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La Cattedrale di Pozzuoli, avveniristico Tempio di Augusto sopravvissuto alle fiamme

La Cattedrale di Pozzuoli è oggi un amalgama di fede, arte e, sì, anche tecnologia. Distrutto da un disastroso incendio nel 1964, questo luogo di culto è risorto letteralmente dalle sue ceneri come l’Araba Fenice.

Chi mi segue sui miei canali social, e instagram in particolare, se ne sarà già accorto: questa estate sono stato a Pozzuoli, e non potevo non fare un salto nello storico Rione Terra, per vedere questo avveniristico luogo, a metà strada tra una chiesa e un tempio.

Sì, perché se c’è un lato “positivo” in un incendio che ha divorato parte della originaria struttura barocca, è quello di aver riportato alla luce l’antico Tempio di Augusto, su cui è stata costruita in epoca successiva la cattedrale.

La cattedrale sorge oggi sulla sommità del Rione Terra, e con molta probabilità rappresentava la parte più alta dell’antica Puteoli, che portò i greci a costruirvi un Capitolium della città, tempio dedicato alla Triade Capitolina Giove, Giunone, Minerva più volte rimaneggiato e riedificato fino all’età Augustea.

Il tempio fu costruito per volere di Lucio Calpurnio che volle dedicarlo all’Imperatore Augusto, come si evince da una iscrizione, che incaricò l’architetto Lucio Cocceio Aucto, probabilmente nel 194 a.C.

In età augustea i puteolani decisero di dedicare il tempio al patrono, Procolo, tra la fine del V e gli inizi del VI secolo.

È nel XVII secolo che la cattedrale comincia ad assumere le connotazioni architettoniche che ancora si intravedono. Durante l’età della controriforma il vescovo Martín de León y Cárdenas volle adeguarlo ai nuovi dettami, incaricando l’architetto Bartolomeo Picchiatti con la consulenza artistica di Cosimo Fanzago. Un intervento che si concluse nel 1647.

Artemisia Gentileschi, San Gennaro nell’Anfiteatro di Pozzuoli

Il duomo, secondo il nascente gusto barocco, fu arricchito di tele che narravano la vita della città, tra cui gli episodi della vita di San Gennaro che qui trovò la morte, ad opera della pittrice Artemisia Gentileschi, che lo ritrae proprio nell’Anfiteatro di Pozzuoli mentre doma le bestie che avrebbero invece dovuto divorarlo. Ma sono tanti i pittori degni di nota che fanno di questo luogo un vero e proprio museo e scrigno di opere d’arte.

Un grande incendio si sviluppò dal tetto in legno in incannucciato durante la notte tra il 16 e il 17 maggio del 1964, generando un calore tale che calcinò persino i muri.

Le tele ivi custodite furono portate per sicurezza nel Museo di Capodimonte e nel Museo di San Martino a Napoli. Ma se l’incendio rappresentò una pagina triste della storia dell’arte, esso consentì di vedere e scoprire la struttura originaria del tempio, che si pensava demolita per far spazio all’odierna cattedrale.

Oggi grazie ad una futuristica visione architettonica antico, moderno e contemporaneo convivono in un edificio che accosta grandi vetrate, che provano a restituire l’idea dell’antico tempio augusteo, e le colonne corinzie in parte stuccate che fuoriescono dalle pareti della cattedrale.

In parte musealizzata, oggi è rappresenta uno dei restauri più suggestivi e meglio riusciti al mondo, con passerelle in vetro che consentono di scorgere l’originaria struttura augusea, in parte ancora coperta, e la magnificenza di una cattedrale che, come San Gennaro con le belve nell’anfiteatro, sopravvive ancora a dispetto delle fiamme che lo divorarono più di mezzo secolo fa.

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Storia e fede nelle Catacombe di San Gennaro a Napoli

Una visita alle Catacombe di San Gennaro a Napoli è un’esperienza spirituale per un napoletano. Se fatta in notturna poi, con tanto di aperitivo, può diventare un conviviale evento mondano da condividere con gli amici. È quello che è successo venerdì 3 marzo, durante una delle tante visite serali organizzata dalla Cooperativa La Paranza, che si occupa del sito archeologico dal 2010.

È caldo e accogliente l’ambiente del ticket office, a metà tra un lounge bar, con sedute e divani vintage, e un moderno bazar, dove sono esposti gadget e libri sulla città di Napoli e i suoi sotterranei.

L’aperitivo dura poco, per noi forse arrivati un po’ troppo all’ultimo minuto, che in silenzio ascoltiamo il consiglio del personale di mangiare in fretta prima che cominci la visita del primo turno. Mangiamo e beviamo in piedi, appoggiandoci ad una delle botti-tavolino. Siamo attoniti e impazienti di scoprire il sotto.

Birra alla spina, artigianale diceva l’evento sui social, e fritto di terra. Pretesti culinari per ingannare l’attesa facendo quattro chiacchiere, distendendo magari le tensioni di una giornata di lavoro.

La visita ha inizio dopo un po’. È una tiepida serata di marzo, il cielo è terso e, a dispetto delle luci della città che rischiarano la collina di Capodimonte, s’intravedono anche le stelle incamminandosi verso l’ingresso dell’antico cimitero paleocristiano.

Ci addentriamo all’interno, dove i gradini di pietra sono sostituiti a mano a mano da una scala di vetro, e improvvisamente siamo catapultati nel II secolo. E quasi sembra di respirare la sacralità della terra di Napoli, avvolti dal profumo del tufo giallo, scavato nella collina per dar vita a questi luoghi.

A differenza delle anguste catacombe di Roma, quelle di San Gennaro sono ampie e ariose, illuminate dalla luce del giorno quanto suggestive al chiaro di luna.

I loro ambienti non ci raccontano soltanto di un’epoca, ma ci parlano al contempo di una inedita storia del santo patrono della città, San Gennaro, appunto, che va oltre il miracolo che ogni 19 settembre si rinnova all’interno del Duomo.

catacombe-di-san-gennaro-napoli-internettualeÈ così che, grazie ad Anna, la nostra guida per la serata, impariamo che dopo la costruzione, sulla tomba di Agrippino, di quella che è una vera e propria basilica cimiteriale, Giovanni I, primo vescovo di Napoli, fa trasportare le spoglie di San Gennaro, che vengono collocate nella parte inferiore della cripta. Scopriamo che, oltre a quello noto del 19 settembre, il santo compie il miracolo di sciogliere il sangue nelle ampolle del Duomo anche il sabato che precede la prima domenica di maggio (e negli otto giorni successivi) e il 16 dicembre.

Secondo la leggenda San Gennaro, durante le persecuzioni a Nola incontra il perfido giudice Timoteo, il quale prima ordina che sia gettato in una fornace, dalla quale il Santo esce illeso così come le sue vesti, ragion per cui diverrà patrono di Napoli per l’ideale capacità di opporsi alla forza lavica del Vesuvio, poi successivamente viene portato nell’anfiteatro di Pozzuoli, affinché sia sbranato dalle fiere, le quali però una volta dentro si inchinano in gesto di reverenza.

Sono bellissimi gli affreschi che decorano le volte delle, dove si può ammirare un unicum come la raffigurazione delle tre virtù teologali che costruiscono un palazzo con pietre dopo averle bagnate in acqua: le pietre rappresentano i cristiani che, una volta battezzati, fanno parte del muro della cristianità.

Oggi le catacombe non contengono più le reliquie di San Gennaro, eppure questi luoghi trasudano della sua presenza, nelle tombe più costose di chi voleva essere sepolto accanto al santo per avvertire, nell’aldilà, una vicinanza non più corporea, ma di anime. È quello che devono aver pensato anche i vescovi, che hanno voluto i loro raffinatissimi arcosolia proprio sulla tomba di San Gennaro.

Il racconto delle Catacombe di Napoli è quello della Napoli stessa: credo e potere, avidità e fede. Una storia millenaria che si perpetua ancora attraverso i suggestivi racconti delle guide, che ci fanno scoprire le nostre radici con un aperitivo alla mano.

INTERNATTUALE

San Gennaro, vita, morte e miracolo del Santo Patrono della città di Napoli

saint_januarius-san-gennaro-caravaggio-internettualeSanto Patrono e vera e propria icona, è proprio il caso di dirlo, di Napoli e dei suoi abitanti, che da sempre hanno un rapporto personale quanto particolare, che trascende il mero credo religioso. San Gennaro è infatti da anni la fonte di ispirazione per affreschi, dipinti, sculture, bronzi e soprattutto argenti, come dimostra il busto-reliquario d’argento dorato, ad opera degli orafi francesi Stefano Godefroy, Guglielmo di Verdelay e Milet d’Auxerre commissionato da Carlo II d’Angiò. Sì perché la devozione è del popolo quanto dei suoi sovrani che nei secoli ne hanno accresciuto il mitico tesoro con donazioni ed ex-voto.

La figura di San Gennaro è passata dalle tradizionali immagini votive ai graffiti sulle facciate dei palazzi dei quartieri storici di Napoli, passando per la pop-art di strada, ispirando artisti della scena contemporanea come Jorit e tutta una scuola di artisti che si dilettano a ritrarlo come un novello supereroe dei fumetti che con il potere del suo miracolo protegge la sua città.

Secondo la tradizione partenopea è il 19 settembre il dies natalis, il giorno in cui si compie il miracolo della liquefazione del sangue del santo contenuto in una preziosissima ampolla.

Le reliquie sarebbero state portate a Napoli nel V secolo da Giovanni I presso le Catacombe di Capodimonte, che ne presero il nome, diventando un vivo centro di culto per i fedeli.

Nel 1497 è il Cardinale Oliviero Carafa, della omonima e potente famiglia napoletana, a volere la costruzione del Duomo di Napoli, per ospitare degnamente le reliquie del santo, facendo costruire, in corrispondenza dell’altare maggiore, una cappella, la Cappella del Succorpo, in puro stile rinascimentale.

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San Gennaro di Jorit, Napoli, foto instagram di marianocervone

Nella prima metà del 1500 una terribile pestilenza colpisce la città di Napoli, è in questo momento che i napoletani si votano al Santo in cerca di salvezza, promettendo in cambio la costruzione di una nuova e più maestosa Cappella del Tesoro, all’interno del Duomo, la cui costruzione sarà completata soltanto nel 1646.

È antichissima l’origine della liquefazione del sangue, che risalirebbe addirittura all’epoca di Costantino, quando le ampolle con il sangue si sarebbero trovate vicino alle ossa per la prima volta.

Un documento del 1389, Chronicon Siculum, parla esplicitamente del miracolo come se si ripetesse già da molto tempo.

Il nome del Santo deriverebbe dal latino Ianuarius, che letteralmente significa consacrato al dio Giano, attribuito generalmente ai bambini nati in gennaio (Ianuarius, appunto), mese sacro alla divinità.

Il sangue è contenuto in due diverse ampolle montate in un’unica reliquia: una è riempita per circa ¾ l’altra invece poco meno della metà, poiché parte del sangue in essa contenuta fu sottratto da Carlo Borbone, il quale, divenuto re, volle portarlo con sé in Spagna.

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San Gennaro, manifesto pop-art. San Gregorio Armeno (Napoli), foto da instagram di marianocervone

L’avvenuto miracolo sarebbe auspicio di prosperità e pace per Napoli e i suoi abitanti. Il mancato miracolo infatti sarebbe invece presagio di sciagura per la città.

La funzione è officiata ogni anno dal Vescovo della città, tra le nenie delle “parenti”, donne così chiamate che intonano canti al santo, e le folcloristiche grida di chi prega a “faccia ‘ngialluta”, faccia gialla, dal colore del busto, dorato appunto e dunque giallo, utilizzato durante le processioni.

Ma quello delle reliquie all’interno del Duomo non sarebbe la sola liquefazione del giorno. Secondo il credo religioso, un analogo miracolo avverrebbe anche a Pozzuoli, nella omonima Chiesa di San Gennaro nei pressi della Solfatara, dove su di una lastra marmorea, sulla quale sarebbe stato decapitato il santo impregnandola di sangue.

Credo, folclore, storia. Quella di San Gennaro è la storia di una città che vive aspettando ogni giorno un miracolo dal suo patrono.

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Il miracolo del sangue di Santa Patrizia nella chiesa di San Gregorio Armeno a Napoli

Chiostro San Gregorio Armeno, cappella
Chiostro San Gregorio Armeno, cappella

Nel cuore di Napoli se c’è un confine tra il caos della città e la pace, è senzaSan Gregorio Armeno Santa Patrizia Chiesa laboratorio - internettuale dubbio quello della Chiesa di San Gregorio Armeno, notoriamente conosciuto come Chiesa di Santa Patrizia.

Lungo l’antica via dell’arte presepiale si nasconde infatti anche il chiostro annesso, un’oasi di pace, fondato sulle rovine del tempio di Cerere intorno all’anno Mille. Secondo la leggenda il monastero, di cui era sede, sarebbe stato fondato da Sant’Elena Imperatrice, madre dell’Imperatore Costantino, mentre un altro racconto vuole che il monastero fosse stato abitato, tra gli altri, anche dalle monache basiliane, seguaci di Santa Patrizia, che vi sarebbero insediate dopo la morte della Santa, conservandone e venerandone le reliquie, insieme a quelle di San Gregorio Armeno.

Santa Patrizia, discendente di Costantino, avrebbe abitato il monastero nel IV in seguito ad un naufragio sulle coste del capoluogo partenopeo, dove vi sarebbe rimasta fino alla sua morte avvenuta il 13 agosto del 365.

Le sue reliquie sono state traslate nella chiesa dal 1864, venerate oggi dalle suore che abitano il complesso conventuale, contenute in un reliquiario in oro e argento. Insieme al più noto miracolo di San Gennaro, anche quello di Santa Patrizia vede compiersi la liquefazione del sangue della santa, ogni martedì e ogni 25 agosto, giorno in cui è generalmente festeggiata.

Monastero San Gregorio Armeno, affresco ingresso
Monastero San Gregorio Armeno, affresco ingresso

Entrare nel convento di San Gregorio Armeno è un’esperienza mistica. Attraversare il cancello un po’ nascosto del convento, salendo pian piano i gradoni d’accesso, è un po’ come passare un varco, oltre il quale non c’è più il chiacchiericcio dei venditori pastorai e di turisti attoniti dinanzi alle loro creazioni. Si è immersi in un mondo altro, fatto di silenzio, meditazione, spiritualità. Accolti da sfarzosi affreschi, a metà tra religione e mitologia, si è subito catturati dalla ruota degli esposti, laborioso marchingegno attraverso il quale i bambini meno fortunati erano affidati alle monache e alla speranza di un destino migliore.

Il chiostro è un luogo pregno di misticismo, come gli antichi laboratori che, come fotografie seppia, raccontano della laboriosa regola monacale, o il giardino in cui non mancano colture personali, cui fa da coro il canto degli uccelli.

Troneggia in un tripudio di verde la mastodontica fontana barocca di Matteo Bottiglieri, chiusa, dalla quale si distinguono le grandi statue di Cristo e la Samaritana, richiamando così il passo evangelico.

Monastero San Gregorio Armeno, ruota degli esposti
Monastero San Gregorio Armeno, ruota degli esposti

Ma ciò che forse più di ogni altra cosa stupisce il visitatore, è la ricchissima decorazione della Chiesa di Santa Patriza. Consacrata nel 1579 al santo armeno, la chiesa, costruita tra gli altri da Giovanni Vincenzo Della Monica, vede una navata unica allungata con quattro cappelle ai lati e cinque arcate a tutto sesto per lato. La cupola è decorata da La Gloria di Luca Giordano, mentre il soffitto a cassettoni è invece realizzato nel 1580 da Teodoro d’Errico, pittore fiammingo. Un trionfo di oro, stucchi, decorazioni, attraverso le quali s’intravede la severa clausura che collega il chiostro al corpo centrale della chiesa.

La Chiesa di San Gregorio Armeno è la fedele quanto ricca trasposizione in pietra della fede verso Dio, in un binomio di ricchezza e austerità, ascetismo e venerazione.