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Il Cimitero delle Fontanelle tra storia, misticismo e superstizione

Chi mi segue su instagram (e se non lo fate, seguitemi!), già lo sa: ho chiuso il 2017 visitando il Cimitero delle Fontanelle a Napoli, e non potevo non condividere con voi, seppur in ritardo, questo luogo a metà tra storia, misticismo e superstizione.

I napoletani le conoscono bene, ‘e Funtanelle, letteralmente le Fontanelle, situato nell’omonima via, è così chiamato per l’originaria presenza di fonti d’acqua.

In seno al quartiere Sanità, si tratta di un complesso cimiteriale che, si stima, ospita circa 40.000 resti di persone morte di colera tra il 1656 e il 1836 negli anni di questa grande peste. In questi anni furono oltre 300.000 le vittime dell’epidemia.

È immenso il silenzio di questo luogo, scavato nel tufo, utilizzato fino agli inizi del XVII secolo come cava per reperire la materia di cui, ancora oggi, si compone gran parte del centro storico della città.

Teschi. Teschi ovunque, si affacciano dalle balaustre in legno e quasi ti guardano. In silenzio. Sembrano volerti ammonire sulla caducità della vita, e su quella morte che ’o ssaje ched’’è?… è ‘na livella diceva Totò nella sua più nota poesia. Ed è proprio a tutto questo che si pensa, passeggiando sulla terra battuta di questo luogo, a quanto la morte ci renda, inevitabilmente, uguali.

Ogni cranio, o capuzzella in napoletano, ha delle monete sul capo: centesimi per lo più, qualche euro, poche banconote, con le quali anche i turisti perpetuano il rito delle “anime pezzentelle”, che prevede l’adozione o addirittura e la sistemazione di un cranio in cambio di protezione da parte della sua anima abbandonata, detta appunto “pezzentella”. È per questo motivo che, scorgendo queste ossa, noti che alcune, più “fortunate” delle altre, si trovano all’interno di teche in pietra come piccole casette, adottate da chi ringrazia per grazia ricevuta o da chi aspetta ancora il suo miracolo. Non si coprono, per consentire alle anime di andare nei sogni dei vivi e rivelare la loro identità.

Il teschio del Capitano

Tra queste, la più nota è senza dubbio il Teschio del Capitano, sul fondo della sala del Cristo Risorto. Sono tante le leggende che ruotano intorno a questo teschio.  Mentre cammino lentamente in questi ambienti, che alternano luce e ombra, respirandone la sacralità, sento il vociare di qualche custode che s’improvvisa guida, raccontando a turisti e visitatori proprio delle storie e leggende sul Capitano.

Tra le più suggestive c’è quella di una giovane sposa che aveva l’abitudine di pregare quotidianamente il teschio. Un giorno il suo futuro marito, seguendo la donna al cimitero, spinto dalla gelosia conficca nell’orbita del teschio un bastone di bambù deridendolo, e invitandolo al loro matrimonio. Il giorno delle nozze tra gli invitati c’è uno sconosciuto di bell’aspetto in divisa. Incuriosito lo sposo gli chiede chi fosse. L’uomo gli dice che è stato lui stesso ad invitarlo e, rivelandogli la sua identità, fa morire tutti gli invitati.

Un’altra leggenda, raccontata dal regista Roberto De Simone in chiave “camorristica”, vuole che invece siano i soli sposi a morire.

Non mancano bare piccolissime, contornate da peluche e giocattoli, ma ciò che più di ogni altra cosa colpisce, è probabilmente la presenza di biglietti dell’autobus come offerte. Ho provato a fare una ricerca a riguardo, senza molto successo. Presumo che quest’uso derivi dalla consuetudine di seppellire i defunti con almeno una moneta, così da non arrivare sforniti dinanzi alla traversata di Caronte che, secondo la leggenda e il poema dantesco, richiede un dazio e dunque per traslato anche un biglietto per un viaggio nell’aldilà.

Ma c’è anche chi pone in testa ad alcuni teschi una penna. Immagino sia da parte di qualche studente/laureando per superare esami o lauree.

È molto vivo a Napoli il culto delle anime del Purgatorio, tanto che fino agli anni ’70 c’era la consuetudine di aspettare le ombre mandate dal teschio di Don Francesco, un cabalista spagnolo, per rivelare i numeri da giocare al lotto.

In una scena del film Il Mistero di Bellavista ambientata proprio nelle Fontanelle, si parla di un teschio che suda come sintomo di grazia ricevuta. Si tratta di Donna Concetta o ‘a capa che suda, un teschio che, recependo meglio l’umidità del posto, tende ad essere sempre lucido. Secondo il credo popolare si tratta del sudore che proviene dalle fatiche che affrontano le anime, e che avrebbe il potere di purificare.

Statue, croci, cappelle, bare, persino una piccola chiesa. Non manca nulla in questo cimitero di anime anonime, cui la città di Napoli è molto legata e devota. Me ne accorgo guardando i fiori, i lumini accesi, le fotografie che visitatori e credenti lasciano, continuando a confidare in un’anima buona che ci aiuti.

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La parola di questo 2017 è “Karma”. Ecco cosa significa

Dalla musica al cinema passando per la parodia sul web, la parola di questo 2017 appena iniziato è sicuramente Karma. Sdoganata dalla vittoria di Francesco Gabbani sul palco dell’Ariston, con il brano Occidentali’s Karma, arriva adesso nelle sale con il film di Elio Germano che s’intitola, manco a dirlo, Questione di Karma.

Ma esattamente che cos’è il karma?

La parola che noi conosciamo come Karma deriva dal termine sanscrito kárman, spesso tradotto con atto, azione, compito, obbligo, nei testi sacri dei popoli arii, i veda, è intesa come atto religioso, rito. Per le religioni e filosofie indiane, è inteso come un agire volto ad un fine capace di attivare un principio causa-effetto, secondo il quale ad ogni azione ne corrisponde una di ritorno da parte del destino. Gli esseri senzienti, nella consapevolezza delle loro azioni, sono in qualche modo responsabili delle conseguenze morali che ne derivano.

Nelle religioni dell’India quali il Brahmanesimo, il Buddhismo, il Giainismo e l’Induismo, il karma vincola gli esseri umani al saṃsāra, dottrina inerente al ciclo della vita, di morte e rinascita.

Il karma è uno dei nuclei intorno al quale ruotano le discipline orientali, e le dottrine induiste in particolare. Esso è fortemente connesso al principio del mokṣa, che indica la salvezza dal perpetuo ciclo delle rinascite, ma anche, affine al nirvāṇa del buddhismo, il raggiungimento di una condizione spirituale superiore.

Il karma, apparentemente scanzonato, cantato da Gabbani all’ultimo Festival di Sanremo altro non è che quel “destino” che l’uomo contemporaneo, l’ormai nota scimmia nuda, squisitamente occidentale, prende con le sue mani, con azioni spesso superficiali, che l’hanno trasformato da animale sociale, di aristotelica memoria, ad animale social. L’uomo di oggi, se dovessimo paragonarlo ad un animale, sarebbe un narcisistico lupo solitario, feroce virtualmente quanto schivo nella vita vera, perennemente riflesso, come lo sfortunato dio greco, in una immagine sempre più lontana dalla realtà. Destinato ad inseguire un ideale di irreale imperfezione, rinchiuso nella solitudine della propria arroganza. Karma.

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Storia e fede nelle Catacombe di San Gennaro a Napoli

Una visita alle Catacombe di San Gennaro a Napoli è un’esperienza spirituale per un napoletano. Se fatta in notturna poi, con tanto di aperitivo, può diventare un conviviale evento mondano da condividere con gli amici. È quello che è successo venerdì 3 marzo, durante una delle tante visite serali organizzata dalla Cooperativa La Paranza, che si occupa del sito archeologico dal 2010.

È caldo e accogliente l’ambiente del ticket office, a metà tra un lounge bar, con sedute e divani vintage, e un moderno bazar, dove sono esposti gadget e libri sulla città di Napoli e i suoi sotterranei.

L’aperitivo dura poco, per noi forse arrivati un po’ troppo all’ultimo minuto, che in silenzio ascoltiamo il consiglio del personale di mangiare in fretta prima che cominci la visita del primo turno. Mangiamo e beviamo in piedi, appoggiandoci ad una delle botti-tavolino. Siamo attoniti e impazienti di scoprire il sotto.

Birra alla spina, artigianale diceva l’evento sui social, e fritto di terra. Pretesti culinari per ingannare l’attesa facendo quattro chiacchiere, distendendo magari le tensioni di una giornata di lavoro.

La visita ha inizio dopo un po’. È una tiepida serata di marzo, il cielo è terso e, a dispetto delle luci della città che rischiarano la collina di Capodimonte, s’intravedono anche le stelle incamminandosi verso l’ingresso dell’antico cimitero paleocristiano.

Ci addentriamo all’interno, dove i gradini di pietra sono sostituiti a mano a mano da una scala di vetro, e improvvisamente siamo catapultati nel II secolo. E quasi sembra di respirare la sacralità della terra di Napoli, avvolti dal profumo del tufo giallo, scavato nella collina per dar vita a questi luoghi.

A differenza delle anguste catacombe di Roma, quelle di San Gennaro sono ampie e ariose, illuminate dalla luce del giorno quanto suggestive al chiaro di luna.

I loro ambienti non ci raccontano soltanto di un’epoca, ma ci parlano al contempo di una inedita storia del santo patrono della città, San Gennaro, appunto, che va oltre il miracolo che ogni 19 settembre si rinnova all’interno del Duomo.

catacombe-di-san-gennaro-napoli-internettualeÈ così che, grazie ad Anna, la nostra guida per la serata, impariamo che dopo la costruzione, sulla tomba di Agrippino, di quella che è una vera e propria basilica cimiteriale, Giovanni I, primo vescovo di Napoli, fa trasportare le spoglie di San Gennaro, che vengono collocate nella parte inferiore della cripta. Scopriamo che, oltre a quello noto del 19 settembre, il santo compie il miracolo di sciogliere il sangue nelle ampolle del Duomo anche il sabato che precede la prima domenica di maggio (e negli otto giorni successivi) e il 16 dicembre.

Secondo la leggenda San Gennaro, durante le persecuzioni a Nola incontra il perfido giudice Timoteo, il quale prima ordina che sia gettato in una fornace, dalla quale il Santo esce illeso così come le sue vesti, ragion per cui diverrà patrono di Napoli per l’ideale capacità di opporsi alla forza lavica del Vesuvio, poi successivamente viene portato nell’anfiteatro di Pozzuoli, affinché sia sbranato dalle fiere, le quali però una volta dentro si inchinano in gesto di reverenza.

Sono bellissimi gli affreschi che decorano le volte delle, dove si può ammirare un unicum come la raffigurazione delle tre virtù teologali che costruiscono un palazzo con pietre dopo averle bagnate in acqua: le pietre rappresentano i cristiani che, una volta battezzati, fanno parte del muro della cristianità.

Oggi le catacombe non contengono più le reliquie di San Gennaro, eppure questi luoghi trasudano della sua presenza, nelle tombe più costose di chi voleva essere sepolto accanto al santo per avvertire, nell’aldilà, una vicinanza non più corporea, ma di anime. È quello che devono aver pensato anche i vescovi, che hanno voluto i loro raffinatissimi arcosolia proprio sulla tomba di San Gennaro.

Il racconto delle Catacombe di Napoli è quello della Napoli stessa: credo e potere, avidità e fede. Una storia millenaria che si perpetua ancora attraverso i suggestivi racconti delle guide, che ci fanno scoprire le nostre radici con un aperitivo alla mano.

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Artemisia Gentileschi, l’arte di una donna fino al 7 maggio a Roma

In un’epoca di cancelliere, sindache e prime ministro che hanno conquistato quelle vette fino ad un secolo prima riservate ai soli uomini, è più moderna che mai la mostra su Artemisia Gentileschi a Roma con Artemisia Gentileschi e il suo tempo.

Donna, ma soprattutto pittrice, al pari dei suoi contemporanei uomini, altrettanto potente e vigorosa nelle sue raffigurazioni pittoriche quanto Caravaggio e, talvolta, persino più violenta e vivida. Come dimostrano le due Giuditta e Oloferne. La prima del 1617, vibrante, viva, vivida, cruda; la seconda del 1620 per Cosimo de’ Medici. L’una agli Uffizi a Firenze, l’altra al Museo di Capodimonte a Napoli. Entrambe riunite sotto lo stesso tetto in occasione della monografica sulla pittrice seicentesca organizzata dal Museo di Roma, aperta al pubblico fino al prossimo 7 maggio.

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Giuditta e Oloferne, 1620 – Uffizi (Firenze)

È successo qualche giorno fa, quando le maestranze del museo napoletano e quelle dell’omologo romano, hanno trasportato in sicurezza il dipinto, giunto nella Capitale dal capoluogo partenopeo nella sua cassa in legno.

La potenza pittorica della Gentileschi, la forte espressività dei suoi soggetti, unita alla teatralità delle ambientazioni delle scene, la modulazione della luce ha contribuito alla diffusione del caravaggismo in Italia e a Napoli in particolare, dove l’artista si era trasferita e aveva vissuto in seguito ad uno stupro, la cui onta le avrebbe fatto perdere i favori e i privilegi di artista di cui invece godeva nella sua natia Roma.

Un tentativo di “femminicidio” spirituale, che non è riuscito tuttavia a fermare la creatività, che l’artista ha continuato a dimostrare per tutto il corso della sua vita.

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Giuditta e Oloferne, 1617 – Museo di Capodimonte (Napoli)

Non a caso il racconto biblico di Giuditta e Oloferne, che l’artista ha ritratto per ben due volte con altrettanto vigore, racchiude probabilmente la poetica della Gentileschi stessa, trasformandosi in metafora del trionfo della donna sul genere maschile. Giuditta infatti, donna del popolo ebraico, rimprovera gli anziani del suo popolo di non aver avuto fede nel Dio di Israele, e di non essere stati forti nella lotta contro il Re Oloferne, dal quale invece giunge, facendogli intendere di voler tradire la propria gente. La donna ottiene asilo e il permesso di pregare ogni notte il suo Dio. Una sera Re assiro Oloferne, invaghito della bellezza della donna, la invita al suo banchetto completamente ubriaco nell’intento di abusare di lei. Giuditta riesce così a sottrargli la sua stessa spada e decapitarlo, ritornando nella sua città. Presi dal panico per la morte del proprio condottiero, gli assiri furono messi in fuga dai Giudei.

Una rivincita quella di Giuditta, che si fa riscatto artistico per la stessa Artemisia, che con la sua arte e il suo talento ha dimostrato e continua a dimostrare di essere una donna contemporanea, di straordinario talento e sensibilità, ma, soprattutto, una grande Artista.

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L’indottrinamento islamico: come l’ISIS ci sta conquistando davvero

In questo momento mi trovo a Milano, a due passi dalle terribili esplosioni avvenute questa mattina a Bruxelles, e subito il mio pensiero è andato a lei, a Oriana Fallaci, la giornalista, la donna che aveva già profetizzato tutto anni fa come una novella Cassandra.

Un attacco terroristico. Un altro. All’aeroporto di Zaventem e alla metro di Maalbeek, nei pressi della sede della Commissione europea. I morti ormai li consideriamo come doppioni di figurine di un album che non si completerà mai. 34 questa volta. Trentaquattro vite spezzate dalla furia dei kamikaze.

I feriti invece preferiamo quasi non contarli perché sono molti di più. Ne sussurriamo piano il numero, considerandoli “i fortunati” scampati alla morte di questa lotteria del terrore che ci fa vivere con una sola domanda: “Chi sarà il prossimo?”.

Sembra la trama dell’ennesimo film d’azione di Bruce Willis, ma questa volta le bombe non sono effetti speciali da sequel di “Attacco al potere”, è tutto vero. Tra lo sgomento di chi pensa che si trovava lì appena qualche giorno fa e la paura di chi invece vive un viaggio come una roulette russa con la paura che gli sia riservato il prossimo proiettile.

Madrid, Londra, Parigi, di nuovo Parigi, adesso Bruxelles. Attacchi multipli, perché i nuovi attentati terroristici vanno in coppia come gli orecchini, ti devono far sentire braccato, e fugare da subito l’ipotesi che si tratta di un’esplosione colposa. Due, come gli aerei sparati alle Torri Gemelle nel 2001 come colpi di mitraglia. Sì, perché a questo “nuovo terrorismo”, quello post-Osama, non basta seminare panico e paura, ma ci deve far sentire braccati in casa, presi da più parti, in trappola come topi senza vie di fuga.

Il cuore dell’Europa è di nuovo sotto attacco, e a nulla valgono le precauzioni, l’esibizione dei biglietti al varco dei treni, il rinforzo dei controlli ai check-in in aeroporto o l’esercito nelle strade. Loro sono ovunque, e possono mattarci quando vogliono. È questo il messaggio che vogliono darci, mentre orde di migranti perdono la vita e fuggono da quei paesi già conquistati e martorizzati dalla guerra.

Xenofobia e cultura dell’accoglienza, due facce della stessa medaglia, che tra timore e tolleranza ci fa innalzare allo stesso tempo nel nostro paese muri e moschee. Stiamo tendendo una mano o, tra minacce e misericordia, ci stiamo facendo lentamente conquistare?

E mentre ci diciamo che è senza dubbio sbagliato questo vago senso neo-nazionalista che ci pervade, siamo forse inconsciamente vittime di un indottrinamento islamico.

Copriamo statue nei musei, togliamo crocifissi e presepi dalle scuole, chiamiamo “Festa d’Inverno” la celebrazione del Natale e professiamo la laicità di uno stato che ricorda la sua fede, proprio come in un califfato, soltanto per negare diritti di uguaglianza al prossimo. Stiamo evolvendo o, come diceva Oriana, stiamo soltanto entrando a far parte di una prima fase di cultura islamica moderata?

Se è vero che non dobbiamo lasciar sfociare le nostre paure nel razzismo e nella paura del diverso, è altrettanto vero che, come suggeriscono gli antichi, in medio stat virtus, la virtù è nel mezzo, e pertanto bisogna sì accogliere chi fugge da realtà per fortuna ancora lontane dalla nostra, ma non dimenticare le nostre origini, la nostra storia, la religione, la cultura.