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Raffaello e l’eco del mito, Bergamo anticipa le celebrazioni della morte del maestro

Raffaello Sanzio, San Sebastiano

Nel 2020 saranno esattamente cinquecento anni dalla morte di Raffaello Sanzio, che morì prematuramente a Roma a soli trentasette anni. Se un film, Il Principe delle Arti (di cui vi ho parlato qui) lo ha celebrato lo scorso anno al cinema, una mostra a Bergamo anticipa le iniziative per le celebrazioni del maestro urbinate.

Raffaello e l’eco del mito è questo il titolo della rassegna, che da oggi, 27 gennaio, fino al 6 maggio porterà all’Accademia Carrara sessanta opere, provenienti da importanti prestiti nazionali e internazionali, ma anche da prestigiose collezioni private.

L’intero progetto scientifico che ha dato origine a questo evento, ruota intorno al San Sebastiano di Raffaello, capolavoro giovanile del pittore rinascimentale, che fa parte oggi delle raccolte della Carrara. Da qui si muovono diverse sezioni che indagano gli anni della formazione e dei maestri che hanno influito sulla sua arte come Perugino, Pinturicchio, Giovanni Santi, Luca Signorelli.

Raffaello Sanzio, Madonna con il Bambino (Madonna Diotallevi)

Una significativa raccolta di opere invece racconta i primi anni, quelli che vanno dal 1500 al 1505, e infine la straordinaria influenza che in pochi anni di attività questo straordinario artista ha avuto sulle nuove generazioni, raccontate in due sezioni: la prima ottocentesca, di cui La Fornarina (in prestito dalle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma Palazzo Barberini) si fa simbolo e fonte di ispirazioni per autori del diciannovesimo secolo, come mostrano gli esempi in mostra delle opere di Giuseppe Sogni, Francesco Gandolfi, Felice Schiavoni, Cesare Mussini. La seconda dedicata ad artisti contemporanei che al maestro continuano a ispirarsi.

Dalla Madonna Diotallevi di Berlino alla Croce astile dipinta del Museo Poldi Pezzoli, dal Ritratto di giovane di Lille al Ritratto di Elisabetta Gonzaga degli Uffizi, fino al San Michele del Louvre. Sono 14 le opere i capolavori che testimoniano l’originalità nell’innovare i coevi canoni linguistici e la straordinaria espressione artistica.

Una mostra che ricompone per la prima volta la Pala Colonna, le cui parti provengono dal Metropolitan Museum of Art di New York, dalla National Gallery di Londra e dall’Isabella Stewart Gardner di Boston.

Raffaello Sanzio, La Fornarina

A cura di a cura di Maria Cristina Rodeschini, Emanuela Daffra e Giacinto Di Pietrantonio, la mostra è realizzata grazie alla Fondazione Accademia Carrara in collaborazione con GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo e in coproduzione con Marsilio Electa.

Per maggiori informazioni:

www.raffaellesco.it

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I Longobardi, un popolo che cambia la storia. Al MANN fino al 25 marzo

Per chiudere in bellezza l’anno appena passato, ho deciso di vedere la mostra i Longobardi, al Museo Archeologico Nazionale di Napoli fino al prossimo 25 marzo. Una rassegna itinerante, questa, che fa tappa a Napoli dopo l’esposizione pavese al Castello Visconteo.

Longobardi. Un popolo che cambia, questo il titolo completo della rassegna, apre un’ampia parentesi monografica su questa dinastia che ha dominato il nostro paese dal II al VI secolo d.C e sulla sua evoluzione nel corso dei secoli.

Una mostra storico-artistica nel senso più ampio di questa accezione, che ripercorre non soltanto la grande maestria artigianale di questa popolazione di origine germanica, ma anche il percorso geografico che dal nord dell’Italia ha portato alla conquista anche dell’entroterra meridionale del nostro Paese.

Allestita al primo piano del museo napoletano con un allestimento che, benché bellissimo, tanto ha tolto alla pavimentazione messa in opera proveniente dall’antica Pompei.

Una ricostruzione di ampio respiro, questa, che vede lungo il suo percorso corredi funerari, monili preziosi e persino carcasse di cavalli.

I reperti sono accompagnati da video-installazioni cui sono affidate le pagine storiche della mostra, che restituiscono ricostruzioni anche tridimensionali di siti e luoghi, mostrando minuziosamente, usi, costumi e percorsi lungo la nostra penisola.

Mariano Cervone alla mostra I Longobardi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Spade, spilloni, spille, fibbie, ma anche abiti e oggetti in pelle. Sono tanti e variegati gli oggetti che è possibile vedere attraverso le eleganti vetrine esagonali, che sposano i colori del verde e dell’arancio a motivi geometrici.

Non mancano teschi e incunaboli, con approfondimenti che vanno dall’antropologia alla cultura.

Ciò che sorprende più di ogni altra cosa è l’estensione di questa rassegna, in cui trovano posto anche epigrafi e fregi ornamentali, marmi in cui era scolpita l’arte e la storia longobarda, il cui gusto orientaleggiante incontra il cristianesimo, nelle sue croci d’oro e nelle raffigurazioni.

 

Per le immagini della mostra, vi rimando al mio profilo instagram @marianocervone

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Botero all’AMO di Verona fino al prossimo 25 febbraio

Famiglia con animali

È un mondo variopinto e colorato, quello di Fernando Botero, che con le sue opere ha raccontato con ironia e gioia la sua Colombia e la storia dell’arte. Opere, personaggi e luoghi accomunati figure opulente, forme tondeggianti e toni sgargianti, che fanno di una sua mostra un gioco in cui perdersi e divertirsi.

Dopo Roma, l’evento co-prodotto dal Gruppo Arthemisia e MondoMostre Skira arriva all’Amo-Palazzo Forti di Verona fino al prossimo 25 febbraio. E se non siete riusciti a vederla al Vittoriano nella Capitale, allora non dovete perdere l’occasione di (ri)scoprire questo originale artista, che passa con nonchalance dalla scultura alla pittura, con immutato brio.

Un tratto distintivo che l’artista tiene a mantenere per essere riconoscibile tra i tanti, e per raccontare nel suo originalissimo modo il mondo che lo circondava.

Mariano Cervone, profilo instagram @marianocervone

Ho scoperto un artista che vive della sua arte, molto legato alla sua terra di origine e ai personaggi che ne hanno disegnato la storia, eppure Botero è un uomo che sa prendere in giro la vita con sagace ironia. Vederlo al Vittoriano questa estate mi ha divertito molto, ed è stata la perfetta conclusione di una sera d’estate.

La Fornarina, una delle opere di Fernando Botero

Questa mostra, che caldamente consiglio, è un modo per avvicinarsi all’arte divertendosi, allontanando la polverosa idea di esposizione che annoia. Al contrario non ho potuto trattenere qualche sorriso dinanzi alle espressioni buffe di ritratti di famiglia o di gruppo, come i preti, gli ambasciatori, le donne.

50 le opere selezionate per questo evento, che raccontano in parte la sua vita, le persone e le personalità che l’hanno influenzata, e i luoghi abbandonati e ritrovati che hanno caratterizzato il lungo corso della sua carriera. Una serie di mostre, questa, con cui Fernando Botero celebra il suo 85esimo compleanno.

Curata da Rudy Chiappini, la mostra s’intitola semplicemente Botero, e ha visto la stretta collaborazione dello stesso artista per mettere insieme le opere che raccontano gli ultimi due decenni in particolare della sua ampia produzione.

Favolistico, ironico, giocoso, ma anche vagamente trasgressivo e all’avanguardia. Nell’arte di Botero non mancano infatti monumentali nudi e scene d’amore di cortigiane e clienti, viaggiando dalle calde atmosfere del Sud America all’Italia, in un mix di sentimenti e sensazioni, che vanno dall’ironia tipica delle sue opere alla nostalgia per la sua terra di origine.

Venere e Cupido, una delle opere di Fernando Botero

Dieci le sezioni che raccontano le diverse fasi della sua pittura. Non mancano divertenti riferimenti agli artisti del passato, dai Coniugi Arnolfini alla Fornarina di Raffaello, da Velasquez a Goya passando per Piero Della Francesca e Leonardo.

Tante anche le colorate nature morte che i visitatori potranno incontrare lungo il percorso, e che consentiranno un’attenta riflessione anche sulla poetica dell’artista e sui sentimenti che hanno generato questi dipinti forse meno noti, ma perfettamente riconoscibili, di un artista che è riuscito a lasciare il segno nel mondo dell’arte contemporanea diventando già classico.

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Picasso, intimo e segreto dal 10 novembre a Palazzo Ducale a Genova

È un Picasso intimo, diverso dai dipinti che abbiamo visto finora esposti nei musei e nelle mostre del nostro paese e del mondo. Se le ultime mostre dell’artista spagnolo hanno visto l’esposizione delle sue opere più o meno celebri, Picasso. Capolavori dal Museo Picasso di Parigi mette insieme oltre 50 opere selezionate, appunto, dal Museo Picasso di Parigi.

Paul dessinant (1923)
Olio su tela, 130 x 97 cm
Musée National Picasso-Paris, Parigi
© Succession Picasso, by SIAE 2017

Opere dalle quali Picasso non si era mai voluto separare, e che aveva dipinto per suo diletto, da custodire e condividere con una ristretta élite di conoscenti e parenti.

Les Baigneuses (estate 1918)
Olio su tela, 27 x 22 cm
Musée National Picasso-Paris, Parigi
© Succession Picasso, by SIAE 2017

Proseguono per i musei italiani i festeggiamenti del centenario del viaggio dell’artista nel nostro Paese. Giunto in Italia nel 1917, Picasso ne rimase particolarmente colpito. La commedia dell’arte e la pittura italiana maturarono nell’artista di Malaga un momento di svolta, che lo avvicineranno a quello che è convenzionalmente chiamato “periodo neoclassico”. Influenze di questo soggiorno che sarà indelebile per la vita e la carriera del pittore, si possono riscontrare nelle sue opere dei primi anni ’20. Opere, queste, che prendono le distanze dall’astrattismo che caratterizza la sua prima produzione, e lo avvicinano ad un nuovo senso dell’immagine più asciutto, con volumi monumentali e composizioni molto più equilibrate.

Allestita a Palazzo Ducale a Genova, dal prossimo 10 novembre fino al 6 maggio 2018, la mostra porterà idealmente il pubblico italiano all’interno delle case-atelier che si sono succedute nella vita di Picasso, e che lo ispireranno ognuna nel suo personalissimo modo.

Per restituire un’immagine degli ambienti in cui si muoveva il pittore, le opere

Autoportrait (autunno 1906)
Olio su tela, 65 x 54 cm
Musée National Picasso-Paris, Parigi
© Succession Picasso, by SIAE 2017

a lui più care e i luoghi che le hanno ispirate, la rassegna raccoglie anche numerose fotografie, conducendo il pittore lungo il percorso dell’artista catalano, percorrendo le fasi dei vari stili reinventati dal pittore e che dal ‘900 agli anni ’70 caratterizzeranno le fasi salienti della sua intera carriera.

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Le stanze segrete di Vittorio Sgarbi, a Novara fino al 14 gennaio

Le stanze segrete di Vittorio Sgarbi, da oggi, 21 settembre, fino al prossimo 14 gennaio 2018 al Castello Sforzesco di Novara. Dal Rinascimento al Neoclassico, questo il sottotitolo della mostra, che seleziona 120 opere dalla vasta Collezione Cavallini-Sgarbi di proprietà del noto critico d’arte Vittorio e di sua madre Rina Cavallini. Un’antologica, come ormai di consueto per Sgarbi che, dopo i Tesori Nascosti cui ho avuto il privilegio di partecipare, ritorna a divulgare arte in Italia. Niccolò dell’Arca, Lorenzo Lotto, Guercino, Guido Cagnacci, Artemisia Gentileschi, Francesco Hayez e Gaetano Previati sono soltanto alcuni degli artisti che animano queste ideali stanze segrete.

Una collezione che racconta di una grande passione, quella per la bellezza, di Vittorio Sgarbi e di sua madre, che hanno accumulato opere prendendo parte alle più prestigiose aste di tutto il mondo.

Non c’è una logica in questa collezione, che mette insieme indistintamente dipinti e sculture, e artisti di ogni secolo e genere pittorico, accomunate soltanto dal grande amore del critico d’arte.

Per la realizzazione di questa importante rassegna, alcune opere sono state sottratte ad alcuni musei statunitensi e orgogliosamente riportate in Italia, come il Ritratto di Francesco Righetti di Guercino dal Kimbell Art Museum di Forth Worth.

Realizzata con il patrocinio del Comune di Novara e naturalmente quello della Fondazione Cavallini Sgarbi, la mostra vede la direzione artistica di Giovanni C. Lettini, Sara Pallavicini e Stefano Morelli, ed è promossa dalla Fondazione Castello per valorizzare il sito visconteo, che viene finalmente riaperto al pubblico e restituito alla sua città.

Fino agli anni ’70 il castello ha avuto funzione di carcere, dove è stata rinchiusa anche Claretta Petacci, amante di Benito Mussolini.

Oggi invece quelle stesse stanze, un tempo prigioni, si fanno custodi di cotanta arte, e rendono più suggestiva la visita stessa del castello: «Da settembre a gennaio – ha detto Alessandro Canelli, sindaco della città di Novara – i visitatori avranno la possibilità di vivere una esperienza unica di bellezza e meraviglia, un primo tassello importante perché Novara possa diventare un punto di riferimento e di attrazione culturale anche fuori dai propri confini».

Opere che non seguono nemmeno una linea di appartenenza, bensì una geografia del cuore. Molto belle le parole con cui Vittorio ricorda sua madre Rina, definita il suo “miglior uomo”, la persona più fidata non solo negli affetti ma anche nei suoi interessi: «Si fece prolungamento del mio pensiero e della mia vita. Io indicavo il nome di un artista, il luogo, la casa d’aste. E lei puntuale prendeva la mira e colpiva».

Questa collezione ha saputo mettere insieme nel tempo, tra i tanti, artisti italiani di scuole diverse: dalla lombarda alla marchigiana, dalla veneta all’emiliana, passando per la romagnola, la toscana, la romana, con il solo intento di raccontare importanti pagine di storia dell’arte del nostro paese, e di quelle regioni che, come un colorato puzzle, ne compongono l’immagine e la grandezza agli occhi del mondo.

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Seduzione e Potere da Cagnacci a Tiepolo. La nuova mostra di Sgarbi a Perugia

Sono ancora visioni private quelle che ci offre Vittorio Sgarbi con la sua serie di mostre che sta promuovendo l’arte nascosta del nostro paese. Dopo la mostra de I Tesori Nascosti nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Napoli, conclusasi con successo lo scorso 20 luglio, il noto critico d’arte italiano è già pronto per una nuova mostra. Seduzione e potere. La donna nell’arte tra Guido Cagnacci e Tiepolo è questo il titolo della rassegna che sarà inaugurata dopodomani, sabato 29 luglio a Gualdo Tadino in provincia di Perugia.

La mostra sarà allestita all’interno della Chiesa monumentale di San Francesco e resterà aperta al pubblico fino al prossimo 3 dicembre.

La rassegna è stata realizzata con la consultazione scientifica di Vittorio Sgarbi, con il patrocinio della Regione Umbria e della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, e vede la collaborazione del professore di storia dell’arte Antonio D’Amico.

Un percorso al femminile, che si propone di raccontare la figura della donna nell’arte e nella storia, focalizzandosi sulle potenti armi di seduzione femminile e il potere che le donne hanno esercitato e avuto. Dalla mitologia ai racconti biblici, passando per le allegorie, le donne si muovono sinuose con pathos, un pizzico di misticismo, la teatralità e, soprattutto, la loro sensualità.

E se nella mostra napoletana appena chiusa era la Maddalena Addolorata di Caravaggio la regina di tutte le opere, in questa esposizione c’è un’altra Maddalena al centro della scena, quella portata in cielo dagli angeli di Francesco Cairo, che anche in questa ascesi mantiene intatta tutta la sua grazia di donna che è in qualche modo perdonata e addirittura celebrata.

29 gli artisti italiani che tra Cinquecento e Settecento si sono dedicati alla figura femminile, oltre trenta i capolavori che vanno da Simone Peterzano a Giulio Cesare Procaccini, da Lionello Spada a Mattia Preti, passando per Luca Giordano e Giambattista Tiepolo e i figli Giandomenico e Lorenzo Tiepolo.

La stessa sensualità che ritroviamo Cleopatra di Guido Cagnacci, che raffigura la regina d’Egitto morente, ma sempre bellissima.

«I visitatori potranno ammirare capolavori di artisti di grande fama nazionale ed internazionale e opere d’arte inedite – ha detto Antonio D’Amico – Gualdo Tadino diventerà capitale italiana della seduzione sia per ospitare questa mostra sia per le bellezze che la città propone».

Anche per questa mostra Sgarbi riesce a mettere insieme collezioni private italiane ed estere, dalla Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi di Forlì alle Collezioni d’arte della Fondazione Cassa di Risparmio di Pesaro. Opere che generalmente non godono della vista dei visitatori che potranno così ammirare questi meravigliosi capolavori.

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Monet intimo e inedito, da ottobre al Vittoriano di Roma

C’è un Monet intimo, privato, quello che i visitatori potranno vedere alla mostra omonima, MONET, che dal 19 ottobre fino al prossimo 28 gennaio sarà al Vittoriano a Roma. Scorci di Parigi, la sua Parigi, che si riflette malinconicamente nella Senna, Salici dai contorni indefiniti che si confondono con le cascate dei glicini su di un ponte giapponese, fino alle monumentali Ninfee, avvolte in un pulviscolo violetto. Sono i quadri che il grande maestro dell’impressionismo francese aveva nel salotto della sua amata casa a Giverny, l’ultima.

Opere che Claude Monet non aveva concepito per il pubblico, ma che “ha guardato per tutta la vita, appesi nella sua ultima, amatissima, casa” dice Marianne Mathieu, curatrice dell’evento.

Sono oltre 60 le opere che troveranno posto in quella che si preannuncia una mostra monumentale e, soprattutto, inedita. Sì, perché i dipinti, provenienti dal Musée Marmottan Monet di Parigi, sono per lo più sconosciuti nel nostro paese. La collezione del museo parigino è la più grande al mondo ed è cresciuta ulteriormente negli anni grazie alle donazioni dei collezionisti dell’epoca, tra cui quella dello stesso figlio dell’artista, Michel Monet, che alla morte del padre non volle lasciare nulla allo Stato, “reo”, a suo dire, di non aver sostenuto il maestro negli ultimi anni di vita.

Mission del museo, dice la Mathueu all’ANSA, è quella di portare Monet là dove è ancora poco nota la sua opera. Dopo Taiwan, questa importante rassegna arriva per la prima volta nel vecchio continente, facendo tappa prima a Roma e successivamente anche a Bologna e a Bordeaux.

Weeping Willow, 1918-19 (oil on canvas) Monet, Claude (1840-1926) MUSEE MARMOTTAN MONET, PARIS

Questa mostra, anticipa la curatrice, rappresenta un viaggio nella vita dell’artista, nella sua idea del giardino, tanto cara alla sua poetica artistica, neelle sue amate vedute di Londra, Parigi, Vétheuil, Pourville. Dalle prime opere della metà del XIX secolo, quelli che donarono a Monet i primi soldi e la fama a Le Havre fino ai noti paesaggi dei luoghi che aveva visto e vissuto.

Durante la sua vita, Monet giunse anche nel nostro paese, insieme all’amico Renoir. Per celebrare questo viaggio con l’amico pittore, in occasione della mostra arriverà anche Le chateau de Dolceacqua opera del 1884, in cui l’artista dipinse quel ponte oggi rimasto uguale, su di una tela che rappresenta un souvenir dei suoi giorni trascorsi in Liguria: «Luoghi fondamentali – aggiunge la curatrice – per la scoperta di una luce e colori così diversi da quelli di Parigi, dove era nato, e dalla Normandia dove era cresciuto».

Michel Monet (1878-1966) as a Baby, 1878-79 (oil on canvas) Monet

Dipinti intimi, a cominciare dal ritratto di suo figlio, Michel Monet, bambino, ma anche Les RosesLondresIl parlamento riflesso sul Tamigi, chiudendo un percorso con un’esperienza emozionale, le sue gigantesche ninfee astratte.

Quando Monet dipinse queste opere aveva 75 anni, era un uomo ricco, e non aveva più la necessità di dipingere per vivere. Per questo motivo nessuno le ha mai viste fino alla sua morte e non sono mai state vendute.

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Hokusai, sulle orme del Maestro all’Ara Pacis a Roma da ottobre 2017

Dopo Milano anche Roma si appresta a celebrare Katsushika Hokusai, artista-simbolo dell’arte giapponese in Occidente, noto soprattutto per la Grande Onda e per le note vedute del Monte Fuji. Ma non saranno solo queste straordinarie opere a trovare posto in Hokusai. Sulle orme del Maestro, è questo il titolo dell’evento che dal 12 ottobre fino al 14 gennaio 2018 saranno ospitate all’Ara PacisRoma.

Disegni e delicatissimi dipinti. Saranno oltre 200 opere quelle esposte a rotazione in due diverse fasi, che declineranno le diverse tecniche e generi pittorici amati dal pittore e dal seguito degli allievi che si sono formati attraverso la sua eccentrica sperimentazione, tra cui Keisai Eisen, che arriva proprio in occasione di questa esposizione per la prima volta in Italia, ispiratore degli Impressionisti e di Van Gogh.

La mostra è curata da Rossella Menegazzo, grande esperta di arte nipponica, che ha personalmente selezionato i capolavori in rassegna.

Lungo il percorso espositivo ci saranno anche dei manga e alcuni taccuini con centinaia di schizzi e disegni fatti dal maestro con il solo inchiostro nero e qualche leggerissimo tocco di rosso, che senza dubbio rappresentano il compendio e la poetica della sua arte, della sua eccentricità e della sua genialità, vera e propria icona dell’Oriente nel mondo.

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La pop-art italiana alla Galleria d’Arte Moderna Pizzinato a Pordenone

Da qualche tempo stiamo assistendo ad una vera e propria haute couture dell’arte. Non ci sono passerelle qui, ma musei che diffondono il gusto, quello culturale s’intende, per le tendenze espositive. Se al Museo del Novecento a Milano Boom 60 occhieggiava alla comunicazione mediatica degli anni ’50 e ’60 in pieno boom economico, alla Galleria d’Arte Moderna Armando Pizzinato di Pordenone il 13 maggio 2017 arriva una mostra che mette insieme i maggiori esponenti della Pop Art italiana. Il mito del pop percorsi italiani, questo il titolo della rassegna a cura di Silvia Pegoraro, riunisce una ventina di artisti per un totale di settanta opere selezionatissime. Mimmo Rotella, Tano Festa, Franco Angeli e Mario Schifano sono solo alcuni dei nomi messi insieme per dar vita a qualcosa di unico e irripetibile. Alcuni dei lavori che troveranno posto lungo il percorso non sono mai stati esposti al pubblico e si affiancheranno ai famosi décollages-collages dei manifesti pubblicitari rotelliani, alle lupe e le acquile di Angeli o le riletture di Michelangelo e dei grandi maestri di Festa.

Galeotta fu la Biennale di Venezia che nel 1964 celebra la pop-art statunitense.

Immagini che coniugano il boom economico al fascino senza tempo della dolce vita: «È il momento – afferma l’Assessore alla Cultura del Comune di Pordenone Pietro Tropeano – di avviare l’approfondimento e la rilettura di un movimento artistico italiano di grande importanza com’è quello della Pop Art in Italia che ha avuto tanti protagonisti in un periodo tra i più vivaci dell’arte contemporanea nel nostro paese».

L’esposizione, che resterà aperta al pubblico fino al prossimo 8 ottobre, è promossa e organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Pordenone, in collaborazione con l’Ente Regionale per il Patrimonio Culturale della Regione Friuli Venezia Giulia, con il contributo di Fondazione Friuli, e il sostegno di Crédit Agricole Friuladria e Itas Mutua.

Una mostra che ricorre nel trentennale della morte di Ettore Innocente, grande esponente della pop art italiana, al quale è dedicata la locandina dell’evento, e che acquista così una connotazione celebrativa di un gusto sempre attuale e di una figura che ha contribuito a renderlo grande agli occhi del mondo, diffondendo quello stile tipicamente italiano: «Il gusto tutto europeo e italiano, prima ancora che nei riferimenti alla tradizione artistica, si manifesta – afferma la curatrice – in tutti questi artisti nella forte istanza di intervento artigianale/manuale, lontana dalle tecniche prettamente industriali utilizzate dalla Pop americana. Una originalità che le opere in mostra confermano. Evidenziando che, fondamentale nel confronto, è soprattutto l’inclinazione degli italiani a lavorare su stereotipi culturali, anziché soltanto su oggetti-merce e su immagini della comunicazione di massa, con una più spiccata manipolazione delle immagini».

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Gli orsi di Paola Pivi per l’Art Week alla Rinascente di Milano

Ha un retrogusto anni ’90 qualche lavoro del nuovo progetto site specific che Paola Pivi ha realizzato per LaRinascente a Milano. Un’opera insolita che, in occasione della Art Week e del Salone Internazionale del Mobile, allestirà le vetrine del noto department store che affacciano su Piazza Duomo.

I am tired of eating fish, questo il titolo del concept, a cura di Cloe Piccoli, che vede dei variopinti orsi, alla scrivania o danzare tra colorati sfondi di oggetti d’uso quotidiano, occupare le otto grandi vetrine dello store milanese.

Un universo surreale, quello della Pivi, che nel 1999 ha anche vinto un Orso d’Oro alla Biennale di Venezia, che proietterà i passanti in un mondo governato da leggi dell’assurdo, dove tutto è capovolto e dove ogni cosa può succedere.

Tanti i riferimenti al mondo dell’arte e, inevitabilmente, a quel design squisitamente italiano e milanese in particolare, ma anche al lifestyle e al tempo libero, passando per la natura e il mondo del business.

Il progetto trasforma le vetrine dei Grandi Magazzini Milanesi in vere e proprie gallerie d’arte pubbliche.

Too Late, 1,2, cha, cha, cha, I love my ZiziI and I must stand for artI am a professional bear, I am busy today, Bad Idea: ognuno degli orsi ha un nome che è il frammento di una storia sospesa in un contesto non specificato e in un tempo imprecisato.

Un evento di grande arte contemporanea, che entra di diritto tra gli appuntamenti da non perdere, e gratuiti per giunta, dei “fuori salone” milanesi, che porta l’arte, è proprio il caso di dirlo, tra la gente in piazza.

La Pivi è una acclamata artista italiana nel mondo, che ha esposto le sue opere tra l’altro al MoMA di New York, alla Tate Gallery di Londra, ma anche a Francoforte e Shangai, e arriva con questa rassegna per la prima volta nel capoluogo lombardo, portando i suoi amati orsi dell’artista, vero marchio di fabbrica della sua poetica.

Dalla performance alla fotografia, passando per la scultura, sono tante le tecniche attraverso le quali l’artista esprime se stessa.

Quotate tra i 120 e i 230mila euro, ha realizzato anche alcune opere per la Fondazione Trussardi ai Magazzini di Porta Genova a Milano.

Il progetto per la Rinascente invece si compone prevalentemente di sculture e installazioni, che originano un allucinante mondo onirico, sospeso tra riflessione e lucida follia.