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Storia della Cappella dei Pontano. Il 5 luglio 2018 a Napoli

La Cappella dei Pontano a Napoli è uno dei gioielli dell’architettura rinascimentale italiana. Se a questo si aggiunge che si trova proprio nel cuore del centro storico della città, patrimonio dell’UNESCO, allora si comprende perché parliamo di questo monumento implicitamente riconosciuto dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura.

Posta tra Via dei Tribunali e l’antica Via del Sole, questo piccolo tempio sorge proprio su quello che era il decumano maggiore dell’antica Neapolis, dove si erige la Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta.

Completata proprio nell’anno della scoperta delle Americhe, nel 1492, è stata fortemente voluta dall’umanista naturalizzato napoletano Giovanni Pontano, originario di Perugia, che fu a servizio dei sovrani di aragonesi nella capitale del Mezzogiorno, prima con Alfonso Duca di Calabria, poi con Alfonso II di Napoli.

La scelta del luogo non fu casuale, poiché si trovava proprio a due passi dalla casa dell’umanista napoletano, dove oggi sorge la Scuola Diaz.

Pontano volle dedicare questo monumento alla Vergine e a San Giovanni Evangelista, per dedicarla alla memoria della moglie, Adriana Sassone, morta il 1 marzo del 1490.

Incerta l’attribuzione del disegno, che vorrebbe tra gli architetti Andrea Ciccione (forse artefice anche della Chiesa di Sant’Anna dei Lombardi a Napoli), Giovanni Giocondo, il più probabile, anch’egli proprio a servizio degli aragonesi (e attivo nel cantiere della Villa di Poggioreale) o Francesco di Giorgio Martini, con il quale invece si noterebbero delle analogie con i capitelli con foglie d’acanto della Chiesa di Santa Maria delle Grazie a Crotone.

La cappella è stata restaurata poi tre secoli dopo per volontà di Carlo di Borbone, nel 1792.

Dall’esterno appare come un blocco unico di piperno grigio, ed è ad oggi un modello di eleganza e purezza stilistica.

La facciata è decorata da lesene e capitelli.

Sia le facciate esterne che quelle interne presentano delle antiche iscrizioni latine e greche, tipiche della cultura dell’epoca, con motti e detti classici, che inducono alla virtù e all’elevazione dello spirito umano.

Le otto grandi epigrafi interne esprimono invece il dolore per la perdita della moglie e dei figli.

Di grande interesse (riproposto da me più volte sul mio canale instagram il pavimento maiolicato, che riproduce stemmi e motivi decorativi, riproducendo tra l’altro il nome latino della moglie, Adriana Saxona.

Sull’altare maggiore si trova invece l’affresco di una Madonna col Bambino e i santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista forse di Francesco Cicino, coevo autore vissuto tra il XV e il XVI secolo.

Sapevate che questo gioiello poteva essere distrutto?

Se vi interessa approfondire la storia, non solo artistica, di questo pregiato monumento napoletano, l’appuntamento è per il 5 luglio 2018 alle ore 19.00 nell’adiacente Cappella del Santissimo Salvatore, a ridosso della Chiesa della Pietrasanta in Piazzetta Pietrasanta a Napoli, in Piazzetta Pietrasanta 17 – 80138 Napoli.

Dove il Dottor Raffaele Iovine, Presidente della Fondazione Pietrasanta, insieme a Gianpasquale Greco e Lucio Carlevalis, con la partecipazione di Monsignor De Gregorio, ne ripercorreranno non solo la storia, ma ricorderanno anche un episodio poco conosciuto della storia dell’arte.

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Raffaello, l’eco del mito tra passato e futuro. A Bergamo fino al 6 maggio

La mia visita a Bergamo inizia con un viaggio in treno molto suggestivo, che comprende uno scambio a Lecco. Il treno regionale è di quelli dalle ampie vetrate, attraverso le quali, come al cinema, scorgo panorami innevati come nell’Orient Express.

È tanta la gioia che mi rende felice come un bambino, questo viaggio, già prima di giungere alla mia meta, l’Accademia Carrara.

Raffaello e L'eco del mito mostra Accademia Carrara Bergamo 2018 (Mariano Cervone instagram) - internettuale
Mariano Cervone da instagram @marianocervone

Una salita per una ripida funicolare e un dedalo di stradine di acciottolato lombardo mi portano da Raffaello. L’occasione è la mostra L’Eco del Mito, una mostra che si ripropone di indagare l’influenza che il maestro urbinate ha avuto già sui suoi contemporanei e su tutti quei raffaelleschi che hanno provato a portarne avanti l’eredità artistica.

Raffaello nasce a Urbino, la città ideale di Federico da Montefeltro. Un ambiente, quello del centro Italia, in cui il maestro urbinate recepisce e fa sue le prime contaminazioni, sotto le vestigia del suo maestro Perugino.

Un percorso di storia dell’arte che svela quanto Raffaello, negli anni della formazione, si sia lasciato influenzare anche dal Pinturicchio, come racconta il Vasari nelle sue Vite o, come naturale che sia, è stato influenzato anche dal padre, il pittore Giovanni de’ Santi, nella cui bottega apprese le tecniche di disegno e pittura.

Sono molti i prestiti di questa esposizione, dalla Galleria Corsini di Firenze alla National Gallery di Londra, dal Louvre alla Pinacoteca di Brera. Molti dipinti arrivano da fondazioni private, precluse al pubblico, ed è dunque un’occasione unica per confrontare le opere raffaellesche con i suoi contemporanei e successori.

Dal Perugino eredita il gusto di colori morbidi, volti ieratici, la volumetria dei tessuti.

Nel cosiddetto Libretto Veneziano, appunti di studio scritti probabilmente da un suo allievo, ritroviamo i viaggi di studio.

Matita nera e penna su carta. Sono questi gli strumenti con cui sono ritratti uomini illustri e vedute di Urbino, che cedono il passo agli studi anatomici e la bronzistica greco-romana.

Raffaello mi appare in tutto il suo splendore, in una sua Madonna con bambino benedicente. Gli occhi lievemente sferici, la sacralità dei loro volti sereni.

Alcune opere ritornano per la prima volta insieme dopo la loro realizzazione: Nicola da Tolentino resuscita due colombe, il Miracolo degli Impiccati e Nicola da Tolentino soccorre un fanciullo che annega. Frammenti della Pala Baronci, realizzata dal magister nel 1500.

È evidente l’influenza giottesca nel miracolo delle colombe: un momento ritratto all’interno di una camera da letto, cui manca la quarta parete come una scenografia teatrale, vede il santo disteso al centro della scena in gesto benedicente.

In San Michele e il Drago Raffaello ricorda il pittore olandese Hieronymus Bosch, con figure mostruose e scene apocalittiche che si ispirano alla Divina Commedia dantesca: colori vibranti e la forza nei movimenti concitati rendono la dinamicità della scena.

Il percorso è un’ascesi artistica straordinaria, con un allestimento in tessuto molto bello.

Manifesto di questo evento è il suo San Sebastiano, ritratto dall’artista come un giovane uomo alla moda, raccolto in una contemplazione privata, intima, con grande attenzione per le lussuose e lavorate vesti, e per quella freccia, che si fa strumento di Dio, tenuta tra le dita quasi come una penna. Il maestro urbinate sfugge l’iconografia tradizionale, ed è qui messo in relazione con Pinturicchio e Perugino, con una bellissima Maddalena, un San Sebastiano e una Elisabetta Gonzaga.

Uno dei momenti più emozionanti di questa rassegna è ritrovarsi faccia a faccia con La Fornarina, vera e propria icona della storia dell’arte italiana, al pari della Gioconda vinciana. Sorride con sguardo languido, ed è solo ammirandola da vicino che mi accorgo di una velata sensualità, e malizia dei suoi gesti.

Non solo la sua opera, ma anche la sua figura di artista è rimasta viva nei posteri. Lo dimostra il ritratto di un Raffaello intento a dipingere la Madonna della Seggiola di Dionigi Faconti, ma anche nei ritratti immaginari di Cesare MussiniFelice Schiavone, che raccontano l’amore tra l’artista e la sua amata, dimostrando quanto questo legame alla fine del ‘700 era già entrato nella leggenda.

L’ultima sezione di questo grandioso excursus d’arte è dedicato alla storia dell’arte contemporanea. Ed è qui, che con grande sorpresa e gioia, posso ammirare addirittura un Picasso.

Un’eco, quello di Raffaello, che si riverbera nel passato e nel futuro, in ciò che c’è stato prima e in ciò che, dopo la sua morte, prosegue. Per sempre.

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Quell’enigma scritto sulla facciata del Gesù Nuovo a Napoli

Nell’area dove oggi c’è la nota Chiesa del Gesù Nuovo a Napoli sorgeva Palazzo Sanseverino. Progettato e ultimato nel 1470 da Novello da San Lucano per espresso volere di Roberto Sanseverino principe di Salerno, il palazzo era celebre per la bellezza dei suoi interni, le sue sale affrescate, lo splendido giardino.

In breve tempo si era trasformato in un vero e proprio punto di riferimento per la cultura napoletana rinascimentale e barocca.

Nel 1584 il palazzo e annessi giardini furono venduti ai gesuiti, i quali, riadattarono gli spazi tra il 1584 e il 1601 per farne la chiesa che oggi tutti conosciamo, e che prende l’appellativo di “nuovo” per distinguerla dalla chiesa che poi è diventata del Gesù Vecchio.

Oggi il Gesù Nuovo è uno dei monumenti imprescindibili per il visitatore che viene per la prima volta a Napoli. Caratteristica la sua facciata, un tempo facciata del palazzo, costituita da bugne, piccole piramidi, in piperno, aggettanti verso l’esterno molto diffuse nell’architettura del rinascimento del centro e nord Italia.

Chiesa del Gesù Nuovo a Napoli – instagram @marianocervone

Intorno a questo bugnato aleggia una delle leggende che fa di Napoli una città esoterica.

Si credeva infatti che i maestri della pietra napoletana, pipernieri, fossero in grado di caricare di energia positiva la pietra che lavoravano, tenendo così lontani gli influssi negativi.

Le bugne, “a punta di diamante”, recano sopra degli strani segni ai lati, e sono proprio questi che hanno dato luogo alla leggenda, secondo la quale potessero avere una chiave di lettura misterica, occulta.

La leggenda infatti narra che i maestri tramandassero delle conoscenze esoteriche ai loro apprendisti, soltanto oralmente, per far sì che questa pietra fosse caricata di energia positiva, e che dunque tali segni sarebbero il risultato di questo sapere, legati ad arti magiche o comunque alchemico-esoteriche.

Notoriamente la punta, nella tradizione e superstizione napoletana, ha la capacità di “tagliare” il male. La facciata funge dunque da “schermo”, una sorta di protezione, e aveva il compito di convogliare tutte le energie positive e benevole verso l’interno, mantenendo fuori quelle negative.

Ma i maestri costruttori non sarebbero stati così virtuosi e, le pietre segnate non sarebbero state poste correttamente, così da ottenere l’effetto esattamente contrario: il magnetismo dell’edificio avrebbe attirato le negatività, riflettendo le energie positive verso la piazza. Il che sarebbe causa, e in un certo senso spiegherebbe, le sventure del Principe Sanseverino, dalla confisca dei suoi beni alla conseguente vendita del palazzo ai gesuiti, agli incendi subiti dalla chiesa e i ripetuti crolli della cupola, passando per le diverse cacciate dei gesuiti dalla stessa.

Secondo lo storico dell’arte Vincenzo De Pasquale, che ha fatto uno studio nel 2010 insieme ai  i musicologi ungheresi Csar Dors e Lòrànt Réz, i segni sulle bugne sarebbero simboli dell’alfabeto aramaico, identificando note di uno spartito scritto sulla facciata della chiesa, la cui composizione durerebbe all’incirca tre quarti d’ora. Si tratterebbe di un componimento musicale per strumenti a plettro, cui gli studiosi hanno (naturalmente) dato il titolo di Enigma.

Questa interpretazione, tra l’altro molto affascinante, è stata sconfessata da Stanislao Scognamiglio, esperto di ermetismo e simbologia esoterica, che ritiene che i simboli non siano caratteri dell’alfabeto aramaico, bensì possano coincidere la simbologia operativa che i laboratori alchemici hanno utilizzato fino al Settecento.

 

INTERNATTUALE

A Firenze le famiglie ricche sono sempre le stesse da 600 anni

Un curioso studio riportato dalle pagine del magazine inglese The Indipendent asserisce che le famiglie benestanti fiorentine sarebbero le stesse che erano ai vertici della società rinascimentale sei secoli fa.

Analizzando infatti i dati del pagamento dei contributi degli abitanti del capoluogo toscano fino al 1427, gli economisti Guglielmo Barone e Sauro Mocetti hanno evidenziato che i fiorentini più abbienti a Firenze nel 2011 hanno gli stessi cognomi dei benestanti di seicento anni prima.

Sono circa novecento i cognomi presenti nei registri fiscali del 1427 che si possono ritrovare ancora oggi, i quali corrispondono a circa 52.000 degli attuali contribuenti fiorentini.

Anche se la natura regionale dei cognomi italiani ci dice che non necessariamente le persone che portano lo stesso cognome siano correlate tra loro, è tuttavia possibile far rientrare tali cognomi nella ricerca, poiché molto probabile che essi siano dei discendenti diretti.

Comparando questi dati, i risultati mostrano che i cambiamenti socio-economici di generazione in generazione a Firenze sono stati minimi, con poche opportunità nell’ambito fiorentino di scalare la gerarchia sociale e di conseguenza anche quella economica.

Secondo l’articolo di Barone e Mocetti, originariamente pubblicato su VoxEU, la bassa mobilità sociale ed economica non soltanto è ingiusta, ma può rappresentare un aspetto svantaggioso per la società in generale: «Le società caratterizzate da un’elevata trasmissione dello status economico-sociale – si legge – non solo hanno più probabilità di essere percepite come “ingiuste”, ma sono meno efficienti in quanto sprecano talenti e competenze di chi proviene dal ceto sociale più basso».

I due economisti italiani hanno inoltre sottolineato l’errore che spesso commettono altri studiosi quando sottovalutano l’effetto dello stato della famiglia di origine, partendo dal presupposto che eventuali vantaggi o svantaggi provenienti dagli antenati sparirebbero entro tre generazioni.

I documenti fiscali hanno invece evidenziato un “pavimento di vetro” che impedirebbe ai ricchi di scendere ad un certo livello della scala socio-economica.

Probabilmente quello di Firenze non è il solo caso di “status ereditario” da parte delle famiglie. La ricerca è stata condotta in questa città in quanto a seguito di una crisi fiscale, i Priori della Repubblica registrarono tutti i cognomi, professione e ricchezza di ogni singolo capofamiglia nel 1427, ma questa relativa unicità dei cognomi italiani non è detto che possa essere applicata altrove per questo tipo di ricerca.

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La pinacoteca Francesco Podesti di Ancona riapre al pubblico dal 9 giugno

Pinacoteca Ancona sala Pietro Zampetti - internettualeDal prossimo 9 giugno Ancona avrà di nuovo la sua Pinacoteca. Chiusa al pubblico dal 2012, per sottoporre l’edificio a lavori di adeguamento alle attuali norme vigenti, la Pinacoteca civica Francesco Podesti sarà finalmente restituita al suo pubblico. A farne l’annuncio il sindaco della città, Valeria Mancinelli, la quale ha detto: «La riapertura restituisce ai cittadini il loro patrimonio storico e culturale».

Degli originari quasi 4000 mq per ora saranno aperti al pubblico solo 1400 circa, di cui 650 fanno sostanzialmente parte di Palazzo Bosdari, sontuoso edificio rinascimentale appartenuto all’omonima nobile famiglia della Repubblica di Ragusa, le cui origini sarebbero addirittura serbo-croate.

Gli altri 700 metri quadri, che comporranno questa prima parte del nuovo percorso di visita, fanno parte dell’ampliamento dagli spazi dell’adiacente Palazzo Bonomini. Entro l’anno troveranno una nuova sistemazione anche il chiostro e il portone principale dell’antica costruzione residenziale, che comprende anche la biglietteria e la sala conferenze, per un totale di altri 500 metri quadri che si andranno ad aggiungere a quelli finora recuperati e già fruibili.

Per la parte che rimane invece bisognerà attendere l’arrivo di nuovi fondi che ne consentano la ristrutturazione e riapertura. L’ingresso al museo è stato temporaneamente posto in Vicolo Foschi, per un percorso di visita che affiancherà alle opere d’arte del passato quelle della scena artistica contemporanea.

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La storia dei ragazzi del Siani per salvare la Chiesa di Sant’Anna dei Lombardi a Napoli

La Chiesa di Sant’Anna dei Lombardi è parte di un complesso monastico sito in Piazzetta Monteoliveto a Napoli, e rappresenta uno straordinario esempio dell’arte rinascimentale partenopea che si manifesta in un tripudio di stucchi, sculture e pitture.

In occasione del Maggio dei Monumenti è promossa la campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi “Salviamo Sant’Anna dei Lombardi”: l’accesso alla Chiesa ha eccezionalmente un costo di 5 euro (3, ridotto) per finanziare i lavori di restauro che andranno ad interessare gran parte della struttura danneggiata dall’incuria del tempo. In compenso però la visita guidata è offerta dagli alunni dell’Istituto Giancarlo Siani.

Sant'Anna dei Lombardi Napoli navata centrale - internettualeI ragazzi accolgono i visitatori con il sorriso e, suddivisi in 7-8 guide per altrettante parti dell’edificio, lo illustrano nell’ambito di un “progetto scuola” che mette in comunicazione le ultime classi del liceo turistico con quella che potrebbe essere la loro professione futura, per un riuscito e felice esperimento di tirocinio.

Il percorso di visita parte dall’esterno, dall’architettura, dalla fondazione nel 1410 per volere di Gurello Origlia, protonotario del re Ladislao di Durazzo, e dalla sua facciata in piperno grigio, caratterizzata da un arco, nel cui atrio c’è il monumento sepolcrale dell’architetto Domenico Fontana. Si passa poi all’interno, all’organo d’inizio Seicento che sovrasta la navata principale dalla controfacciata, contornato da angeli ad opera di Battistello Caracciolo sotto il quale si possono ammirare gli altari dedicati alle famiglie Ligorio e Del Pezzo, con le bellissime sculture di Madonne, Santi e Bambini finemente scolpiti rispettivamente da Giovanni Da Nola e Girolamo Santacroce.

Sant'Anna dei Lombardi organo controfacciata - internettualeI ragazzi si scambiano non senza imbarazzo il testimone di monumento in monumento, mentre sfilano dinanzi agli occhi attoniti dello spettatore affreschi di Giuseppe Simonelli e dipinti di Francesco Solimena. I più ardimentosi mostrano un piglio internazionale, cimentandosi con nonchalance in guide in lingua.

La visita culmina con la Cappella del Vasari, in cui il bianco delle volte si tinge dei vivaci colori delle allegorie, affrescate sui soffitti dell’ex refettorio, le cui pareti sono coperte, a mo’ di studiolo, dalle tarsie di Fra Giovanni da Verona che alternano santi a vedute seicentesche della città di Napoli.

L’emozione e l’entusiasmo che riescono a trasmettere i ragazzi del Siani valgono da sole il costo del biglietto d’ingresso. Tra emotività, qualche piccola incertezza e una gran carica di adrenalina tipica dell’adolescenza, i ragazzi mostrano con passione le diverse cappelle e navate di Sant’Anna dei Lombardi, in una ininterrotta suggestione di forme, colori, volti che si rincorrono. E allora sì, salvate Sant’Anna dei Lombardi, visitatela, ma fatelo nei weekend, quando dalle 9 alle 13 i ragazzi dell’Istituto Siani potranno accompagnarvi con la loro passione lungo i suoi ambienti rinascimentali.

INTERNATTUALE

Sii (im)perfetta come Venere

Le riviste patinate degli anni ’90 ci hanno abituato a top model perfette dalle gambe chilometriche: Claudia, Cindy, Eva sono diventate, nell’immaginario collettivo, simbolo della perfezione femminile, portabandiera di quelle forme prorompenti e visi delicati. Con la diffusione dei software di fotoritocco, Photoshop in primis, ci siamo avvicinati sempre più ad una bellezza ideale quanto irreale, mentre i primi anni del 2000, con Miss Italia, vedono l’affermarsi di una figura longilinea e filiforme, con reginette di bellezza così magre da far scalpore.

“Bella come una Venere” è questo il termine di paragone che le donne da millenni idealmente inseguono, facendo la fortuna di case cosmetiche, nutrizionisti e chirurghi plastici. Tutte vogliono avvicinarsi a quella dea di amore e bellezza per antonomasia, venerata (è proprio il caso di dirlo) dagli antichi greci con il nome di Afrodite, consacrata dai romani e celebrata anche da scultori e pittori di tutto il mondo.

E dire però che Venere non era così perfetta come tradizione popolare suggerisce da millenni. Le prime veneri scolpite nella storia dell’arte erano statuine di piccole dimensioni, plasmate dall’uomo per celebrare la Grande madre, ipotetica divinità femminile primordiale, le cui forme, come dimostra la celebre Venere di Willendorf del XXII millennio a.C., erano più che generose: ventre grosso, gambe grassocce, così come i seni e la vulva rigonfi. Che sia una idealizzazione o un ritratto, non è dato saperlo, quel che è certo è che quelle forme, che dovevano propiziare la fertilità, rappresentavano un ideale di bellezza sconosciuto a noi contemporanei.

Aveva le cosce grosse e braccia tarchiate anche la Venere nascente di un affresco di Pompei, mentre risale invece a Prassitele la figura di Afrodite cnidia e l’omonima scultura di marmo del 360 a.C., che ritrae la dea nel rituale del bagno. Vita ampia, fianchi larghi, gambe morbide e burrose, seno piccolo. È straordinariamente imperfetta la figura dello scultore greco, la cui copia romana è custodita nei Musei Vaticani, e dire che quel nudo molle, non erotico, ma non per questo meno attraente, continua silenziosamente ad affascinarci. E deve aver affascinato anche il maestro del Rinascimento italiano, Sandro Botticelli, che la ritrasse nel 1485 nella celeberrima Nascita di Venere in quella stessa posa morbida, pudica, intenta a coprirsi appena con i suoi capelli biondi, lunghissimi, tra i quali soffia Zefiro, dio del vento, mentre abbraccia una donna in un atto d’amore, simbolo stesso della dea nascente. Delicata, fianchi larghi, seno piccolo, piuttosto tozza rispetto alle filiformi modelle odierne da copertina.

Emerge dalle acque anche la Venere Anadiomene di Tiziano, risalente al 1520 (oggi alla National Gallery of Scotland di Edimburgo), la quale, incurante della sua figura appesantita, se ne sta nuda, languida e fiera nel mare da cui è nata, strizzandosi con le mani i lunghi capelli.

Lontani dagli artifizi della fotografia digitale, con le loro opere immortali, i grandi maestri d’arte ci insegnano a cogliere nella straordinarietà dell’imperfezione la vera bellezza.