TELEVISIONE

Le piccole grandi bugie di Nicole Kidman e Reese Witherspoon

A metà tra mistery e dramma, con qualche tocco di humor nero, è arrivato anche in Italia Big Little Lies, Piccole grandi bugie, nuova mini-serie di Sky Atlantic HD che vede il debutto televisivo di Nicole Kidman e Reese Witherspoon. Le due attrici premio Oscar, oltre che volti, sono anche le produttrici di questo serial in onda sul canale americano HBO.

Insieme alle due interpreti ritroviamo Shailene Woodley, protagonista di Colpa delle Stelle e della serie sci-fi cinematografica Divergent, e la candidata all’Oscar Laura Dern.

Ispirato al romanzo omonimo di Liane Moriarty, edito in Italia da Mondadori, il telefilm si apre con un misterioso omicidio e un’indagine in corso.

Premetto di non aver letto il romanzo, anzi, di non averne neppure mai sentito parlare a dispetto delle sei milioni di copie vendute in tutto il mondo, quindi non so quanto il telefilm sia fedele alle pagine del libro, ma ho amato ogni singola caratterizzazione dei personaggi.

Un cast di tutto rispetto, che porta sul piccolo schermo equilibri e drammi delle relazioni inter-familiari di tre donne molto diverse tra loro: Celeste (la Kidman) è una bellissima donna sui cinquanta sposata con un uomo più giovane, Madeline (Witherspoon) che soffre la crescita delle sue figlie accanto alla compagna dell’ex marito, e infine Jane (Woodley), madre single con un misterioso passato alle spalle.

Leggo dal web che la sostanziale differenza tra il romanzo e la produzione televisiva è l’ambientazione: Australia per il primo, Monterey in California la seconda.

Gli episodi sono tutti diretti dal regista canadese Jean-Marc Vallée, che tra i suoi successi annovera anche l’intenso e pluripremiata pellicola Dallas Buyers Club.

Nicole Kidman in Big Little Lies (2017)

Questa produzione conferma l’inversione di tendenza cui assistiamo da qualche anno. È sempre più sottile infatti la linea di demarcazione tra cinema e buona televisione, e sono sempre di più i premi Oscar votati al piccolo schermo per produzioni di nicchia o lunga serialità. In principio fu Meryl Streep che nel 2003 ritornò alla televisione per Angels in America, poi fu la volta di Glenn Close con The Shield, Kathy Bates in Harry’s Law e ancora Jessica Lange con American Horror Story, sono sempre di più gli attori e le attrici che alternano o preferiscono con nonchalance il tubo catodico. Merito, forse, della qualità sempre più alta, di una maggiore libertà, di un pubblico ben più ampio per un rilancio della propria immagine.

La prossima sarà Susan Sarandon che proprio accanto alla Lange reciterà in Feud, antologica che farà rivivere il mito della rivalità tra Bette Davis e Joan Crawford, portando in TV anche Catherine Zeta-Jones.

Laura Dern, Reese Witherspoon, and Shailene Woodley in Big Little Lies (2017)

Big Little Lies ha un respiro autorale, ma non stanca lo spettatore con pause o silenzi esasperanti e esasperati.

È raggiante la Whitherspoon nel ruolo un po’ nevrotico di mamma dell’alta borghesia, così come la Kidman, un po’ prigioniera nel ruolo di invidiata donna perfetta, che dietro le apparenze nasconde l’ombra della violenza domestica. Era difficile per la giovane Shailene riuscire a brillare accanto a due star come la Kidman e la Whiterspoon, eppure la giovane attrice riesce a ritagliarsi i suoi momenti, nonostante il suo sia un ruolo solo in superficie dimesso e di secondo piano.

Il telefilm indaga i rapporti dell’animo umano, quelli interpersonali, la famiglia, l’amore, l’amicizia tra donne.

Senza ansie, né smanie da puntata successiva, Big Little Lies riesce comunque a incuriosire il lettore che non vede l’ora di scoprire, nei prossimi episodi, chi sia l’assassino e chi la vittima, a chi appartenga la verità e a chi queste piccole grandi bugie.

CINEMA, LIBRI

Napoli protagonista della serie tratta da “L’Amica geniale” di Elena Ferrante

Probabilmente i suoi libri hanno destato scalpore più per la sua identità di scrittrice, nascosta ai più, che per la trama in sé. Sto parlando di Elena Ferrante, che dal 2011 ad oggi è in testa alle classifiche di vendita di tutto il mondo con la saga de L’Amica geniale (edizioni e/o), senza tuttavia aver mai rivelato il suo vero nome.

Divisa in due parti, infanzia e adolescenza, la storia dei romanzi percorre la vita di due bambine, le due amiche Elena Greco e Raffaella Cerullo, che inizia nella Napoli dei primi anni ’50. L’una povera, figlia di un umile calzolaio, costretta ad interrompere gli studi; l’altra, Elena, figlia di un usciere comunale, riesce invece ad arrivare fino al liceo. Entrambe le ragazzine si mostrano insofferenti alle regole del “rione” in cui vivono, e spesso le loro vite si ritroveranno ad intrecciarsi fino al matrimonio di Lila, Raffaella, che chiude il primo capitolo della quadrilogia letteraria.

La copertina del libro “L’amica geniale” di Elena Ferrante

A far da contorno alle vicende delle due protagoniste, tanti scorci e usanze di Napoli, che nel volume, sin dalla copertina, si fa quasi silenziosa terza protagonista, dalle miserie del dopoguerra fino ad una timida ripresa economica negli anni del boom, vessata dalla malavita organizzata.

Un racconto che si fa quello di una intera città, e che diventerà una serie televisiva. Lo annuncia oggi l’ANSA, sulle cui pagine si legge che si sono aperti i casting a Napoli per ricercare le due bambine protagoniste della serie che sarà diretta da Saverio Costanzo.

L’inizio delle riprese è previsto per questa estate. Le location non sono ancora state confermate dalla Film Commission Campania, che si augura possano svolgersi tutte a Napoli, e se ciò dovesse trovare conferma, il capoluogo partenopeo si trasformerà in un vero e proprio set a cielo aperto quest’anno, poiché protagonista anche delle riprese di Napoli Velata, il nuovo film che il regista Ferzan Ozpetek inizierà a girare subito dopo la promozione di Rosso Istanbul ora nelle sale.

Titolo internazionale di quest’opera è The Neapolitan Novels, prodotta dalla Fandango e Wildside insieme ad altri partner stranieri.

Ad occuparsi dei casting sarà Laura Muccino che, come cognome suggerisce, è sorella dei ben più noti Muccino registi, e che in questi giorni sarà alla ricerca delle bambine che daranno il volto alle protagoniste del romanzo.

Un progetto di ampio respiro che è riuscito a destare l’attenzione anche delle autorevoli pagine del New York Times dal quale si apprende che la serie si suddividerà in quattro stagioni, così come i volumi della Ferrante, ogni stagione consterà di otto episodi, per un totale di trentadue puntate da cinquanta minuti ciascuna, e coprirà un arco temporale che va dal secondo dopoguerra agli inizi degli anni 2000.

Insieme a Francesco Piccolo e Laura Paolucci ci sarebbe anche la misteriosa Elena Ferrante a collaborare alla stesura della sceneggiatura.

Ancora poco si sa sulla messa in onda dello sceneggiato, che potrebbe arrivare sugli schermi Rai già nel 2018, e rappresenterebbe per Napoli una delle più grandi produzioni degli ultimi anni.

Un’ottima cosa per Napoli, reduce dal successo della fiction poliziesca I Bastardi di Pizzofalcone, che ha battezzato il turismo “cinematografico” alla volta delle location che hanno fatto da sfondo alle avventure del commissario Lojacono e i suoi agenti.

Con questa nuova produzione, che sarà trasmessa anche all’estero, potrebbe incrementarsi il turismo nella città di Partenope, che torna ad essere grande protagonista di arte, cultura, letteratura e cinema.

LIBRI

Yeong-hye, la donna che vuole diventare una pianta

La vegetariana«Yeong-hye è una donna che si vuole trasformare in una pianta e rifiuta la razza umana». È così che Han Kang, raggiunta dall’agenzia italiana ANSA, parla del suo romanzo, La Vegetariana, edito in Italia da Adelphi, nella traduzione di Milena Zemira Ciccimarra.

Il libro, scelto tra ben 155 lavori editoriali, ha vinto il Man Booker International Prize 2016, per la sua “potenza e originalità indimenticabili”, raggiungendo con successo anche il nostro Paese.

«In Corea – spiega la scrittrice all’agenzia di stampa – essere vegetariani è considerato strano, non è molto frequente» tuttavia, prosegue la scrittrice coreana «non è considerata invece una cosa strana quella di trasformarsi in qualcosa di diverso da un essere umano. Si può essere stati un uccello nella vita precedente e ci si chiede cosa si potrà essere nella vita futura. Nel caso di Yeong-hye la situazione è differente perché lei vuole trasformarsi in un’altra cosa rispetto a quello che è nella sua vita adesso».

La sua protagonista è una donna comune, una moglie rispettosa ed ubbidiente, di una persona comune. Una di quelle tipiche donne da cui, leggendo, quasi non ci si aspetta nulla.

L’embrione del cambiamento si insinua nella mente di Yeong-hye dopo aver fatto uno strano sogno di sangue e boschi scuri. Da quel momento la donna non mangia carne e si rifiuta di cucinarla, nutrendosi di soli vegetali.

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Han Kang, foto del New York Times, maggio 2016

Leggendo le pagine della Kang, realtà e finzione si mescolano in un mondo indefinito dove è difficile distinguere ciò che è vero da ciò che invece è frutto dell’immaginazione. Yeong-hye si immerge lentamente in un mondo onirico, e il lettore con lei, allontanandosi pian piano dalla realtà.

È terribile la reazione del marito all’astrazione mentale e fisica della donna, che arriva fino al sadismo sessuale.

Un libro fatto di fiaba e sogni, che Han Kang, 46 anni, ci descrive in tre atti: «C’è un racconto breve coreano, non una fiaba, che parla di un uomo che torna a casa e si trova davanti a una miriade di piante e fiori e parla con loro, cerca attraverso questo contatto la pace interiore. Ma è l’universo onirico a essere determinante. Anche nella terza sezione la narratrice, che è la sorella della protagonista, fa riferimento al sogno e al fatto che occorrerà risvegliarsi».

La Kang ritornerà in libreria, sempre per Adelphi, con Human Acts che uscirà nel 2018. Nel frattempo la scrittrice prosegue il suo lavoro di ricerca, introspezione, scrittura, lavorando su di un trittico incentrato su persone alla ricerca della propria dignità nel mondo contemporaneo.

Figlia dello scrittore Han Seungwon, la Kang è molto sensibile all’attuale condizione degli artisti nella Corea del Sud: «È venuta alla luce una lista nera di artisti, scrittori, registi, controllati dal governo, che si oppongono all’attuale regime. È stato un vero shock. Ci vorrà molto tempo perché cambi qualcosa».

LIBRI

Paulo Coelho racconta Mata Hari nel suo nuovo romanzo “La Spia”

È uno degli autori più amati di sempre. Da L’Alchimista a Veronika decide di morire i suoi romanzi sono diventati dei veri classici della letteratura contemporanea. Sto parlando di Paulo Coelho, lo scrittore brasiliano più tradotto al mondo che torna adesso in libreria con la sua ultima fatica letteraria, dal titolo La Spia, dedicato alla figura di Mata Hari. E già ci fa respirare, sin dalla copertina con il profilo della donna in eleganti e sfarzose vesti, la rivoluzionaria atmosfera francese d’inizio ‘900 della danzatrice e noto agente segreto cui questo romanzo è liberamente ispirato.

Il libro infatti, in prima persona, parte da quella che sarebbe l’ultima lettera scritta dalla Hari una settimana prima della sua esecuzione. “Sono pronta”. Queste le ultime parole della donna che, rifiutando di farsi bendare, preferì guardare con coraggio il suo plotone di esecuzione.

“Una delle prime femministe” è così che ne parla Coelho, che spiazza i suoi fan, tracciando un profilo di questo suo nuovo personaggio letterario sul quale ha dovuto lavorare molto: «Mi sono ritrovato con una montagna di documenti in mano ma anche con una domanda: “cosa scrisse Mata Hari in queste lettere? E come era finita in mezzo a tante trappole, ordite da amici e nemici?”».

Un viaggio che parte dalla curiosità dell’autore di scoprire di più su questa donna che con le sue grazie ha sedotto gli uomini più potenti e influenti della guerra mondiale, si è ribellata a moralismi e costumi dell’epoca, pagando le sue scelte a caro prezzo ma con coerente orgoglio, mai pentita, paga del fatto di aver vissuto.

Paulo Coelho Mata Hari Museum - internettualeEd è straordinariamente moderna la figura di questa donna che nella sua vita annovera la perdita di un figlio, forse avvelenato, e il divorzio dal marito, il capitano Rudolph Mac Leod, dal quale divorziò perdendo la custodia dell’altra figlia, Jeanne Louise detta Non, per sbarcare il lunario a Parigi con il nome di Lady Mac Leod. Qui inizia come modella di un pittore, e qualche piccolo ingaggio. Ma il successo sembra non sorriderle subito, e non si esclude che la donna possa essersi prostituita per sopravvivere prima di diventare l’amante del barone Henri de Marguérie, grazie al quale entra in contatto con l’aristocrazia del tempo, cominciando ad esibirsi nelle case dei nobili francesi in occasione di feste mondane. Durante una delle sue performance venne notata dall’industriale e collezionista d’oggetti d’arte orientale monsieur Guimet, che le chiede di esibirsi nei saloni del suo museo dove custodiva i suoi oggetti d’arte. È qui che la giovane Margaretha Geertruida Zelle, questo il suo vero nome, viene artisticamente ribattezzata Mata Hari, dal malese, letteralmente occhio dell’alba, e dunque per traslato Sole. Il successo fu tale che la donna cominciò ad esibirsi nelle più esclusive case degli aristocratici del tempo, nonché in famosi locali quali il Moulin Rouge, il Trocadéro, il Café des Nations.

La consacrazione arriva nel 1905 con una esibizione che farà la storia all’Olympia di Parigi, e che la porterà in tour anche in Spagna.

Ai giornali che iniziavano ad interessarsi a lei raccontava mezze verità e molte menzogne, costruendo un personaggio volitivo, dal fascino esotico, di cui lei stessa, forse restò vittima.

«Paulo non ha mai scritto lo stesso romanzo, e ogni volta ha avuto il coraggio di cambiare, restando, così, sempre fedele a se stesso. Mi sembra, tuttavia, che ci sia un filo rosso: ha sempre raccontato donne esuberanti, controverse, ma straordinariamente libere» ha detto Elisabetta Sgarbi, che è riuscita a strappare Coelho a Bompiani e a portarlo sulla sua “nave”, la sua casa editrice, La nave di Teseo che lo pubblicherà per l’Italia il prossimo 10 novembre: «Il suo nuovo romanzo, “La spia”, è l’esaltazione di questo aspetto, attraverso una figura storica, Mata Hari. E il riferimento alla verità storica rende il romanzo, se possibile, ancora più capace di incidere in un mondo che alle donne deve maggior rispetto».

L’ultimo desiderio di Mata Hari, dalla prigione di Parigi dove fu condannata, fu quello di avere carta e penna per scrivere, forse per riassumere quella sua vita vissuta pericolosamente che l’aveva portata dietro alle sbarre di una cella parigina in attesa della sua esecuzione capitale.

ART NEWS

Apre il Museo degli Amori Finiti

“Questo amore è una camera a gas” cantava Gianna Nannini in Fotoromanza negli anni ’80, ma a giudicare dal Museum of Broken Relationships, letteralmente Museo delle Relazioni Rotte, è più un reperto storico, decisamente non artistico, che da oggi si potrà ammirare in sale museali con tanto di didascalia. Come un ferro da stiro, arrivato da Stavanger in Norvegia, “usato per il mio abito da sposa. Ora è tutto quello che rimane”.

Un abito da sposa arrivano da San Francisco e finito in un barattolo, dopo appena cinque anni di matrimonio. Ma c’è anche un telefono rotto, probabilmente fracassato in un momento di rabbia o una fialetta piena di peli pubici.

Museum of Broken Relationships - internettualeSe volete andare ad ammirare questa ed altre cose curiose dovete andare a Los Angeles, lungo la Walk of Fame, dove si trova l’insolito museo, ma se pensate che sono gli americani ad inventare sempre le cose più strane, vi sbagliate di grosso. Il museo infatti è un clone dell’omonimo Museo delle Relazioni Finite, a Zagabria (Croazia), ed è uno spazio dove vengono raccolti e schedati i resti degli amori interrotti: lettere, pupazzi di peluche, origami, poesie, ma anche oggetti di uso quotidiano si fanno qui triste ricordo di un momento aureo d’amore che non potrà tornare.

Un progetto che affonda le radici nel romanzo Il Museo dell’Innocenza di Orham Pamuk, dove il protagonista raccontato dal Premio Nobel raccoglieva gli oggetti che appartenevano alla vita della donna che amava, costituendo il museo che dà il titolo al libro.

Ogni oggetto, apparentemente senza senso, ogni ciocca di capelli, ogni saliera o pettine, per quanto piccolo e insignificante, imprime in se stesso invece il ricordo di un amore che probabilmente non finirà mai.

ART NEWS

“Casa del Manzoni” a Milano: l’Alessandro così diverso da ciò che pensavi

Casa del Manzoni Alessandro Manzoni Milano - internettuale

Piccolo gioiello a ridosso delle più note Gallerie d’Italia, la Casa del Manzoni è un’affascinante casa-museo che mostra un lato quasi inedito dell’autore de I Promessi Sposi.

L’edificio è un palazzotto nobiliare nel centro storico di Milano, che lo scrittore italiano acquistò nel 1813 per sé e la sua famiglia, dopo il suo breve soggiorno a Parigi. La facciata, in stile neorinascimentale, fu commissionata dallo stesso Manzoni all’architetto Andrea Boni nel 1864.

Un edificio che ruota intorno al cortile interno, che un tempo doveva apparire molto florido a giudicare dalle piante che ancora si inerpicano lungo le colonne del portico. Nella casa Alessandro Manzoni visse fino alla veneranda età di 88 anni, sopravvivendo anche ad alcuni dei suoi stessi figli. Dalla sua morte molte cose sono cambiate. La casa infatti per volere dei figli superstiti è stata poi rivenduta, a patto però che due stanze restassero invariate nel tempo: lo studio al piano terra, con affaccio sull’ampio giardino (oggi annesso alle Gallerie), dove il Manzoni si ritirava in meditazione, studi e riceveva gli amici, e la camera da letto. Esse rappresentano le uniche camere in cui il tempo s’è fermato con gli arredi e gli oggetti originali in cui è ancora impressa l’anima del padrone cui erano appartenute.

Oggi infatti la casa è per lo più musealizzata, ed ospita nei suoi appartamenti parte degli arredi e delle collezioni donate anche da altri musei, contestualizzate in un ambiente affinché ogni pezzo racconti parte della storia dell’autore. A cominciare dalla camera di fronte al suo studio, occupata dall’amico fraterno Stefano Stampa, che visse con lui per quindici anni prima di sposarsi, e che oggi ospita i suoi ritratti e quelli della sua famiglia, fino ad un dipinto sul letto di morte.

Alessandro Manzoni by Francesco HayezAl piano superiore una teoria di stanze, e quelli che dovevano essere i salotti, mostrano una serie di dipinti del Manzoni, la tenerezza dei ritratti di famiglia, quei dipinti e disegni che ne raccontano la maturazione, anche fisica, dell’uomo, oltre che autore, che ci appare come un borghese della Milano bene, che invecchia con garbo negli ambienti di una dimora che ama.

Quadri sì, ma anche bronzi e sculture, fotografie, narrano gli eventi più importanti della vita del Manzoni: l’incontro con Garibaldi, ma anche le tante opere che hanno celebrato la già contemporanea popolarità del suo romanzo, ritraendo i protagonisti come personaggi storici veri, viventi: Lucia, nella sua virginale fede, la Monaca di Monza, oscura e austera, l’autoritario Don Rodrigo.

Bellissime le ultime sale, che chiudono il percorso di visita, con una raccolta di libri, alcuni dei quali autografi, con edizioni del romanzo manzoniano e citazioni alle pareti con alcuni degli stralci di maggior impatto.

La casa, in cui Alessandro Manzoni ospitò tra gli altri anche Cavour e Giuseppe Verdi, è attualmente gestita dal Centro Nazionale di Studi Manzoniani, istituito nel 1937, che mette a disposizione di studiosi e appassionati una Biblioteca specialistica con oltre 30.000 volumi, costituita da donazioni Treccani e Viganò, e testi appartenuti allo stesso Manzoni. Il Centro, divenuto Fondazione nel 2002, occupa gli ultimi piani dell’edificio, consentendone l’accesso a residenti e turisti gratuitamente. Fatto ancora più eccezionale se si considera il perfetto stato di conservazione del villino, e il personale che vi lavora che, con cortesia e discrezione, accompagna il visitatore alla scoperta dell’inedita figura del letterato italiano in una rarefatta atmosfera senza tempo.

Per maggiori informazioni:

www.casadelmanzoni.it

ART NEWS, CINEMA

Gerda Wegener, la vera donna dietro “The Danish Girl”

Il suo nome è Gerda Wegener, disegnatrice, illustratrice, ma soprattutto pittrice di origine francese naturalizzata danese, attiva a Parigi, dove riscosse un notevole successo, tra la prima metà del ’900 e gli anni ’40. Nota per i suoi ritratti di donna, è famosa soprattutto per aver ritratto suo marito, il paesaggista Einar Wegener, in abiti femminili, portandolo ad una introspezione sulla sua vera sessualità, da cui maturò la scelta di cambiare sesso e il proprio nome in Lili Elbe. Oggi l’attore premio Oscar Eddie Redmayne porta sul grande schermo la sua storia di primo transessuale con il film The Danish Girl, basato sull’omonimo romanzo di David Ebershoff, ispirato al diario che Lili tenne per tutto il periodo di transizione da uomo a donna.

Mentre i paesaggi di Einar riscossero grande successo a Copenhagen, in Danimarca, così non fu per i ritratti della moglie Gerda. Fu soltanto con la transizione da uomo a donna di Lili che la pittrice trovò fama e gloria a Parigi, facendo di suo marito la musa ispiratrice di molti dei suoi lavori.

«Era affascinante per la gente – racconta la designer Eve Stewart a Vogue – vedere una così spettacolare e diversa bellezza come quella di Lili».

Stewart ha collaborato con l’artista britannica Susannah Brough, per ricreare 70 opere per la pellicola che arriverà nei cinema italiani il prossimo 18 febbraio: «Le abbiamo selezionate in relazione alla sceneggiatura, insieme a Tom [Hooper, il regista ndr] e la sceneggiatrice Lucinda Coxon, pensando quali avrebbero colpito di più in ogni scena».

Le opere mostrate all’interno del film non sono l’esatta copia degli originali della Wegener: «Abbiamo dovuto adattarli leggermente perché non somigliavano a Eddie – ha detto Stewart – così come il ritratto della ballerina Ulla Poulsen, quella che ha cambiato la vita di Lili, è stato modificato per assomigliare maggiormente all’attrice Amber Heard.

E come spesso succede per un artista la gloria arriva postuma, e così anche Gerda ha avuto la sua personale, la più grande mai realizzata, al Museo d’Arte Moderna Arken in Danimarca: «Penso che sarebbe stata così entusiasta – chiude Stewart – di essere stata presa in considerazione anche nel proprio paese».

CINEMA

L’attore Eddie Redmayne diventa donna e strega Venezia con “The Danish Girl”

Eddie Redmayne The Danish Girl 2015 Venezia72 internettuale

Oggi a Venezia è arrivato Eddie Redmayne e la premiere della sua ragazza danese. The Danish Girl, in concorso a questa 72esima Mostra del Cinema, è un film biografico, per la regia di Tom Hooper, basato sull’omonimo romanzo di David Ebershoff, in cui l’attore, premio Oscar per La Teoria del Tutto, interpreta la transessuale Lili Elbe.

Siamo a Copenaghen nei primi anni ’20, e la pittrice Gerda Wegener, interpretata da Alicia Vikander, chiede a suo marito Einar Wegener (Redmayne) di posare per lei come modella. La popolarità del ritratto spingerà la donna a ritrarre ancora suo marito con fattezze femminili. Einar inizia così a sviluppare un vero e proprio desiderio di apparire femminile e avere le sembianze di una donna, iniziando a vivere come tale con il nome di Lili Elbe.

Elbe diventa così il primo caso chirurgico di riassegnazione sessuale di un uomo che desidera diventare donna, e troverà tutto il supporto di sua moglie Gerda, anche se questa decisione implicherà la realizzazione da parte della giovane artista del fatto che suo marito non sia in realtà la persona che anni prima aveva sposato.

Con questa pellicola, che in Italia uscirà a Febbraio del prossimo anno, Eddie Redmayne pare aver conquistato la critica di Venezia, estasiata dinanzi al talento camaleontico del giovane attore, che da tetraplegico nella pellicola che gli ha regalato l’Oscar convince nel ruolo di giovane uomo confuso alla ricerca di una nuova identità sessuale, e mette una caparra anche sulla prossima cinquina dei migliori attori del 2016. Complice anche una bellezza androgina che gli ha permesso di calarsi con verosimiglianza nei panni di una donna, certo, ma anche e soprattutto il grande talento nel calarsi con naturalezza in vite non convenzionali che solo un animo sensibile può davvero interpretare.