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I musei al tempo dei social, tra record e assurde censure. Ecco due storie da conoscere.

In tempi di social il successo di un museo si misura, probabilmente, non soltanto da quello degli ingressi, ma anche dal numero del follower. Le Gallerie degli Uffizi a Firenze si collocano sul gradino più alto di questo primato con 150.000 follower e una media di 3500 like per post e una ventina di commenti (il profilo ufficiale da seguire è questo @uffizigalleries.

Tra le opere più apprezzate l’arte italiana, la Venere di Botticelli, con 13.278 like, la Medusa di Caravaggio, che di cuori ne ha collezionati 9.827 e Giuditta decapitata da Oloferne dell’artista Artemisia Gentileschi con 9.496.

«Il successo globale del canale Instagram degli Uffizi – ha detto in merito Eike Schmidt, direttore delle Gallerie – è anche un successo di conoscenza, di educazione, perché ogni giorno proponiamo un’immagine delle collezioni e un’interpretazione storico-artistica, e spesso pure un brano di poesia del passato e del presente. Questa formula ha trovato tanti seguaci in tutto il mondo: è rigorosamente bilingue in italiano e in inglese, per tutte le età tutte e le generazioni, e infatti siamo il museo che cresce di più in tutto il mondo su Instagram».

Secondo un articolo pubblicato lo scorso anno dal Sole24Ore, il 52% dei musei italiani infatti è social. Sono sempre di più le realtà museali che comunicano la propria offerta, cercando di attrarre nuovi visitatori o creare un senso di fidelizzazione attraverso facebook, twitter, instagram. Ed è proprio instagram il social emergente, con 14 milioni di utenti (italiani) attivi al mese.

Ma per un museo che fa di instagram il suo punto di forza, un altro invece si lamenta di facebook. È una notizia di qualche giorno fa che le istituzioni culturali del Belgio hanno inviato una lettera aperta a Mark Zuckerberg, ceo di Facebook, per lamentarsi della censura.

Secondo le istituzioni belga infatti le nudità di Rubens, pittore fiammingo del XVII secolo, vengono automaticamente censurate e filtrate dal social network in base alle regole di pubblicazione contro i contenuti per adulti.

Il sito VisitFlander ha così diffuso un ironico video in cui le autorità dell’FBi (dell’intelligenza di facebook) invitano tutti i visitatori della House of Rubens ad Anversa che hanno almeno un profilo social a NON guardare i dipinti di Rubens per proteggerli dalle oscenità dei dipinti oggetto di censura del noto social network.

«Indecente – si legge nella lettera – è questo il modo in cui il seno, i glutei e i cherubini di Peter Paul Rubens vengono considerati, ma non da noi, bensì da voi. Potremmo riderci sopra, ma questa censura complica la vita degli attori culturali che vogliono far scoprire le opere dei maestri fiamminghi».

I firmatari di questa lettera aperta invitano il social network a trovare una soluzione al problema poiché, si legge, “Sfortunatamente la promozione del nostro patrimonio culturale unico non è più possibile sul social network più popolare” ha così chiuso Peter De Wilde, ceo di Visit Flander.

Nudità d’arte, capezzoli. Viviamo in un mondo così libero eppure così bigotto da censurare l’arte, senza distinguerla dalla becera pornografia. Un po’ come quando il presidente iraniano, Hassan Rohani, in visita in Italia, chiese di coprire alcune statue a suo giudizio oscene perché nude. Di questo passo i social finiranno, o finirebbero, per censurare anche gran parte della produzione artistica italiana: le Veneri molli e un po’ maliziose di Tiziano, la Fornarina di Raffaello, i nudi possenti di Michelangelo. Una censura, quella digitale, che fa balzare i social indietro di almeno cinque secoli. All’ora era il Concilio di Trento, convocato dalla Chiesa cattolica per arginare la riforma liberale di Martin Lutero, finì con il censurare anche opere di grande valore artistico. Una su tutte proprio il Giudizio Universale del Buonarroti, i cui ignudi furono rivestiti da Daniele da Volterra che, per questa operazione, si vedette etichettare con il soprannome di Braghettone.

È qui che stiamo ritornando? In un’epoca in cui il digitale non riesce a distinguere la bellezza dell’arte dalla pornografia gratuita?

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Rubens e Brueghel al Museo Diocesano di Napoli fino al 30 aprile

Quello di Donnaregina è l’esempio di quanto le architetture non rispondono sempre alle esigenze museali. Mi perdo nel percorso del Complesso Monumentale del Museo Diocesano a Napoli, eppure camminando mi accorgo che è stato concepito, forse, per suscitare meraviglia e stupore.

L’occasione, per vedere questo museo, è un incontro speciale, quello con Rubens e Brueghel e la bellissima Madonna col Bambino in una ghirlanda di fiori, nelle sale, anzi nel bellissimo coro, del complesso fino al prossimo 30 aprile.

I due artisti sono soltanto gli ultimi, in ordine cronologico, ad aggiungersi alla lista di opere illustri, ospitate dal Donnaregina, tra le quali il Salvator Mundi di Leonardo Da Vinci (recentemente venduto per oltre 450 milioni di euro).

L’opera di Rubens rispondeva alle esigenze della Riforma, che vietava la rappresentazione della Vergine e dei Santi, e così l’artista fotografa un momento di intima maternità: il bambino sembra muovere i primi passi, mentre la Vergine lo sostiene, guardandolo con tenerezza e amore, quasi presagendo il destino della Croce. È una scena affettuosa, quella che dipinge il pittore tedesco, contribuendo alla diffusione del barocco e di questo nuovo linguaggio figurativo nell’Europa del nord.

I fiori di Brueghel sono il realistico motivo decorativo, con cui il pittore olandese risponde invece al gusto dei collezionisti del tempo, ponendo la Vergine all’interno di una ghirlanda floreale. I suoi fiori possono quasi essere toccati, tant’è il loro realismo, e potrebbero fuoriuscire dalla cornice con vivida verosimiglianza. Colori sgargianti, ombreggiature, dettagli che anticipano la fotografia, ma anche quella mise-en-scène floreale di quelli che oggi, nell’epoca 2.0, chiamiamo florist. Una composizione equilibrata, allegra, ma al tempo stesso austera e celebrativa, enfatizzata ulteriormente dal fondo scuro della tavola, che fa da cornice al dipinto ottagonale di Rubens.

Versioni analoghe a questo dipinto, le ritroviamo nelle collezioni del Louvre a Parigi e al museo del Prado a Madrid.

La Madonna e il bambino non guardano lo spettatore, che si ritrova ad osservare l’intimo legame tra una madre e il suo bambino ancora in fasce.

È tenero lo sguardo della Madonna, che osserva la figura stante del bambino.

È solo percorrendo le sale di Donnaregina che si comprende perché è davvero monumentale questo museo.

Le sale si illuminano al ritmo dei miei passi sul pavimento.

È straordinario osservare la ricchezza di queste collezioni che emergono dal buio come apparizioni mistiche. Pittori napoletani o attivi a Napoli tra il X secolo e il 1800, che hanno reso omaggio alla sacralità. De Matteis, Vaccaro, Solimena, Tommaso De Vivo sono solo alcuni dei tanti nomi che affollano il percorso dell’immensa collezione permanente, raccontando, ognuno a proprio modo la storia dell’arte partenopea. Madonne, Santi, racconti biblici o evangeli, dipinti e ritratti che si ispirano alle agiografie ufficiali o apocrife.

Chiesa Santa Maria Donnaregina Vecchia, affreschi Coro delle Monache

Le sale sono silenziose e quasi respiro la sacralità di quella che doveva essere l’originaria clausura di Donnaregina Nuova, sede nel XVII secolo delle Clarisse, che vollero costruire una chiesa barocca che maggiormente rispondesse al gusto del tempo, annettendo l’antica chiesa gotica, che oggi prende il nome di Donnaregina Vecchia, alla zona della clausura.

Trovo particolarmente tenere un Compianto sul Cristo morto di Andrea Vaccaro, che rende la disperazione della Vergine e il dolore della Maddalena.

Molti degli artisti napoletani di queste collezioni sono ignoti o seguaci di altri maestri partenopei: dai caravaggeschi che avevano ben recepito l’opera di Caravaggio, che a Napoli ha lasciato le Sette Opere di Misericordia, ai seguaci di altri artisti partenopei che hanno fatto propri gli stili di artisti maggiori e i dettami del gusto del tempo.

Il museo è anche un florilegio di paramenti sacri e finissimi reliquiari e ostensori di metalli nobili e pietre preziose, che ancora raccontano lo sfarzo e la ricchezza di questo luogo.

Proseguo il mio percorso dirigendomi verso l’ingresso di Chiesa di Santa Maria Donnaregina Vecchia, le cui origini risalirebbero addirittura al 780 d.C. Qui c’è il ciclo di affreschi risalente al XIV secolo più grande di Napoli. Un ciclo scampato miracolosamente ad un incendio, i cui pigmenti, come nell’antica Pompei, sono diventati rossicci, mantenendo però intatte le scene del vecchio e del nuovo testamento, con la vita e la passione di Gesù.

All’interno della Chiesa di Santa Maria Donnaregina Vecchia trova posto il sepolcro di Maria D’Ungheria.

Il Complesso è oggi anche sede di stagioni concertistiche, ed è un prezioso scrigno di grandi e meravigliosi tesori. Un’antologia di autori partenopei, per scoprire le storie e la storia della cristianità attraverso la grande arte napoletana.