda Guerra Mondiale, si comprende che non si bombardano più solo i siti strategici come nella prima, ma anche le zone residenziali. È così che i cittadini vi troveranno rifugio durante i bombardamenti e, talvolta, anche vere e proprie abitazioni provvisorie.

Napoli Sotterranea coltivazione basilico 2016 - internettualeStoria a parte, Napoli Sotterranea è una suggestiva esperienza da fare da soli o, meglio, con un nutrito gruppo. Si fa quasi mistico infatti il camminamento in un passaggio stretto dell’acqua, illuminati solo dalla propria candela che si regge lungo il percorso, mentre invogliano a ritornare ciclicamente gli esperimenti botanici attualmente condotti nei sotterranei. All’interno delle sale infatti si conducono diversi studi sulla crescita delle piante illuminate solo artificialmente e mai innaffiate, poiché la loro vita è resa possibile dall’alto tasso di umidità del sito pari all’80%.

Il percorso porta i visitatori attraverso i vicoli caratteristici della città, quelli dei panni stesi, del vociare, dei colori. La Napoli delle rovine romane inglobate nei palazzi per ritrovare una nuova vita nell’era moderna. Come l’anfiteatro nel quartiere San Lorenzo, dove Svetonio racconta del debutto in scena di un giovane (imperatore) Nerone, musico e cantante per diletto, che si sarebbe esibito qui.

Di grande fascino la sala dedicata al presepio napoletano, con scene di vita quotidiane e tenere natività, in autentiche teche di legno settecentesche.

Bombe inesplose sospese sulla testa dei visitatori, vecchi oggetti appartenuti a chi in quei luoghi non vi ha trovato solo riparo, ma la salvezza e, forse, un’altra vita.

Tra il merchandising del ricco shop center di “Napoli Sotterranea”, da provare il vino tufello, disponibile, tra l’altro, nelle due varianti di Falanghina bianca e Aglianico rosso.

Il sito è attualmente gestito dal signor Enzo Albertini, responsabile dell’Associazione che lo gestisce e se ne occupa.

Straordinario lo staff, costituito per lo più da ragazzi entusiasti, di grande umanità, che raccontano con passione la storia della propria città. Una speciale menzione, per la bellissima visita, a Grazia, che con professionalità, passione e un pizzico di ironia ha saputo conquistarci e guidarci alla scoperta di un altro volto di Napoli.

CINEMA, INTERNATTUALE

La foto di Meryl Streep che incoraggia a credere nei propri sogni diventa virale

Meryl Streep Oscar Academy winning win - internettualeÈ una delle attrici più amate dal pubblico e, soprattutto, dalla critica: con le sue diciotto nomination agli Oscar e ben tre statuette vinte, Meryl Streep è senza dubbio l’attrice di sempre più osannata dall’Academy. Iconici sono alcuni ruoli: da Il Diavolo veste Prada a La mia Africa, passando per I Ponti di Madison County a La Scelta di Sophie, il suo volto ha dato emozioni e anima a tante donne del grande e piccolo schermo. Ma anche per la diva di Hollywood le cose non sono sempre state facili. Lo dimostra un post apparso qualche mese fa su facebook dal profilo non ufficiale Meryl L. Streep, che nel giro di ventiquattrore ha ottenuto un milione di visualizzazioni e migliaia di condivisioni e commenti. Si tratta di un’immagine dell’attrice in una metropolitana di New York, la cui descrizione dice: «Questa sono io di ritorno a casa da una audizione di King Kong dove mi era stato detto che ero troppo “brutta” per il ruolo. Questo fu un momento fondamentale per me, poiché quel commento cattivo avrebbe potuto far crollare i miei sogni di diventare un’attrice e a far venir meno la fiducia che avevo in me stessa. Invece ho tirato un respiro profondo e ho detto “Mi spiace che voi crediate che io sia troppo brutta per il vostro film, ma la vostra è soltanto una sola opinione in un mare di migliaia e io continuerò a cercare la marea più gentile”. Oggi io ho avuto diciotto nomination agli Oscar».

Il post senza dubbio emozionale è stato rimosso subito dopo. Si trattava in realtà di un fake, che ha dato tuttavia molta forza ai fan dell’attrice che ha parlato spesso in pubblico dei suoi difetti fisici e fallimenti, così come della storia di King Kong, che aveva raccontato invece alle telecamere del noto show inglese The Graham Norton Show il gennaio precedente, dove l’attrice ha raccontato di essere stata provinata per il ruolo che poi è andato a Jessica Lange nel remake di King Kong, dal produttore italiano Dino De Laurentis, il quale, vedendola, avrebbe detto di trovarla non abbastanza bella per la parte, e al quale lei avrebbe risposto, sempre in italiano, “mi spiace se non sono abbastanza bella per essere in King Kong”.

La storia, senza dubbio carina, motivazionale e di grande rivalsa per l’attrice, e la donna, non aveva avuto lo stesso impatto della foto on-line diventata un vero e proprio fenomeno virale. D’altronde si sa, un’immagine vale più di mille parole.Meryl Streep quote foto metro facebook viral - internettuale