MUSICA, TELEVISIONE

Heidi, e quella sigla famosissima di cui tutti sbagliamo le parole

Heidi, ti sorridono i monti”. Quante volte abbiamo cantato il ritornello della sigla del famoso anime del 1975? Si tratta di un errore molto comune, dovuto probabilmente all’assonanza delle parole, ma in realtà il ritornello originale recita “Il tuo nido è sui monti”.

Lo so, è sconvolgente, ed io stesso, che l’ho scoperto ad un aperitivo tra amici qualche giorno fa, stentavo a crederci.

In realtà questo non è il solo luogo comune. Probabilmente penserete che a cantare la sigla sia Cristina D’Avena, regina incontrastata delle canzoni d’apertura dei cartoni animati. In realtà a cantarla è Elisabetta Viviani.

Il brano è una cover dell’originale tedesca, composta da Christian Bruhn, scritta in Italia da Franco Migliacci.

Se l’anime è giapponese, l’adattamento italiano si è rifatta invece alla versione teutonica, riprendendo la colonna sonora di Gert Wilden anziché quella originale di Takeo Watanabe.

i protagonisti del cartone Heidi (da sinistra): il nonno, Clara, Peter, la capretta Fiocco e la piccola Heidi

Tratto dal romanzo della svizzera Johanna Spyri, parla di una ragazzina orfana di padre e di madre che va a vivere sulle alpi con il burbero nonno e poi sarà portata a Francoforte presso una famiglia dove sarà la piccola dama di compagnia di Clara, bambina disabile che grazie all’entusiasmo e la travolgente allegria della piccola amica ritroverà anche l’uso delle gambe. Ma sono tante le differenze con le pagine del libro da cui ne è tratto. Heidi resterà sui monti per circa tre anni, dall’età di 5 agli 8. Nel cartone di Isao Takahata invece dura appena qualche episodio.

Lo stesso Peter lo ritroviamo soltanto nei capitoli finali, presentato come personaggio un po’ ostile alla piccola Clara, alla quale distrugge la carrozzina, mentre nel cartone è un bambino simpatico e affabile che cerca di aiutarla.

Contrariamente agli episodi TV la Signorina Rottenmeier non seguirà mai Clara e Heidi per recarsi sulle montagne con la nonna.

Nel libro della Spyri, c’è una forte presenza della fede, e più volte i suoi personaggi si rivolgono a Dio in preghiera. Nel cartone invece questa spiritualità manca.

Nel romanzo, il nonno di Heidi, che viveva da eremita nella sua casa, si reinserisce nella vita quotidiana del piccolo paese alpino. Nel cartone invece questo avvicinamento manca.

E infine un colpo di scena: nelle pagine della Spyri il cane Nebbia non c’è!

Qui la sigla originale:

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MUSICA

Quarant’anni senza Maria Callas: la vita da romanzo della soprano

Potrebbe essere la trama di un romanzo la vita di Maria Callas, soprano statunitense naturalizzata italiana, ma di origine greca, che tra gli anni ’40 e ’60 ha calcato i più importanti teatri d’opera di tutto il mondo. Un romanzo in cui una novella Cenerentola abbandona il nido con una dispotica madre e una sorella-rivale, e se ne va alla volta del mondo, senza mezzi e con una valigia piena di sogni.

È così che inizia la carriera di quella che sarà poi la “Divina” Callas, tra provini andati male e l’insicurezza di una ragazza corpulenta che, tra problemi di peso e la leggenda di un verme solitario, ha lottato per trovare una figura longilinea e affermare sé stessa e il suo talento.

Ma l’accoglienza dell’Italia post-bellica non fu delle migliori, e persino l’occasione della vita, quella di sostituire la soprano Renata Tebaldi interpretando l’Aida alla Scala di Milano, passa quasi inosservato, tra lo scetticismo dei critici che puntano soprattutto sulla sua fisicità e una voce metallica che non li convince del tutto.

Maria Callas (1923 – 1977) as Violetta in La Traviata at the Royal Opera House (1958)

La consacrazione arriverà in quello stesso teatro qualche anno più tardi, quando nel 1951 trionfa con I Vespri Siciliani nel ruolo della Duchessa Elena.

Perde 36 chili in un solo anno. Il brutto anatroccolo si trasforma pian piano in un cigno. Si ispira allo stile e alla figura della magrissima quanto elegante Audrey Hepburn, e da quel momento è tutto un giro di foulard, fantasie floreali, e abitini avvitati, che ne esaltano la ritrovata silhouette, riscoprendo la sua femminilità.

È in questo frangente che arriva l’incontro fatidico con l’amore della vita, l’armatore Aristotele Onassis. Greco anche lui. E la cornice di questo incontro fatale non poteva che essere da sogno, come l’elegantissimo Hotel Danieli a Venezia.

Dopo una crociera a bordo del celebre yatch dell’armatore, la Callas decide di abbandonare il marito, e suo agente, Titta Meneghini, sposato ai tempi forse più per riconoscenza che per vero amore.

Da quel momento la vita di Maria cambia. Si sente diversa, più viva. Ma non è facile essere l’amante di Onassis. In questi anni infatti, la Callas aveva affrontato anche la perdita di un figlio nato morto, vivendo per quasi tutta la relazione con l’uomo, durata dieci anni, il dramma di donna tradita, costretta a sopportare la galanteria nemmeno troppo velata di un uomo che ha continuano a flirtare e corteggiare altre donne sempre, e che ha deciso di risposarsi soltanto quando ha avuto la certezza di conquistare l’altra donna più potente del mondo, Jacqueline Kennedy.

Onassis infatti ha sempre temporeggiato sul divorzio dalla prima moglie, decidendosi a lasciarla soltanto quando deciderà sì di risposarsi, ma con la vedova del Presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy.

Con il cuore spezzato, sola, e in condizioni di salute precarie, complice la rapida perdita di peso, l’insonnia orma cronica e la dipendenza da Mandrax, Maria morirà il 16 settembre del 1977 nella sua casa a Parigi per un arresto cardiaco.

E sono tante le iniziative per questo quarantennale dalla morte, per raccontare e ricordare una voce che oggi è un punto di riferimento, e una donna che è una vera icona.

Pier Paolo Pasolini e Maria Callas sul set di “Medea”, 1968

Tra queste, quella di RAI5, che proprio sabato 16 settembre, trasmetterà in anteprima un documentario che racconta uno degli incontri storici della Callas, quello con il provocatorio regista Pier Paolo Pasolini che la dirigerà in una versione cinematografica di Medea nel 1968, diventando uno dei suoi più cari amici e confidente. L’Isola di Medea, questo il titolo del film, è diretto da Sergio Naitza, Nastro d’argento 2013, e firmata con Karel produzioni di Cagliari, con il sostegno del produttore associato Erich Jost, della FVG Film Commission e Regione Friuli Venezia Giulia.

Luisa Ranieri in una foto di scena della fiction Mediaset

Se invece vi appassiona lo sceneggiato, qualche anno, quando Mediaset era ancora all’apice e non produceva soltanto fiction di mafia, la bravissima Luisa Ranieri prestò magistralmente il volto a questo tormentato personaggio, nell’intensa interpretazione della mini-serie Callas e Onassis del 2005.

la copertina del libro di Alfonso Signorini

E se preferite la lettura, allora vi consiglio il volume di Alfonso Signorini, che un romanzo dalla vita della Callas l’ha scritto davvero: Troppo fiera, troppo fragile, questo il titolo, non è soltanto un bestseller mondiale, ma la narrazione del giornalista e celebre direttore di Chi, ha appassionato così tanto anche l’estero che ne sarà presto prodotto un bipic con Noomi Rapace nel ruolo della soprano.

il poster del film Callas di Niki Caro, con Noomi Rapace
CINEMA, LIBRI

10 cose che (forse) non sapete su Harry Potter

Era il 1997 quando una giovane sconosciuta, J.K. Rowling, firmava il suo primo romanzo fantasy con le sole iniziali per nascondere il fatto che fosse una donna a scrivere un genere letterario che tradizionalmente è, o meglio era, appannaggio di soli uomini.

Oggi, vent’anni dopo, quella donna è una delle autrici più apprezzate nella scrittura per giovani adulti, e la sua saga, quella del mago Harry Potter (il primo volume era Harry Potter e la Pietra Filosofale), ha appassionato milioni di ragazzi in tutto il mondo, con trasposizioni cinematografiche di altrettanto successo che hanno lanciato e rilanciato giovanissimi attori e veri cavalli di razza come la pluripremiata Maggie Smith, che nei film ha interpretato Minerva McGranitt.

Ambientati nell’Inghilterra degli anni ’90, i volumi della Rowling narrano le avventure de giovane mago occhialuto Harry Potter e dei suoi migliori amici, Ron Weasley e Hermione Granger. L’ambientazione principale è la Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts, dove i ragazzi vengono educati i maghi del Regno Unito.

Per celebrare i vent’anni di questo romanzo ecco venti curiosità che (forse) non conoscete:

IL FANTASTICO MONDO DI HARRY POTTER:

Il 18 giugno del 2010 è stato inaugurato un parco a tema ad Orlando, in Florida, all’interno del parco di divertimenti Island of Adventures. La sezione si chiama The Wizarding World of Harry Potter, Il Magico Mondo di Harry Potter, e al suo interno è possibile vedere gli scenari più caratteristici della saga, tra cui Hogwarts, il villaggio Hogsmeade e la via Diago Alley.

GLI INCASSI RECORD:

Dai sette romanzi dell’autrice sono stati tratti ben otto film, l’ultimo volume della saga infatti è stato cinematograficamente suddiviso in due parti. L’incasso complessivo di tutte le pellicole è di oltre 7 miliardi di dollari, superando così i ben 24 film della saga di James Bond e i 7 film di Star Wars, diventando la saga più produttiva della storia.

IL VAMPIRO EDWARD

L’attore Robert Pattinson, che qualche anno più tardi diventerà famoso per l’interpretazione del vampiro Edward in un’altra saga letteraria tratta dagli omonimi romanzi della Mayer, Twilight, debutta recitando proprio in Harry Potter. Nel 2005 infatti ha dato il volto a Cedric Diggory, uno dei magi della scuola di Hogwarts in Harry Potter e il Calice di Fuoco.

IL SEGUITO CINESE:

Nel 2002 venne pubblicato un sequel del libro in lingua cinese, intitolato Harry Potter and Leopard-Walk-Up-to-Dragon, pubblicato nella Repubblica Popolare Cinese da un autore anonimo. All’interno del romanzo compaiono in realtà personaggi della Rowling e anche alcuni di Tolkien, autore del Signore degli Anelli. Gli avvocati dell’autrice però riuscirono a far pagare una penale per danni agli editori del libro.

OCCHI VERDI DI DANIEL:

L’attore Daniel Radcliffe, che nella saga era il protagonista Harry, ha dovuto indossare delle lentine verdi, come gli occhi del maghetto, e non blu come il vero colore dei suoi occhi. Quando l’attore era impossibilitato ad indossarle i suoi occhi sono stati digitalmente modificati col computer.

IL RUOLO DI HARRY:

Chris Columbus, regista dei primi due capitoli della saga, ha fortemente voluto Daniel Radcliffe come protagonista, dopo averlo visto in una produzione della BBC di David Copperfield. Per il ruolo però fu provinato anche l’attore William Moseley, oggi famoso per essere il principe Liam nella serie The Royals, e che a sua volta trovò la fama per un’altra saga letteraria fantasy approdata sul grande schermo, Le Cronache di Narnia.

SPIELBERG REGISTA MANCATO:

Dietro la macchina da presa avrebbe potuto esserci l’acclamato e pluripremiato regista Steven Spielberg, che stava negoziando. Alla fine però declinò per dedicarsi al film A.I. – Intelligenza Artificiale. Alla fine fu scelto Chris Columbus, noto per pellicole come Mamma ho perso l’aereo! e Mrs. Doubtfire.

HARRY ARCOBALENO:

In seguito alla pubblicazione dell’ultimo volume, J.K. Rowling fa una dichiarazione in merito al personaggio di Albus Silente, preside della scuola di Harry, il quale secondo l’autrice sarebbe omosessuale, e il motivo per cui non si accorge immediatamente della malvagità di uno dei nemici è perché ne sarebbe stato innamorato.

I COLORI DI HARRY:

In molti avranno notato che anche la tavolozza dei colori utilizzata dai vari registi cambia con l’avanzare dei film, passando dai colori brillanti e vivaci dei primi due a quelli via via sempre più cupi e freddi, fino ad arrivare alle tinte quasi dark degli ultimi due. La spiegazione è data dal fatto che i colori ricreano gli stati d’animi e le sensazioni dei protagonisti seguendo l’andamento della storia dei volumi.

LA PIETRA FILOSOFALE:

E infine una curiosità che riguarda il primo film della serie. A causa della differenza tra il titolo inglese (Harry Potter and the Philosopher’s Stone) e quello americano dell’opera (Harry Potter and the Sorcerer’s Stone) gli attori hanno dovuto girare due volte le scene in cui veniva menzionata la pietra.

TELEVISIONE

Le piccole grandi bugie di Nicole Kidman e Reese Witherspoon

A metà tra mistery e dramma, con qualche tocco di humor nero, è arrivato anche in Italia Big Little Lies, Piccole grandi bugie, nuova mini-serie di Sky Atlantic HD che vede il debutto televisivo di Nicole Kidman e Reese Witherspoon. Le due attrici premio Oscar, oltre che volti, sono anche le produttrici di questo serial in onda sul canale americano HBO.

Insieme alle due interpreti ritroviamo Shailene Woodley, protagonista di Colpa delle Stelle e della serie sci-fi cinematografica Divergent, e la candidata all’Oscar Laura Dern.

Ispirato al romanzo omonimo di Liane Moriarty, edito in Italia da Mondadori, il telefilm si apre con un misterioso omicidio e un’indagine in corso.

Premetto di non aver letto il romanzo, anzi, di non averne neppure mai sentito parlare a dispetto delle sei milioni di copie vendute in tutto il mondo, quindi non so quanto il telefilm sia fedele alle pagine del libro, ma ho amato ogni singola caratterizzazione dei personaggi.

Un cast di tutto rispetto, che porta sul piccolo schermo equilibri e drammi delle relazioni inter-familiari di tre donne molto diverse tra loro: Celeste (la Kidman) è una bellissima donna sui cinquanta sposata con un uomo più giovane, Madeline (Witherspoon) che soffre la crescita delle sue figlie accanto alla compagna dell’ex marito, e infine Jane (Woodley), madre single con un misterioso passato alle spalle.

Leggo dal web che la sostanziale differenza tra il romanzo e la produzione televisiva è l’ambientazione: Australia per il primo, Monterey in California la seconda.

Gli episodi sono tutti diretti dal regista canadese Jean-Marc Vallée, che tra i suoi successi annovera anche l’intenso e pluripremiata pellicola Dallas Buyers Club.

Nicole Kidman in Big Little Lies (2017)

Questa produzione conferma l’inversione di tendenza cui assistiamo da qualche anno. È sempre più sottile infatti la linea di demarcazione tra cinema e buona televisione, e sono sempre di più i premi Oscar votati al piccolo schermo per produzioni di nicchia o lunga serialità. In principio fu Meryl Streep che nel 2003 ritornò alla televisione per Angels in America, poi fu la volta di Glenn Close con The Shield, Kathy Bates in Harry’s Law e ancora Jessica Lange con American Horror Story, sono sempre di più gli attori e le attrici che alternano o preferiscono con nonchalance il tubo catodico. Merito, forse, della qualità sempre più alta, di una maggiore libertà, di un pubblico ben più ampio per un rilancio della propria immagine.

La prossima sarà Susan Sarandon che proprio accanto alla Lange reciterà in Feud, antologica che farà rivivere il mito della rivalità tra Bette Davis e Joan Crawford, portando in TV anche Catherine Zeta-Jones.

Laura Dern, Reese Witherspoon, and Shailene Woodley in Big Little Lies (2017)

Big Little Lies ha un respiro autorale, ma non stanca lo spettatore con pause o silenzi esasperanti e esasperati.

È raggiante la Whitherspoon nel ruolo un po’ nevrotico di mamma dell’alta borghesia, così come la Kidman, un po’ prigioniera nel ruolo di invidiata donna perfetta, che dietro le apparenze nasconde l’ombra della violenza domestica. Era difficile per la giovane Shailene riuscire a brillare accanto a due star come la Kidman e la Whiterspoon, eppure la giovane attrice riesce a ritagliarsi i suoi momenti, nonostante il suo sia un ruolo solo in superficie dimesso e di secondo piano.

Il telefilm indaga i rapporti dell’animo umano, quelli interpersonali, la famiglia, l’amore, l’amicizia tra donne.

Senza ansie, né smanie da puntata successiva, Big Little Lies riesce comunque a incuriosire il lettore che non vede l’ora di scoprire, nei prossimi episodi, chi sia l’assassino e chi la vittima, a chi appartenga la verità e a chi queste piccole grandi bugie.

CINEMA, LIBRI

Napoli protagonista della serie tratta da “L’Amica geniale” di Elena Ferrante

Probabilmente i suoi libri hanno destato scalpore più per la sua identità di scrittrice, nascosta ai più, che per la trama in sé. Sto parlando di Elena Ferrante, che dal 2011 ad oggi è in testa alle classifiche di vendita di tutto il mondo con la saga de L’Amica geniale (edizioni e/o), senza tuttavia aver mai rivelato il suo vero nome.

Divisa in due parti, infanzia e adolescenza, la storia dei romanzi percorre la vita di due bambine, le due amiche Elena Greco e Raffaella Cerullo, che inizia nella Napoli dei primi anni ’50. L’una povera, figlia di un umile calzolaio, costretta ad interrompere gli studi; l’altra, Elena, figlia di un usciere comunale, riesce invece ad arrivare fino al liceo. Entrambe le ragazzine si mostrano insofferenti alle regole del “rione” in cui vivono, e spesso le loro vite si ritroveranno ad intrecciarsi fino al matrimonio di Lila, Raffaella, che chiude il primo capitolo della quadrilogia letteraria.

La copertina del libro “L’amica geniale” di Elena Ferrante

A far da contorno alle vicende delle due protagoniste, tanti scorci e usanze di Napoli, che nel volume, sin dalla copertina, si fa quasi silenziosa terza protagonista, dalle miserie del dopoguerra fino ad una timida ripresa economica negli anni del boom, vessata dalla malavita organizzata.

Un racconto che si fa quello di una intera città, e che diventerà una serie televisiva. Lo annuncia oggi l’ANSA, sulle cui pagine si legge che si sono aperti i casting a Napoli per ricercare le due bambine protagoniste della serie che sarà diretta da Saverio Costanzo.

L’inizio delle riprese è previsto per questa estate. Le location non sono ancora state confermate dalla Film Commission Campania, che si augura possano svolgersi tutte a Napoli, e se ciò dovesse trovare conferma, il capoluogo partenopeo si trasformerà in un vero e proprio set a cielo aperto quest’anno, poiché protagonista anche delle riprese di Napoli Velata, il nuovo film che il regista Ferzan Ozpetek inizierà a girare subito dopo la promozione di Rosso Istanbul ora nelle sale.

Titolo internazionale di quest’opera è The Neapolitan Novels, prodotta dalla Fandango e Wildside insieme ad altri partner stranieri.

Ad occuparsi dei casting sarà Laura Muccino che, come cognome suggerisce, è sorella dei ben più noti Muccino registi, e che in questi giorni sarà alla ricerca delle bambine che daranno il volto alle protagoniste del romanzo.

Un progetto di ampio respiro che è riuscito a destare l’attenzione anche delle autorevoli pagine del New York Times dal quale si apprende che la serie si suddividerà in quattro stagioni, così come i volumi della Ferrante, ogni stagione consterà di otto episodi, per un totale di trentadue puntate da cinquanta minuti ciascuna, e coprirà un arco temporale che va dal secondo dopoguerra agli inizi degli anni 2000.

Insieme a Francesco Piccolo e Laura Paolucci ci sarebbe anche la misteriosa Elena Ferrante a collaborare alla stesura della sceneggiatura.

Ancora poco si sa sulla messa in onda dello sceneggiato, che potrebbe arrivare sugli schermi Rai già nel 2018, e rappresenterebbe per Napoli una delle più grandi produzioni degli ultimi anni.

Un’ottima cosa per Napoli, reduce dal successo della fiction poliziesca I Bastardi di Pizzofalcone, che ha battezzato il turismo “cinematografico” alla volta delle location che hanno fatto da sfondo alle avventure del commissario Lojacono e i suoi agenti.

Con questa nuova produzione, che sarà trasmessa anche all’estero, potrebbe incrementarsi il turismo nella città di Partenope, che torna ad essere grande protagonista di arte, cultura, letteratura e cinema.

LIBRI

Yeong-hye, la donna che vuole diventare una pianta

La vegetariana«Yeong-hye è una donna che si vuole trasformare in una pianta e rifiuta la razza umana». È così che Han Kang, raggiunta dall’agenzia italiana ANSA, parla del suo romanzo, La Vegetariana, edito in Italia da Adelphi, nella traduzione di Milena Zemira Ciccimarra.

Il libro, scelto tra ben 155 lavori editoriali, ha vinto il Man Booker International Prize 2016, per la sua “potenza e originalità indimenticabili”, raggiungendo con successo anche il nostro Paese.

«In Corea – spiega la scrittrice all’agenzia di stampa – essere vegetariani è considerato strano, non è molto frequente» tuttavia, prosegue la scrittrice coreana «non è considerata invece una cosa strana quella di trasformarsi in qualcosa di diverso da un essere umano. Si può essere stati un uccello nella vita precedente e ci si chiede cosa si potrà essere nella vita futura. Nel caso di Yeong-hye la situazione è differente perché lei vuole trasformarsi in un’altra cosa rispetto a quello che è nella sua vita adesso».

La sua protagonista è una donna comune, una moglie rispettosa ed ubbidiente, di una persona comune. Una di quelle tipiche donne da cui, leggendo, quasi non ci si aspetta nulla.

L’embrione del cambiamento si insinua nella mente di Yeong-hye dopo aver fatto uno strano sogno di sangue e boschi scuri. Da quel momento la donna non mangia carne e si rifiuta di cucinarla, nutrendosi di soli vegetali.

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Han Kang, foto del New York Times, maggio 2016

Leggendo le pagine della Kang, realtà e finzione si mescolano in un mondo indefinito dove è difficile distinguere ciò che è vero da ciò che invece è frutto dell’immaginazione. Yeong-hye si immerge lentamente in un mondo onirico, e il lettore con lei, allontanandosi pian piano dalla realtà.

È terribile la reazione del marito all’astrazione mentale e fisica della donna, che arriva fino al sadismo sessuale.

Un libro fatto di fiaba e sogni, che Han Kang, 46 anni, ci descrive in tre atti: «C’è un racconto breve coreano, non una fiaba, che parla di un uomo che torna a casa e si trova davanti a una miriade di piante e fiori e parla con loro, cerca attraverso questo contatto la pace interiore. Ma è l’universo onirico a essere determinante. Anche nella terza sezione la narratrice, che è la sorella della protagonista, fa riferimento al sogno e al fatto che occorrerà risvegliarsi».

La Kang ritornerà in libreria, sempre per Adelphi, con Human Acts che uscirà nel 2018. Nel frattempo la scrittrice prosegue il suo lavoro di ricerca, introspezione, scrittura, lavorando su di un trittico incentrato su persone alla ricerca della propria dignità nel mondo contemporaneo.

Figlia dello scrittore Han Seungwon, la Kang è molto sensibile all’attuale condizione degli artisti nella Corea del Sud: «È venuta alla luce una lista nera di artisti, scrittori, registi, controllati dal governo, che si oppongono all’attuale regime. È stato un vero shock. Ci vorrà molto tempo perché cambi qualcosa».

LIBRI

Paulo Coelho racconta Mata Hari nel suo nuovo romanzo “La Spia”

È uno degli autori più amati di sempre. Da L’Alchimista a Veronika decide di morire i suoi romanzi sono diventati dei veri classici della letteratura contemporanea. Sto parlando di Paulo Coelho, lo scrittore brasiliano più tradotto al mondo che torna adesso in libreria con la sua ultima fatica letteraria, dal titolo La Spia, dedicato alla figura di Mata Hari. E già ci fa respirare, sin dalla copertina con il profilo della donna in eleganti e sfarzose vesti, la rivoluzionaria atmosfera francese d’inizio ‘900 della danzatrice e noto agente segreto cui questo romanzo è liberamente ispirato.

Il libro infatti, in prima persona, parte da quella che sarebbe l’ultima lettera scritta dalla Hari una settimana prima della sua esecuzione. “Sono pronta”. Queste le ultime parole della donna che, rifiutando di farsi bendare, preferì guardare con coraggio il suo plotone di esecuzione.

“Una delle prime femministe” è così che ne parla Coelho, che spiazza i suoi fan, tracciando un profilo di questo suo nuovo personaggio letterario sul quale ha dovuto lavorare molto: «Mi sono ritrovato con una montagna di documenti in mano ma anche con una domanda: “cosa scrisse Mata Hari in queste lettere? E come era finita in mezzo a tante trappole, ordite da amici e nemici?”».

Un viaggio che parte dalla curiosità dell’autore di scoprire di più su questa donna che con le sue grazie ha sedotto gli uomini più potenti e influenti della guerra mondiale, si è ribellata a moralismi e costumi dell’epoca, pagando le sue scelte a caro prezzo ma con coerente orgoglio, mai pentita, paga del fatto di aver vissuto.

Paulo Coelho Mata Hari Museum - internettualeEd è straordinariamente moderna la figura di questa donna che nella sua vita annovera la perdita di un figlio, forse avvelenato, e il divorzio dal marito, il capitano Rudolph Mac Leod, dal quale divorziò perdendo la custodia dell’altra figlia, Jeanne Louise detta Non, per sbarcare il lunario a Parigi con il nome di Lady Mac Leod. Qui inizia come modella di un pittore, e qualche piccolo ingaggio. Ma il successo sembra non sorriderle subito, e non si esclude che la donna possa essersi prostituita per sopravvivere prima di diventare l’amante del barone Henri de Marguérie, grazie al quale entra in contatto con l’aristocrazia del tempo, cominciando ad esibirsi nelle case dei nobili francesi in occasione di feste mondane. Durante una delle sue performance venne notata dall’industriale e collezionista d’oggetti d’arte orientale monsieur Guimet, che le chiede di esibirsi nei saloni del suo museo dove custodiva i suoi oggetti d’arte. È qui che la giovane Margaretha Geertruida Zelle, questo il suo vero nome, viene artisticamente ribattezzata Mata Hari, dal malese, letteralmente occhio dell’alba, e dunque per traslato Sole. Il successo fu tale che la donna cominciò ad esibirsi nelle più esclusive case degli aristocratici del tempo, nonché in famosi locali quali il Moulin Rouge, il Trocadéro, il Café des Nations.

La consacrazione arriva nel 1905 con una esibizione che farà la storia all’Olympia di Parigi, e che la porterà in tour anche in Spagna.

Ai giornali che iniziavano ad interessarsi a lei raccontava mezze verità e molte menzogne, costruendo un personaggio volitivo, dal fascino esotico, di cui lei stessa, forse restò vittima.

«Paulo non ha mai scritto lo stesso romanzo, e ogni volta ha avuto il coraggio di cambiare, restando, così, sempre fedele a se stesso. Mi sembra, tuttavia, che ci sia un filo rosso: ha sempre raccontato donne esuberanti, controverse, ma straordinariamente libere» ha detto Elisabetta Sgarbi, che è riuscita a strappare Coelho a Bompiani e a portarlo sulla sua “nave”, la sua casa editrice, La nave di Teseo che lo pubblicherà per l’Italia il prossimo 10 novembre: «Il suo nuovo romanzo, “La spia”, è l’esaltazione di questo aspetto, attraverso una figura storica, Mata Hari. E il riferimento alla verità storica rende il romanzo, se possibile, ancora più capace di incidere in un mondo che alle donne deve maggior rispetto».

L’ultimo desiderio di Mata Hari, dalla prigione di Parigi dove fu condannata, fu quello di avere carta e penna per scrivere, forse per riassumere quella sua vita vissuta pericolosamente che l’aveva portata dietro alle sbarre di una cella parigina in attesa della sua esecuzione capitale.

ART NEWS

Apre il Museo degli Amori Finiti

“Questo amore è una camera a gas” cantava Gianna Nannini in Fotoromanza negli anni ’80, ma a giudicare dal Museum of Broken Relationships, letteralmente Museo delle Relazioni Rotte, è più un reperto storico, decisamente non artistico, che da oggi si potrà ammirare in sale museali con tanto di didascalia. Come un ferro da stiro, arrivato da Stavanger in Norvegia, “usato per il mio abito da sposa. Ora è tutto quello che rimane”.

Un abito da sposa arrivano da San Francisco e finito in un barattolo, dopo appena cinque anni di matrimonio. Ma c’è anche un telefono rotto, probabilmente fracassato in un momento di rabbia o una fialetta piena di peli pubici.

Museum of Broken Relationships - internettualeSe volete andare ad ammirare questa ed altre cose curiose dovete andare a Los Angeles, lungo la Walk of Fame, dove si trova l’insolito museo, ma se pensate che sono gli americani ad inventare sempre le cose più strane, vi sbagliate di grosso. Il museo infatti è un clone dell’omonimo Museo delle Relazioni Finite, a Zagabria (Croazia), ed è uno spazio dove vengono raccolti e schedati i resti degli amori interrotti: lettere, pupazzi di peluche, origami, poesie, ma anche oggetti di uso quotidiano si fanno qui triste ricordo di un momento aureo d’amore che non potrà tornare.

Un progetto che affonda le radici nel romanzo Il Museo dell’Innocenza di Orham Pamuk, dove il protagonista raccontato dal Premio Nobel raccoglieva gli oggetti che appartenevano alla vita della donna che amava, costituendo il museo che dà il titolo al libro.

Ogni oggetto, apparentemente senza senso, ogni ciocca di capelli, ogni saliera o pettine, per quanto piccolo e insignificante, imprime in se stesso invece il ricordo di un amore che probabilmente non finirà mai.

ART NEWS

“Casa del Manzoni” a Milano: l’Alessandro così diverso da ciò che pensavi

Casa del Manzoni Alessandro Manzoni Milano - internettuale

Piccolo gioiello a ridosso delle più note Gallerie d’Italia, la Casa del Manzoni è un’affascinante casa-museo che mostra un lato quasi inedito dell’autore de I Promessi Sposi.

L’edificio è un palazzotto nobiliare nel centro storico di Milano, che lo scrittore italiano acquistò nel 1813 per sé e la sua famiglia, dopo il suo breve soggiorno a Parigi. La facciata, in stile neorinascimentale, fu commissionata dallo stesso Manzoni all’architetto Andrea Boni nel 1864.

Un edificio che ruota intorno al cortile interno, che un tempo doveva apparire molto florido a giudicare dalle piante che ancora si inerpicano lungo le colonne del portico. Nella casa Alessandro Manzoni visse fino alla veneranda età di 88 anni, sopravvivendo anche ad alcuni dei suoi stessi figli. Dalla sua morte molte cose sono cambiate. La casa infatti per volere dei figli superstiti è stata poi rivenduta, a patto però che due stanze restassero invariate nel tempo: lo studio al piano terra, con affaccio sull’ampio giardino (oggi annesso alle Gallerie), dove il Manzoni si ritirava in meditazione, studi e riceveva gli amici, e la camera da letto. Esse rappresentano le uniche camere in cui il tempo s’è fermato con gli arredi e gli oggetti originali in cui è ancora impressa l’anima del padrone cui erano appartenute.

Oggi infatti la casa è per lo più musealizzata, ed ospita nei suoi appartamenti parte degli arredi e delle collezioni donate anche da altri musei, contestualizzate in un ambiente affinché ogni pezzo racconti parte della storia dell’autore. A cominciare dalla camera di fronte al suo studio, occupata dall’amico fraterno Stefano Stampa, che visse con lui per quindici anni prima di sposarsi, e che oggi ospita i suoi ritratti e quelli della sua famiglia, fino ad un dipinto sul letto di morte.

Alessandro Manzoni by Francesco HayezAl piano superiore una teoria di stanze, e quelli che dovevano essere i salotti, mostrano una serie di dipinti del Manzoni, la tenerezza dei ritratti di famiglia, quei dipinti e disegni che ne raccontano la maturazione, anche fisica, dell’uomo, oltre che autore, che ci appare come un borghese della Milano bene, che invecchia con garbo negli ambienti di una dimora che ama.

Quadri sì, ma anche bronzi e sculture, fotografie, narrano gli eventi più importanti della vita del Manzoni: l’incontro con Garibaldi, ma anche le tante opere che hanno celebrato la già contemporanea popolarità del suo romanzo, ritraendo i protagonisti come personaggi storici veri, viventi: Lucia, nella sua virginale fede, la Monaca di Monza, oscura e austera, l’autoritario Don Rodrigo.

Bellissime le ultime sale, che chiudono il percorso di visita, con una raccolta di libri, alcuni dei quali autografi, con edizioni del romanzo manzoniano e citazioni alle pareti con alcuni degli stralci di maggior impatto.

La casa, in cui Alessandro Manzoni ospitò tra gli altri anche Cavour e Giuseppe Verdi, è attualmente gestita dal Centro Nazionale di Studi Manzoniani, istituito nel 1937, che mette a disposizione di studiosi e appassionati una Biblioteca specialistica con oltre 30.000 volumi, costituita da donazioni Treccani e Viganò, e testi appartenuti allo stesso Manzoni. Il Centro, divenuto Fondazione nel 2002, occupa gli ultimi piani dell’edificio, consentendone l’accesso a residenti e turisti gratuitamente. Fatto ancora più eccezionale se si considera il perfetto stato di conservazione del villino, e il personale che vi lavora che, con cortesia e discrezione, accompagna il visitatore alla scoperta dell’inedita figura del letterato italiano in una rarefatta atmosfera senza tempo.

Per maggiori informazioni:

www.casadelmanzoni.it

ART NEWS, CINEMA

Gerda Wegener, la vera donna dietro “The Danish Girl”

Il suo nome è Gerda Wegener, disegnatrice, illustratrice, ma soprattutto pittrice di origine francese naturalizzata danese, attiva a Parigi, dove riscosse un notevole successo, tra la prima metà del ’900 e gli anni ’40. Nota per i suoi ritratti di donna, è famosa soprattutto per aver ritratto suo marito, il paesaggista Einar Wegener, in abiti femminili, portandolo ad una introspezione sulla sua vera sessualità, da cui maturò la scelta di cambiare sesso e il proprio nome in Lili Elbe. Oggi l’attore premio Oscar Eddie Redmayne porta sul grande schermo la sua storia di primo transessuale con il film The Danish Girl, basato sull’omonimo romanzo di David Ebershoff, ispirato al diario che Lili tenne per tutto il periodo di transizione da uomo a donna.

Mentre i paesaggi di Einar riscossero grande successo a Copenhagen, in Danimarca, così non fu per i ritratti della moglie Gerda. Fu soltanto con la transizione da uomo a donna di Lili che la pittrice trovò fama e gloria a Parigi, facendo di suo marito la musa ispiratrice di molti dei suoi lavori.

«Era affascinante per la gente – racconta la designer Eve Stewart a Vogue – vedere una così spettacolare e diversa bellezza come quella di Lili».

Stewart ha collaborato con l’artista britannica Susannah Brough, per ricreare 70 opere per la pellicola che arriverà nei cinema italiani il prossimo 18 febbraio: «Le abbiamo selezionate in relazione alla sceneggiatura, insieme a Tom [Hooper, il regista ndr] e la sceneggiatrice Lucinda Coxon, pensando quali avrebbero colpito di più in ogni scena».

Le opere mostrate all’interno del film non sono l’esatta copia degli originali della Wegener: «Abbiamo dovuto adattarli leggermente perché non somigliavano a Eddie – ha detto Stewart – così come il ritratto della ballerina Ulla Poulsen, quella che ha cambiato la vita di Lili, è stato modificato per assomigliare maggiormente all’attrice Amber Heard.

E come spesso succede per un artista la gloria arriva postuma, e così anche Gerda ha avuto la sua personale, la più grande mai realizzata, al Museo d’Arte Moderna Arken in Danimarca: «Penso che sarebbe stata così entusiasta – chiude Stewart – di essere stata presa in considerazione anche nel proprio paese».