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Seduzione e Potere da Cagnacci a Tiepolo. La nuova mostra di Sgarbi a Perugia

Sono ancora visioni private quelle che ci offre Vittorio Sgarbi con la sua serie di mostre che sta promuovendo l’arte nascosta del nostro paese. Dopo la mostra de I Tesori Nascosti nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Napoli, conclusasi con successo lo scorso 20 luglio, il noto critico d’arte italiano è già pronto per una nuova mostra. Seduzione e potere. La donna nell’arte tra Guido Cagnacci e Tiepolo è questo il titolo della rassegna che sarà inaugurata dopodomani, sabato 29 luglio a Gualdo Tadino in provincia di Perugia.

La mostra sarà allestita all’interno della Chiesa monumentale di San Francesco e resterà aperta al pubblico fino al prossimo 3 dicembre.

La rassegna è stata realizzata con la consultazione scientifica di Vittorio Sgarbi, con il patrocinio della Regione Umbria e della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, e vede la collaborazione del professore di storia dell’arte Antonio D’Amico.

Un percorso al femminile, che si propone di raccontare la figura della donna nell’arte e nella storia, focalizzandosi sulle potenti armi di seduzione femminile e il potere che le donne hanno esercitato e avuto. Dalla mitologia ai racconti biblici, passando per le allegorie, le donne si muovono sinuose con pathos, un pizzico di misticismo, la teatralità e, soprattutto, la loro sensualità.

E se nella mostra napoletana appena chiusa era la Maddalena Addolorata di Caravaggio la regina di tutte le opere, in questa esposizione c’è un’altra Maddalena al centro della scena, quella portata in cielo dagli angeli di Francesco Cairo, che anche in questa ascesi mantiene intatta tutta la sua grazia di donna che è in qualche modo perdonata e addirittura celebrata.

29 gli artisti italiani che tra Cinquecento e Settecento si sono dedicati alla figura femminile, oltre trenta i capolavori che vanno da Simone Peterzano a Giulio Cesare Procaccini, da Lionello Spada a Mattia Preti, passando per Luca Giordano e Giambattista Tiepolo e i figli Giandomenico e Lorenzo Tiepolo.

La stessa sensualità che ritroviamo Cleopatra di Guido Cagnacci, che raffigura la regina d’Egitto morente, ma sempre bellissima.

«I visitatori potranno ammirare capolavori di artisti di grande fama nazionale ed internazionale e opere d’arte inedite – ha detto Antonio D’Amico – Gualdo Tadino diventerà capitale italiana della seduzione sia per ospitare questa mostra sia per le bellezze che la città propone».

Anche per questa mostra Sgarbi riesce a mettere insieme collezioni private italiane ed estere, dalla Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi di Forlì alle Collezioni d’arte della Fondazione Cassa di Risparmio di Pesaro. Opere che generalmente non godono della vista dei visitatori che potranno così ammirare questi meravigliosi capolavori.

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Monet intimo e inedito, da ottobre al Vittoriano di Roma

C’è un Monet intimo, privato, quello che i visitatori potranno vedere alla mostra omonima, MONET, che dal 19 ottobre fino al prossimo 28 gennaio sarà al Vittoriano a Roma. Scorci di Parigi, la sua Parigi, che si riflette malinconicamente nella Senna, Salici dai contorni indefiniti che si confondono con le cascate dei glicini su di un ponte giapponese, fino alle monumentali Ninfee, avvolte in un pulviscolo violetto. Sono i quadri che il grande maestro dell’impressionismo francese aveva nel salotto della sua amata casa a Giverny, l’ultima.

Opere che Claude Monet non aveva concepito per il pubblico, ma che “ha guardato per tutta la vita, appesi nella sua ultima, amatissima, casa” dice Marianne Mathieu, curatrice dell’evento.

Sono oltre 60 le opere che troveranno posto in quella che si preannuncia una mostra monumentale e, soprattutto, inedita. Sì, perché i dipinti, provenienti dal Musée Marmottan Monet di Parigi, sono per lo più sconosciuti nel nostro paese. La collezione del museo parigino è la più grande al mondo ed è cresciuta ulteriormente negli anni grazie alle donazioni dei collezionisti dell’epoca, tra cui quella dello stesso figlio dell’artista, Michel Monet, che alla morte del padre non volle lasciare nulla allo Stato, “reo”, a suo dire, di non aver sostenuto il maestro negli ultimi anni di vita.

Mission del museo, dice la Mathueu all’ANSA, è quella di portare Monet là dove è ancora poco nota la sua opera. Dopo Taiwan, questa importante rassegna arriva per la prima volta nel vecchio continente, facendo tappa prima a Roma e successivamente anche a Bologna e a Bordeaux.

Weeping Willow, 1918-19 (oil on canvas) Monet, Claude (1840-1926) MUSEE MARMOTTAN MONET, PARIS

Questa mostra, anticipa la curatrice, rappresenta un viaggio nella vita dell’artista, nella sua idea del giardino, tanto cara alla sua poetica artistica, neelle sue amate vedute di Londra, Parigi, Vétheuil, Pourville. Dalle prime opere della metà del XIX secolo, quelli che donarono a Monet i primi soldi e la fama a Le Havre fino ai noti paesaggi dei luoghi che aveva visto e vissuto.

Durante la sua vita, Monet giunse anche nel nostro paese, insieme all’amico Renoir. Per celebrare questo viaggio con l’amico pittore, in occasione della mostra arriverà anche Le chateau de Dolceacqua opera del 1884, in cui l’artista dipinse quel ponte oggi rimasto uguale, su di una tela che rappresenta un souvenir dei suoi giorni trascorsi in Liguria: «Luoghi fondamentali – aggiunge la curatrice – per la scoperta di una luce e colori così diversi da quelli di Parigi, dove era nato, e dalla Normandia dove era cresciuto».

Michel Monet (1878-1966) as a Baby, 1878-79 (oil on canvas) Monet

Dipinti intimi, a cominciare dal ritratto di suo figlio, Michel Monet, bambino, ma anche Les RosesLondresIl parlamento riflesso sul Tamigi, chiudendo un percorso con un’esperienza emozionale, le sue gigantesche ninfee astratte.

Quando Monet dipinse queste opere aveva 75 anni, era un uomo ricco, e non aveva più la necessità di dipingere per vivere. Per questo motivo nessuno le ha mai viste fino alla sua morte e non sono mai state vendute.

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Hokusai, sulle orme del Maestro all’Ara Pacis a Roma da ottobre 2017

Dopo Milano anche Roma si appresta a celebrare Katsushika Hokusai, artista-simbolo dell’arte giapponese in Occidente, noto soprattutto per la Grande Onda e per le note vedute del Monte Fuji. Ma non saranno solo queste straordinarie opere a trovare posto in Hokusai. Sulle orme del Maestro, è questo il titolo dell’evento che dal 12 ottobre fino al 14 gennaio 2018 saranno ospitate all’Ara PacisRoma.

Disegni e delicatissimi dipinti. Saranno oltre 200 opere quelle esposte a rotazione in due diverse fasi, che declineranno le diverse tecniche e generi pittorici amati dal pittore e dal seguito degli allievi che si sono formati attraverso la sua eccentrica sperimentazione, tra cui Keisai Eisen, che arriva proprio in occasione di questa esposizione per la prima volta in Italia, ispiratore degli Impressionisti e di Van Gogh.

La mostra è curata da Rossella Menegazzo, grande esperta di arte nipponica, che ha personalmente selezionato i capolavori in rassegna.

Lungo il percorso espositivo ci saranno anche dei manga e alcuni taccuini con centinaia di schizzi e disegni fatti dal maestro con il solo inchiostro nero e qualche leggerissimo tocco di rosso, che senza dubbio rappresentano il compendio e la poetica della sua arte, della sua eccentricità e della sua genialità, vera e propria icona dell’Oriente nel mondo.

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La pop-art italiana alla Galleria d’Arte Moderna Pizzinato a Pordenone

Da qualche tempo stiamo assistendo ad una vera e propria haute couture dell’arte. Non ci sono passerelle qui, ma musei che diffondono il gusto, quello culturale s’intende, per le tendenze espositive. Se al Museo del Novecento a Milano Boom 60 occhieggiava alla comunicazione mediatica degli anni ’50 e ’60 in pieno boom economico, alla Galleria d’Arte Moderna Armando Pizzinato di Pordenone il 13 maggio 2017 arriva una mostra che mette insieme i maggiori esponenti della Pop Art italiana. Il mito del pop percorsi italiani, questo il titolo della rassegna a cura di Silvia Pegoraro, riunisce una ventina di artisti per un totale di settanta opere selezionatissime. Mimmo Rotella, Tano Festa, Franco Angeli e Mario Schifano sono solo alcuni dei nomi messi insieme per dar vita a qualcosa di unico e irripetibile. Alcuni dei lavori che troveranno posto lungo il percorso non sono mai stati esposti al pubblico e si affiancheranno ai famosi décollages-collages dei manifesti pubblicitari rotelliani, alle lupe e le acquile di Angeli o le riletture di Michelangelo e dei grandi maestri di Festa.

Galeotta fu la Biennale di Venezia che nel 1964 celebra la pop-art statunitense.

Immagini che coniugano il boom economico al fascino senza tempo della dolce vita: «È il momento – afferma l’Assessore alla Cultura del Comune di Pordenone Pietro Tropeano – di avviare l’approfondimento e la rilettura di un movimento artistico italiano di grande importanza com’è quello della Pop Art in Italia che ha avuto tanti protagonisti in un periodo tra i più vivaci dell’arte contemporanea nel nostro paese».

L’esposizione, che resterà aperta al pubblico fino al prossimo 8 ottobre, è promossa e organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Pordenone, in collaborazione con l’Ente Regionale per il Patrimonio Culturale della Regione Friuli Venezia Giulia, con il contributo di Fondazione Friuli, e il sostegno di Crédit Agricole Friuladria e Itas Mutua.

Una mostra che ricorre nel trentennale della morte di Ettore Innocente, grande esponente della pop art italiana, al quale è dedicata la locandina dell’evento, e che acquista così una connotazione celebrativa di un gusto sempre attuale e di una figura che ha contribuito a renderlo grande agli occhi del mondo, diffondendo quello stile tipicamente italiano: «Il gusto tutto europeo e italiano, prima ancora che nei riferimenti alla tradizione artistica, si manifesta – afferma la curatrice – in tutti questi artisti nella forte istanza di intervento artigianale/manuale, lontana dalle tecniche prettamente industriali utilizzate dalla Pop americana. Una originalità che le opere in mostra confermano. Evidenziando che, fondamentale nel confronto, è soprattutto l’inclinazione degli italiani a lavorare su stereotipi culturali, anziché soltanto su oggetti-merce e su immagini della comunicazione di massa, con una più spiccata manipolazione delle immagini».

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Gli orsi di Paola Pivi per l’Art Week alla Rinascente di Milano

Ha un retrogusto anni ’90 qualche lavoro del nuovo progetto site specific che Paola Pivi ha realizzato per LaRinascente a Milano. Un’opera insolita che, in occasione della Art Week e del Salone Internazionale del Mobile, allestirà le vetrine del noto department store che affacciano su Piazza Duomo.

I am tired of eating fish, questo il titolo del concept, a cura di Cloe Piccoli, che vede dei variopinti orsi, alla scrivania o danzare tra colorati sfondi di oggetti d’uso quotidiano, occupare le otto grandi vetrine dello store milanese.

Un universo surreale, quello della Pivi, che nel 1999 ha anche vinto un Orso d’Oro alla Biennale di Venezia, che proietterà i passanti in un mondo governato da leggi dell’assurdo, dove tutto è capovolto e dove ogni cosa può succedere.

Tanti i riferimenti al mondo dell’arte e, inevitabilmente, a quel design squisitamente italiano e milanese in particolare, ma anche al lifestyle e al tempo libero, passando per la natura e il mondo del business.

Il progetto trasforma le vetrine dei Grandi Magazzini Milanesi in vere e proprie gallerie d’arte pubbliche.

Too Late, 1,2, cha, cha, cha, I love my ZiziI and I must stand for artI am a professional bear, I am busy today, Bad Idea: ognuno degli orsi ha un nome che è il frammento di una storia sospesa in un contesto non specificato e in un tempo imprecisato.

Un evento di grande arte contemporanea, che entra di diritto tra gli appuntamenti da non perdere, e gratuiti per giunta, dei “fuori salone” milanesi, che porta l’arte, è proprio il caso di dirlo, tra la gente in piazza.

La Pivi è una acclamata artista italiana nel mondo, che ha esposto le sue opere tra l’altro al MoMA di New York, alla Tate Gallery di Londra, ma anche a Francoforte e Shangai, e arriva con questa rassegna per la prima volta nel capoluogo lombardo, portando i suoi amati orsi dell’artista, vero marchio di fabbrica della sua poetica.

Dalla performance alla fotografia, passando per la scultura, sono tante le tecniche attraverso le quali l’artista esprime se stessa.

Quotate tra i 120 e i 230mila euro, ha realizzato anche alcune opere per la Fondazione Trussardi ai Magazzini di Porta Genova a Milano.

Il progetto per la Rinascente invece si compone prevalentemente di sculture e installazioni, che originano un allucinante mondo onirico, sospeso tra riflessione e lucida follia.

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L’Art Déco, l’amore per il lusso e la modernità in mostra a Sogliano al Rubicone

per BROWSER e DESK queste tre foto titolo L'Art Deco' nella collezione Parenti
Vogue, Collezione Parenti

Dopo Caravaggio, la moda museale del momento è sicuramente l’Art Déco. Sono ben due, tutte in territorio romagnolo, le rassegne dedicate allo stile che negli anni ’20 ha segnato un’epoca, rappresentando, ancora oggi, una fonte di ispirazione per architetti e artisti di ogni decennio a venire.

Fino al prossimo 16 luglio, al Museo di Arte PoveraSogliano al Rubicone (in provincia di Forlì-Cesena), sarà infatti possibile ammirare Art Deco nella collezione Parenti. Moda e pubblicità nell’epoca dorata successiva al Liberty, questo il titolo della rassegna che mette insieme l’ampia Collezione Parenti, oltre 300 opere.

Sono molto legato a questi luoghi, chi mi segue su instagram lo sa bene.

Lavori grafici dal tratto inconfondibile, che raccontano una smodata passione per il lusso, una ricerca estetica del bello, esprimendo la gioia per la vita e la voglia di godersela in quelli che erano gli anni ruggenti, che ambivano soprattutto alla modernità. Automobili certo, ma anche abiti dal taglio moderno, per donne che iniziavano ad emanciparsi dal semplice ruolo di mogli e madri, ma anche una velata ricerca di sensualità e piacere.

art-deco-museo-di-arte-povera-sogliano-al-rubicone-internettualeLa mostra incontra un’altra importante rassegna su questo stile, quella dei  Musei di San Domenico a Forlì fino al prossimo 18 giugno.

All’interno di Palazzo Marcosanti i visitatori potranno ammirare le opere allestite, che raccontano la fioritura di una creatività che si diffuse presto in tutta Europa, e che in Italia ebbe una notevole influenza non soltanto negli stili architettonici, ma anche nelle arti decorative e nell’industria, rappresentando un germe di quello che fu la fioritura del design italiano.

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Artemisia Gentileschi, l’arte di una donna fino al 7 maggio a Roma

In un’epoca di cancelliere, sindache e prime ministro che hanno conquistato quelle vette fino ad un secolo prima riservate ai soli uomini, è più moderna che mai la mostra su Artemisia Gentileschi a Roma con Artemisia Gentileschi e il suo tempo.

Donna, ma soprattutto pittrice, al pari dei suoi contemporanei uomini, altrettanto potente e vigorosa nelle sue raffigurazioni pittoriche quanto Caravaggio e, talvolta, persino più violenta e vivida. Come dimostrano le due Giuditta e Oloferne. La prima del 1617, vibrante, viva, vivida, cruda; la seconda del 1620 per Cosimo de’ Medici. L’una agli Uffizi a Firenze, l’altra al Museo di Capodimonte a Napoli. Entrambe riunite sotto lo stesso tetto in occasione della monografica sulla pittrice seicentesca organizzata dal Museo di Roma, aperta al pubblico fino al prossimo 7 maggio.

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Giuditta e Oloferne, 1620 – Uffizi (Firenze)

È successo qualche giorno fa, quando le maestranze del museo napoletano e quelle dell’omologo romano, hanno trasportato in sicurezza il dipinto, giunto nella Capitale dal capoluogo partenopeo nella sua cassa in legno.

La potenza pittorica della Gentileschi, la forte espressività dei suoi soggetti, unita alla teatralità delle ambientazioni delle scene, la modulazione della luce ha contribuito alla diffusione del caravaggismo in Italia e a Napoli in particolare, dove l’artista si era trasferita e aveva vissuto in seguito ad uno stupro, la cui onta le avrebbe fatto perdere i favori e i privilegi di artista di cui invece godeva nella sua natia Roma.

Un tentativo di “femminicidio” spirituale, che non è riuscito tuttavia a fermare la creatività, che l’artista ha continuato a dimostrare per tutto il corso della sua vita.

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Giuditta e Oloferne, 1617 – Museo di Capodimonte (Napoli)

Non a caso il racconto biblico di Giuditta e Oloferne, che l’artista ha ritratto per ben due volte con altrettanto vigore, racchiude probabilmente la poetica della Gentileschi stessa, trasformandosi in metafora del trionfo della donna sul genere maschile. Giuditta infatti, donna del popolo ebraico, rimprovera gli anziani del suo popolo di non aver avuto fede nel Dio di Israele, e di non essere stati forti nella lotta contro il Re Oloferne, dal quale invece giunge, facendogli intendere di voler tradire la propria gente. La donna ottiene asilo e il permesso di pregare ogni notte il suo Dio. Una sera Re assiro Oloferne, invaghito della bellezza della donna, la invita al suo banchetto completamente ubriaco nell’intento di abusare di lei. Giuditta riesce così a sottrargli la sua stessa spada e decapitarlo, ritornando nella sua città. Presi dal panico per la morte del proprio condottiero, gli assiri furono messi in fuga dai Giudei.

Una rivincita quella di Giuditta, che si fa riscatto artistico per la stessa Artemisia, che con la sua arte e il suo talento ha dimostrato e continua a dimostrare di essere una donna contemporanea, di straordinario talento e sensibilità, ma, soprattutto, una grande Artista.

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Il Museo Archeologico di Napoli celebra Carlo di Borbone fino a marzo

(ANSA) - NAPOLI, 12 DIC - mostra Carlo Borbone al Mann
(ANSA) – NAPOLI, 12 DIC – mostra Carlo Borbone al Mann

Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli si appresta, con un po’ di ritardo rispetto alla reale data dell’avvenimento, a festeggiare l’anniversario della nascita di Re Carlo di Borbone. Esattamente tre secoli fa infatti, il 20 gennaio del 1716, nasceva l’illuminato sovrano partenopeo, che contribuì alla potenza del glorioso Regno di Napoli.

Per l’occasione il MANN ha inaugurato ieri una mostra dedicata al re partenopeo. Fino al prossimo 16 marzo, cittadini e visitatori potranno ammirare opere, dipinti, disegni, sculture, affreschi, oggetti preziosi e documenti, tra cui ben 200 preziose matrici della Stamperia Reale.

L’offerta del noto Museo Archeologico si arricchisce così di una nuova e ampia sezione, che non soltanto celebra, ma restituisce ai napoletani e visitatori un aspetto inedito della figura del sovrano, vero e proprio luminare del suo tempo. È a lui infatti che si devono i primi scavi nei siti archeologici di Ercolano e Pompei. Carlo di Borbone ha saputo precorrere i tempi, mostrandosi anche un abile comunicatore globale.

La mostra è collegata ad altre due esposizioni “gemelle”, allestite in contemporanea a Madrid e a Città del Messico, dove sono custoditi alcuni gessi e disegni delle meraviglie che il Re, durante il suo regno, volle disseminare per trasmettere al mondo quella classicità, così in voca nel XIX secolo, senza tuttavia privare la città degli originali.

Paolo Giulierini, direttore del museo napoletano, punta, con questa iniziativa, al traguardo delle 500.000 visite alla fine di questo 2016, che erano state invece preventivate per il 2018, incrementando così gli ingressi al museo di circa il 30%.

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Vermeer a Capodimonte: “la donna con il liuto” fino al 9 febbraio 2017 a Napoli

La prima cosa che salta agli occhi è il nuovo colore della sala del Museo di Capodimonte in cui è esposto Vermeer – Rosso cremisi scuro. Uno sguardo sul futuro, ci dice il direttore Sylvain Bellenger, che annuncia che anche tutte le altre sale abbandoneranno il biancore attuale per ritrovare gli originali colori di quando era una Reggia, e con essi il suo sfarzo, il lusso, i fasti del Regno di Napoli.

vermeer-la-donna-con-il-liuto-museo-di-capodimonte-napoli-internettualeLa sala è piena di giornalisti e blogger e appassionati d’arte. Tutti sono giunti al Museo di Capodimonte per La Donna con il Liuto del pittore fiammingo Vermeer. Un evento, un prestito eccezionale che arriva direttamente dal Metropolitan Museum of New York, e che da domani, 18 novembre, fino al 9 febbraio 2017 sarà esposto nella sala del primo piano del museo partenopeo.

Non si tratta di una mostra improvvisata, questa, ma è il frutto di una grande collaborazione tra il Museo di Capodimonte e i più grandi musei del mondo.

Vermeer, ci racconta Bellenger, è stato dimenticato per oltre tre secoli, e riscoperto da uno studioso francese, una sorte analoga a quella di Caravaggio. La memoria è una cosa fragile, la storia è una cosa fragile, ed eventi come questo devono preservarne il ricordo e perpetuarlo.

Quello della memoria non è il solo punto che l’artista fiammingo ha in comune con Caravaggio, ma i due artisti sono soprattutto dei maestri della luce. Di entrambi non conosciamo alcun disegno preparatorio, non li usavano, ed entrambi fanno della luce la vera grande protagonista della loro arte.

Silenziosa, misteriosa, quella di Vermeer è una pittura fatta di interiorità. La sua suonatrice, ad una più attenta analisi, non è bella, eppure risplende di una pacata intima bellezza, che si fa esteriore, che diventa, osservandola, bellezza formale.

L’artista del XVII secolo proietta l’osservatore dentro la camera oscura della sua arte attraverso la quale catturava il mondo che lo circondava, lo stesso in cui oggi ci permette di entrare.

La donna con il liuto è straordinariamente moderna. Suona, innalza il suo spirito attraverso la musica, forse sogna, come dimostra il suo sguardo rivolto verso la finestra, verso un “altrove” nascosto anche allo spettatore che con lei immagina.

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liuto di Jean Des Moulins, 1644
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carta geografica di Willem Bleau, 1644

Alle spalle della donna una carta geografica traccia le conoscenze scientifiche del tempo, segno tangibile di una società attenta al tempo che cambia. Quella stessa carta la ritroviamo adesso sulla parete sinistra della sala, in una versione di Willem Bleau del 1644. Sulla destra invece trova posto anche un vero liuto, unico attribuibile dai tanti dettagli e dalla pregiata fattura, a Jean Des Moulins, appartenente alle collezioni del Musée Instrumental du Conservatoire di Parigi. Un’opera di riambientazione in cui lo spettatore vive le sensazioni che vanno oltre la vista, che si fanno materiali percezioni del mondo. Il liuto, sottile filo conduttore che lega le New York, Vermeer, Napoli, poiché già tradizione partenopea ed europea in generale.

Nella sala accanto opere contemporanee a Vermeer ritraggono donne dedite all’arte delle sette note. Autoritratto alla spinetta di Sofonisba Anguissola, Santa Cecilia in Estasi del napoletano Bernardo Cavallino, Santa Cecilia al Clavicembalo di Francesco Guarino e Santa Cecilia all’organo e angeli musicanti e cantori di Carlo Sellitto. Capolavori della pittura napoletana, che mostrano quanto quello musicale fosse un tema ricorrente nella pittura italiana del XVII secolo.

Alla presentazione, grazie alla collaborazione con il Conservatorio di Napoli, la stampa ha potuto assistere ad un concerto di voce e strumenti a corda, che hanno permesso ai presenti non soltanto di vivere l’atmosfera del tempo, ma anche il delicato suono del liuto. Suggestioni, suoni, profumi degli strumenti di un’epoca di cui la sala di Capodimonte s’è fatta portale.

Ci si aspetta sempre, da un’opera così nota, che sia anche grande. Invece la prima cosa che colpisce lo spettatore sono le piccole dimensioni del dipinto. Eppure l’emozione di un quadro che ha attraversato l’Oceano per dar vita a qualcosa di unico è intensa. Vedere con i propri occhi i pigmenti di colore, le ombre che, al pari della luce, restituiscono la fotografia di un momento.

Grazie alla Regione Campania non ci sono maggiorazioni sul biglietto di ingresso, il cui costo resta invariato.

Grande novità di questa mostra è il supporto di un’APP. I tempi cambiano e i musei cambiano con loro. Per avvicinare un pubblico giovane, ma anche per dare una più ampia visione dell’opera, il Museo di Capodimonte, in collaborazione con ARM23, ha creato l’app omonima della rassegna, Vermeer a Capodimonte, disponibile per dispositivi iOS e Android. L’applicazione, grazie ad un riconoscimento delle stesse immagini attraverso una scannerizzazione digitale, ci restituirà delle informazioni in realtà aumentata che difficilmente riusciremmo ad avere da soli.