CINEMA

Collateral Beauty, film emozionante che invita a riflettere sulla vita e sulla morte

Collateral Beauty è un film che emoziona. Tu pensi che Will Smith avesse bisogno di Gabriele Muccino per interpretare un buon film, e invece ci voleva David Frankel, già regista de Il Diavolo veste Prada, affinché l’ex Principe di Belair desse quella che forse ad oggi è la sua migliore prova d’attore.

Qui Smith è Howard Inlet, pubblicitario divorziato che non riesce a superare la morte della sua bambina, e manda letteralmente all’aria tutta la sua vita, non solo personale, ma anche quella professionale.

Will Smith, Kate Winslet, and Michael Peña in Collateral Beauty (2016)

A far da supporto a Smith un cast di primo livello. Sono ben tre i premi Oscar (tutti rigorosamente britannici) che recitano in questa pellicola, da Kate Wislet a Keira Knightley, passando per Helen Mirren.

È Natale, sono passati due anni dalla morte della figlia di Howard e i suoi colleghi e soci, preoccupati per l’andazzo dell’azienda, decidono di ingaggiare tre attori di una piccola compagnia teatrale affinché interpretino la Morte, l’Amore e il Tempo, tre elementi della vita dell’Uomo cui Howard, in un momento di grande rabbia e profonda disperazione, ha scritto delle lettere piene di disprezzo e rancore.

Collateral Beauty, letteralmente bellezza collaterale, è un film sulla Vita, sul suo più profondo significato, e ci spinge a ricercare quella bellezza collaterale in tutte le cose, anche quelle più dolorose e brutte.

Will Smith and Keira Knightley in Collateral Beauty (2016)

La pellicola sottolinea quanto tutto sia relativo, come i limiti temporali che noi stessi ci poniamo, incasellando il nostro cammino terreno, che qui diventa filosoficamente indefinito, in un razionale sistema mentale di ore, giorni, mesi, anni.

Durante il film recitazione e vita si confondono e si sovrappongono, al punto da non sapere più se i tre attori stiano interpretando un ruolo oppure se lo incarnino per davvero, lasciando la pellicola sospesa a metà tra il dramma e il fantasy per un risultato che incuriosisce, sorprende, fa riflettere.

Bellissimo il ruolo di Brigitte (la Mirren), attrice bohémien che trova nel ruolo della Morte il riscatto di un’intera esistenza, dimostrando che uno spettacolo, seppure per un solo spettatore e senza applausi, varrà sempre la pena di essere interpretato. L’attrice inglese, settantadue anni, è riuscita a dare anima e corpo ad una parte brillante e profonda, quasi oscurando le colleghe più giovani, dimostrando che la recitazione è anche, e a volte soprattutto, classe, la stessa che le aveva fatto conquistare la statuetta agli Academy nel 2007 per il ruolo della Regina Elisabetta II in The Queen.

Uscito nelle sale lo scorso gennaio, arriva adesso in home video. Collateral Beauty è una grande lezione a volgere lo sguardo verso quel grande disegno che spesso la frenesia della vita, i dolori, la routine quotidiana ci fanno dimenticare, e di quanto anche una tragedia possa essere un forte momento di crescita personale, e un invito a vivere con maggior pienezza e consapevolezza la nostra esistenza.

Il film ci ricorda che il tempo può improvvisamente trasformarsi in tiranno avido, calando il sipario su di uno spettacolo chiamato Vita che noi tutti siamo deputati a recitare come protagonisti assoluti.

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INTERNATTUALE

La parola di questo 2017 è “Karma”. Ecco cosa significa

Dalla musica al cinema passando per la parodia sul web, la parola di questo 2017 appena iniziato è sicuramente Karma. Sdoganata dalla vittoria di Francesco Gabbani sul palco dell’Ariston, con il brano Occidentali’s Karma, arriva adesso nelle sale con il film di Elio Germano che s’intitola, manco a dirlo, Questione di Karma.

Ma esattamente che cos’è il karma?

La parola che noi conosciamo come Karma deriva dal termine sanscrito kárman, spesso tradotto con atto, azione, compito, obbligo, nei testi sacri dei popoli arii, i veda, è intesa come atto religioso, rito. Per le religioni e filosofie indiane, è inteso come un agire volto ad un fine capace di attivare un principio causa-effetto, secondo il quale ad ogni azione ne corrisponde una di ritorno da parte del destino. Gli esseri senzienti, nella consapevolezza delle loro azioni, sono in qualche modo responsabili delle conseguenze morali che ne derivano.

Nelle religioni dell’India quali il Brahmanesimo, il Buddhismo, il Giainismo e l’Induismo, il karma vincola gli esseri umani al saṃsāra, dottrina inerente al ciclo della vita, di morte e rinascita.

Il karma è uno dei nuclei intorno al quale ruotano le discipline orientali, e le dottrine induiste in particolare. Esso è fortemente connesso al principio del mokṣa, che indica la salvezza dal perpetuo ciclo delle rinascite, ma anche, affine al nirvāṇa del buddhismo, il raggiungimento di una condizione spirituale superiore.

Il karma, apparentemente scanzonato, cantato da Gabbani all’ultimo Festival di Sanremo altro non è che quel “destino” che l’uomo contemporaneo, l’ormai nota scimmia nuda, squisitamente occidentale, prende con le sue mani, con azioni spesso superficiali, che l’hanno trasformato da animale sociale, di aristotelica memoria, ad animale social. L’uomo di oggi, se dovessimo paragonarlo ad un animale, sarebbe un narcisistico lupo solitario, feroce virtualmente quanto schivo nella vita vera, perennemente riflesso, come lo sfortunato dio greco, in una immagine sempre più lontana dalla realtà. Destinato ad inseguire un ideale di irreale imperfezione, rinchiuso nella solitudine della propria arroganza. Karma.

INTERNATTUALE

Non solo l’euro: anche l’inglese ha fatto aumentare il costo della vita. Ecco perché

Fino a metà anni ’90, nell’era che precedeva la “globalizzazione” la vita era di gran lunga molto più semplice. Sì, perché non è soltanto l’euro ad aver notevolmente alzato il costo della vita dal 2002 in poi, ma sono bastati pochi termini anglofoni per dare (nuova) dignità a cose e mestieri, talvolta rivalutandoli del tutto, facendo lievitare parcelle e prezzi di listino.

Se fino agli inizi degli anni 2000 ci si ritrovava al bar sotto casa per l’aperitivo, adesso è soltanto una desinenza utilizzata come parola composta in associazione con altri termini: Aperi-cena, Aperi-cinema, Aperi-mostra.

Happy Hour, espressione, mutuata dal marketing anglosassone, che indica una fascia oraria in cui bar e ristoranti praticano particolari sconti su alcolici e cocktail, che per traslato diventa sinonimo anche del nostro “aperitivo”, giustificando uno Spritz a 7 euro con qualche snack di contorno.

Anche il bar diventa lounge, per indicare una sala interna o all’aperto arredata con divani e poltrone, mentre i ristoranti diventano (dal francese) Bistrot, Brasserie, Boulangerie, ricercando già nel nome un’allure di esclusività.

english flag bandiera inglese union jack 2 - internettualeIl cibo da asporto diventa street-food o, addirittura, finger-food (cibo da tenere in mano) abbinato a buffet (il banchetto nell’era pre-globale), la pasticceria si trasforma in Bakery, mentre dolci e torte diventano dessert e cake. Anche i loro creatori, prima cuochi e pasticceri, sono adesso chef (spesso “stellati”) e cake designer, che si preoccupano del gusto quanto della forma di quelle produzioni che diventano vere e proprie creazioni d’arte. Più elaborata è la loro forma, maggiore sarà il loro costo.

Ma non è soltanto il campo della ristorazione ad aver beneficiato di questa nuova veste internazionale, anche quello dedicato alla cura del personale si evolve: i truccatori sono oggi MakeUp Artist, i parrucchieri Hair Stylist, mentre quella che era la vecchia manicure è oggi la Nail Art. Tutto diventa arte, tutto è vivisezionato in compartimenti stagni professionali che, specializzandosi in un unico campo, alzano il tiro e i loro prezzi.

Il fioraio diventa florist e i suoi mazzolini o fasci che dir si voglia sono delle vere e proprie composizioni di fiori, forme e fragranze, che si fanno insolite e stravaganti.

Da sempre influenzato dalle passerelle internazionali, il mondo della moda è, per definizione, quello del Fashion, con Stylist, ben diverso dallo stilista che è un Fashion Designer, che individua mode e tendenze, abbinando abiti e accessori, e l’image consultant che è il vecchio consulente d’immagine che, in relazione alla propria fisicità, suggerisce ciò che più può valorizzare, manco a dirlo, la propria immagine.

Anche in ambito lavorativo, negli annunci, si ricorre all’inglese per camuffare carenze e inganni: i centralini diventano call center, le telefonate da effettuare out-bound, la vendita è retail e la capacità di gestire autonomamente il lavoro problem solving.

Persino l’ambito matrimoniale si è piegato a questa nuova tendenza e, forte della spinta dell’ultimo matrimonio reale, manco a dirlo inglese, quello del Principe William e Kate Middleton, si parla solo di Wedding, gli organizzatori sono Wedding Planner, il ristorante location.

Anche l’obsoleto arredatore è adesso un moderno Interior Designer. Designer, expert, consultant, personal, work, office. Sono queste le parole chiave che, unite a attività e termini in lingua, contribuiscono a creare la professione e, anche la professionalità, che troppo spesso invece non c’è, così come l’ingiustificata ragione di pagare di più cose che pronunciate nella nostra lingua avrebbero forse meno fascino, ma sarebbero senza dubbio più genuine e vicine alla nostra tradizione, non solo economica.