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L’Art Déco, l’amore per il lusso e la modernità in mostra a Sogliano al Rubicone

per BROWSER e DESK queste tre foto titolo L'Art Deco' nella collezione Parenti
Vogue, Collezione Parenti

Dopo Caravaggio, la moda museale del momento è sicuramente l’Art Déco. Sono ben due, tutte in territorio romagnolo, le rassegne dedicate allo stile che negli anni ’20 ha segnato un’epoca, rappresentando, ancora oggi, una fonte di ispirazione per architetti e artisti di ogni decennio a venire.

Fino al prossimo 16 luglio, al Museo di Arte PoveraSogliano al Rubicone (in provincia di Forlì-Cesena), sarà infatti possibile ammirare Art Deco nella collezione Parenti. Moda e pubblicità nell’epoca dorata successiva al Liberty, questo il titolo della rassegna che mette insieme l’ampia Collezione Parenti, oltre 300 opere.

Sono molto legato a questi luoghi, chi mi segue su instagram lo sa bene.

Lavori grafici dal tratto inconfondibile, che raccontano una smodata passione per il lusso, una ricerca estetica del bello, esprimendo la gioia per la vita e la voglia di godersela in quelli che erano gli anni ruggenti, che ambivano soprattutto alla modernità. Automobili certo, ma anche abiti dal taglio moderno, per donne che iniziavano ad emanciparsi dal semplice ruolo di mogli e madri, ma anche una velata ricerca di sensualità e piacere.

art-deco-museo-di-arte-povera-sogliano-al-rubicone-internettualeLa mostra incontra un’altra importante rassegna su questo stile, quella dei  Musei di San Domenico a Forlì fino al prossimo 18 giugno.

All’interno di Palazzo Marcosanti i visitatori potranno ammirare le opere allestite, che raccontano la fioritura di una creatività che si diffuse presto in tutta Europa, e che in Italia ebbe una notevole influenza non soltanto negli stili architettonici, ma anche nelle arti decorative e nell’industria, rappresentando un germe di quello che fu la fioritura del design italiano.

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Artemisia Gentileschi, l’arte di una donna fino al 7 maggio a Roma

In un’epoca di cancelliere, sindache e prime ministro che hanno conquistato quelle vette fino ad un secolo prima riservate ai soli uomini, è più moderna che mai la mostra su Artemisia Gentileschi a Roma con Artemisia Gentileschi e il suo tempo.

Donna, ma soprattutto pittrice, al pari dei suoi contemporanei uomini, altrettanto potente e vigorosa nelle sue raffigurazioni pittoriche quanto Caravaggio e, talvolta, persino più violenta e vivida. Come dimostrano le due Giuditta e Oloferne. La prima del 1617, vibrante, viva, vivida, cruda; la seconda del 1620 per Cosimo de’ Medici. L’una agli Uffizi a Firenze, l’altra al Museo di Capodimonte a Napoli. Entrambe riunite sotto lo stesso tetto in occasione della monografica sulla pittrice seicentesca organizzata dal Museo di Roma, aperta al pubblico fino al prossimo 7 maggio.

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Giuditta e Oloferne, 1620 – Uffizi (Firenze)

È successo qualche giorno fa, quando le maestranze del museo napoletano e quelle dell’omologo romano, hanno trasportato in sicurezza il dipinto, giunto nella Capitale dal capoluogo partenopeo nella sua cassa in legno.

La potenza pittorica della Gentileschi, la forte espressività dei suoi soggetti, unita alla teatralità delle ambientazioni delle scene, la modulazione della luce ha contribuito alla diffusione del caravaggismo in Italia e a Napoli in particolare, dove l’artista si era trasferita e aveva vissuto in seguito ad uno stupro, la cui onta le avrebbe fatto perdere i favori e i privilegi di artista di cui invece godeva nella sua natia Roma.

Un tentativo di “femminicidio” spirituale, che non è riuscito tuttavia a fermare la creatività, che l’artista ha continuato a dimostrare per tutto il corso della sua vita.

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Giuditta e Oloferne, 1617 – Museo di Capodimonte (Napoli)

Non a caso il racconto biblico di Giuditta e Oloferne, che l’artista ha ritratto per ben due volte con altrettanto vigore, racchiude probabilmente la poetica della Gentileschi stessa, trasformandosi in metafora del trionfo della donna sul genere maschile. Giuditta infatti, donna del popolo ebraico, rimprovera gli anziani del suo popolo di non aver avuto fede nel Dio di Israele, e di non essere stati forti nella lotta contro il Re Oloferne, dal quale invece giunge, facendogli intendere di voler tradire la propria gente. La donna ottiene asilo e il permesso di pregare ogni notte il suo Dio. Una sera Re assiro Oloferne, invaghito della bellezza della donna, la invita al suo banchetto completamente ubriaco nell’intento di abusare di lei. Giuditta riesce così a sottrargli la sua stessa spada e decapitarlo, ritornando nella sua città. Presi dal panico per la morte del proprio condottiero, gli assiri furono messi in fuga dai Giudei.

Una rivincita quella di Giuditta, che si fa riscatto artistico per la stessa Artemisia, che con la sua arte e il suo talento ha dimostrato e continua a dimostrare di essere una donna contemporanea, di straordinario talento e sensibilità, ma, soprattutto, una grande Artista.

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Il Museo Archeologico di Napoli celebra Carlo di Borbone fino a marzo

(ANSA) - NAPOLI, 12 DIC - mostra Carlo Borbone al Mann
(ANSA) – NAPOLI, 12 DIC – mostra Carlo Borbone al Mann

Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli si appresta, con un po’ di ritardo rispetto alla reale data dell’avvenimento, a festeggiare l’anniversario della nascita di Re Carlo di Borbone. Esattamente tre secoli fa infatti, il 20 gennaio del 1716, nasceva l’illuminato sovrano partenopeo, che contribuì alla potenza del glorioso Regno di Napoli.

Per l’occasione il MANN ha inaugurato ieri una mostra dedicata al re partenopeo. Fino al prossimo 16 marzo, cittadini e visitatori potranno ammirare opere, dipinti, disegni, sculture, affreschi, oggetti preziosi e documenti, tra cui ben 200 preziose matrici della Stamperia Reale.

L’offerta del noto Museo Archeologico si arricchisce così di una nuova e ampia sezione, che non soltanto celebra, ma restituisce ai napoletani e visitatori un aspetto inedito della figura del sovrano, vero e proprio luminare del suo tempo. È a lui infatti che si devono i primi scavi nei siti archeologici di Ercolano e Pompei. Carlo di Borbone ha saputo precorrere i tempi, mostrandosi anche un abile comunicatore globale.

La mostra è collegata ad altre due esposizioni “gemelle”, allestite in contemporanea a Madrid e a Città del Messico, dove sono custoditi alcuni gessi e disegni delle meraviglie che il Re, durante il suo regno, volle disseminare per trasmettere al mondo quella classicità, così in voca nel XIX secolo, senza tuttavia privare la città degli originali.

Paolo Giulierini, direttore del museo napoletano, punta, con questa iniziativa, al traguardo delle 500.000 visite alla fine di questo 2016, che erano state invece preventivate per il 2018, incrementando così gli ingressi al museo di circa il 30%.

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Vermeer a Capodimonte: “la donna con il liuto” fino al 9 febbraio 2017 a Napoli

La prima cosa che salta agli occhi è il nuovo colore della sala del Museo di Capodimonte in cui è esposto Vermeer – Rosso cremisi scuro. Uno sguardo sul futuro, ci dice il direttore Sylvain Bellenger, che annuncia che anche tutte le altre sale abbandoneranno il biancore attuale per ritrovare gli originali colori di quando era una Reggia, e con essi il suo sfarzo, il lusso, i fasti del Regno di Napoli.

vermeer-la-donna-con-il-liuto-museo-di-capodimonte-napoli-internettualeLa sala è piena di giornalisti e blogger e appassionati d’arte. Tutti sono giunti al Museo di Capodimonte per La Donna con il Liuto del pittore fiammingo Vermeer. Un evento, un prestito eccezionale che arriva direttamente dal Metropolitan Museum of New York, e che da domani, 18 novembre, fino al 9 febbraio 2017 sarà esposto nella sala del primo piano del museo partenopeo.

Non si tratta di una mostra improvvisata, questa, ma è il frutto di una grande collaborazione tra il Museo di Capodimonte e i più grandi musei del mondo.

Vermeer, ci racconta Bellenger, è stato dimenticato per oltre tre secoli, e riscoperto da uno studioso francese, una sorte analoga a quella di Caravaggio. La memoria è una cosa fragile, la storia è una cosa fragile, ed eventi come questo devono preservarne il ricordo e perpetuarlo.

Quello della memoria non è il solo punto che l’artista fiammingo ha in comune con Caravaggio, ma i due artisti sono soprattutto dei maestri della luce. Di entrambi non conosciamo alcun disegno preparatorio, non li usavano, ed entrambi fanno della luce la vera grande protagonista della loro arte.

Silenziosa, misteriosa, quella di Vermeer è una pittura fatta di interiorità. La sua suonatrice, ad una più attenta analisi, non è bella, eppure risplende di una pacata intima bellezza, che si fa esteriore, che diventa, osservandola, bellezza formale.

L’artista del XVII secolo proietta l’osservatore dentro la camera oscura della sua arte attraverso la quale catturava il mondo che lo circondava, lo stesso in cui oggi ci permette di entrare.

La donna con il liuto è straordinariamente moderna. Suona, innalza il suo spirito attraverso la musica, forse sogna, come dimostra il suo sguardo rivolto verso la finestra, verso un “altrove” nascosto anche allo spettatore che con lei immagina.

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liuto di Jean Des Moulins, 1644
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carta geografica di Willem Bleau, 1644

Alle spalle della donna una carta geografica traccia le conoscenze scientifiche del tempo, segno tangibile di una società attenta al tempo che cambia. Quella stessa carta la ritroviamo adesso sulla parete sinistra della sala, in una versione di Willem Bleau del 1644. Sulla destra invece trova posto anche un vero liuto, unico attribuibile dai tanti dettagli e dalla pregiata fattura, a Jean Des Moulins, appartenente alle collezioni del Musée Instrumental du Conservatoire di Parigi. Un’opera di riambientazione in cui lo spettatore vive le sensazioni che vanno oltre la vista, che si fanno materiali percezioni del mondo. Il liuto, sottile filo conduttore che lega le New York, Vermeer, Napoli, poiché già tradizione partenopea ed europea in generale.

Nella sala accanto opere contemporanee a Vermeer ritraggono donne dedite all’arte delle sette note. Autoritratto alla spinetta di Sofonisba Anguissola, Santa Cecilia in Estasi del napoletano Bernardo Cavallino, Santa Cecilia al Clavicembalo di Francesco Guarino e Santa Cecilia all’organo e angeli musicanti e cantori di Carlo Sellitto. Capolavori della pittura napoletana, che mostrano quanto quello musicale fosse un tema ricorrente nella pittura italiana del XVII secolo.

Alla presentazione, grazie alla collaborazione con il Conservatorio di Napoli, la stampa ha potuto assistere ad un concerto di voce e strumenti a corda, che hanno permesso ai presenti non soltanto di vivere l’atmosfera del tempo, ma anche il delicato suono del liuto. Suggestioni, suoni, profumi degli strumenti di un’epoca di cui la sala di Capodimonte s’è fatta portale.

Ci si aspetta sempre, da un’opera così nota, che sia anche grande. Invece la prima cosa che colpisce lo spettatore sono le piccole dimensioni del dipinto. Eppure l’emozione di un quadro che ha attraversato l’Oceano per dar vita a qualcosa di unico è intensa. Vedere con i propri occhi i pigmenti di colore, le ombre che, al pari della luce, restituiscono la fotografia di un momento.

Grazie alla Regione Campania non ci sono maggiorazioni sul biglietto di ingresso, il cui costo resta invariato.

Grande novità di questa mostra è il supporto di un’APP. I tempi cambiano e i musei cambiano con loro. Per avvicinare un pubblico giovane, ma anche per dare una più ampia visione dell’opera, il Museo di Capodimonte, in collaborazione con ARM23, ha creato l’app omonima della rassegna, Vermeer a Capodimonte, disponibile per dispositivi iOS e Android. L’applicazione, grazie ad un riconoscimento delle stesse immagini attraverso una scannerizzazione digitale, ci restituirà delle informazioni in realtà aumentata che difficilmente riusciremmo ad avere da soli.

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Ritratto in due parti: Antinoo a Palazzo Altemps a Roma fino al 15 gennaio

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Antinoo raffigurato come Osiride, al British Museum

È una delle poche icone dell’arte antica giunte fino a noi. Il suo volto è considerato un canone di bellezza in tutto il mondo. Sto parlando di Antinoo, giovane amante sfortunato dell’Imperatore Adriano, che morì prematuramente annegato nelle acque del Nilo. E se molti libri di storia romana/archeologia ancora oggi liquidano il giovane con l’appellativo di “favorito” dell’imperatore, opere come Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar ne hanno fatto uno dei simboli dell’omosessualità contemporanea.

Alla figura di questo giovane innamorato, la cui leggenda ne attribuirebbe la scomparsa ad un tentativo fallito di castrazione per preservare l’efebica bellezza, è dedicata oggi una bellissima mostra.

Antinoo. Un ritratto in due parti. È questo il nome della rassegna che fino al 15 gennaio 2017 mette insieme due frammenti in relazione tra loro, un volto e un busto, identificati come il ritratto del giovane amante dell’imperatore. L’uno conservato all’Art Institute di Chicago, l’altro al Museo Nazionale Romano. Entrambi trovano adesso posto nella mostra di Palazzo Altemps.

Quello di Antinoo è un volto assorto, malinconico, dai folti riccioli e una straordinaria bellezza. Un’icona, la sua, che ha attraversato ben tre Stati, dopo la morte, incarnando i culti locali che vanno dall’ideale bellezza greca alla personificazione del Dio Osiride in Egitto. È probabilmente facile capire, guardando la molteplice e varia ritrattistica antica, come abbia fatto Adriano, l’imperatore romano così tanto affascinato dalla Grecia, ad invaghirsi di questo giovane di origine orientale. Oggi quel volto dell’originaria collezione di Villa Ludovisi, acquisita dal museo romano agli inizi del ‘900, ritrova anche il suo busto, che alla fine dell’800 invece ha attraversato l’oceano per far parte della collezione del primo presidente dell’Art Institute di Chicago.

Ci vorrà l’ipotesi dell’egittologo Raymond Johnson dell’Università di Chicago nel 2005, e gli studiosi del J. Paul Getty Museum, quasi dieci anni dopo, per confermarlo.

I due frammenti, ricostruiti in fedelissimi calchi in gesso 1:1 sono così idealmente composti, ricostruendo idealmente l’aspetto originario dell’opera di età romana.

Alla morte di adriano il mito del giovane svanì con lui. Occorsero gli studi antiquari di J.J. Winckelmann, padre della moderna archeologia, sedotto dalla bellezza di quella scultura romana dal sapore greco. L’immagine di Antinoo riprende vita, e si fa visione erotica, vagamente sensuale, capace di ispirare i versi malinconici di Irwing, di Wilde, di Pessoa.

A rendere omaggio al giovane è oggi questo evento promosso dalla Soprintendenza Speciale per il Colosseo e l’area archeologica centrale di Roma e dal Museo Nazionale Romano insieme ad Electa. L’iniziativa è a cura di Alessandra Capodiferro.

Se la storia omosessuale tra l’Imperatore di Roma e il giovane non destò scandalo, molto stupore suscitò invece il lutto dell’imperatore e condottiero, che volle trasformare la figura del giovane in Dio, diffondendone il culto in tutto l’impero: da Roma alla Grecia, passando per l’Egitto: Osiride, Dioniso, Apollo, Asclepio fino alle divinità agresti minori. Sono tante le iconografie attraverso le quali è passato il volto di Antinoo, rosa di gozzana memoria, rimpianto di quell’imperatore che dall’alto del suo trono trascorse il resto dei suoi giorni, come un Petrarca ante saecula, nel dispiacere di ciò che poteva essere e non è stato.

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“BOOM 60!”, al Museo del Novecento di Milano dal 18 ottobre, l’arte della beat generation

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VUOLE SPECCHIARSI IN 10 RITRATTI, in “Tempo”, XVII, 10, 10 marzo 1955, pp. 34

Film, musica, moda. Quella degli anni ’60 è un’epoca che non è mai veramente passata, e alla quale il nostro Paese, memore di quel boom economico che diede vita ad uno stile, quello italiano, continua ad ispirarsi. Auto dalle linee retrò, elettrodomestici dalle forme vintage, mobili dall’attuale design demodé.

È da queste (ancora) attuali atmosfere che nasce BOOM 60! Era arte moderna la mostra, al Museo del Novecento di Milano dal 18 ottobre fino al prossimo 12 marzo 2017.

Una rassegna che si rivolge a chi della beat generation ne ha fatto parte e a quanti invece desiderano riscoprirla, attraverso le copertine dei settimanali e dei mensili, segno tangibile di un boom non soltanto economico e di costume. Epoca, il Tempo, Le Ore, Oggi, Gente, Panorama sono soltanto alcune delle testate che con le loro fotografie e i personali stili di raccontare tendenze e personaggi hanno rappresentato un modo di comunicare che non era soltanto mero strumento di intrattenimento, ma vera e propria arte contemporanea, nonché specchio fedele della mentalità e delle aspirazioni collettive.

Sono circa centocinquanta le opere dislocate lungo un percorso di visita, allestito dall’Atelier Mendini, tra pittura, scultura e grafica, selezionate per il grande impatto mediatico, che dialogano in quattro sezioni: Grandi mostre e polemiche, Artisti in rotocalco, Artisti e divi, Mercato e collezionismo. A corredo le più diffuse illustrazioni fotografiche e televisive delle opere stesse e dei loro autori.

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“Gente”, col suo tipico formato del fototesto – un racconto fotografico con didascalie – interpreta il punto di vista del suo lettore ideale, sorpreso e perplesso, attraverso modelle in posa fotografate alla Biennale del 1960.

La mostra mette insieme dipinti e sculture di valore civico, provenienti da collezioni pubbliche e private, tra cui alcuni pezzi dell’ampia, quanto unica, collezione Boschi-Di Stefano, valore aggiunto di questo evento culturale.

Una mostra che ruota intorno alla città che la ospita, Milano, città, ancora oggi, della grande editoria e di quella nuova ricerca e corrente artistica che emergeva attraverso i suoi settimanali.

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Germana Marucelli, ABITO DA COCKTAIL, TIPOLOGIA BOUTIQUE “LA MARUCELLIANA”, 1961, Collezione 1962

Boom 60 è curata da Mariella Milan e Desdemona Ventroni con Maria Grazia Messina e Antonello Negri, e inaugura i nuovi spazi espositivi con un percorso articolato tra Arengario e Piazzetta Reale, ed è promossa dal Comune di Milano.

Un percorso all’interno della concezione della cultura visiva italiana, che immergeva l’arte nella cultura di massa screditandola forse agli occhi della critica colta, ma dal grande valore espressivo di un’epoca.

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Una mostra sulla Maddalena di Sgarbi dal 3 settembre all’8 gennaio alla Santa Casa di Loreto

Maria Maddalena è stata una delle figure religiose più discusse e controverse dell’ultimo decennio. Grazie a saggi quali Il Santo Graal di Baigent Michael, Leigh Richard e Lincoln Henry prima, e al romanzo Il Codice Da Vinci di Dan Brown dopo, la sua figura è stata più volte al centro di dibattiti e analisi, alla ricerca di una “riabilitazione” per quella prostituta che, secondo alcuni, sarebbe addirittura stata invece la compagna di Gesù, nonché la vera depositaria della cristianità.

A questa importante icona è in parte dedicato il Giubileo eccezionale indetto da Papa Francesco. Il vicario di Pietro ha infatti annunciato che durante l’anno giubilare la celebrazione della Maddalena sarà elevata a vera e propria festa, per una riflessione più profonda sul ruolo che ebbe Maria di Magdala nella storia della Chiesa e in quella di Gesù Cristo, prima testimone della sua resurrezione nonché figura femminile di primo piano nei racconti del Vangelo.

Ed è proprio in occasione di questo importante evento per la Chiesa, che le Marche hanno dedicato una delle quattro importanti mostre che sono state organizzate, alla figura della Maddalena.

Dal 3 settembre 2016 fino al prossimo 8 gennaio 2017 infatti il Museo-Antico Tesoro della Santa Casa di Loreto ospiterà La Maddalena, tra peccato e penitenza, rassegna con 50 importanti opere a cura del critico d’arte Vittorio Sgarbi, promossa dalla Regione Marche in collaborazione con il Mibact e CEI.

Sono tanti i racconti evangelici che vedono protagonista la donna la cui iconografia le attribuisce una fulva chioma fluente: dalla redenta, che unge i piedi del Signore con degli olii asciugandoli con i propri capelli, alla donna che piange la sua morte ai piedi della croce, fino alla spettatrice sorridente che annuncia la resurrezione agli apostoli.

Ed è probabilmente una vita speculare a quella di Gesù Cristo quella di Maria Maddalena, la donna che vive la sua vita nel torbido peccato fino ad un’altra resurrezione, quella dello spirito, che la porta ad intraprendere un percorso ascetico fino alla rinascita come seguace e, forse, “apostolo” prediletto dello stesso Gesù.

Tanti gli artisti che nel Medioevo e nel Neoclassicismo le hanno dedicato le loro opere, a cominciare da Carlo Crivelli di Montefiore dell’Aso, presente in questa interessante esposizione, che la raffigura come una seducente ragazza dallo sguardo ammiccante mentre porta gli olii in ricche vesti finemente ricamate, dove s’intravede una fenice decorare la manica sinistra, simbolo di quella morte e resurrezione, di quel percorso di conversione e fede, che anch’essa ha attraversato.

Ma è nell’età della Controriforma che la sua figura gode di grande fortuna e fama nell’iconografia sacra: a lei Orazio Gentileschi della Chiesa della Maddalena di Fabriano dedica una tela. Anche Antonio Canova, poco incline ai soggetti religiosi e maggiormente dedito a quelli della mitologia classica, si cimenta nella sua immagine raffigurandola mentre si ravvede.

Per l’occasione Vittorio Sgarbi ha scritto il volume Diario di un amore. Il vangelo secondo Maddalena, dedicato ad una santa che, a suo avviso, rappresenta il corrispettivo femminile di San Pietro.

Maria Maddalena Canova - internettuale

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“ATTESA”: al MADRE di Napoli la retrospettiva sul fotografo Mimmo Jodice

Si intitola ATTESA 1960-2016, a cura di Andrea Villani, la più ampia retrospettiva mai dedicata a Mimmo Jodice, fotografo napoletano, quella che il Museo d’Arte Contemporanea Donna Regina ospiterà nelle sue sale dal 24 giugno fino al prossimo 24 ottobre. Quasi sessant’anni di attività per l’artista, classe 1934, considerato da molti uno degli indiscussi maestri della fotografia contemporanea.

Sono oltre cento le opere in mostra per questo percorso espositivo che si adatta alle forme e gli spazi del MADRE tra la sala Re_PUBBLICA MADRE e il terzo piano, con fotografie che vanno dalle prime sperimentazioni degli anni ’60 e ’70 all’ultima serie di lavori realizzata proprio in occasione di questa retrospettiva, Attesa (2015) che dà il titolo all’intera rassegna.

Una mostra che si propone particolarmente completa, e che offrirà allo spettatore di indagare tutti i cicli fotografici affrontati negli anni da Jodice, nel suo magistrale bianco e nero: dalla sua relazione con le opere d’arte, spesso immortalate, al quotidiano, passando per le vie della città in cui ricercava lo straordinario nell’ordinario.

Una sezione sarà invece dedicata alle tematiche sociali spesso affrontate da Mimmo, mentre all’interno delle proprie sale sarà possibile osservare anche lavori di altri artisti per i quali Jodice è stato fonte di ispirazione e arricchimento.

L’ATTESA si fa qui pazienza per il fotografo di aspettare il luogo giusto, il momento giusto, la luce giusta per catturare, attraverso l’otturatore del proprio obiettivo, uno sfuggente attimo di eternità. Le fotografie di Jodice infatti trascendono la dimensione spazio-temporale, sospese a mezz’aria tra fisicità e contemplazione dell’attesa stessa.

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Al Pitti Immagine Uomo arriva il Karl Lagerfeld fotografo

Karl Lagerfeld Pitti Immagine 2016 - internettualePer tutti è il capo esecutivo dei disegnatori della maison Chanel. Il suo nome infatti è per lo più legato alle creazioni haute couture, ma gli appassionati sanno bene che lo stilista Karl Lagerfeld è anche fotografo. Di origini teutoniche, Lagerfeld ha infatti firmato spesso le campagne pubblicitarie dell’azienda che dirige o di quelle con cui collabora, quali Fendi e Chloé, ed è uno dei fotografi di fashion e glamour più apprezzati della scena contemporanea. Suo infatti fu il prestigioso Calendario Pirelli del 2011, in cui reinterpreta la mitologica, catturando con il suo obiettivo alcuni tra i volti e corpi più belli dell’alta moda e del cinema.

Quest’anno il Karl fotografo arriva in Italia, e lo fa in occasione del Pitti Immagine Uomo. Dal prossimo 14 giugno, infatti, sarà inaugurata a Palazzo Pitti a Firenze Karl Lagerfeld _Visions of Fashion. Curata da Eric Pfrunder e Gerhard Steidl, la rassegna è un progetto antologico per ripercorrere la carriera (fotografica) dell’artista, dagli scatti di moda per i fashion-magazine internazionali a quelle di chiara ispirazione classica, realizzate con diverse tecniche.

L’antologica è resa possibile dalla collaborazione tra la Fondazione Pitti Immagine Discovery e le Gallerie degli Uffizi, col sostegno del Centro di Firenze per la moda italiana e, naturalmente, Pitti Immagine.

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Oltre alle foto più celebri di Lagerfeld, lungo il percorso espositivo troveranno posto anche alcuni scatti inediti.

Una mostra che non vuole essere un trofeo celebrativo chiuso in se stesso, ma che si propone come un dialogo tra le dimensioni delle proprie opere e le caratteristiche degli ambienti espositivi che la ospitano: il percorso di visita infatti parte dallo Scalone del Moro, e si snoda attraverso la Galleria Palatina fino ad arrivare alla Sala Bianca e alle due sale degli Appartamenti degli Arazzi.